Il segretario della Nato, Mark Rutte, in una intervista a Fox News ha “sputtanato” un po’ tutti gli stati europei aderenti all’alleanza affermando che il quadro europeo ha visto coinvolte tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi nell’aggressione contro l’Iran.
È fin troppo evidente come l’incidente sia avvenuto per un eccesso di zelo servilista di Rutte verso Trump, il quale aveva rimproverato gli alleati europei della Nato di non averlo aiutato nella guerra in Medio Oriente.
Nel dettaglio Rutte ha poi sottolineato che le basi militari in Italia hanno svolto un ruolo “massiccio” a sostegno dell’operazione Epic Fury in Iran, con 500 aerei Usa decollati dal territorio italiano, suscitando inevitabilmente uno scontro politico tra governo e opposizione.
Il ministero della Difesa italiano, decisamente irritato, ha respinto la ricostruzione del segretario generale della Nato Mark Rutte sull’uso delle basi italiane nell’ambito della guerra Usa contro l’Iran, ribadendo che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività “tecniche e logistiche, non cinetiche” nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti – si legge nella nota del ministero della Difesa – “Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”.
Delle due l’una: o ha mentito il segretario della Nato o ha mentito il governo italiano che nei mesi scorsi ha sempre negato di aver concesso le basi militari per le operazioni militari statunitensi.
Il governo afferma di aver solo autorizzato operazioni previste dai trattati bilaterali tra USA e Italia del 1957, ma il cui contenuto continua a rimanere in gran parte secretato.
Più volte abbiamo denunciato come in base agli automatismi previsti in questi trattati internazionali firmati nei decenni scorsi dai governi italiani, molto spesso l’Italia si è ritrovata coinvolta in conflitti anche senza dichiarazioni formali se non discussioni postume – e quindi inefficaci – in Parlamento.
In secondo luogo, che da Sigonella siano partiti aerei militari statunitensi è impossibile negarlo. Uno dei droni partiti dalla base militare in Sicilia, tra l’altro, risulta essere stato abbattuto sui cieli del Golfo durante i combattimenti tra statunitensi e iraniani.
Il giornalista Antonio Mazzeo, che monitora da una vita le attività militari nella base di Sigonella, ricorda come nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica.
Ma non c’è solo Sigonella. Anche dalla base militare di Aviano, in Friuli, sono arrivati e partiti aerei militari statunitensi impegnati nella guerra contro l’Iran.
Nel furbesco linguaggio del ministero della Difesa italiano, queste non sarebbero “attività cinetiche”, come se “fare il pieno” di carburante o di munizioni agli attaccanti fosse un un normale “servizio pubblico” neutrale.
Ma anche una fonte della Nato ha provato a mettere furbescamente una toppa su quanto affermato da Rutte: “Il segretario Generale ha sottolineato come gli Alleati, inclusa l’Italia, abbiano rispettato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli. Il punto chiave è che il Segretario Generale non ha detto nulla riguardo alle armi cinetiche, ha affermato che gli Alleati hanno onorato i loro impegni, non che siano andati oltre”.
Nel linguaggio militare, “attività cinetica” è un termine tecnico che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un eufemismo per indicare il combattimento e l’uso della forza letale.
Il termine “cinetico” nel gergo militare ha subito un’evoluzione. Il suo significato si è ampliato per indicare le operazioni di guerra convenzionale e di combattimento, specialmente dopo l’11 settembre, per distinguerle da forme di conflitto più moderne. Il termine è stato talvolta usato anche in contesti più ampi per descrivere operazioni di forza, come le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela in occasione del sequestro del presidente Maduro.
Commentando le dichiarazioni del segretario della Nato, l’ex comandante del Comitato Operativo Interforze, gen. Bartolini, ha affermato che “Durante l’operazione Epic Fury è stato attuato un ponte aereo che è transitato dalle basi americane in tutta Europa verso i paesi della penisola araba, attraversando gli spazi aerei di tutto il vecchio continente. Il che non significa assolutamente che da dette basi siano partite missioni operative contro l’Iran che siano andate oltre ai normali trasporti aerei per l’area, che si svolgono a fini vari, ad esempio logistici, e non legati direttamente alle operazioni”.
Insomma, quando si parla dell’uso delle basi militari in Italia da parte degli Stati Uniti si precipita in una zona paludosa di mezze bugie e mezze verità (in linguaggio burocratico-militare) che però non riescono più a nascondere la sostanza del problema: occorre mettere fine ai vincoli e agli automatismi previsti dai trattati internazionali, per evitare che il nostro paese si ritrovi in guerra senza neanche essersene reso conto.
Si tratta di un crimine e di una responsabilità in più delle nostre classi dirigenti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/05/2026
Rutte propone di triplicare gli aiuti NATO all’Ucraina, ma anche in Europa si storce il naso
L’Alleanza Atlantica attraversa una fase di intensi dibattiti interni riguardanti il proprio fianco orientale, in relazione agli impegni degli Stati Uniti e al ruolo dell’Ucraina: il vertice NATO previsto ad Ankara nel mese di luglio sarà sicuramente un momento fondamentale per le sorti di Kiev.
Soprattutto ora che Zelensky appare sempre più coinvolto nel pesante scandalo dell’inchiesta Midas, e a Bruxelles si comincia a discutere di chi sarà il rappresentante europeo al tavolo delle trattative. Che è in sostanza il passo precedente a discutere una via d’uscita da un conflitto che ha davvero poco da offrire ormai alle mire europee (mentre probabilmente comincia ad apparire più interessante la ricostruzione una volta chiusa la guerra).
Alcuni paesi dell’Est Europa, però, ancora spingono sul sostegno militare, e Rutte li segue nel suo solito tentativo di assecondare tutto e tutti, e di riaffermare la centralità dell’Alleanza mentre le fratture interne si allargano. Il Segretario Generale della NATO ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL all’Ucraina: ciò significherebbe circa 143 miliardi di dollari, a fronte dei 45 in aiuti per la sicurezza ricevuti da Kiev l’anno scorso.
La proposta è arrivata nella capitale della Romania, dove si è tenuto il vertice del formato Bucarest 9 (B9), il gruppo creato nel 2015 che riunisce i Paesi NATO dell’Europa Orientale: i padroni di casa, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, i baltici. Al centro dell’incontro c’è stato proprio il rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Alleanza, l’aumento delle spese militari e il consolidamento degli aiuti a Kiev.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente romeno, Nicusor Dan, e quello polacco, Karol Nawrocki. Mentre Dan ha sottolineato l’esigenza di trasformare i budget per la difesa in capacità operative, ricordando in particolare il ruolo strategico del Mar Nero e rinnovando il supporto all’Ucraina e alla Moldavia, Nawrocki ha rincarato la dose in vista del summit di Ankara, chiedendo un rafforzamento permanente del fianco orientale.
Non a caso è arrivato a Bucarest anche Zelensky, per partecipare a consultazioni e incontri bilaterali. Nel suo intervento, il presidente ucraino ha affermato: “dobbiamo dimostrare che la NATO è forte e non si disgregherà”. Una dichiarazione segnata dalla franchezza di chi è alla guida di un paese in guerra e sa che mantiene la propria poltrona solo per questo, e che si presenta come un campanello d’allarme sulle divisioni interne dell’Alleanza e sui costi del sostegno alla causa persa dell’Ucraina.
Stanno infatti emergendo, in maniera sempre più plateale, importanti tensioni sulla ripartizione degli oneri economici degli aiuti a Kiev, esacerbate dalla decisione di Donald Trump di bloccare quasi tutti i nuovi flussi statunitensi, lasciando così l’intero peso militare sulle spalle dei paesi europei e di altri alleati.
La proposta di Rutte nasce anche in risposta a questa situazione, ma il risultato è stato quello di far esporre in senso contrario alcuni dei paesi più importanti d’Europa. Francia e Regno Unito hanno espresso scetticismo, rendendo improbabile il passaggio della proposta nella sua forma attuale, che necessiterebbe del consenso di tutti i membri della NATO.
Una complicazione ulteriore deriva dal fatto che alcuni alleati, membri anche dell’UE, chiedono che i loro contributi al recente prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina vengano tenuti in considerazione nei futuri calcoli dell’Alleanza, ha detto un diplomatico della NATO al giornale Politico. La questione sarà verosimilmente discussa in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della NATO, prevista per la prossima settimana nella città svedese di Helsingborg.
Attualmente, le nazioni nordiche e baltiche, i Paesi Bassi e la Polonia stanno donando una percentuale del proprio PIL in aiuti militari di gran lunga superiore rispetto ad altri alleati. Al contrario, il Kiel Institute ha evidenziato come l’Europa meridionale rimanga un donatore minore rispetto ad altre aree. Se l‘obiettivo è quello di arrivare al vertice di Ankara con un risultato concreto che metta d’accordo tutti, per ora sembra che i guerrafondai europei siano ancora in alto mare.
