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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/04/2026

Il salvataggio del pilota statunitense sembra un film brutto e inverosimile

di Alessandro Robecchi

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.

Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.

Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC-130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.

Quindi salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah.

La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.

Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.

Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.

A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro.

Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti.

Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.

Fonte

22/03/2025

Guerra in Ucraina - Kursk, o del doppio fallimento ucraino

di Enrico Tommaselli

Mentre l’operazione Kursk volge al suo triste fallimento (i russi avevano prorogato a lunedì 17 marzo, 06:00 ora di Mosca, l’ultimatum per la resa delle forze ucraine), se ne può fare un bilancio sia in termini militari che, ancor più importante, in termini politici. Perché ovviamente – e rivendicatamente – lo scopo è sempre stato politico.

Sotto il profilo militare, è sin troppo ovvio che è stato un disastro: decine di migliaia di morti e feriti, centinaia di mezzi perduti, e non solo l’obiettivo operativo (distrarre truppe russe dal fronte del Donbass) è stato completamente mancato, ma è avvenuto esattamente il contrario, poiché l’operazione ha richiesto l’impiego di considerevoli risorse ucraine, sottratte alla difesa delle linee sul fronte di Donetsk e di Zaporizhzhie.

Il che ha reso ancora più facile l’avanzata delle forze russe in queste regioni, ormai giunte a ridosso dell’ultima linea difensiva ucraina ben strutturata.

Ma, per certi versi, il fallimento è ancora più macroscopico sotto il profilo politico.

Il senso dell’operazione, infatti, al di là di quello tattico-operativo summenzionato, era di prendere e controllare un pezzo di territorio russo, da far valere come merce di scambio.

In questo, si è innanzitutto vista l’errata valutazione, da parte dei vertici politico-militari ucraini (e dei loro consiglieri NATO, britannici in testa), della posizione che avrebbe assunto Mosca a riguardo; che infatti è stata sin dal primo momento di netto rifiuto, rispetto a qualsiasi ipotesi del genere. E, come ammoniva Sun Tzu, “se conosci te stesso, ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta soffrirai anche una sconfitta”.

Sotto questo profilo, quindi, c’è quanto meno stato un grossolano errore di valutazione. Ma, ancor peggio, la condotta di guerra da parte di Kiev (e dei suoi sponsor) è stata del tutto incoerente con le premesse.

Se, infatti, l’idea di utilizzare quella porzione della regione di Kursk come merce di scambio già partiva debole, non tenendo conto del (prevedibilissimo) rigetto russo, è stata poi definitivamente affossata dal non aver neanche saputo cogliere l’attimo. Nel momento in cui, esaurita la spinta offensiva, il fronte di Kursk si è temporaneamente stabilizzato, Kiev avrebbe dovuto avanzare delle concrete proposte di trattativa, mettendo da parte il risibile oltranzismo che caratterizza l’abituale atteggiamento ucraino.

Ancora a novembre, quando erano già passati quasi quattro mesi dall’inizio dell’operazione, e l’elezione di Trump alla Casa Bianca preannunciava il prossimo rovesciamento della posizione statunitense, avrebbe avuto ancora un senso mettere in campo una reale (e realistica) volontà di porre fine al conflitto, avviando trattative che inevitabilmente non avrebbero potuto prescindere dal fatto che c’era un pezzo di territorio russo in mano ucraina.

La scelta di Zelensky, di Syrsky, e dei loro sponsor a Londra, è stata invece quella di continuare ad inseguire il sogno irrealistico di rovesciare l’andamento dei combattimenti, o quanto meno di poter impegnare le forze armate russe tanto a lungo da spingere Mosca a cercare un compromesso. Ripetendo quindi l’errore esiziale già fatto in precedenza.

In buona sostanza, si può sicuramente affermare che l’intera operazione non solo è stata un fallimento militare – il che può pur sempre accadere, perché nulla è mutevole ed imprevedibile come la guerra – ma è stata un fallimento totale; sotto il profilo strategico, sotto quello tattico-operativo, ma anche e soprattutto sotto quello politico, poiché non solo si poneva obiettivi difficilmente conseguibili, ma non è stata nemmeno supportata da comportamenti coerenti con tali obiettivi, rendendo quindi assolutamente vano il sacrificio di migliaia di uomini.

