Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, in occasione della visita del primo ministro e principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca, hanno firmato una serie di accordi “storici” su minerali critici, nucleare civile e, soprattutto, sulla vendita di armamenti a Riad, tra cui i caccia F-35. L’accordo sui minerali critici mira a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore e ad “allineare” le rispettive strategie nazionali per diversificare le catene di approvvigionamento.
La dichiarazione congiunta sull’energia nucleare civile invece prevede che gli Stati Uniti e le loro aziende diventino “i partner privilegiati del Regno nella cooperazione nucleare civile”.
Soprattutto, Trump ha approvato un “importante pacchetto” per la vendita di armamenti all’Arabia Saudita, che include future consegne di caccia F-35. Riad acquisterà inoltre quasi 300 carri armati statunitensi per “rafforzare le sue capacità di difesa”.
Infine Bin Salman, dopo un incontro con Trump, ha aumentato da 600 a mille i miliardi che la petromonarchia intende investire negli Stati Uniti.
La discussione è poi virata sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, assassinato da agenti sauditi nel 2018 presso il consolato del Regno a Istanbul. Trump ha affermato che Bin Salman «non sapeva nulla» dell’omicidio, aggiungendo che Khashoggi era «un personaggio molto controverso, che a molti non piaceva: non c’è bisogno di imbarazzare il nostro ospite».
Solo pochi progressi sembrerebbero invece esserci stati sul fronte dell’ingresso di Riad negli Accordi di Abramo, anche se Trump ha dichiarato di aver ricevuto un “riscontro positivo” dall’Arabia Saudita sulla possibile adesione dopo la ripresa del negoziato, sospeso dopo il 7 ottobre del 2023.
Durante la conferenza stampa con i giornalisti al termine dell’incontro di martedì, Trump ha elogiato Bin Salman definendolo «orgoglioso del lavoro svolto dal principe ereditario saudita sui diritti umani e su tutto il resto».
Israele, che pure dovrebbe beneficiare dell’auspicata – da Trump – normalizzazione con l’Arabia Saudita, teme la vendita di una cinquantina di caccia F35 a Riad, che a quel punto diventerebbe l’unica potenza del Medio Oriente – oltre a Tel Aviv – a possedere caccia stealth di quinta generazione di fabbricazione americana.
La mossa di Trump, infatti, supera la politica del “Qualitative Military Edge”, che da vari decenni impegna Washington a garantire allo stato ebraico il primato tecnologico in tutta la regione. In nome di questa politica, nel 2021, la lobby filoisraeliana fece saltare la vendita di alcune decine di F35 agli Emirati Arabi Uniti, che avevano appena aderito proprio agli Accordi di Abramo. Ma la vendita da 23 miliardi di dollari, spinta dal genero di Trump Jared Kushner, venne bloccata a causa delle proteste di Benjamin Netanyahu e di una parte consistente del Congresso di Washington, per poi essere cancellata subito dopo l'insediamento di Joe Biden.
Nel caso della annunciata transazione con Riad stavolta è soprattutto l’aviazione militare israeliana a chiedere uno stop in nome della necessità di Israele di mantenere la superiorità aerea nella regione mentre il leader del Likud ha trasformato la sua contrarietà, espressa nei mesi scorsi, in un “consenso critico”, a patto però che l’adesione di Riad agli Accordi di Abramo sia certa.
Un ulteriore ostacolo è però rappresentato da un rapporto del Pentagono, pubblicato dal New York Times, in cui i militari di Washington sottolineano la stretta vicinanza di Riad alla Cina e quindi il pericolo che Pechino possa venire in possesso di segreti militari. Nel 2022 l’Arabia Saudita ha siglato un accordo con Huawei per lo sviluppo della propria rete 5G; inoltre Riad, come del resto Dubai, prendono periodicamente parte ad esercitazioni militari congiunte con le truppe di Pechino, che a sua volta assiste i paesi del Golfo nello sviluppo delle rispettive industrie per la Difesa.
Trump afferma che l’Arabia Saudita è “un grande alleato” di Washington, e del resto Bin Salman nei giorni scorsi ha sottolineato che il suo paese è il più fedele “alleato extra-Nato” degli Stati Uniti. Ma la realtà, avvisano gli analisti, è che Bin Salman si muove con estrema spregiudicatezza per rafforzare il ruolo e la potenza del suo paese siglando accordi sia con gli Stati Uniti sia con la Cina e la Russia.
Da questo punto di vista molte preoccupazioni ha generato in Israele la firma di un accordo di alleanza militare tra Arabia Saudita e Pakistan che prevede l’assistenza militare reciproca in caso di attacco ad uno dei due contraenti, considerando che Islamabad è una potenza nucleare.
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24/11/2025
Trump vende gli F-35 all’Arabia Saudita, Israele vuole un “risarcimento”
11/07/2025
L’aeroporto di Comiso riconvertito a scalo militare?
di Antonio Mazzeo
Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise proprio a Comiso.
Mentre ormai lo scalo civile sembra essere destinato alla chiusura si fanno sempre più forti le pressioni per una sua conversione a fini bellici.
La scorsa settimana il ministro della difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Sicilia sarà trasformata in piattaforma addestrativa per i top gun USA e NATO che utilizzano i cacciabombardieri di quinta generazione F-35 (a capacità nucleare).
In tanti hanno pensato che sarà la stazione aeronavale di Sigonella a fare da hub addestrativo per l’US Air Force; personalmente ritengo invece che le autorità militari per tutta una serie di ragioni (anche logistico-operative) opteranno per un’altra destinazione.
L’aeroporto di Comiso è un'“ottima opzione”, ma non scarterei anche la possibilità che vengano utilizzati pure gli aeroporti militari di Trapani-Birgi (già base NATO per le operazioni degli aerei radar AWACS) e Pantelleria (in questo scalo in più esercitazioni sono atterrati i velivoli F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare italiana).
La lotta contro la militarizzazione della Sicilia – a partire dall’opposizione alla riconversione a fini militari di Comiso – deve diventare l’obiettivo prioritario di ogni soggetto sociale e politico che intenda richiamarsi all’Utopia di Pio La Torre di una Sicilia Ponte di Pace e Cooperazione tra i popoli del Mediterraneo.
Fonte
Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise proprio a Comiso.
Mentre ormai lo scalo civile sembra essere destinato alla chiusura si fanno sempre più forti le pressioni per una sua conversione a fini bellici.
La scorsa settimana il ministro della difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Sicilia sarà trasformata in piattaforma addestrativa per i top gun USA e NATO che utilizzano i cacciabombardieri di quinta generazione F-35 (a capacità nucleare).
In tanti hanno pensato che sarà la stazione aeronavale di Sigonella a fare da hub addestrativo per l’US Air Force; personalmente ritengo invece che le autorità militari per tutta una serie di ragioni (anche logistico-operative) opteranno per un’altra destinazione.
L’aeroporto di Comiso è un'“ottima opzione”, ma non scarterei anche la possibilità che vengano utilizzati pure gli aeroporti militari di Trapani-Birgi (già base NATO per le operazioni degli aerei radar AWACS) e Pantelleria (in questo scalo in più esercitazioni sono atterrati i velivoli F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare italiana).
La lotta contro la militarizzazione della Sicilia – a partire dall’opposizione alla riconversione a fini militari di Comiso – deve diventare l’obiettivo prioritario di ogni soggetto sociale e politico che intenda richiamarsi all’Utopia di Pio La Torre di una Sicilia Ponte di Pace e Cooperazione tra i popoli del Mediterraneo.
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16/06/2025
La guerra tra Israele e Iran e i possibili sviluppi strategici
(Aggiornato alle ore 23,55)
Mentre pubblichiamo questo articolo, alle ore 16 del 15 giugno, una nuova ondata di missili iraniani si sta abbattendo su Israele dopo gli attacchi nel cuore di Teheran, dove sono state avvertite numerose esplosioni.
Nella mattina di oggi, per la seconda giornata consecutiva il 14 giugno l’Iran ha risposto con una pioggia di missili agli attacchi israeliani che hanno preso di mira installazioni militari e legate al programma nucleare. Uno scambio di colpi che nelle scorse ore ha provocato 8 morti, 150 feriti (forse 200) e 35 dispersi tra i civili secondo le fonti israeliane (l’agenzia di soccorso Magen David Adom – MDA) che ovviamente non fanno cenno a perdite militari umane e materiali.
Numerose le esplosioni a Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e presso installazioni militari a conferma che i missili balistici iraniani continuano a perforare i diversi livelli della difesa aerea israeliana. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha parlato di “mattina triste e difficile”, esprimendo cordoglio alle famiglie colpite.
La sera del 14 giugno oltre 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran verso l’area di Haifa e la Galilea. Secondo Channel 12, diversi missili non sono stati intercettati e hanno colpito i propri obiettivi. La televisione iraniana ha riferito di oltre 100 missili lanciati la sera del 14 giugno contro Israele.
Più tardi l’IDF ha rilasciato un comunicato in cui parlava di 70 missili e decine di droni lanciati dall’Iran. La TV siriana ha riferito invece di decine di missili lanciati dall’Iran caduti in Siria, conferma indiretta che molte intercettazioni avvengono nello spazio aereo di Damasco: del resto l’IDF ha fatto sapere che l’aviazione israeliana ha intercettato dozzine di missili, anche al di fuori dello spazio aereo israeliano, vale a dire nei cieli di Siria e Giordania.
Secondo fonti militari, i missili usati da Teheran non sono manovrabili né ipersonici, smentendo le rivendicazioni iraniane sull’impiego del missile guidato “Haj Qassem”. Resta però il fatto che fin dagli attacchi iraniani dell’aprile 2024 un numero crescente di ordigni iraniani colpisce i bersagli in Israele, dove le autorità sono sempre molte attente nel non rivelare dettagli su obiettivi colpiti e perdite subite.
Anche le milizie yemenite Houthi hanno rivendicato il lancio di due missili balistici ipersonici Palestine 2 su Tel Aviv, in coordinamento con gli alleati iraniani. Lo riporta la stampa israeliana, secondo la quale alle Israel Defense Forces non risultano tuttavia lanci di missili dallo Yemen nelle ultime 24 ore.
Si è trattato di “un’operazione militare contro obiettivi sensibili del nemico israeliano” nel centro di Israele, si legge in un comunicato stampa della milizia yemenita. Secondo le IDF l’Iran aveva lanciato circa 200 missili balistici e da crociera contro Israele in diverse salve. La maggior parte dei missili è stata intercettata dalle difese aeree e solo 22 avrebbero colpito il territorio israeliano secondo l’IDF che in precedenza aveva affermato che circa il 25%, meno di 50, non è stato intercettato consentendo agli iraniani di colpire aree disabitate senza causare danni a infrastrutture critiche.
Un “piccolo numero” di missili è riuscito a superare le difese aeree, afferma l’IDF, e ha causato vittime e danni, anche in aree residenziali di Tel Aviv, Ramat Gan e Rishon Lezion, nel centro di Israele. Nell’impatto dei missili tre israeliani sono rimasti uccisi e circa 70 sono rimasti feriti. Diversi droni lanciati contro Israele durante la notte del 13 giugno sono stati abbattuti anche dall’Aeronautica e dalla Marina israeliane. Questo dopo che 100 droni lanciati dall’Iran venerdì sono stati intercettati.
Come di consueto si tratta di dati non al momento verificabili. Israele non riferisce né i danni né le perdite subite mentre lo stato maggiore iraniano ha minacciato di usare 2.000 missili nei suoi prossimi attacchi contro Israele.
Numero da prendere con le molle ma forse credibile considerato che lo US Central Command valutava nel 2023 in circa 3mila il numero di missili balistici iraniani, in parte utilizzati negli scontri degli ultimi 20 mesi o ceduti a milizie alleate (come gli Houthi) anche se non si può escludere che la produzione sia stata potenziata, secondo fonti occidentali anche per rifornire la Russia impegnata nella guerra in Ucraina, così come non si può escludere che Israele sia davvero riuscito a distruggere un gran numero di rampe, missili balistici e un deposito sotterraneo nella regione di Kermanshah, nell’Iran Occidentale. Ieri l’IDF aveva reso noto su X di aver continuato a colpire “decine di postazioni di lancio di missili superficie-superficie” in Iran.
L’agenzia di stampa Sabreen ha riferito ieri che un grande incendio è scoppiato dopo “scontri aerei” sopra la città di Kermanshah.
Poco prima di lanciare gli attacchi missilistici, nella serata del 14 giugno, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane aveva avvertito che gli attacchi contro Israele diventeranno “più pesanti ed estesi” se Israele continuerà a colpire l’Iran.
Sul fronte opposto le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver attaccato gli uffici del Ministero della Difesa a Teheran e la sede centrale dell’Organizzazione per l’Innovazione e la Ricerca sulla Difesa (SPND), oltre ad altri obiettivi “legati al progetto di armi nucleari del regime iraniano”.
Nella notte, oltre 70 caccia israeliani hanno lanciato un attacco significativo contro obiettivi a Teheran e il cuore del regime. “La strada per Teheran è stata spianata“, ha dichiarato un portavoce dell’IDF.
I media iraniani come Press TV e l’agenzia di stampa Tasnim hanno anche riportato un incendio nella raffineria di Shahran, vicino a Teheran, anch’essa colpita ma fonti citate dall’agenzia Mehr hanno negato più tardi che la raffineria sia stata danneggiata dagli ultimi attacchi israeliani precisando che l’incendio scoppiato nell’area ha interessato un deposito di carburante nelle vicinanze che ha una capacità di stoccaggio di 260 milioni di litri, suddivisa in 11 tanker e che fornisce fino a 7 milioni di litri di carburante al giorno alla regione della capitale.
Ieri l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha reso noto che un drone israeliano ha colpito una raffineria strategica nella città portuale di Kangan, nel sud dell’Iran, provocando una potente esplosione e un vasto incendio. È stata colpita la sezione 14 del giacimento di gas South Pars, uno dei più importanti impianti energetici del Paese. Anche l’agenzia Tasnim ha confermato l’attacco, parlando di un’esplosione violenta e di un incendio in corso. Il sito si trova nella provincia costiera di Bushehr.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l’IDF “colpirà i siti e continuerà a spellare il serpente iraniano a Teheran e ovunque, privandolo delle capacità nucleari e dei sistemi d’arma”. Inoltre l’IDF ha invitato i civili iraniani ad allontanarsi dalle aree “vicine alle installazioni militari”.
“Teheran brucia” aveva detto ieri Katz annunciando di aver colpito il ministero della Difesa, il quartier generale del programma nucleare iraniano, laboratori e impianti petroliferi situati nei pressi della capitale.
Avichay Adraee, portavoce di lingua araba delle Israel Defence Forces, in un comunicato su X ha “chiesto l’evacuazione immediata di tutti coloro che si trovano attualmente nelle vicinanze o all’interno di installazioni militari in Iran”, aggiungendo che “le loro vite sono in pericolo”.
Da quando Israele ha lanciato la sua vasta offensiva contro l’Iran, la notte tra il 12 e il 13 giugno, più di 100 persone sono morte in Iran a causa degli attacchi, tra cui una decina di alti ufficiali e 9 scienziati nucleari che lavorano ai progetti di arricchimento dell’uranio del Paese.
Le immagini satellitari scattate la mattina del 14 giugno da Maxar Technologies rivelano danni a diversi edifici nel sito nucleare iraniano di Natanz (nella foto sotto) a seguito degli attacchi israeliani, come riporta la BBC. L’immagine mostra gravi danni a tre edifici e segni di bruciature intorno ad altre due strutture, una delle quali sembra essere una sottostazione elettrica.
Ieri il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha detto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che “la parte in superficie dell’impianto pilota di arricchimento del combustibile, dove l’Iran produceva uranio arricchito fino al 60% di U-235, è stata distrutta”.
Le difese aeree sono entrate in azione nella città di Bandar Abbas, sulla costa meridionale dell’Iran, a causa di “una nuova ondata di attacchi israeliani”. Lo riporta l’emittente iraniana Press Tv. Il 14 giugno la rappresentanza iraniana all’ONU ha reso noto un bilancio delle vittime degli attacchi israeliani di 78 morti e oltre 320 feriti, salito il giorno dopo secondo il ministero della Sanità ad almeno 128 i morti tra cui 40 donne e circa 900 feriti.
Funzionari israeliani e statunitensi hanno dichiarato alla CNN che le operazioni contro l’Iran dureranno “settimane, non giorni” e procedono con l’approvazione implicita degli Stati Uniti. Approvazione ma non coinvolgimento, secondo quanto riportato da Axios “Israele ha chiesto agli Usa di unirsi alla guerra e ha esortato l’amministrazione Trump a partecipare alla guerra con l’Iran per eliminare il suo programma nucleare”.
Lo ha scritto su X il giornalista Barak Ravid di Axios, aggiungendo che “un funzionario statunitense mi ha detto che al momento l’amministrazione non sta prendendo in considerazione una simile iniziativa”.
Ieri l’IDF ha annunciato di aver eliminato oltre 20 alti comandanti appartenenti alle forze militari e di sicurezza iraniane dall’inizio dell’operazione Rising Lion.
Oggi le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato in un comunicato che 7 comandanti di alto rango della loro forza aerospaziale sono stati uccisi, insieme al comandante in capo delle forze Amirali Hajizadehm, morto venerdì. Nel comunicato si legge che tra i comandanti figurano Mahmoud Bagheri, Davoud Sheikhan, Mohammad-Bagher Taherpour, Mansour Safarpour, Masoud Tayyeb, Khosro Hassani e Javad Jarsara. La morte di Hajizadeh è stata annunciata venerdì.
Le IDF hanno condotto nella notte tra sabato e domenica una serie di raid mirati in Yemen, nel tentativo di colpire Muhammad Abd al Karim al Ghamari, capo di Stato Maggiore delle milizie Houthi. Lo ha confermato oggi una fonte militare israeliana al quotidiano Jerusalem Post. “Presto sapremo se l’operazione ha avuto successo”, ha dichiarato una fonte israeliana citata dal giornale. I bombardamenti sull’obiettivo in Yemen sono avvenuti in parallelo ad altre operazioni condotte dall’aeronautica israeliana contro postazioni iraniane a Teheran.
L’Iran ha attivato le difese aeree nella città portuale di Bandar Abbas e in sei altre regioni: Hormozgan, Kermanshah, Lorestan, Qom, Azerbaigian orientale e Khuzestan, secondo quanto riferito dai media iraniani.
Nel primo pomeriggio del 15 giugno l’Aeronautica Israeliana ha detto di aver intercettato circa 20 droni che sono stati lanciati dall’Iran in appena un’ora mentre in un nuovo bilancio aggiornato l’IDF ha riferito di aver attaccato in meno di tre giorni più di 170 obiettivi e oltre 720 infrastrutture militari.
In serata l’aeronautica israeliana ha affermato di aver attaccato e distrutto siti di produzione di missili terra-terra, siti radar e lanciamissili terra-aria intorno a Teheran. Il portavoce dell’IDF ha affermato che l’attacco è stato effettuato sotto la direzione della Direzione dell’Intelligence.
Secondo un bilancio redatto dall’organizzazione Human Rights, gli attacchi israeliani in Iran hanno causato almeno 406 morti e 654 feriti. I numeri sono riportati anche dall’Associated Press. L’organizzazione, che ha sede a Washington, ha verificato le notizie locali con una rete di fonti che ha sviluppato nel paese. Il governo iraniano non ha fornito dati complessivi sulle vittime causate da tre giorni di attacchi nel paese. Spesso sono le autorità locali a fornire dati parziali.
In seguito agli attacchi missilistici iraniani, particolarmente intensi intorno ad Haifa e nel nord di Israele l’Autorità israeliana per l’aviazione civile ha annunciato la chiusura totale dello spazio aereo nazionale e di tutti gli aeroporti, in risposta all’attacco in corso.
L’IDF ha ribadito che “la difesa non è ermetica”, ammettendo di fatto che Israele si conferma ancora una volta vulnerabile nonostante i diversi avanzati sistemi di difesa aerea adottati. Alle 20 l’annuncio dell’imminente arrivo di una nuova ondata di missili balistici iraniani.