Fonte
Soprattutto ora che Zelensky appare sempre più coinvolto nel pesante scandalo dell’inchiesta Midas, e a Bruxelles si comincia a discutere di chi sarà il rappresentante europeo al tavolo delle trattative. Che è in sostanza il passo precedente a discutere una via d’uscita da un conflitto che ha davvero poco da offrire ormai alle mire europee (mentre probabilmente comincia ad apparire più interessante la ricostruzione una volta chiusa la guerra).
Alcuni paesi dell’Est Europa, però, ancora spingono sul sostegno militare, e Rutte li segue nel suo solito tentativo di assecondare tutto e tutti, e di riaffermare la centralità dell’Alleanza mentre le fratture interne si allargano. Il Segretario Generale della NATO ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL all’Ucraina: ciò significherebbe circa 143 miliardi di dollari, a fronte dei 45 in aiuti per la sicurezza ricevuti da Kiev l’anno scorso.
La proposta è arrivata nella capitale della Romania, dove si è tenuto il vertice del formato Bucarest 9 (B9), il gruppo creato nel 2015 che riunisce i Paesi NATO dell’Europa Orientale: i padroni di casa, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, i baltici. Al centro dell’incontro c’è stato proprio il rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Alleanza, l’aumento delle spese militari e il consolidamento degli aiuti a Kiev.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente romeno, Nicusor Dan, e quello polacco, Karol Nawrocki. Mentre Dan ha sottolineato l’esigenza di trasformare i budget per la difesa in capacità operative, ricordando in particolare il ruolo strategico del Mar Nero e rinnovando il supporto all’Ucraina e alla Moldavia, Nawrocki ha rincarato la dose in vista del summit di Ankara, chiedendo un rafforzamento permanente del fianco orientale.
Non a caso è arrivato a Bucarest anche Zelensky, per partecipare a consultazioni e incontri bilaterali. Nel suo intervento, il presidente ucraino ha affermato: “dobbiamo dimostrare che la NATO è forte e non si disgregherà”. Una dichiarazione segnata dalla franchezza di chi è alla guida di un paese in guerra e sa che mantiene la propria poltrona solo per questo, e che si presenta come un campanello d’allarme sulle divisioni interne dell’Alleanza e sui costi del sostegno alla causa persa dell’Ucraina.
Stanno infatti emergendo, in maniera sempre più plateale, importanti tensioni sulla ripartizione degli oneri economici degli aiuti a Kiev, esacerbate dalla decisione di Donald Trump di bloccare quasi tutti i nuovi flussi statunitensi, lasciando così l’intero peso militare sulle spalle dei paesi europei e di altri alleati.
La proposta di Rutte nasce anche in risposta a questa situazione, ma il risultato è stato quello di far esporre in senso contrario alcuni dei paesi più importanti d’Europa. Francia e Regno Unito hanno espresso scetticismo, rendendo improbabile il passaggio della proposta nella sua forma attuale, che necessiterebbe del consenso di tutti i membri della NATO.
Una complicazione ulteriore deriva dal fatto che alcuni alleati, membri anche dell’UE, chiedono che i loro contributi al recente prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina vengano tenuti in considerazione nei futuri calcoli dell’Alleanza, ha detto un diplomatico della NATO al giornale Politico. La questione sarà verosimilmente discussa in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della NATO, prevista per la prossima settimana nella città svedese di Helsingborg.
Attualmente, le nazioni nordiche e baltiche, i Paesi Bassi e la Polonia stanno donando una percentuale del proprio PIL in aiuti militari di gran lunga superiore rispetto ad altri alleati. Al contrario, il Kiel Institute ha evidenziato come l’Europa meridionale rimanga un donatore minore rispetto ad altre aree. Se l‘obiettivo è quello di arrivare al vertice di Ankara con un risultato concreto che metta d’accordo tutti, per ora sembra che i guerrafondai europei siano ancora in alto mare.
Fonte
21/10/2025
Guerra, pace e portafogli: meno aiuti militari Usa all’Ucraina, paghi l’Europa
‘Volenterosi’ e poco altro
Secondo il think tank tedesco Kiel Institute, l’Europa ha inviato o stanziato 3,3 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina a luglio e agosto, con una media di 1,65 miliardi di euro al mese. Si tratta di un calo del 57% rispetto a gennaio-giugno, quando i paesi europei avevano speso in media 3,85 miliardi di euro al mese per sostenere l’Ucraina.
Ma non è solo una tendenza europea. Gli aiuti militari all’Ucraina provenienti da tutti i paesi sono diminuiti del 43% nello stesso periodo, nonostante il Canada abbia annunciato un ampio pacchetto di aiuti alla fine di agosto.
Europa con le pezze sul sedere
«L’Europa sta ridimensionando il suo sostegno militare complessivo. Ciò che sarà cruciale ora è l’evoluzione delle cifre in autunno», ha dichiarato Christoph Trebesch, direttore della ricerca al Kiel Institute. La riduzione così elevata degli aiuti all’Ucraina sembra non essere stata rilevata dal segretario generale della NATO, Mark Rutte che vede o non vede a convenienza.
Il sostegno all’Ucraina «non è calato, se si guarda a quest’anno, in media, è come l’anno scorso. Tutto il materiale essenziale è stato portato avanti e ne sono orgoglioso perché, quando hanno iniziato questa guerra, i russi, pensavano di vincerla in tre settimane. Ora siamo al quarto anno e hanno perso 1 milione di uomini», ha dichiarato ieri Rutte. Come se i morti di qualsiasi parte fossero veri e fossero un vanto.
Mediocri personaggi
La maggior parte degli aiuti militari di quest’estate è stata consegnata tramite la ‘Lista delle richieste prioritarie dell’Ucraina’ (PURL nell’acronimo inglese) stilata dalla NATO, il meccanismo lanciato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, a luglio, che consente di attingere alle scorte americane per alimentare l’Ucraina ma con il conto da saldare (con un ricarico del 10 per cento aveva detto il segretario al Tesoro statunitense Bessent) a carico degli europei.
I donatori di fatto comprano sistemi d'arma e munizioni stoccate degli Stati Uniti, così da ridurre i tempi di consegna. Alla fine di agosto otto paesi membri dell’alleanza militare avevano aderito al PURL, per un totale di 1,9 miliardi di euro: Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia.
Fa chi ha soldi, o solo passerella
Il Kiel Institute ha anche rilevato che l’Europa ha superato gli Stati Uniti nel totale degli stanziamenti a favore dell’Ucraina dall’inizio del conflitto, il 22 febbraio del 2022: 83 miliardi di euro contro i 64,6 di Washington. Sotto la presidenza di Joe Biden erano stati gli USA a fornire maggiori aiuti a Kiev, ci ricorda Gianandrea Gaiani.
Per quanto riguarda gli aiuti finanziari e umanitari, sono rimasti stabili rispetto al primo semestre del 2025, attestandosi a 7,5 miliardi di euro, nonostante l’assenza di nuovi contributi statunitensi. Del resto il sorpasso dell’Europa nei confronti degli USA nel supporto militare all’Ucraina si spiega con la considerazione che le armi statunitensi ordinate dall’Ucraina le pagano gli alleati europei.
Al tempo stesso va rilevato che il confronto si basa sui dati ufficiali a cui vanno aggiunti i fondi in contanti gestiti da USAID, interrotti da Trump ma sulla cui entità complessiva non è ancora stata fatta piena luce.
Kaja Kallas e la politica estera UE che non c’è
Oltre a calare gli aiuti militari all’Ucraina si registrano crescenti spaccature tra gli europei sui costi da sostenere per armare Kiev e finanziare Washington con il programma PURL. «Siamo pronti a nuovi pacchetti di aiuti nel quadro dell’iniziativa PURL. Ma la condivisione del peso tra alleati è cruciale, vogliamo vedere altri paesi aumentare il loro contributo all’Ucraina», spara il ministro della Difesa svedese.
Insegue l’ambasciatore statunitense alla NATO, secondo cui i Paesi dell’Europa meridionale «dovrebbero fare di più». Italia compresa. Ma Rutte, campione di piaggeria va oltre: «Attraverso PURL il presidente Trump ha messo a disposizione le migliori armi al mondo, armamenti e munizioni americane, da vendere ai nostri alleati europei della NATO e al Canada per poi fornirli all’Ucraina. L’Ucraina ne ha bisogno, lo desidera, e dobbiamo assicurarci che continui a fluire e che i nostri alleati si facciano avanti e acquistino attraverso questo meccanismo che ora funziona senza intoppi ed efficientemente».
