di Francesco Dall'Aglio
Scrivo ora la seconda parte del post che ho condiviso stamattina e che era diventato troppo lungo per poterci attaccare anche questo, che pure è diventato lungo. L’argomento, dicevo, è quello delle perdite russe e delle due valutazioni che bisogna fare sull’argomento: la prima specifica, per posti come Avdiivka o Ugledar, la seconda generale.
Iniziamo dal primo punto. Mi sembra che gli osservatori di questo conflitto sottovalutino, o ignorino del tutto, quanto poderoso e complesso sia il sistema di fortificazioni messo in piedi dal 2014 in poi, e quanto le fortificazioni siano estremamente difficili da superare anche bombardandole fino allo sfinimento.
Ci siamo abituati, probabilmente, all’idea dei conflitti come operazioni veloci in ambienti favorevoli alle avanzate (Iraq, Afghanistan), e quindi vedere combattimenti che si trascinano per mesi (o per 10 anni, come Avdiivka) con guadagni minimi o inesistenti ci colpisce, e ci porta a ritenere che chi attacca sta attaccando male, che ci sia qualcosa che non va nel suo approccio, che sia una tattica antica, degna della prima guerra mondiale (lo si è detto anche della controffensiva ucraina di quest'estate, una volta svaporato l'entusiasmo).
E invece si tratta, semplicemente, del fatto che è un sistema di difesa congegnato estremamente bene e in grado di resistere a bombardamenti prolungati che possono certamente distruggere le strutture in superficie (e infatti lo fanno) ma non possono molto contro i bunker sotterranei. Se poi queste fortificazioni sono interconnesse e in grado di coprirsi a vicenda, come sono, la difficoltà per chi attacca aumenta ulteriormente. Questa cosa è sempre sottovalutata, e invece è fondamentale.
D’altro canto, se vuoi passare oltre quelle fortificazioni le devi prendere, e per prenderle le devi assaltare, e per assaltarle devi mettere in conto di avere molte perdite, come gli ucraini hanno sperimentato sulla loro pelle l’estate scorsa.
Quando hai di fronte un nemico trincerato c’è poco da fare, non ci sono tattiche geniali che ti consentono di averne ragione senza sforzo e non sono i russi che non sanno che fare e mandano le ‟ondate umane”, come dicono i nostri commentatori – e se davvero mandassero le ondate umane, cioè accettassero perdite superiori a quelle che hanno, la partita sarebbe già stata chiusa da tempo – così come quest’estate non erano gli ucraini ad andare allo sbaraglio nei campi minati, era l’unica cosa che potessero fare sperando, letteralmente, che finissero prima le mine dei mezzi che ci saltavano sopra.
L’unico modo per superare queste fortificazioni con perdite relativamente basse sarebbe radunare 500.000 uomini, 5000 carri armati, 50.000 cannoni e 500 bombardieri, concentrarli in un punto del fronte e spianare tutto quello che si trova davanti fino al confine polacco. Ma i costi economici e politici di una cosa del genere sarebbero colossali, senza contare che le perdite ci sarebbero lo stesso: e quindi tanto vale continuare così e accettare le perdite inevitabili.
Inevitabili per via del secondo punto: l’esercito ucraino è, dopo quello russo, la più formidabile macchina da guerra che esista al momento al mondo, per quantità di effettivi, per esperienza di combattimento e per qualità e quantità di equipaggiamenti (mi spiace per gli amici americani, ma loro al momento vengono per terzi e solo sulla fiducia, perché non so che fine farebbero a combattere contro uno qualunque dei primi due. Gli altri sono semplicemente non pervenuti, iraniani e cinesi inclusi. Sugli israeliani stendiamo un velo pietoso).
Anche questa cosa viene costantemente sottovalutata da chi commenta. Così come viene sottovalutato, soprattutto, che l’esercito ucraino è, a tutti gli effetti, la NATO, che però può muoversi indisturbata senza pericolo di perdite e ritorsioni perché, formalmente, non è implicata – e quindi può tenere in piedi linee logistiche transcontinentali che non possono essere attaccate, satelliti che non possono essere accecati, aerei e droni spia che non possono essere abbattuti, fornire materiale militare prodotto in fabbriche che non possono essere bombardate, e mandare personale militare qualificato come ‟volontario” e che quindi non coinvolge i Paesi di appartenenza.
Gli ucraini ci mettono i corpi, la NATO le armi. E non facciamoci ingannare dal fatto che, molto spesso, abbiamo mandato ferraglia: abbiamo mandato ferraglia perché, in buona parte, nei nostri arsenali c’è ferraglia (cosa che ha sorpreso gli ingenui, che evidentemente non erano mai entrati in una caserma), ma abbiamo mandato anche cose ottime: per dire, al momento l’Ucraina è, di tutti i paesi NATO escludendo gli USA, quella in possesso del maggior numero di sistemi antiaerei e del maggior numero di mezzi corazzati e blindati, sempre senza contare l’intelligence. Un missile russo avrebbe molti meno problemi ad arrivare a Berlino che a Kiev.
Appaiato al primo punto, il sistema di fortificazioni, è ovvio che il prosieguo delle azioni militari avverrà a prezzo di perdite russe che potranno essere anche molto ingenti, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso, soprattutto se la Russia dovesse decidersi a una nuova mobilitazione. E se è chiaro il motivo che spinge le voci ucraine e NATO a enfatizzare oltremisura le perdite russe e minimizzare le proprie, da parte russa pretendere di condurre una guerra del genere senza perdite è folle (penso a pagine come la pur ottima Fighterbomber, che letteralmente impazzisce ogni volta che un aereo russo viene abbattuto immaginando immancabilmente complotti e inefficienze, come se in guerra gli aerei non potessero essere mai abbattuti dalla contraerea) e ignorarle o minimizzarle come spesso fanno i commentatori russi è una cosa sciocca – però anche loro hanno obblighi contrattuali e di convenienza come i colleghi ucraini e occidentali.
Del resto lo scopo del volo a Kiev di Johnson quando pareva che le parti si fossero accordate, e della proibizione legale di Zelensky a trattare è proprio quello di trascinare il conflitto (sulla cui conclusione nessuno si fa illusioni, nonostante le scemenze che si scrivono sui giornali) quanto più a lungo possibile, e infliggere alla Russia quante più perdite possibili, oltre a rimettere in piedi la propria industria militare e spendere tutto il materiale bellico degli ‟alleati” per rimpiazzarlo con prodotti USA; da cui il prossimo invio di ATACMS statunitensi a gittata maggiorata, e probabilmente anche dei Taurus tedeschi, per colpire nelle retrovie finora più o meno sicure aumentando quanto più possibile le perdite suddette.
Però, perdite alte o meno, al momento le cose favoriscono la Russia e la favoriscono anche, e molto, proprio dal punto di vista del rapporto tra danni inflitti e subiti, il che sta dando non pochi grattacapi ai nostri alti comandanti che pensavano di poterla chiudere parecchio prima e con molti più vantaggi e invece si trovano in una posizione complicata (mai quanto quella degli ucraini, ma di loro, sappiamo, ci importa poco): al momento il piano sta funzionando ma il costo che stiamo pagando, anche se non in termini di vite umane e di devastazioni (anche lì è roba degli ucraini, che ce ne importa), è abbastanza alto e salirà ancora.
Soprattutto, per quanto alte possano essere le perdite russe, gli ucraini finiranno molto prima dei russi, sempre ammesso che intendano combattere fino all’ultimo uomo, o donna, visto che ormai al fronte ci sono anche loro, e certo la NATO non avrà intenzione di impegnarsi direttamente, non solo perché la faccenda finirebbe molto presto e molto male, dal punto di vista atomico, ma perché non c’è materiale sufficiente per farlo, nemmeno se la Russia venisse indebolita drammaticamente più di quanto non lo sia ora (per quel dettaglio, appunto, dell’atomica). La cosa fondamentale è ridurre il potenziale offensivo, ma soprattutto difensivo, russo, e poter celebrare comunque una vittoria alla fine: hanno vinto loro, ma a che prezzo! E l’Ucraina alla fine si arrangi, ci abbiamo provato. E quindi sì: incredibile a dirsi, ci sono perdite nell’esercito russo, non sono basse e ce ne saranno molte di più. Nelle guerre mondiali succede, anche in quelle strane come questa.
