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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2026

Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società

di Fulvio Scaglione 

Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.

Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.

Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.

L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.

Ma ora Putin recupera

Può sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).

Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.

Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.

Riferimenti

Per i sondaggi.

Per il controllo sui social.

Per la rilevazione del Levada Center.

Fonte

29/05/2026

“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure...

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contraddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

Fonte

03/02/2026

L’Europa scopre da che parte sta l’olandese Rutte

Il ruolo di Rutte scoperto solo ora?

A quanto pare qualcuno in Europa finalmente si rende conto di quale sia il ruolo reale di Rutte. Agli europarlamentari, peraltro, Rutte non ha fatto che ripetere ciò che Trump aveva detto solo qualche settimana prima: «La Nato senza gli Usa non fa paura a nessuno. La Russia non ne è affatto preoccupata se non per quanto riguarda noi. La Cina nemmeno».

Nella stessa occasione Trump aveva ripetuto il più recente dei suoi mantra: «Se non prendiamo la Groenlandia lo faranno la Russia o la Cina e io non lo permetterò».

Allo stato attuale dei fatti, l’ultima è una panzana, come confermato dal generale Soren Andersen, alla testa del Comando Artico Interforze danese, che ha testualmente dichiarato: «Sono qui al comando da due anni e mezzo e non ho visto nessuna nave da guerra russa o cinese».

E il più ampio problema strategico del controllo dell’Artico, con i ghiacci che si ritirano, nuove rotte che si aprono e Russia e Cina che si preparano a sfruttarle, non implica certo la necessità di impadronirsi di un pezzo di territorio della Danimarca, cioè un pezzo di Europa. Altrimenti, visto che navi russe e cinesi sono state avvistate anche al largo del Canada, bisognerebbe impadronirsi anche del Canada… 

Questione enorme e nani a gestirla

Una questione enorme, insomma, che non può essere gestita in quel modo.

Eppure Rutte era subito corso in aiuto, dichiarando: «Tutti gli alleati concordano sull’importanza dell’Artico e della sicurezza artica, perché sappiamo che, con l’apertura delle rotte marittime, esiste il rischio che russi e cinesi diventino più attivi». E precipitandosi a fare da spalla, a Davos, a un Trump in chiaro imbarazzo davanti alle reazioni europee, con quella farsa di ‘trattativa’ per la risoluzione del problema Groenlandia in ambito Onu di cui non si è mai saputo il contenuto (e nemmeno se ne avesse uno qualunque) e che è servita per una photo opportunity, per poi essere prontamente dimenticata.

Lo stesso Rutte che, peraltro, nel giugno scorso, poche ore prima che i Paesi della Nato in riunione decidessero di portare al 5% del Pil l’obiettivo di spesa militare entro il 2035, scrisse quanto segue a re Donald:
«Sig. Presidente, caro Donald, Congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, è stata davvero straordinaria, e qualcosa che nessun altro ha osato fare. Ci rende tutti più sicuri. Stai per ottenere un altro grande successo all’Aja questa sera (al vertice Nato, ndr). Non è stato facile, ma li abbiamo fatti firmare tutti con un margine del 5%!
Donald, ci hai portato a un momento davvero, davvero importante per l’America, l’Europa e il mondo. Riuscirai a ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare da decenni. L’Europa pagherà in GRANDE misura, come dovrebbe, e sarà una tua vittoria. Buon viaggio e ci vediamo alla cena di Sua Maestà! – Mark Rutte». 
Leccaculismo imperiale

Messaggio che, insopportabile tono da leccapiedi a parte, ci dice che Rutte prende lucciole per lanterne (il bombardamento americano sull’Iran che sarebbe stato un grande successo e che ‘ci rende tutti più sicuri’, infatti ci risiamo) e che, in ogni caso, sta dalla parte della Casa Bianca. E infatti «l’Europa pagherà in GRANDE misura [GRANDE in tutte maiuscole] ... e sarà una tua vittoria». 

Perché Rutte nella squadra di Trump

Dicevamo della trattativa-farsa sulle Groenlandia tra Trump e Rutte. L’unico senso di quell’incontro era ribadire che il tema Groenlandia poteva e doveva essere affrontato in Sede Nato. Ma la Nato non c’entra nulla. Qui si tratta di un Paese extra-europeo (gli Usa) che a un certo punto, accampando ragioni (o scuse) varie, decide che vuole impadronirsi (direttamente o indirettamente) di un pezzo di un Paese Ue (la Danimarca).

Gli unici interlocutori autorizzati, sempre ammesso che un’interlocuzione debba avvenire, sono la Danimarca e la Ue. La Nato può comparire nel caso che l’Alleanza decidesse, per dire, di incrementare la propria presenza sull’isola, di aggiungere armamenti e così via.

Sul tema della sovranità nazionale della Danimarca (e della volontà degli abitanti della Groenlandia, che gode di uno statuto speciale) la Nato può e deve solo tacere. Se domani Trump decidesse che vuole la Scozia, andrebbe Rutte a trattare con lui o andrebbe Starmer? 

Servilismo o convenienza?

Che Rutte giochi nella squadra di Trump (o di chiunque altro sieda alla Casa Bianca) è non solo evidente ma persino comprensibile. Gli Usa sono di gran lunga il maggiore azionista della Nato. Basta dare un’occhiata al contributo finanziario. Nel 2025 la Nato ha messo a bilancio 4,6 miliardi di euro, destinati a crescere a 5,3 in questo 2026.

Il che ha permesso ad alcuni di dire con un certo trionfalismo che l’Italia contribuisce per una parte che è circa la metà (8,5%) di quella coperta dagli Usa (16%). Questi, però, sono i quattrini che servono per le spese organizzative, dagli stipendi del personale alle strutture.

La spesa militare (e la Nato è un’alleanza militare) è un’altra storia: nel 2024 la spesa militare totale è stata di 1.506 miliardi, 997 (quasi i due terzi) dei quali sulle spalle degli Usa. È tutto da vedere se, privata del contributo Usa, la Nato sarebbe davvero tanto in crisi rispetto alle sue esigenze di difesa (spesa militare russa 2024: 150 miliardi di dollari, pari a 126,5 miliardi di euro).

Di certo perderebbe di peso politico e influenza, e la carica di segretario generale, Rutte o non Rutte, sarebbe molto meno importante di quanto lo sia ora. Coperto dagli Usa oggi può pretendere di dettare la linea agli europei. Senza gli Usa, verrebbe probabilmente preso a calci nel sedere. 

L’inciucio Nato sulla Groenlandia, tante quinte colonne

Il problema fondamentale, però, non è Rutte ma il fatto che anche in Europa l’idea che la Groenlandia sia un problema Nato e non Ue ha le sue quinte colonne. Sia Ursula von der Leyen come presidente della commissione, sia Antonio Costa come presidente del Consiglio europeo, e Kaja Kallas, responsabile della politica estera Ue, hanno detto che il problema poteva essere risolto in sede Nato. E anche Donald Tusk, primo ministro della Polonia, ha molto insistito sul tema Nato più che su quello Ue.

È una vecchia storia, che risale all’allargamento Ue del 2004-2005 e all’imbarco nella Unione dei fondatori di una serie di Paesi che, per ragioni diverse e non sempre pretestuose, vedono negli Usa, assai più che nella Ue, l’appoggio decisivo in tema di sicurezza.

Proprio quello che sostiene Rutte e che, comunque, tagli alla radice tutte le possibili ipotesi di una maggiore autonomia politica e strategica per la Ue, cosa che non può certo dispiacere agli Usa. Ue che, pur essendo un gigante economico (e i recenti accordi con l’America Latina e con l’India lo confermano), resta così malinconicamente un nano politico.

Fonte

02/01/2026

Guerra in Ucraina - Quattro anni di disastro informativo e moralismo un tanto al chilo

di Fulvio Scaglione

Del “caso Limes” si è già occupato da par suo Paolo Mossetti in queste pagine e non è c’è ragione di aggiungere altro. Vorrei invece scrivere qualche riga su un aspetto della questione a prima vista secondario ma che invece spiega tanto del disastro informativo che l’opinione pubblica italiana (e in larga misura anche europea) ha subito in questi quasi quattro anni di guerra.

Una delle “colpe” che vengono imputate a Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed editorialista dei giornali del gruppo Gedi, è di aver sostenuto, all’epoca, che la Russia NON avrebbe invaso l’Ucraina. È un questione che conosco bene perché, tra fine 2021 e inizio 2022, anch’io, nel mio piccolo, avevo detto e scritto la stessa cosa. Previsione clamorosamente sbagliata, come si è visto, ed è inutile ora ricostruire qui i perché e i percome di quella mia idea. Seguì, ovviamente, aggressione verbale sui social, inviti a cambiare mestiere ecc. ecc.

Bisognerebbe ricordare che, persino nelle ultime settimane prima dell’invasione, anche Volodymyr Zelensky ed Emmanuel Macron (8 febbraio 2022: “Da Putin ho ottenuto che non ci sarà escalation”, si legga qui), smentivano la possibilità di un’invasione. Come peraltro il nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che dichiarava: “Già nei giorni scorsi il ministro della Difesa ucraino Reznikov era intervenuto affermando che l’entità e lo stato di preparazione delle forze russe al confine non risulterebbero, agli occhi di Kiev, tali da lasciar presagire un’operazione bellica a tal punto impegnativa. Il presidente Zelensky ha ribadito tale analisi nel suo colloquio con il presidente Biden del 28 gennaio. I vertici ucraini riterrebbero poco probabile e tanto meno imminente un’offensiva massiccia – o un’invasione – considerando più verosimile un’eventuale azione destabilizzante su vasta scala, in formato ibrido, da parte di Mosca ai danni delle istituzioni ucraine. Ipotesi che ci preoccupa ugualmente”. Insomma, si era in buona compagnia.

