Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti.
In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca alle «ragioni emotive», come direbbe un Lele Adani in telecronaca o una Meloni che si identifica in un gioielliere omicida.
Al nono giorno di bombardamenti sull’Iran Donald Trump ha voluto mettere le perdite subite tra i suoi soldati come motivazione dei raid più recenti. Dopo aver negato per un paio di giorni di aver subito perdite il CentCom statunitense ha ammesso che la risposta di Teheran – droni e missili sulle basi Usa nei paesi del Golfo, ma anche in Giordania – hanno provocato la morte di tre soldati in Giordania e un altro nel nord dell’Iraq (ultime basi ancora attive dopo la guerra del 2003).
In totale i soldati Usa morti dalla fine di febbraio sono diventati 18. Poca cosa rispetto alle perdite iraniane, tra militari e civili, ma «pesanti» sull’opinione pubblica di casa, sempre più contraria alla prosecuzione di un avventura bellica dal senso incomprensibile.
Il tycoon ha voluto comunque mostrarsi «addolorato» per queste perdite sproloquiando tra una battuta con il servizievole Infantino ed altri mostri di cui ama circondarsi. “Ci sentiamo molto male, ma, sapete, quelle grandi persone, quei grandi patrioti, erano là fuori a combattere perché l’Iran non possa avere un’arma nucleare”, ha detto dimenticando le sue stesse affermazioni oltre un anno fa («abbiamo azzerato il loro programma nucleare»).
Visto che c’era ha sparato anche la solita rivendicazione di «successo» pressoché definitivo – “L’Iran è stato danneggiato molto, molto gravemente. Hanno perso quasi tutto militarmente. È rimasto loro molto poco. Hanno qualche missile. Hanno qualche drone. Hanno una certa capacità produttiva, non molta. Noi controlliamo lo stretto. Loro non controllano nulla”.
Se non fosse che Trump ripete questa fesseria ogni due giorni, forse qualche scemo ci potrebbe anche credere. La verifica sta proprio nei colpi che le basi Usa continuano a ricevere come risposta ai bombardamenti, anche perché le difese anti-missile sono da tempo alle prese con una carenza di «munizioni» (i missili Patriot e Thaad).
Ma il fronte più importante per l’impero statunitense resta quello economico, che già in aprile aveva costretto Trump a definire «finita» questa stessa guerra, dando il via libera alla mediazione pakistana e qatariota in quel di Islamabad.
Il prezzo del petrolio è tornato in un attimo sopra i 90 dollari al barile, e continua a salire.
Da un lato pesa il rischio che la nuova chiusura totale di Hormuz si traduca in tempi più o meno stretti in scarsità di rifornimenti a livello mondiale (il 20% in meno è una botta pesante per un mercato rigido come quello petrolifero). Le contromisure adottate finora, tra cui il rilascio di parte delle riserve strategiche di quasi tutti i paesi, sono in via di rapido esaurimento, come è ovvio che sia (se «svuoti la tanica», ma non hai modo di riempirla di nuovo, prima o poi finisce).
Ma pesa anche la contemporanea crisi dei prodotti raffinati derivati dal greggio, «grazie» alla contemporanea guerra in Ucraina. Dove i colpi di Kiev sulle infrastrutture energetiche russe, glorificati dai guerrafondai occidentali, hanno provocato la più scontata delle reazioni: il blocco delle esportazioni di diesel e altri prodotti. Qui le “sanzioni” occidentali hanno poco peso, visto che la stragrande maggioranza del mondo non le applica.
Negli Usa è peraltro iniziata la stagione delle vacanze, quando la gente si mette in macchina e fa centinaia di chilometri. Il prezzo dei carburanti è di nuovo intorno alla «soglia psicologica» dei quattro dollari al gallone (poco meno di un dollaro al litro; un sogno per gli europei, un incubo per gli yankee). Com’è noto, gli automobilisti votano... E hanno anche loro molta «sensibilità emotiva», quando devono aprire il portafoglio.
Il primo martedì di novembre, data delle elezioni di midterm per rinnovare metà del Congresso, è sempre più vicino. Trump ha davvero poco tempo per continuare a pasticciare sul fronte mediorientale.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/07/2026
Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump
10/07/2026
Medio Oriente: gli attacchi dell’Iran hanno causato miliardi di euro di danni alle basi Usa
Proprio presso quest’ultima base, secondo l’inchiesta, sono stati distrutti o gravemente danneggiati il quartier generale, una dozzina di edifici e due terminali per comunicazioni satellitari. Il Pentagono ha affermato che non vi sono state vittime nella base e che le operazioni non sono state compromesse in modo significativo, pur avendo evacuato gran parte del personale. Secondo le stime riportate dal giornale, però, la ricostruzione degli edifici danneggiati in Bahrein costerebbe circa 400 milioni di dollari.
Complessivamente, secondo uno studio realizzato dal “Center for Strategic and International Studies”, i danni subiti da tutte le basi statunitensi nella regione ammonterebbero a una cifra compresa tra i 2,2 e i 5,1 miliardi di dollari.
L’inchiesta conclude che il conflitto ha evidenziato l’eccessiva vulnerabilità delle installazioni militari tradizionali di fronte alle minacce rappresentate dai moderni missili e droni di precisione in dotazione alle forze armate iraniane.
Stando ad alcune fonti citate dal “Wall Street Journal”, il dipartimento della Guerra Usa sta valutando una revisione della propria presenza nella regione, con l’ipotesi di ridurre il personale in Kuwait e in Arabia Saudita, spostare alcune funzioni più a ovest e rafforzare o interrare i centri di comando per renderli meno sensibili ad eventuali nuovi attacchi. Il Pentagono starebbe addirittura pensando di spostare alcune delle sue basi mediorientali in territorio israeliano.
A citare la necessità di mettere al riparo le proprie basi in territorio israeliano è stato l’ex capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom), il generale Frank McKenzie. «Nessuno sano di mente metterebbe mai il quartier generale avanzato del Centcom a 160 km dall’Iran, [in Qatar], eppure è proprio lì che si trova», ha dichiarato l’ex comandante al Jewish Institute for National Security of America, riferendosi alla base militare di al-Udeid.
McKenzie, che è stato il più alto ufficiale militare responsabile delle forze statunitensi in Medio Oriente dal marzo del 2019 all’aprile del 2022, ha affermato che lui e altri funzionari dissero all’amministrazione Biden che la costellazione di basi statunitensi intorno a Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein era vulnerabile agli attacchi iraniani e che le forze statunitensi avrebbero dovuto essere dislocate in Occidente, incluso Israele. «Abbiamo proposto all’amministrazione Biden di valutare la possibilità di spostare le basi militari in Israele e in Egitto», ha raccontato McKenzie aggiungendo che l’amministrazione Biden ha respinto “categoricamente” l’idea. Ora però almeno una parte dell’establishment militare e politico statunitense sarebbero maggiormente inclini a ristrutturare lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente dopo i gravi danni provocati dalle rappresaglie iraniane.
La Repubblica islamica ha preso ripetutamente di mira il Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense – il Qatar – sede del quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti – e le basi aeree in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Sono state colpite anche altre basi, comprese quelle in Iraq e in Arabia Saudita.
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24/06/2026
Gli israeliani invadono il Libano, ma lamentano perdite
Da tutta questa melodrammatica sceneggiata e da questo vittimismo teatrale, si potrebbe pensare che i quattro israeliani siano stati uccisi nei loro letti a Tel Aviv, e non durante un viaggio in carro armato attraverso un paese straniero che avevano invaso.
Come ha detto Ryan Grim: “Non ho mai sentito parlare di un paese che invade un paese vicino e poi si lamenta che i suoi soldati siano morti durante l’invasione. Non credo che nessun altro paese abbia mai pensato di fare una simile lamentela”.
Con una mossa che non ha sorpreso assolutamente nessuno, Israele ha nuovamente bombardato senza pietà il Libano, mentre Netanyahu continuava a insistere sul fatto che l’esercito israeliano avrebbero proseguito la sua vasta occupazione del territorio libanese.
Le azioni di Israele hanno portato Teheran ad annullare i colloqui di pace programmati con Washington, ma ora giungono notizie di un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.
Israele non ha mai rispettato gli accordi di cessate il fuoco in Libano, ma vedremo cosa succederà.
Un fattore determinante in questo nuovo sviluppo potrebbe essere stata la minaccia dell’Iran di bombardare Israele senza preavviso se Trump non farà pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra in Libano, come abbiamo appreso da un recente rapporto di Drop Site News.