In tarda serata l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha confermato che il capo del dipartimento di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Kazemi, e altri due ufficiali sono stati uccisi a Teheran dalle incursioni israeliane. Per sottrarsi alle uccisioni mirate compiute dagli israeliani secondo Iran International, che cita due fonti informate, la Guida Suprema, Ali Khamenei, “è stato trasferito in un bunker sotterraneo a Levizan, a nord-est di Teheran, poche ore dopo l’inizio degli attacchi israeliani su Teheran venerdì mattina”. Secondo il rapporto tutti i familiari di Khamenei, incluso il figlio Mojtaba, sarebbero con lui.
Il rischio di coinvolgimento dell’Occidente
Alla CNN un funzionario statunitense ha detto che “l’amministrazione Trump è fermamente convinta che la situazione possa essere risolta continuando i negoziati con gli Stati Uniti” aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno intenzione di ordinare a Israele di fare altro che difendersi.
Interessante il linguaggio utilizzato con un’espressione che sottintende il concetto di “difesa preventiva” così caro a tanti a Washington e che riprende concetti datati ma periodicamente rilanciati. Sono almeno 30 anni che statunitensi e israeliani lanciano l’allarme per la bomba atomica che l’Iran potrebbe possedere “in pochi mesi” ed evocano e compiono attacchi al programma nucleare, non necessariamente cinetici come il cyber-attack StuxNet che nel 2010 sembra abbia paralizzato le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
L’ambiguità, se non l’imbarazzo, di Trump e della sua amministrazione sono evidenti. Prima si è dissociato dagli attacchi alla vigilia di un nuovo round di negozia tra USA e Iran sul programma nucleare di Teheran. Poi ha difeso la decisione di Benjamin Netanyahu negando un ruolo militare americano nell’operazione. Successivamente Trump ha plaudito ai raid israeliani e alla eliminazione dei vertici militari iraniani auspicando che inducano l’Iran ad accettare la rinuncia al nucleare. Infine è emerso che lo US Central Command statunitense, responsabile per l’area mediorientale, avrebbe fornito supporto di intelligence, aerei radar e da rifornimento in volo ai velivoli da combattimento israeliani. Elementi che lasciano aperto il dubbio se Trump nell’attacco all’Iran sia alleato di Israele valutando che un Iran indebolito accetterà un negoziato, oppure se sia “ostaggio” delle decisioni israeliane.
Il rischio è che il risultato possa essere opposto a quanto auspicato da Washington. Cioè che l’Iran non si fidi più degli Stati Uniti e dell’Occidente (come la Russia dopo gli accordi di Minsk per la guerra in Donbass), rifiuti di negoziare sotto attacco israeliano e persegua direttamente l’acquisizione di armi nucleari per garantirsi una deterrenza che la metta al riparo da ogni minaccia.
Esattamente lo stesso percorso intrapreso a suo tempo dalla Corea del Nord oggi “inattaccabile” grazie alle sue 30 o più testate nucleari. Con la differenza che l’Iran non è isolato come lo era la Corea del Nord e tra i suoi amici e alleati vi sono almeno due potenze nucleari, Russia e Cina.
Araghchi ha espresso gratitudine alla Russia per la posizione assunta nei confronti delle azioni militari israeliane contro l’Iran. Lo ha riferito il ministero degli Esteri iraniano in una nota diffusa oggi, dopo un colloquio telefonico tra Araghchi e il suo omologo russo, Sergej Lavrov.
“Araghchi ha ringraziato la Russia e gli altri Paesi che hanno condannato le azioni ostili di Israele e ha messo in guardia sui rischi che tali aggressioni possano destabilizzare l’intera regione e farla precipitare in una profonda crisi”, si legge nella dichiarazione. Nel corso della conversazione, il capo della diplomazia iraniana ha sottolineato che i raid israeliani contro il territorio della Repubblica islamica rappresentano un serio pericolo per l’intero Medio Oriente e ha ribadito che Teheran risponderà in modo deciso a qualsiasi ulteriore attacco.
La Cina “condanna con fermezza la violazione da parte di Israele della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran, si oppone con fermezza ai brutali attacchi contro funzionari iraniani e vittime civili e sostiene l’Iran nella salvaguardia della propria sovranità nazionale, nella difesa dei propri diritti e interessi legittimi e nella sicurezza della vita delle persone”, ha reso noto il ministro degli Esteri Wang Yi, in una telefonata con Araghchi. “L’attacco agli impianti nucleari” di Teheran ha creato “un precedente pericoloso e potrebbe avere conseguenze catastrofiche” ha aggiunto il ministro cinese.
L’Iran fa inoltre parte della Shangai Cooperation Organization (con India, Cina, Russia e altre nazioni) e difficilmente Mosca e Pechino potrebbero accettare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti negli attacchi all’Iran.
Tema di cui hanno parlato anche Trump e Vladimir Putin la sera del 14 giugno. “Il Presidente Putin mi ha chiamato stamattina per farmi gli auguri di buon compleanno con grande gentilezza, ma soprattutto per parlare dell’Iran, un Paese che conosce molto bene. Abbiamo parlato a lungo. Molto meno tempo è stato dedicato a parlare di Russia/Ucraina, ma questo sarà per la prossima settimana. Sta portando avanti gli scambi di prigionieri programmati: un gran numero di prigionieri viene scambiato immediatamente da entrambe le parti. La chiamata è durata circa un’ora. Lui, come me, ritiene che questa guerra tra Israele e Iran debba finire, e a cui ho spiegato che anche la sua guerra dovrebbe finire” ha scritto Trump su Truth Social.
Del resto se gli iraniani valutassero che alcune nazioni occidentali sostengono militarmente Israele negli attacchi i rischi di rappresaglia contro le basi americane, francesi e britanniche nel Golfo aumenterebbero anche se Teheran non ha alcun interesse ad avere tensioni con i paesi arabi che ospitano tali basi, che peraltro hanno tutti condannato l’attacco israeliano.
Gli Stati Uniti possono contare su oltre 50mila militari nella regione dislocati in 19 siti in Kuwait, Bahrain, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. La Gran Bretagna ha una base navale a Manama, in Bahrein, e una aerea a Muscat, in Oman: il primo ministro britannico Keir Sturmer ha annunciato ieri l’invio di mezzi militari, compresi aerei da combattimento, in Medio Oriente, al fine di “fornire sostegno in tutta la regione”.
La Francia schiera aerei e navi in due basi negli Emirati Arabi Uniti, dove in base a un accordo intergovernativo firmato nel 2008 i francesi possono schierarvi fino a 700 militari e civili.
Di fronte alla cautela di molte nazioni europee, che chiedono una rapida de-escalation (preoccupati forse anche dall’aumento del prezzo di petrolio e gas che potrebbe diventare shock energetico con l’apertura delle Borse la mattina del 16 giugno), il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito a inanellare l’ennesima “defaite” difendendo “il diritto di Israele a proteggersi” affermando che l’Iran ha continuato il programma nucleare, arricchendo quasi fino a una fase critica uranio sufficiente per la produzione di armi nucleari.
“È vergognoso, Israele prende di mira impianti nucleari pacifici, bombarda case e uccide iraniani a sangue freddo in chiara violazione del diritto internazionale. Eppure il presidente francese Emmanuel Macron ora decide di attaccare il programma nucleare iraniano in queste circostanze” ha detto la sera del 14 giugno il portavoce del ministero degli Esteri iraniano. “Questa quantità di ipocrisia è sconcertante”, ha aggiunto in un messaggio su X.
Teheran si è detta disposta a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, purché non implichi la rinuncia ai propri diritti sovrani, come ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenendo davanti a un gruppo di diplomatici stranieri. “Siamo pronti a qualsiasi intesa che miri a garantire che l’Iran non possegga armi nucleari” ma ha escluso che Teheran possa accettare condizioni considerate lesive della propria sovranità tecnologica: “Non accetteremo nessun accordo che privi l’Iran dei suoi diritti nucleari”, ha ribadito.
“Il regime israeliano non conosce limiti nella violazione del diritto internazionale. Non solo sono stati uccisi bambini e donne innocenti in Palestina, ma a Gaza sono stati violati i diritti umani e tutte le norme internazionali. Questa volta il regime ha superato una nuova linea rossa nel diritto internazionale, con l’attacco a impianti nucleari, vietato in qualsiasi circostanza”, ha detto Araghchi, riferendosi alle raccomandazioni dell’AIEA di evitare attacchi a siti atomici onde evitare il rischio di fuga radioattiva.
“Purtroppo, ciò è stato accolto con indifferenza dal Consiglio di sicurezza” dell’Onu, “ringrazio i Paesi che hanno condannato questa aggressione, ma ci sono stati Paesi che si definiscono civili in Europa che hanno condannato l’Iran invece di condannare Israele”, ha aggiunto Araghchi, che ha denunciato apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attacchi israeliani, definendoli come un’aggressione condotta con il sostegno americano.
“Abbiamo prove concrete che le forze americane nella regione hanno supportato gli attacchi israeliani. Abbiamo monitorato attentamente e raccolto numerose evidenze di come gli Stati Uniti abbiano aiutato il regime israeliano. L’America è partner di questi attacchi e deve assumersi la propria responsabilità”.
Araghchi ha quindi esortato gli Stati Uniti a prendere una posizione chiara e pubblica, sottolineando che le comunicazioni private non sono sufficienti per giustificare o negare tali accuse. Il ministro ha aggiunto che Israele “ha sempre cercato di impedire i negoziati” tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano ed è “abbastanza chiaro che non vuole alcun accordo. Oggi avremmo dovuto presentare il nostro piano per un accordo con gli Stati Uniti”, ha ricordato Araghchi, facendo riferimento al sesto round di colloqui programmato in Oman e cancellato da Teheran dopo l’attacco israeliano.
Il vero obiettivo è il cambio di regime a Teheran?
Il Times of Israel riporta oggi le dichiarazioni di un funzionario secondo cui “eliminare la guida suprema iraniana, Alì Khamenei, è per Israele una possibilità”. L’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, non è “off limits”, scrive il giornale israeliano che cita il WSJ ma è evidente che un conto è eliminare i leader di milizie quali Hamas, Houthi o Hezbollah e un conto è uccidere un capo di stato riconosciuto, azione che in ogni contesto verrebbe considerata puro terrorismo.
Dopo le anticipazioni dei media americani, ieri anche da Teheran è arrivata la conferma della morte in ospedale dell'alto consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Shamkhani, per le ferite riportate nei primi attacchi aerei israeliani.
Shamkhani è stato per un decennio il più alto funzionario iraniano per la sicurezza nazionale e aveva rappresentato l’Iran nei colloqui di riavvicinamento con l’Arabia Saudita, facilitati dalla Cina.
Il portavoce delle IDF, il generale di Brigata Effie Defrin, ha detto ieri che Israele ha colpito oltre 150 obiettivi e oltre 400 componenti diversi nell’Operazione Rising Lion ma non ha rivelato se Khamenei sia uno degli obiettivi degli attacchi israeliani, quando gli è stato chiesto da un giornalista.
Secondo la testata iraniana Nour news, nel corso degli attacchi sarebbe stato ucciso anche Khosro Hasani, vicecomandante dell’intelligence dell’aeronautica delle Guardie rivoluzionarie islamiche.
“L’obiettivo di Israele è il cambiamento di regime” ha detto Shahram Akbarzadeh, analista di origine iraniana, direttore del Forum per gli studi sul Medio Oriente all’Alfred Deakin Institute, in Australia, intervistato dall’agenzia di stampa italiana Dire.
Lo dimostra anche l’appello rivolto dal primo ministro Benjamin Netanyahu al “coraggioso popolo dell’Iran” in cui il premier (ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza), si è proposto come alleato dei cittadini desiderosi di libertà contro il governo degli ayatollah emerso dalla rivoluzione del 1979. “È giunto il momento per il popolo iraniano di unirsi attorno alla sua bandiera e alla sua eredità storica, battendosi per la propria libertà dal regime malvagio e oppressivo”, ha detto Netanyahu. “Il regime islamico, che vi ha oppresso per quasi 50 anni, minaccia di distruggere il nostro Paese”.
Akbarzadeh valuta che “ci sono molte possibilità di un allargamento del conflitto all’intera regione e di un coinvolgimento americano. Israele punta sul fatto che, una volta cominciato un conflitto, gli Stati Uniti sono tenuti a rispettare il loro impegno verso la sicurezza del loro alleato”.
Abbattuti gli F-35?
Che l’operazione contro l’Iran risulti prioritaria nello sforzo bellico israeliano è confermato anche ufficialmente dall’IDF che ieri ha reso noto che Gaza è diventata un fronte secondario nella guerra. La decisione è legata anche ai rischi di escalation. La Israeli Air Force (IAF) ha reso noto che la sua operazione contro l’Iran sta “procedendo secondo i piani” e finora tutto sta “funzionando bene” spiegando di poter ora sorvolare Teheran con i suoi jet da combattimento, risultato definito “significativo”.
Tuttavia l’IAF invita gli israeliani a prepararsi a un’ulteriore escalation improvvisa dicendosi impegnata a contrastare i tentativi dell’Iran di lanciare massicci attacchi con missili balistici. Con il passare del tempo, la capacità dell’Iran di lanciare missili contro Israele diminuirà gradualmente, ha assicurato l'Aeronautica Israeliana.
L’Iran ieri ha annunciato di aver abbattuto un terzo aereo da combattimento israeliano F-35 nell’Ovest del paese e di averne catturato il pilota. Lo si legge sul Teheran Times. Ieri sera le forze iraniane avevano riferito dell’abbattimento di altri due F-35 e della cattura della pilota di uno dei due velivoli oltre ad aver abbattuto “un gran numero di micro veicoli aerei”.
La notizia era stata smentita da Israele ma con una nota ufficiale, lo stato maggiore Difesa iraniano ha affermato che si tratta della “prima volta al mondo che due aerei da combattimento di quinta generazione F-35 vengono abbattuti”.
I due velivoli, secondo Teheran, avrebbero preso parte ai raid israeliani di ieri contro obiettivi strategici in Iran, tra cui centri di comando militari, impianti nucleari e abitazioni civili. Il comunicato aggiunge che il destino dei piloti sarebbe “al momento ignoto” e che sono in corso indagini. Molti i dubbi.
Una delle foto pubblicate mostra un velivolo distrutto con l’ugello del motore ancora incandescente, ma gli analisti hanno notato incongruenze. Secondo l’esperto di sicurezza Lion Udler, ex comandante di un’unità speciale antiterrorismo dell’IDF, si tratterebbe con tutta probabilità di una fake-news. “Il regime iraniano è disperato nel portare risultati al proprio pubblico esaltato e ha diffuso la notizia dell’abbattimento di un F-35I israeliano con una foto generata o manipolata con intelligenza artificiale”, scrive su Telegram.
“I veri F-35I portano la stella di David ben visibile nella parte anteriore della fusoliera, non nella zona posteriore come si vede nella foto. Nessun jet è stato abbattuto”, ha concluso Udler.
Valutazioni
In assenza di improbabili sviluppi terrestri, le operazioni in atto potrebbero risolversi in una guerra aerea d’attrito in cui il primo che finisce i missili balistici o quelli da difesa aerea allenta la presa sull’avversario.
Proprio il timore che Israele necessiti presto (e pretenda) ampie forniture di Patriot e altri sistemi di difesa contro i missili balistici e i droni iraniani preoccupa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che già da tempo vede le sue truppe soffrire forti carenze di armi e munizioni, incluso il settore della difesa aerea.
Sul piano politico la pretesa di Israele e degli Stati Uniti di colpire l’Iran per indurlo a rinunciare all’atomica appare ben poco credibile lasciando intuire che il vero obiettivo sia far cadere il regime degli ayatollah.
Non si spiega in modo diverso il fatto che Israele abbia attaccato Natanz e gli altri centri di ricerca nucleari col via libera o il nulla osta degli Stati Uniti mentre i negoziati tra USA e Iran erano in corso. La narrazione di Tel Aviv e Washington (con le solite ricadute sui media “allineati” in Italia ed in Europa) ricorda da vicino quella degli Stati Uniti di George W. Bush junior circa le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein alla vigilia dell’invasione dell’Iraq.
Forse è il caso di ricordare come le pretese di “regime change” nell’Afghanistan dei Talebani, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Libia di Muammar Gheddafi non si sono rivelate dei grandi successi.
Anche l’evocazione israeliana dell’attacco all’Iran per prevenire la distruzione di Israele ricorda la “guerra preventiva” statunitense con qualche limite in più. Non è certo che l’Iran possa disporre presto di armi atomiche (Israele lo annuncia con toni drammatici da decenni) ma è certo che Israele ne schieri almeno 200 con missili balistici Jericho IV (intercontinentale tri-stadio) in grado di raggiungere i 10 mila chilometri di distanza nella versione a raggio più esteso. Altre armi nucleari con potenziale più limitato sarebbero imbarcate sui sottomarini israeliani.
L’Iran invece non possiede missili balistici intercontinentali e la sua nutrita forza balistica ha un raggio d’azione che raggiunge al massimo i 2.000 chilometri di distanza, sufficienti a raggiungere Israele e il Mediterraneo sud orientale (vedi la mappa del CSIS qui sotto) ma non il cuore dell’Europa., anche se sono allo studio vettori con raggio d’azione più esteso.
Con buona pace dell’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled, che ha sottolineato come Israele stia rimuovendo la minaccia iraniana non solo per la propria sicurezza ma anche per quella dell’Europa poiché oltre al programma nucleare, “l’Iran ha accelerato anche il suo programma di missili balistici: ne ha centinaia che possono raggiungere anche Roma, Parigi, Londra”, ha spiegato l’ambasciatore sottolineando che “un’altra cosa che dovrebbe preoccupare gli europei è l’alleanza tra l’Iran e la Russia”.
Insomma Israele combatte per noi, come l’Ucraina.
Vale la pena ricordare che un accordo sul nucleare iraniano ritenuto da tutti (tranne Israele) soddisfacente, era già stato raggiunto e firmato nel luglio 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) ma venne denunciato nel 2018 proprio dalla prima amministrazione Trump, su pressione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, con l’imposizione di nuove sanzioni e l’esclusione dell’Iran dai circuiti finanziari internazionali. Non c’è da stupirsi se dal 2019 l’Iran ha ripreso progressivamente ad arricchire l’uranio.
Più fonti israeliane, incluso Netanyahu, hanno dichiarato che il rapporto dell’Agenzia Internazionale sull’energia atomica che evidenziava le resistenze iraniane a consentire le ispezioni dell’AIEA hanno indotto Israele ad attaccare gli impianti atomici perché l’Iran potrebbe produrre 9 bombe nucleari utilizzando il materiale fissile arricchito di cui dispone.
Ma Israele, che non ha mai reso noto di essere una potenza nucleare, non ha mai aderito al Trattato per la non proliferazione atomica e non ha mai accolto un solo ispettore dell’AIEA nei suoi centri nucleari militari con quale faccia può muovere guerra all’Iran?
La sua ampia deterrenza nucleare non aiuta lo Stato ebraico a vincere contro Hamas ma gli offre la garanzia di non poter perdere una guerra e il proprio territorio.
Stupefacente poi rilevare che raid aerei contro siti che contengono uranio arricchito, quindi in grado di sviluppare un grave incidente radioattivo, non abbiamo portato a dure critiche a Israele, redarguito solo da una blanda lamentela di Grossi all’ONU.
Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, si tratta già di un passo avanti rispetto a quando politica e media in Italia ed Europa condannavano i russi per i supposti bombardamenti sulla centrale atomica Energodar nella regione di Zaporizhia, quando in realtà la centrale era in mano ai russi e a bombardarla erano gli ucraini.
Tornando al conflitto Iran-Israele appare difficile credere che il mondo di oggi possa tollerale ancora l’arroganza con cui la più grande potenza nucleare del mondo (Stati Uniti) e la più grande potenza nucleare “clandestina” (Israele) muovono guerra all’Iran che dell’arma nucleare potrebbe avere bisogno a scopo deterrente, considerato che tra i suoi vicini anche Russia e Pakistan sono potenze nucleari.
Il rischio è che i raid contro i suoi impianti atomici rafforzino la convinzione degli stati maggiori iraniani che la “bomba” è necessaria.