Ma la cosa davvero grottesca è che aver sbagliato previsione non viene considerato un errore ma una colpa. Come se aver ragionato (sempre il mio caso, non voglio certo parlare per Caracciolo) sui pro e i contro della Russia nell’immaginare un’invasione e aver concluso (erroneamente, ribadiamolo) che i contro erano più dei pro, fosse una chiara prova di complicità con il Cremlino.

Restiamo comunque sul tema delle previsioni. Ma davvero i “buoni”, gli insospettabili, quelli che danno agli altri lezioni di competenza e soprattutto di correttezza politica hanno le credenziali giuste? Davvero le hanno azzeccate tutte? Proviamo a fare qualche caso concreto, con tutto il rispetto dovuto a persone di indubbia professionalità.

Cominciamo dal caso più emblematico e clamoroso: il 4 settembre del 2022, Ursula von der Leyen ridicolizza ogni senso comune dicendo al Parlamento europeo che “i militari russi usano i microchip delle lavapiatti per far volare i missili” e che “l’industria militare russa è a pezzi” (si veda qui). Una colossale scemenza. Quanti dei “buoni”, quelli che vedono putiniani in ogni angolo, alzarono il dito per dire anche solo “signora, attenta, forse non è proprio così”? Non ne ricordo nessuno. Forse che le ragioni della propaganda erano più forti di quelle del buon senso e della correttezza dell’informazione?

Andiamo avanti. In questi quasi quattro anni di guerra abbiamo assistito a uno slittamento semantico di non poco conto, annegato però in un fiume di parole che l’hanno progressivamente annacquato. Adesso nessuno più ricorda qual era il mantra del 2022, passata la paura dei primi giorni dell’invasione: l’Ucraina deve vincere e vincerà la guerra. Anzi, sta già vincendo. La Russia sarà sconfitta sul campo. Lo sa bene Nona Mikhelidze (responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali nonché editorialista di La Stampa e Il Foglio), che di questa linea è stata una delle interpreti più in vista, assiduamente presente in una miriade di trasmissioni televisive e radiofoniche (un esempio qui).Nel video appena linkato “sposava” la tesi di Zelensky, ovvero che l’Ucraina voleva tornare ai confini pre-invasione (che peraltro era già una variante rispetto al primitivo “tornare ai confini del 1991”, vale a dire recuperando anche la Crimea). Adesso la studiosa dice che “la Russia non sta vincendo la guerra”: affermazione dibattibile (ma non qui e non ora), comunque molto diversa da un pronostico di sicura vittoria ucraina, fosse sui confini del 2022 o su quelli del 1991.

E non solo. In una delle sua recenti apparizioni Tv (questa), la Mikhelidze ha tenuto ad assicurare che in tre anni e mezzo di guerra la Russia è riuscita a occupare solo il 6% del territorio ucraino, “perché il 14% l’aveva occupato nel 2014”. Questa la valutazione di adesso. Perché nell’altro video, quello del 2022 (link qui) la Mikhelidze diceva che tra il 2014 e il 2022 “la Russia non controllava il Donbass ma solo Donetsk e Lugansk e una piccola parte della regione”. Donetsk, Lugansk e una piccola parte della regione farebbero quindi il 14% dell’intera Ucraina, che è il secondo Paese d’Europa per estensione dietro la Federazione Russa?

E delle previsioni di crollo economico della Russia? Non vogliamo dire niente? Rilevare che la Russia sconti difficoltà anche molto pesanti è banale: decine di migliaia di sanzioni e blocchi non potevano che ottenere questo risultato. Ma per molto tempo non ci siamo sentiti dire che la Russia sarebbe stata in difficoltà ma che sarebbe crollata. Crollata. Nel maggio del 2022 il premier Mario Draghi (un economista) aveva annunciato che “il momento di massimo impatto di tutte le sanzioni fin qui approvate nei confronti della Russia sarà da questa estate in poi”. In quell’anno, il primo dell’invasione, il Pil russo calò del 2,1%, non poco ma molto meno di quanto fosse stato in generale pronosticato. Ma nel 2023 lo stesso Pil russo crebbe del 3,6% (più di quello Usa e di quello Ue), nel 2024 del 4,3% e nel 2025 di una cifra tra lo 0,6 e l’1%. Brusca frenata, certo. Ma quello dell’Italia, Paese non in guerra e non sanzionato, dovrebbe essere dello 0,5% secondo le stime Istat o dell’1,6% secondo quelle Bce.

Nel frattempo, aspettando il crollo prossimo ventura dell’economia russa, Federico Fubini, vice-direttore del Corriere della Sera ha annunciato due o tre volte l’inesorabile crollo del rublo (una volta qui). “La moneta russa precipita senza rete”, diceva, mentre il rublo è di fatto tornato alle quotazioni pre-invasione.

Ci fermiamo qui, agli esempi nobili, che peraltro si sono ben guardati dal commentare gli scandali di corruzione vissuti a Kiev e denunciati come una responsabilità di Zelensky non tanto da noi (o meglio: anche da noi, che però siamo cattivoni prevenuti) ma soprattutto da giornali ucraini come Kiyv Independent e Ukrainska Pravda che scrivono cose come questa: “Le debolezze di un sistema di leadership che concentra avidamente il potere, non tollera critiche e giustifica l’incompetenza in nome della lealtà. Zelensky ha governato in questo modo da quando ha assunto l’incarico nel 2019. Ma ora, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra su vasta scala, i difetti di questo stile di governo sono così profondi da minacciare la sopravvivenza stessa del Paese”. E dici niente.

E non proviamo nemmeno ad addentrarci nei vari “i russi combattono con le pale”, “la rivolta degli oligarchi”, “i russi scavano trincee nel terreno contaminato di Chernobyl”, “Putin è malato e si cura con il sangue di cervo”, “i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche se feriti”, insomma le cazzate solenni, che però sono state regolarmente pubblicate su testate di tutti i livelli, anche quelle che si considerano pilastri della democrazia.

Tutto questo ha costituito il piatto principale del pasto informativo servito agli italiani in questi anni, e non c’è caccia al putiniano che possa dimostrare il contrario. Così come non conta, a questo riguardo, ripetere che c’è stato un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Conta solo la realtà dei fatti e, per quanto riguarda coloro che scrivono o parlano in pubblico, quanto corrisponda ai fatti ciò che si cerca di trasmettere a lettori e ascoltatori. Sarebbe quindi opportuno andarci piano con le lezioni. Molto piano.

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26/12/2025

Guerra in Ucraina - Volevano 210 miliardi per farli combattere altri due anni

di Fulvio Scaglione

Fare pronostici è sempre un azzardo. Lo sanno bene tutti quelli che, dalle stelle alle stalle, da Mario Draghi a Il Foglio passando per tutti i gradi intermedi, hanno via via pronosticato un colpo di Stato contro Putin, la sconfitta sul campo della Russia, il rapido crollo dell’economia russa e via dicendo.

Quindi so bene di rischiare, ora che un pronostico voglio azzardarlo anch’io: dei famosi 210 miliardi di beni russi congelati in Europa, che parte della Ue (Germania, Paesi del Nord e dell’Est, la von der Leyen) voleva trasferire all’Ucraina, sentiremo di nuovo parlare, anche se il Consiglio Europeo ha nei giorni scorsi deciso di lasciarli congelati in banca e destinare all’Ucraina un prestito da 90 miliardi finanziato dal bilancio Ue.

Ne risentiremo parlare, secondo me, per due ragioni. La prima è che gli Usa, in questa fase contrari allo scongelamento pro-Ucraina, potrebbero cambiare idea se non riuscissero a convincere Putin ad arrivare a un accordo di pace.

La seconda è questa: i 90 miliardi del prestito Ue sono una boccata d’ossigeno per l’Ucraina, ma non molto di più.

Se uno si mette nei panni di quelli che, in Europa, pensano che finanziare a oltranza la resistenza ucraina sia la scelta giusta, lo scongelamento con esproprio aveva un sacco di ragioni valide: danneggiava la Russia e le mandava un messaggio molto forte sulla solidarietà Ue all’Ucraina; finanziava le forze armate ucraine che, come si dice spesso, “combattono per noi”, ovvero contribuiscono alla nostra sicurezza; prolungando la resistenza ucraina logorava la Russia e dava modo al riarmo europei di guadagnare tempo; mostrava agli Stati Uniti che molto si può fare anche senza di loro.

In generale si diceva: con quei 210 miliardi garantiamo all’Ucraina la possibilità di combattere per almeno altri due anni. O di arrivare alla famosa “pace giusta” i cui contorni cambiano di settimana in settimana e che comunque, per come viene solitamente descritta, non ha alcuna possibilità di essere accettata dai russi.

Non è un caso, quindi, se molti rimpiangono l’esito del Consiglio europeo e ne definiscono l’esito un errore. È la tesi del premier polacco Donald Tusk: “O i soldi ora o il sangue domani”.

Da quel punto di vista, lo ripetiamo, tante valide ragioni. Però... Mi piacerebbe che i sostenitori di questa linea rispondessero a una domanda: siete sicuri che all’Ucraina (non a noi, a loro che vanno in prima linea) convenga combattere altri due anni? O addirittura: siete sicuri che l’Ucraina possa combattere altri due anni?

Proviamo a guardare un po’ di dati.

Primo tema: più la guerra si prolunga, più l’Ucraina deve fare i conti con la crescente scarsità di uomini atti al combattimento. Secondo un’inchiesta del Telegraph, almeno 650 mila uomini in età di leva sono fuggiti dal Paese; secondo la deputata ucraina Anna Skorokhod sono almeno 400 mila i disertori o gli AWOL (soldati assenti senza permesso); nel solo 2024, scrive il Financial Times, i procuratori militari ucraini hanno aperto 60 mila casi per diserzione o assenza ingiustificata, più di quanti ne erano stati aperti nei due anni precedenti; e secondo il Military Watch Magazine il tasso di diserzione nel 2025 ha raggiunto i 40 mila uomini al mese.