PS – preparatevi per altre incursioni sulla Crimea, sulle navi eccetera, oggi c'erano SEI tra aerei e droni NATO sul Mar Nero al momento, e sappiamo cosa succede di lì a poco.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Avdiivka. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Avdiivka. Mostra tutti i post
21/02/2024
Guerra in Ucraina - La conquista di Avdeevka modifica la logistica del fronte
di Francesco Dall'Aglio
Per quanto riguarda le operazioni militari di solito ci si concentra su quello che c'è sulla linea del fronte o nelle sue immediate vicinanze: e così ci si chiede quale sarà l'effetto pratico della presa di Avdeevka per le successive operazioni militari russe e, di converso, le conseguenze della sua perdita per l'architettura difensiva ucraina nel Donbas.
Non ci si concentra però mai abbastanza su quello che c'è alle spalle della linea del fronte, e delle conseguenze che il suo spostamento può avere per la logistica. Da questo punto di vista avere neutralizzato Avdeevka è per i russi di grande importanza. Ora che la linea dei combattimenti si è allontanata si può iniziare a pensare di rimettere in sesto l'autostrada Donetsk-Gorlovka e, soprattutto, la stazione di Yasinuvata, all'epoca dell'URSS uno dei più importanti nodi ferroviari per il trasporto merci dell'intera Unione.
Questo consentirebbe anche di riaprire al traffico la stazione ferroviaria di Donetsk, al momento inattiva, oltre che per il pericolo di bombardamenti proprio per l'interruzione delle linee ferroviarie a Yasinuvata. Il vantaggio per la logistica russa è, come si può facilmente intuire, molto grande.
Ci vorrà ovviamente del tempo, perché è vero che le linee si sono spostate verso ovest ma Donetsk resta nel raggio d'azione delle artiglierie ucraine. Però, appunto, quando si discute delle conseguenze di una battaglia ci sono molte altre cose, oltre al luogo che si è conquistato o perso, che vanno prese in considerazione.
Nella foto, l'area di Yasinuvata al momento (o almeno al momento dell'ultima foto satellitare di Google).
Fonte
Per quanto riguarda le operazioni militari di solito ci si concentra su quello che c'è sulla linea del fronte o nelle sue immediate vicinanze: e così ci si chiede quale sarà l'effetto pratico della presa di Avdeevka per le successive operazioni militari russe e, di converso, le conseguenze della sua perdita per l'architettura difensiva ucraina nel Donbas.
Non ci si concentra però mai abbastanza su quello che c'è alle spalle della linea del fronte, e delle conseguenze che il suo spostamento può avere per la logistica. Da questo punto di vista avere neutralizzato Avdeevka è per i russi di grande importanza. Ora che la linea dei combattimenti si è allontanata si può iniziare a pensare di rimettere in sesto l'autostrada Donetsk-Gorlovka e, soprattutto, la stazione di Yasinuvata, all'epoca dell'URSS uno dei più importanti nodi ferroviari per il trasporto merci dell'intera Unione.
Questo consentirebbe anche di riaprire al traffico la stazione ferroviaria di Donetsk, al momento inattiva, oltre che per il pericolo di bombardamenti proprio per l'interruzione delle linee ferroviarie a Yasinuvata. Il vantaggio per la logistica russa è, come si può facilmente intuire, molto grande.
Ci vorrà ovviamente del tempo, perché è vero che le linee si sono spostate verso ovest ma Donetsk resta nel raggio d'azione delle artiglierie ucraine. Però, appunto, quando si discute delle conseguenze di una battaglia ci sono molte altre cose, oltre al luogo che si è conquistato o perso, che vanno prese in considerazione.
Nella foto, l'area di Yasinuvata al momento (o almeno al momento dell'ultima foto satellitare di Google).
Fonte
20/02/2024
Mosca chiama Quito: volete vendere armi o banane?
Il tricolore russo sui punti strategici di Avdeevka ha una portata militare che è difficile sottovalutare e anche sul piano dei prossimi rapporti tra Kiev e i padrini occidentali il suo significato è di valore considerevole.
C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.
Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.
Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.
Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.
Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.
A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.
Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.
Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.
Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.
Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».
La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.
Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.
Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.
Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.
Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.
È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.
C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.
Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.
Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».
Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...
Fonte
C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.
Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.
Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.
Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.
Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.
A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.
Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.
Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.
Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.
Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».
La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.
Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.
Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.
Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.
Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.
È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.
C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.
Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.
Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».
Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...
Fonte
18/02/2024
Guerra in Ucraina - La situazione ad Avdiivka
di Francesco Dall'Aglio
Quello che sta succedendo ad Avdiivka ora (da quello che ne possiamo capire).
1) La città non è stata presa. Ci sono sacche di resistenza, zone in cui non c’è presenza russa (ma non è detto che ci sia presenza ucraina), unità che hanno perso i contatti col resto delle forze ucraine, aree minate in cui nessuno entra eccetera, e poi la cokeria, dove si è asserragliato il battaglione Azov ricostituito, ovvero la Terza Brigata. La situazione all’interno del centro abitato è a dir poco fluida, ma ovviamente la tendenza generale è quella di abbandonarlo in maniera quanto più veloce possibile.
2) Questa ritirata è un disastro e non c’è modo di definirla diversamente. Col suo comunicato di stanotte Syrs'kyj ha cercato di far passare come manovra ordinata quella che è stata una serie di iniziative scoordinate partite dalle unità sul campo, non sappiamo se autorizzate o meno dal comando. L’ordine di ritirarsi è arrivato troppo tardi, quando la situazione era già compromessa non solo per quanto riguarda il mantenimento delle posizioni in città, ma anche e soprattutto la creazione di un corridoio di ritirata organizzata.
Le unità si sono ritirate come hanno potuto, a livello di squadre o singole unità, sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione russa che sta agendo indisturbata da giorni, attraverso i campi perché non ci sono più strade utilizzabili. Le conseguenze, per gli uomini implicati in questa manovra, sono ovvie: perdite altissime e abbandono del materiale e dei feriti. In città c’erano più o meno 1500-2000 soldati e da quello che vediamo, e spero per loro di sbagliarmi, ne verrà fuori un terzo. Questa non è Bahmut, dove la pressione è stata costante per mesi e l’esercito ucraina aveva a disposizione linee relativamente comode per retrocedere. Questa è Soledar, un massacro veloce per crollo improvviso del fronte, ma con molti più uomini implicati.
Chi poi studia il conflitto da quando è iniziato veramente troverà analogie significative anche con Debaltsevo dove, manco a farlo apposta, il comandante delle forze ucraine era sempre Syrs'kyj (qui lui c’entra relativamente perché la situazione era già irrecuperabile, ma avrebbe dovuto arrivare già con un piano di evacuazione completo invece di improvvisarne uno a rotta già iniziata).
3) Le truppe ucraine si stanno ritirando ‟su posizioni più vantaggiose”. Ma dove sono queste posizioni? Non è chiaro dove il comando ucraino intenda attestare la nuova linea di difesa, né se il comando russo intenda, come dopo Bahmut, fare una ‟pausa operativa”. A giudicare da quello che stiamo vedendo, non ci sarà nessuna pausa. Il morale russo (parlo delle truppe) è alle stelle, quello ucraino sotto i tacchi, sia per l’importanza di Avdiivka in sé, che come simbolo.
La battaglia di Avdiivka non finisce ad Avdiivka.
Fonte
Quello che sta succedendo ad Avdiivka ora (da quello che ne possiamo capire).
1) La città non è stata presa. Ci sono sacche di resistenza, zone in cui non c’è presenza russa (ma non è detto che ci sia presenza ucraina), unità che hanno perso i contatti col resto delle forze ucraine, aree minate in cui nessuno entra eccetera, e poi la cokeria, dove si è asserragliato il battaglione Azov ricostituito, ovvero la Terza Brigata. La situazione all’interno del centro abitato è a dir poco fluida, ma ovviamente la tendenza generale è quella di abbandonarlo in maniera quanto più veloce possibile.