Il che, peraltro, sembra essere in effetti il fil rouge dell’intera condotta di guerra da parte ucraina.

*****

di Piero Orteca

In «Tutto è finito: le truppe ucraine rivivono la ritirata da Kursk», di Jonathan Beale e Anastasiia Levchenko, la BBC propone analisi dirette dei protagonisti. Cioè degli uomini appena sfuggiti al fuoco nemico, che stremati cercano di mettersi in salvo. «I soldati ucraini impegnati nella battaglia di Kursk – scrive Verify – hanno descritto scene da film dell’orrore durante la ritirata dalle linee del fronte».

La BBC ha ricevuto resoconti dettagliati dalle truppe ucraine, che raccontano di un ritiro ‘catastrofico’ di fronte a un fuoco pesante, a colonne di equipaggiamento militare distrutte e a continui attacchi da parte di sciami di droni russi.

Alcuni hanno raccontato di un ‘crollo’ «quando l’Ucraina ha perso Sudzha, la città più grande che deteneva». Più nello specifico, i soldati ucraini citati da Verify (ai quali sono stati dati degli pseudonimi, per proteggerli) hanno confermato la precarietà delle condizioni in cui sono costretti a combattere.

Volodymyr parla dell’incubo dei droni «24 ore su 24» e denuncia come l’unica linea di rifornimento, la strada tra Sudhza e Sumy sia ormai praticamente impercorribile.

Maksym, invece, scrive su Telegram che i relitti di veicoli blindati ucraini disseminano le strade. Almeno 70 mila russi, compresi 12 mila nordcoreani, stanno attaccando gli ucraini superstiti a Kursk. «I russi – spiega la BBC – utilizzano varianti di ‘droni-kamikaze’ e con ‘visuale in prima persona’ (FPV) per assumere il controllo del fuoco sulle principali rotte logistiche». Tra questi rientrano anche i droni collegati agli operatori tramite cavi in fibra ottica, impossibili da bloccare con contromisure elettroniche.

Maksym ha affermato che «come risultato il nemico è riuscito a distruggere decine di unità di equipaggiamento, e che i relitti hanno creato congestione sulle rotte di rifornimento».

Per Anton, invece, che lavorava al quartier generale ucraino, la situazione è semplicemente ‘catastrofica’. «Anton ha detto che le rotte di rifornimento sono state interrotte. La logistica non funziona più e le consegne organizzate di armi, munizioni, cibo e acqua non sono più possibili». Secondo la sua esperienza, il soldato ha previsto «che l’intero punto d’appoggio ucraino a Kursk sarebbe stato perso, ma che da un punto di vista militare, la direzione di Kursk si è esaurita. Non ha senso mantenerla ancora».

Più disperato e senza appello il giudizio di Dmytro, che ha paragonato la ritirata dal fronte a «una scena di un film dell’orrore». «Le strade sono disseminate di centinaia di auto distrutte – scrive – veicoli blindati e ATV (All Terrain Vehicles). Ci sono molti feriti e morti. Spesso i veicoli vengono inseguiti da più droni. La situazione – ha aggiunto – si è trasformata da difficile e critica a catastrofica. Nella regione di Kursk è tutto finito... l’operazione non ha avuto successo».

L’unico soldato, dal suo lettino d’ospedale, a conservare un minimo di speranza è Artem: «Abbiamo combattuto come leoni», sostiene. Ma la sua resta una logica conservativa. In realtà, per lui Kursk avrebbe dovuto essere solo una zona-cuscinetto, per difendere Sumy e la frontiera ucraina. Invece sta mettendo in crisi tutto il fronte del Donbass e le trattative sul cessate il fuoco.

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18/02/2024

Guerra in Ucraina - La situazione ad Avdiivka

di Francesco Dall'Aglio

Quello che sta succedendo ad Avdiivka ora (da quello che ne possiamo capire).

1) La città non è stata presa. Ci sono sacche di resistenza, zone in cui non c’è presenza russa (ma non è detto che ci sia presenza ucraina), unità che hanno perso i contatti col resto delle forze ucraine, aree minate in cui nessuno entra eccetera, e poi la cokeria, dove si è asserragliato il battaglione Azov ricostituito, ovvero la Terza Brigata. La situazione all’interno del centro abitato è a dir poco fluida, ma ovviamente la tendenza generale è quella di abbandonarlo in maniera quanto più veloce possibile.