Secondo: oltre ai circa 8 milioni di ucraini che si trovano all’estero (circa 6 milioni nella Ue), ci sono attualmente 1,8 milioni di sfollati interni generati dalla guerra nel Donbass (2014-2022) e altri 5,7 milioni di sfollati interni generati dall’invasione russa del 2022. Ne ho già parlato qui: e anche in questo caso, i dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni ci dicono che il fenomeno è in crescita: tra aprile 2024 e febbraio 2025 la percentuale degli sfollati interni sulla popolazione totale dell’Ucraina è cresciuta dal 10,7% all’11,9%.

Terzo: l’Ucraina è in bancarotta. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2026 e nel 2027 avrà bisogno di almeno 137 miliardi di euro (160 miliardi di dollari), che dovranno esserle consegnati entro la prossima primavera. Come sappiamo, l’Ue si è risolta a un prestito di 90 miliardi, che a questi ritmi basteranno per meno di un anno, mentre la guerra e le sue distruzioni avanzano.

Quarto: il sistema energetico dell’Ucraina (fino al 2021 integrato con quello di Russia e Bielorussia, per passare pochi giorni dopo l’invasione del 2022 a collegarsi alla rete European ENTSO-E) viene colpito dai russi senza sosta. Secondo i dati del Center for European Policy Analysys (CEPA), l’80% degli impianti ucraini di produzione di energia è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti russi.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, è sotto il controllo dei russi, che hanno inflitto colpi durissimi anche alle centrali idroelettriche, a partire da quella di Kakhovka. Altri due elementi: l’Ucraina importa il 44% dell’energia elettrica (e il 58% del gas) da un Paese non certo amico come l’Ungheria. E i recenti scandali corruttivi del “caso Mindich” ci dicono che il settore soffre di clamorosi problemi di governance.

Qualcuno pensa che i russi smetteranno di colpire le centrali ucraine? O che la guerra girerà in modo che i russi non possano più farlo? E non è difficile immaginare che cosa significhi tutto questo per la popolazione.

Siamo davvero sicuri che l’Ucraina possa andare avanti altri due anni a combattere in queste condizioni? Siamo, anzi, siete sicuri che in altri due anni, con quei problemi già drammatici con ogni probabilità destinati a crescere, l’Ucraina nella sua resistenza e assistita in ogni modo da tutto l’Occidente, riesca a non disgregarsi e a non subire danni maggiori di quelli, indubbi, che subirebbe in caso di un accordo più rapido?

Noi certezze non ne abbiamo. È a quelli ultrasicuri, e ultrasicuri da quattro anni, che chiediamo una risposta.

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05/09/2025

Siria - Di milizie scatenate, stragi di civili e minoranze impaurite

di Fulvio Scaglione

Damasco, bastava vedere

A Damasco e dintorni la situazione era chiara, per chi la volesse vedere. La gente aveva mille ragioni per protestare e sollevarsi (ne ho parlato a lungo in un libro intitolato “Siria – I cristiani nella guerra”) ma a stroncare la Primavera siriana, assai più che la repressione di Assad, fu la subornazione della protesta stessa da parte dei movimenti dell’islamismo estremista finanziati dalle petromonarchie del Golfo Persico, benedette peraltro dagli Stati Uniti (anche di questo, e mi scuso per dirlo, ho parlato in un altro libro, “Il patto con il diavolo”) e poi anche dagli europei.

Hillary Clinton

Se non bastassero i documenti, usciti peraltro già diversi anni fa anche dalla corrispondenza ufficiale di Hillary Clinton (segretaria di Stato dal 2009 al 2013), ci sono anche le testimonianze raccolte dal vivo. Ricordo perfettamente, per esempio, ciò che raccontavano i parrocchiani del padre gesuita olandese Frans van der Lugt, ucciso dagli islamisti a Homs il 7 aprile del 2014 proprio a causa della sua lunghissima attività a favore del dialogo interreligioso in Siria.

Spiegavano che, passata una primissima fase, nei cortei anti-regime si piazzavano individui arruolati dai gruppi jihadisti con i soldi arrivati da fuori, mentre in fondo alla marcia si piazzavano uomini armati il cui compito era controllare che i prezzolati cantassero gli slogan giusti al momento giusto.

Un milione di esempi ad avvertire

Un esempio nel milione di esempi che avrebbero dovuto metterci sull’avviso. Almeno riguardo al fatto che la dittatura di Assad era un tappo, messo con la violenza a una situazione interna storicamente frammentata e inquieta (arabi 50%, alawiti 15%, curdi 10%; musulmani sunniti 87%, sciiti di diverse denominazioni 13%, cristiani 10%) e in quegli anni scossa e strumentalizzata da forze esterne assai potenti: rimuoverlo non necessariamente avrebbe portato a un miglioramento.

Nove mesi dopo Assad

Oggi, nove mesi dalla cacciata di Assad, che cosa vediamo? Gli ex (ex?) qaedisti di Hayat Tahrir al Sham, cioè le milizie fino ad allora comandate dall’attuale presidente ad interim Mohammed al-Shara, hanno fatto impunemente strage degli alawiti (almeno 1.400 morti, quasi tutti civili, nelle regioni di Tartus e Latakia) e adesso passano per le case degli alawiti espropriandole a forza o marchiandole con la vernice, come facevano i nazisti con le case degli ebrei negli anni Trenta. Nel tentativo di fare, letteralmente, terra bruciata intorno alla minoranza etnico-religiosa che esprimeva la precedente élite di comando, sono anche stati accesi enormi roghi nei boschi intorno a Latakia, devastando la regione.

Baduini sunniti e drusi

Nel Sud, gli scontri tra i beduini sunniti e i drusi sono degenerati al punto da trasformarsi in una mezza guerra tra le milizie siriane di Hayat Tahrir al-Sham (intervenute al fianco dei beduini) e le truppe di Israele (intervenute per proteggere i drusi), con il risultato di un ampliamento dell’occupazione israeliana in territorio siriano. Nel frattempo, le tensioni tra Israele e Turchia, ben descritte in InsideOver da Andrea Muratore, rischiano di trasformare la Siria nel terreno di uno scontro epocale.

I curdi a nord-est

Marca male anche a Nord-Est, dove una parte della regione è sotto il controllo dei curdi. La Turchia, grande sponsor di Hayat Tahrir al-Sham, li ha minacciati più volte. E il Governo provvisorio di Damasco si è ritirato dai colloqui di Parigi sull’integrazione della comunità e delle milizie curde dopo che una conferenza di movimenti curdi ha chiesto «una Costituzione democratica che stabilisca uno Stato federale».

I cristiani

I cristiani, già colpiti dal sanguinoso attentato contro la chiesa di Mar Elias a Damasco del 22 giugno (25 morti), vivono nella paura e, come testimonia anche Terrasanta.net, si sono risolti a proteggere le chiese e gli edifici collegati con grate di ferro e guardiani. Cosa mai successa in passato. I sentimenti delle minoranze etniche e religiose, peraltro, non sono difficili da analizzare. Tra le tante ricerche, ecco qui sotto il risultato di un sondaggio dell’Ispi: ‘quasi nessuno si fida del nuovo corso tranne... il nuovo corso, ovvero i sunniti’.

Il ‘dopo Assad’ delle bugie

La conclusione non è complicata, soprattutto ora che gli Usa e l’Europa, che tanto si erano battuti per liberare la Siria da Assad promettendo meraviglie, fanno finta di non vedere quel che accade a Damasco e dintorni. Le ricette dell’Occidente non funzionano e producono solo ed esclusivamente caos e sangue. Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria a Gaza, la nostra politica genera fallimenti che si scaricano sulle popolazioni locali. Quando guardiamo Narendra Modi, Vladimir Putin e Xi Jinping che si abbracciano, proviamo a chiederci se questo non sia esattamente ciò che abbiamo preparato con le nostre mani.

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17/08/2025

Trump-Putin, summit inconcludente? No, summit in cui l’Ucraina è finita sullo sfondo

di Fulvio Scaglione

Trump e Putin sembravano molto soddisfatti, ripetevano che l’incontro era stato molto produttivo e non smettevano di farsi complimenti. Però la gran parte dei media scrive e dice che il summit di Anchorage si è concluso con un nulla di fatto e che in fondo è stato inutile se non per Putin, che così è stato riammesso nell’agone della grande politica internazionale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Fatto salvo il pieno diritto degli ucraini a criticare l’idea stessa di un summit convocato senza di loro per parlare di una guerra che invece si combatte in casa loro, a me pare che il giudizio sull’inconcludenza del summit sia velato dal solito problema degli europei: quello di scambiare i desideri per fatti. La ragione principale per cui, oggi, molti osservatori giudicano il summit fallito è che l’incontro Trump-Putin non ha portato a un cessate il fuoco. Questa era l’idea di Zelensky (ovvio e giusto) e dei leader europei: PRIMA il cessate il fuoco e DOPO le trattative. Il cessate il fuoco non è stato pattuito quindi il summit è fallito, questo il ragionamento.

Ma se c’era una cosa che di sicuro Putin non avrebbe mai sottoscritto, questa era il cessate il fuoco. Proviamo a metterci nei panni dei russi. Invadono l’Ucraina con quattro soldati nella convinzione che Zelensky sarebbe scappato, vedono che Zelensky non scappa e gli ucraini resistono, già nel 2022 propongono trattative che gli europei cercano in ogni modo di sabotare, subiscono una controffensiva ucraina micidiale, si riprendono, ricominciano ad avanzare, conquistano il 100% delle regioni di Donetsk e Luhansk, si prendono la parte più importante di Zaporizzjjia, controllano una parte della regione di Kherson, vedono ora l’Ucraina in grande difficoltà e dovrebbero concedere, proprio adesso, un cessate il fuoco? Perché lo chiedono gli europei che in questi tre anni hanno emesso migliaia di sanzioni economiche, rifornito con tutte le armi possibili l’Ucraina, mandato i loro consiglieri militari a lavorare contro le truppe russe e dichiarato le mille volte che mai e poi mai i rapporti con la Russia potranno essere normalizzati? Ma vi pare che tutto questo abbia un qualunque aggancio con la realtà dei fatti?