Il presidente Trump e il vicepresidente JD Vance hanno creato contenuti virali con toni duri sulla necessità che Israele raggiunga la pace e smetta di uccidere persone in Libano, ma in questo caso ciò che conta sono i fatti. O sono disposti a usare la loro influenza su Israele per garantire che questo accordo di pace si concretizzi, oppure no.
Se Israele continuerà a sabotare l’accordo senza subire gravi conseguenze da parte di Washington, potremo tranquillamente concludere che l’amministrazione Trump si è limitata alle parole.
E nel caso qualcuno non l’avesse capito, Trump non si meriterà mai alcun “merito” per aver fatto la pace con l’Iran, anche se alla fine dovesse spingere Israele a rispettare l’accordo. Non si ricevono elogi per aver iniziato una guerra di aggressione non provocata e poi averla persa. Non è una cosa che si possa fare.
Nel frattempo, invece di attaccare Trump per non aver fatto abbastanza per raggiungere la pace, i Democratici lo definiscono un debole e codardo per non aver continuato la guerra e per aver accettato di garantire 300 miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione.
“L’Iran ha raggirato Trump con questo cosiddetto accordo”, ha dichiarato giovedì il leader della minoranza al Senato , Chuck Schumer, aggiungendo: “I miei colleghi dell’altra parte dell’emiciclo sono disposti a inviare all’Iran 300 miliardi di dollari quando le esigenze economiche qui in patria sono così gravi? È quello che Trump vuole che facciano”.
“Con 300 miliardi di dollari potremmo porre fine al problema dei senzatetto, finanziare la ricerca sul cancro per 40 anni e offrire a ogni bambino l’asilo nido gratuito per oltre 7 anni. Invece, Trump li sta mandando all’Iran”, ha twittato la senatrice Amy Klobuchar.
“In sostanza, questo accordo prevede questo: l’Iran non fa alcuna concessione e gli Stati Uniti permettono all’Iran di commerciare petrolio gratuitamente, impegnandosi inoltre a versargli 300 miliardi di dollari di risarcimento”, ha dichiarato il senatore Chris Murphy.
“Trump sta sbandierando un ‘accordo’ che promette di revocare tutte le sanzioni, consentire all’Iran di esportare petrolio e potenzialmente imporre pedaggi, e consegnare più di 300 miliardi di dollari a quel paese”, ha affermato il senatore Adam Schiff, aggiungendo che l’accordo “sembra più una resa”.
Questi importanti esponenti democratici fanno sembrare che Trump stia semplicemente prendendo 300 miliardi di dollari dai contribuenti americani, quando, secondo Reuters, il finanziamento dell’accordo “sarà costituito interamente da fondi del settore privato”.
I democratici stanno essenzialmente riproponendo la stessa falsa accusa “Obama ha dato all’Iran bancali di contanti” che i repubblicani usavano per criticare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.
Ancora più significativo, quanto è rivelatore il fatto che questi guerrafondai fanatici improvvisamente fingano di preoccuparsi di quanto 300 miliardi di dollari potrebbero aiutare i cittadini americani comuni?
Ogni volta che qualcuno cerca di spostare il partito di un centimetro a sinistra su temi come l’assistenza sanitaria universale o altro, si vedono i funzionari del Partito Democratico che puntano il dito contro di loro, dicendo che non ci sono soldi per simili fantasie irrealizzabili, ma non appena si presenta l’occasione di promuovere nuove guerre, si affrettano a dire che potrebbero usare tutti quei soldi destinati alla pace per porre fine al problema dei senzatetto. Tutto ciò, ovviamente, verrà completamente ignorato al momento di votare il prossimo bilancio militare da 1.500 miliardi di dollari.
I democratici sono dei bugiardi insopportabili. La loro meschinità è superata solo dai sostenitori di Trump che affermano che il loro presidente meriti il Premio Nobel per la Pace per aver perso una guerra che lui stesso ha iniziato.
Comunque, la situazione è un disastro. Vedremo come si evolverà il tutto.
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19/06/2026
Tregua in Libano, ma combattimenti in corso
Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno.
Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del Qatar hanno mediato l’accordo con l’aiuto dell’Iran, osservando che il “cessate il fuoco” era già entrato in vigore all’ora stabilita.
Queste dichiarazioni arrivano dopo continui massacri israeliani operati dall’alba di venerdì, prendendo di mira case abitate in diverse città e villaggi nel sud del Libano, che hanno fatto numerosi morti e feriti, compresi bambini.
Questi attacchi sono arrivati nonostante l’avvenuta firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che ha stabilito la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e la garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità del Libano.
D’altra parte, il Canale 13 israeliano ha citato un funzionario di Tel Aviv che ha confermato il suo ingresso nello stato di “cessate il fuoco”, commentando che “se Hezbollah non attacca, questo non è il momento per la guerra da parte di Israele”.
Ha aggiunto che però le forze dell’esercito israeliano rimarranno nel sud del Libano, mentre l’esercito di occupazione israeliano ha minacciato di continuare a compiere gli attacchi “fino a quando necessario”, il che significa ancora la mancata attenzione dell’accordo da parte dell’occupazione e la creazione di pretesti per proseguire l’aggressione in Libano.
L’esercito di occupazione ammette l’uccisione di 4 soldati, tra cui un comandante di battaglione nel sud del Libano
I media israeliani riferiscono che il comandante del 52esimo battaglione dell’esercito israeliano, il tenente colonnello Ghadlia bin Samhoun, e altri tre soldati sono stati uccisi dopo che un carro armato del battaglione è stato preso di mira durante un’operazione militare nel sud del Libano giovedì sera.
L’esercito di occupazione israeliano ha riconosciuto venerdì mattina l’uccisione del comandante del 52esimo battaglione.
Channel 14 ha riferito, citando un’indagine preliminare, che l’incidente è avvenuto intorno alle 00:20, dopo un che il sospetto bersaglio di un carro armato appartenente alle forze del 52° Battaglione stava “lavorando” all’interno dell’area controllata dalla Brigata Givati, nella zona di Kafr Net, distretto di Nabati.
Secondo il Canale 7 di Israele, il bilancio dell’esercito israeliano nel sud del Libano da quando il cessate il fuoco è stato annunciato ad aprile è salito a 23 morti e oltre 700 feriti.
Bin Samhoun ha preso il comando del 52esimo battaglione qualche settimana fa, succedendo al suo ex comandante, che è stato gravemente ferito durante le battaglie nel sud del Libano circa due mesi fa.
Altri 5 soldati feriti a Kfartebnett
Oltre all’operazione in cui sono stati uccisi quattro soldati, tra cui un comandante di battaglione con il grado di colonnello, le piattaforme mediatiche israeliane hanno indicato che altri 5 soldati, tra cui un ufficiale, sono stati gravemente feriti, in una imboscata nella zona di Käfretbnett.
In un contesto correlato, i media israeliani hanno riconosciuto che l’esercito israeliano non è riuscito a occupare le vette di Ali al-Taher a Nabatieh, nel sud del Libano.
Hanno sottolineato che “molti carri armati sono stati colpiti durante un attacco dell’Idf, e sono in corso evacuazioni dei feriti dell’Idf, in seguito al lancio di missili anticarro e all’uso di droni”.
Hanno aggiunto che ci sono scontri molto difficili e battaglie sulle vette di Ali al-Taher, sottolineando che un certo numero di soldati dell’esercito israeliano sono stati uccisi e un numero molto elevato di loro è rimasto ferito.
Ieri sera, il Libano meridionale aveva assistito a violenti scontri nelle vicinanze della città di Nabatieh tra le forze di occupazione israeliane e gli elementi della resistenza in Libano, come risultato della risposta di Hezbollah all’avanzata israeliana verso le vette di Ali al-Taher.
Il corrispondente di Al-Mayadeen ha riferito che aerei israeliani hanno attaccato diverse aree nel sud del Libano, effettuando più di 16 raid, dopo l’entrata in vigore del presunto “cessate il fuoco”.
I raid israeliani hanno colpito le aree di Shawkin, Mevdon, Jabal al-Rafi e al-Raihan.
Un attacco israeliano è stato diretto contro la città di Nabatieh, che ha coinciso direttamente con i tempi della presunta entrata in vigore del “cessate il fuoco”.
Da parte sua, il ministero della Salute libanese ha annunciato che gli intensi attacchi lanciati dall’occupazione israeliana dalla mezzanotte fino a venerdì pomeriggio, hanno portato a un bilancio aggiornato di 47 morti e 97 feriti.