2) Questa ritirata è un disastro e non c’è modo di definirla diversamente. Col suo comunicato di stanotte Syrs'kyj ha cercato di far passare come manovra ordinata quella che è stata una serie di iniziative scoordinate partite dalle unità sul campo, non sappiamo se autorizzate o meno dal comando. L’ordine di ritirarsi è arrivato troppo tardi, quando la situazione era già compromessa non solo per quanto riguarda il mantenimento delle posizioni in città, ma anche e soprattutto la creazione di un corridoio di ritirata organizzata.
Le unità si sono ritirate come hanno potuto, a livello di squadre o singole unità, sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione russa che sta agendo indisturbata da giorni, attraverso i campi perché non ci sono più strade utilizzabili. Le conseguenze, per gli uomini implicati in questa manovra, sono ovvie: perdite altissime e abbandono del materiale e dei feriti. In città c’erano più o meno 1500-2000 soldati e da quello che vediamo, e spero per loro di sbagliarmi, ne verrà fuori un terzo. Questa non è Bahmut, dove la pressione è stata costante per mesi e l’esercito ucraina aveva a disposizione linee relativamente comode per retrocedere. Questa è Soledar, un massacro veloce per crollo improvviso del fronte, ma con molti più uomini implicati.
Chi poi studia il conflitto da quando è iniziato veramente troverà analogie significative anche con Debaltsevo dove, manco a farlo apposta, il comandante delle forze ucraine era sempre Syrs'kyj (qui lui c’entra relativamente perché la situazione era già irrecuperabile, ma avrebbe dovuto arrivare già con un piano di evacuazione completo invece di improvvisarne uno a rotta già iniziata).
3) Le truppe ucraine si stanno ritirando ‟su posizioni più vantaggiose”. Ma dove sono queste posizioni? Non è chiaro dove il comando ucraino intenda attestare la nuova linea di difesa, né se il comando russo intenda, come dopo Bahmut, fare una ‟pausa operativa”. A giudicare da quello che stiamo vedendo, non ci sarà nessuna pausa. Il morale russo (parlo delle truppe) è alle stelle, quello ucraino sotto i tacchi, sia per l’importanza di Avdiivka in sé, che come simbolo.
La battaglia di Avdiivka non finisce ad Avdiivka.
Fonte
16/02/2024
Guerra in Ucraina - Il conflito minaccia di arrivare fino allo Spazio
di Francesco Dall'Aglio
Ammettendo che la cosa sia vera e non sia l'ultimo tentativo disperato di spillare i soldi al Congresso USA spaventando l'opinione pubblica, cerchiamo di fare il punto su quale sarebbe questa minaccia russa delle "atomiche nello spazio".
L'ipotesi più accreditata (sempre ammettendo che la storia sia vera eccetera) è l'utilizzo di armi atomiche in funzione anti-satellite (abbiamo già detto che l'assistenza principale che gli USA/NATO stanno dando all'Ucraina consiste nell'intelligence, di cui i satelliti sono il pilastro): non perché per distruggere un satellite ci sia bisogno dell'atomica ma per generare un impulso elettromagnetico (EMP) che ne metterebbe fuori uso le apparecchiature elettroniche rendendolo inservibile (e potrebbe, indirettamente, provocarne l'uscita dall'orbita ma questo è irrilevante).
Ragionando in termini di escalation controllata credo che il primo bersaglio sarebbero i satelliti commerciali (Maxar e simili) "affittati" a scopi militari, i satelliti per le comunicazioni (Starlink incluso) e quelli della rete GPS, riducendo l'efficacia dei missili cruise e balistici. Poi si passerebbe a quelli governativi.
Mettere in orbita armi simili, indipendentemente dal loro uso, vorrebbe dire uscire dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 (che trovate qui), che bandisce tutte le armi nucleari in orbita. Gli USA giustamente sono "preoccupati" (vedi qui) ma lo erano meno quando a uscire dai tratti sono stati loro (ABM nel 2001, INF nel 2019).
Intanto, qualcosa sta succedendo davvero nei dintorni del satellite spia USA 245_39232 (meglio noto come KH-11), parte del network di osservazione Keyhole/CRYSTAL le cui capacità sono considerate estremamente avanzate, ed è la cosa che si vede nell'apparentemente enigmatica foto che allego. Il 26 novembre 2023 è stato messo in orbita "nell'interesse del Ministero della Difesa della Federazione Russa" un satellite che il 5 dicembre, come confermato dalla TASS, si è diviso in due. Da metà gennaio entrambi i satelliti russi, identificati come Kosmos 2542 e Kosmos 2543, stanno seguendo da vicino USA 245. Secondo Brian Weeden, un esperto (vero) del settore, 2542 e 2543 sono in grado di capire dove puntano i sistemi di rilevamento di USA 245, quindi cosa sta spiando, e potrebbero ipoteticamente anche intercettare le sue comunicazioni.
John “Jay” Raymond, il comandante della US Space Force, si dice molto preoccupato (già nel 2017 i russi hanno messo in orbita un satellite che ne ha messo in orbita un altro, e secondo gli USA il secondo ha lanciato nello spazio esterno un proiettile ad alta velocità) e, tanto per andare sul sicuro, chiede un finanziamento di 15 miliardi perché, dice, “è chiaro che la Russia sta sviluppando capacità orbitali che provano a sfruttare la nostra dipendenza dai sistemi basati nello spazio che sostengono il nostro stile di vita americano". Qui molti più dettagli e link.
Nel frattempo, Peskov (che, ricordo, è il portavoce del Cremlino e non un fesso qualunque) ha detto che la guerra è cominciata come guerra in Ucraina ma si è evoluta in guerra contro "l'Occidente collettivo" visto che lo stesso, guidato dagli USA, è direttamente implicato nel conflitto (io credo che chiunque abbia lasciato il Global Hawk in volo mentre i droni ucraini affondavano il Kunikov abbia un po' sottovalutato la cosa. O forse lo scopo era proprio questo).
La difesa di Avdiivka, invece, è diventata sempre più difficile e sta perdendo coerenza, con varie unità che cercano di sganciarsi dal centro abitato confluendo nel "Quartiere 9", più o meno al centro della carta che allego. Da lì, l'idea è di tagliare attraverso i campi (il che significa abbandonare l'equipaggiamento pesante) in direzione di Lastočkine, ma ormai i russi sono arrivati sulla strada che la collega ad Avdiivka. A sud, le fortificazioni "Zenit" e "Čeburaška" sono state abbandonate, a est la stazione di filtraggio pare definitivamente in mano russa. Non è ancora chiaro in quanti sono riusciti ad allontanarsi in una zona in cui il fuoco di soppressione è quasi del tutto russo, e non ci sono più strade sicure da tempo. Resiste ancora la cokeria a nord, ma corre il rischio di essere circondata da tre lati nel giro di poche ore.
Fonte
Ammettendo che la cosa sia vera e non sia l'ultimo tentativo disperato di spillare i soldi al Congresso USA spaventando l'opinione pubblica, cerchiamo di fare il punto su quale sarebbe questa minaccia russa delle "atomiche nello spazio".
L'ipotesi più accreditata (sempre ammettendo che la storia sia vera eccetera) è l'utilizzo di armi atomiche in funzione anti-satellite (abbiamo già detto che l'assistenza principale che gli USA/NATO stanno dando all'Ucraina consiste nell'intelligence, di cui i satelliti sono il pilastro): non perché per distruggere un satellite ci sia bisogno dell'atomica ma per generare un impulso elettromagnetico (EMP) che ne metterebbe fuori uso le apparecchiature elettroniche rendendolo inservibile (e potrebbe, indirettamente, provocarne l'uscita dall'orbita ma questo è irrilevante).
Ragionando in termini di escalation controllata credo che il primo bersaglio sarebbero i satelliti commerciali (Maxar e simili) "affittati" a scopi militari, i satelliti per le comunicazioni (Starlink incluso) e quelli della rete GPS, riducendo l'efficacia dei missili cruise e balistici. Poi si passerebbe a quelli governativi.
Mettere in orbita armi simili, indipendentemente dal loro uso, vorrebbe dire uscire dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 (che trovate qui), che bandisce tutte le armi nucleari in orbita. Gli USA giustamente sono "preoccupati" (vedi qui) ma lo erano meno quando a uscire dai tratti sono stati loro (ABM nel 2001, INF nel 2019).