Della mancanza di realismo degli europei ho parlato già in un recente articolo dedicato al tentativo dei loro dirigenti di dettare condizioni alla viglia di un summit a cui, peraltro, non erano stati invitati. Convocato da un presidente Usa che li aveva appena umiliati con i dazi e con l’obbligo di investire centinaia di miliardi nell’industria americana. E che, prima ancora, gli aveva detto: volete aiutare l’Ucraina? Bene, comprate (COMPRATE) le armi da noi. E loro, Merz, Starmer eccetera, pensavano di dettargli la linea.

Queste considerazioni non hanno nulla a che vedere, ovviamente, con le legittime preoccupazioni degli ucraini e con la loro rabbia, dopo questi anni di sofferenze e sacrifici, nel vedere Vladimir Putin incedere su un tappeto rosso steso ai suoi piedi dai Marines della superpotenza americana. Ma la politica internazionale è questa, e il vecchio detto marxiano per cui le potenze non hanno ideali ma solo interessi è più attuale che mai. Se così non fosse non avremmo la guerra in Ucraina, le stragi di Gaza o, per fare un altro esempio, gli ucraini che aiutano i jihadisti africani purché sparino ai mercenari russi dell’ex Gruppo Wagner.

Quel che sta succedendo è che la crisi ucraina torna laddove era partita, alla sua natura di scontro tra Usa e Russia combattuto sulla terra e sulla pelle degli ucraini. Ascoltiamo bene ciò che dice Putin: a lui l’Europa, una volta che non compra più il suo gas, ha smesso di interessare. È un impiccio, anche grosso, ma non molto di più. Come ha detto durante la conferenza stampa di Anchorage: speriamo che non si mettano in mezzo. Ma il riferimento sono gli Usa e la ripresa di un “normale” rapporto tra potenze. Cosa che interessa anche a Trump che (fatto con Zelensky l’accordo sulle terre rare) non vede l’ora di sbolognare l’Ucraina agli europei per occuparsi d’altro, dal deficit federale all’ascesa della Cina.

Durante il viaggio di ritorno a Washington, Trump ha chiamato Zelensky, i vertici della Nato, della Ue e diversi capi di Governo europei. La telefonata, dicono le fonti americane, è stata “difficile”. E lunedì Zelensky sarà a Washington proprio per incontrare Trump. Allora capiremo meglio qual è stata la sostanza del summit e come Russia e Usa immaginano di risolvere il rebus che vuole Mosca soddisfatta sugli “equilibri di sicurezza in Europa” (ovvero, niente Nato in Ucraina, ridimensionamento delle forze di Kiev, controllo del Donbass e della Crimea) e l’Ucraina al riparo da ulteriori minacce e territorialmente integra (per non parlare delle riparazioni di guerra e molte altre questioni). Ma giudicare inconcludente il summit significa una cosa sola: non aver capito che, ormai, non è più (solo) di Ucraina che si parla. Con tutto ciò che questo purtroppo implica per il dolore degli ucraini.

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10/07/2025

Guerra in Ucraina - Dalle mine antiuomo ai missili sulle città, la Ue ha perso la guerra ma non si deve dire

di Fulvio Scaglione

Ultime notizie dal fronte ucraino. Il presidente Zelensky ha appena firmato un decreto per far uscire il suo Paese dalla Convenzione di Ottawa, che vieta l’uso, la produzione e l’accumulo delle mine antiuomo. Nonostante le usasse sin da inizio conflitto, l’Ucraina va così ad aggiungersi a Estonia, Lettonia, Polonia e Finlandia che dalla Convenzione sono uscite di recente, e naturalmente a Usa e Russia che la Convenzione non l’hanno mai firmata.

Indietro di qualche ora: i russi, avanzando nel settore Sud-Est del fronte, hanno occupato il più grande giacimento ucraino di litio, quello di Shevcenko, che rientrerebbe nell’accordo che Zelensky ha stipulato con Donald Trump. Quel che è peggio è che quella di Shevcenko è una delle tre direzioni in cui le truppe russe stanno penetrando le difese ucraine.

Avanti di qualche ora: dagli ambienti del Parlamento di Kiev partono voci che vogliono per prossima la rimozione del ministro della Difesa Rustan Umerov (che sarebbe sostituito dal suo vice Sergej Boev), come pure la rimozione di Oleksandr Syrsky, comandante in capo delle truppe ucraine, che sarebbe a sua volta rimpiazzato dal capo di stato maggiore Andrej Gnatov.

Una variante di queste voci vuole Umerov sempre silurato ma a favore di Vasyl Maljuk, attuale capo dell’SBU, l’ideatore dell’audace colpo contro gli aeroporti militari russi. In questa variante, riportano gli spifferi kieviani, Umerov sarebbe spedito a fare l’ambasciatore negli Usa. Un esilio dorato alla Valerij Zaluzhny.

Bisognerebbe aggiungere qualche altro fatto. I bombardamenti russi sulle città e sugli impianti industriali ucraini sono sempre più frequenti, sempre più massicci e sempre più devastanti. Intorno a città ucraine come Sumy (a Nord) o Pokrovsk (a Sud), si registrano concentrazioni di truppe russe di migliaia e migliaia di uomini.

In un mondo normale le persone normali trarrebbero un’unica conclusione: l’Ucraina sta perdendo la guerra. Perde terreno, perde il controllo del proprio spazio aereo, cerca di fermare i fanti russi anche con le mine antiuomo e cerca, ormai un po' disperatamente, di avvicendare gli uomini ai vertici delle forze armate nella speranza di trovare l’idea buona. E mentre succede tutto questo il Financial Times, non certo la Pravda, scrive che diplomatici e funzionari ucraini sempre più spesso chiedono ai politici occidentali, in privato, di arrivare a un cessate il fuoco.

Anche se siamo ancora persone normali, però, non viviamo più in un mondo normale. Viviamo in un mondo in cui l’Europa, che tre anni e mezzo fa ha scommesso di riuscire a sconfiggere la Russia sul campo, non può ammettere di aver sbagliato i conti, e non solo quelli.

Mentre noi parassiti guardiamo gli ucraini combattere e morire, pronti ad assistere alla distruzione del loro Paese per non fare una marcia indietro che, a questo punto, vorrebbe anche dire mandare a monte tutto il bel piano di riarmo che tanto servirà alle aziende meccaniche tedesche e ai produttori di armi Usa, ai quali andrà il 48% (questa la quota Usa nei rifornimenti europei, rispetto al 68% del totale di armi che compriamo fuori Europa) dei famosi 800 miliardi per la Difesa.

E così continuiamo a dirci che i russi sono prossimi al crollo, che non ce la fanno più. Come dice Zelensky in tutte le interviste: hanno bisogno di una pausa per riprendersi. E che, come scrivono gli augusti analisti nostrani, imbeccati dai servizi segreti e dalla giusta propaganda ucraina, perdono 1.300 uomini al giorno. Che fa circa 40 mila uomini al mese. Che, considerato che i russi sono all’offensiva da più di un anno, fa più di 500 mila uomini. Che, considerato che si combatte da tre anni e mezzo ormai, farebbe 1 milione e 750 mila uomini. Che tutto nell’insieme, e purtroppo per l’Ucraina, è solo una bella favola.

Mentre nelle scorse settimane quello che si è visto è questo: i russi hanno restituito agli ucraini i corpi di più di 6 mila soldati ucraini caduti in battaglia, mentre gli ucraini ne hanno restituiti 57. E Vladimir Putin, ha detto di averne almeno altri 3 mila da parte.

Ci pare sempre più evidente che l’Europa non arma e finanzia l’Ucraina per difenderla, ma piuttosto per difendere se stessa, per trovare in questa battaglia sofferta e combattuta da altri un senso che teme di aver smarrito. E non è una bella sensazione.

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29/06/2025

Al vertice della Nato c’è un clown: Mark Rutte

di Fulvio Scaglione

Essere vergognosamente scemi di solito nella vita non aiuta. A quanto pare, però, aiuta a diventare segretario generale della Nato. Sulla figura, anzi la figurina, di Mark Rutte non ci sarebbe nulla da aggiungere rispetto a quanto ha scritto ieri Roberto Vivaldelli sulle nostre pagine.

Il problema è che la sola idea di essere rappresentati, come italiani e come occidentali, da una simile macchietta al vertice di quella che lui stesso ha definito “l’alleanza difensiva più potente della storia, più potente dell’impero romano” (frase bombastica che da sola da l’idea del tipo), fa tremare le vene ai polsi.

Una volta entrato in carica, Rutte sembra essere stato colto da una hybris dichiaratoria che ha rivelato la piccolezza dell’uomo e la debolezza delle sue argomentazioni. Una ventina di giorni fa, parlando alla Chatham House di Londra (e m’immagino che cosa possono aver pensato gli uditori, abituati a relatori di ben altra serietà), aveva detto che se non riarmiamo in tutta fretta in futuro “potremmo ancora avere l’assistenza sanitaria e la pensione ma dovremo imparare a parlare russo”.

È la versione più stupida della già non brillante uscita dell’allora premier Mario Draghi (“o la libertà o i condizionatori“) e implicitamente suggerisce che, una volta invasi dai russi, potremmo godere di garanzie sociali a cui adesso dovremmo rinunciare. Il tutto perché, spiega Rutte a chiunque voglia starlo a sentire, entro cinque anni la Russia potrebbe invadere l’Europa, ormai totalmente “coperta” dalla Nato.