Se l’Iran raggiungesse lo status di potenza nucleare con Israele si potrebbe creare un equilibrio simile a quello instauratosi tra India e Pakistan, che a volte si confrontano in scaramucce o battaglie ma tengono sempre sotto controllo l’escalation. Anche la Corea del Nord, da quando ha la bomba, non viene più minacciata di attacco dagli Stati Uniti.
Inoltre, in un’epoca di multipolarismo, non è più accettabile che da decenni USA e Israele violino confini, sovranità, leggi nazionali diritto internazionale uccidendo ovunque chiunque considerino un loro nemico, anche potenziale.
Continuare ad esercitare questo ruolo carico di arroganza rischia di portare USA e Israele (e tutto l’Occidente se si accoderà in modo acritico) a trovarsi isolati da un mondo che cambia e in cui stiamo rimanendo indietro fino a diventare il fanalino di coda.
Una riflessione che dovrebbe riguardare soprattutto noi europei. Siamo già l’area industrializzata che paga i costi più alti per l’energia (anche a causa delle scelte suicide assunte circa la guerra in Ucraina), e l’attacco israeliano all’Iran sta già portando a una brusca impennata dei prezzi di gas e petrolio.
Se Teheran per rappresaglia chiudesse lo Stretto di Hormuz, sarebbe l’Europa la prima a pagare un prezzo elevatissimo in termini economici. Che rappresenterebbe probabilmente il colpo di grazie alla nostra agonizzante industria.
Fonte
Mentre pubblichiamo questo articolo, alle ore 16 del 15 giugno, una nuova ondata di missili iraniani si sta abbattendo su Israele dopo gli attacchi nel cuore di Teheran, dove sono state avvertite numerose esplosioni.
Nella mattina di oggi, per la seconda giornata consecutiva il 14 giugno l’Iran ha risposto con una pioggia di missili agli attacchi israeliani che hanno preso di mira installazioni militari e legate al programma nucleare. Uno scambio di colpi che nelle scorse ore ha provocato 8 morti, 150 feriti (forse 200) e 35 dispersi tra i civili secondo le fonti israeliane (l’agenzia di soccorso Magen David Adom – MDA) che ovviamente non fanno cenno a perdite militari umane e materiali.
Numerose le esplosioni a Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e presso installazioni militari a conferma che i missili balistici iraniani continuano a perforare i diversi livelli della difesa aerea israeliana. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha parlato di “mattina triste e difficile”, esprimendo cordoglio alle famiglie colpite.
La sera del 14 giugno oltre 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran verso l’area di Haifa e la Galilea. Secondo Channel 12, diversi missili non sono stati intercettati e hanno colpito i propri obiettivi. La televisione iraniana ha riferito di oltre 100 missili lanciati la sera del 14 giugno contro Israele.
Più tardi l’IDF ha rilasciato un comunicato in cui parlava di 70 missili e decine di droni lanciati dall’Iran. La TV siriana ha riferito invece di decine di missili lanciati dall’Iran caduti in Siria, conferma indiretta che molte intercettazioni avvengono nello spazio aereo di Damasco: del resto l’IDF ha fatto sapere che l’aviazione israeliana ha intercettato dozzine di missili, anche al di fuori dello spazio aereo israeliano, vale a dire nei cieli di Siria e Giordania.
Secondo fonti militari, i missili usati da Teheran non sono manovrabili né ipersonici, smentendo le rivendicazioni iraniane sull’impiego del missile guidato “Haj Qassem”. Resta però il fatto che fin dagli attacchi iraniani dell’aprile 2024 un numero crescente di ordigni iraniani colpisce i bersagli in Israele, dove le autorità sono sempre molte attente nel non rivelare dettagli su obiettivi colpiti e perdite subite.
Anche le milizie yemenite Houthi hanno rivendicato il lancio di due missili balistici ipersonici Palestine 2 su Tel Aviv, in coordinamento con gli alleati iraniani. Lo riporta la stampa israeliana, secondo la quale alle Israel Defense Forces non risultano tuttavia lanci di missili dallo Yemen nelle ultime 24 ore.
Si è trattato di “un’operazione militare contro obiettivi sensibili del nemico israeliano” nel centro di Israele, si legge in un comunicato stampa della milizia yemenita. Secondo le IDF l’Iran aveva lanciato circa 200 missili balistici e da crociera contro Israele in diverse salve. La maggior parte dei missili è stata intercettata dalle difese aeree e solo 22 avrebbero colpito il territorio israeliano secondo l’IDF che in precedenza aveva affermato che circa il 25%, meno di 50, non è stato intercettato consentendo agli iraniani di colpire aree disabitate senza causare danni a infrastrutture critiche.
Un “piccolo numero” di missili è riuscito a superare le difese aeree, afferma l’IDF, e ha causato vittime e danni, anche in aree residenziali di Tel Aviv, Ramat Gan e Rishon Lezion, nel centro di Israele. Nell’impatto dei missili tre israeliani sono rimasti uccisi e circa 70 sono rimasti feriti. Diversi droni lanciati contro Israele durante la notte del 13 giugno sono stati abbattuti anche dall’Aeronautica e dalla Marina israeliane. Questo dopo che 100 droni lanciati dall’Iran venerdì sono stati intercettati.
Come di consueto si tratta di dati non al momento verificabili. Israele non riferisce né i danni né le perdite subite mentre lo stato maggiore iraniano ha minacciato di usare 2.000 missili nei suoi prossimi attacchi contro Israele.
Numero da prendere con le molle ma forse credibile considerato che lo US Central Command valutava nel 2023 in circa 3mila il numero di missili balistici iraniani, in parte utilizzati negli scontri degli ultimi 20 mesi o ceduti a milizie alleate (come gli Houthi) anche se non si può escludere che la produzione sia stata potenziata, secondo fonti occidentali anche per rifornire la Russia impegnata nella guerra in Ucraina, così come non si può escludere che Israele sia davvero riuscito a distruggere un gran numero di rampe, missili balistici e un deposito sotterraneo nella regione di Kermanshah, nell’Iran Occidentale. Ieri l’IDF aveva reso noto su X di aver continuato a colpire “decine di postazioni di lancio di missili superficie-superficie” in Iran.
L’agenzia di stampa Sabreen ha riferito ieri che un grande incendio è scoppiato dopo “scontri aerei” sopra la città di Kermanshah.
Poco prima di lanciare gli attacchi missilistici, nella serata del 14 giugno, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane aveva avvertito che gli attacchi contro Israele diventeranno “più pesanti ed estesi” se Israele continuerà a colpire l’Iran.
Sul fronte opposto le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver attaccato gli uffici del Ministero della Difesa a Teheran e la sede centrale dell’Organizzazione per l’Innovazione e la Ricerca sulla Difesa (SPND), oltre ad altri obiettivi “legati al progetto di armi nucleari del regime iraniano”.
Nella notte, oltre 70 caccia israeliani hanno lanciato un attacco significativo contro obiettivi a Teheran e il cuore del regime. “La strada per Teheran è stata spianata“, ha dichiarato un portavoce dell’IDF.
I media iraniani come Press TV e l’agenzia di stampa Tasnim hanno anche riportato un incendio nella raffineria di Shahran, vicino a Teheran, anch’essa colpita ma fonti citate dall’agenzia Mehr hanno negato più tardi che la raffineria sia stata danneggiata dagli ultimi attacchi israeliani precisando che l’incendio scoppiato nell’area ha interessato un deposito di carburante nelle vicinanze che ha una capacità di stoccaggio di 260 milioni di litri, suddivisa in 11 tanker e che fornisce fino a 7 milioni di litri di carburante al giorno alla regione della capitale.
Ieri l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha reso noto che un drone israeliano ha colpito una raffineria strategica nella città portuale di Kangan, nel sud dell’Iran, provocando una potente esplosione e un vasto incendio. È stata colpita la sezione 14 del giacimento di gas South Pars, uno dei più importanti impianti energetici del Paese. Anche l’agenzia Tasnim ha confermato l’attacco, parlando di un’esplosione violenta e di un incendio in corso. Il sito si trova nella provincia costiera di Bushehr.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l’IDF “colpirà i siti e continuerà a spellare il serpente iraniano a Teheran e ovunque, privandolo delle capacità nucleari e dei sistemi d’arma”. Inoltre l’IDF ha invitato i civili iraniani ad allontanarsi dalle aree “vicine alle installazioni militari”.
“Teheran brucia” aveva detto ieri Katz annunciando di aver colpito il ministero della Difesa, il quartier generale del programma nucleare iraniano, laboratori e impianti petroliferi situati nei pressi della capitale.
Avichay Adraee, portavoce di lingua araba delle Israel Defence Forces, in un comunicato su X ha “chiesto l’evacuazione immediata di tutti coloro che si trovano attualmente nelle vicinanze o all’interno di installazioni militari in Iran”, aggiungendo che “le loro vite sono in pericolo”.
Da quando Israele ha lanciato la sua vasta offensiva contro l’Iran, la notte tra il 12 e il 13 giugno, più di 100 persone sono morte in Iran a causa degli attacchi, tra cui una decina di alti ufficiali e 9 scienziati nucleari che lavorano ai progetti di arricchimento dell’uranio del Paese.
Le immagini satellitari scattate la mattina del 14 giugno da Maxar Technologies rivelano danni a diversi edifici nel sito nucleare iraniano di Natanz (nella foto sotto) a seguito degli attacchi israeliani, come riporta la BBC. L’immagine mostra gravi danni a tre edifici e segni di bruciature intorno ad altre due strutture, una delle quali sembra essere una sottostazione elettrica.
Ieri il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha detto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che “la parte in superficie dell’impianto pilota di arricchimento del combustibile, dove l’Iran produceva uranio arricchito fino al 60% di U-235, è stata distrutta”.
Le difese aeree sono entrate in azione nella città di Bandar Abbas, sulla costa meridionale dell’Iran, a causa di “una nuova ondata di attacchi israeliani”. Lo riporta l’emittente iraniana Press Tv. Il 14 giugno la rappresentanza iraniana all’ONU ha reso noto un bilancio delle vittime degli attacchi israeliani di 78 morti e oltre 320 feriti, salito il giorno dopo secondo il ministero della Sanità ad almeno 128 i morti tra cui 40 donne e circa 900 feriti.
Funzionari israeliani e statunitensi hanno dichiarato alla CNN che le operazioni contro l’Iran dureranno “settimane, non giorni” e procedono con l’approvazione implicita degli Stati Uniti. Approvazione ma non coinvolgimento, secondo quanto riportato da Axios “Israele ha chiesto agli Usa di unirsi alla guerra e ha esortato l’amministrazione Trump a partecipare alla guerra con l’Iran per eliminare il suo programma nucleare”.
Lo ha scritto su X il giornalista Barak Ravid di Axios, aggiungendo che “un funzionario statunitense mi ha detto che al momento l’amministrazione non sta prendendo in considerazione una simile iniziativa”.
Ieri l’IDF ha annunciato di aver eliminato oltre 20 alti comandanti appartenenti alle forze militari e di sicurezza iraniane dall’inizio dell’operazione Rising Lion.
Oggi le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato in un comunicato che 7 comandanti di alto rango della loro forza aerospaziale sono stati uccisi, insieme al comandante in capo delle forze Amirali Hajizadehm, morto venerdì. Nel comunicato si legge che tra i comandanti figurano Mahmoud Bagheri, Davoud Sheikhan, Mohammad-Bagher Taherpour, Mansour Safarpour, Masoud Tayyeb, Khosro Hassani e Javad Jarsara. La morte di Hajizadeh è stata annunciata venerdì.
Le IDF hanno condotto nella notte tra sabato e domenica una serie di raid mirati in Yemen, nel tentativo di colpire Muhammad Abd al Karim al Ghamari, capo di Stato Maggiore delle milizie Houthi. Lo ha confermato oggi una fonte militare israeliana al quotidiano Jerusalem Post. “Presto sapremo se l’operazione ha avuto successo”, ha dichiarato una fonte israeliana citata dal giornale. I bombardamenti sull’obiettivo in Yemen sono avvenuti in parallelo ad altre operazioni condotte dall’aeronautica israeliana contro postazioni iraniane a Teheran.
L’Iran ha attivato le difese aeree nella città portuale di Bandar Abbas e in sei altre regioni: Hormozgan, Kermanshah, Lorestan, Qom, Azerbaigian orientale e Khuzestan, secondo quanto riferito dai media iraniani.
Nel primo pomeriggio del 15 giugno l’Aeronautica Israeliana ha detto di aver intercettato circa 20 droni che sono stati lanciati dall’Iran in appena un’ora mentre in un nuovo bilancio aggiornato l’IDF ha riferito di aver attaccato in meno di tre giorni più di 170 obiettivi e oltre 720 infrastrutture militari.
In serata l’aeronautica israeliana ha affermato di aver attaccato e distrutto siti di produzione di missili terra-terra, siti radar e lanciamissili terra-aria intorno a Teheran. Il portavoce dell’IDF ha affermato che l’attacco è stato effettuato sotto la direzione della Direzione dell’Intelligence.
Secondo un bilancio redatto dall’organizzazione Human Rights, gli attacchi israeliani in Iran hanno causato almeno 406 morti e 654 feriti. I numeri sono riportati anche dall’Associated Press. L’organizzazione, che ha sede a Washington, ha verificato le notizie locali con una rete di fonti che ha sviluppato nel paese. Il governo iraniano non ha fornito dati complessivi sulle vittime causate da tre giorni di attacchi nel paese. Spesso sono le autorità locali a fornire dati parziali.
In seguito agli attacchi missilistici iraniani, particolarmente intensi intorno ad Haifa e nel nord di Israele l’Autorità israeliana per l’aviazione civile ha annunciato la chiusura totale dello spazio aereo nazionale e di tutti gli aeroporti, in risposta all’attacco in corso.
L’IDF ha ribadito che “la difesa non è ermetica”, ammettendo di fatto che Israele si conferma ancora una volta vulnerabile nonostante i diversi avanzati sistemi di difesa aerea adottati. Alle 20 l’annuncio dell’imminente arrivo di una nuova ondata di missili balistici iraniani.
In tarda serata l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha confermato che il capo del dipartimento di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Kazemi, e altri due ufficiali sono stati uccisi a Teheran dalle incursioni israeliane. Per sottrarsi alle uccisioni mirate compiute dagli israeliani secondo Iran International, che cita due fonti informate, la Guida Suprema, Ali Khamenei, “è stato trasferito in un bunker sotterraneo a Levizan, a nord-est di Teheran, poche ore dopo l’inizio degli attacchi israeliani su Teheran venerdì mattina”. Secondo il rapporto tutti i familiari di Khamenei, incluso il figlio Mojtaba, sarebbero con lui.
Il rischio di coinvolgimento dell’Occidente
Alla CNN un funzionario statunitense ha detto che “l’amministrazione Trump è fermamente convinta che la situazione possa essere risolta continuando i negoziati con gli Stati Uniti” aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno intenzione di ordinare a Israele di fare altro che difendersi.
Interessante il linguaggio utilizzato con un’espressione che sottintende il concetto di “difesa preventiva” così caro a tanti a Washington e che riprende concetti datati ma periodicamente rilanciati. Sono almeno 30 anni che statunitensi e israeliani lanciano l’allarme per la bomba atomica che l’Iran potrebbe possedere “in pochi mesi” ed evocano e compiono attacchi al programma nucleare, non necessariamente cinetici come il cyber-attack StuxNet che nel 2010 sembra abbia paralizzato le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
L’ambiguità, se non l’imbarazzo, di Trump e della sua amministrazione sono evidenti. Prima si è dissociato dagli attacchi alla vigilia di un nuovo round di negozia tra USA e Iran sul programma nucleare di Teheran. Poi ha difeso la decisione di Benjamin Netanyahu negando un ruolo militare americano nell’operazione. Successivamente Trump ha plaudito ai raid israeliani e alla eliminazione dei vertici militari iraniani auspicando che inducano l’Iran ad accettare la rinuncia al nucleare. Infine è emerso che lo US Central Command statunitense, responsabile per l’area mediorientale, avrebbe fornito supporto di intelligence, aerei radar e da rifornimento in volo ai velivoli da combattimento israeliani. Elementi che lasciano aperto il dubbio se Trump nell’attacco all’Iran sia alleato di Israele valutando che un Iran indebolito accetterà un negoziato, oppure se sia “ostaggio” delle decisioni israeliane.
Il rischio è che il risultato possa essere opposto a quanto auspicato da Washington. Cioè che l’Iran non si fidi più degli Stati Uniti e dell’Occidente (come la Russia dopo gli accordi di Minsk per la guerra in Donbass), rifiuti di negoziare sotto attacco israeliano e persegua direttamente l’acquisizione di armi nucleari per garantirsi una deterrenza che la metta al riparo da ogni minaccia.
Esattamente lo stesso percorso intrapreso a suo tempo dalla Corea del Nord oggi “inattaccabile” grazie alle sue 30 o più testate nucleari. Con la differenza che l’Iran non è isolato come lo era la Corea del Nord e tra i suoi amici e alleati vi sono almeno due potenze nucleari, Russia e Cina.
Araghchi ha espresso gratitudine alla Russia per la posizione assunta nei confronti delle azioni militari israeliane contro l’Iran. Lo ha riferito il ministero degli Esteri iraniano in una nota diffusa oggi, dopo un colloquio telefonico tra Araghchi e il suo omologo russo, Sergej Lavrov.
“Araghchi ha ringraziato la Russia e gli altri Paesi che hanno condannato le azioni ostili di Israele e ha messo in guardia sui rischi che tali aggressioni possano destabilizzare l’intera regione e farla precipitare in una profonda crisi”, si legge nella dichiarazione. Nel corso della conversazione, il capo della diplomazia iraniana ha sottolineato che i raid israeliani contro il territorio della Repubblica islamica rappresentano un serio pericolo per l’intero Medio Oriente e ha ribadito che Teheran risponderà in modo deciso a qualsiasi ulteriore attacco.
La Cina “condanna con fermezza la violazione da parte di Israele della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran, si oppone con fermezza ai brutali attacchi contro funzionari iraniani e vittime civili e sostiene l’Iran nella salvaguardia della propria sovranità nazionale, nella difesa dei propri diritti e interessi legittimi e nella sicurezza della vita delle persone”, ha reso noto il ministro degli Esteri Wang Yi, in una telefonata con Araghchi. “L’attacco agli impianti nucleari” di Teheran ha creato “un precedente pericoloso e potrebbe avere conseguenze catastrofiche” ha aggiunto il ministro cinese.
L’Iran fa inoltre parte della Shangai Cooperation Organization (con India, Cina, Russia e altre nazioni) e difficilmente Mosca e Pechino potrebbero accettare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti negli attacchi all’Iran.
Tema di cui hanno parlato anche Trump e Vladimir Putin la sera del 14 giugno. “Il Presidente Putin mi ha chiamato stamattina per farmi gli auguri di buon compleanno con grande gentilezza, ma soprattutto per parlare dell’Iran, un Paese che conosce molto bene. Abbiamo parlato a lungo. Molto meno tempo è stato dedicato a parlare di Russia/Ucraina, ma questo sarà per la prossima settimana. Sta portando avanti gli scambi di prigionieri programmati: un gran numero di prigionieri viene scambiato immediatamente da entrambe le parti. La chiamata è durata circa un’ora. Lui, come me, ritiene che questa guerra tra Israele e Iran debba finire, e a cui ho spiegato che anche la sua guerra dovrebbe finire” ha scritto Trump su Truth Social.
Del resto se gli iraniani valutassero che alcune nazioni occidentali sostengono militarmente Israele negli attacchi i rischi di rappresaglia contro le basi americane, francesi e britanniche nel Golfo aumenterebbero anche se Teheran non ha alcun interesse ad avere tensioni con i paesi arabi che ospitano tali basi, che peraltro hanno tutti condannato l’attacco israeliano.
Gli Stati Uniti possono contare su oltre 50mila militari nella regione dislocati in 19 siti in Kuwait, Bahrain, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. La Gran Bretagna ha una base navale a Manama, in Bahrein, e una aerea a Muscat, in Oman: il primo ministro britannico Keir Sturmer ha annunciato ieri l’invio di mezzi militari, compresi aerei da combattimento, in Medio Oriente, al fine di “fornire sostegno in tutta la regione”.