Intanto, qualcosa sta succedendo davvero nei dintorni del satellite spia USA 245_39232 (meglio noto come KH-11), parte del network di osservazione Keyhole/CRYSTAL le cui capacità sono considerate estremamente avanzate, ed è la cosa che si vede nell'apparentemente enigmatica foto che allego. Il 26 novembre 2023 è stato messo in orbita "nell'interesse del Ministero della Difesa della Federazione Russa" un satellite che il 5 dicembre, come confermato dalla TASS, si è diviso in due. Da metà gennaio entrambi i satelliti russi, identificati come Kosmos 2542 e Kosmos 2543, stanno seguendo da vicino USA 245. Secondo Brian Weeden, un esperto (vero) del settore, 2542 e 2543 sono in grado di capire dove puntano i sistemi di rilevamento di USA 245, quindi cosa sta spiando, e potrebbero ipoteticamente anche intercettare le sue comunicazioni.
John “Jay” Raymond, il comandante della US Space Force, si dice molto preoccupato (già nel 2017 i russi hanno messo in orbita un satellite che ne ha messo in orbita un altro, e secondo gli USA il secondo ha lanciato nello spazio esterno un proiettile ad alta velocità) e, tanto per andare sul sicuro, chiede un finanziamento di 15 miliardi perché, dice, “è chiaro che la Russia sta sviluppando capacità orbitali che provano a sfruttare la nostra dipendenza dai sistemi basati nello spazio che sostengono il nostro stile di vita americano". Qui molti più dettagli e link.
Nel frattempo, Peskov (che, ricordo, è il portavoce del Cremlino e non un fesso qualunque) ha detto che la guerra è cominciata come guerra in Ucraina ma si è evoluta in guerra contro "l'Occidente collettivo" visto che lo stesso, guidato dagli USA, è direttamente implicato nel conflitto (io credo che chiunque abbia lasciato il Global Hawk in volo mentre i droni ucraini affondavano il Kunikov abbia un po' sottovalutato la cosa. O forse lo scopo era proprio questo).
La difesa di Avdiivka, invece, è diventata sempre più difficile e sta perdendo coerenza, con varie unità che cercano di sganciarsi dal centro abitato confluendo nel "Quartiere 9", più o meno al centro della carta che allego. Da lì, l'idea è di tagliare attraverso i campi (il che significa abbandonare l'equipaggiamento pesante) in direzione di Lastočkine, ma ormai i russi sono arrivati sulla strada che la collega ad Avdiivka. A sud, le fortificazioni "Zenit" e "Čeburaška" sono state abbandonate, a est la stazione di filtraggio pare definitivamente in mano russa. Non è ancora chiaro in quanti sono riusciti ad allontanarsi in una zona in cui il fuoco di soppressione è quasi del tutto russo, e non ci sono più strade sicure da tempo. Resiste ancora la cokeria a nord, ma corre il rischio di essere circondata da tre lati nel giro di poche ore.
Fonte
15/02/2024
Guerra in Ucraina - Una nave non fa primavera, ma serve alla propaganda
di Francesco Dall'Aglio
C’è grande entusiasmo sui canali ucraini dopo l’attacco con droni, e il probabile affondamento (vedi foto), della nave da sbarco “Tsezar Kunikov” (varata nel 1986...) all’alba di ieri mattina. A rigor di logica l’entusiasmo dovrebbe essere statunitense: è vero che i droni usati sono di fabbricazione ucraina (potrebbero anche essere inglesi, in realtà), ma l’intelligence grazie alla quale la nave è stata colpita è – come sempre – statunitense.
Anzi stavolta il Global Hawk RQ-4B non si è limitato a indirizzare l’attacco per poi allontanarsi, ma è rimasto in zona (a debita distanza, ovviamente) fino all’impatto, evidentemente per essere sicuro che il colpo andasse a segno.
Questo, probabilmente, perché si è reso necessario rispondere molto velocemente all’occupazione quasi totale dello spazio mediatico da parte russa, prima con l’intervista a Putin e poi con le notizie che arrivano da Avdiivka (e non solo da Avdiivka) sulle quali torneremo in seguito.
Il senso dell’attacco è sempre lo stesso: occupare i media e i social colpendo bersagli di poco conto ma di grande impatto mediatico (una nave è pur sempre una nave e nell’immaginario popolare ogni nave è una corazzata, anche se non esistono più e anche se in questo caso si tratta sostanzialmente di un traghetto, visto che come le altre navi di classe Ropucha era utilizzata per trasportare rifornimenti e carburante) dare l’impressione che si vince, anzi si trionfa, si “umilia” la Russia (c’è sempre questa questione dell’umiliazione che ritorna in modo ossessivo.
Io non mi permetto mai di fare kink shaming, ma non sempre ci interessa conoscere le altrui parafilie), giustificare le ulteriori richieste di soldi e mezzi (ci date così poco e otteniamo questi risultati, figuratevi se ci deste molto, come dovreste – e infatti il ministro della difesa britannico ha subito twittato che l’affondamento della Kunikov deve ricordarci che i nostri finanziamenti servono a far vincere l’Ucraina) e, appunto, generare entusiasmo nel campo un po’ azzoppato del fronte filo-ucraino (basta vedere in che modo e con che numeri erano accolte notizie simili prima di quest’estate).
Il problema è che ogni volta che si manifestano motivi per rinnovare l’entusiasmo (una nave, una raffineria, un’incursione) aumenta il prezzo finale che l’Ucraina pagherà, sia in prolungamento del confitto che in distruzione che, soprattutto, in perdite territoriali, perché ogni azione del genere rende sempre più evidente che la sicurezza strategica della Russia passa per l’assorbimento dell’intero litorale ucraino, Odessa inclusa.
Del resto, le aperture diplomatiche di Putin sono state respinte, come hanno riportato ieri fonti statunitensi e come Lavrov ha confermato oggi. per cui si continua a oltranza.
Dicevamo dell'”entusiasmo”, e in effetti, viste le notizie dei giorni scorsi, pare logico che ci fosse bisogno di qualcosa per risollevarlo.
L’abitato di Avdiivka è tagliato in due e la strada più comoda (non l’unica) per rifornire la parte meridionale è stata interrotta; il previsto contrattacco ucraino (che forse potrebbe avere come unico scopo quello di consentire alle unità a sud di sfilarsi con maggiore tranquillità) avrebbe inoltre subito una battuta d’arresto molto seria tra ieri e stanotte, quando una serie di attacchi missilistici e di bombe a grappolo hanno colpito un concentramento di truppe ucraine (si dice la terza brigata d’assalto, ovvero il battaglione Azov redivivo, ma la notizia non è confermata) a Selidovo e Tsukurino, con conseguenze apparentemente molto serie (anche se il numero di vittime riportato da certi canali, anch’essi entusiasti ma per altri motivi, è del tutto irrealistico).
A Salidovo, tra l’altro, stanotte è stato centrato l’ospedale, conferma indiretta che l’attacco di ieri aveva causato davvero un alto numero di perdite.
Avdiivka non è l’unico settore pericolante: nel settore di Lysyčans’k le truppe russe sono avanzate fin dentro Belogorovka. A nord-ovest di Donetsk hanno raggiunto il centro di Pervomajskoye. Continuano ad avanzare a ovest di Marinka.
Soprattutto, ed è forse la notizia peggiore per l’Ucraina (e un po’ mi stupisce che se ne parli poco e tutti siano concentrati solo su Avdiivka), i russi stanno avanzando da Bahmut in direzione di Chasiv Yar, lo snodo logistico molto importante che l’esausta Wagner non riuscì ad attaccare dopo aver completato la conquista della città l’anno scorso.
Sempre nello stesso settore ieri hanno messo piede a Ivanovskoye, e da qualche giorno si sono attestati immediatamente all’esterno di Bohdanovka (e io penso che, prima di impegnare Chasiv Yar, dovranno prendere il controllo di questi due paesi).
Non solo i guadagni territoriali ottenuti dalle FFAA ucraine durante la controffensiva di quest’estate sono stati recuperati, ma anche in quel settore è ripresa l’avanzata russa. Come ha detto Syrsky ieri, ‟la situazione è complicata”.
Hai voglia ad affondare navi degli anni ’80.