Quindi entro cinque anni la Russia potrebbe voler entrare in guerra con la Nato, Usa compresi, nell’idea appunto di invadere l’Europa e garantirci assistenza sanitaria e pensione in cambio di un rapido corso di lingua russa.

Il Rutte-pensiero è straordinario e nemmeno le trombette della peggiore propaganda occidentale riescono a nascondere quanto sia penoso. Anche perché, nel frattempo, quelli un po’ più seri di lui, che ovviamente ci sono anche nella Nato, dicono esattamente il contrario.

Alexus Grynkevich, un ex pilota da caccia con 2.300 ore di volo sulle spalle, americano nato in una famiglia di origine bielorussa e ora nuovo comandante della Nato in Europa, durante un’audizione al Senato Usa ha detto che l’Ucraina può ancora vincere la guerra. E quindi ‘sta Russia, che fa: perde la guerra o ci invade tutti, da Vladivostok a Lisbona?

Una scempiaggine via l’altra, Rutte si sta spianando la strada verso un’edizione dedicata di Blob. I bombardamenti israeliani sull’Iran? Be’, qui non c’è più “un aggressore e un aggredito”, anzi: i bombardamenti sull’Iran sono pienamente “conformi al diritto internazionale”, è chiaro che tutti gli esperti di diritto internazionale (oltre alla bistrattata Carta dell’Onu) che sostengono l’esatto contrario si sbagliano, o sono conniventi con gli ayatollah.

E poi è arrivato il messaggino inviato al “caro Donald”, il quale su Rutte deve pensarla come noi visto che ha preso e ha subito messo in Rete il messaggio. Una roba da vomitare, soprattutto a quei livelli. Lo riproduciamo qua perché sia chiaro a tutti lo spessore del personaggio:
“Sig. Presidente, caro Donald, Congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, è stata davvero straordinaria, e qualcosa che nessun altro ha osato fare. Ci rende tutti più sicuri. Stai per ottenere un altro grande successo all’Aja questa sera (al vertice Nato, ndr). Non è stato facile, ma li abbiamo fatti firmare tutti con un margine del 5%! Donald, ci hai portato a un momento davvero, davvero importante per l’America, l’Europa e il mondo. Riuscirai a ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare da decenni. L’Europa pagherà alla GRANDE, come dovrebbe, e sarà una tua vittoria. Buon viaggio e ci vediamo alla cena di Sua Maestà! – Mark Rutte”.
Capito? Oltre alla straordinaria affermazione che le guerre in corso ci rendono “tutti più sicuri” (dev’essere perché ci sentiamo più sicuri che non facciamo altro che programmare spese militari...), c’è il giubilo perché l’Europa “pagherà alla GRANDE”, a dimostrazione che il Vecchio Continente, nella visione di questi bei tomi, è ormai quasi solo una vacca da mungere: con il gas, con i dazi, con le spese militari.

Non contento, il Rutte (qualcuno, nel nostro giro, con fantozziana memoria lo chiama ormai Rutte libero, ma non dirò chi è nemmeno sotto tortura) ha piazzato la ciliegina sulla torta. Durante un incontro a margine del summit Nato in Olanda, ha ascoltato adorante Donald Trump che, con dubbissimo gusto, diceva che la guerra tra Israele e Iran era come un litigio tra ragazzi nel cortile della scuola: devi lasciare che si scambino qualche cazzotto perché poi è più facile rimetterli calmi. Rutte non ha resistito, ha srotolato la lingua per omaggiare Trump e ha detto: “Qualche volta paparino deve ricorrere alle maniere forti”, con riferimento ai bombardamenti Usa.

Ma davvero ci tranquillizza avere al vertice di un’alleanza militare uno che parla così di una guerra che ha fatto un migliaio di morti in 12 giorni? Una guerra circondata da guerre che la famosa “alleanza difensiva più potente dell’impero romano” non riesce a spegnere ma quasi solo a eccitare? Dicono le cronache che Rutte, da giovane, volesse diventare pianista. Magari! Non ci saremmo ritrovati con questo trombone.

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10/05/2025

9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina

di Fulvio Scaglione

Per il 9 maggio del 2015, un bel dieci anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore [Famiglia Cristiana, ndr] scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.

Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus, Nikita Krushev, dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.

Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale

Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).

O dalla Francia, che nel 2011 partecipò ai bombardamenti sulla Libia e all’uccisione del dittatore Gheddafi con l’altra panzana delle fosse comuni e dei sanguinari mercenari africani, guidata del resto da quel Nicolas Sarkozy su cui pende una possibile condanna a sette anni di carcere per essersi fatto finanziare la campagna elettorale del 2007 da... Gheddafi.

Boicottaggio abbracciato dai Paesi Ue che nel 2014, nelle fasi cruciali dell’Euromaidan, avevano “mandato” Lady Ashton, allora Alto commissario per la politica estera, e le alte cariche del Parlamento europeo a sfilare per Kiev accanto ai giannizzeri dell’ultra-destra ucraina, contribuendo a far saltare l’accordo in dieci punti che l’opposizione aveva siglato con il corrotto presidente Yanukovich (ritorno alla Costituzione del 2004, formazione di un governo transitorio, elezioni presidenziali anticipate...) e che accoglieva di fatto le richieste dei manifestanti.

Cercando quindi il ribaltone totale, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto interno all’Ucraina, che sul tema Europa e Nato vs Russia era spaccata a metà, come tutte le ricerche americane e ucraine dell’epoca (ne parlo ampiamente nel mio libro “Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”) confermavano. Una per tutte quella di Usaid del dicembre 2013, in pieno Euromaidan: il 37% degli ucraini chiedeva l’adesione alla Ue, il 33% l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 15% diceva né l’una né l’altra.

Il ricordo della “Grande guerra patriottica”

Avviso per i cacciatori di putiniani in servizio permanente effettivo: tutto questo non giustifica nulla. Nessun Paese è “obbligato” ad aggredirne un altro, e non lo era la Russia nel 2022.

Un pizzichino di storia recente, però, può aiutare a capire che non ci voleva Einstein, in quell’ormai lontano 2015, per capire che impostare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin nello stile del marchese del Grillo (io, Occidente, sono io e faccio quel che mi pare, e voi non siete un...) non era una grande idea.

Qualcuno aveva per caso boicottato gli Usa o la Gran Bretagna per l’Iraq? Le loro squadre erano state cacciate dalle competizioni internazionali? La libertà di movimento dei loro cittadini limitata in alcun modo? No, vero? Ecco. Immaginate tutto questo visto dai russi.

E non solo per la questione politica del cosiddetto “doppio standard”. Si sa come i russi vedono la vittoria sul nazismo. Come il trionfo finale della “grande guerra patriottica”. Il che dà un po’ l’idea che la seconda guerra mondiale l’abbiano vinta da soli. Cosa che, come ben sappiamo, non è vera: non sarebbe stata vinta senza la tenacia degli inglesi, o i mezzi forniti dagli americani, o i movimenti di resistenza dei diversi Paesi.

Però due cose restano vere. La prima è che nessun Paese ha avuto il numero di morti (militari e civili) che ebbe l’URSS (compresi, per dire, gli ebrei ucraini o bielorussi, che erano comunque cittadini sovietici), siano essi 20 o 25 milioni secondo le diverse stime.

La seconda è che a combattere i nazisti (e i collaborazionisti che stavano con loro) sull’enorme fronte Est c’erano i sovietici e che l’80% dei soldati nazisti caduti in battaglia cadde per mano dei soldati sovietici, come accertato dagli studi dello storico inglese Richard Overy (cfr “Russia in guerra”, Il Saggiatore).

Capire le lezioni del passato

Ragioni che dovrebbero rendere comunque rispettabile il sacrificio della Russia in quella che fu la guerra contro il male assoluto per l’umanità. Non rappresentarono questo i promotori dell’Olocausto? In più, non c’è in pratica famiglia, in Russia, che non ricordi un antenato scomparso in quella guerra. E non solo in Russia, ovviamente.

Quando si ritrovano i sempre meno numerosi reduci della resistenza nella Casa Pavlov, uno dei capisaldi della resistenza di Stalingrado (morirono più tedeschi per cercare, invano, di conquistarla, di quanti ne caddero per prendere Parigi), la maggior parte di loro viene dalle ex Repubbliche dell’Asia Centrale.

Nella famiglia Zelensky, il nonno si aumentò l’età per potersi arruolare volontario. E i suoi tre fratelli più grandi partirono per il fronte e non tornarono. E per che cosa o chi andavano a combattere? Non certo per l’Ucraina, perché i nazionalisti stavano con le truppe tedesche nella speranza di essere liberati da Stalin. Gli altri combattevano per l’URSS e per Stalin, ci piaccia o no.

Quindi, boicottare quella parata per ragioni politiche fu come sputare in un occhio a quei molti milioni di russi che onoravano la memoria dei loro cari, caduti come gli inglesi, gli americani e tanti altri nella guerra per la salvezza dell’umanità.

Messa in prospettiva, la decisione dei Paesi occidentali fu un enorme regalo alla propaganda nazionalista di Putin, che proprio in quegli anni cominciava a girare a pieno regime, mostrando inequivocabilmente ai russi che gli standard di giudizio che l’Occidente applicava agli altri non erano paragonabili a quelli, assai più generosi, che riservava a sé.

E fu l’inizio del progressivo allontanamento dei Paesi del Sud del mondo dagli orizzonti politici dell’Occidente, che si riservava il diritto di devastare l’Iraq o la Libia, dove aveva collaborato a fare centinaia di migliaia di morti, ma prendeva posizione contro la riannessione della Crimea, tra l’altro costata 4 morti (1 soldato e 3 civili) ai russi e 5 (tutti soldati) agli ucraini.

Per questo la Russia non è uscita isolata dalle sanzioni economiche occidentali. Per questo tra due giorni [oggi, ndr], sulla Piazza Rossa, sfileranno con le truppe russe quelle di altri 13 Paesi.