Diplomazia schierata sul fronte guerra
Il già citato ambasciatore Usa. «Vorrei incoraggiare coloro che non si sono ancora fatti avanti a farlo. Ora, la conclusione è che se l’Ucraina deve avere ciò di cui ha bisogno per difendersi, il modo più rapido e concreto in cui gli alleati possono contribuire è investire in PURL, cioè in armamenti ‘made in USA’». Ma no?
E Whitaker fa pure la morale. «Questo programma è vitale, e gli alleati devono farsi avanti e contribuire ora a fare pressione sulla Russia affinché si sieda al tavolo dei negoziati e accetti la pace». Il messaggio da Washington è chiaro: noi americani vi diamo armi e munizioni di seconda mano prelevate dai nostri magazzini, voi europei le pagate con sovraprezzo per donarle agli ucraini. E per rafforzare il concetto è sceso in campo anche il segretario alla Guerra Pete Hegseth.
«Se c’è qualcosa che abbiamo imparato sotto la presidenza Trump è l’applicazione attiva della pace attraverso la forza: ottieni la pace quando sei forte». Serve ‘potenza di fuoco’. Americana, s’intende. «Gli alleati hanno assunto quegli impegni. L’iniziativa in cui i Paesi europei trasferiscono armi statunitensi alla NATO per combattere in Ucraina per portare la pace in quel conflitto».
Pace di Trump con forza e tasche altrui
Pensiero strategico Usa. «Abbiamo imparato da Trump che la pace si raggiunge attraverso la forza: gli USA forniscono le armi, gli ucraini le usano e gli europei le pagano. Tutti i paesi attorno a questo tavolo, senza scrocconi».
Gli ‘scrocconi’ sarebbero gli europei del sud? Ma come osserva Gaiani, quando si parla di Nato molti americani sembrano dimenticare che non è un’associazione di aziende di cui Washington è fornitrice. «Nessuno in Europa ha osato opporsi alla ‘ricetta PURL’ ma in molti, come l‘Italia, si stanno sottraendo al finanziamento dei pacchetti di armamenti per l’Ucraina del valore di 500 milioni di dollari».
La Slovenia ha aderito al programma PURL senza rendere noto l’importo a disposizione e il Belgio ha annunciato «100 milioni per il pacchetto PURL e vedremo cosa potremo fare di più in futuro».
Pulita, la Spagna ha ribadito il no alle spese militari al 5 per cento del PIL che Trump ha imposto gli alleati. Il premier spagnolo: «Perché secondo le forze armate stesse, con il 2,1% soddisfiamo le capacità che l’Alleanza Atlantica ci chiede per poter affrontare sfide comuni».
Ancora più radicale l’Ungheria: «I soldi dei contribuenti europei verranno bruciati nel conflitto in Ucraina. E l’attuale strategia dell’Europa di eliminare i canali di comunicazione con la Russia porterà a una guerra prolungata».
Invasione russa la balla del secolo
Sull’invasione russa se ne sono sentite di tutti i colori. Il 13 ottobre i servizi segreti tedeschi hanno ammonito che «a Mosca si ritiene di espandere la propria zona di influenza verso ovest. (...) la Russia non esiterà, se necessario, a entrare in conflitto militare diretto con la NATO». Lo ha detto il direttore del Servizio federale di intelligence (BND) al Bundestag. Jäger, era ambasciatore in Ucraina prima di assumere la guida del BND il mese scorso.
Secondo Jäger «la Germania, la prima economia dell’UE, è l’obiettivo numero uno della Russia in Europa». Forse ha sbagliato qualcosa visto che il suo Paese ha perso il primato economico dalla distruzione dei gasdotti Nord Stream, nel settembre 2022.
Certo, il riarmo europeo sbandierato potrebbe venire interpretato a Mosca come la preparazione ad attaccare la Russia. Di fatto, dalla caduta dell’URSS è la NATO che si è allargata a est fino ai confini russi, non la Russia espansa a Occidente.
Difficile quindi dimostrare che Mosca abbia intenzione e capacità di attaccare la NATO. In ogni caso i due servizi segreti tedeschi non hanno portato elementi oggettivi a sostegno di tali allarmi. Del resto, se avessimo preso seriamente i bollettini quotidiani diffusi con il brand dell’intelligence britannico dovremmo credere che i russi stavano finendo i missili nell’aprile del 2022.
Europa in stato di ‘psicosi bellica’
Riferendosi al vertice dell’Unione Europea del 1° ottobre a Copenaghen, il capo della diplomazia ungherese ha descritto i leader europei «in uno stato di psicosi bellica – ma ha aggiunto che – sempre più persone, dietro le quinte, ci danno ragione e ci incoraggiano ad agire con decisione per la pace».
Budapest, ferma nel rifiutare qualsiasi contributo militare diretto o finanziario all’Ucraina: «Non seguiremo la politica bellicista di Bruxelles. Non daremo soldi per alimentare la guerra».
Fonte
Secondo il think tank tedesco Kiel Institute, l’Europa ha inviato o stanziato 3,3 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina a luglio e agosto, con una media di 1,65 miliardi di euro al mese. Si tratta di un calo del 57% rispetto a gennaio-giugno, quando i paesi europei avevano speso in media 3,85 miliardi di euro al mese per sostenere l’Ucraina.
Ma non è solo una tendenza europea. Gli aiuti militari all’Ucraina provenienti da tutti i paesi sono diminuiti del 43% nello stesso periodo, nonostante il Canada abbia annunciato un ampio pacchetto di aiuti alla fine di agosto.
Europa con le pezze sul sedere
«L’Europa sta ridimensionando il suo sostegno militare complessivo. Ciò che sarà cruciale ora è l’evoluzione delle cifre in autunno», ha dichiarato Christoph Trebesch, direttore della ricerca al Kiel Institute. La riduzione così elevata degli aiuti all’Ucraina sembra non essere stata rilevata dal segretario generale della NATO, Mark Rutte che vede o non vede a convenienza.
Il sostegno all’Ucraina «non è calato, se si guarda a quest’anno, in media, è come l’anno scorso. Tutto il materiale essenziale è stato portato avanti e ne sono orgoglioso perché, quando hanno iniziato questa guerra, i russi, pensavano di vincerla in tre settimane. Ora siamo al quarto anno e hanno perso 1 milione di uomini», ha dichiarato ieri Rutte. Come se i morti di qualsiasi parte fossero veri e fossero un vanto.
Mediocri personaggi
La maggior parte degli aiuti militari di quest’estate è stata consegnata tramite la ‘Lista delle richieste prioritarie dell’Ucraina’ (PURL nell’acronimo inglese) stilata dalla NATO, il meccanismo lanciato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, a luglio, che consente di attingere alle scorte americane per alimentare l’Ucraina ma con il conto da saldare (con un ricarico del 10 per cento aveva detto il segretario al Tesoro statunitense Bessent) a carico degli europei.
I donatori di fatto comprano sistemi d'arma e munizioni stoccate degli Stati Uniti, così da ridurre i tempi di consegna. Alla fine di agosto otto paesi membri dell’alleanza militare avevano aderito al PURL, per un totale di 1,9 miliardi di euro: Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia.
Fa chi ha soldi, o solo passerella
Il Kiel Institute ha anche rilevato che l’Europa ha superato gli Stati Uniti nel totale degli stanziamenti a favore dell’Ucraina dall’inizio del conflitto, il 22 febbraio del 2022: 83 miliardi di euro contro i 64,6 di Washington. Sotto la presidenza di Joe Biden erano stati gli USA a fornire maggiori aiuti a Kiev, ci ricorda Gianandrea Gaiani.
Per quanto riguarda gli aiuti finanziari e umanitari, sono rimasti stabili rispetto al primo semestre del 2025, attestandosi a 7,5 miliardi di euro, nonostante l’assenza di nuovi contributi statunitensi. Del resto il sorpasso dell’Europa nei confronti degli USA nel supporto militare all’Ucraina si spiega con la considerazione che le armi statunitensi ordinate dall’Ucraina le pagano gli alleati europei.
Al tempo stesso va rilevato che il confronto si basa sui dati ufficiali a cui vanno aggiunti i fondi in contanti gestiti da USAID, interrotti da Trump ma sulla cui entità complessiva non è ancora stata fatta piena luce.
Kaja Kallas e la politica estera UE che non c’è
Oltre a calare gli aiuti militari all’Ucraina si registrano crescenti spaccature tra gli europei sui costi da sostenere per armare Kiev e finanziare Washington con il programma PURL. «Siamo pronti a nuovi pacchetti di aiuti nel quadro dell’iniziativa PURL. Ma la condivisione del peso tra alleati è cruciale, vogliamo vedere altri paesi aumentare il loro contributo all’Ucraina», spara il ministro della Difesa svedese.