Il Ministero della Salute ha anche indicato che il bilancio cumulativo totale dell’aggressione israeliana dal 2 al 19 giugno ammontava a 3980 morti e 12.001 feriti.
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04/06/2026
L’invasione del Libano non è “un pasto gratis” per Israele
L’invasione del Libano comincia a presentare un alto costo per Israele. L’esercito israeliano ha infatti confermato che altri due soldati sono stati uccisi in combattimento nel sud del Libano, aggiungendosi ad un bilancio in aumento. Altri quattro erano stati uccisi domenica.
Le morti arrivano mentre Washington ha avanzato alcune proposte per fermare gli attacchi israeliani su Beirut e ridurre il volume di fuoco di Hezbollah contro Israele. L’agenzia Reuters riporta che i combattimenti nel sud del Libano sono continuati anche mentre si discutevano le ipotesi di de-escalation parziale.
La Difesa Civile libanese ha dichiarato che sei persone sono state uccise in due attacchi con droni israeliani nell’area di Al-Hawsh nel distretto di Tiro, mentre il Ministero della Salute libanese ha riferito che cinque persone sono morte e 48 ferite, tra cui un medico e operatori sanitari presso l’ospedale Tebnine, dopo quasi 24 ore di attacchi israeliani nell’area di Bint Jbeil. Ulteriori attacchi e bombardamenti sono stati segnalati anche a Siddqin, Arzoun, Blat, Dibbine e Deir Qanoun-Ras al-Ain, mentre le operazioni militari israeliane continuano nel sud del Libano.
Hezbollah ha dichiarato di aver compiuto 13 attacchi contro le forze israeliane nel sud del Libano, prendendo di mira concentrazioni di truppe, veicoli militari e postazioni di comando con razzi, artiglieria, missili guidati e droni d’attacco. Alcuni dei combattimenti più intensi si sono svolti a Haddatha e nell’area di al-Balou’, dove Hezbollah ha affermato di aver colpito diversi carri armati Merkava e di aver fatto esplodere un ordigno esplosivo contro un veicolo militare, costringendo le truppe israeliane a fermare l’avanzata e a ritirarsi sotto copertura aerea israeliana.
Hezbollah ha inoltre segnalato attacchi contro posizioni israeliane vicino al Castello di Beaufort e a Biyyada, affermando che salve di razzi e missili guidati hanno preso di mira i quartieri generali del comando e le unità corazzate.
Questo divario tra diplomazia e realtà sul campo è diventato uno degli elementi chiave della crisi attuale. Pubblicamente, i leader parlano di moderazione e calma graduale. Sul terreno invece continuano i combattimenti.
Reuters ha riferito che Israele ha già subito vittime militari e civili nel nuovo scontro, e ogni nuova morte aumenta i dubbi su quanto la campagna stia producendo veri vantaggi strategici.
La stessa agenzia riferisce che la proposta americana di tregua puntava prima di tutto a fermare gli attacchi contro Beirut e i suoi sobborghi meridionali in cambio della fine degli attacchi di Hezbollah contro Israele.
In un intervento durante una riunione governativa, Netanyahu ha affermato che le misure di fortificazione che si estendono fino a 7 km dal confine libanese sono “un’aggiunta alla sicurezza” israeliana.
Il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Tommy Pigott, ha dichiarato che le delegazioni israeliane e libanese hanno concluso un altro ciclo di negoziati diretti a Washington DC, focalizzati sul raggiungimento di un accordo politico e di sicurezza globale, aggiungendo che un altro ciclo di colloqui è previsto per oggi, mercoledì.
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29/05/2026
“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”
L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa
Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.
Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.
Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.
Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?
Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.
Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.
Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.
E l’altro?
Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.
La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?
Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.
Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.
Vale a dire?
Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.
Eppure...
Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.
E per quanto riguarda il supporto americano?
Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.
Con quali potenziali effetti?
Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.
La difesa europea?
È e resterà un miraggio.
C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?
I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).
Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.
Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?
Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.
Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?
La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.
L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.
Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?
Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.
Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?
Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.
Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.
In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.
Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.
Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?
Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.
In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.
Sono dati all’apparenza contraddittori.
Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.
A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?
È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.
Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.
È un esito estremo del sentimento antirusso?
Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.
Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?
E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.
Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.
Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.
La tua previsione?
Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.
Fonte
27/05/2026
Libano - La tregua non esiste, Israele bombarda e manda truppe oltre la linea gialla
I negoziati tra Israele e governo libanese a Washington non stanno servendo a nulla. Tel Aviv prosegue sulla sua agenda aggressiva indipendentemente sia dalla “trattativa” in corso sul Libano sia dai negoziati sulla guerra in Iran. In questo secondo caso la cosa potrebbe provocare seri problemi. L’Iran infatti intende tenere il Libano dentro il dossier del negoziato complessivo con gli USA.
Sul campo proseguono infatti i bombardamenti israeliani e i diktat di sfollamento per interi villaggi. L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese riporta che un attacco israeliano ha colpito questa mattina il villaggio di Deir Aames, nel sud del Libano, a Tiro, uccidendo due persone e ferendone un'altra. Questo ultimo attacco avviene mentre inizia la celebrazione dell’Eid al-Adha, una festa importante nell’Islam.
Gli attacchi israeliani sul territorio libanese già ieri sera avevano causato almeno 30 morti mentre Israele ha ampliato le sue operazioni di terra oltre la cosiddetta “Linea Gialla”.
L’esercito israeliano ha infatti iniziato ad avanzare oltre la cosiddetta “linea di difesa avanzata” nel sud del Libano, segnando un’escalation significativa che coincide con il continuo fallimento di Tel Aviv nel prevenire i mortali attacchi con droni di Hezbollah.
Israele ha “esteso le operazioni di terra oltre la zona di sicurezza designata in alcune aree del sud del Libano negli ultimi giorni”, hanno dichiarato fonti militari al Times of Israel. “I soldati hanno effettuato incursioni mirate basate su informazioni d'intelligence sia oltre la linea di difesa avanzata sia a nord del fiume Litani, concentrandosi sulle aree in cui Hezbollah mantiene infrastrutture e basi operative”, aggiunge il rapporto.
Anche il Canale 12 israeliano ha confermato che l’esercito israeliano ha lanciato un assalto terrestre nel sud del Libano oltre la linea.
Haaretz ha analogamente affermato che l’esercito ha “esteso” la sua invasione. Nuovi ordini di sfollamento forzato sono stati emessi contro un ospedale, una moschea e un edificio delle Nazioni Unite. Secondo il giornale israeliano, l’espansione delle operazioni di terra israeliane nel sud del Libano mira a contrastare il lancio di droni FPV in fibra ottica da parte della resistenza libanese, che hanno inflitto pesanti perdite alle truppe israeliane negli ultimi giorni.
L’espansione terrestre israeliana arriva dopo che l’esercito israeliano non è riuscito a impedire a Hezbollah di colpire le sue forze con droni FPV e soprattutto perchè l’avanzata sul terreno procede a rilento a causa della resistenza incontrata.
Le reti e altre misure di protezione non sono riuscite a fermare gli attacchi con droni che uccidono soldati e comandanti, distruggono veicoli militari e mettono fuori uso radar e apparecchiature di difesa. I droni FPV in fibra ottica di Hezbollah stanno infliggendo pesanti perdite alle truppe israeliane che occupano il Libano, così come a quelle stanziate nelle basi lungo il confine e all’interno degli insediamenti settentrionali. L’esercito israeliano ha ammesso di aver perso 22 soldati dall’inizio di marzo.
Hezbollah dal canto suo ha rivendicato numerosi attacchi contro le truppe israeliane nel sud del Libano. Nel frattempo, i media israeliani hanno riportato che oltre 15 droni esplosivi lanciati dal gruppo libanese sono esplosi sul territorio di Israele.
Israele bombarda e uccide anche a Gaza
Il bilancio delle vittime causate da un attacco notturno a un edificio residenziale nel quartiere al-Rimal, a ovest di Gaza, è salito a sei, secondo Al Jazeera. Israele afferma che l’attacco ha preso di mira il nuovo comandante militare di Hamas, Mohammed Odeh, che ha succeduto a Izz al-Din al-Haddad a metà maggio.
I palestinesi nella Striscia di Gaza si preparano per la festa musulmana dell’Eid al-Adha, nonostante i persistenti bombardamenti e attacchi israeliani. Rapporti locali che citano fonti mediche indicano la morte di più di una dozzina di persone nelle ultime 24 ore, mentre l’esercito israeliano lancia attacchi diffusi in tutta l’enclave assediata.
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20/05/2026
Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente
L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.