La Francia schiera aerei e navi in due basi negli Emirati Arabi Uniti, dove in base a un accordo intergovernativo firmato nel 2008 i francesi possono schierarvi fino a 700 militari e civili.
Di fronte alla cautela di molte nazioni europee, che chiedono una rapida de-escalation (preoccupati forse anche dall’aumento del prezzo di petrolio e gas che potrebbe diventare shock energetico con l’apertura delle Borse la mattina del 16 giugno), il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito a inanellare l’ennesima “defaite” difendendo “il diritto di Israele a proteggersi” affermando che l’Iran ha continuato il programma nucleare, arricchendo quasi fino a una fase critica uranio sufficiente per la produzione di armi nucleari.
“È vergognoso, Israele prende di mira impianti nucleari pacifici, bombarda case e uccide iraniani a sangue freddo in chiara violazione del diritto internazionale. Eppure il presidente francese Emmanuel Macron ora decide di attaccare il programma nucleare iraniano in queste circostanze” ha detto la sera del 14 giugno il portavoce del ministero degli Esteri iraniano. “Questa quantità di ipocrisia è sconcertante”, ha aggiunto in un messaggio su X.
Teheran si è detta disposta a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, purché non implichi la rinuncia ai propri diritti sovrani, come ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenendo davanti a un gruppo di diplomatici stranieri. “Siamo pronti a qualsiasi intesa che miri a garantire che l’Iran non possegga armi nucleari” ma ha escluso che Teheran possa accettare condizioni considerate lesive della propria sovranità tecnologica: “Non accetteremo nessun accordo che privi l’Iran dei suoi diritti nucleari”, ha ribadito.
“Il regime israeliano non conosce limiti nella violazione del diritto internazionale. Non solo sono stati uccisi bambini e donne innocenti in Palestina, ma a Gaza sono stati violati i diritti umani e tutte le norme internazionali. Questa volta il regime ha superato una nuova linea rossa nel diritto internazionale, con l’attacco a impianti nucleari, vietato in qualsiasi circostanza”, ha detto Araghchi, riferendosi alle raccomandazioni dell’AIEA di evitare attacchi a siti atomici onde evitare il rischio di fuga radioattiva.
“Purtroppo, ciò è stato accolto con indifferenza dal Consiglio di sicurezza” dell’Onu, “ringrazio i Paesi che hanno condannato questa aggressione, ma ci sono stati Paesi che si definiscono civili in Europa che hanno condannato l’Iran invece di condannare Israele”, ha aggiunto Araghchi, che ha denunciato apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attacchi israeliani, definendoli come un’aggressione condotta con il sostegno americano.
“Abbiamo prove concrete che le forze americane nella regione hanno supportato gli attacchi israeliani. Abbiamo monitorato attentamente e raccolto numerose evidenze di come gli Stati Uniti abbiano aiutato il regime israeliano. L’America è partner di questi attacchi e deve assumersi la propria responsabilità”.
Araghchi ha quindi esortato gli Stati Uniti a prendere una posizione chiara e pubblica, sottolineando che le comunicazioni private non sono sufficienti per giustificare o negare tali accuse. Il ministro ha aggiunto che Israele “ha sempre cercato di impedire i negoziati” tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano ed è “abbastanza chiaro che non vuole alcun accordo. Oggi avremmo dovuto presentare il nostro piano per un accordo con gli Stati Uniti”, ha ricordato Araghchi, facendo riferimento al sesto round di colloqui programmato in Oman e cancellato da Teheran dopo l’attacco israeliano.
Il vero obiettivo è il cambio di regime a Teheran?
Il Times of Israel riporta oggi le dichiarazioni di un funzionario secondo cui “eliminare la guida suprema iraniana, Alì Khamenei, è per Israele una possibilità”. L’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, non è “off limits”, scrive il giornale israeliano che cita il WSJ ma è evidente che un conto è eliminare i leader di milizie quali Hamas, Houthi o Hezbollah e un conto è uccidere un capo di stato riconosciuto, azione che in ogni contesto verrebbe considerata puro terrorismo.
Dopo le anticipazioni dei media americani, ieri anche da Teheran è arrivata la conferma della morte in ospedale dell'alto consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Shamkhani, per le ferite riportate nei primi attacchi aerei israeliani.
Shamkhani è stato per un decennio il più alto funzionario iraniano per la sicurezza nazionale e aveva rappresentato l’Iran nei colloqui di riavvicinamento con l’Arabia Saudita, facilitati dalla Cina.
Il portavoce delle IDF, il generale di Brigata Effie Defrin, ha detto ieri che Israele ha colpito oltre 150 obiettivi e oltre 400 componenti diversi nell’Operazione Rising Lion ma non ha rivelato se Khamenei sia uno degli obiettivi degli attacchi israeliani, quando gli è stato chiesto da un giornalista.
Secondo la testata iraniana Nour news, nel corso degli attacchi sarebbe stato ucciso anche Khosro Hasani, vicecomandante dell’intelligence dell’aeronautica delle Guardie rivoluzionarie islamiche.
“L’obiettivo di Israele è il cambiamento di regime” ha detto Shahram Akbarzadeh, analista di origine iraniana, direttore del Forum per gli studi sul Medio Oriente all’Alfred Deakin Institute, in Australia, intervistato dall’agenzia di stampa italiana Dire.
Lo dimostra anche l’appello rivolto dal primo ministro Benjamin Netanyahu al “coraggioso popolo dell’Iran” in cui il premier (ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza), si è proposto come alleato dei cittadini desiderosi di libertà contro il governo degli ayatollah emerso dalla rivoluzione del 1979. “È giunto il momento per il popolo iraniano di unirsi attorno alla sua bandiera e alla sua eredità storica, battendosi per la propria libertà dal regime malvagio e oppressivo”, ha detto Netanyahu. “Il regime islamico, che vi ha oppresso per quasi 50 anni, minaccia di distruggere il nostro Paese”.
Akbarzadeh valuta che “ci sono molte possibilità di un allargamento del conflitto all’intera regione e di un coinvolgimento americano. Israele punta sul fatto che, una volta cominciato un conflitto, gli Stati Uniti sono tenuti a rispettare il loro impegno verso la sicurezza del loro alleato”.
Abbattuti gli F-35?
Che l’operazione contro l’Iran risulti prioritaria nello sforzo bellico israeliano è confermato anche ufficialmente dall’IDF che ieri ha reso noto che Gaza è diventata un fronte secondario nella guerra. La decisione è legata anche ai rischi di escalation. La Israeli Air Force (IAF) ha reso noto che la sua operazione contro l’Iran sta “procedendo secondo i piani” e finora tutto sta “funzionando bene” spiegando di poter ora sorvolare Teheran con i suoi jet da combattimento, risultato definito “significativo”.
Tuttavia l’IAF invita gli israeliani a prepararsi a un’ulteriore escalation improvvisa dicendosi impegnata a contrastare i tentativi dell’Iran di lanciare massicci attacchi con missili balistici. Con il passare del tempo, la capacità dell’Iran di lanciare missili contro Israele diminuirà gradualmente, ha assicurato l'Aeronautica Israeliana.
L’Iran ieri ha annunciato di aver abbattuto un terzo aereo da combattimento israeliano F-35 nell’Ovest del paese e di averne catturato il pilota. Lo si legge sul Teheran Times. Ieri sera le forze iraniane avevano riferito dell’abbattimento di altri due F-35 e della cattura della pilota di uno dei due velivoli oltre ad aver abbattuto “un gran numero di micro veicoli aerei”.
La notizia era stata smentita da Israele ma con una nota ufficiale, lo stato maggiore Difesa iraniano ha affermato che si tratta della “prima volta al mondo che due aerei da combattimento di quinta generazione F-35 vengono abbattuti”.
I due velivoli, secondo Teheran, avrebbero preso parte ai raid israeliani di ieri contro obiettivi strategici in Iran, tra cui centri di comando militari, impianti nucleari e abitazioni civili. Il comunicato aggiunge che il destino dei piloti sarebbe “al momento ignoto” e che sono in corso indagini. Molti i dubbi.
Una delle foto pubblicate mostra un velivolo distrutto con l’ugello del motore ancora incandescente, ma gli analisti hanno notato incongruenze. Secondo l’esperto di sicurezza Lion Udler, ex comandante di un’unità speciale antiterrorismo dell’IDF, si tratterebbe con tutta probabilità di una fake-news. “Il regime iraniano è disperato nel portare risultati al proprio pubblico esaltato e ha diffuso la notizia dell’abbattimento di un F-35I israeliano con una foto generata o manipolata con intelligenza artificiale”, scrive su Telegram.
“I veri F-35I portano la stella di David ben visibile nella parte anteriore della fusoliera, non nella zona posteriore come si vede nella foto. Nessun jet è stato abbattuto”, ha concluso Udler.
Valutazioni
In assenza di improbabili sviluppi terrestri, le operazioni in atto potrebbero risolversi in una guerra aerea d’attrito in cui il primo che finisce i missili balistici o quelli da difesa aerea allenta la presa sull’avversario.
Proprio il timore che Israele necessiti presto (e pretenda) ampie forniture di Patriot e altri sistemi di difesa contro i missili balistici e i droni iraniani preoccupa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che già da tempo vede le sue truppe soffrire forti carenze di armi e munizioni, incluso il settore della difesa aerea.
Sul piano politico la pretesa di Israele e degli Stati Uniti di colpire l’Iran per indurlo a rinunciare all’atomica appare ben poco credibile lasciando intuire che il vero obiettivo sia far cadere il regime degli ayatollah.
Non si spiega in modo diverso il fatto che Israele abbia attaccato Natanz e gli altri centri di ricerca nucleari col via libera o il nulla osta degli Stati Uniti mentre i negoziati tra USA e Iran erano in corso. La narrazione di Tel Aviv e Washington (con le solite ricadute sui media “allineati” in Italia ed in Europa) ricorda da vicino quella degli Stati Uniti di George W. Bush junior circa le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein alla vigilia dell’invasione dell’Iraq.
Forse è il caso di ricordare come le pretese di “regime change” nell’Afghanistan dei Talebani, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Libia di Muammar Gheddafi non si sono rivelate dei grandi successi.
Anche l’evocazione israeliana dell’attacco all’Iran per prevenire la distruzione di Israele ricorda la “guerra preventiva” statunitense con qualche limite in più. Non è certo che l’Iran possa disporre presto di armi atomiche (Israele lo annuncia con toni drammatici da decenni) ma è certo che Israele ne schieri almeno 200 con missili balistici Jericho IV (intercontinentale tri-stadio) in grado di raggiungere i 10 mila chilometri di distanza nella versione a raggio più esteso. Altre armi nucleari con potenziale più limitato sarebbero imbarcate sui sottomarini israeliani.
L’Iran invece non possiede missili balistici intercontinentali e la sua nutrita forza balistica ha un raggio d’azione che raggiunge al massimo i 2.000 chilometri di distanza, sufficienti a raggiungere Israele e il Mediterraneo sud orientale (vedi la mappa del CSIS qui sotto) ma non il cuore dell’Europa., anche se sono allo studio vettori con raggio d’azione più esteso.
Con buona pace dell’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled, che ha sottolineato come Israele stia rimuovendo la minaccia iraniana non solo per la propria sicurezza ma anche per quella dell’Europa poiché oltre al programma nucleare, “l’Iran ha accelerato anche il suo programma di missili balistici: ne ha centinaia che possono raggiungere anche Roma, Parigi, Londra”, ha spiegato l’ambasciatore sottolineando che “un’altra cosa che dovrebbe preoccupare gli europei è l’alleanza tra l’Iran e la Russia”.
Insomma Israele combatte per noi, come l’Ucraina.
Vale la pena ricordare che un accordo sul nucleare iraniano ritenuto da tutti (tranne Israele) soddisfacente, era già stato raggiunto e firmato nel luglio 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) ma venne denunciato nel 2018 proprio dalla prima amministrazione Trump, su pressione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, con l’imposizione di nuove sanzioni e l’esclusione dell’Iran dai circuiti finanziari internazionali. Non c’è da stupirsi se dal 2019 l’Iran ha ripreso progressivamente ad arricchire l’uranio.
Più fonti israeliane, incluso Netanyahu, hanno dichiarato che il rapporto dell’Agenzia Internazionale sull’energia atomica che evidenziava le resistenze iraniane a consentire le ispezioni dell’AIEA hanno indotto Israele ad attaccare gli impianti atomici perché l’Iran potrebbe produrre 9 bombe nucleari utilizzando il materiale fissile arricchito di cui dispone.
Ma Israele, che non ha mai reso noto di essere una potenza nucleare, non ha mai aderito al Trattato per la non proliferazione atomica e non ha mai accolto un solo ispettore dell’AIEA nei suoi centri nucleari militari con quale faccia può muovere guerra all’Iran?
La sua ampia deterrenza nucleare non aiuta lo Stato ebraico a vincere contro Hamas ma gli offre la garanzia di non poter perdere una guerra e il proprio territorio.
Stupefacente poi rilevare che raid aerei contro siti che contengono uranio arricchito, quindi in grado di sviluppare un grave incidente radioattivo, non abbiamo portato a dure critiche a Israele, redarguito solo da una blanda lamentela di Grossi all’ONU.
Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, si tratta già di un passo avanti rispetto a quando politica e media in Italia ed Europa condannavano i russi per i supposti bombardamenti sulla centrale atomica Energodar nella regione di Zaporizhia, quando in realtà la centrale era in mano ai russi e a bombardarla erano gli ucraini.
Tornando al conflitto Iran-Israele appare difficile credere che il mondo di oggi possa tollerale ancora l’arroganza con cui la più grande potenza nucleare del mondo (Stati Uniti) e la più grande potenza nucleare “clandestina” (Israele) muovono guerra all’Iran che dell’arma nucleare potrebbe avere bisogno a scopo deterrente, considerato che tra i suoi vicini anche Russia e Pakistan sono potenze nucleari.
Il rischio è che i raid contro i suoi impianti atomici rafforzino la convinzione degli stati maggiori iraniani che la “bomba” è necessaria.
Se l’Iran raggiungesse lo status di potenza nucleare con Israele si potrebbe creare un equilibrio simile a quello instauratosi tra India e Pakistan, che a volte si confrontano in scaramucce o battaglie ma tengono sempre sotto controllo l’escalation. Anche la Corea del Nord, da quando ha la bomba, non viene più minacciata di attacco dagli Stati Uniti.
Inoltre, in un’epoca di multipolarismo, non è più accettabile che da decenni USA e Israele violino confini, sovranità, leggi nazionali diritto internazionale uccidendo ovunque chiunque considerino un loro nemico, anche potenziale.
Continuare ad esercitare questo ruolo carico di arroganza rischia di portare USA e Israele (e tutto l’Occidente se si accoderà in modo acritico) a trovarsi isolati da un mondo che cambia e in cui stiamo rimanendo indietro fino a diventare il fanalino di coda.
Una riflessione che dovrebbe riguardare soprattutto noi europei. Siamo già l’area industrializzata che paga i costi più alti per l’energia (anche a causa delle scelte suicide assunte circa la guerra in Ucraina), e l’attacco israeliano all’Iran sta già portando a una brusca impennata dei prezzi di gas e petrolio.
Se Teheran per rappresaglia chiudesse lo Stretto di Hormuz, sarebbe l’Europa la prima a pagare un prezzo elevatissimo in termini economici. Che rappresenterebbe probabilmente il colpo di grazie alla nostra agonizzante industria.
Fonte
11/03/2025
Italia - Altri miliardi per gli inutili F-35
Il Parlamento a breve dovrà discutere e autorizzare l’acquisto di altri 25 caccia F-35 della statunitense Lockheed Martin sui quali però è emerso un dettaglio non certo irrilevante reso noto dai servizi di intelligence francesi, soprattutto in questi tempi di relazioni imprevedibili con gli Stati Uniti.
“Molti esperti e osservatori hanno scoperto oggi che degli F-35 che quasi tutte le nazioni europee hanno acquisito, molti aspetti restano sotto stretto controllo statunitense, riducendo quindi la capacità operativa di impiegarli in contesti non condivisi con Washington”, riporta ieri il sito specializzato Analisi Difesa, precisando che “Gli USA mantengono il controllo sul software, la logistica, la manutenzione fino alla possibilità di limitare l’uso operativo dei velivoli”.
Non solo viene da chiedersi perché continuare a spendere soldi per un caccia statunitense il cui controllo software rimane nelle mani USA e quindi, come nel caso di Starlink, continuerebbero a essere gli Stati Uniti a decidere se quegli aerei possono decollare o meno, ma ci sono anche altri interrogativi che le classi dirigenti in Italia continuano a omettere e che invece meritano di essere conosciute.
Ad esempio sui moltissimi denari spesi per gli aerei militari, le decisioni in questi anni dei governi italiani – tutti ma proprio tutti – sono apparse schizofreniche o, se volete, un po’ “democristiane”, nel senso che ne compriamo un po’ di qua e un po’ di là e ci teniamo buoni tutti. Ma i risultati sul piano operativo di questo metodo di acquisto non sono affatto eccellenti.
È Peacelink a ricordarci come questa “schizofrenia democristiana” ha agito materialmente anche nel 2024.
A luglio 2024, il governo ha infatti stanziato 7,4 miliardi di euro per l’acquisto di 24 nuovi caccia Eurofighter, aggiornati per missioni di bombardamento. L’Eurofighter è il cosiddetto ‘caccia europeo’. Viene prodotto da Leonardo, Bae Systems ed Airbus.
A settembre 2024 con l’acquisto di 25 caccia F-35, il governo Meloni incrementa un già controverso programma, portando la spesa totale per questi velivoli a 7 miliardi di euro. Questa decisione si aggiunge agli impegni già presi per altri 90 F-35 prodotti dalla statunitense Lockheed e parzialmente assemblati a Cameri, in provincia di Novara. Ma il software, l’elemento decisivo in queste armi iper-tecnologiche, rimane nelle mani degli Stati Uniti. Funzioneranno, insomma, solo se loro ce lo permetteranno da Washington…
Infine, a novembre 2024 è stato varato il prototipo del caccia Tempest (GCAP). Il Tempest è prodotto da un consorzio formato da Ge Uk, Gkn, Collins Aerospace, Martin Baker, Qinetiq, Bombardier e Thales Uk, alle quali si è unita anche la svedese Saab.
Con un investimento di 7,5 miliardi di euro, il Parlamento italiano ha approvato lo sviluppo del prototipo del caccia di sesta generazione Tempest nell’ambito del programma GCAP (Global Combat Air Programme). Sul futuro di questo progetto mancano però parecchie certezze. Nel dibattito parlamentare la stima dei costi ipotizzata è giunta anche a 8,8 miliardi di euro.
“In totale, nelle ultime due stagioni del 2024 si registra un impegno di 21,9 miliardi di euro per progetti bellici nel solo campo aeronautico e nel solo campo di questo genere di sistemi d’arma” – scrive Peacelink – “Si tratta di cifre impressionanti che evidenziano una preoccupante escalation nella spesa militare del governo italiano che incontrano non solo scarsa resistenza nell’opposizione ma anche una cerca compiacenza”.
Ma accollare questo pasticciaccio al solo governo Meloni sarebbe ingiusto. È doveroso ricordare che anche per Conte sarà impossibile nascondere le decisioni assunte quando stava a Palazzo Chigi.
Nell’autunno del 2019, infatti, fu il premier del governo – allora “giallorosè” – a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35, assecondando il piano pluriennale della Difesa che sta per ultimarsi (arrivando a 125 F-35), con l’acquisto degli altri 25 aerei su cui deve decidere a breve il Parlamento. E anche allora non ci furono grosse opposizioni, né nella maggioranza né nell’opposizione.
Come al solito le spese militari mettono d’accordo tutti confermando solide convergenze bipartisan. Lo verificheremo a breve nel dibattito parlamentare che dovrà autorizzare l’acquisto di questi altri F-35.
Il Corriere della Sera ci segnala però degli ulteriori appuntamenti che attendono il Parlamento su snodi significativi nel contesto di questo clima di riarmo e di guerra in cui siamo ormai immersi.