Insegue l’ambasciatore statunitense alla NATO, secondo cui i Paesi dell’Europa meridionale «dovrebbero fare di più». Italia compresa. Ma Rutte, campione di piaggeria va oltre: «Attraverso PURL il presidente Trump ha messo a disposizione le migliori armi al mondo, armamenti e munizioni americane, da vendere ai nostri alleati europei della NATO e al Canada per poi fornirli all’Ucraina. L’Ucraina ne ha bisogno, lo desidera, e dobbiamo assicurarci che continui a fluire e che i nostri alleati si facciano avanti e acquistino attraverso questo meccanismo che ora funziona senza intoppi ed efficientemente».
Diplomazia schierata sul fronte guerra
Il già citato ambasciatore Usa. «Vorrei incoraggiare coloro che non si sono ancora fatti avanti a farlo. Ora, la conclusione è che se l’Ucraina deve avere ciò di cui ha bisogno per difendersi, il modo più rapido e concreto in cui gli alleati possono contribuire è investire in PURL, cioè in armamenti ‘made in USA’». Ma no?
E Whitaker fa pure la morale. «Questo programma è vitale, e gli alleati devono farsi avanti e contribuire ora a fare pressione sulla Russia affinché si sieda al tavolo dei negoziati e accetti la pace». Il messaggio da Washington è chiaro: noi americani vi diamo armi e munizioni di seconda mano prelevate dai nostri magazzini, voi europei le pagate con sovraprezzo per donarle agli ucraini. E per rafforzare il concetto è sceso in campo anche il segretario alla Guerra Pete Hegseth.
«Se c’è qualcosa che abbiamo imparato sotto la presidenza Trump è l’applicazione attiva della pace attraverso la forza: ottieni la pace quando sei forte». Serve ‘potenza di fuoco’. Americana, s’intende. «Gli alleati hanno assunto quegli impegni. L’iniziativa in cui i Paesi europei trasferiscono armi statunitensi alla NATO per combattere in Ucraina per portare la pace in quel conflitto».
Pace di Trump con forza e tasche altrui
Pensiero strategico Usa. «Abbiamo imparato da Trump che la pace si raggiunge attraverso la forza: gli USA forniscono le armi, gli ucraini le usano e gli europei le pagano. Tutti i paesi attorno a questo tavolo, senza scrocconi».
Gli ‘scrocconi’ sarebbero gli europei del sud? Ma come osserva Gaiani, quando si parla di Nato molti americani sembrano dimenticare che non è un’associazione di aziende di cui Washington è fornitrice. «Nessuno in Europa ha osato opporsi alla ‘ricetta PURL’ ma in molti, come l‘Italia, si stanno sottraendo al finanziamento dei pacchetti di armamenti per l’Ucraina del valore di 500 milioni di dollari».
La Slovenia ha aderito al programma PURL senza rendere noto l’importo a disposizione e il Belgio ha annunciato «100 milioni per il pacchetto PURL e vedremo cosa potremo fare di più in futuro».
Pulita, la Spagna ha ribadito il no alle spese militari al 5 per cento del PIL che Trump ha imposto gli alleati. Il premier spagnolo: «Perché secondo le forze armate stesse, con il 2,1% soddisfiamo le capacità che l’Alleanza Atlantica ci chiede per poter affrontare sfide comuni».
Ancora più radicale l’Ungheria: «I soldi dei contribuenti europei verranno bruciati nel conflitto in Ucraina. E l’attuale strategia dell’Europa di eliminare i canali di comunicazione con la Russia porterà a una guerra prolungata».
Invasione russa la balla del secolo
Sull’invasione russa se ne sono sentite di tutti i colori. Il 13 ottobre i servizi segreti tedeschi hanno ammonito che «a Mosca si ritiene di espandere la propria zona di influenza verso ovest. (...) la Russia non esiterà, se necessario, a entrare in conflitto militare diretto con la NATO». Lo ha detto il direttore del Servizio federale di intelligence (BND) al Bundestag. Jäger, era ambasciatore in Ucraina prima di assumere la guida del BND il mese scorso.
Secondo Jäger «la Germania, la prima economia dell’UE, è l’obiettivo numero uno della Russia in Europa». Forse ha sbagliato qualcosa visto che il suo Paese ha perso il primato economico dalla distruzione dei gasdotti Nord Stream, nel settembre 2022.
Certo, il riarmo europeo sbandierato potrebbe venire interpretato a Mosca come la preparazione ad attaccare la Russia. Di fatto, dalla caduta dell’URSS è la NATO che si è allargata a est fino ai confini russi, non la Russia espansa a Occidente.
Difficile quindi dimostrare che Mosca abbia intenzione e capacità di attaccare la NATO. In ogni caso i due servizi segreti tedeschi non hanno portato elementi oggettivi a sostegno di tali allarmi. Del resto, se avessimo preso seriamente i bollettini quotidiani diffusi con il brand dell’intelligence britannico dovremmo credere che i russi stavano finendo i missili nell’aprile del 2022.
Europa in stato di ‘psicosi bellica’
Riferendosi al vertice dell’Unione Europea del 1° ottobre a Copenaghen, il capo della diplomazia ungherese ha descritto i leader europei «in uno stato di psicosi bellica – ma ha aggiunto che – sempre più persone, dietro le quinte, ci danno ragione e ci incoraggiano ad agire con decisione per la pace».
Budapest, ferma nel rifiutare qualsiasi contributo militare diretto o finanziario all’Ucraina: «Non seguiremo la politica bellicista di Bruxelles. Non daremo soldi per alimentare la guerra».
Fonte
05/09/2025
Guerra in ucraina - Il vertice dei “volenterosi” è una gara a chi la spara più grossa
L’ennesimo vertice della “Coalizione dei Volenterosi” sulla guerra in Ucraina tenutosi a Parigi ha visto nuovamente Francia e Regno Unito dichiararsi favorevoli all’invio di truppe europee sul territorio ucraino, ma la Polonia – oggi diventata un’anatra zoppa per via delle divisioni interne tra governo e presidenza della repubblica – è contraria. Contraria anche l’Italia mentre la Germania è indecisa.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha infatti respinto le affermazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen secondo la quale esisterebbero piani precisi per l’intervento delle forze europee in Ucraina. Pistorius ha sottolineato che l’UE non ha alcuna autorità sulla decisione di inviare truppe, che è materia decisionale della sovranità dei singoli Stati membri.
Per quanto riguarda l’Italia, Meloni ha ribadito l’indisponibilità a inviare soldati in territorio ucraino, il che esclude anche l’ipotesi di mandare personale militare che possa occuparsi dello sminamento. La premier ha confermato invece l’intenzione di supportare un futuro cessate il fuoco con quelle che Palazzo Chigi definisce “iniziative di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini”. Insomma, via libera all’utilizzo delle basi militari italiane e al supporto con aerei radar e satelliti per controllare cielo e terra.
Per la Von der Leyen tre sono i compiti principali: “Trasformare l’Ucraina in un porcospino d’acciaio, costruire una Forza Multinazionale per l’Ucraina sostenuta dagli Stati Uniti, e rafforzare la postura difensiva dell’Europa. Ora andiamo avanti”, ha affermato in un post su X la presidente della Commissione europea.
Al presidente francese come alla Von der Leyen sembra ancora sfuggire il fatto che un accordo di pace non c’è e non ci sarà se vi saranno truppe straniere in Ucraina. La Russia anche in queste ore ha fatto sapere di ritenere un bersaglio legittimo le eventuali truppe straniere sul territorio ucraino.
“Armare l’Ucraina” è stato il refrain del leader britannico Starmer nel ribadire che la coalizione “ha un impegno incrollabile nei confronti dell’Ucraina, con il sostegno del presidente Trump”. Il premier britannico ha accolto con favore gli annunci di altri membri della coalizione che avrebbero fornito missili a lungo raggio all’Ucraina, “per rafforzare ulteriormente le forniture al Paese”.
Il più visionario e fomentato è ancora una volta il Segretario della Nato Mark Rutte, secondo cui “Abbiamo visto recenti annunci e commenti da parte di alti dirigenti militari e anche di leader dell’intelligence in Europa, i quali affermano che la Russia potrebbe essere pronta entro il 2027, entro il 2029 e alcuni sostengono entro il 2030 o 2031, per tentare davvero, se lo volessero, di attaccare il territorio della NATO” ha continuato, specificando che “dobbiamo assicurarci che la nostra deterrenza sia tale che non ci proveranno mai, sapendo che la nostra reazione sarebbe devastante”.
Per questa ragione secondo il segretario della Nato gli Stati europei devono produrre più armi per la loro difesa e per “ridurre il divario con la Russia”. “Stiamo gradualmente ricostituendo le nostre scorte e riducendo il divario produttivo con la Russia”, afferma il segretario della Nato spiegando che in Ucraina la Nato sta lavorando per “mettere fine il più presto possibile a questa aggressione”. Rutte ha quindi insistito sul fatto che “abbiamo bisogno di capacità, vera potenza di fuoco, metalli pesanti e nuove tecnologie, ed è ciò di cui la nostra industria della difesa in tutta l’Alleanza ha bisogno per fornire più rapidamente che mai in Europa e anche negli Stati Uniti. Semplicemente, in tutta l’Alleanza, non stiamo producendo abbastanza”.