Stati in guerra ‘ufficiosa’
L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.
I danni alle basi statunitensi
Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.
Nascondere i fatti per verità addomesticate
I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.
I danni nei Paesi del Golfo
Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.
La base segreta israeliana in Iraq
A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.
Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele
Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.
Il numero dei morti, in Libano e in Iran
Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.
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08/05/2026
Washington Post: i danni alle basi Usa nel Golfo sono molto più estesi di quanto trapelato
A rivelarlo è un’inchiesta esclusiva del Washington Post, basata sull’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dai media statali iraniani e successivamente verificate dal giornale statunitense. Da questa emerge che gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari americane nel Vicino Oriente abbiano causato danni ben più gravi di quanto riconosciuto ufficialmente da Washington.
Secondo il Post, sono almeno 228 le strutture o i sistemi militari colpiti o distrutti in 15 installazioni statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Fra gli obiettivi colpiti figurano hangar, caserme, depositi di carburante, radar THAAD e Patriot, sistemi di comunicazione satellitare, infrastrutture elettriche e persino velivoli da comando e rifornimento.
L’inchiesta afferma inoltre che:
– oltre 400 militari americani sarebbero rimasti feriti;
– 7 soldati statunitensi sarebbero morti negli attacchi;
– alcune basi sarebbero state considerate troppo vulnerabili per mantenere il normale livello di personale operativo;
– il quartier generale della V Flotta USA in Bahrain avrebbe subito danni definiti “estesi”, al punto da costringere parte delle attività a trasferirsi temporaneamente in Florida.
Particolarmente rilevante è anche un altro elemento evidenziato dal quotidiano: due grandi società commerciali di immagini satellitari, Planet e Vantor, avrebbero limitato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini del teatro mediorientale su richiesta del governo americano, rendendo più difficile una valutazione indipendente dei danni subiti dagli Stati Uniti.
Gli esperti consultati dal Washington Post parlano di attacchi “precisi”, di vulnerabilità strutturali delle basi americane e di un insufficiente adattamento statunitense alla guerra moderna basata su droni e saturazione missilistica.
L’articolo sottolinea tuttavia che, nonostante i danni, la capacità offensiva statunitense contro l’Iran non sarebbe stata neutralizzata. Secondo diversi analisti citati, il problema principale non sarebbe tanto la perdita immediata di capacità operative quanto il costo crescente della difesa e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture fisse americane nel Golfo.
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27/04/2026
Per gli Usa è tempo di cominciare a ragionare
Battute a parte, la stato di salute dei mercati finanziari da tempo è “sotto effetto” di droghe che persino i cultori del capitale fanno fatica a comprendere, perché, con gli stormi di “cigni neri” che girano per il Mondo, logica vorrebbe fossero assai più depressi.
L’unica buona notizia, al momento, è l’assenza di altre cattive notizie. Vero è che Israele ha ripreso a picchiare sul Libano come se la tregua stabilita da Trump, convocando le parti alla Casa Bianca, non fosse mai esistita (un altro schiaffo in faccia al tycoon, la cui credibilità è ormai sotto tutti i tacchi).
Ma è anche vero che Netanyahu ne aveva bisogno per chiedere ancora una volta l’annullamento per “motivi di sicurezza” della propria testimonianza nel processo per corruzione, prevista per oggi dopo una lunga pausa dovuta alla guerra. Magari domani ci ripensa e torna “obbediente a Washington”, limitandosi ai soliti omicidi mirati e ai raid “puntuali”...
L’ottimismo circa le trattative di pace mediate dal Pakistan sopravvive in pratica solo grazie all’Iran, il cui ministro degli esteri, Seyed Abbas Araghci, sta da giorni facendo un giro di consultazioni, visitando prima proprio il Pakistan, poi l’Oman (sulla sponda opposta dello Stretto di Hormuz), poi di nuovo il Pakistan e infine oggi Mosca, dove incontrerà Vladimir Putin “per discutere gli sviluppi della guerra e fare il punto sulla situazione attuale. Sono convinto che queste consultazioni e il coordinamento tra i due Paesi in merito saranno di particolare importanza”.
Lo stesso Araghci, lasciando Islamabad dopo la seconda visita, ha riconosciuto che quel Paese “ha svolto un ruolo importante nella mediazione dei negoziati tra Iran e Stati Uniti di recente, ed era necessario discutere degli ultimi sviluppi”.
Sul versante ottimistico, Araghci ha detto che “ci sono stati degli sviluppi nel processo negoziale, e gli approcci scorretti e le richieste eccessive degli Stati Uniti hanno impedito al precedente ciclo di negoziati di raggiungere i suoi obiettivi, nonostante alcuni progressi”. Ma alla fine “Abbiamo esaminato quanto accaduto in passato e discusso di come, e a quali condizioni, i negoziati potrebbero proseguire”.
Condizioni ora trasmesse agli Stati Uniti, che dovranno esaminarle non appena si sarà ricomposta un’amministrazione finita due giorni fa “esfiltrata” o sotto i tavoli dell’hotel Hilton, mentre un professore-attentatore cercava di entrare sparando.
Sull’episodio in sé fioccano ormai complotti dietrologici e ironie più o meno grevi. Più veloci della luce, i creativi iraniani che utilizzano l’intelligenza artificiali e il “linguaggio Lego” per trollare un po’ il tycoon, poche ore dopo “l’attentato” hanno messo online il questo video, sicuramente intrigante (sottolineiamo la colonna sonora rap, davvero incompatibile con l’immagine stereotipata dell’Iran costruita in Occidente).
Di fatto, comunque, il “cessate il fuoco” tra Teheran e Washington, per quanto unilaterale e “ad capocchiam” di Donald Trump, continua a reggere. Ma anche il “controblocco” di Hormuz da parte della flotta Usa – che ha fermato nei giorni scorsi alcune navi iraniane – considerato da Teheran un ostacolo alla ripresa di trattative serie e dirette in quel di Islamabad.
Il quadro strategico complessivo non è comunque mutato. Secondo fonti del Dipartimento della Guerra statunitense e del Congresso che hanno parlato con il New York Times in 40 giorni di attacchi le forze armate statunitensi hanno consumato buona parte della propria dotazione missilistica.
In dettaglio: 1.100 missili da crociera JASSM (oltre un milione di dollari l’uno), 1.000 missili da crociera Tomahawk (in pratica la produzione di 10 anni, al costo di 3,6 milioni di dollari l’uno), 1.200 missili antimissile Patriot (il doppio della produzione annuale, quasi 4 milioni di dollari a esemplare), 1.000 missili balistici tattici ATACMS e altri missili terrestri.
Il problema, secondo gli analisti militari, non è tanto il costo di tutta questa roba (oltre 30 miliardi, comunque, quasi uno al giorno), ma l’impossibilità industriale di rimpiazzarla in tempi brevi.
Sul piano più strettamente militare, poi, quest’armamentario hi-tech e ultracostoso è stato consumato per contrastare – con efficacia decrescente, col passare dei giorni – sciami di droni e missili a basso costo ma sufficientemente precisi da distruggere i proprie obbiettivi (radar, basi militari in Usa, Israele e paesi del Golfo).
«Secondo le fonti sentite dal NYT, gli arsenali quasi vuoti impedirebbero agli USA di sostenere conflitti ad ampio respiro per diversi anni: per ripristinare scorte precedenti al conflitto occorrerebbero 6 anni e molti miliardi», sottolinea il sito specializzato Analisi Difesa. Ma nel frattempo l’egemonia mondiale fondata sulla forza sarà defunta, anche perché sarà difficile tagliare del tutto le forniture di questi mezzi all’Ucraina (pur addebitando il costo a quei fessi dell’Unione Europea) e soprattutto ad Israele.
Proseguire in queste guerre, e soprattutto provare ad aprirne altre (Cuba, Taiwan, ecc.), diventa insomma proibitivo sul piano strettamente industriale, fisico. Non esistono, infatti, più le condizioni politiche e tecnologiche che permisero, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, di trasformare fabbriche di automobili in produttrici di armi. Tanto meno il consenso interno verso “sacrifici” del genere in assenza di reali pericoli diretti per gli Stati Uniti.
Chissà se questi ragionamenti, sintetizzati in report di facile lettura, cominciano a farsi strada anche tra gli ammessi allo Studio Ovale. Tra l’andare avanti al buio, recitando la parte del cowboy ubriaco, e prendersi una pausa di riflessione la scelta non dovrebbe essere difficile. Per gente che ragiona, certo...