2) Questa ritirata è un disastro e non c’è modo di definirla diversamente. Col suo comunicato di stanotte Syrs'kyj ha cercato di far passare come manovra ordinata quella che è stata una serie di iniziative scoordinate partite dalle unità sul campo, non sappiamo se autorizzate o meno dal comando. L’ordine di ritirarsi è arrivato troppo tardi, quando la situazione era già compromessa non solo per quanto riguarda il mantenimento delle posizioni in città, ma anche e soprattutto la creazione di un corridoio di ritirata organizzata.

Le unità si sono ritirate come hanno potuto, a livello di squadre o singole unità, sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione russa che sta agendo indisturbata da giorni, attraverso i campi perché non ci sono più strade utilizzabili. Le conseguenze, per gli uomini implicati in questa manovra, sono ovvie: perdite altissime e abbandono del materiale e dei feriti. In città c’erano più o meno 1500-2000 soldati e da quello che vediamo, e spero per loro di sbagliarmi, ne verrà fuori un terzo. Questa non è Bahmut, dove la pressione è stata costante per mesi e l’esercito ucraina aveva a disposizione linee relativamente comode per retrocedere. Questa è Soledar, un massacro veloce per crollo improvviso del fronte, ma con molti più uomini implicati.

Chi poi studia il conflitto da quando è iniziato veramente troverà analogie significative anche con Debaltsevo dove, manco a farlo apposta, il comandante delle forze ucraine era sempre Syrs'kyj (qui lui c’entra relativamente perché la situazione era già irrecuperabile, ma avrebbe dovuto arrivare già con un piano di evacuazione completo invece di improvvisarne uno a rotta già iniziata).

3) Le truppe ucraine si stanno ritirando ‟su posizioni più vantaggiose”. Ma dove sono queste posizioni? Non è chiaro dove il comando ucraino intenda attestare la nuova linea di difesa, né se il comando russo intenda, come dopo Bahmut, fare una ‟pausa operativa”. A giudicare da quello che stiamo vedendo, non ci sarà nessuna pausa. Il morale russo (parlo delle truppe) è alle stelle, quello ucraino sotto i tacchi, sia per l’importanza di Avdiivka in sé, che come simbolo.

La battaglia di Avdiivka non finisce ad Avdiivka.

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06/03/2023

Guerra in Ucraina - Bakhmut ha logorato profondamente le truppe ucraine

La battaglia per la difesa di Bakhmut, principale roccaforte ucraina nella regione di Donetsk, ha gravemente logorato le forze ucraine, al punto da minacciare la capacità di Kiev di lanciare un’offensiva primaverile contro le forze russe.

A scriverlo è il quotidiano statunitense “Wall Street Journal”, secondo cui la città è ormai accerchiata dalle milizie del gruppo paramilitare russo Wagner, e pare sul punto di cadere. Ieri – secondo il WSJ – le forze russe hanno premuto sul centro della città da est e da nord, e quel che resta dei difensori ha abbandonato la parte orientale dell’agglomerato urbano, ritirandosi a ovest del fiume Bakhmutka.

Kiev non fornisce informazioni in merito alle sue perdite militari, ma è noto che nel corso degli ultimi otto mesi le forze armate ucraine avevano concentrato a Bakhmut decine di migliaia di uomini, e alcuni tra i loro reparti meglio addestrati, inclusi diversi tra quelli che avevano preso parte lo scorso anno alla controffensiva di successo nella regione nord-orientale di Kharkiv. Queste forze – scrive il quotidiano statunitense – hanno subito perdite pesantissime, e sono proprio le unità “di cui Kiev avrebbe bisogno per condurre una offensiva primaverile con le nuove armi fornite dagli Stati Uniti e dai loro alleati”.