A latere del vertice dei “Volenterosi” c’è stata poi la dichiarazione dall’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, che ha definito il vertice della SCO in Cina “una alleanza autocratica”, ricevendo un immediato cazziatone da Pechino attraverso il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, che ha liquidato i suoi commenti come “assurdi e irresponsabili”. Guo Jakun ha definito tali dichiarazioni “intrise di pregiudizi ideologici” e “prive di un basilare buon senso storico”. “È una mancanza di rispetto per la storia della Seconda guerra mondiale e danneggia gli interessi dell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, invitando i rappresentanti di Bruxelles a “promuovere solide relazioni con Pechino, piuttosto che fare il contrario”.
E non sono mancate le critiche ai Volenterosi da parte della Russia. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, ha avvertito che Mosca potrebbe sequestrare beni britannici in risposta al sostegno fornito da Londra all’Ucraina. L’avvertimento arriva dopo l’annuncio del ministro della Difesa britannico John Healey sul contributo di oltre 1 miliardo di sterline a Kiev, finanziato attraverso profitti derivanti da asset russi congelati. In un messaggio pubblicato su Telegram, Medvedev ha definito il ministro degli Esteri britannico David Lammy “l’idiota inglese” e ha dichiarato che Mosca risponderà “a qualsiasi sequestro illegale di fondi russi” confiscando “i beni della corona britannica”, inclusi immobili e proprietà nel territorio russo.
Il presidente russo Putin ha definito la volontà europea di vendere i beni russi congelati per finanziare l’Ucraina come un’operazione illegale che mette a rischio l’economia mondiale. “Chi si occupa di finanza ed economia si rende conto che questo distruggerà alla radice tutti i principi dell’attività economica e finanziaria internazionale e causerà senza dubbio danni immensi all’intera economia mondiale”, ha dichiarato Putin in una conferenza stampa al termine della sua visita a Pechino.
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina l’UE e il G7 hanno bloccato beni russi per un valore di 300 miliardi di euro, per oltre due terzi detenuti nell’Ue, principalmente nei conti di Euroclear, uno dei più grandi sistemi di compensazione e regolamento di titoli finanziari in Europa, con sede in Belgio.
Fonte
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha infatti respinto le affermazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen secondo la quale esisterebbero piani precisi per l’intervento delle forze europee in Ucraina. Pistorius ha sottolineato che l’UE non ha alcuna autorità sulla decisione di inviare truppe, che è materia decisionale della sovranità dei singoli Stati membri.
Per quanto riguarda l’Italia, Meloni ha ribadito l’indisponibilità a inviare soldati in territorio ucraino, il che esclude anche l’ipotesi di mandare personale militare che possa occuparsi dello sminamento. La premier ha confermato invece l’intenzione di supportare un futuro cessate il fuoco con quelle che Palazzo Chigi definisce “iniziative di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini”. Insomma, via libera all’utilizzo delle basi militari italiane e al supporto con aerei radar e satelliti per controllare cielo e terra.
Per la Von der Leyen tre sono i compiti principali: “Trasformare l’Ucraina in un porcospino d’acciaio, costruire una Forza Multinazionale per l’Ucraina sostenuta dagli Stati Uniti, e rafforzare la postura difensiva dell’Europa. Ora andiamo avanti”, ha affermato in un post su X la presidente della Commissione europea.
Al presidente francese come alla Von der Leyen sembra ancora sfuggire il fatto che un accordo di pace non c’è e non ci sarà se vi saranno truppe straniere in Ucraina. La Russia anche in queste ore ha fatto sapere di ritenere un bersaglio legittimo le eventuali truppe straniere sul territorio ucraino.
“Armare l’Ucraina” è stato il refrain del leader britannico Starmer nel ribadire che la coalizione “ha un impegno incrollabile nei confronti dell’Ucraina, con il sostegno del presidente Trump”. Il premier britannico ha accolto con favore gli annunci di altri membri della coalizione che avrebbero fornito missili a lungo raggio all’Ucraina, “per rafforzare ulteriormente le forniture al Paese”.
Il più visionario e fomentato è ancora una volta il Segretario della Nato Mark Rutte, secondo cui “Abbiamo visto recenti annunci e commenti da parte di alti dirigenti militari e anche di leader dell’intelligence in Europa, i quali affermano che la Russia potrebbe essere pronta entro il 2027, entro il 2029 e alcuni sostengono entro il 2030 o 2031, per tentare davvero, se lo volessero, di attaccare il territorio della NATO” ha continuato, specificando che “dobbiamo assicurarci che la nostra deterrenza sia tale che non ci proveranno mai, sapendo che la nostra reazione sarebbe devastante”.
Per questa ragione secondo il segretario della Nato gli Stati europei devono produrre più armi per la loro difesa e per “ridurre il divario con la Russia”. “Stiamo gradualmente ricostituendo le nostre scorte e riducendo il divario produttivo con la Russia”, afferma il segretario della Nato spiegando che in Ucraina la Nato sta lavorando per “mettere fine il più presto possibile a questa aggressione”. Rutte ha quindi insistito sul fatto che “abbiamo bisogno di capacità, vera potenza di fuoco, metalli pesanti e nuove tecnologie, ed è ciò di cui la nostra industria della difesa in tutta l’Alleanza ha bisogno per fornire più rapidamente che mai in Europa e anche negli Stati Uniti. Semplicemente, in tutta l’Alleanza, non stiamo producendo abbastanza”.
A latere del vertice dei “Volenterosi” c’è stata poi la dichiarazione dall’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, che ha definito il vertice della SCO in Cina “una alleanza autocratica”, ricevendo un immediato cazziatone da Pechino attraverso il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, che ha liquidato i suoi commenti come “assurdi e irresponsabili”. Guo Jakun ha definito tali dichiarazioni “intrise di pregiudizi ideologici” e “prive di un basilare buon senso storico”. “È una mancanza di rispetto per la storia della Seconda guerra mondiale e danneggia gli interessi dell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, invitando i rappresentanti di Bruxelles a “promuovere solide relazioni con Pechino, piuttosto che fare il contrario”.
E non sono mancate le critiche ai Volenterosi da parte della Russia. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, ha avvertito che Mosca potrebbe sequestrare beni britannici in risposta al sostegno fornito da Londra all’Ucraina. L’avvertimento arriva dopo l’annuncio del ministro della Difesa britannico John Healey sul contributo di oltre 1 miliardo di sterline a Kiev, finanziato attraverso profitti derivanti da asset russi congelati. In un messaggio pubblicato su Telegram, Medvedev ha definito il ministro degli Esteri britannico David Lammy “l’idiota inglese” e ha dichiarato che Mosca risponderà “a qualsiasi sequestro illegale di fondi russi” confiscando “i beni della corona britannica”, inclusi immobili e proprietà nel territorio russo.
Il presidente russo Putin ha definito la volontà europea di vendere i beni russi congelati per finanziare l’Ucraina come un’operazione illegale che mette a rischio l’economia mondiale. “Chi si occupa di finanza ed economia si rende conto che questo distruggerà alla radice tutti i principi dell’attività economica e finanziaria internazionale e causerà senza dubbio danni immensi all’intera economia mondiale”, ha dichiarato Putin in una conferenza stampa al termine della sua visita a Pechino.
Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina l’UE e il G7 hanno bloccato beni russi per un valore di 300 miliardi di euro, per oltre due terzi detenuti nell’Ue, principalmente nei conti di Euroclear, uno dei più grandi sistemi di compensazione e regolamento di titoli finanziari in Europa, con sede in Belgio.
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29/06/2025
Al vertice della Nato c’è un clown: Mark Rutte
di Fulvio Scaglione
Essere vergognosamente scemi di solito nella vita non aiuta. A quanto pare, però, aiuta a diventare segretario generale della Nato. Sulla figura, anzi la figurina, di Mark Rutte non ci sarebbe nulla da aggiungere rispetto a quanto ha scritto ieri Roberto Vivaldelli sulle nostre pagine.
Il problema è che la sola idea di essere rappresentati, come italiani e come occidentali, da una simile macchietta al vertice di quella che lui stesso ha definito “l’alleanza difensiva più potente della storia, più potente dell’impero romano” (frase bombastica che da sola da l’idea del tipo), fa tremare le vene ai polsi.
Una volta entrato in carica, Rutte sembra essere stato colto da una hybris dichiaratoria che ha rivelato la piccolezza dell’uomo e la debolezza delle sue argomentazioni. Una ventina di giorni fa, parlando alla Chatham House di Londra (e m’immagino che cosa possono aver pensato gli uditori, abituati a relatori di ben altra serietà), aveva detto che se non riarmiamo in tutta fretta in futuro “potremmo ancora avere l’assistenza sanitaria e la pensione ma dovremo imparare a parlare russo”.