P. S. – Forse c’è un altro motivo per cui il Kunikov è stato attaccato stamattina. Oggi è il 14 febbraio. Il maggiore Tsezar Kunikov (nella foto a fianco), dal quale ha preso nome la nave affondata oggi, еrое della battaglia di Malaya Zemlja per la quale è stato insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, è morto il 14 febbraio 1943 combattendo contro i “lettori di Kant”.
Potrebbe essere solo una coincidenza, ma mi riservo il diritto di credere che non lo sia.
Fonte
C’è grande entusiasmo sui canali ucraini dopo l’attacco con droni, e il probabile affondamento (vedi foto), della nave da sbarco “Tsezar Kunikov” (varata nel 1986...) all’alba di ieri mattina. A rigor di logica l’entusiasmo dovrebbe essere statunitense: è vero che i droni usati sono di fabbricazione ucraina (potrebbero anche essere inglesi, in realtà), ma l’intelligence grazie alla quale la nave è stata colpita è – come sempre – statunitense.
Anzi stavolta il Global Hawk RQ-4B non si è limitato a indirizzare l’attacco per poi allontanarsi, ma è rimasto in zona (a debita distanza, ovviamente) fino all’impatto, evidentemente per essere sicuro che il colpo andasse a segno.
Questo, probabilmente, perché si è reso necessario rispondere molto velocemente all’occupazione quasi totale dello spazio mediatico da parte russa, prima con l’intervista a Putin e poi con le notizie che arrivano da Avdiivka (e non solo da Avdiivka) sulle quali torneremo in seguito.
Il senso dell’attacco è sempre lo stesso: occupare i media e i social colpendo bersagli di poco conto ma di grande impatto mediatico (una nave è pur sempre una nave e nell’immaginario popolare ogni nave è una corazzata, anche se non esistono più e anche se in questo caso si tratta sostanzialmente di un traghetto, visto che come le altre navi di classe Ropucha era utilizzata per trasportare rifornimenti e carburante) dare l’impressione che si vince, anzi si trionfa, si “umilia” la Russia (c’è sempre questa questione dell’umiliazione che ritorna in modo ossessivo.
Io non mi permetto mai di fare kink shaming, ma non sempre ci interessa conoscere le altrui parafilie), giustificare le ulteriori richieste di soldi e mezzi (ci date così poco e otteniamo questi risultati, figuratevi se ci deste molto, come dovreste – e infatti il ministro della difesa britannico ha subito twittato che l’affondamento della Kunikov deve ricordarci che i nostri finanziamenti servono a far vincere l’Ucraina) e, appunto, generare entusiasmo nel campo un po’ azzoppato del fronte filo-ucraino (basta vedere in che modo e con che numeri erano accolte notizie simili prima di quest’estate).
Il problema è che ogni volta che si manifestano motivi per rinnovare l’entusiasmo (una nave, una raffineria, un’incursione) aumenta il prezzo finale che l’Ucraina pagherà, sia in prolungamento del confitto che in distruzione che, soprattutto, in perdite territoriali, perché ogni azione del genere rende sempre più evidente che la sicurezza strategica della Russia passa per l’assorbimento dell’intero litorale ucraino, Odessa inclusa.
Del resto, le aperture diplomatiche di Putin sono state respinte, come hanno riportato ieri fonti statunitensi e come Lavrov ha confermato oggi. per cui si continua a oltranza.
Dicevamo dell'”entusiasmo”, e in effetti, viste le notizie dei giorni scorsi, pare logico che ci fosse bisogno di qualcosa per risollevarlo.
L’abitato di Avdiivka è tagliato in due e la strada più comoda (non l’unica) per rifornire la parte meridionale è stata interrotta; il previsto contrattacco ucraino (che forse potrebbe avere come unico scopo quello di consentire alle unità a sud di sfilarsi con maggiore tranquillità) avrebbe inoltre subito una battuta d’arresto molto seria tra ieri e stanotte, quando una serie di attacchi missilistici e di bombe a grappolo hanno colpito un concentramento di truppe ucraine (si dice la terza brigata d’assalto, ovvero il battaglione Azov redivivo, ma la notizia non è confermata) a Selidovo e Tsukurino, con conseguenze apparentemente molto serie (anche se il numero di vittime riportato da certi canali, anch’essi entusiasti ma per altri motivi, è del tutto irrealistico).
A Salidovo, tra l’altro, stanotte è stato centrato l’ospedale, conferma indiretta che l’attacco di ieri aveva causato davvero un alto numero di perdite.
Avdiivka non è l’unico settore pericolante: nel settore di Lysyčans’k le truppe russe sono avanzate fin dentro Belogorovka. A nord-ovest di Donetsk hanno raggiunto il centro di Pervomajskoye. Continuano ad avanzare a ovest di Marinka.
Soprattutto, ed è forse la notizia peggiore per l’Ucraina (e un po’ mi stupisce che se ne parli poco e tutti siano concentrati solo su Avdiivka), i russi stanno avanzando da Bahmut in direzione di Chasiv Yar, lo snodo logistico molto importante che l’esausta Wagner non riuscì ad attaccare dopo aver completato la conquista della città l’anno scorso.
Sempre nello stesso settore ieri hanno messo piede a Ivanovskoye, e da qualche giorno si sono attestati immediatamente all’esterno di Bohdanovka (e io penso che, prima di impegnare Chasiv Yar, dovranno prendere il controllo di questi due paesi).
Non solo i guadagni territoriali ottenuti dalle FFAA ucraine durante la controffensiva di quest’estate sono stati recuperati, ma anche in quel settore è ripresa l’avanzata russa. Come ha detto Syrsky ieri, ‟la situazione è complicata”.
Hai voglia ad affondare navi degli anni ’80.
P. S. – Forse c’è un altro motivo per cui il Kunikov è stato attaccato stamattina. Oggi è il 14 febbraio. Il maggiore Tsezar Kunikov (nella foto a fianco), dal quale ha preso nome la nave affondata oggi, еrое della battaglia di Malaya Zemlja per la quale è stato insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, è morto il 14 febbraio 1943 combattendo contro i “lettori di Kant”.
Potrebbe essere solo una coincidenza, ma mi riservo il diritto di credere che non lo sia.
Fonte
14/02/2024
Guerra in Ucraina - Nonostante le armi occidentali, le perdite ucraine aumentano
Le note declamazioni di Donald Trump a proposito del rifiuto americano a difendere, da un’eventuale aggressione russa, un qualsiasi paese NATO che non abbia stanziato almeno il 2% del PIL per armarsi – «non hai pagato? Sei un trasgressore? Io non ti difenderei. Anzi, consiglierei ai russi, perdio, di fare tutto quello che vogliono. Tu devi pagare» – e la replica indiretta di Jens Stoltenberg sul fatto che «Qualsiasi ipotesi che gli alleati non si difendano a vicenda mina tutta la nostra sicurezza, compresa quella USA», non lasciano affatto il cosiddetto “tempo che trovano”.
Dietro quelle affermazioni c’è la difesa sul campo dell’industria militare yankee che, da quegli stanziamenti trae profitto, chiunque sieda alla Casa Bianca: Trump o Biden.
C’è anche la preoccupazione di quel complesso militare-industriale a stelle e strisce per l’espandersi di pericolosi concorrenti, proprio tra i paesi NATO. Perché, se le ambizioni di alcuni di quei paesi a dotarsi di armi nucleari appaiono abbastanza campate in aria, i passi concreti di altri sono già oggi discretamente reali.
Così, nella “nuova” Polonia liberal-europeista, il generale a riposo Jaroslav Krashevskiy proclama che il paese debba dotarsi di armi nucleari per garantirsi un più alto livello di sicurezza. Dunque, alle 100 testate atomiche USA dislocate oggi in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia (cui pare debbano tornare ad aggiungersi quelle ritirate nel 2008 dalla Gran Bretagna), dovrebbero unirsene altre, da piazzare ancor più vicino ai confini russi.
Tutte, s’intende, in base al Nuclear Sharing NATO, sotto controllo di Washington, qualunque sia il paese “ospitante”, che è però tenuto a sostenere le spese della loro manutenzione. In un paese che ambisce a diventare, militarmente, il principale avamposto yankee in Europa, la pretesa di Krashevskiy appare “ovvia”, soprattutto nei confronti del concorrente il cui posto si agogna di occupare: la Germania.