Anche il think thank statunitense Institute for the Study of War ammette che “le forze ucraine potrebbero ritirarsi dalle loro posizioni sulla sponda orientale del fiume Bakhmutka”, e questo alla luce dei filmati di geolocalizzazione relativi alla distruzione, il 3 marzo, del ponte sul fiume Bahkmut. Secondo corrispondenti di guerra e miliblogger, le forze russe hanno catturato le parti orientali, settentrionali e meridionali di Bakhmut il 5 marzo; mentre i miliziani del gruppo Wagner “hanno continuato ad avanzare nella parte nord-orientale di Bakhmut e il 5 marzo sono avanzati nell’area della stazione ferroviaria di Stupki”.

Sarebbero circa 10.000 i soldati ucraini rimasti a difendere la città di Bakhmut dall’assalto delle truppe russe. Lo ha detto Ian Gagin, consigliere del capo della Repubblica filorussa di Donetsk, Denis Pushilin. Lo riferisce l’agenzia Ria Novosti.

Secondo il giornale tedesco Bild Zeitung, sarebbe ormai scontro aperto tra il presidente ucraino Zelensky e il comandante in capo delle forze armate, il generale Valery Zaluzhny sulle decisioni da prendere su Bakmut. Stando a informazioni provenienti da diverse fonti della leadership politica ucraina, Zaluzhny qualche settimana fa ha raccomandato di considerare la possibilità di lasciare Bakhmut per ragioni tattiche. Il capo dello Stato su Bakhmut ha un’opinione completamente diversa, hanno riferito le fonti alla Bild.

Il giornale ucraino Kyev Indipendent riferisce che i soldati ucraini sul fronte di Bakhmut non si sentono protetti dall’incessante ondata di bombardamenti e attacchi provenienti dall’altra parte del fronte. Dalle testimonianze raccolte dal Kyiv Independent, emerge che i soldati ucraini descrivono il fronte come “un tritacarne”, a causa dell’elevato numero di vittime da entrambe le parti. Durante le loro brevi visite alla vicina città di Kostiantynivka, i fanti ucraini hanno raccontato al Kyiv Independent che i battaglioni, scarsamente addestrati e impreparati, sono stati gettati in prima linea “per sopravvivere al meglio”, con scarso supporto di veicoli corazzati, mortai, artiglieria, droni e informazioni tattiche.

Il “Wall Street Journal” evidenzia che le forze terrestri ucraine sono composte di unità estremamente differenti in termini di capacità, addestramento e dotazioni: “ufficiali di brigata” hanno confessato al quotidiano che “diverse unità, incluse alcune tra le meglio preparate, sono state messe in rotta nel corso dei combattimenti a Bakhmut degli ultimi mesi”.

Agenzia Nova riferisce intanto che centinaia tra carri armati pesanti, corazzati da combattimento della fanteria, blindati leggeri e altri mezzi militari d’ogni genere ingombrano la banchina del porto di Gdynia, città polacca situata sul Mar Baltico, nella baia di Danzica. I mezzi sono stati trasferiti in Polonia nell’ambito della missione “Atlantic Resolve”, per rafforzare il fianco orientale della Nato a fronte dell’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe. Parte dei mezzi, secondi i media locali, sarà comunque inviata in Ucraina.

Le autorità ucraine affermano di aver colpito infrastrutture nel villaggio russo di Iskra, nell’oblast di Kursk, mentre la Russia afferma di aver abbattuto tre missili ucraini destinati alla città russa di Belgorod.

Fonte

10/04/2020

Disastro Eurogruppo. Italia a un passo dal commissariamento

Sconfitta su tutta la linea, scompaginata al primo round “l’unità dei mediterranei” (più Irlanda, Belgio e Lussemburgo) che avevano inviato una lettera pressoché ultimativa – nelle intenzioni – per chiedere alla UE di adottare eurobond per affrontare la catastrofe sanitaria e l’inevitabile “ricostruzione economica” post pandemia.

Il “fronte del Nord” – o l’“osso tedesco” (Germania, Olanda, Austria) – ha opposto la prevista e prepotente resistenza ad ogni cambiamento dello “spirito dei trattati” europei, inchiavardati con l’ordoliberismo fallimentare anche in tempi “normali”. Come se questa crisi fosse un malessere passeggero, da cui alcuni usciranno un po’ più deboli, altri meno, ma in fondo tutto resta “come prima”.

Una scommessa fondata sulla speranza, non su basi empiriche.