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Miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e una supremazia militare schiacciante, un paio di cambio di regime, persino un’operazione di salvataggio di un soldato statunitense che ormai molte voci, con analisi sensate alla mano, descrivono come un tentativo di furto (fallito) dell’uranio arricchiti iraniano.
Nessuno crede davvero alla versione ufficiale della Casa Bianca, e tutti hanno visto bene la capacità di Teheran di infliggere pesanti colpi alla superpotenza stelle-e-strisce. Ma stando a quel che riporta la NBC, l’entità dei danni all’infrastruttura militare statunitense sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a ciò che è trapelato fino a ora.
Il rapporto, curato dal team di Gordon Lubold e Courtney Kube, basato soprattutto sulle testimonianze di tre funzionari statunitensi e due assistenti del Congresso, indica che le spese di riparazione per le installazioni nel Golfo Persico ammonterebbero a svariati miliardi di dollari. Già alcuni analisti avevano fatto presente i costi di alcuni radar colpiti, ma ora arrivano informazioni più precise.
La rappresaglia di Teheran, scattata dopo l’offensiva americana del 28 febbraio, ha colpito decine di obiettivi in sette diversi paesi del Vicino Oriente. Tra le strutture danneggiate figurano hangar, quartieri generali di comando, infrastrutture per le comunicazioni satellitari, piste d’atterraggio e sistemi radar di ultima generazione.
Solo per il ripristino delle infrastrutture di base, escludendo armamenti e velivoli, l’American Enterprise Institute (AEI) stima una spesa superiore ai 5 miliardi di dollari. C’è poi un episodio che mette in dubbio non solo la narrazione trumpiana sulla cancellazione delle forze iraniane, ma anche l’effettiva supremazia statunitense sui cieli della regione.
Il caso riguarda la base di Camp Buehring, in Kuwait. Nonostante la presenza di sofisticati sistemi di difesa aerea, un caccia iraniano F-5 sarebbe riuscito a penetrare lo spazio protetto e a bombardare la base. Si tratta di un evento che segna una sorta di spartiacque: è la prima volta in oltre 70 anni che un velivolo ad ala fissa riesce a colpire direttamente una struttura militare statunitense. L’ultimo precedente è stato nella Guerra di Corea.
A ciò si aggiungono le informazioni pubblicate dalla CBS pochi giorni fa, che parlano di un arsenale iraniano di missili balistici e sistemi di lancio intatto per metà all’inizio del cessate il fuoco, il 60% della componente navale della Repubblica Islamica ancora operativo, e una capacità aerea iraniana ridotta, ma lontana dall’essere eliminata, con due terzi delle forze ancora operative.
Oltre ai danni materiali, il rapporto della NBC accenna a un pesante bilancio umano. Fonti interne parlano di 13 militari statunitensi deceduti (6 in un unico attacco in Kuwait) e circa 400 feriti. Nonostante ciò, l’amministrazione avrebbe esercitato pressioni su aziende di immagini satellitari per limitare la diffusione delle foto dei siti colpiti, rendendo difficile una valutazione esterna indipendente.
La realtà, però, è che non solo l’opinione pubblica, ma persino il Congresso non sa quasi nulla, come ha affermato un assistente repubblicano al Congresso, evidenziando una crescente frustrazione per la mancanza di trasparenza del Pentagono. Nel frattempo, sarebbe in arrivo in parlamento un piano di spesa supplementare che potrebbe superare i 100 miliardi di dollari per coprire i costi complessivi del conflitto.
Inoltre, il primo maggio scadono i 60 giorni che la legge statunitense prevede per l’approvazione del Congresso di operazioni di guerra a cui ha dato avvio il presidente. Trump ha varie alternative davanti, ma ciascuna di esse potrebbe finire con l’esacerbare ulteriormente una polarizzazione interna che si può facilmente notare dal quarto attentato alla vita del presidente in nemmeno due anni.
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08/04/2026
Il più grande furto nucleare della storia è fallito
Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro. Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota si era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.
A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve atomiche iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.
I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 kg ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza.
Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva dichiarato pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.
La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale americano con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 km dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia.
Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito o ucciso”.
Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere.
Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan?
L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e 8 soldati morti. Allora come oggi: aerei americani distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi.
La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare.
Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: un tentativo americano di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire.
Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano.
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06/04/2026
Il Pentagono insabbia le perdite, da anni. L’analisi da The Intercept
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, o CENTCOM, che sovrintende alle operazioni militari in Medio Oriente, sembra essere coinvolto in quello che un funzionario della difesa ha definito un “insabbiamento delle vittime”, fornendo a The Intercept cifre sottostimate e obsolete e omettendo di fornire chiarimenti su morti e feriti tra i militari.
Almeno 15 soldati statunitensi sono rimasti feriti venerdì in un attacco iraniano contro una base aerea saudita che ospita truppe americane, secondo quanto riferito da due funzionari governativi a The Intercept. Centinaia di militari statunitensi sono stati uccisi o feriti nella regione da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran poco più di un mese fa.
Il presidente Donald Trump, che indossava un abito blu, una cravatta rossa e un berretto da baseball per la solenne cerimonia di trasferimento delle prime salme americane cadute in guerra, ha affermato che le vittime erano inevitabili. “Quando ci sono conflitti come questo, ci sono sempre morti”, ha detto in seguito.
“Ho incontrato i genitori ed erano persone incredibili. Persone incredibili, ma avevano tutti una cosa in comune. Mi hanno detto una sola cosa, ognuno di loro: ‘Porti a termine il lavoro, signore. La prego, porti a termine il lavoro’”.
Martedì, Trump ha lasciato intendere che avrebbe posto fine alla guerra con l’Iran in sole due settimane, nonostante non avesse raggiunto molti dei suoi obiettivi dichiarati, come la “libertà per il popolo” iraniano, “impadronirsi del petrolio iraniano” e costringere l’Iran alla “resa incondizionata”.
A un certo punto, il presidente ha persino dichiarato che la guerra sarebbe durata “finché necessario per raggiungere il nostro obiettivo di PACE IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE E, IN REALTÀ, NEL MONDO!”.
Nel frattempo, il CENTCOM ha diffuso dichiarazioni obsolete sul numero delle vittime, con conseguenti sottostime, tra cui una dichiarazione inviata lunedì dal portavoce, il capitano Tim Hawkins, in cui si affermava che “Dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, circa 303 militari statunitensi sono rimasti feriti”.
Il commento risaliva a tre giorni prima ed escludeva almeno 15 feriti nell’attacco di venerdì alla base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Il comando non ha risposto alle ripetute richieste di dati aggiornati. Il CENTCOM si è inoltre rifiutato di fornire un conteggio dei soldati morti nella regione dall’inizio della guerra.
Un’analisi di The Intercept stima che il numero non sia inferiore a 15. “Questo è, ovviamente, un argomento che [il Segretario alla Guerra Pete] Hegseth e la Casa Bianca vogliono tenere strettamente segreto”, ha affermato il funzionario della difesa che ha parlato a condizione di anonimato per poter esprimersi francamente.
Nel 2024, durante l’amministrazione Biden, il Pentagono ha fornito a The Intercept cronologie dettagliate degli attacchi alle basi statunitensi in Medio Oriente, che indicavano la specifica base attaccata, il tipo di attacco e se – e quante – vittime si fossero registrate, insieme a un conteggio complessivo degli attacchi per paese. I dati dell’amministrazione Trump, al contrario, mancano di dettagli e chiarezza.
Le attuali cifre del CENTCOM relative alle vittime non sembrano includere gli oltre 200 marinai curati per inalazione di fumo o feriti in altro modo a causa dell’incendio divampato a bordo della USS Gerald R. Ford prima che la nave si dirigesse a fatica verso la baia di Souda, in Grecia, per le riparazioni. Il CENTCOM non ha risposto a quasi una dozzina di richieste di chiarimenti sul numero delle vittime e sulle informazioni correlate, inviate questa settimana.
“Il CENTCOM e la Casa Bianca dovrebbero fornire informazioni accurate e tempestive sui costi e le vittime di questa guerra. Dopotutto, sono i contribuenti americani a finanziarla e la prosperità e il benessere economico degli Stati Uniti vengono compromessi da essa”, ha dichiarato a The Intercept Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare presso Defense Priorities, un think tank che promuove una politica estera statunitense misurata.
Mentre gli Stati Uniti hanno bombardato incessantemente l’Iran, quest’ultimo ha risposto con attacchi contro le basi statunitensi in tutto il Medio Oriente, utilizzando missili balistici e droni. Il CENTCOM si rifiuta persino di fornire un semplice conteggio delle basi statunitensi attaccate durante la guerra. “Non abbiamo nulla da dirvi”, ha dichiarato un portavoce a The Intercept.