È la versione più stupida della già non brillante uscita dell’allora premier Mario Draghi (“o la libertà o i condizionatori“) e implicitamente suggerisce che, una volta invasi dai russi, potremmo godere di garanzie sociali a cui adesso dovremmo rinunciare. Il tutto perché, spiega Rutte a chiunque voglia starlo a sentire, entro cinque anni la Russia potrebbe invadere l’Europa, ormai totalmente “coperta” dalla Nato.
Quindi entro cinque anni la Russia potrebbe voler entrare in guerra con la Nato, Usa compresi, nell’idea appunto di invadere l’Europa e garantirci assistenza sanitaria e pensione in cambio di un rapido corso di lingua russa.
Il Rutte-pensiero è straordinario e nemmeno le trombette della peggiore propaganda occidentale riescono a nascondere quanto sia penoso. Anche perché, nel frattempo, quelli un po’ più seri di lui, che ovviamente ci sono anche nella Nato, dicono esattamente il contrario.
Alexus Grynkevich, un ex pilota da caccia con 2.300 ore di volo sulle spalle, americano nato in una famiglia di origine bielorussa e ora nuovo comandante della Nato in Europa, durante un’audizione al Senato Usa ha detto che l’Ucraina può ancora vincere la guerra. E quindi ‘sta Russia, che fa: perde la guerra o ci invade tutti, da Vladivostok a Lisbona?
Una scempiaggine via l’altra, Rutte si sta spianando la strada verso un’edizione dedicata di Blob. I bombardamenti israeliani sull’Iran? Be’, qui non c’è più “un aggressore e un aggredito”, anzi: i bombardamenti sull’Iran sono pienamente “conformi al diritto internazionale”, è chiaro che tutti gli esperti di diritto internazionale (oltre alla bistrattata Carta dell’Onu) che sostengono l’esatto contrario si sbagliano, o sono conniventi con gli ayatollah.
E poi è arrivato il messaggino inviato al “caro Donald”, il quale su Rutte deve pensarla come noi visto che ha preso e ha subito messo in Rete il messaggio. Una roba da vomitare, soprattutto a quei livelli. Lo riproduciamo qua perché sia chiaro a tutti lo spessore del personaggio:
Non contento, il Rutte (qualcuno, nel nostro giro, con fantozziana memoria lo chiama ormai Rutte libero, ma non dirò chi è nemmeno sotto tortura) ha piazzato la ciliegina sulla torta. Durante un incontro a margine del summit Nato in Olanda, ha ascoltato adorante Donald Trump che, con dubbissimo gusto, diceva che la guerra tra Israele e Iran era come un litigio tra ragazzi nel cortile della scuola: devi lasciare che si scambino qualche cazzotto perché poi è più facile rimetterli calmi. Rutte non ha resistito, ha srotolato la lingua per omaggiare Trump e ha detto: “Qualche volta paparino deve ricorrere alle maniere forti”, con riferimento ai bombardamenti Usa.
Ma davvero ci tranquillizza avere al vertice di un’alleanza militare uno che parla così di una guerra che ha fatto un migliaio di morti in 12 giorni? Una guerra circondata da guerre che la famosa “alleanza difensiva più potente dell’impero romano” non riesce a spegnere ma quasi solo a eccitare? Dicono le cronache che Rutte, da giovane, volesse diventare pianista. Magari! Non ci saremmo ritrovati con questo trombone.
Fonte
Essere vergognosamente scemi di solito nella vita non aiuta. A quanto pare, però, aiuta a diventare segretario generale della Nato. Sulla figura, anzi la figurina, di Mark Rutte non ci sarebbe nulla da aggiungere rispetto a quanto ha scritto ieri Roberto Vivaldelli sulle nostre pagine.
Il problema è che la sola idea di essere rappresentati, come italiani e come occidentali, da una simile macchietta al vertice di quella che lui stesso ha definito “l’alleanza difensiva più potente della storia, più potente dell’impero romano” (frase bombastica che da sola da l’idea del tipo), fa tremare le vene ai polsi.
Una volta entrato in carica, Rutte sembra essere stato colto da una hybris dichiaratoria che ha rivelato la piccolezza dell’uomo e la debolezza delle sue argomentazioni. Una ventina di giorni fa, parlando alla Chatham House di Londra (e m’immagino che cosa possono aver pensato gli uditori, abituati a relatori di ben altra serietà), aveva detto che se non riarmiamo in tutta fretta in futuro “potremmo ancora avere l’assistenza sanitaria e la pensione ma dovremo imparare a parlare russo”.
È la versione più stupida della già non brillante uscita dell’allora premier Mario Draghi (“o la libertà o i condizionatori“) e implicitamente suggerisce che, una volta invasi dai russi, potremmo godere di garanzie sociali a cui adesso dovremmo rinunciare. Il tutto perché, spiega Rutte a chiunque voglia starlo a sentire, entro cinque anni la Russia potrebbe invadere l’Europa, ormai totalmente “coperta” dalla Nato.
Quindi entro cinque anni la Russia potrebbe voler entrare in guerra con la Nato, Usa compresi, nell’idea appunto di invadere l’Europa e garantirci assistenza sanitaria e pensione in cambio di un rapido corso di lingua russa.
Il Rutte-pensiero è straordinario e nemmeno le trombette della peggiore propaganda occidentale riescono a nascondere quanto sia penoso. Anche perché, nel frattempo, quelli un po’ più seri di lui, che ovviamente ci sono anche nella Nato, dicono esattamente il contrario.
Alexus Grynkevich, un ex pilota da caccia con 2.300 ore di volo sulle spalle, americano nato in una famiglia di origine bielorussa e ora nuovo comandante della Nato in Europa, durante un’audizione al Senato Usa ha detto che l’Ucraina può ancora vincere la guerra. E quindi ‘sta Russia, che fa: perde la guerra o ci invade tutti, da Vladivostok a Lisbona?
Una scempiaggine via l’altra, Rutte si sta spianando la strada verso un’edizione dedicata di Blob. I bombardamenti israeliani sull’Iran? Be’, qui non c’è più “un aggressore e un aggredito”, anzi: i bombardamenti sull’Iran sono pienamente “conformi al diritto internazionale”, è chiaro che tutti gli esperti di diritto internazionale (oltre alla bistrattata Carta dell’Onu) che sostengono l’esatto contrario si sbagliano, o sono conniventi con gli ayatollah.
E poi è arrivato il messaggino inviato al “caro Donald”, il quale su Rutte deve pensarla come noi visto che ha preso e ha subito messo in Rete il messaggio. Una roba da vomitare, soprattutto a quei livelli. Lo riproduciamo qua perché sia chiaro a tutti lo spessore del personaggio:
“Sig. Presidente, caro Donald, Congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, è stata davvero straordinaria, e qualcosa che nessun altro ha osato fare. Ci rende tutti più sicuri. Stai per ottenere un altro grande successo all’Aja questa sera (al vertice Nato, ndr). Non è stato facile, ma li abbiamo fatti firmare tutti con un margine del 5%! Donald, ci hai portato a un momento davvero, davvero importante per l’America, l’Europa e il mondo. Riuscirai a ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare da decenni. L’Europa pagherà alla GRANDE, come dovrebbe, e sarà una tua vittoria. Buon viaggio e ci vediamo alla cena di Sua Maestà! – Mark Rutte”.Capito? Oltre alla straordinaria affermazione che le guerre in corso ci rendono “tutti più sicuri” (dev’essere perché ci sentiamo più sicuri che non facciamo altro che programmare spese militari...), c’è il giubilo perché l’Europa “pagherà alla GRANDE”, a dimostrazione che il Vecchio Continente, nella visione di questi bei tomi, è ormai quasi solo una vacca da mungere: con il gas, con i dazi, con le spese militari.
Non contento, il Rutte (qualcuno, nel nostro giro, con fantozziana memoria lo chiama ormai Rutte libero, ma non dirò chi è nemmeno sotto tortura) ha piazzato la ciliegina sulla torta. Durante un incontro a margine del summit Nato in Olanda, ha ascoltato adorante Donald Trump che, con dubbissimo gusto, diceva che la guerra tra Israele e Iran era come un litigio tra ragazzi nel cortile della scuola: devi lasciare che si scambino qualche cazzotto perché poi è più facile rimetterli calmi. Rutte non ha resistito, ha srotolato la lingua per omaggiare Trump e ha detto: “Qualche volta paparino deve ricorrere alle maniere forti”, con riferimento ai bombardamenti Usa.