È un’ottusità strategica fondata però su solidissime basi materiali. L’Olanda, negli ultimi 30 anni, si è trasformata in un paradiso fiscale per multinazionali europee, garantendo livelli di tassazione ridicoli. Un affare, per un paese relativamente piccolo (17 milioni di abitanti) e già favorito dall’avere il più grande porto d’Europa (Amsterdam), istituzioni sovranazionali e attività finanziarie con lunga tradizione storica. Una perdita considerevole per i Paesi d’origine.

Qui, negli ultimi anni, hanno spostato la sede fiscale colossi anche italiani, come Fca-Fiat, Mediaset, Luxottica, ecc. Le ridotte tasse che pagano qui sono comunque miliardi regalati in cambio di protezione legale, senza neppure pretendere quelle infrastrutture o “facilitazioni” che invece richiedono ai Paesi in cui hanno stabilimenti produttivi.

La Germania, dall’unificazione in poi, ha ridisegnato le principali filiere produttive attorno ai propri colossi industriali, peraltro ormai tecnologicamente sorpassati rispetto agli Usa e soprattutto alla Cina, privilegiando le esportazioni rispetto al mercato interno (il che richiedeva compressione dei salari in tutti i Paesi delle filiere: fatto!).

L’adozione dell’euro, su una quotazione fortemente sottovalutata del marco tedesco, ha dato il via a questa operazione storico-strategica che ora sta saltando, come si era visto già prima dell’epidemia.

Il grande surplus così accumulato rispetto al Pil (il contrario del deficit che invece affigge tutti gli altri partner, com’è ovvio che sia in un mercato unico competitivo all’interno) ha reso il debito pubblico tedesco un privilegiato assoluto. Non per le presunte “virtù” dei tedeschi in fatto di risparmio, ma banalmente perché da anni viene rifinanziato a costo zero. Anzi, guadagnandoci qualcosa da quando i tassi di interesse sono diventati negativi.

Gente che ha da tempo questi vantaggi non ci pensa neanche a rinunciarci volontariamente. E questa è la vera base su cui poggia il rifiuto – ideologizzato nella narrazione rivolta all’opinione pubblica interna, contro “le cicale” o “i mafiosi” del Sud Europa – di ogni “mutualizzazione del debito” con altri paesi europei.

La riunione dell’Eurogruppo, ieri, era stata così significativamente anticipata da Angela Merkel: “Voi sapete che io non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli eurobond, ma ci sono così tanti strumenti di solidarietà che si possono trovare delle buone soluzioni“.
Trasformare un vantaggio di fatto in un’”opinione” più autorevole di altre è il segreto della politica di potenza, del resto...

Fatto sta che, alla fine, il “compromesso” lascia l’Italia e gli altri “mediterranei” con nulla di concreto in mano, una bomba sotto il cofano e una promessa vaga.

Anzi, in quel nulla c’è potenzialmente un disastro. E parliamo ovviamente del Meccanismo Europeo di Stabilità, che alla fine sarebbe in teoria utilizzabile “senza condizionalità” (quelle che hanno consegnato la Grecia agli strozzini della Troika), ma solo per le spese mediche e sanitarie dirette o indirette legate al Covid-19. Il che è già una condizionalità piuttosto restrittiva.

L’Olanda comunque ha insistito nel pretendere che, in caso di richiesta per il sostegno economico vero e proprio, le linee di credito del Mes manterranno la serie di condizionalità previste dal fondo (peraltro guidato da Klaus Regling, lo “stratega dell’euro” per conto della Germania).

In linea di principio, l’Italia non avrebbe dunque alcun interesse a richiedere prestiti da questo fondo. Un po’ perché le condizionalità anche eventuali sono pesantissime. Un po’ – o soprattutto – perché questo fondo dispone di spiccioli, in confronto alle necessità di finanziamento che questa crisi richiede.

Il limite è infatti fissato al 2% del Pil del Paese richiedente – per l’Italia dunque solo 35-36 miliardi, pur avendo contribuito con 70 – e quindi poco risolutivo rispetto a quanto già “impegnato” con i vari decreti “Cura Italia” (fino a 400 miliardi).

In pratica, da qui non può arrivare nulla, anzi è anche meglio che non arrivi. Ma ormai l’accettazione del principio c’è stata, e dunque è facile prevedere che, nel momento in cui concretamente il governo italiano andrà a chiedere linee di finanziamento, la pressione dei “partner” del Nord Europa spingerà per l’adozione dei prestiti del Mes.