Un’analisi condotta da The Intercept, tuttavia, rivela che basi in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti sono state prese di mira. Martedì, Hegseth ha affermato che l’Iran conserva la capacità di reagire agli attacchi statunitensi, ma che questi sarebbero inefficaci. “Sì, lanceranno ancora alcuni missili”, ha detto, “ma li abbatteremo”. Mercoledì mattina, funzionari del Bahrein, del Kuwait e del Qatar hanno segnalato attacchi missilistici o con droni provenienti dall’Iran.
Secondo due funzionari governativi, gli attacchi iraniani hanno costretto le truppe statunitensi a ritirarsi dalle loro basi in hotel e uffici in tutta la regione. Il funzionario della difesa era furioso per l’incapacità del Pentagono di rafforzare adeguatamente le basi e ha deriso la preghiera pronunciata martedì da Hegseth durante una conferenza stampa al Pentagono.
“Che Dio vegli su tutti loro, ogni giorno e ogni notte. Che le sue braccia onnipotenti ed eterne della provvidenza si estendano su di loro e li proteggano”, ha detto Hegseth. “Perché Hegseth non li ha protetti?” ha chiesto il funzionario della difesa. “Chiunque avesse un minimo di buon senso sapeva che questi attacchi erano imminenti”. Il portavoce del Pentagono, Kingsley Wilson, non ha risposto alle numerose richieste di commento.
Il generale in pensione Joseph Votel, ex capo del Comando Centrale, ha ricordato che le truppe statunitensi nella regione sono state oggetto di attacchi con droni per almeno un decennio.
“A quel tempo avevamo individuato la necessità di proteggerci da questa minaccia, e ci è voluto troppo tempo perché il Dipartimento della Difesa rispondesse e fornisse una protezione adeguata alle nostre truppe schierate”, ha dichiarato a The Intercept, riferendosi agli attacchi con droni durante la campagna contro l’ISIS nella primavera del 2016. “Era prevedibile che, in caso di attacco, l’Iran avrebbe reagito contro le nostre basi, installazioni e forze, e concordo sul fatto che avremmo dovuto prevedere e prepararci a questa inevitabilità”.
Kavanagh, che in precedenza aveva richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità degli avamposti statunitensi in Medio Oriente, ha fatto eco alle parole di Votel. “È chiaro da anni che la rapida proliferazione di droni e missili a basso costo avrebbe messo a rischio le basi statunitensi e i radar di rilevamento precoce nella regione, eppure il Pentagono ha fatto ben poco per proteggerli”, ha affermato.
“La mancata volontà di investire in infrastrutture più sicure è stata una scelta. Il Congresso dovrebbe considerare questo fallimento come la prova che semplicemente dare più soldi al Pentagono non è la strada per la sicurezza nazionale”. “Sarebbe meglio se le basi militari in tutta la regione venissero chiuse definitivamente”, ha aggiunto.
In dichiarazioni pubbliche, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha criticato gli Stati Uniti per l’utilizzo di civili nelle vicine monarchie arabe del Consiglio di Cooperazione del Golfo come scudi umani. “I soldati statunitensi sono fuggiti dalle basi militari del GCC per nascondersi in hotel e uffici”, ha scritto su X la scorsa settimana. “Gli hotel negli Stati Uniti rifiutano le prenotazioni agli ufficiali che potrebbero mettere in pericolo i clienti. Gli hotel del GCC dovrebbero fare lo stesso”.
Votel ha inoltre espresso preoccupazione per l’utilizzo di hotel e uffici da parte delle truppe, osservando che ciò “potrebbe trasformare le normali infrastrutture civili in obiettivi militari per il regime iraniano”. Il mese scorso, un attacco di droni iraniani contro un hotel in Bahrein ha ferito due dipendenti del Dipartimento della Guerra, secondo un cablogramma del Dipartimento di Stato visionato dal Washington Post.
Il CENTCOM non ha risposto a una richiesta di conferma da parte di The Intercept sul fatto che tali ferite siano riconducibili all’attacco del 2 marzo contro l’hotel Crowne Plaza, una struttura di lusso a Manama, capitale del Bahrein, ma un funzionario ha indicato che questa è la probabilità.
Votel ha affermato che la mancata fornitura di un’adeguata protezione alle truppe potrebbe ostacolare le operazioni statunitensi. “Credo che ciò complichi notevolmente il comando e il controllo e potrebbe compromettere la coesione e l’efficacia delle unità”, ha dichiarato a The Intercept, riferendosi al trasferimento delle truppe in hotel e uffici. “Detto questo, potremmo non avere molte alternative se non saremo in grado di proteggere le basi militari in cui normalmente sarebbero alloggiate”.
Almeno 15 soldati statunitensi in Medio Oriente sono morti dall’inizio della guerra con l’Iran, tra cui sei militari uccisi in un attacco di droni a Port Shuaiba, in Kuwait, e un soldato deceduto a seguito di un “attacco nemico avvenuto il 1° marzo 2026 presso la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita”. Oltre 520 militari statunitensi sono rimasti feriti, compresi coloro che hanno inalato fumo a bordo della portaerei Ford.
Prima dell’attuale guerra contro l’Iran, le basi statunitensi in Medio Oriente sono state sempre più spesso prese di mira da una combinazione di droni d’attacco, razzi, mortai e missili balistici a corto raggio, dopo l’inizio della guerra di Israele a Gaza nell’ottobre 2023. La maggior parte degli attacchi si è verificata nell’anno successivo all’inizio del conflitto. Almeno 175 militari sono rimasti uccisi o feriti in questi attacchi, tra cui tre che hanno perso la vita in un attacco del gennaio 2024 contro la Torre 22, una struttura in Giordania.
Altri attacchi hanno preso di mira la base aerea di al-Asad, il Centro di supporto diplomatico di Baghdad, Camp Victory, Union III, la base aerea di Erbil e la base aerea di Bashur in Iraq, e la guarnigione di Al-Tanf, la base aerea di Deir ez-Zor, il sito di supporto alla missione Euphrates, il sito di supporto alla missione Green Village, la base di pattugliamento Shaddadi, la zona di atterraggio di Rumalyn, Tell Baydar e Tal Tamir in Siria.
Le statistiche sulle vittime non includono i contractor, la maggior parte dei quali stranieri, che hanno riportato ferite non dovute a combattimento. Le statistiche ufficiali statunitensi mostrano che ci sono stati quasi 12.900 casi di feriti tra i contractor nell’area operativa del CENTCOM solo nel 2024.
Oltre 3.700 erano le lesioni non mortali più gravi, tra cui lesioni cerebrali traumatiche, che hanno richiesto più di sette giorni di assenza dal lavoro. Diciotto contractor sono stati anche uccisi, tutti in Iraq. È probabile che le cifre siano significativamente sottostimate, ma se si aggiungesse anche solo la piccola percentuale di feriti tra i contractor, il numero di vittime tra gli americani e coloro che si trovano nelle basi statunitensi potrebbe superare le 13.600.
Fonte
13/03/2026
14° giorno di guerra all'Iran, ma non si vede la fine
Qualcosa di incomprensibile per la cultura capitalistica: nonostante la guerra, e persino nonostante i bombardamenti che li hanno presi di mira a Teheran e in altre città iraniane, oggi si sono tenute lo stesso le immense manifestazioni popolari per la Giornata internazionale di Quds (Gerusalemme).
Ogni anno, l’ultimo venerdì del mese di Ramadan, musulmani di tutto il mondo partecipano alla commemorazione della Giornata internazionale di Gerusalemme organizzando marce a sostegno del popolo palestinese.
La partecipazione era stata sollecitata anche dal primo discorso di Mojtaba Khamenei dopo esser stato ufficialmente nominato Guida Suprema in sostituzione del padre e predecessore Ali, morto nel primo giorno dell’attacco israelo-statunitense.
Secondo il corrispondente di Al-Mayadeen – una testata araba, non iraniana – aerei statunitensi e israeliani hanno lanciato un raid vicino a Piazza della Rivoluzione a Teheran durante le marce a cui hanno partecipato milioni di persone; cori e slogan della folla riecheggiavano mentre gli aerei nemici bombardavano la capitale iraniana.
Alti dirigenti del regime hanno partecipato alla marcia, senza nascondersi. A Teheran c’era il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, il che “riflette uno stato di coesione tra la nuova leadership iraniana e la piazza”, commenta il corrispondente arabo.