Il 18 marzo a Palazzo Madama, davanti alle Commissioni riunite, si terrà l’audizione di Draghi, autore del Rapporto sulla Competitività per l’Europa che è praticamente il manifesto politico/economico delle ambizioni imperialiste europee cui si è ispirata la Von der Leyen.
Nello stesso giorno la Meloni riferisce alle Camere in vista del vertice del Consiglio Europeo che dovrà ratificare e attuare le decisioni prese cinque giorni fa in materia di riarmo europeo.
Infine, il 19 marzo a Montecitorio ci sarà l’attesa audizione di John Elkann, il presidente di Stellantis. Come noto, nella discussione sul futuro di Stellantis in Italia stanno emergendo anche ipotesi di riconversione di alcuni settori produttivi dal civile al militare, contenuti in un documento “riservato” di Palazzo Chigi e dei ministeri interessati, incluso quello della Difesa.
Fonte
“Molti esperti e osservatori hanno scoperto oggi che degli F-35 che quasi tutte le nazioni europee hanno acquisito, molti aspetti restano sotto stretto controllo statunitense, riducendo quindi la capacità operativa di impiegarli in contesti non condivisi con Washington”, riporta ieri il sito specializzato Analisi Difesa, precisando che “Gli USA mantengono il controllo sul software, la logistica, la manutenzione fino alla possibilità di limitare l’uso operativo dei velivoli”.
Non solo viene da chiedersi perché continuare a spendere soldi per un caccia statunitense il cui controllo software rimane nelle mani USA e quindi, come nel caso di Starlink, continuerebbero a essere gli Stati Uniti a decidere se quegli aerei possono decollare o meno, ma ci sono anche altri interrogativi che le classi dirigenti in Italia continuano a omettere e che invece meritano di essere conosciute.
Ad esempio sui moltissimi denari spesi per gli aerei militari, le decisioni in questi anni dei governi italiani – tutti ma proprio tutti – sono apparse schizofreniche o, se volete, un po’ “democristiane”, nel senso che ne compriamo un po’ di qua e un po’ di là e ci teniamo buoni tutti. Ma i risultati sul piano operativo di questo metodo di acquisto non sono affatto eccellenti.
È Peacelink a ricordarci come questa “schizofrenia democristiana” ha agito materialmente anche nel 2024.
A luglio 2024, il governo ha infatti stanziato 7,4 miliardi di euro per l’acquisto di 24 nuovi caccia Eurofighter, aggiornati per missioni di bombardamento. L’Eurofighter è il cosiddetto ‘caccia europeo’. Viene prodotto da Leonardo, Bae Systems ed Airbus.
A settembre 2024 con l’acquisto di 25 caccia F-35, il governo Meloni incrementa un già controverso programma, portando la spesa totale per questi velivoli a 7 miliardi di euro. Questa decisione si aggiunge agli impegni già presi per altri 90 F-35 prodotti dalla statunitense Lockheed e parzialmente assemblati a Cameri, in provincia di Novara. Ma il software, l’elemento decisivo in queste armi iper-tecnologiche, rimane nelle mani degli Stati Uniti. Funzioneranno, insomma, solo se loro ce lo permetteranno da Washington…
Infine, a novembre 2024 è stato varato il prototipo del caccia Tempest (GCAP). Il Tempest è prodotto da un consorzio formato da Ge Uk, Gkn, Collins Aerospace, Martin Baker, Qinetiq, Bombardier e Thales Uk, alle quali si è unita anche la svedese Saab.
Con un investimento di 7,5 miliardi di euro, il Parlamento italiano ha approvato lo sviluppo del prototipo del caccia di sesta generazione Tempest nell’ambito del programma GCAP (Global Combat Air Programme). Sul futuro di questo progetto mancano però parecchie certezze. Nel dibattito parlamentare la stima dei costi ipotizzata è giunta anche a 8,8 miliardi di euro.
“In totale, nelle ultime due stagioni del 2024 si registra un impegno di 21,9 miliardi di euro per progetti bellici nel solo campo aeronautico e nel solo campo di questo genere di sistemi d’arma” – scrive Peacelink – “Si tratta di cifre impressionanti che evidenziano una preoccupante escalation nella spesa militare del governo italiano che incontrano non solo scarsa resistenza nell’opposizione ma anche una cerca compiacenza”.
Ma accollare questo pasticciaccio al solo governo Meloni sarebbe ingiusto. È doveroso ricordare che anche per Conte sarà impossibile nascondere le decisioni assunte quando stava a Palazzo Chigi.
Nell’autunno del 2019, infatti, fu il premier del governo – allora “giallorosè” – a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35, assecondando il piano pluriennale della Difesa che sta per ultimarsi (arrivando a 125 F-35), con l’acquisto degli altri 25 aerei su cui deve decidere a breve il Parlamento. E anche allora non ci furono grosse opposizioni, né nella maggioranza né nell’opposizione.
Come al solito le spese militari mettono d’accordo tutti confermando solide convergenze bipartisan. Lo verificheremo a breve nel dibattito parlamentare che dovrà autorizzare l’acquisto di questi altri F-35.
Il Corriere della Sera ci segnala però degli ulteriori appuntamenti che attendono il Parlamento su snodi significativi nel contesto di questo clima di riarmo e di guerra in cui siamo ormai immersi.
Il 18 marzo a Palazzo Madama, davanti alle Commissioni riunite, si terrà l’audizione di Draghi, autore del Rapporto sulla Competitività per l’Europa che è praticamente il manifesto politico/economico delle ambizioni imperialiste europee cui si è ispirata la Von der Leyen.
Nello stesso giorno la Meloni riferisce alle Camere in vista del vertice del Consiglio Europeo che dovrà ratificare e attuare le decisioni prese cinque giorni fa in materia di riarmo europeo.
Infine, il 19 marzo a Montecitorio ci sarà l’attesa audizione di John Elkann, il presidente di Stellantis. Come noto, nella discussione sul futuro di Stellantis in Italia stanno emergendo anche ipotesi di riconversione di alcuni settori produttivi dal civile al militare, contenuti in un documento “riservato” di Palazzo Chigi e dei ministeri interessati, incluso quello della Difesa.
Fonte
15/02/2025
Stati Uniti 2025 armati per 900 miliardi di dollari
Il bilancio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per l’anno fiscale 2025 tocca un nuovo record, sfiorando 900 miliardi di dollari. Un continuo aumento che dura ormai da dieci anni, ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ma – se cerchiamo ipotesi strategiche –, «in sincronia con le conseguenze della rivolta di piazza Maidan a Kiev e, dall’altra parte del mondo, con la progressiva crescita del contenimento della Cina», segnala Mirko Molteni su Analisi Difesa. Numeri da paura, e logica politica alle spalle, peggio.
Stanno dando i numeri
La cifra esatta del National Defense Authorization Act 2025, è di 895 miliardi di dollari, legge firmata dal presidente uscente Joe Biden il 23 dicembre 2024. Regalo di Natale al mondo. Si era partiti ‘solo’ da 849,8 miliardi di dollari, cresciuti via via soprattutto per opportunità politiche nei passaggi parlamentari. Nel 2024 la spesa militare Usa era arrivata a 886 miliardi e nel 2023 era stata di 820 miliardi. In aumento continuo dal 2015, diventato consistente col primo anno di guerra russo-ucraina, dai 753 miliardi del 2021 ai 777 del 2022.
Pentagono più Sicurezza nazionale
Dipartimento della Difesa USA, il Pentagono propriamente detto, e Sicurezza nazionale a cui negli Stati Uniti è affidato lo sviluppo e la manutenzione delle armi nucleari. La sfida con Mosca (subita o favorita) in Ucraina, e la minaccia cinese nel Pacifico. Poi le capacità di combattimento dei militari americani. Troppo ‘politically correct’ di quote razziali, religiose o di generi sotto la gestione democratica, l’accusa del nuovo Segretario alla Difesa Pete Hegseth.
‘Combattimento letale’ su due fronti nemici
Scoraggiare gli sfidanti è la filosofia Trump. Il rinnovo dell’arsenale strategico nucleare è tra i principali punti del bilancio del Pentagono per il nuovo anno. Anche se il divario fra America, da un lato, e Russia e Cina, dall’altro, è diminuito negli ultimi anni – recita il documento –, Washington vuole poter sostenere una guerra globale su due fronti, ipoteticamente uno nel Pacifico e uno nell’arco Europa-Medio Oriente. Modello 1941, Seconda Guerra Mondiale.
‘Ecosistema della Difesa’
«Un moderno ecosistema della difesa, e di rete globale di alleanze e amicizie», il progetto del ministro di Biden. Sulla questione Nato i dubbi ancora irrisolti da parte di Trump. Condivisa la tendenza verso una integrazione di reparti e sistemi d’arma sia all’interno delle forze armate americane, sia in senso esteso, tra le forze USA e quelle degli alleati. «Ecosistema della difesa», a imitazione degli ecosistemi naturali, con una varietà di forme interdipendenti fra loro.
Bersagli e paure americane
Cruciale il settore dei missili balistici intercontinentali con base a terra: gli ICBM. La Sezione 1511 della legge di bilancio Difesa 2025 cita «la crescita rapida e senza precedenti dell’arsenale nucleare della Cina», il fatto che «la Russia possiede, e manterrà per il prevedibile futuro, il maggior arsenale nucleare della Terra», oltre alle minacce da parte di Corea del Nord e Iran. E la legge proibisce «la riduzione degli ICBM degli Stati Uniti a meno di 400».
Nuovi ‘Sentinel’ che verranno
L’LGM-35 Sentinel non è stato ancora testato come prototipo e la sua data di entrata in servizio, assieme alla ristrutturazione dei silos di lancio, è slittata dal 2027 al 2030. E il costo medio ogni nuovo missile è lievitato da 118 a 162 milioni di dollari. Prevedibili ritardi e rallentamenti nella graduale sostituzione dei Minuteman coi Sentinel, col vecchio che resta operativo in attesa del nuovo.
Sempre più miliardi per i sottomarini
Le maggiori spese previste dal budget 2025 per i sottomarini nucleari in grado di lanciare missili balistici. SSBN classe Columbia, che per quest’anno vale 9,9 miliardi di dollari. Importanti i 45 milioni per lo sviluppo del reattore nucleare che equipaggerà i nuovi battelli, per consentire un’autonomia illimitata, senza rifornimenti, per i 40 anni di vita operativa delle unità. La classe Columbia è prevista in 12 unità.
Testate nucleari e ali volanti Raider
5,3 miliardi di dollari per il nuovo bombardiere strategico invisibile ‘Northrop Grumman B-21 Raider’ ad ala volante, erede del B-2 Spirit. Possibilità di attacchi nei territori avversari con una vulnerabilità limitatissima, rispetto agli altri aerei da bombardamento strategico oggi in servizio. Fantasia dei 100 Raider schierati, col prezzo medio sui 700 milioni, e ancora uno solo ai primi collaudi di volo.
Missile da crociera aviolanciato
Nuovo missile aviolanciato a lunga gittata, per cui vengono stanziati 833 milioni di dollari. Un ‘cruise’ nucleare con un raggio d’azione di 2400 km, e una testata termonucleare da 150 kilotoni (l’atomica Usa che cancellò Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni). E 90 giorni al segretario DEll’Air Force «per garantire che non meno di due stormi di bombardieri dell’Air Force siano preparati a operare».
Testate nucleari, Italia compresa
Alla gestione delle testate nucleari sono destinati 5,2 miliardi di dollari. Oltre metà, 2,8 miliardi, vanno all’evoluzione di nuovi sistemi. Meno costoso il rinnovo della ‘bomba termonucleare tattica aviolanciata B61’, fulcro della forza atomica dei cacciabombardieri Usa e aviazioni alleate, dunque anche l’Aeronautica Italiana. La B61-7, arriva a un massimo di 340 kilotoni e richiede nel 2025 «soli 16 milioni».
Ucraina e riserve importanti
Riserve numericamente importanti. Aviazione per prima. La Difesa Usa definisce in 1.101 caccia il livello minimo di forza tattica di prima linea e pronto impiego da mantenere. Divieto di rinunciare a uno solo dei 183 costosi intercettori F-22 Raptor in servizio. Fra le nuove acquisizioni, l’evoluzione avanzata dell’F-15 al prezzo di 1,9 miliardi, 8 esemplari finora consegnati, su un programma totale di 104.
F-35 delle costose brame in calo
Dell’F-35, invece, è stato rivisto al ribasso l’acquisto per il 2025. La prevista richiesta di 68 nuovi F-35 per 12,4 miliardi di dollari, da ripartire tra i veri pezzi delle forze armate Usa. Ed entro 1° luglio, anche un piano «di sostentamento e ricapitalizzazione» dei 25 squadroni di aerei dell’Air National Guard, della Guardia Nazionale, ruolo di riserva in caso di conflitto esteso.
Il dominio dei mari
Per la Marina statunitense, aumentare la flotta per poter rivaleggiare sul piano quantitativo, oltre che qualitativo, con la Cina, la cui flotta schiera 370 unità navali, fra vascelli di superficie e subacquei. La US Navy ha 296 navi e sottomarini da combattimento. Dismissione di vecchie unità per il 2027, e i piani di incremento che vedrebbe dal 2030 superare le 300 unità.
Vascelli senza equipaggio sopra e sott’acqua
Nel 2054, anno-limite del piano, la US Navy dovrebbe schierare almeno 381 navi con equipaggio, più 134 navi-drone senza equipaggio, di superficie o sommergibili, il che porterebbe a 515 le «piattaforme navali degli Stati Uniti», comprese quelle robotiche. Spesa 2025 per nuove navi 32 miliardi, più 16 per 75 nuovi aerei ed elicotteri per la US Naval Aviation.
Portaerei e Fincantieri in Usa
1,3 miliardi per approntare la prima fregata della nuova classe Constellation acquistata nel 2009 dall’italiana Fincantieri. Ma la potenza vera sono le portaerei e l’aviazione imbarcata. 11 operative, tutte a propulsione nucleare, 10 della classe Nimitz, più la Gerald Ford, capostipite della nuova classe con altre tre unità in costruzione, per 2,3 miliardi di dollari.
Sottomarini, cingoli e munizioni
Sottomarini da attacco classe Virginia, attualmente 23 in servizio. 10 unità in costruzione e obbiettivo 66 di questi battelli che con i loro siluri e missili da crociera Tomahawk hanno il ruolo di paralizzare il traffico navale nemico insidiandone flotte e commerci. Forze di terra con sempre più mezzi trasporto truppe cingolati e parzialmente armati.
Scudi stellari
La US Space Force punta al ‘Long Range Discrimination Radar’, in corso di sperimentazione. Oltre a 18 lanci di satelliti in orbita per il programma ‘National Security Space Launch’, di cui 11, al costo di 2,4 miliardi di dollari, con razzo Vulcan della joint-venture fra Lockheed Martin e Boeing, e i restanti 7 lanci col Falcon 9 della Space X di Elon Musk. Un nome a caso.
Guerra biologica? Intelligenza artificiale
Ancora fresco il ricordo della pandemia Covid-19, che dal 2020 al 2022 monopolizzò l’attenzione del mondo, sorpassata solo a causa dello scoppio della guerra russo-ucraina. Ufficialmente vietata, la possibilità della guerra biologica si aggira come un fantasma la cui esistenza ben pochi ammettono. Ora gli Usa rivedono ‘biodifesa’ con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in biotecnologia.
Riducendo molto nei dettagli, fine dell’incredibile elenco della follia umana che non è certo solo quella statunitense, i dati militari resi pubblici dalla sola superpotenza, e di cui vi abbiamo potuto fornire i particolari.
Fonte
Stanno dando i numeri
La cifra esatta del National Defense Authorization Act 2025, è di 895 miliardi di dollari, legge firmata dal presidente uscente Joe Biden il 23 dicembre 2024. Regalo di Natale al mondo. Si era partiti ‘solo’ da 849,8 miliardi di dollari, cresciuti via via soprattutto per opportunità politiche nei passaggi parlamentari. Nel 2024 la spesa militare Usa era arrivata a 886 miliardi e nel 2023 era stata di 820 miliardi. In aumento continuo dal 2015, diventato consistente col primo anno di guerra russo-ucraina, dai 753 miliardi del 2021 ai 777 del 2022.
Pentagono più Sicurezza nazionale
Dipartimento della Difesa USA, il Pentagono propriamente detto, e Sicurezza nazionale a cui negli Stati Uniti è affidato lo sviluppo e la manutenzione delle armi nucleari. La sfida con Mosca (subita o favorita) in Ucraina, e la minaccia cinese nel Pacifico. Poi le capacità di combattimento dei militari americani. Troppo ‘politically correct’ di quote razziali, religiose o di generi sotto la gestione democratica, l’accusa del nuovo Segretario alla Difesa Pete Hegseth.
‘Combattimento letale’ su due fronti nemici
Scoraggiare gli sfidanti è la filosofia Trump. Il rinnovo dell’arsenale strategico nucleare è tra i principali punti del bilancio del Pentagono per il nuovo anno. Anche se il divario fra America, da un lato, e Russia e Cina, dall’altro, è diminuito negli ultimi anni – recita il documento –, Washington vuole poter sostenere una guerra globale su due fronti, ipoteticamente uno nel Pacifico e uno nell’arco Europa-Medio Oriente. Modello 1941, Seconda Guerra Mondiale.
‘Ecosistema della Difesa’
«Un moderno ecosistema della difesa, e di rete globale di alleanze e amicizie», il progetto del ministro di Biden. Sulla questione Nato i dubbi ancora irrisolti da parte di Trump. Condivisa la tendenza verso una integrazione di reparti e sistemi d’arma sia all’interno delle forze armate americane, sia in senso esteso, tra le forze USA e quelle degli alleati. «Ecosistema della difesa», a imitazione degli ecosistemi naturali, con una varietà di forme interdipendenti fra loro.
Bersagli e paure americane
Cruciale il settore dei missili balistici intercontinentali con base a terra: gli ICBM. La Sezione 1511 della legge di bilancio Difesa 2025 cita «la crescita rapida e senza precedenti dell’arsenale nucleare della Cina», il fatto che «la Russia possiede, e manterrà per il prevedibile futuro, il maggior arsenale nucleare della Terra», oltre alle minacce da parte di Corea del Nord e Iran. E la legge proibisce «la riduzione degli ICBM degli Stati Uniti a meno di 400».
Nuovi ‘Sentinel’ che verranno
L’LGM-35 Sentinel non è stato ancora testato come prototipo e la sua data di entrata in servizio, assieme alla ristrutturazione dei silos di lancio, è slittata dal 2027 al 2030. E il costo medio ogni nuovo missile è lievitato da 118 a 162 milioni di dollari. Prevedibili ritardi e rallentamenti nella graduale sostituzione dei Minuteman coi Sentinel, col vecchio che resta operativo in attesa del nuovo.
Sempre più miliardi per i sottomarini
Le maggiori spese previste dal budget 2025 per i sottomarini nucleari in grado di lanciare missili balistici. SSBN classe Columbia, che per quest’anno vale 9,9 miliardi di dollari. Importanti i 45 milioni per lo sviluppo del reattore nucleare che equipaggerà i nuovi battelli, per consentire un’autonomia illimitata, senza rifornimenti, per i 40 anni di vita operativa delle unità. La classe Columbia è prevista in 12 unità.
Testate nucleari e ali volanti Raider
5,3 miliardi di dollari per il nuovo bombardiere strategico invisibile ‘Northrop Grumman B-21 Raider’ ad ala volante, erede del B-2 Spirit. Possibilità di attacchi nei territori avversari con una vulnerabilità limitatissima, rispetto agli altri aerei da bombardamento strategico oggi in servizio. Fantasia dei 100 Raider schierati, col prezzo medio sui 700 milioni, e ancora uno solo ai primi collaudi di volo.
Missile da crociera aviolanciato
Nuovo missile aviolanciato a lunga gittata, per cui vengono stanziati 833 milioni di dollari. Un ‘cruise’ nucleare con un raggio d’azione di 2400 km, e una testata termonucleare da 150 kilotoni (l’atomica Usa che cancellò Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni). E 90 giorni al segretario DEll’Air Force «per garantire che non meno di due stormi di bombardieri dell’Air Force siano preparati a operare».