La previsione è facile, e già anticipata da Yanis Varoufakis, ex ministro dell’economia greco nel primo governo Syriza, quello abbattuto dopo la vittoria dell’Oxi al referendum contro il Memorandum della Troika: “Ed eccoci qui: Italia e gli altri piegati. Hanno accettato i prestiti del Mes che porteranno ad austerità stringente il prossimo anno, pietosi prestiti per le imprese della Bei, uno pseudo schema federale di assicurazione sulla disoccupazione, più qualche pillola di filantropia. In cambio si sono impegnati a depressione permanente”.

Giudizio severo, ma incontestabile, vien da dire, visto che arriva da uno che alle riunioni dell’Eurogruppo c’è stato e non certo da comparsa.

Cosa resta? I già previsti “100 miliardi” teorici del fondo Sure, inventato da Ursula Von der Leyen per finanziare gli ammortizzatori sociali per chi perderà il lavoro a causa della crisi. Ma, come si era già visto, in realtà questa cifra è spalmata sull’arco di dieci anni e dunque si riduce a 10 miliardi l’anno per tutta l’Unione Europea. A conti fatti, potrebbe bastare a coprire il reddito di sopravvivenza di meno di 10 milioni di disoccupati...

E infine i 200 miliardi della Banca Europea degli Investimenti, già previsti e concordati prima ancora della riunione dell’Eurogruppo, destinati a finanziare soltanto le imprese.

I media “europeisti” enfatizzano molto la “quarta gamba” tra gli strumenti per affrontare la crisi, ovvero il cosiddetto Recovery Fund, il fondo per la “ricostruzione” post pandemia, spuntato nelle discussioni – su proposta francese, prima che Macron abbandonasse gli altri Piigs per non perdere l’asse privilegiato con Berlino – al posto degli eurobond.

In linea teorica si dovrebbe trattare di qualcosa di simile, ancorché su un perimetro assai più limitato. Infatti, si dovrebbero o potrebbero emettere dei titoli garantiti da tutti i Paesi dell’Eurozona, condividendo in prospettiva almeno una parte del debito.

Il condizionale è però d’obbligo. Il documento finale – il “compromesso” che fa da base per la discussione tra i capi di Stato e di governo, la prossima settimana – neppure lo nomina. Le cronache delle indiscrezioni riportano che ci si è accapigliati a lungo, tra i ministri dell’economia, per scrivere la parola “si istituisce” oppure “si discute”. E la differenza è palesemente enorme, tra quel che si fa e quello su cui “si ragionerà”.

Lo scontro si è chiuso, anche su questo punto, secondo gli stessi rapporti di forza generali: non se ne parla, ma sarà contenuto in una “lettera” al Consiglio Europeo. Se le poste funzioneranno...

La vittoria dell’”osso tedesco” è dunque completa, ma probabilmente suicida. È un gioco con la testa “di prima”, fatto sperando che il disastro economico mondiale europeo sia – sì – grave, ma “governabile” con gli strumenti che erano stati pensati in tutt’altra fase.

E di sicuro così non è. Due conti della serva siamo in grado di farli anche noi, in fondo. Ogni settimana di “normalità produttiva” apporta una crescita di ricchezza vicina al 5% del Pil. Ogni settimana di blocco totale – per quanto con molte “deroghe” pretese da e concesse alle aziende – si porta via una quota variabile, ma rilevante, di quella cifra.

Già ora la Francia deve registrare un catastrofico -6% nel primo trimestre. L’Italia attende con terrore i dati, e così la Spagna. Per ora si hanno solo i dati relativi a febbraio (quando tutto era ancora aperto!), che hanno fatto segnare un -1,2% rispetto a gennaio e un -2,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Già recessione, insomma, prima del blocco parziale della produzione.

Ma anche Germania e paesi alleati non troveranno molto di che godere dalla prossima pubblicazione Eurostat. La previsione – facile – è che la dimensione del disastro aumenterà con il passare delle settimane (ne sappiamo qualcosa, vero?), ed è già ora molto oltre i limiti degli “strumenti” di cui l’Eurogruppo ha discusso.