Le lezioni del passato, però, non servono se ci si rifiuta di meditarle. Ed è proprio questo che accade, dal beneplacito Usa-Ue alle stragi di Gaza agli episodi minimi come la decisione dell’Estonia di non concedere il proprio spazio aereo ai velivoli dei presidenti di Brasile e Cuba che intendono recarsi a Mosca per la parata del 9 maggio.

Quos Jupiter perdere vult, dementat prius.

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13/02/2025

I conti della guerra Ucraina-Russia di Trump e l’UE

«L’Ucraina deve garantire la sicurezza degli investimenti degli Stati Uniti in quanto il Paese potrebbe diventare un giorno territorio russo». Donald Trump ha smesso i panni del paciere per quelli suoi naturali dell’uomo d’affari interessato a proteggere i propri investimenti. «Hanno terreni di enorme valore in termini di terre rare, di petrolio e gas e altre risorse. Voglio che i nostri soldi siano protetti, perché stiamo spendendo centinaia di miliardi di dollari».

Mentre l’Europa festeggia l’ennesima martellata ideologica che si è data ‘sulle dita’, urlando ‘vittoria’ per nascondere il male che s’è fatta.

L’Ue dà l’elettricità ai Baltici mentre Trump ci vende il gas a prezzo triplo

Nella foto di copertina la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con i leader dei tre Paesi baltici. Insieme, festeggiano la disconnessione di Lituania, Estonia e Lettonia dalla rete elettrica che avevano in comune con Russia e Bielorussia, e la connessione con la reti europee. «Addio Russia! Addio Lenin!». E giù risate e applausi.

Le molte buone regioni degli ex Paesi sovietici

L’abbiamo detto e scritto tante volte: impossibile non capire i Paesi usciti dall’ex Unione Sovietica nei loro rancori contro la Russia. Sette decenni di dominazione altrui e di centralismo ‘grande russo’ non potevano non lasciare cicatrici indelebili. Il problema è che con i rancori puoi forse ottenere e conservare il potere, ma è molto difficile fare politica. E certe immagini sono la dimostrazione lampante di questo assioma. I tre Paesi baltici si sentono più sicuri nel dividere il più possibile le loro storie da quelle della Russia? Nessuno li può giudicare. Ma se questo deve diventare «la politica dell’Europa», allora qualcosa si può dire.

Le forche caudine della Ue

Mentre la Von Der Leyen, in Lituania, rideva e applaudiva come se avesse appena assistito a un evento epocale, nel mondo reale succedevano altre cose interessanti. Donald Trump, che dell’Unione Europea si ricorda solo per criticarla e minacciarla, annunciava di aver parlato con Vladimir Putin, comunicando così ufficialmente (ma che Casa bianca e Cremlino già fossero in contatto si sapeva) al mondo che il negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina era iniziato. Senza la Ue, peraltro, nonostante che il presidente ucraino Zelensky abbia a lungo chiesto di avere anche Bruxelles al tavolo delle trattative.

Gas ed elettricità alle stelle

Altro fatto: alla Borsa di Londra il prezzo del gas naturale superava i 620 dollari per mille metri cubi per la prima volta dall’8 febbraio 2023. Inoltre, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, l’associazione di 70 operatori europei del settore, le riserve di stoccaggio sotterraneo di gas in Europa sono scese sotto il 50% e i tassi di prelievo di febbraio sono vicini ai massimi storici. Dall’inizio della stagione del riscaldamento, l’UE ha già prelevato più della metà del combustibile accumulato per l’inverno: 53,2 miliardi di metri cubi. Nessuna particolare preoccupazione, nessun allarme urgente, per carità. Ma a fronte dei dati di consumo c’è una realtà ben descritta su InsideOver da Giuseppe Gagliano: «... nel 2024 le esportazioni di GNL russo verso l’Europa sono aumentate del 20% rispetto al 2023, con Germania, Francia, Spagna e Belgio tra i principali destinatari».

Europa di coccio tra Usa e Russia

E l’Europa si ritrova, grazie alle politiche illuminate di questi ultimi anni e alla folle speranza di usare l’Ucraina per annichilire la Russia, nella scomoda situazione di dover scegliere tra il gas russo (rinnegato nella sua via più semplice e conveniente, quella del gasdotto, ma recuperato in quella più complicata e costosa del GNL) e quello americano, che ci costa tre-quattro volte più del prezzo cui i produttori Usa lo vendono sul mercato interno.

L’onda lunga dell’allargamento 2004

Eppure le risate compiacenti della Von Der Leyen hanno un senso. Sono l’omaggio ai veri azionisti di maggioranza della sua seconda Commissione, quelli che una volta chiamavamo i ‘Paesi dell’Est’, usciti (e spesso rinati) dal crollo dell’Unione Sovietica e nel 2004 entrati in blocco nella Ue. Gli Stati Uniti furono i grandi sponsor di quell’allargamento e si può ben capire perché: si formò allora una cintura di Paesi scottati dall’esperienza pluridecennale di sottomissione alla Russia e perciò russofobi e assolutamente decisi a porsi sotto l’ombrello protettivo degli Usa, sia attraverso trattati bilaterali sia attraverso la Nato.

Se pensiamo che già nel 2008, con Barack Obama, fu costituito in Romania il sistema missilistico Aegis (‘difensivo’ nella definizione, ma basato su vettori che possono trasportare anche i Tomahawk), possiamo ben capire quale sia stato il processo.

L’invasione russa dell’Ucraina

Con gli anni la tendenza si è solo accentuata. E l’invasione russa dell’Ucraina, con l’idea dei Paesi in prima linea nell’aiutare l’Ucraina nella difesa dell’Occidente tutto, le ha impresso nuova accelerazione, avviando invece il declino dell’asse franco-tedesco che per lungo tempo ha dettato le sorti della Ue. Oggi ci ritroviamo con una responsabile della politica estera comunitaria espressa dall’Estonia (1,5 milioni di abitanti) e un responsabile della politica di difesa espresso dalla Lituania (2,9 milioni di abitanti), i quali governano, anche bene, Paesi piccolissimi, lontanissimi dalla realtà di Paesi come Spagna o Italia o Francia.

Col massimo rispetto: politici che hanno soprattutto il merito di essere antirussi e graditi agli Usa. Ma come si diceva, coi rancori non si governa. La tentazione di vendicarsi della Russia per i torti passati, vivissima in questi Paesi, ci ha spinti tutti sulla strada di una vittoria impossibile, almeno non nella misura in cui la si voleva. Con le conseguenze che vediamo.

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09/12/2024

I jihadisti ex Al Qaeda e i mercenari di Erdogan non sono Robin Hood

di Fulvio Scaglione

Il primo tra tutti i principi della scienza è nominare le cose. Perché dar loro un giusto nome vuol dire farle esistere e creare l’ordine. Ed è talmente vero che “ricevere un nome” è una delle grandi ricompense che Dio offre a coloro che “rispettano il diritto e fanno ciò che è retto”: “Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che varranno più di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più” (Isaia, 56,5).

Un posto e un nome: yad vaShem, che non a caso è la denominazione del Memoriale della Shoah sul Monte della Memoria, a Gerusalemme.

E quindi c’è qualcosa di profondamente ingannevole e blasfemo, anche se parliamo di politica, nell’uso distorto di certe parole. Per esempio: com’è possibile definire “ribelli” i jihadisti di Heyet Tahrir al-Shams, eredi diretti di Al Qaeda, finanziati dalla petromonarchie del Golfo Persico, cioè da rigide autocrazie islamiche?

O i miliziani addestrati e finanziati dalla Turchia, oggi raccolti sotto la sigla di Fronte di liberazione nazionale dopo essere stati, ai primordi della guerra civile siriana, l’Esercito libero siriano?

Ribelli a chi? A cosa? Nemici di Bashar al-Assad di sicuro. Ma agli ordini di sceicchi ed emiri e del Rais turco Recep Tayyep Erdogan. Da un autocrate all’altro, insomma. In più, nella maggior parte non sono siriani: turchi, ceceni, tunisini, sauditi, tutto tranne che siriani. Lo stesso Al Julani, il capo di Heyet Tahrir al-Shams, è nato a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita.

Quindi basta chiamarli “ribelli”, che sa di Robin Hood o di partigiani. Questo è un branco di fanatici e mercenari, null’altro. E così devono essere chiamati, qualunque sia il giudizio che diamo alle diverse parti in causa.

E lo stesso discorso andrebbe fatto per i famosi “volontari” stranieri che combattono nelle file dell’esercito ucraino. Anche qui, non c’entra nulla annacquare il ragionamento col mantra dell’aggressore e dell’aggredito. Non è questioni di ragioni e di torti.

Gli uomini della Legione internazionale di difesa dell’Ucraina (questo il nome ufficiale, di solito abbreviato in Legione straniera) dovrebbero essere circa 20 mila, secondo le stime ufficiali. E tra loro non mancherà di certo una quota di volontari. Ma se uno va a vedere le biografie dei morti (i vivi non amano raccontarsi) scopre che quasi tutti i georgiani, per esempio, non sono certo alla prima esperienza: nel curriculum di combattenti hanno magari la Cecenia e l’Ossetia del Sud.

Come si campa facendo il soldato “volontario”? E se uno continua a guardare, nota che tra i caduti della Legione sono molti, certo la maggioranza, i ragazzi arrivati dall’America Latina. Certo, è consolante pensare che in Ecuador e in Colombia ci siano tante persone che hanno così a cuore le sorti dell’Ucraina da attraversare il mondo e rischiare la vita per difenderla. Ma è anche credibile?

Lo diciamo per l’ennesima volta, per i duri d’orecchi: non è questione di questo o di quello, di ragione o di torto. È questione del modo in cui raccontiamo il mondo. O, magari, del modo in cui NON lo raccontiamo. Nella speranza che prima o poi i nostri desideri diventino realtà.