Testate nucleari, Italia compresa
Alla gestione delle testate nucleari sono destinati 5,2 miliardi di dollari. Oltre metà, 2,8 miliardi, vanno all’evoluzione di nuovi sistemi. Meno costoso il rinnovo della ‘bomba termonucleare tattica aviolanciata B61’, fulcro della forza atomica dei cacciabombardieri Usa e aviazioni alleate, dunque anche l’Aeronautica Italiana. La B61-7, arriva a un massimo di 340 kilotoni e richiede nel 2025 «soli 16 milioni».
Ucraina e riserve importanti
Riserve numericamente importanti. Aviazione per prima. La Difesa Usa definisce in 1.101 caccia il livello minimo di forza tattica di prima linea e pronto impiego da mantenere. Divieto di rinunciare a uno solo dei 183 costosi intercettori F-22 Raptor in servizio. Fra le nuove acquisizioni, l’evoluzione avanzata dell’F-15 al prezzo di 1,9 miliardi, 8 esemplari finora consegnati, su un programma totale di 104.
F-35 delle costose brame in calo
Dell’F-35, invece, è stato rivisto al ribasso l’acquisto per il 2025. La prevista richiesta di 68 nuovi F-35 per 12,4 miliardi di dollari, da ripartire tra i veri pezzi delle forze armate Usa. Ed entro 1° luglio, anche un piano «di sostentamento e ricapitalizzazione» dei 25 squadroni di aerei dell’Air National Guard, della Guardia Nazionale, ruolo di riserva in caso di conflitto esteso.
Il dominio dei mari
Per la Marina statunitense, aumentare la flotta per poter rivaleggiare sul piano quantitativo, oltre che qualitativo, con la Cina, la cui flotta schiera 370 unità navali, fra vascelli di superficie e subacquei. La US Navy ha 296 navi e sottomarini da combattimento. Dismissione di vecchie unità per il 2027, e i piani di incremento che vedrebbe dal 2030 superare le 300 unità.
Vascelli senza equipaggio sopra e sott’acqua
Nel 2054, anno-limite del piano, la US Navy dovrebbe schierare almeno 381 navi con equipaggio, più 134 navi-drone senza equipaggio, di superficie o sommergibili, il che porterebbe a 515 le «piattaforme navali degli Stati Uniti», comprese quelle robotiche. Spesa 2025 per nuove navi 32 miliardi, più 16 per 75 nuovi aerei ed elicotteri per la US Naval Aviation.
Portaerei e Fincantieri in Usa
1,3 miliardi per approntare la prima fregata della nuova classe Constellation acquistata nel 2009 dall’italiana Fincantieri. Ma la potenza vera sono le portaerei e l’aviazione imbarcata. 11 operative, tutte a propulsione nucleare, 10 della classe Nimitz, più la Gerald Ford, capostipite della nuova classe con altre tre unità in costruzione, per 2,3 miliardi di dollari.
Sottomarini, cingoli e munizioni
Sottomarini da attacco classe Virginia, attualmente 23 in servizio. 10 unità in costruzione e obbiettivo 66 di questi battelli che con i loro siluri e missili da crociera Tomahawk hanno il ruolo di paralizzare il traffico navale nemico insidiandone flotte e commerci. Forze di terra con sempre più mezzi trasporto truppe cingolati e parzialmente armati.
Scudi stellari
La US Space Force punta al ‘Long Range Discrimination Radar’, in corso di sperimentazione. Oltre a 18 lanci di satelliti in orbita per il programma ‘National Security Space Launch’, di cui 11, al costo di 2,4 miliardi di dollari, con razzo Vulcan della joint-venture fra Lockheed Martin e Boeing, e i restanti 7 lanci col Falcon 9 della Space X di Elon Musk. Un nome a caso.
Guerra biologica? Intelligenza artificiale
Ancora fresco il ricordo della pandemia Covid-19, che dal 2020 al 2022 monopolizzò l’attenzione del mondo, sorpassata solo a causa dello scoppio della guerra russo-ucraina. Ufficialmente vietata, la possibilità della guerra biologica si aggira come un fantasma la cui esistenza ben pochi ammettono. Ora gli Usa rivedono ‘biodifesa’ con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in biotecnologia.
Riducendo molto nei dettagli, fine dell’incredibile elenco della follia umana che non è certo solo quella statunitense, i dati militari resi pubblici dalla sola superpotenza, e di cui vi abbiamo potuto fornire i particolari.
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30/01/2025
USA - Precipitato un'altro F-35
Un F-35 di quinta generazione, appartenente all’US Air Force, è precipitato martedì 28 gennaio alle 12:49 in Alaska durante un volo di addestramento. L’incidente è avvenuto presso la base aerea di Eielson, durante l’avvicinamento nella fase di atterraggio (qui le immagini dell’impatto)
La causa dell’incidente
A quanto si apprende, il pilota ha segnalato una situazione di emergenza alla torre di controllo e si è eiettato dalla cabina di pilotaggio. Attualmente si trova ricoverato presso il Bassett Army Hospital, sotto osservazione.
L’Associated Press riporta che il pilota “ha avuto un malfunzionamento in volo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa il colonnello dell’Aeronautica Militare Paul Townsend, comandante del 354° Fighter Wing.
I tanti incidenti accaduti all’F-35
Quello di martedì è l’ennesimo incidente negli ultimi anni che riguarda il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin.
Nel settembre 2018, un F-35B del Corpo dei Marines si è schiantato nella Carolina del Sud.
Nell’aprile 2019, un F-35A giapponese è precipitato nell’Oceano Pacifico al largo del Giappone settentrionale.
Nel maggio dell’anno successivo, un F-35A dell’aeronautica statunitense si è schiantato in Florida durante un’addestramento di routine.
Nel settembre del 2023, un incidente analogo a quello occorso cinque anni prima è occorso a un altro F-35B dei Marine, caduto ancora nella Carolina del Sud.
Nel 2024, ad aprile, un F-35B sempre dei Marines è stato danneggiato da un colpo sparato con il suo stesso cannone. A maggio invece lo stesso modello di caccia si è schiantato fuori dal perimetro della base aerea di Albuquerque.
La produzione di Lockheed Martin
Lo scorso anno Lockheed Martin ha consegnato 110 caccia F-35 alle forze armate statunitensi e ai suoi alleati, raggiungendo il massimo della consegne pianificate per il periodo, comprese tra i 75 e i 110 aerei.
Dall’inizio della produzione, i caccia prodotti sono stati più di 1.000, numero accreditato di triplicare nel corso del prossimo decennio, al ritmo di 100-150 modelli annui.
Si può ancora parlare di superiorità tecnologica occidentale?
La scorsa settimana avevamo trattato il dilemma in cui si trova il Regno Unito, alle prese con la scelta di valore strategico tra la scelta dell’F-35 statunitense o l’Eurofigheter europeo, il primo tecnologicamente più avanzato, il secondo con un maggior impatto per l’industria e il lavoro nell’Isola – al netto delle considerazioni geopolitiche.
La realtà è che la superiorità tecnologica occidental-statunitense, anche in campo militare, mostra i segni del tempo e della crisi in cui sì è ficcato il blocco euroatlantico.
La vicenda DeepSeek, così come accaduto per Huawei o Lenovo in altri settori, non sono che manifestazioni di un tendenza che emerge con sempre più frequenza: l’inizio della fine dell’egemonia occidentale anche nel campo dello sviluppo tecnologico, dove la Cina sta lanciando la sfida non più come “fabbrica del mondo”, ma come “segmento più sviluppato della catena del valore”.
A giudicare dalle performance dell'“avanzatissimo” F-35, al pari degli andamenti dei maggiori titoli hi-tech sui mercati finanziari, forse al Pentagono hanno smesso di dormire sonni tranquilli.
Fonte
La causa dell’incidente
A quanto si apprende, il pilota ha segnalato una situazione di emergenza alla torre di controllo e si è eiettato dalla cabina di pilotaggio. Attualmente si trova ricoverato presso il Bassett Army Hospital, sotto osservazione.
L’Associated Press riporta che il pilota “ha avuto un malfunzionamento in volo”, come ha dichiarato in una conferenza stampa il colonnello dell’Aeronautica Militare Paul Townsend, comandante del 354° Fighter Wing.
I tanti incidenti accaduti all’F-35
Quello di martedì è l’ennesimo incidente negli ultimi anni che riguarda il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin.
Nel settembre 2018, un F-35B del Corpo dei Marines si è schiantato nella Carolina del Sud.
Nell’aprile 2019, un F-35A giapponese è precipitato nell’Oceano Pacifico al largo del Giappone settentrionale.
Nel maggio dell’anno successivo, un F-35A dell’aeronautica statunitense si è schiantato in Florida durante un’addestramento di routine.
Nel settembre del 2023, un incidente analogo a quello occorso cinque anni prima è occorso a un altro F-35B dei Marine, caduto ancora nella Carolina del Sud.
Nel 2024, ad aprile, un F-35B sempre dei Marines è stato danneggiato da un colpo sparato con il suo stesso cannone. A maggio invece lo stesso modello di caccia si è schiantato fuori dal perimetro della base aerea di Albuquerque.
La produzione di Lockheed Martin
Lo scorso anno Lockheed Martin ha consegnato 110 caccia F-35 alle forze armate statunitensi e ai suoi alleati, raggiungendo il massimo della consegne pianificate per il periodo, comprese tra i 75 e i 110 aerei.
Dall’inizio della produzione, i caccia prodotti sono stati più di 1.000, numero accreditato di triplicare nel corso del prossimo decennio, al ritmo di 100-150 modelli annui.
Si può ancora parlare di superiorità tecnologica occidentale?
La scorsa settimana avevamo trattato il dilemma in cui si trova il Regno Unito, alle prese con la scelta di valore strategico tra la scelta dell’F-35 statunitense o l’Eurofigheter europeo, il primo tecnologicamente più avanzato, il secondo con un maggior impatto per l’industria e il lavoro nell’Isola – al netto delle considerazioni geopolitiche.
La realtà è che la superiorità tecnologica occidental-statunitense, anche in campo militare, mostra i segni del tempo e della crisi in cui sì è ficcato il blocco euroatlantico.
La vicenda DeepSeek, così come accaduto per Huawei o Lenovo in altri settori, non sono che manifestazioni di un tendenza che emerge con sempre più frequenza: l’inizio della fine dell’egemonia occidentale anche nel campo dello sviluppo tecnologico, dove la Cina sta lanciando la sfida non più come “fabbrica del mondo”, ma come “segmento più sviluppato della catena del valore”.
A giudicare dalle performance dell'“avanzatissimo” F-35, al pari degli andamenti dei maggiori titoli hi-tech sui mercati finanziari, forse al Pentagono hanno smesso di dormire sonni tranquilli.
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25/01/2025
Gran Bretagna - Nuovi velivoli per la RAF: Eurofighter europei o F-35 statunitensi?
Il governo britannico dovrebbe presto annunciare la sua decisione sull’acquisto di nuovi aerei da combattimento per le forze armate del Paese.
L’esecutivo sta affrontando la crescente pressione dei sindacati per scegliere il vecchio Eurofighter Typhoon di quarta generazione rispetto al più avanzato F-35A di quinta generazione, quest’ultimo prodotto principalmente negli Stati Uniti.
Sebbene la Gran Bretagna sia partner di entrambi i programmi, la sua quota di produzione nel programma Eurofighter è considerevolmente maggiore. Infatti, una parte consistente di questo viene costruita proprio nel Regno Unito, determinando vantaggi economici importanti per l’industria dell’Isola.
La produzione di Eurofighter nel Regno Unito
Il sindacato “Unite” ha sottolineato che il mantenimento degli ordini per l’Eurofighter sarebbe fondamentale per salvaguardare le competenze industriali britanniche e per aprire la strada alla produzione di un caccia di nuova generazione, attualmente in fase di sviluppo nell’ambito del programma “Tempest”.
La mancanza di ulteriori ordini per l’Eurofighter, secondo il sindacato, minaccerebbe la già limitata base industriale britannica di questo tipo di velivoli. Stiamo parlando di almeno 6.500 dipendenti della BAE Systems coinvolti nel programma.
La competizione impari tra Eurofighter ed F-35
Come riporta Military Watch Magazine, la competizione con l’F-35 ha generato nel programma Eurofighter numerose sconfitte in tutto il continente per l’aggiudicazione dei contratti di fornitura.
Belgio, Polonia, Finlandia, Svizzera e Repubblica Ceca, tutti considerati potenziali clienti del velivolo, hanno scelto l’F-35 per le sue capacità nettamente superiori (prevalentemente per la segnatura radar ridotta e l'avionica più avanzata -ndR).
Tuttavia, nonostante l’F-35 abbia ripetutamente dimostrato la sua superiorità nelle prestazioni di combattimento rispetto ai velivoli europei, uno dei principali argomenti a favore dell’acquisto dell’Eurofighter è che manterrà la comunanza con la già ampia flotta della Royal Air Force (Raf).
Il dilemma nella Royal Air Force
L’acquisto degli F-35A invece introdurrebbe nella Raf l’ennesima classe di caccia nell’inventario. Il Regno Unito infatti è stato l’unico paese ad aver ordinato esclusivamente la variante F-35B, progettata per decolli brevi e atterraggi verticali.
Al contrario, l’F-35A ha la possibilità di trasportare il 50% in più di missili aria-aria, un raggio d’azione più lungo e prestazioni di volo superiori rispetto alla versione B. Come se non bastasse, costa il 30% in meno.
Le prospettive per il mercato del lavoro britannico
L’industria britannica tuttavia contribuisce molto di più alla produzione dell’F-35B che a quella della variante A. Un ordine per 24 F-35A creerebbe solo due o tre mesi di lavoro per circa 2.000 lavoratori nel Paese. Al contrario, un ordine per 24 Eurofighter sosterrebbe 26.000 posti di lavoro in due anni tra BAE Systems, Rolls-Royce, Leonardo e una più ampia catena di fornitura nazionale.
Military Watch Magazine ricorda come, a parte una piccola vendita di 12 caccia all’Austria negli anni 2000, il programma Eurofighter non è mai riuscito a ottenere alcun contratto al di fuori della regione del Golfo, dove i fattori politici sono considerati un’influenza primaria sugli accordi di approvvigionamento del comparto difesa.
Se neanche gli europei acquistano il caccia europeo
Il programma è sempre più in difficoltà a causa della mancanza di ordini da parte dei quattro Paesi partner, ossia Regno Unito, Germania, Spagna e Italia. I problemi sono destinati a peggiorare man mano che i Paesi del mondo occidentale si orientano verso l’F-35 rispetto ai rivali europei.
La stessa Germania nel 2022 si è impegnata in un acquisto senza precedenti dell’F-35, nonostante le amministrazioni precedenti fossero altamente protettive nei confronti dell’Eurofighter.
In Italia nel 2023 il dibattito era tornato in auge dopo un’audizione del Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Luca Goretti, che auspicava il ripristino del “numero di velivoli che era stato pensato prima del 2012”, il cui acquisto fu però limitato in nome dell’austerità dal governo Monti.
La contraddizione all’interno del blocco euroatlantico
Insomma, la scelta tra produzione europea e quella statunitense non è una questione di lana caprina. Da una parte, ci sono la salvaguardia della capacità produttive del comparto e dei posti di lavoro nel Regno Unito. Dall’altra, lo storico legame con l’imperialismo anglofono degli Stati Uniti e le ragioni di natura militare dovute alle prestazioni dei caccia F-35, superiori rispetto all’obsoleto Eurofighter.
Nel mezzo, una tempesta finanziaria che sta colpendo la sterlina proprio mentre il governo Starmer soffia sul fuoco della crisi internazionale, paventando con la Francia di invio di reparti di peacekeeping sul suolo ucraino.
Un dilemma che esprime tutte le contraddizioni presenti oggi all’interno del blocco euroatlantico.
Fonte
L’esecutivo sta affrontando la crescente pressione dei sindacati per scegliere il vecchio Eurofighter Typhoon di quarta generazione rispetto al più avanzato F-35A di quinta generazione, quest’ultimo prodotto principalmente negli Stati Uniti.
Sebbene la Gran Bretagna sia partner di entrambi i programmi, la sua quota di produzione nel programma Eurofighter è considerevolmente maggiore. Infatti, una parte consistente di questo viene costruita proprio nel Regno Unito, determinando vantaggi economici importanti per l’industria dell’Isola.
La produzione di Eurofighter nel Regno Unito
Il sindacato “Unite” ha sottolineato che il mantenimento degli ordini per l’Eurofighter sarebbe fondamentale per salvaguardare le competenze industriali britanniche e per aprire la strada alla produzione di un caccia di nuova generazione, attualmente in fase di sviluppo nell’ambito del programma “Tempest”.
La mancanza di ulteriori ordini per l’Eurofighter, secondo il sindacato, minaccerebbe la già limitata base industriale britannica di questo tipo di velivoli. Stiamo parlando di almeno 6.500 dipendenti della BAE Systems coinvolti nel programma.
La competizione impari tra Eurofighter ed F-35
Come riporta Military Watch Magazine, la competizione con l’F-35 ha generato nel programma Eurofighter numerose sconfitte in tutto il continente per l’aggiudicazione dei contratti di fornitura.
Belgio, Polonia, Finlandia, Svizzera e Repubblica Ceca, tutti considerati potenziali clienti del velivolo, hanno scelto l’F-35 per le sue capacità nettamente superiori (prevalentemente per la segnatura radar ridotta e l'avionica più avanzata -ndR).
Tuttavia, nonostante l’F-35 abbia ripetutamente dimostrato la sua superiorità nelle prestazioni di combattimento rispetto ai velivoli europei, uno dei principali argomenti a favore dell’acquisto dell’Eurofighter è che manterrà la comunanza con la già ampia flotta della Royal Air Force (Raf).
Il dilemma nella Royal Air Force
L’acquisto degli F-35A invece introdurrebbe nella Raf l’ennesima classe di caccia nell’inventario. Il Regno Unito infatti è stato l’unico paese ad aver ordinato esclusivamente la variante F-35B, progettata per decolli brevi e atterraggi verticali.
Al contrario, l’F-35A ha la possibilità di trasportare il 50% in più di missili aria-aria, un raggio d’azione più lungo e prestazioni di volo superiori rispetto alla versione B. Come se non bastasse, costa il 30% in meno.
Le prospettive per il mercato del lavoro britannico
L’industria britannica tuttavia contribuisce molto di più alla produzione dell’F-35B che a quella della variante A. Un ordine per 24 F-35A creerebbe solo due o tre mesi di lavoro per circa 2.000 lavoratori nel Paese. Al contrario, un ordine per 24 Eurofighter sosterrebbe 26.000 posti di lavoro in due anni tra BAE Systems, Rolls-Royce, Leonardo e una più ampia catena di fornitura nazionale.
Military Watch Magazine ricorda come, a parte una piccola vendita di 12 caccia all’Austria negli anni 2000, il programma Eurofighter non è mai riuscito a ottenere alcun contratto al di fuori della regione del Golfo, dove i fattori politici sono considerati un’influenza primaria sugli accordi di approvvigionamento del comparto difesa.
Se neanche gli europei acquistano il caccia europeo
Il programma è sempre più in difficoltà a causa della mancanza di ordini da parte dei quattro Paesi partner, ossia Regno Unito, Germania, Spagna e Italia. I problemi sono destinati a peggiorare man mano che i Paesi del mondo occidentale si orientano verso l’F-35 rispetto ai rivali europei.
La stessa Germania nel 2022 si è impegnata in un acquisto senza precedenti dell’F-35, nonostante le amministrazioni precedenti fossero altamente protettive nei confronti dell’Eurofighter.
In Italia nel 2023 il dibattito era tornato in auge dopo un’audizione del Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Luca Goretti, che auspicava il ripristino del “numero di velivoli che era stato pensato prima del 2012”, il cui acquisto fu però limitato in nome dell’austerità dal governo Monti.
La contraddizione all’interno del blocco euroatlantico
Insomma, la scelta tra produzione europea e quella statunitense non è una questione di lana caprina. Da una parte, ci sono la salvaguardia della capacità produttive del comparto e dei posti di lavoro nel Regno Unito. Dall’altra, lo storico legame con l’imperialismo anglofono degli Stati Uniti e le ragioni di natura militare dovute alle prestazioni dei caccia F-35, superiori rispetto all’obsoleto Eurofighter.