Le ricadute sulla “coesione sociale”, a quel punto, saranno ancora più vaste della pur altissima contabilità dei morti cui ci stiamo abituando.

Ci sono dei pazzi alla guida dell’Europa. E il peggio è che sono anche ciechi e sordi.

Fonte

02/09/2014

Ucraina, l’esercito di Kiev suona la ritirata

“Le milizie separatiste combattono troppo bene, devono esserci per forza dei militari russi”.
E’ questo, per sommi capi, il ragionamento proposto dall’oligarca ucraino Poroshenko per giustificare la disfatta delle forze armate e dei battaglioni punitivi della Guardia Nazionale che negli ultimi dieci giorni non fanno altro che incassare sconfitte nel corso dei combattimenti nelle città del Donbass. Come a dire: si, è vero, stiamo perdendo, ma è perché combattiamo con i russi.

I russi ci sono, i russi non ci sono... finora ne abbiamo visti solo dieci – nella fattispecie paracadutisti – catturati dalle guardie di frontiera ucraine qualche giorno fa dopo che avevano sconfinato (per errore, si è giustificata Mosca) e subito scambiati con una sessantina di militari di Kiev che per sfuggire ai combattimenti erano riparati oltre il confine della Federazione Russa. Per il resto, i famosi 4-5000 militari mandati da Putin insieme a centinaia di carri armati non si sono visti, anche se il sostegno di Mosca alle milizie delle Repubbliche Popolari nelle ultime settimane è cresciuto parecchio. Ma oltre ad armi russe i miliziani possono contare ultimamente su un vero e proprio arsenale sequestrato a circa un migliaio di soldati e ‘paramilitari’ ucraini che si sono arresi o sono stati catturati. Anche armi americane supermoderne (come il fucile di precisione che imbraccia la miliziana nella foto).

Semmai il problema per le repubbliche di Donetsk e Lugansk è cosa farsene di un numero così alto di prigionieri, per la maggior parte volontari di estrema destra o sbandati arruolatisi nei battaglioni Azov, Donbass e Dnipro per mettere in riga 'i russi' e che negli ultimi giorni sono scappati a gambe levate, a volte abbandonando blindati e carri armati rimasti senza carburante.
Anche nelle ultime 24 ore dal fronte sono arrivate notizie assai penose per gli oligarchi ucraini che non a caso continuano a invocare un intervento Nato immediato e risoluto.
Ieri l'esercito ucraino si è ritirato, oltre che da una decina di villaggi e importanti avamposti, anche dall'aeroporto di Lugansk e dalla cittadina di Georgivka, scappando sotto l'incalzante offensiva dei guerriglieri e il martellare della loro artiglieria. «A giudicare dalla precisione dei colpi d'artiglieria a sparare sono professionisti delle forze armate russe» ha accusato un portavoce dei comandi militari di Kiev. Stesso scenario anche a Donetsk dove le milizie si sono riprese l’aeroporto dopo un feroce combattimento togliendo ai nazionalisti una postazione dalla quale per mesi hanno bersagliato gli edifici della città con bombe e missili che hanno fatto strage di civili.



Ieri mattina il portavoce del Consiglio di Sicurezza di Kiev ha ammesso la perdita di sette militari, ma il bilancio delle vittime nell’esercito ucraino è assai più alto e il disfattismo comincia a serpeggiare all’interno della truppa già demotivata e demoralizzata. E in un quadro del genere la notizia che il governo ucraino vuole ristabilire la leva obbligatoria potrebbe far crescere malumori e proteste e rivelarsi un boomerang.
Per le forze armate di Kiev non va meglio sugli altri fronti: l’altro ieri un’imbarcazione della Guardia Costiera ucraina è stata colpita e messa fuori uso al largo della città portuale di Mariupol mentre ieri gli insorti sono riusciti ad abbattere un altro caccia di Kiev, un Sukhoi Su-27, vicino al al villaggio di Merezhki (Donetsk).

Fonte

* La miliziana in foto non imbraccia un'arma americana. Osservando il calcio e la parte posteriore dell'ottica di puntamento, si può dedurre che si tratti di un fucile di precisione Dragunov di fabbricazione russa, un'arma validissima nella propria "specialità", ma non classificabile come "supermoderna".