La quale ultima, al contrario, pare confermare le preoccupazioni stoltenberghiane e, al pari di altre economie europee, vede poco futuro nella NATO quale alleanza militare unificata, tendendo invece a rafforzare gli arsenali nazionali in maniera autonoma, anche al di fuori di standard e priorità NATO.
Berlino dunque, dovendo sostituire 25 Tornado, sembra di fatto orientata non verso gli F-35 americani, la cui manutenzione, sistemi di controllo o formazione dei piloti sarebbero più semplici.
Invece, volendo evitare di mettersi in una posizione di dipendenza dagli USA – metti, per ipotesi, una qualsiasi crisi, la Germania si troverebbe tra le mani macchine che i sistemi USA potrebbero rendere inutilizzabili – anche a costo di spendere abbastanza di più, Berlino sta valutando l’opzione di una trentina di Gripen svedesi, la cui manutenzione è possibile solo in Svezia, con sistemi di controllo e standard di comunicazione svedesi.
E, cosa ancor più “inverosimile”, direbbe Stoltenberg, Berlino mostra di essere del tutto indifferente al fatto che i Gripen non possano svolgere la funzione chiave dell’attacco NATO: ossia fare da vettori di armi nucleari.
Questo da un lato. Ma, d’altro canto, anche rispondere ai comandi della Casa Bianca, che ordina agli “alleati” europei di farsi carico del sostegno all’Ucraina, porta buoni ricavi nelle casse dell’industria militare tedesca.
È così che lunedì scorso Olaf Scholz e il Ministro della guerra Boris Pistorius (entrambi SPD), insieme alla premier danese Mette Frederiksen e al CEO della Rheinmetall Armin Papperger, hanno preso parte alla posa della prima pietra del nuovo complesso della Rheinmetall a Unterlüß, in Bassa Sassonia.
C’è un’atmosfera da corsa all’oro alla Rheinmetall – nota sarcasticamente l’analista di Die junge Welt, Philip Tassev – dato che il commercio delle armi è in forte espansione, in particolare per la fame di munizioni dell’esercito ucraino: si parla di un fabbisogno di almeno 5.000 i proiettili d’artiglieria al giorno, anche se (o proprio perché) poche settimane fa si parlava di appena 20 proiettili al giorno esplosi da una divisione ucraina, contro i 500 della scorsa estate.
La Rheinmetall punta dunque a raddoppiare o addirittura triplicare le proprie capacità produttive, arrivando nel 2025 a produrre fino a 700.000 proiettili di artiglieria l’anno (calibro standard NATO da 155 mm), di cui almeno 200.000 nella nuova struttura.
Scholz ha parlato di una giornata particolare per la «sicurezza del nostro Paese e di tutta l’Europa... per la fornitura autonoma e soprattutto permanente di munizioni di artiglieria alla Bundeswehr e ai nostri partner in Europa».
Di sfuggita, l’area in cui sorgerà il nuovo impianto – la regione tra Celle e Münster, Unterlüß e Bad Fallingbostel – è la zona più militarizzata della Germania e la Rheinmetall vi è presente dal 1899. Nel vicino impianto di Trauen venivano sperimentate le V2 e anche oggi vi si trova il Centro aerospaziale tedesco (DLR).
A Münster è dislocata una delle più grandi guarnigioni della Bundeswehr e l’area d’addestramento NATO a Bergen è una delle più grandi d’Europa.
Ma è comunque dubbio che le nuove forniture tedesche (o italiane, olandesi, ecc.) possano cambiare qualcosa sul campo di battaglia ucraino. Appena nominato Capo di SM, Aleksandr Syrskij si è dato subito a soddisfare le esigenze del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij e, a quanto pare, è intenzionato a ripetere su Avdeevka il “tritacarne” di Artëmovsk (Bakhmut) per cui è così inviso alle sue truppe.
Gli analisti sono convinti che la difesa a qualsiasi prezzo di Avdeevka serva a Zelenskij per dimostrare ai propri finanziatori occidentali che le cose al fronte non vanno poi così male e che Kiev ha dunque bisogno di altri soldi e di armi.
Così Syrskij, nota Vladimir Skachko su Ukraina.ru, dopo aver promesso di preservare la vita dei soldati ucraini, si affretta ora a inviare su Avdeevka la 3° Brigata d’assalto selezionata, una delle più agguerrite delle forze ucraine.
Dopo di che, Forbes ha scritto che se Zalužnyj era famoso per la difesa mobile, per ridurre cioè al minimo le perdite, Syrskij è noto al contrario per ammettere pesanti perdite in battaglie statiche: «Forse, promuovendo Syrskij, Zelenskij ha proclamato che intende combattere per Avdeevka anche a caro prezzo».
Resta a vedere se quel “caro prezzo” verrà davvero pagato dalla 3° Brigata e non dalle reclute comuni. Perché, chiarisce Skachko, la 3° Brigata è composta di «neonazisti più motivati, carnefici e assassini, fomentatori di pogrom per “Azov”. Forte di un proprio sistema di reclutamento e addestramento, la Brigata è una delle formazioni più brutali, ma con più efficienza bellica delle forze ucraine».
Se Zalužnyj era del parere di ritirare le truppe da Avdeevka, ecco che Syrskij è pronto a eseguire l’ordine di Zelenskij di tenere la posizione. In ogni caso, come ammette The Washington Post, ogni tentativo di tenere Avdeevka sarà reso difficile dalla grave carenza di uomini e armi e porterà a nuove massicce perdite.
È ciò che è successo il 13 febbraio a Selidovo, una quarantina di km a nordovest di Donetsk, dove le forze russe – secondo ColonelCassad – hanno mirato scientemente a colpire il forte concentramento di truppe attestate nel campo d’addestramento ucraino, comprese le riserve che probabilmente avrebbero dovuto essere riversare su Avdeevka.
Così va la guerra...
Fonte
Dietro quelle affermazioni c’è la difesa sul campo dell’industria militare yankee che, da quegli stanziamenti trae profitto, chiunque sieda alla Casa Bianca: Trump o Biden.
C’è anche la preoccupazione di quel complesso militare-industriale a stelle e strisce per l’espandersi di pericolosi concorrenti, proprio tra i paesi NATO. Perché, se le ambizioni di alcuni di quei paesi a dotarsi di armi nucleari appaiono abbastanza campate in aria, i passi concreti di altri sono già oggi discretamente reali.
Così, nella “nuova” Polonia liberal-europeista, il generale a riposo Jaroslav Krashevskiy proclama che il paese debba dotarsi di armi nucleari per garantirsi un più alto livello di sicurezza. Dunque, alle 100 testate atomiche USA dislocate oggi in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia (cui pare debbano tornare ad aggiungersi quelle ritirate nel 2008 dalla Gran Bretagna), dovrebbero unirsene altre, da piazzare ancor più vicino ai confini russi.
Tutte, s’intende, in base al Nuclear Sharing NATO, sotto controllo di Washington, qualunque sia il paese “ospitante”, che è però tenuto a sostenere le spese della loro manutenzione. In un paese che ambisce a diventare, militarmente, il principale avamposto yankee in Europa, la pretesa di Krashevskiy appare “ovvia”, soprattutto nei confronti del concorrente il cui posto si agogna di occupare: la Germania.
La quale ultima, al contrario, pare confermare le preoccupazioni stoltenberghiane e, al pari di altre economie europee, vede poco futuro nella NATO quale alleanza militare unificata, tendendo invece a rafforzare gli arsenali nazionali in maniera autonoma, anche al di fuori di standard e priorità NATO.
Berlino dunque, dovendo sostituire 25 Tornado, sembra di fatto orientata non verso gli F-35 americani, la cui manutenzione, sistemi di controllo o formazione dei piloti sarebbero più semplici.
Invece, volendo evitare di mettersi in una posizione di dipendenza dagli USA – metti, per ipotesi, una qualsiasi crisi, la Germania si troverebbe tra le mani macchine che i sistemi USA potrebbero rendere inutilizzabili – anche a costo di spendere abbastanza di più, Berlino sta valutando l’opzione di una trentina di Gripen svedesi, la cui manutenzione è possibile solo in Svezia, con sistemi di controllo e standard di comunicazione svedesi.
E, cosa ancor più “inverosimile”, direbbe Stoltenberg, Berlino mostra di essere del tutto indifferente al fatto che i Gripen non possano svolgere la funzione chiave dell’attacco NATO: ossia fare da vettori di armi nucleari.