Nel mezzo, una tempesta finanziaria che sta colpendo la sterlina proprio mentre il governo Starmer soffia sul fuoco della crisi internazionale, paventando con la Francia di invio di reparti di peacekeeping sul suolo ucraino.
Un dilemma che esprime tutte le contraddizioni presenti oggi all’interno del blocco euroatlantico.
Fonte
31/03/2024
Il regalo Usa a Netanyahu in marcia su Rafah: 2mila bombe e 25 jet
Cinquecento bombe Mk82 da 230 chili e oltre 1.800 Mk84 da più di 900 chili: è il pacchetto di aiuti militari di cui, secondo il Washington Post, l’amministrazione Biden ha appena autorizzato l’invio a Israele.
Le Mk84 non sono bombe qualsiasi: sono quelle accusate di aver causato le peggiori stragi a Gaza. «Abbiamo continuato a sostenere il diritto di Israele a difendersi – ha commentato un funzionario anonimo della Casa bianca al quotidiano – Gli aiuti condizionati non sono mai stati la nostra politica».
La scorsa settimana il Dipartimento di Stato aveva autorizzato l’invio di 25 jet F35, per un valore totale di 2,5 miliardi di dollari. Nei giorni in cui si preparava ad astenersi, con una decisione storica, nella risoluzione 2728 che ha chiesto il cessate il fuoco immediato nei giorni che restano di Ramadan (sempre meno, l’Eid cade il 10 aprile) e mentre insisteva con Tel Aviv per farsi dire come usa le armi statunitensi, Washington continuava a inviarne.
Consapevole che il premier israeliano non intende fare un passo indietro: Rafah, la città considerata dagli Usa una «linea rossa», vedrà presto l’arrivo delle truppe israeliane.
È probabile che l’approvazione finale alle mega fornitura sia arrivata durante la visita del ministro della difesa israeliano Yoav Gallant a Washington della scorsa settimana. È in quell’occasione, ha scritto Axios, che avrebbe presentato la sua ultima idea: una forza multinazionale per assicurare la consegna di aiuti umanitari a Gaza.
A comporla, secondo Axios, sarebbero tre paesi arabi «amici» (tra cui l’Egitto) che resterebbero per un periodo limitato di tempo a fare la guardia al porto che gli Stati Uniti stanno costruendo lungo le coste gazawi. Negoziati sarebbero già in corso – continua Axios – ma i paesi coinvolti non intenderebbero mandare truppe adesso. Forse in futuro, dopo la guerra, con compiti di peacekeeping.
Ai boots on the ground arabi spetterebbe anche il compito di scortare i convogli in partenza dal porto. Di nuovo, l’ennesimo modo per bypassare le agenzie delle Nazioni unite attive sul campo, soprattutto alla luce della denuncia di Ocha, l’agenzia per gli affari umanitari, secondo cui Israele ha negato l’autorizzazione a otto delle 19 missioni di consegna degli aiuti al nord di Gaza programmate tra il 23 e il 29 marzo. Da inizio marzo il diniego ha riguardato 18 missioni, il 30% del totale.
«Tale mossa – ha commentato un funzionario israeliano ad Axios – costruirà un ente governativo nell’enclave che non è Hamas e che permetterà di risolvere i crescenti problemi con gli Usa quando si parla di situazione umanitaria».
L’idea di Gallant fa il paio con quella di un altro membro del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot: supervisione araba e statunitense su una fantomatica nuova leadership palestinese che si occupi di «garantire la sicurezza di Israele e di modificare il sistema scolastico». Difficile che avvenga: Israele non ha mai autorizzato nessuna forza multinazionale, nemmeno sotto il cappello Onu, a svolgere ruolo di interposizione dentro Gaza.
Anzi, a sentire il quotidiano israeliano Haaretz, le autorità israeliano stanno allargando la zona cuscinetto, da anni unilateralmente imposta nell’est della Striscia e inutilizzabile dai palestinesi: una volta completata, la buffer zone arriverà a occupare il 16% di Gaza e si accompagnerà alla costruzione di un corridoio controllato dall’esercito israeliano che dividerà la Striscia in due. Israele, insomma, è rientrato fisicamente a Gaza per restarci.
A quattro giorni dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, a Gaza si muore comunque. Il più colpito è stato il quartiere orientale di Shujaiyah, a Gaza City: sono stati presi di mira un centro sportivo diventato rifugio per gli sfollati (15 uccisi), una stazione di polizia (17 vittime, di cui un agente), una pattuglia che accompagnava un convoglio di aiuti e la casa del giornalista Mahmoud Aliwa (tre uccisi).
E poi di nuovo Rafah: colpita una casa privata, 12 uccisi, per lo più donne e bambini. A Gaza city è stata centrata un’auto che viaggiava su Salah al-Din Street, otto morti (cinque bambini, due donne e un uomo), mentre il raid sulla moschea Saad Abi Waqqas di Jabaliya ha provocato due feriti.
Resta nel mirino l’ospedale al-Shifa, sotto assedio da dieci giorni: alla distruzione sistematica degli edifici intorno, ieri si è aggiunta l’uccisione di un giornalista di Al Quds Radio, Muhammad Abu Sakhl, abbattuto da un cecchino israeliano.
È il 137esimo reporter ammazzato in quasi sei mesi di offensiva. Il bilancio si è così attestato sui 32.623 palestinesi uccisi dal 7 ottobre e oltre 75mila feriti.
C’è anche un altro bilancio, quello della distruzione della vita sociale ed economica, una devastazione di strutture e infrastrutture che impedirà per anni la vivibilità di quel pezzo di terra.
Ieri Forensic Architecture, dopo l’analisi di immagini satellitari, ha denunciato la distruzione da parte dell’esercito israeliano di oltre 2mila siti agricoli, tra fattorie e serre, un terzo del totale: «La distruzione è stata più intensa nel nord di Gaza, dove il 90% delle serre è stato colpito nelle prime fasi dell’invasione via terra» iniziata a fine ottobre, scrive Forensic Architecture.
Nelle stesse ore usciva l’ultimo rapporto di Ocha: il 67% delle scuole è distrutto o danneggiato, il 38% (212 istituti) è stato deliberatamente preso di mira e una parte «usata per operazioni militari, come centri di detenzione e interrogatorio e basi militari».
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Le Mk84 non sono bombe qualsiasi: sono quelle accusate di aver causato le peggiori stragi a Gaza. «Abbiamo continuato a sostenere il diritto di Israele a difendersi – ha commentato un funzionario anonimo della Casa bianca al quotidiano – Gli aiuti condizionati non sono mai stati la nostra politica».
La scorsa settimana il Dipartimento di Stato aveva autorizzato l’invio di 25 jet F35, per un valore totale di 2,5 miliardi di dollari. Nei giorni in cui si preparava ad astenersi, con una decisione storica, nella risoluzione 2728 che ha chiesto il cessate il fuoco immediato nei giorni che restano di Ramadan (sempre meno, l’Eid cade il 10 aprile) e mentre insisteva con Tel Aviv per farsi dire come usa le armi statunitensi, Washington continuava a inviarne.
Consapevole che il premier israeliano non intende fare un passo indietro: Rafah, la città considerata dagli Usa una «linea rossa», vedrà presto l’arrivo delle truppe israeliane.
È probabile che l’approvazione finale alle mega fornitura sia arrivata durante la visita del ministro della difesa israeliano Yoav Gallant a Washington della scorsa settimana. È in quell’occasione, ha scritto Axios, che avrebbe presentato la sua ultima idea: una forza multinazionale per assicurare la consegna di aiuti umanitari a Gaza.
A comporla, secondo Axios, sarebbero tre paesi arabi «amici» (tra cui l’Egitto) che resterebbero per un periodo limitato di tempo a fare la guardia al porto che gli Stati Uniti stanno costruendo lungo le coste gazawi. Negoziati sarebbero già in corso – continua Axios – ma i paesi coinvolti non intenderebbero mandare truppe adesso. Forse in futuro, dopo la guerra, con compiti di peacekeeping.
Ai boots on the ground arabi spetterebbe anche il compito di scortare i convogli in partenza dal porto. Di nuovo, l’ennesimo modo per bypassare le agenzie delle Nazioni unite attive sul campo, soprattutto alla luce della denuncia di Ocha, l’agenzia per gli affari umanitari, secondo cui Israele ha negato l’autorizzazione a otto delle 19 missioni di consegna degli aiuti al nord di Gaza programmate tra il 23 e il 29 marzo. Da inizio marzo il diniego ha riguardato 18 missioni, il 30% del totale.
«Tale mossa – ha commentato un funzionario israeliano ad Axios – costruirà un ente governativo nell’enclave che non è Hamas e che permetterà di risolvere i crescenti problemi con gli Usa quando si parla di situazione umanitaria».
L’idea di Gallant fa il paio con quella di un altro membro del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot: supervisione araba e statunitense su una fantomatica nuova leadership palestinese che si occupi di «garantire la sicurezza di Israele e di modificare il sistema scolastico». Difficile che avvenga: Israele non ha mai autorizzato nessuna forza multinazionale, nemmeno sotto il cappello Onu, a svolgere ruolo di interposizione dentro Gaza.
Anzi, a sentire il quotidiano israeliano Haaretz, le autorità israeliano stanno allargando la zona cuscinetto, da anni unilateralmente imposta nell’est della Striscia e inutilizzabile dai palestinesi: una volta completata, la buffer zone arriverà a occupare il 16% di Gaza e si accompagnerà alla costruzione di un corridoio controllato dall’esercito israeliano che dividerà la Striscia in due. Israele, insomma, è rientrato fisicamente a Gaza per restarci.
A quattro giorni dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, a Gaza si muore comunque. Il più colpito è stato il quartiere orientale di Shujaiyah, a Gaza City: sono stati presi di mira un centro sportivo diventato rifugio per gli sfollati (15 uccisi), una stazione di polizia (17 vittime, di cui un agente), una pattuglia che accompagnava un convoglio di aiuti e la casa del giornalista Mahmoud Aliwa (tre uccisi).
E poi di nuovo Rafah: colpita una casa privata, 12 uccisi, per lo più donne e bambini. A Gaza city è stata centrata un’auto che viaggiava su Salah al-Din Street, otto morti (cinque bambini, due donne e un uomo), mentre il raid sulla moschea Saad Abi Waqqas di Jabaliya ha provocato due feriti.
Resta nel mirino l’ospedale al-Shifa, sotto assedio da dieci giorni: alla distruzione sistematica degli edifici intorno, ieri si è aggiunta l’uccisione di un giornalista di Al Quds Radio, Muhammad Abu Sakhl, abbattuto da un cecchino israeliano.
È il 137esimo reporter ammazzato in quasi sei mesi di offensiva. Il bilancio si è così attestato sui 32.623 palestinesi uccisi dal 7 ottobre e oltre 75mila feriti.
C’è anche un altro bilancio, quello della distruzione della vita sociale ed economica, una devastazione di strutture e infrastrutture che impedirà per anni la vivibilità di quel pezzo di terra.
Ieri Forensic Architecture, dopo l’analisi di immagini satellitari, ha denunciato la distruzione da parte dell’esercito israeliano di oltre 2mila siti agricoli, tra fattorie e serre, un terzo del totale: «La distruzione è stata più intensa nel nord di Gaza, dove il 90% delle serre è stato colpito nelle prime fasi dell’invasione via terra» iniziata a fine ottobre, scrive Forensic Architecture.
Nelle stesse ore usciva l’ultimo rapporto di Ocha: il 67% delle scuole è distrutto o danneggiato, il 38% (212 istituti) è stato deliberatamente preso di mira e una parte «usata per operazioni militari, come centri di detenzione e interrogatorio e basi militari».
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14/02/2024
Guerra in Ucraina - Nonostante le armi occidentali, le perdite ucraine aumentano
Le note declamazioni di Donald Trump a proposito del rifiuto americano a difendere, da un’eventuale aggressione russa, un qualsiasi paese NATO che non abbia stanziato almeno il 2% del PIL per armarsi – «non hai pagato? Sei un trasgressore? Io non ti difenderei. Anzi, consiglierei ai russi, perdio, di fare tutto quello che vogliono. Tu devi pagare» – e la replica indiretta di Jens Stoltenberg sul fatto che «Qualsiasi ipotesi che gli alleati non si difendano a vicenda mina tutta la nostra sicurezza, compresa quella USA», non lasciano affatto il cosiddetto “tempo che trovano”.
Dietro quelle affermazioni c’è la difesa sul campo dell’industria militare yankee che, da quegli stanziamenti trae profitto, chiunque sieda alla Casa Bianca: Trump o Biden.
C’è anche la preoccupazione di quel complesso militare-industriale a stelle e strisce per l’espandersi di pericolosi concorrenti, proprio tra i paesi NATO. Perché, se le ambizioni di alcuni di quei paesi a dotarsi di armi nucleari appaiono abbastanza campate in aria, i passi concreti di altri sono già oggi discretamente reali.
Così, nella “nuova” Polonia liberal-europeista, il generale a riposo Jaroslav Krashevskiy proclama che il paese debba dotarsi di armi nucleari per garantirsi un più alto livello di sicurezza. Dunque, alle 100 testate atomiche USA dislocate oggi in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia (cui pare debbano tornare ad aggiungersi quelle ritirate nel 2008 dalla Gran Bretagna), dovrebbero unirsene altre, da piazzare ancor più vicino ai confini russi.
Tutte, s’intende, in base al Nuclear Sharing NATO, sotto controllo di Washington, qualunque sia il paese “ospitante”, che è però tenuto a sostenere le spese della loro manutenzione. In un paese che ambisce a diventare, militarmente, il principale avamposto yankee in Europa, la pretesa di Krashevskiy appare “ovvia”, soprattutto nei confronti del concorrente il cui posto si agogna di occupare: la Germania.
La quale ultima, al contrario, pare confermare le preoccupazioni stoltenberghiane e, al pari di altre economie europee, vede poco futuro nella NATO quale alleanza militare unificata, tendendo invece a rafforzare gli arsenali nazionali in maniera autonoma, anche al di fuori di standard e priorità NATO.
Berlino dunque, dovendo sostituire 25 Tornado, sembra di fatto orientata non verso gli F-35 americani, la cui manutenzione, sistemi di controllo o formazione dei piloti sarebbero più semplici.
Invece, volendo evitare di mettersi in una posizione di dipendenza dagli USA – metti, per ipotesi, una qualsiasi crisi, la Germania si troverebbe tra le mani macchine che i sistemi USA potrebbero rendere inutilizzabili – anche a costo di spendere abbastanza di più, Berlino sta valutando l’opzione di una trentina di Gripen svedesi, la cui manutenzione è possibile solo in Svezia, con sistemi di controllo e standard di comunicazione svedesi.
E, cosa ancor più “inverosimile”, direbbe Stoltenberg, Berlino mostra di essere del tutto indifferente al fatto che i Gripen non possano svolgere la funzione chiave dell’attacco NATO: ossia fare da vettori di armi nucleari.
Questo da un lato. Ma, d’altro canto, anche rispondere ai comandi della Casa Bianca, che ordina agli “alleati” europei di farsi carico del sostegno all’Ucraina, porta buoni ricavi nelle casse dell’industria militare tedesca.
È così che lunedì scorso Olaf Scholz e il Ministro della guerra Boris Pistorius (entrambi SPD), insieme alla premier danese Mette Frederiksen e al CEO della Rheinmetall Armin Papperger, hanno preso parte alla posa della prima pietra del nuovo complesso della Rheinmetall a Unterlüß, in Bassa Sassonia.
C’è un’atmosfera da corsa all’oro alla Rheinmetall – nota sarcasticamente l’analista di Die junge Welt, Philip Tassev – dato che il commercio delle armi è in forte espansione, in particolare per la fame di munizioni dell’esercito ucraino: si parla di un fabbisogno di almeno 5.000 i proiettili d’artiglieria al giorno, anche se (o proprio perché) poche settimane fa si parlava di appena 20 proiettili al giorno esplosi da una divisione ucraina, contro i 500 della scorsa estate.
La Rheinmetall punta dunque a raddoppiare o addirittura triplicare le proprie capacità produttive, arrivando nel 2025 a produrre fino a 700.000 proiettili di artiglieria l’anno (calibro standard NATO da 155 mm), di cui almeno 200.000 nella nuova struttura.
Scholz ha parlato di una giornata particolare per la «sicurezza del nostro Paese e di tutta l’Europa... per la fornitura autonoma e soprattutto permanente di munizioni di artiglieria alla Bundeswehr e ai nostri partner in Europa».
Di sfuggita, l’area in cui sorgerà il nuovo impianto – la regione tra Celle e Münster, Unterlüß e Bad Fallingbostel – è la zona più militarizzata della Germania e la Rheinmetall vi è presente dal 1899. Nel vicino impianto di Trauen venivano sperimentate le V2 e anche oggi vi si trova il Centro aerospaziale tedesco (DLR).
A Münster è dislocata una delle più grandi guarnigioni della Bundeswehr e l’area d’addestramento NATO a Bergen è una delle più grandi d’Europa.
Ma è comunque dubbio che le nuove forniture tedesche (o italiane, olandesi, ecc.) possano cambiare qualcosa sul campo di battaglia ucraino. Appena nominato Capo di SM, Aleksandr Syrskij si è dato subito a soddisfare le esigenze del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij e, a quanto pare, è intenzionato a ripetere su Avdeevka il “tritacarne” di Artëmovsk (Bakhmut) per cui è così inviso alle sue truppe.
Gli analisti sono convinti che la difesa a qualsiasi prezzo di Avdeevka serva a Zelenskij per dimostrare ai propri finanziatori occidentali che le cose al fronte non vanno poi così male e che Kiev ha dunque bisogno di altri soldi e di armi.
Così Syrskij, nota Vladimir Skachko su Ukraina.ru, dopo aver promesso di preservare la vita dei soldati ucraini, si affretta ora a inviare su Avdeevka la 3° Brigata d’assalto selezionata, una delle più agguerrite delle forze ucraine.
Dopo di che, Forbes ha scritto che se Zalužnyj era famoso per la difesa mobile, per ridurre cioè al minimo le perdite, Syrskij è noto al contrario per ammettere pesanti perdite in battaglie statiche: «Forse, promuovendo Syrskij, Zelenskij ha proclamato che intende combattere per Avdeevka anche a caro prezzo».
Resta a vedere se quel “caro prezzo” verrà davvero pagato dalla 3° Brigata e non dalle reclute comuni. Perché, chiarisce Skachko, la 3° Brigata è composta di «neonazisti più motivati, carnefici e assassini, fomentatori di pogrom per “Azov”. Forte di un proprio sistema di reclutamento e addestramento, la Brigata è una delle formazioni più brutali, ma con più efficienza bellica delle forze ucraine».
Se Zalužnyj era del parere di ritirare le truppe da Avdeevka, ecco che Syrskij è pronto a eseguire l’ordine di Zelenskij di tenere la posizione. In ogni caso, come ammette The Washington Post, ogni tentativo di tenere Avdeevka sarà reso difficile dalla grave carenza di uomini e armi e porterà a nuove massicce perdite.
È ciò che è successo il 13 febbraio a Selidovo, una quarantina di km a nordovest di Donetsk, dove le forze russe – secondo ColonelCassad – hanno mirato scientemente a colpire il forte concentramento di truppe attestate nel campo d’addestramento ucraino, comprese le riserve che probabilmente avrebbero dovuto essere riversare su Avdeevka.
Così va la guerra...
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Dietro quelle affermazioni c’è la difesa sul campo dell’industria militare yankee che, da quegli stanziamenti trae profitto, chiunque sieda alla Casa Bianca: Trump o Biden.
C’è anche la preoccupazione di quel complesso militare-industriale a stelle e strisce per l’espandersi di pericolosi concorrenti, proprio tra i paesi NATO. Perché, se le ambizioni di alcuni di quei paesi a dotarsi di armi nucleari appaiono abbastanza campate in aria, i passi concreti di altri sono già oggi discretamente reali.