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12/11/2024

Media malati: 5 feriti è pogrom, 120 mila morti è legittima difesa

di Fulvio Scaglione

La narrazione che sovrasta i fatti

Come sempre, la narrazione corrotta dei fatti rischia di diventare persino più importante dei fatti stessi. Per condannare lo spregevole assalto ai tifosi del Maccabi (che a loro volta non si sono risparmiati, in quel di Amsterdam, con le provocazioni) sono stati scomodati i reduci dei campi di concentramento, sono stati chiamati a raccolta tutti gli intellettuali di pronta leva, trombe, trombette, pifferi e primi violini hanno provveduto al rumore di fondo. Netanyahu, che è una vecchia e cinica volpe, ha approfittato della situazione per una splendida operazione di propaganda: due aerei speciali sono decollati da Israele con squadre mediche a bordo, come nel pieno di un’emergenza bellica. Alla fine il bilancio di questa tragedia è stato: 5 feriti. Cinque. Feriti.

Stampa ‘alta’ vetrina bordello

Per circa 36 ore la cosiddetta “stampa di qualità” ci ha parlato dei fattacci di Amsterdam come di una seconda “notte dei cristalli”, come il segno evidente di una persecuzione antiebraica in pieno svolgimento. Il tutto sugli stessi media che delle stragi di Gaza parlano controvoglia, proprio perché non se ne può fare a meno. Con il risultato di produrre (e non veniteci a dire che è un caso) questa tesi: cinque fan del Maccabi feriti in una caccia al tifoso israeliano in quel di Amsterdam sono un pogrom, una notte dei cristalli, una congiura antisemita. Mentre 120 mila morti palestinesi a Gaza sono vittime collaterali di una legittima azione di autodifesa. E si badi bene: guai a parlare di genocidio o tentativo di genocidio per Gaza, come fanno molti. Mentre di “notte dei cristalli” per 5 feriti (cinque feriti) si può serenamente parlare.

Oltre l’episodio, il sistema

Come si diceva, il problema ormai non sta più in questo o quell’episodio, per quanto spiacevole o drammatico possa essere. Il problema, invece, sta ormai in questa nuvola mediatica che, in simbiosi con i poteri oggi prevalenti, cerca di “vendere” ai cittadini una pittura della situazione che è ormai quasi del tutto di fantasia. Che con la realtà dei fatti, con la proporzione delle questioni aperte, con la praticabilità delle soluzioni proposte ha un rapporto labilissimo, in molti casi inesistente. È un racconto di comodo, di interesse, che sempre più spesso va a spaccarsi le corna contro l’implacabile muro delle cose.

Stampa inutile se non dannosa

La conseguenza è questa: ogni volta che ci si trova ad affrontare una questione controversa e importante, ogni volta che servirebbe un’analisi seria e profonda per aiutarci a capire, molti dei media più diffusi sono largamente inutili, quando non dannosi. Prendiamo la guerra in Ucraina seguita all’invasione russa. Ci sono due livelli. Le pure e semplici balle: i russi combattono con le pale perché non hanno più armi; i russi usano i microchip delle lavatrici per i missili perché la loro industria bellica è a pezzi (indimenticabile copyright di Ursula von Der Leyen); i russi scavano trincee nel terreno contaminato di Cernobyl; i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche quando sono feriti...

Ma questa è la fuffa, la schiuma. La sostanza sta nel fatto che tutte le previsioni importanti si sono rivelate sballate: l’effetto delle sanzioni, il sostegno dei russi a Putin, la capacità dei russi di riarmarsi, persino la possibilità di isolare la Russia nel contesto internazionale.

Propaganda, vera tragedia ucraina. Poi Trump, e Germania, eccetera

Abbiamo fatto questo esempio perché è il più tragico, in primo luogo per gli ucraini, e clamoroso. Ma vogliamo parlare delle elezioni presidenziali Usa? Prima un tifo sfegatato per Kamala Harris, senza mai spiegare che cosa diavolo volesse fare degli Stati Uniti la candidata improvvisata dopo la rinuncia di Joe Biden. Poi, di fronte alla vittoria a valanga di Donald Trump che nessuno aveva nemmeno lontanamente ipotizzato, un solo grottesco lamento sulla fine della democrazia, degli Usa, della civiltà. La crisi di governo in Germania, con le prossime elezioni anticipate? Il ruggito del vecchio leone Scholz, come se non fosse il certificato di morte della “maggioranza semaforo” (liberali, socialdemocratici e verdi) che ha governato finora il Paese e che, incidentalmente, è la stessa maggioranza che governa la Ue. Per non dire del fatto che se va in crisi la Germania andiamo in crisi un po’ tutti, a partire dall’Italia.

E la Francia di Marine Le Pen?

L’avanzata della destra di Marine Le Pen in Francia? Ricordo perfettamente che, all’epoca delle prime proteste dei gilet gialli, eravamo pochissimi a dire: guardate che dietro tutto questo, vi piaccia o no, c’è un problema vero, concreto. Riassumibile in una sola domanda: chi paga il costo della transizione energetica? Però non si poteva, anzi non si doveva dire, guai a criticare le politiche di Emmanuel Macron. E che pacchia quando le manifestazioni dei gilet gialli diventarono occasione di scontro e di speculazione dei soliti black block e compagnia bella. E adesso? Che cosa ci diciamo adesso della transizione energetica e della posizione di Macron all’interno del suo stesso Paese? Tutto bene? Oppure vale la solita spiegazione, cioè che milioni di francesi (e tedeschi e italiani) si sono rincoglioniti?

Non senza tv e giornali, ma informazione seria

Qualcuno, anzi, molti, credono che si possa vivere benissimo anche senza Tv e giornali. Non è vero. Primo perché nessuna società, come già Omero dimostrava, riesce a stare senza qualcuno che racconti il mondo. Secondo, perché l’informazione, ormai, non sta più nei media comunemente detti. L’informazione, cioè il racconto del mondo, è nell’aria, arriva dai telefoni, dagli schermi nelle metropolitane, dai social, dai passaparola sui tram, dalle classifiche dei libri di Amazon, dalle chat.

E noi tutti cittadini abbiamo il diritto/dovere ad avere un racconto del mondo non vero o falso, non onesto o disonesto (categorie aleatorie se applicate all’informazione) ma ancorato alla realtà dei fatti e non alle fantasie più o meno interessate. Nessuno di noi vuole tornare ai tempi della peggior Unione Sovietica, quando il motto era: se teoria e realtà non combaciano, la colpa è della realtà.

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27/10/2024

Dai BRICS riuniti in Russia un messaggio: “bye bye Bretton Woods, i nostri soldi li gestiamo noi”

di Fulvio Scaglione

Nelle foto che arrivavano da Kazan, dov’era in corso il summit dei Paesi BRICS (in origine Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ora quelli più Iran, Etiopia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, con Arabia Saudita e Turchia sulla soglia), Vladimir Putin ha la faccia (ci sia perdonata l’ardita metafora) del gatto col sorcio in bocca. Perché da questo incontro (che le fonti diplomatiche russe, forse con un eccesso di ottimismo, hanno definito “il più importante appuntamento di politica internazionale nella storia del Paese”) lui, proprio lui inteso come presidente della Federazione Russa, esce con un risultato non da poco: il sogno di isolare la Russia ha fatto puff e si è disperso come nebbia al sole.

Se vengono da te Modi (India) e Xi Jinping (Cina), Erdogan (Turchia) e Al-Sisi (Egitto), Lula (Brasile) e Ramaphosa (Sudafrica), di che isolamento stiamo parlando? E se poi a dialogare con questo bel gruppo arriva anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che evidentemente è abbastanza razionale da ritenere di non poter ignorare una “associazione” che rappresenta il 36% del Pil mondiale e il 45% della popolazione, l’opera è completa.

In società consce della realtà e non intimidite dalla verità, questo dovrebbe bastare a riconoscere un fatto: l’Occidente ha perso la guerra contro la Russia. Se l’idea era di sconfiggerla sul campo, piegarla con le sanzioni, renderla un paria del panorama mondiale, farle abbandonare qualunque ambizione e, perché no, provocare un cambio di regime e magari la frantumazione della Federazione, allora abbiamo perso.

Per il semplice fatto che nessuno di quegli obiettivi si è realizzato.

Mentre intanto, sul campo, sembra che la Russia ora possa realizzare il suo, di obiettivo: ovvero, occupare quella parte di Ucraina che considera “sua”, con il nome di Novorossija. Ha perso l’Occidente, non l’Ucraina: che altro potevano fare questo Paese e questo popolo martire, se non resistere, sacrificarsi, combattere strenuamente e bruciare nel rogo dell’invasione e della guerra la loro migliore gioventù?

Questa, però, era la superficie del summit di Kazan.

La conclusione inevitabile del fatto che il summit era stato convocato in Russia, con Putin alla presidenza, e nessuno si era sognato di non aderire. Il nocciolo duro della riunione, invece, stava nel discorso finanziario, basato su un rapporto intitolato “Miglioramento del sistema monetario e finanziario internazionale” che la Russia aveva fatto circolare tra i Paesi membri alla viglia della riunione.

Inutile addentrarsi nei particolari. Il rapporto segna un cambio di strategia teso anche ad aumentare la coesione di questo circolo di grandi e piccole potenze che, in quanto tali, hanno obiettivi spesso diversi. Se Russia e Cina, per esempio, possono perseguire il sogno di rovesciare il secolo americano e con quello gli equilibri mondiali, Brasile e India non vogliono smettere di dialogare con l’Occidente a trazione americana.

Per questo è stata abbandonata dai BRICS l’idea, a tratti anche discussa, di creare una valuta comune. Di fatto, l’unica valuta abbastanza forte da potersi proporre in quel ruolo era lo Yuan cinese, ipotesi che non sarebbe mai stata accettata da altri Paesi (India) e che avrebbe avuto poco senso per Paesi come Egitto, Brasile o Sudafrica.