Questo da un lato. Ma, d’altro canto, anche rispondere ai comandi della Casa Bianca, che ordina agli “alleati” europei di farsi carico del sostegno all’Ucraina, porta buoni ricavi nelle casse dell’industria militare tedesca.
È così che lunedì scorso Olaf Scholz e il Ministro della guerra Boris Pistorius (entrambi SPD), insieme alla premier danese Mette Frederiksen e al CEO della Rheinmetall Armin Papperger, hanno preso parte alla posa della prima pietra del nuovo complesso della Rheinmetall a Unterlüß, in Bassa Sassonia.
C’è un’atmosfera da corsa all’oro alla Rheinmetall – nota sarcasticamente l’analista di Die junge Welt, Philip Tassev – dato che il commercio delle armi è in forte espansione, in particolare per la fame di munizioni dell’esercito ucraino: si parla di un fabbisogno di almeno 5.000 i proiettili d’artiglieria al giorno, anche se (o proprio perché) poche settimane fa si parlava di appena 20 proiettili al giorno esplosi da una divisione ucraina, contro i 500 della scorsa estate.
La Rheinmetall punta dunque a raddoppiare o addirittura triplicare le proprie capacità produttive, arrivando nel 2025 a produrre fino a 700.000 proiettili di artiglieria l’anno (calibro standard NATO da 155 mm), di cui almeno 200.000 nella nuova struttura.
Scholz ha parlato di una giornata particolare per la «sicurezza del nostro Paese e di tutta l’Europa... per la fornitura autonoma e soprattutto permanente di munizioni di artiglieria alla Bundeswehr e ai nostri partner in Europa».
Di sfuggita, l’area in cui sorgerà il nuovo impianto – la regione tra Celle e Münster, Unterlüß e Bad Fallingbostel – è la zona più militarizzata della Germania e la Rheinmetall vi è presente dal 1899. Nel vicino impianto di Trauen venivano sperimentate le V2 e anche oggi vi si trova il Centro aerospaziale tedesco (DLR).
A Münster è dislocata una delle più grandi guarnigioni della Bundeswehr e l’area d’addestramento NATO a Bergen è una delle più grandi d’Europa.
Ma è comunque dubbio che le nuove forniture tedesche (o italiane, olandesi, ecc.) possano cambiare qualcosa sul campo di battaglia ucraino. Appena nominato Capo di SM, Aleksandr Syrskij si è dato subito a soddisfare le esigenze del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij e, a quanto pare, è intenzionato a ripetere su Avdeevka il “tritacarne” di Artëmovsk (Bakhmut) per cui è così inviso alle sue truppe.
Gli analisti sono convinti che la difesa a qualsiasi prezzo di Avdeevka serva a Zelenskij per dimostrare ai propri finanziatori occidentali che le cose al fronte non vanno poi così male e che Kiev ha dunque bisogno di altri soldi e di armi.
Così Syrskij, nota Vladimir Skachko su Ukraina.ru, dopo aver promesso di preservare la vita dei soldati ucraini, si affretta ora a inviare su Avdeevka la 3° Brigata d’assalto selezionata, una delle più agguerrite delle forze ucraine.
Dopo di che, Forbes ha scritto che se Zalužnyj era famoso per la difesa mobile, per ridurre cioè al minimo le perdite, Syrskij è noto al contrario per ammettere pesanti perdite in battaglie statiche: «Forse, promuovendo Syrskij, Zelenskij ha proclamato che intende combattere per Avdeevka anche a caro prezzo».
Resta a vedere se quel “caro prezzo” verrà davvero pagato dalla 3° Brigata e non dalle reclute comuni. Perché, chiarisce Skachko, la 3° Brigata è composta di «neonazisti più motivati, carnefici e assassini, fomentatori di pogrom per “Azov”. Forte di un proprio sistema di reclutamento e addestramento, la Brigata è una delle formazioni più brutali, ma con più efficienza bellica delle forze ucraine».
Se Zalužnyj era del parere di ritirare le truppe da Avdeevka, ecco che Syrskij è pronto a eseguire l’ordine di Zelenskij di tenere la posizione. In ogni caso, come ammette The Washington Post, ogni tentativo di tenere Avdeevka sarà reso difficile dalla grave carenza di uomini e armi e porterà a nuove massicce perdite.
È ciò che è successo il 13 febbraio a Selidovo, una quarantina di km a nordovest di Donetsk, dove le forze russe – secondo ColonelCassad – hanno mirato scientemente a colpire il forte concentramento di truppe attestate nel campo d’addestramento ucraino, comprese le riserve che probabilmente avrebbero dovuto essere riversare su Avdeevka.
Così va la guerra...
Fonte
Etichette:
Avdiivka,
Carneficina,
F-35,
Germania,
Guerra in Ucraina,
Industria bellica,
Internazionale,
JAS 39,
NATO,
Oleksandr Syrskyj,
Riarmo,
Spesa militare,
USA,
Volodymyr Zelenskyj
06/02/2024
Guerra in Ucraina - Si infiamma la battaglia su Avdiivka
di Francesco Dall'Aglio
Ad Avdiivka il fronte si sta muovendo con una certa velocità. Il 17 gennaio un reparto russo aveva preso il controllo della fortificazione di Tsarska Ohota, che fino a quel momento aveva bloccato ogni possibilità di avanzata, con un'azione assurda - sono passati attraverso un vecchio tubo sotterraneo lungo un paio di chilometri spuntando alle spalle delle unità ucraine, e grazie a questa azione del tutto inaspettata sono riusciti ad avanzare nel settore più meridionale della città, che fino a quel momento era rimasto in uno stato di sostanziale tranquillità.
Pareva dunque che il baricentro delle operazioni si fosse spostato a sud, ma gradualmente la pressione russa si è fatta sentiere invece nel settore nord, da dove evidentemente il comando ucraino aveva dovuto stornare truppe per tamponare la falla a sud.
Da un paio di giorni l'avanzata è continua, con l'obiettivo abbastanza evidente di isolare le truppe ucraine che difendono a sud del lago artificiale e che, in questa situazione, non hanno la possibilità di ritirarsi ordinatamente. Un blocco di abitazioni è stato conquistato dalle truppe russe, che ora hanno poca strada da fare per bloccare la strada principale di Avdiivka e tagliare a metà le difese ucraine nell'abitato. La sponda nord del lago artificiale è in mano russa, e soprattutto lo è la collina subito a est, l'unico punto elevato della zona.
NB: la carta è ovviamente indicativa nel segnalare la linea del fronte a nord, dove ci sono movimenti continui (a sud è un po' più stabile e meno dinamica). Le frecce oltre la linea del fronte rappresentano le direzioni di attacco di cui si ha notizia.
Fonte
Ad Avdiivka il fronte si sta muovendo con una certa velocità. Il 17 gennaio un reparto russo aveva preso il controllo della fortificazione di Tsarska Ohota, che fino a quel momento aveva bloccato ogni possibilità di avanzata, con un'azione assurda - sono passati attraverso un vecchio tubo sotterraneo lungo un paio di chilometri spuntando alle spalle delle unità ucraine, e grazie a questa azione del tutto inaspettata sono riusciti ad avanzare nel settore più meridionale della città, che fino a quel momento era rimasto in uno stato di sostanziale tranquillità.
Pareva dunque che il baricentro delle operazioni si fosse spostato a sud, ma gradualmente la pressione russa si è fatta sentiere invece nel settore nord, da dove evidentemente il comando ucraino aveva dovuto stornare truppe per tamponare la falla a sud.
Da un paio di giorni l'avanzata è continua, con l'obiettivo abbastanza evidente di isolare le truppe ucraine che difendono a sud del lago artificiale e che, in questa situazione, non hanno la possibilità di ritirarsi ordinatamente. Un blocco di abitazioni è stato conquistato dalle truppe russe, che ora hanno poca strada da fare per bloccare la strada principale di Avdiivka e tagliare a metà le difese ucraine nell'abitato. La sponda nord del lago artificiale è in mano russa, e soprattutto lo è la collina subito a est, l'unico punto elevato della zona.