Lo stesso Larijani, rispondendo alle domande del giornalista in strada, ha giudicato che “l’aggressione americano-israeliana contro le marce della Giornata internazionale di Gerusalemme indicasse la loro disperazione e la loro impotenza”.
Segnalata anche la partecipazione di numerosi altri alti funzionari, tra cui il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, il sindaco di Teheran Ali Zakani, il ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico Abbas Salehi, e il capo della magistratura, Gholam Hossein Mohseni Ejei.
Il presidente della Repubblica, Pezeshkian, è apparso nelle strade da solo, senza scorta, persona in mezzo alle altre...
Comunque la si pensi, questa immensa manifestazione di protagonismo popolare – dopo la perdita dell’imam Khamenei, l’uccisione di numerosi comandanti, il massacro delle ragazze delle elementari di Minab, gli attacchi a scuole e residenze civili, l’uccisione di migliaia di persone innocenti – ha disegnato un nuovo quadro. Che difficilmente sarà notato e compreso qui in Occidente.
I bombardieri hanno colpito anche durante il percorso della marcia del Quds Day a Teheran, ma la gente non è fuggita. E quando neanche vuoi capire contro chi stai combattendo – intendiamo dire la realtà complessa che si ha davanti, non i luoghi comuni affidati alla propaganda – la vittoria è piuttosto improbabile, nonostante la sicura sproporzione militare e tecnologica in campo.
Sembra che Vietnam e Afghanistan non abbiano insegnato nulla, ai vertici dell’imperialismo yankee.
Aereo statunitense abbattuto in Iraq. Sei soldati morti
Un aereo cisterna statunitense KC-135 – di sostegno ai cacciabombardieri israeliani e statunitensi che colpiscono l’Iran – è precipitato nell’Iraq occidentale. Mentre la Resistenza islamica in Iraq ha affermato di aver abbattuto l’aereo utilizzando sistemi di difesa aerea, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha dichiarato che l’aereo è precipitato nello “spazio aereo amico” e non è stato il risultato di fuoco ostile. I sei membri dell’equipaggio sono morti nello schianto (in un primo momento ne erano stati ammesso soltanto quattro). Lo afferma il Comando Centrale degli Stati Uniti, riporta Sky News.
Perdite Usa, Hegseth scappa dalle domande
A Pete Hegseth è stato appena chiesto senza mezzi termini quante siano le vittime americane e si è rifiutato di rispondere, lanciandosi invece in una filippica su come alcuni dei soldati feriti siano tornati alle loro posizioni.
Che cosa diavolo stanno nascondendo? L’esercito non dovrebbe avere un numero preciso di americani uccisi o feriti in questa guerra?
Sei soldati francesi feriti, uno morto
Un attacco di droni ha ferito sei soldati francesi a Erbil, nella regione autonoma curda dell’Iraq, lo ha dichiarato giovedì il presidente Emmanuel Macron. Uno dei sei, poi, è deceduto.
Il Tesoro Usa revoca le sanzioni sul petrolio russo
Gli Stati Uniti hanno autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo immagazzinato sulle navi, a causa dell’impennata dei prezzi dall’inizio della guerra in Iran. Lo ha annunciato il Dipartimento del Tesoro Usa. Il dipartimento ha rilasciato una licenza che autorizza la vendita, fino all’11 aprile, di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi caricati sulle navi prima delle 00:01 del 12 marzo.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha affermato che centinaia di milioni di barili di petrolio potrebbero essere immessi sul mercato rimuovendo le sanzioni alla Russia. In un post su X, Bessent ha dichiarato il falso, ovviamente: che la revoca delle sanzioni non apporterebbe un beneficio significativo alla Russia.
Le esenzioni dalle sanzioni imposte alla Russia emesse dal Dipartimento del Tesoro Usa consentiranno la vendita e la consegna in tutto il mondo di tutto il petrolio russo attualmente caricato sulle navi. L’iniziativa mira ad aumentare l’offerta di petrolio sul mercato e a mantenere i prezzi sotto controllo, nel contesto del conflitto in Iran e in tutta l’area del Golfo che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz.
L’inviato russo Kirill Dmitriev ha dichiarato che il mercato energetico globale “non può rimanere stabile” senza il petrolio russo (specie se contemporaneamente fai la guerra nel Golfo Persico).
«Sei dei membri del G7 hanno detto in modo molto, molto chiaro che considerano sbagliata la revoca delle sanzioni contro la Russia, anche se si tratta di una misura temporanea e di breve durata». Lo ha detto il portavoce del governo tedesco, Sebastian Hill, confermando la demenza straripante dei guerrafondai europei.
CNN: l’amministrazione Trump ha sottovalutato l’impatto della guerra sullo Stretto di Hormuz
Secondo più fonti informate sulla questione consultate dalla CNN, durante la pianificazione dell’operazione il Pentagono e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale hanno significativamente sottovalutato la volontà di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta a eventuali attacchi militari statunitensi.
Il team per la sicurezza nazionale di Trump, hanno spiegato le fonti, non ha tenuto pienamente conto delle possibili conseguenze di quello che alcuni funzionari hanno descritto come lo scenario peggiore per l’amministrazione. Sebbene funzionari chiave dei Dipartimenti dell’Energia e del Tesoro fossero presenti a parte delle riunioni ufficiali di pianificazione prima dell’avvio dell’operazione, le fonti hanno riferito che le analisi e le previsioni delle agenzie, che in precedenti amministrazioni sarebbero state elementi fondamentali del processo decisionale, sono state considerate secondarie.
Il segretario del Tesoro Scott Bessent e il segretario dell’Energia Chris Wright sono stati protagonisti nelle fasi di pianificazione ed esecuzione del conflitto. Tuttavia, sottolineano le fonti, la preferenza di Trump di appoggiarsi a un circolo ristretto di consiglieri fidati nelle decisioni di sicurezza nazionale ha avuto l’effetto di marginalizzare il dibattito sulle possibili ripercussioni economiche qualora l’Iran avesse risposto agli attacchi chiudendo lo stretto.
Secondo le fonti, potrebbero volerci settimane prima che gli sforzi dell’amministrazione per attenuare le crescenti ricadute economiche abbiano effetto, incluse le scorte navali ad alto rischio per le petroliere attraverso lo stretto, che il Pentagono ritiene al momento troppo pericolose da effettuare.
Nonostante questa realtà visibile, Trump continua a lasciarsi andare ad affermazioni tra il ridicolo e il pericoloso. Secondo quanto riferito da tre funzionari dei Paesi del G7 a Axios, Donald Trump avrebbe detto ai leader del G7, durante una riunione virtuale mercoledì, che l’Iran “sta per arrendersi. Mi sono sbarazzato di un cancro che minacciava tutti noi”.
Alle obiezioni sensate secondo cui non c’è alcun segnale che l’Iran voglia piegarsi, Trump risponde “Nessuno sa chi sia il leader, quindi non c’è nessuno che possa annunciare la resa”, distruggendo così anche quel poco di credibilità che un presidente Usa dovrebbe conservare.
Financial Times: Washington ha consumato anni di scorte dei missili Tomahawk
Il Financial Times rivela che, dall’inizio dell’aggressione contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno consumato munizioni e missili Tomahawk in quantità sufficiente per anni. Le fonti hanno riferito al giornale che il rapido esaurimento delle munizioni critiche includeva missili Tomahawk a lungo raggio e ad alta tecnologia.
Una fonte ha ammesso che “si sta verificando un massiccio esaurimento delle scorte di missili Tomahawk”, sottolineando che “la Marina statunitense ne sentirà le conseguenze per diversi anni a venire”. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti descrive i missili Tomahawk come missili guidati “a lungo raggio e ad alta precisione”, capaci di percorrere circa 1.000 miglia.
Prima del lancio, vengono programmati con uno specifico piano di volo e si guidano autonomamente verso i loro bersagli. Ogni missile Tomahawk è lungo circa 6 metri (20 piedi) e ha un’apertura alare di 2,5 metri (8,5 piedi). I missili Tomahawk più comunemente utilizzati contengono testate con una forza esplosiva equivalente a circa 136 chilogrammi di TNT.
Bloomberg: l’Arabia Saudita sta noleggiando petroliere a prezzi elevati per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz
La compagnia di navigazione nazionale saudita, Bahri, ha avviato un massiccio programma di acquisizione di petroliere in eccedenza a prezzi elevatissimi, nel tentativo di creare una “via di transito” attraverso il Mar Rosso. Questa misura d’emergenza per garantire il trasporto di petrolio greggio saudita dal porto occidentale di Yanbu si configura come una soluzione alternativa e costosa per far fronte alla completa paralisi che ha afflitto la navigazione nello strategico Stretto di Hormuz.