Ma davvero ci tranquillizza avere al vertice di un’alleanza militare uno che parla così di una guerra che ha fatto un migliaio di morti in 12 giorni? Una guerra circondata da guerre che la famosa “alleanza difensiva più potente dell’impero romano” non riesce a spegnere ma quasi solo a eccitare? Dicono le cronache che Rutte, da giovane, volesse diventare pianista. Magari! Non ci saremmo ritrovati con questo trombone.
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25/06/2025
Il vertice NATO entra nel vivo, Rutte stende il tappeto rosso alle spese militari al 5%
Entra oggi nel vivo il vertice NATO dell’Aja, soprattutto perché è arrivato ieri sera l’ospite principale, il presidente statunitense Donald Trump. Dopo aver chiuso, momentaneamente, il fronte iraniano, che aveva aperto camminando sul filo sottile su cui era stato spinto da Israele, ora arriva in Olanda per incassare il nuovo target dell’alleanza per ciò che riguarda le spese militari: il 5% del PIL.
Una percentuale che significa un obiettivo di investimento più che raddoppiato rispetto a quello approvato in Galles, nel 2014, e dunque una decisa spinta verso la corsa agli armamenti (di cui ovviamente si avvantaggeranno molto le industrie stelle-e-strisce), la transizione verso un’economia di guerra, l’accumulazione di forze per ulteriori escalation che si preparano nello scenario di una competizione globale sempre più bellica.
Che sia Trump l’ospite d’eccellenza della giornata l’ha reso chiaro Rutte, con un messaggio privato inviato al tycoon, il quale ha pensato bene di renderlo pubblico, per mandare un segnale chiaro: tutti devono continuare a inchinarsi allo strapotere USA, è ancora Washington il centro del mondo – o per lo meno dell’Occidente. Riportiamone alcune delle parole usate, perché sono significative:
Probabilmente, la dichiarazione finale conterrà formule abbastanza flessibili da poter mettere d’accordo tutti, e soprattutto indicherà il 2035 come orizzonte entro il quale raggiungere la soglia prefissata. Con il 2029 come data intermedia per una verifica sugli obiettivi che, come sottolinea La Stampa, non è una data casuale: per allora Trump potrebbe non essere più alla Casa Bianca, e allora potrebbero essere rivisti alcuni aspetti dell’accordo di oggi.
E, soprattutto, si sarà vicini anche alla scadenza prevista dal piano Readiness 2030, ovvero il piano di riarmo UE. Oggi è previsto anche un incontro, presieduto da Rutte, tra Zelensky e i paesi dell’E5, il formato diplomatico che vede uniti i cinque maggiori paesi dell’assetto europeo della difesa: Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, e ovviamente Italia. Non a caso, sono anche i principali esponenti dei ‘volenterosi’, anche se Meloni ha provato a smarcarsi da una precedente riunione.
Sarà stata contenta Elly Schlein, che aveva criticato la presidente del Consiglio per non essere stata abbastanza guerrafondaia sull’Ucraina. In realtà, la leader italiana giocava fianco a fianco di Trump, ed era questo poi il problema reale dietro l’attacco della segretaria del PD. E anche alla cena tra capi di stato e di governo che si è svolta ieri Meloni ha ripetuto il copione, sedendosi accanto a The Donald.
In Parlamento, poche ore prima, ha perfino affermato che se è d’accordo per una maggiore collaborazione a livello europeo, allo stesso tempo ha ricordato che “il sistema di difesa occidentale è basato sulla NATO” e che “sarebbe un errore una difesa europea parallela alla NATO, sarebbe una inutile duplicazione”.
Dichiarazioni che sembrano più indirizzate a difendere l’alleanza atlantica, almeno fintanto che non sarà davvero pronta quella europea, se le guardiamo in relazione alle parole che, poco dopo, ha speso Trump mentre era in viaggio sull’Air Force One: “esistono numerose definizione dell’articolo 5” del trattato costitutivo della NATO, quello che impone l’intervento in difesa di un membro attaccato.
È evidente che una tale affermazione è stata fatta per esercitare pressione sugli alleati, affinché accettassero il target del 5%. Ma è anche evidente che la Meloni, se sul lato prettamente economico vuole un’Italia assolutamente integrata con le mire imperialistiche europee, sul lato della difesa rimane ancora preoccupata delle possibilità concrete della UE in un mondo che corre verso la guerra.
In un certo senso, da contraltare fanno le parole che ha pronunciato al Bundestag il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Per lui, l’aumento delle spese militari “non lo facciamo per fare un favore agli Stati Uniti e al loro presidente, come alcuni sostengono. Siamo fermamente convinti di doverlo fare perché la Russia sta attivamente e aggressivamente minacciando la sicurezza e la libertà dell’intera regione euro-atlantica”.
Insomma, usando la propaganda della Russia come minaccia esistenziale, il paese guida della UE spinge sul riarmo ‘autonomo’ rispetto ai desiderata statunitensi. L’Ucraina, in tutto questo, diventa l’agnello sacrificale e insieme il campo di battaglia, la carne da macello, la spinta al riarmo e il laboratorio delle nuove tecnologie belliche.
Al di là di queste faglie, che sono assolutamente concrete, rimane il fatto che l’Occidente collettivo ha deciso che la guerra sarà il leitmotiv della politica da qui agli anni a venire. La terza guerra mondiale, per i suoi vertici, non è uno degli scenari, è un problema di quando e come. La preparazione comincia oggi all’Aja.
Fonte
Una percentuale che significa un obiettivo di investimento più che raddoppiato rispetto a quello approvato in Galles, nel 2014, e dunque una decisa spinta verso la corsa agli armamenti (di cui ovviamente si avvantaggeranno molto le industrie stelle-e-strisce), la transizione verso un’economia di guerra, l’accumulazione di forze per ulteriori escalation che si preparano nello scenario di una competizione globale sempre più bellica.
Che sia Trump l’ospite d’eccellenza della giornata l’ha reso chiaro Rutte, con un messaggio privato inviato al tycoon, il quale ha pensato bene di renderlo pubblico, per mandare un segnale chiaro: tutti devono continuare a inchinarsi allo strapotere USA, è ancora Washington il centro del mondo – o per lo meno dell’Occidente. Riportiamone alcune delle parole usate, perché sono significative:
Riuscirai in qualcosa che nessun presidente americano è riuscito a ottenere in decenni. L’Europa pagherà in grande misura, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria... Signor Presidente, caro Donald, congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, davvero straordinaria, che nessun altro avrebbe osato compiere. Ci rende tutti più sicuri. Stasera volerai verso un altro grande successo all’Aja. Non è stato facile, ma siamo riusciti a far firmare a tutti il 5%.Toni da paggio reale, che blandisce l’autorità per ribadire la linea di comando. “Siamo riusciti a far firmare a tutti il 5%” (che dovrebbe essere diviso tra un 3,5% di spese militari in senso stretto, e un 1,5% per spese in sicurezza) significa anche che la ritrosia spagnola avrà un impatto fino a un certo punto. Del resto, al riguardo proprio Trump aveva detto che il comportamento di Madrid “è molto ingiusto nei confronti degli altri (alleati, ndr)”.
Probabilmente, la dichiarazione finale conterrà formule abbastanza flessibili da poter mettere d’accordo tutti, e soprattutto indicherà il 2035 come orizzonte entro il quale raggiungere la soglia prefissata. Con il 2029 come data intermedia per una verifica sugli obiettivi che, come sottolinea La Stampa, non è una data casuale: per allora Trump potrebbe non essere più alla Casa Bianca, e allora potrebbero essere rivisti alcuni aspetti dell’accordo di oggi.
E, soprattutto, si sarà vicini anche alla scadenza prevista dal piano Readiness 2030, ovvero il piano di riarmo UE. Oggi è previsto anche un incontro, presieduto da Rutte, tra Zelensky e i paesi dell’E5, il formato diplomatico che vede uniti i cinque maggiori paesi dell’assetto europeo della difesa: Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, e ovviamente Italia. Non a caso, sono anche i principali esponenti dei ‘volenterosi’, anche se Meloni ha provato a smarcarsi da una precedente riunione.
Sarà stata contenta Elly Schlein, che aveva criticato la presidente del Consiglio per non essere stata abbastanza guerrafondaia sull’Ucraina. In realtà, la leader italiana giocava fianco a fianco di Trump, ed era questo poi il problema reale dietro l’attacco della segretaria del PD. E anche alla cena tra capi di stato e di governo che si è svolta ieri Meloni ha ripetuto il copione, sedendosi accanto a The Donald.
In Parlamento, poche ore prima, ha perfino affermato che se è d’accordo per una maggiore collaborazione a livello europeo, allo stesso tempo ha ricordato che “il sistema di difesa occidentale è basato sulla NATO” e che “sarebbe un errore una difesa europea parallela alla NATO, sarebbe una inutile duplicazione”.