NB: la carta è ovviamente indicativa nel segnalare la linea del fronte a nord, dove ci sono movimenti continui (a sud è un po' più stabile e meno dinamica). Le frecce oltre la linea del fronte rappresentano le direzioni di attacco di cui si ha notizia.
Fonte
28/10/2023
Nell’Ucraina “dimenticata” l’Occidente fa flop
Completamente “coperta” – sul piano mediatico internazionale – dall’assedio israeliano a Gaza, la guerra in Ucraina continua sotto ritmo. Com’è ormai riconosciuto da tutti, la “controffensiva” ucraina in corso da cinque mesi non è riuscita a superare neanche la prima linea della difesa “Surovkin”, con perdite terribili e guadagni territoriali irrilevanti.
Tant’è che ormai da giorni vengono segnalate dagli annalisti militari occidentali attacchi russi in diversi punti del fronte.
In questo caso lo scopo non sarebbe tanto quello di “sfondare” per conquistare terreno, quanto quello di eliminare alcune “teste di ponte” ritenute pericolose.
È il caso della fu cittadina di Avdiivka, praticamente un sobborgo di Donetsk (capoluogo dell’oblast omonimo), dal 2014 resasi “indipendente” insieme a Lugansk.
Da Avdiivka infatti piovono da nove anni razzi e colpi di artiglieria che provocano morti soprattutto civili tra la popolazione (“russa”, è il caso di ricordare, non “filo-russa”).
La tattica usata è simile a quella impiegata a Bakmut: circondare progressivamente le difese, minacciare le vie di rifornimento logistico, e quindi “stimolare” le truppe ucraine a ritirarsi. Come per Bakmut l’ordine arrivato da Kiev è “resistere a tutti i costi” e quindi l’esito prevedibile è del tutto simile: perdite eccessive e sconfitta finale che crea sconforto.
Gli analisti militari già registrano un forte calo dell’intensità di fuoco da parte degli “assediati” ad Avdiivka, che attribuiscono a “una rilevante penuria dovuta ai minori rifornimenti in arrivo dall’Occidente e dalla distruzione di diversi depositi a causa degli attacchi russi in profondità”.
Al di là delle opposte propagande, infatti, è confermata su tutto il fronte una notevole intensità di bombardamenti russi – con droni, missili e aerei – che avrebbero investito grandi depositi di armi e munizioni ucraine.
Nel campo dei droni viene oltretutto segnalato l’impiego di nuovi modelli “autoprodotti” in Russia, sia come copie degli Shaed iraniani sia come modelli propri.
Ma è in quello aeronautico che le notizie per Kiev sembrano peggiori. In diversi hanno registrato nelle ultime settimane una autentica “ecatombe di aerei ucraini”.
“Il 22 ottobre il ministero della Difesa russo ha annunciato nel consueto rapporto quotidiano che tra il 19 e il 20 ottobre i sistemi di difesa aerea russi avevano abbattuto 7 aerei da combattimento MiG-29 ucraini, probabilmente appartenenti alle più recenti forniture di velivoli ceduti dalle aeronautiche polacca e slovacca.
Sui canali militari Telegram alcuni osservatori ipotizzano che il numero elevato di abbattimenti sia dovuto a un sensibile incremento del numero e dell’impiego da parte russa di aerei da combattimento di quinta generazione Sukhoi Su-57 nel teatro bellico ucraino.”
Un salto tecnologico rilevante che non potrà neppure essere compensato dal futuro arrivo – dopo addestramento – dei vecchi F-16 statunitensi in dotazione ai paesi dell’est dichiaratisi disponibili ad inviarne alcuni esemplari. Gli F-16 sono infatti aerei concepiti negli anni ‘70; un’era geologica fa, in campo aeronautico.
Nemmeno le nuove dotazioni di missili occidentali – i celebrati Atacms e gli Himars, quelli che avrebbero dovuto “risolvere la guerra” – risultano particolarmente efficaci. I primi successi, infatti – erano stati colpiti gli aeroporti di Luhansk e Berdyansk, con obiettivo elicotteri russi che hanno subito danni tutto sommato limitati – sono stati seguiti da un numero enorme di abbattimenti. Segno che “le forze russe hanno imparato ad adattarsi e far fronte ai nuovi tipi di armi che vengono trasferite in Ucraina”.
L’inverno si avvicina e Kiev guarda con preoccupazione alla debolezza della propria dotazione in infrastrutture energetiche, bersaglio probabilmente di una nuova campagna di “demolizione”. E soprattutto alla “distrazione” seminata da Israele nell’area euro-atlantica...
Fonte
Tant’è che ormai da giorni vengono segnalate dagli annalisti militari occidentali attacchi russi in diversi punti del fronte.
In questo caso lo scopo non sarebbe tanto quello di “sfondare” per conquistare terreno, quanto quello di eliminare alcune “teste di ponte” ritenute pericolose.
È il caso della fu cittadina di Avdiivka, praticamente un sobborgo di Donetsk (capoluogo dell’oblast omonimo), dal 2014 resasi “indipendente” insieme a Lugansk.
Da Avdiivka infatti piovono da nove anni razzi e colpi di artiglieria che provocano morti soprattutto civili tra la popolazione (“russa”, è il caso di ricordare, non “filo-russa”).
La tattica usata è simile a quella impiegata a Bakmut: circondare progressivamente le difese, minacciare le vie di rifornimento logistico, e quindi “stimolare” le truppe ucraine a ritirarsi. Come per Bakmut l’ordine arrivato da Kiev è “resistere a tutti i costi” e quindi l’esito prevedibile è del tutto simile: perdite eccessive e sconfitta finale che crea sconforto.
Gli analisti militari già registrano un forte calo dell’intensità di fuoco da parte degli “assediati” ad Avdiivka, che attribuiscono a “una rilevante penuria dovuta ai minori rifornimenti in arrivo dall’Occidente e dalla distruzione di diversi depositi a causa degli attacchi russi in profondità”.
Al di là delle opposte propagande, infatti, è confermata su tutto il fronte una notevole intensità di bombardamenti russi – con droni, missili e aerei – che avrebbero investito grandi depositi di armi e munizioni ucraine.
Nel campo dei droni viene oltretutto segnalato l’impiego di nuovi modelli “autoprodotti” in Russia, sia come copie degli Shaed iraniani sia come modelli propri.
Ma è in quello aeronautico che le notizie per Kiev sembrano peggiori. In diversi hanno registrato nelle ultime settimane una autentica “ecatombe di aerei ucraini”.
“Il 22 ottobre il ministero della Difesa russo ha annunciato nel consueto rapporto quotidiano che tra il 19 e il 20 ottobre i sistemi di difesa aerea russi avevano abbattuto 7 aerei da combattimento MiG-29 ucraini, probabilmente appartenenti alle più recenti forniture di velivoli ceduti dalle aeronautiche polacca e slovacca.
Sui canali militari Telegram alcuni osservatori ipotizzano che il numero elevato di abbattimenti sia dovuto a un sensibile incremento del numero e dell’impiego da parte russa di aerei da combattimento di quinta generazione Sukhoi Su-57 nel teatro bellico ucraino.”
Un salto tecnologico rilevante che non potrà neppure essere compensato dal futuro arrivo – dopo addestramento – dei vecchi F-16 statunitensi in dotazione ai paesi dell’est dichiaratisi disponibili ad inviarne alcuni esemplari. Gli F-16 sono infatti aerei concepiti negli anni ‘70; un’era geologica fa, in campo aeronautico.
Nemmeno le nuove dotazioni di missili occidentali – i celebrati Atacms e gli Himars, quelli che avrebbero dovuto “risolvere la guerra” – risultano particolarmente efficaci. I primi successi, infatti – erano stati colpiti gli aeroporti di Luhansk e Berdyansk, con obiettivo elicotteri russi che hanno subito danni tutto sommato limitati – sono stati seguiti da un numero enorme di abbattimenti. Segno che “le forze russe hanno imparato ad adattarsi e far fronte ai nuovi tipi di armi che vengono trasferite in Ucraina”.
L’inverno si avvicina e Kiev guarda con preoccupazione alla debolezza della propria dotazione in infrastrutture energetiche, bersaglio probabilmente di una nuova campagna di “demolizione”. E soprattutto alla “distrazione” seminata da Israele nell’area euro-atlantica...
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)