Secondo Bloomberg, la compagnia saudita negli ultimi giorni ha noleggiato almeno sei superpetroliere, in un contesto in cui i broker marittimi prevedono che il volume dei contratti sia ben maggiore di quanto annunciato. Queste rapide mosse riflettono la profonda preoccupazione dell’Arabia Saudita per la continua chiusura dello stretto vitale, mentre Riyadh corre contro il tempo per evitare un’interruzione delle sue forniture di petrolio, nonostante i costi esorbitanti.
In questo contesto, i funzionari iraniani affermano che Teheran non ha del tutto chiuso lo Stretto di Hormuz; piuttosto, la chiusura è dovuta alla guerra scatenata da Washington e Israele nella regione. Le navi di proprietà di paesi neutrali o amici possono transitare.
Fonte
05/11/2025
Guerra in Ucraina - Salvate il soldato Arseniy
I dati sui soldati ucraini caduti – così come quelli russi – non vengono diffusi per ragioni militari, ma quelli sulle diserzioni sono stati resi pubblici e pubblicati anche in Italia dal Corriere della Sera del 28 agosto 2025.
“Non incoraggiano i dati diffusi ieri dalla Procura generale dello Stato a Kiev, che riportano i numeri di soldati che hanno lasciato le loro unità senza autorizzazione e quelli dei disertori.
Nel 2022 sono stati rispettivamente 6.900 e 3.500; nel 2023, 17.600 e 7.800; nel 2024, 67.800 e 23.300. Nei primi 7 mesi del 2025 si sale a 110.500 e 15.300: una media complessiva di 15.700 al mese (qui c’è un errore perché la media la media è 17.971) ovvero circa il 50 per cento dei mobilitati nello stesso periodo, dato che spiega in sé la carenza delle fanterie ucraine”.
Ci sono poi oltre 50.000 prigionieri, molti dei quali consegnatisi spontaneamente al nemico, ed oltre 30.000 dispersi, morti o ritirati dal fronte e fuggiti. La scarsità delle forze umane da arruolare e mandare al fronte sta mettendo in seria crisi il regime ucraino. Il ricorso agli arruolamenti forzati sta provocando crescenti ostilità che in alcuni casi rasentano la rivolta.
I governi europei – Italia inclusa – in questi quasi quattro anni hanno speso decine di miliardi per sostenere militarmente l’Ucraina e costringerla a continuare una guerra che non poteva vincere. Per due anni sono stati coadiuvati dagli Stati Uniti che oggi si vanno però sfilando limitandosi a dire agli europei: “andate avanti voi, comprate le armi statunitensi e fornitele all’Ucraina”. È proprio il caso di dire: Salvate il soldato Arseniy!
Soldi europei, armi statunitensi ma carne da macello ucraina. Questa è la guerra in corso alla periferia dell’Europa.
Fonte
04/09/2025
Ospedali da attrezzare per la guerra in Francia e Germania. E in Italia?
Eppure la preoccupazione di questa classe dirigente europea rimane solo quella di alimentare le velleità di trasformare la UE in una “grande potenza armata”. Costi quel che costi e con previsioni ormai decisamente drammatiche.
Sia in Francia sia in Germania, recentemente, è stata diffusa la notizia che autorità sanitarie e ospedali devono prepararsi a ricevere soldati feriti al fronte (ovviamente, quello orientale con la Russia, visto che altri non ce ne sono o comunque non se ne prevedono).
Il ministero della Salute di Parigi ha emanato una circolare che invita gli ospedali civili a organizzarsi per poter accogliere militari evacuati dal teatro di conflitti, dopo essere stati feriti. Il documento è girato il 18 luglio, ma è stato reso pubblico soltanto ora, e sprona le agenzie sanitarie, in collaborazione col ministero della Difesa, a completare le procedure necessarie molto velocemente: entro marzo 2026.
Nella circolare, letta dal settimanale Le Canard Enchainé, si parla della necessità di prepararsi a ricevere “100 pazienti al giorno per 60 giorni consecutivi”, con “picchi di attività che possono raggiungere 250 pazienti al giorno per tre giorni consecutivi”. Gli operatori di questi luoghi dovranno essere formati anche alla medicina riabilitativa.
Nei fatti, quello che viene chiesto è di allestire centri di smistamento di feriti a livello regionale, che possano ricevere i soldati e orientarli verso gli ospedali civili più adatti. Nella circolare si parla anche della creazione di centri medici nei pressi degli snodi del trasporto (stazioni di autobus e dei treni, aeroporti e porti) per “consentire il reinserimento dei soldati stranieri nei loro paesi di origine”, evidentemente quelli di alleati coinvolti nell’ipotetico conflitto.
Non si può affatto escludere – anzi... – che tale previsione sia relativa al sempre sognato intervento dei “volenterosi” in Ucraina, posizionando in zona di guerra truppe occidentali che sarebbero a quel punto un bersaglio “normale” tanto quanto quelle di Kiev.
Ma è anche chiaro che fin da ora questo intervento non sia affatto pensato – come si continua a dire pubblicamente – come un intervento di peace keeping (sul modello di quello Onu in Libano e altrove, ossia come “forza di interposizione” composta però necessariamente da soldati di paesi neutrali), ma come ingresso direttamente in guerra.
Per favorire il quale – stolidamente – i “volenterosi” continuano a pretendere un cessate il fuoco che dia loro il vantaggio di non perdere truppe già in fase di avvicinamento al fronte. Come se la Russia non fosse in grado di capire tale “profonda strategia”...
È a questo punto un dettaglio, ma inquietante, che in un tale scenario si preveda anche che gli operatori sanitari siano chiamati ad arruolarsi nel “Servizio sanitario dell’esercito”. Si tratta di un ulteriore passo della militarizzazione della vita civile che viene promossa a forza di proclami allarmistici, transizioni a un’economia di guerra e invocazione di una sorta di “missione di difesa”, da parte dell’Occidente, della propria egemonia in decadimento.
Del resto, questa iniziativa sanitaria dovrebbe essere svolta in coordinamento con la NATO e l’Unione Europea, i due fondamentali vettori delle politiche imperialiste e guerrafondaie occidentali. E sempre in virtù degli impegni NATO, anche in Germania si stanno prendendo misure simili, come riporta il quotidiano Berliner Zeitung.
Infatti, al vertice NATO tenutosi a Riga nel 2023, sono stati definiti gli “obiettivi di resilienza”, per rendere le infrastrutture civili funzionali a uno scenario bellico. Sulla base di queste indicazioni, lo scorso luglio il Senato di Berlino, insieme alla Bundeswehr, ha cominciato a lavorare a un “Piano quadro per la difesa civile degli ospedali”.
Secondo questo progetto, Berlino dovrebbe diventare un hub logistico e sanitario per il fronte di guerra (anche in questo caso, posizionato a Oriente, contro la Russia).
Le stime – non si capisce su quali basi siano state effettuate – parlano di un totale di oltre mille feriti al giorno. Un bilancio terribile, cui in genere corrisponde un numero appena minore di morti che appare addirittura fuori scala per le dimensioni degli eserciti coinvolti (Francia, Germania, Gran Bretagna hanno truppe “di professione”, forzatamente limitate nei numeri; mentre i paesi più russofobi – i baltici – hanno forti limiti di popolazione).
Perdere 50-60.000 soldati al mese (o il doppio, sommando l’analogo “messaggio” francese) significherebbe ritrovarsi a corto di “carne da macello” nel giro di appena un trimestre. Basti ricordare che quando si è cercato di quantificare il numero di soldati europei da inviare a Kiev ci si è in genere fermati a 20-30mila per i paesi più grandi. A meno di non prevedere il ricorso d’urgenza alla leva obbligatoria per sfoltire le liste di giovani disoccupati...
A Berlino, comunque, si ordina agli ospedali di attrezzarsi per vederne arrivare quotidianamente almeno un decimo, la stessa cifra presentata nella circolare francese.
Poiché, anche in questo caso, l’iniziativa parte dal quadro di accordi presi nella cornice NATO e UE, che ormai presenta comunque qualche differenza importante, viene da chiedersi se anche il nostro governo si stia muovendo nella stessa direzione.
Anche l’Italia sta trasformando la già devastata sanità pubblica in uno strumento militare?
Fonte