Così, nella “nuova” Polonia liberal-europeista, il generale a riposo Jaroslav Krashevskiy proclama che il paese debba dotarsi di armi nucleari per garantirsi un più alto livello di sicurezza. Dunque, alle 100 testate atomiche USA dislocate oggi in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia (cui pare debbano tornare ad aggiungersi quelle ritirate nel 2008 dalla Gran Bretagna), dovrebbero unirsene altre, da piazzare ancor più vicino ai confini russi.
Tutte, s’intende, in base al Nuclear Sharing NATO, sotto controllo di Washington, qualunque sia il paese “ospitante”, che è però tenuto a sostenere le spese della loro manutenzione. In un paese che ambisce a diventare, militarmente, il principale avamposto yankee in Europa, la pretesa di Krashevskiy appare “ovvia”, soprattutto nei confronti del concorrente il cui posto si agogna di occupare: la Germania.
La quale ultima, al contrario, pare confermare le preoccupazioni stoltenberghiane e, al pari di altre economie europee, vede poco futuro nella NATO quale alleanza militare unificata, tendendo invece a rafforzare gli arsenali nazionali in maniera autonoma, anche al di fuori di standard e priorità NATO.
Berlino dunque, dovendo sostituire 25 Tornado, sembra di fatto orientata non verso gli F-35 americani, la cui manutenzione, sistemi di controllo o formazione dei piloti sarebbero più semplici.
Invece, volendo evitare di mettersi in una posizione di dipendenza dagli USA – metti, per ipotesi, una qualsiasi crisi, la Germania si troverebbe tra le mani macchine che i sistemi USA potrebbero rendere inutilizzabili – anche a costo di spendere abbastanza di più, Berlino sta valutando l’opzione di una trentina di Gripen svedesi, la cui manutenzione è possibile solo in Svezia, con sistemi di controllo e standard di comunicazione svedesi.
E, cosa ancor più “inverosimile”, direbbe Stoltenberg, Berlino mostra di essere del tutto indifferente al fatto che i Gripen non possano svolgere la funzione chiave dell’attacco NATO: ossia fare da vettori di armi nucleari.
Questo da un lato. Ma, d’altro canto, anche rispondere ai comandi della Casa Bianca, che ordina agli “alleati” europei di farsi carico del sostegno all’Ucraina, porta buoni ricavi nelle casse dell’industria militare tedesca.
È così che lunedì scorso Olaf Scholz e il Ministro della guerra Boris Pistorius (entrambi SPD), insieme alla premier danese Mette Frederiksen e al CEO della Rheinmetall Armin Papperger, hanno preso parte alla posa della prima pietra del nuovo complesso della Rheinmetall a Unterlüß, in Bassa Sassonia.
C’è un’atmosfera da corsa all’oro alla Rheinmetall – nota sarcasticamente l’analista di Die junge Welt, Philip Tassev – dato che il commercio delle armi è in forte espansione, in particolare per la fame di munizioni dell’esercito ucraino: si parla di un fabbisogno di almeno 5.000 i proiettili d’artiglieria al giorno, anche se (o proprio perché) poche settimane fa si parlava di appena 20 proiettili al giorno esplosi da una divisione ucraina, contro i 500 della scorsa estate.
La Rheinmetall punta dunque a raddoppiare o addirittura triplicare le proprie capacità produttive, arrivando nel 2025 a produrre fino a 700.000 proiettili di artiglieria l’anno (calibro standard NATO da 155 mm), di cui almeno 200.000 nella nuova struttura.
Scholz ha parlato di una giornata particolare per la «sicurezza del nostro Paese e di tutta l’Europa... per la fornitura autonoma e soprattutto permanente di munizioni di artiglieria alla Bundeswehr e ai nostri partner in Europa».
Di sfuggita, l’area in cui sorgerà il nuovo impianto – la regione tra Celle e Münster, Unterlüß e Bad Fallingbostel – è la zona più militarizzata della Germania e la Rheinmetall vi è presente dal 1899. Nel vicino impianto di Trauen venivano sperimentate le V2 e anche oggi vi si trova il Centro aerospaziale tedesco (DLR).
A Münster è dislocata una delle più grandi guarnigioni della Bundeswehr e l’area d’addestramento NATO a Bergen è una delle più grandi d’Europa.
Ma è comunque dubbio che le nuove forniture tedesche (o italiane, olandesi, ecc.) possano cambiare qualcosa sul campo di battaglia ucraino. Appena nominato Capo di SM, Aleksandr Syrskij si è dato subito a soddisfare le esigenze del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij e, a quanto pare, è intenzionato a ripetere su Avdeevka il “tritacarne” di Artëmovsk (Bakhmut) per cui è così inviso alle sue truppe.
Gli analisti sono convinti che la difesa a qualsiasi prezzo di Avdeevka serva a Zelenskij per dimostrare ai propri finanziatori occidentali che le cose al fronte non vanno poi così male e che Kiev ha dunque bisogno di altri soldi e di armi.
Così Syrskij, nota Vladimir Skachko su Ukraina.ru, dopo aver promesso di preservare la vita dei soldati ucraini, si affretta ora a inviare su Avdeevka la 3° Brigata d’assalto selezionata, una delle più agguerrite delle forze ucraine.
Dopo di che, Forbes ha scritto che se Zalužnyj era famoso per la difesa mobile, per ridurre cioè al minimo le perdite, Syrskij è noto al contrario per ammettere pesanti perdite in battaglie statiche: «Forse, promuovendo Syrskij, Zelenskij ha proclamato che intende combattere per Avdeevka anche a caro prezzo».
Resta a vedere se quel “caro prezzo” verrà davvero pagato dalla 3° Brigata e non dalle reclute comuni. Perché, chiarisce Skachko, la 3° Brigata è composta di «neonazisti più motivati, carnefici e assassini, fomentatori di pogrom per “Azov”. Forte di un proprio sistema di reclutamento e addestramento, la Brigata è una delle formazioni più brutali, ma con più efficienza bellica delle forze ucraine».
Se Zalužnyj era del parere di ritirare le truppe da Avdeevka, ecco che Syrskij è pronto a eseguire l’ordine di Zelenskij di tenere la posizione. In ogni caso, come ammette The Washington Post, ogni tentativo di tenere Avdeevka sarà reso difficile dalla grave carenza di uomini e armi e porterà a nuove massicce perdite.
È ciò che è successo il 13 febbraio a Selidovo, una quarantina di km a nordovest di Donetsk, dove le forze russe – secondo ColonelCassad – hanno mirato scientemente a colpire il forte concentramento di truppe attestate nel campo d’addestramento ucraino, comprese le riserve che probabilmente avrebbero dovuto essere riversare su Avdeevka.
Così va la guerra...
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15/01/2024
Guerra in Ucraina - Una rapida vittoria di Kiev non è nell'interesse USA
Quasi a far eco alla recente intervista concessa lo scorso dicembre a L’Antidiplomatico dall’ambasciatore Alberto Bradanini, in cui era detto, tra l’altro, che l’obiettivo USA per la guerra in Ucraina non è certo quello di sconfiggere la Russia, ma semmai quello di arrivare al «definitivo asservimento dell’Europa e l’estrazione della sua ricchezza a vantaggio dell’impero Usa» – intervista ampiamente ripresa un paio di giorni fa dal portale Stoletie – è ora l’americana The National Interest ad aggiustare il tiro, sostenendo che una “veloce vittoria” dell’Ucraina non è nell’interesse USA e quindi Kiev non riceverà i caccia F-35.
Altrimenti vincerebbe a mani basse... sembra di capire. Oh perbacco!
Nel servizio di TNI si specificano due ragioni per cui i velivoli non verranno forniti alla junta ucraina.
Primo: perché l’aereo verrebbe presto abbattuto dai russi, che si approprierebbero della sua tecnologia segreta. Vero è che, scrive il bimestrale, i russi hanno già in cantiere un proprio caccia di quinta generazione (Su-57), ma «ogni informazione sugli F-35 sarebbe una vittoria per la Russia». Strana teoria: fosse vera, in pratica, non dovrebbero mai essere usati in zone di guerra.
La seconda ragione consiste nella tesi secondo cui potrebbe non essere nell’interesse USA fornire all’Ucraina armi tali da poter cambiare le regole del gioco e “vincere facile” (ah!): «Quanto più a lungo la Russia sarà coinvolta nel conflitto, tanto più si indebolirà sul piano delle risorse militari e del capitale politico. Una Russia più debole è a vantaggio degli USA, e dovrebbe rimanere impegnata in eterno nella guerra», senza mai arrivare alla vittoria.
Ed è ancora The National Interest a “lanciare l’allarme” sul possibile impiego sul teatro ucraino, da parte russa, dei sistemi contraerei S-500 “Prometej” contro i caccia americani F-16, che Kiev potrebbe ricevere da alcuni paesi occidentali.
Ora, i sistemi S-500 sono stati messi a punto specificamente per la lotta ai caccia di quinta generazione e i suoi missili possono raggiungere distanze superiori ai 600 km. A detta degli esperti cinesi, il “Prometej” è in grado di intercettare missili alati e balistici, oltre a rappresentare una minaccia anche per satelliti orbitanti a bassa quota. Sarebbe questa la ragione della titubanza – è il caso della Danimarca – a fornire alla junta gli F-16.
E sullo sfondo di tutti gli ultimi tiraemolla sulle armi, tra Kiev e gli “alleati democratici”, ha fatto la sua seconda visita in Ucraina il premier britannico Rishi Sunak.
Ma se nel novembre del 2022 aveva “portato in dono” (si fa per dire) sistemi contraerei e un migliaio di relativi missili, questa volta è arrivato pressoché a mani vuote, recando solo allettanti promesse per 2,5 miliardi di sterline nel 2024.
La ragione è che Londra stessa, trovandosi con gli arsenali sguarniti da tanti invii a Kiev, è costretta ad acquistare artiglierie dalla Norvegia e missili da Israele. Gli osservatori suppongono che anche la somma promessa dai britannici vada solo a mettere una pezza alla grossa voragine (50 miliardi di dollari) scavata da Kiev nel proprio bilancio.
Una misera pezza, perché sembra che di quei 2,5 miliardi, in moneta sonante, Kiev vedrà appena il 10%; il resto Londra lo destinerà all’acquisto di droni e proiettili da spedire in Ucraina, oltre che all’addestramento di militari col tridente banderista.
In compenso, Sunak e Zelenskij hanno sottoscritto un accordo sulle “garanzie di sicurezza” che Londra accorderebbe a Kiev.
Avrebbe potuto Sunak ricevere Zelenskij a Londra per la firma dell’accordo, oppure avrebbero potuto i due sottoscrivere l’intesa ai margini del vertice di Davos che si apre tra pochi giorni? Avrebbero potuto benissimo farlo; ma Sunak ha scelto proprio il viaggio a Kiev, sottolinea Aleksandr Grišin su Komsomol’skaja Pravda: forse per sottrarsi per qualche giorno agli attacchi casalinghi, dopo l’inizio dei bombardamenti angloamericani sullo Yemen.
In ogni caso, pare che l’intesa sottoscritta non contenga granché di nuovo rispetto agli accordi già in corso tra i due paesi: allarga relativamente la collaborazione nei settori dell’intelligence e della cybersicurezza, dell’addestramento militare e sanitario e dell’industria militare.
L’efficacia dell’accordo si estende al caso di un “nuovo attacco russo”; nel caso Mosca attacchi, ha detto Sunak di fronte ai deputati della Rada, «noi forniremo tutto l’appoggio necessario all’Ucraina: armi moderne a terra, in mare e in cielo, sostegno economico e introdurremo nuove sanzioni che avranno un costo per la Russia».
E infatti proprio questi sono i concreti impegni britannici previsti dall’intesa: entro 24 ore (da un attacco russo) iniziare consultazioni sul da farsi, fornire aiuto e mezzi militari a Kiev, introdurre sanzioni. Nessuna promessa di inviare truppe britanniche a combattere in Ucraina.
Ad ogni buon conto, il presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev ha messo le mani avanti: un eventuale dislocamento ufficiale di contingenti britannici in Ucraina verrà considerato da Mosca come una dichiarazione di guerra.
A ben vedere, afferma il politologo ucraino Mikhail Pavliv in un’intervista a Ukraina.ru, la visita di Sunak non mirava ad accrescere le capacità belliche ucraine, o la stabilità del suo sistema finanziario: l’accordo è un gioco a quattro mani contro gli USA e i loro piani riguardo a Zelenskij, che entro giugno dovrà comunque tenere le presidenziali e perderle.
Un esito che ovviamente non piace né a Zelenskij, né al suo capo di gabinetto Andrej Ermak; così, durante il recentissimo tour baltico, i due si sono incontrati con uomini dei servizi segreti e dell’amministrazione britannici, dopo di che Sunak è arrivato Kiev.
«Tutto ciò non è che un tentativo di salvare Zelenskij e proseguire nella della “fase calda” in Ucraina» afferma Pavliv; «non so come faranno; credo che né Zelenskij né gli inglesi ci riusciranno: gli americani li fermeranno comunque. Gli inglesi hanno interesse a che il conflitto continui a indebolire e distruggere l’Unione europea. Sono interessati a creare forze armate da essi controllate, forti di baltici, ucraini e polacchi».
Ma, in sostanza, gli USA non hanno più bisogno di Zelenskij; nei loro piani c’è un conflitto congelato, a bassi costi, che possa però mantenere attivi tutti i punti di pressione sulla Russia.
Tutto il resto, che viene dai satelliti ruotanti – non per moto proprio – attorno all’asse yankee, rimane sospeso in orbite più o meno elevate, in grado al massimo di infastidire la Russia. Washington può benissimo irridere a quei satelliti alla maniera omerica: «non può vivere a lungo chi contro i numi combatte».
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Altrimenti vincerebbe a mani basse... sembra di capire. Oh perbacco!
Nel servizio di TNI si specificano due ragioni per cui i velivoli non verranno forniti alla junta ucraina.
Primo: perché l’aereo verrebbe presto abbattuto dai russi, che si approprierebbero della sua tecnologia segreta. Vero è che, scrive il bimestrale, i russi hanno già in cantiere un proprio caccia di quinta generazione (Su-57), ma «ogni informazione sugli F-35 sarebbe una vittoria per la Russia». Strana teoria: fosse vera, in pratica, non dovrebbero mai essere usati in zone di guerra.
La seconda ragione consiste nella tesi secondo cui potrebbe non essere nell’interesse USA fornire all’Ucraina armi tali da poter cambiare le regole del gioco e “vincere facile” (ah!): «Quanto più a lungo la Russia sarà coinvolta nel conflitto, tanto più si indebolirà sul piano delle risorse militari e del capitale politico. Una Russia più debole è a vantaggio degli USA, e dovrebbe rimanere impegnata in eterno nella guerra», senza mai arrivare alla vittoria.
Ed è ancora The National Interest a “lanciare l’allarme” sul possibile impiego sul teatro ucraino, da parte russa, dei sistemi contraerei S-500 “Prometej” contro i caccia americani F-16, che Kiev potrebbe ricevere da alcuni paesi occidentali.
Ora, i sistemi S-500 sono stati messi a punto specificamente per la lotta ai caccia di quinta generazione e i suoi missili possono raggiungere distanze superiori ai 600 km. A detta degli esperti cinesi, il “Prometej” è in grado di intercettare missili alati e balistici, oltre a rappresentare una minaccia anche per satelliti orbitanti a bassa quota. Sarebbe questa la ragione della titubanza – è il caso della Danimarca – a fornire alla junta gli F-16.
E sullo sfondo di tutti gli ultimi tiraemolla sulle armi, tra Kiev e gli “alleati democratici”, ha fatto la sua seconda visita in Ucraina il premier britannico Rishi Sunak.
Ma se nel novembre del 2022 aveva “portato in dono” (si fa per dire) sistemi contraerei e un migliaio di relativi missili, questa volta è arrivato pressoché a mani vuote, recando solo allettanti promesse per 2,5 miliardi di sterline nel 2024.
La ragione è che Londra stessa, trovandosi con gli arsenali sguarniti da tanti invii a Kiev, è costretta ad acquistare artiglierie dalla Norvegia e missili da Israele. Gli osservatori suppongono che anche la somma promessa dai britannici vada solo a mettere una pezza alla grossa voragine (50 miliardi di dollari) scavata da Kiev nel proprio bilancio.
Una misera pezza, perché sembra che di quei 2,5 miliardi, in moneta sonante, Kiev vedrà appena il 10%; il resto Londra lo destinerà all’acquisto di droni e proiettili da spedire in Ucraina, oltre che all’addestramento di militari col tridente banderista.
In compenso, Sunak e Zelenskij hanno sottoscritto un accordo sulle “garanzie di sicurezza” che Londra accorderebbe a Kiev.
Avrebbe potuto Sunak ricevere Zelenskij a Londra per la firma dell’accordo, oppure avrebbero potuto i due sottoscrivere l’intesa ai margini del vertice di Davos che si apre tra pochi giorni? Avrebbero potuto benissimo farlo; ma Sunak ha scelto proprio il viaggio a Kiev, sottolinea Aleksandr Grišin su Komsomol’skaja Pravda: forse per sottrarsi per qualche giorno agli attacchi casalinghi, dopo l’inizio dei bombardamenti angloamericani sullo Yemen.
In ogni caso, pare che l’intesa sottoscritta non contenga granché di nuovo rispetto agli accordi già in corso tra i due paesi: allarga relativamente la collaborazione nei settori dell’intelligence e della cybersicurezza, dell’addestramento militare e sanitario e dell’industria militare.
L’efficacia dell’accordo si estende al caso di un “nuovo attacco russo”; nel caso Mosca attacchi, ha detto Sunak di fronte ai deputati della Rada, «noi forniremo tutto l’appoggio necessario all’Ucraina: armi moderne a terra, in mare e in cielo, sostegno economico e introdurremo nuove sanzioni che avranno un costo per la Russia».
E infatti proprio questi sono i concreti impegni britannici previsti dall’intesa: entro 24 ore (da un attacco russo) iniziare consultazioni sul da farsi, fornire aiuto e mezzi militari a Kiev, introdurre sanzioni. Nessuna promessa di inviare truppe britanniche a combattere in Ucraina.
Ad ogni buon conto, il presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev ha messo le mani avanti: un eventuale dislocamento ufficiale di contingenti britannici in Ucraina verrà considerato da Mosca come una dichiarazione di guerra.
A ben vedere, afferma il politologo ucraino Mikhail Pavliv in un’intervista a Ukraina.ru, la visita di Sunak non mirava ad accrescere le capacità belliche ucraine, o la stabilità del suo sistema finanziario: l’accordo è un gioco a quattro mani contro gli USA e i loro piani riguardo a Zelenskij, che entro giugno dovrà comunque tenere le presidenziali e perderle.
Un esito che ovviamente non piace né a Zelenskij, né al suo capo di gabinetto Andrej Ermak; così, durante il recentissimo tour baltico, i due si sono incontrati con uomini dei servizi segreti e dell’amministrazione britannici, dopo di che Sunak è arrivato Kiev.
«Tutto ciò non è che un tentativo di salvare Zelenskij e proseguire nella della “fase calda” in Ucraina» afferma Pavliv; «non so come faranno; credo che né Zelenskij né gli inglesi ci riusciranno: gli americani li fermeranno comunque. Gli inglesi hanno interesse a che il conflitto continui a indebolire e distruggere l’Unione europea. Sono interessati a creare forze armate da essi controllate, forti di baltici, ucraini e polacchi».
Ma, in sostanza, gli USA non hanno più bisogno di Zelenskij; nei loro piani c’è un conflitto congelato, a bassi costi, che possa però mantenere attivi tutti i punti di pressione sulla Russia.
Tutto il resto, che viene dai satelliti ruotanti – non per moto proprio – attorno all’asse yankee, rimane sospeso in orbite più o meno elevate, in grado al massimo di infastidire la Russia. Washington può benissimo irridere a quei satelliti alla maniera omerica: «non può vivere a lungo chi contro i numi combatte».
Fonte
21/09/2023
USA - “Grosso guaio” a Williamsburg per l’F-35
L’acquisto da parte dell’Italia di decine di costosissimi (e tutt’altro che sicuri) F-35 dalla statunitense Lockeed, negli anni scorso è stato spesso al centro di polemiche e scontro politico sulle spese militari.
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
Fonte
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
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