Ora i BRICS cercano il modo, ovvero gli strumenti tecnici, per aggirare quella che definiscono “l’eccessiva dipendenza da una moneta unica e da una struttura finanziaria centralizzata”. Come se dicessero: caro dollaro, caro Fondo monetario internazionale, cara Banca mondiale, caro Swift, non è che vi vogliamo male, è che avete fatto il vostro tempo. Quindi vogliamo usare le nostre valute per commerciare tra noi e sistemi che possiamo gestire noi in prima persona, senza dipendere da nessuno. Leggi: gli Usa.

È chiaramente il modo che la Russia ha scelto per non spaventare nessuno dei Paesi membri con obiettivi troppo aggressivi o troppo complicati da raggiungere. Ed è la maniera, invero assai diplomatica, per dire al resto del mondo e al G7 in particolare: ma noi che gestiamo il 36% del Pil mondiale dovremmo continuare a passare da voi per gestire i nostri soldi? Dovremmo sottostare a un sistema che è sostanzialmente ancora quello disegnato nella conferenza di Bretton Woods nel 1944? Non è che il mondo è un tantino cambiato da allora?

Si capisce bene che questo discorso è come una specie di esca lanciata ben oltre i confini dei BRICS. Lanciata, cioè, verso quelle economie emergenti e in via di sviluppo che con il commercio tra di loro hanno raggiunto una quota pari al 26% del commercio globale, destinato a diventare il 32% entro il 2032.

Retorica? Può darsi. Vedremo con i prossimi anni in quale misura le suggestioni e le intenzioni sapranno trasformarsi in fatti concreti. Di certo c’è che, proprio mentre Russia e Cina sono diventati i nemici pubblici numero uno dell’Occidente, il fascino dei BRICS aumenta: l’Arabia Saudita non è ancora Paese membro a tutti gli effetti, ma partecipa alle attività del gruppo; la Turchia aspetta il momento buono per entrarvi, almeno altri trenta Paesi (tra cui colossi come l’Indonesia) hanno manifestato serio interesse.

Il che ci riporta al discorso iniziale. Perché è chiaro il ruolo fondamentale che la Russia ha assunto in questo contesto. I soloni nostrani continuano a scrivere che la Russia è ormai un vassallo della Cina. Certo, senza la sponda fondamentale di Pechino per Mosca sarebbe stata assai dura affrontare le sanzioni economiche. Ma il discorso vale anche al contrario: senza la Russia a scontrarsi direttamente con l’Occidente, la Cina “peserebbe” assai meno nell’attuale contesto internazionale. E di certo farebbe la voce assai meno grossa su Taiwan. Quindi a Pechino non serve un vassallo, ma un partner robusto con cui fare squadra. Come infatti succede.

Venendo ai BRICS, solo la Russia può fare da pivot del gruppo. Non che le sia stato affidato alcun incarico, sono le condizioni oggettive ad assegnarle quel compito: non è così forte, dal punto di vista economico, da far paura agli altri; è abbastanza importante da farsi ascoltare; è per vocazione post-sovietica restia a immischiarsi negli affari altrui (a meno che non si tratti dei suoi confini); ha risorse naturali (gas, petrolio) e industriali (armamenti, energia atomica, settore minerario) che possono tornare utili anche ad altri. L’impressione è che ne vedremo delle belle.

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24/03/2024

Il Cremlino, l’Isis e l’Ucraina, le domande che non sappiamo più farci

di Fulvio Scaglione

Non era ancora definitivo il numero dei civili uccisi nel Crocus City Hall di Mosca, venerdì sera, che già circolavano falsi idenkit dei presunti attentatori e falsi video, girati con l’intelligenza artificiale, in cui il segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Danilov ridacchiando si assumeva la responsabilità della strage.

Il Cremlino taceva, a livello ufficiale non una parola su presunti colpevoli o mandanti. Eppure nei salotti Tv e su Twitter (pardon, X) si era già riversata la solita pletora di cazzari pronta a parlare di false flag, operazione organizzata da Putin (curioso, la stessa tesi diffusa dalla veloce propaganda ucraina) e così via.

Per non parlare di quelli che spiegavano che la strage conviene a Putin, che bisogna stare attenti a come la sfrutterà. Pensate se qualcuno avesse applicato un simile modo di pensare alla strage di Hamas del 7 ottobre: come ne approfitterà ora Israele? Come converrà a Netanyahu? Sarebbe stato linciato in piazza...

Al di là del classico “ha stato Putin” (curiosamente allo Zar conviene tutto: la morte di Navalny subito prima delle elezioni, la strage nel teatro subito dopo...) che ha francamente rotto le scatole a tutti tranne che alla Rai, quel modo di sragionare è una delle cause della nostra perenne e totale incomprensione delle cose russe. La stessa, tra l’altro, che ci ha portato clamorosamente a sbattere anche in questi due anni di sanzioni e di guerra.

In attesa di conferme di parte russa, i servizi segreti Usa (che nelle settimane scorse avevano avvertito di un rischio attentati e consigliato ai cittadini Usa di non partecipare a eventi di massa a Mosca e in altre città) hanno detto di ritenere credibile la pista dell’Isis.

Attendiamo gli eventi e, soprattutto, di capire se coloro che sono stati arrestati nei pressi di Bryansk, a poca distanza dal confine con l’Ucraina, sono davvero, come dice il Comitato investigativo russo, alcuni degli attentatori. Se spuntassero connessioni con i servizi segreti ucraini la valutazione politica e militare dell’accaduto, ovviamente, assumerebbe altre connotazioni.

Ma è indubbio che la dinamica dell’attentato ricorda molto altri due eventi simili, la strage nel Teatro Dubrovka di Mosca (ottobre 2002, 129 ostaggi e 39 terroristi ceceni morti) e quella nel Teatro Bataclan di Parigi (130 morti). In entrambi i casi, la matrice era quella del terrorismo islamista. La stessa matrice che pare oggi da seguire per il massacro al Crocus City Hall.

Si parla ora, per quanto accaduto a Mosca, di cittadini tagiki. Il ministero degli Esteri del Tagikistan ha smentito (per meglio dire: ha detto che Mosca non conferma la presenza di tagiki sul luogo del massacro) ma il particolare, ora, è di secondaria importanza. Il nocciolo della questione sta nel rapporto tuttora irrisolto della Russia con il suo fianco Sud, ovvero con il Caucaso.

All’inizio di marzo l’Fsb (il controspionaggio russo) aveva intercettato ed eliminato a Karabulak (in Inguscetia) sei membri dell’Isis, ma solo dopo una battaglia campale durata ore. Pochi giorni fa, alla periferia di Mosca, altra operazione per fermare due terroristi islamisti che progettavano un attacco a una sinagoga della capitale.

E a fine ottobre, nell’aeroporto di Makachkala (capoluogo del Dagestan), centinaia di persone avevano inscenato un pogrom antisemita all’arrivo di un aereo che riportava in Russia un folto gruppo di cittadini russi evacuati da Gaza.

Tornando ancora più indietro, fin dal 2011 è ben documentata la presenza di miliziani ceceni nelle file di Al Qaeda e dello Stato islamico in Siria. Si pensa che i combattenti ceceni dell’Isis fossero tra 3 e 4 mila, tanto da costituire il secondo gruppo etnico più numeroso. E uno dei più noti e temuti comandanti militari dell’Isis fu appunto Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili detto Abu Omar al-Shishani, georgiano di passaporto e ceceno di origine, un ex sergente dell’esercito della Georgia morto nel 2016 sotto un bombardamento americano.

Tutto questo (e il molto altro che si potrebbe dire) per ricordare che il rapporto della Russia con il Caucaso è tutt’altro che risolto, a dispetto del proconsole Ramzan Kadyrov che in Cecenia gli ha procurato, nelle recenti elezioni presidenziali, un fantasmagorico 98% di consensi.

Nel Caucaso ribolle un jihadismo incrociato con ambizioni indipendentiste che nemmeno due decenni di guerre e operazioni militari, e vaste elargizioni di denaro come quelle che sono state riversate sulla Cecenia, sono riusciti a estirpare.

Noi sappiamo che Vladimir Putin ha costruito parte delle proprie fortune politiche sul fatto di essere riuscito, prima da premier sconosciuto e poi da presidente eletto come successore di Boris Eltsin, nei primi anni Duemila, a stroncare la rivolta cecena. E sappiamo come lo fece: conducendo prima una guerra feroce e spietata, poi comprando la fedeltà di una dei clan ceceni più potenti, quello appunto dei Kadyrov.

Quello che non ci siamo mai chiesti, invece, è se davvero avremmo preferito, venticinque anni fa, la nascita di un califfato islamista nel Caucaso, finanziato dalle petromonarchie del Golfo Persico (com’è poi avvenuto con i Fratelli musulmani e l’Isis stesso), e la probabile disgregazione di gran parte della Federazione Russa, potenza nucleare, perché alla Cecenia si sarebbe certo unito il Dagestan e forse anche l’Inguscetia.

La stessa domanda che dovremmo farci a proposito della Siria: solo l’intervento russo del 2015 (e poi i bombardamenti decisi da Donald Trump nel 2016) impedirono che la Siria del dittatore Bashar al-Assad fosse travolta dagli islamisti di Al Qaeda e dello Stato islamico.

Avremmo preferito (diciamo pure: ci sarebbe convenuto) veder nascere un califfato tra Raqqa e Aleppo? Alternative al momento non ce n’erano, perché non erano certo le forze democratiche interne alla Siria a guidare gli eventi, in quegli anni.

Finché non troveremo il coraggio e l’onestà di farci le domande giuste non potremo capire la Russia né le sue motivazioni. Tanto meno riusciremo a a instaurare un rapporto proficuo con il Cremlino, né a contrastre adeguatamente le sue ambizioni quando sono ingiuste o spropositate.

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