Dichiarazioni che sembrano più indirizzate a difendere l’alleanza atlantica, almeno fintanto che non sarà davvero pronta quella europea, se le guardiamo in relazione alle parole che, poco dopo, ha speso Trump mentre era in viaggio sull’Air Force One: “esistono numerose definizione dell’articolo 5” del trattato costitutivo della NATO, quello che impone l’intervento in difesa di un membro attaccato.
È evidente che una tale affermazione è stata fatta per esercitare pressione sugli alleati, affinché accettassero il target del 5%. Ma è anche evidente che la Meloni, se sul lato prettamente economico vuole un’Italia assolutamente integrata con le mire imperialistiche europee, sul lato della difesa rimane ancora preoccupata delle possibilità concrete della UE in un mondo che corre verso la guerra.
In un certo senso, da contraltare fanno le parole che ha pronunciato al Bundestag il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Per lui, l’aumento delle spese militari “non lo facciamo per fare un favore agli Stati Uniti e al loro presidente, come alcuni sostengono. Siamo fermamente convinti di doverlo fare perché la Russia sta attivamente e aggressivamente minacciando la sicurezza e la libertà dell’intera regione euro-atlantica”.
Insomma, usando la propaganda della Russia come minaccia esistenziale, il paese guida della UE spinge sul riarmo ‘autonomo’ rispetto ai desiderata statunitensi. L’Ucraina, in tutto questo, diventa l’agnello sacrificale e insieme il campo di battaglia, la carne da macello, la spinta al riarmo e il laboratorio delle nuove tecnologie belliche.
Al di là di queste faglie, che sono assolutamente concrete, rimane il fatto che l’Occidente collettivo ha deciso che la guerra sarà il leitmotiv della politica da qui agli anni a venire. La terza guerra mondiale, per i suoi vertici, non è uno degli scenari, è un problema di quando e come. La preparazione comincia oggi all’Aja.
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13/06/2025
Il programma russo di armamenti e la “dezinformatsija” formato Avantionline
Lo scorso 11 giugno, quando Vladimir Putin presiedeva al Cremlino la riunione sulla bozza di programma statale di armamenti 2027-2036 e alla vigilia della cosiddetta Festa della Russia, il 12 giugno, che dovrebbe celebrare l’adozione, nel 1990, della dichiarazione di “sovranità statale” della RSFSR e la supremazia delle leggi repubblicane su quelle dell’URSS – in sostanza, uno dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione Sovietica – varie voci, qua e là per il mondo, Italia compresa, non ce l’hanno proprio fatta a rimanersene confinate in gola, al sicuro da meritati motteggi di ascoltatori e lettori.
È il caso però di procedere con ordine, anche perché si passa da momenti seri (per qualcuno, preoccupanti), a esternazioni di relativo peso e orientamento, per arrivare a facezie contrabbandate per spine «nel fianco della macchina putiniana della disinformatia» – scritto proprio così: nemmeno l’accortezza di traslitterare come si deve il russo “dezinformatsija”. Ahi, ahi: siamo lontani dalle allegorie del segretario NATO e pare che sì, «parleremo tutti russo», ma molto maccheronico.
Dunque, dopo il programma adottato dalla Russia una quindicina d’anni fa, teso fondamentalmente a sviluppare il complesso militare-industriale, il nuovo obiettivo è quello di formulare, ha detto Putin, un piano a lungo termine per un’intera gamma di armamenti, con un’enfasi particolare sui sistemi d’arma più moderni, soprattutto per quanto riguarda l’aviazione, senza però dimenticare che, in qualsiasi operazione militare, determinanti rimangono le forze di terra.
Se dal piano precedente erano usciti “Kinžaly”, “Tsirkony” e “Orešniki”, ha detto Putin, l’attuale conflitto in Ucraina indica una molteplicità di nuove aree di sviluppo: velivoli e mezzi anfibi senza pilota, difesa aerea e anti-drone, robotica da combattimento, mitragliatrici su telaio, sistemi di comunicazione, armi con intelligenza artificiale; e, naturalmente, missili ipersonici.
Il nuovo programma dovrebbe inoltre servire all’attuazione della Strategia di sviluppo della Marina, valida fino al 2050, ha detto ancora Putin, rimarcando l’opportunità di accrescere il potenziale di esportazione di armi e mezzi militari, «in particolare quei modelli testati non nei poligoni, ma in reali operazioni di combattimento ad alta intensità», attirando gli acquirenti con prezzi competitivi e basse spese di manutenzione.
Da tener presente, ha ricordato Putin, che l’arsenale nucleare russo è oggi rinnovato al 95%: uno dei migliori indicatori mondiali.
Lo stesso 11 giugno, quasi in un indiretto botta e risposta a distanza, Wesley Clark, ex Supreme Allied Commander Europe (ovviamente, americano) della NATO, suggeriva all’Ucraina di armarsi con sistemi laser, contro droni russi e bombe a volo planato. Kiev può e deve farlo, ha detto Clark, dato che dispone di scienziati brillanti, motivati a lavorare in questo campo.
Il capo di stato maggiore della difesa britannico, ammiraglio Antony Radakin, invece, è tornato sulla ormai chiesastica parabola di Mark Rutte sulla lingua russa e ha risposto con un perentorio “net”, in russo, alla domanda se si dovrà imparare il russo, nel caso la NATO non aumenti il bilancio di guerra: «siamo una potenza nucleare, facciamo parte della più grande e forte alleanza militare del mondo ... Questo è ciò che garantisce la nostra sicurezza... per non preoccuparci di parlare russo».
Si tratta dello stesso Radakin che, perentoriamente, si dice convinto che la Marina britannica sia pronta alla guerra... se solo avesse le navi. Come dire: mi siedo a tavola a mangiare, ma non ho né pane né companatico. E, comunque, dice il genio, la modernizzazione delle forze britanniche richiederà almeno 10 anni.
Se l’aeronautica sembra aver completato il programma di ammodernamento, ha detto, la Marina è a metà strada: mancano nuove fregate e il personale arruolato «non è così preparato come si vorrebbe». D’altro canto, però, Londra sta aggiornando il proprio deterrente nucleare, destinando allo scopo 40 miliardi di sterline.
Insomma, si vuol fare la guerra, ma non sappiamo da che parte cominciare: Radakin è indeciso se mettere l’accento su una presunta debolezza della Russia o sulla supposizione che, comunque, la guerra contro di essa, che rappresenta «la principale minaccia alla sicurezza britannica», sarà lunga. Chissà se con la vista annebbiata dai fumi dell’alcool, l’ammiraglio ha bofonchiato di una «Russia pericolosa e ostile», che è però «anche debole e perdente in Ucraina».
Allora, signor Rutte, come la mettiamo? Se la Russia è «debole e perdente», come sostiene Radakin, bisogna sborsarli tutti questi miliardi? E a pro di chi? Decidetevi; e prima di aprire bocca, mettetevi un po’ d’accordo, alla buonora, su chi dice cosa.
Tra l’altro, Radakin, interrogandosi sulla prospettiva di controllare lo spazio militare russo, ha detto che la RAF sembra essere al massimo dell’efficienza, ma non è dato valutarne la portata, mentre in mare, pur mancando fregate e personale, Londra vanta una forza navale «fenomenale... incredibilmente forte rispetto alla nostra più grande minaccia, la Russia». Ma, alla fin fine, se davvero «entrassimo in guerra con la Russia, quanto velocemente potremmo prendere il controllo dello spazio aereo?»; la risposta è: bah.
E dunque? Chi è più forte? Per quali strade traverse si muovono coloro che nei cieli si ritengono al “massimo dell’efficienza” e in mare vorrebbero solo avere qualche fregata in più per esser pronti alla guerra?
Che comunque la Gran Bretagna sia non da oggi in cima ai sospetti di Mosca, quanto a macchinazioni guerrafondaie e giochi spionistici, costituisce un mistero solo per chi finga di dimenticare le svariate occasioni in cui, solo negli ultimi cent’anni, Londra, anche da “alleata” di Mosca, ha brigato per farle guerra.
Riguardo quindi ai recenti attacchi terroristici ucraini a varie strutture civili e militari russe, a proposito dei quali sia il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, sia l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, hanno pubblicamente denunciato la mano britannica, ecco che ora, intervenendo su “Judging Freedom”, il canale dell’ex giudice della Corte Suprema del New Jersey, Andrew Napolitano, l’ex funzionaria della NSA, Karen Kwiatkowski ha dichiarato che «O gli inglesi non hanno paura delle armi nucleari, oppure hanno a Mosca una valida rete di agenti».
Napolitano ha osservato che, se Lavrov ha ragione, allora una potenza nucleare ne ha attaccata un’altra, con ciò consentendo a Mosca di contrattaccare. Alla domanda dell’ex giudice, se gli inglesi siano davvero così malvagi «da rischiare una guerra nucleare per ottenere popolarità politica e distrarre la gente dal fallimento economico», Kwiatkowski ha detto che «le persone che hanno guidato il governo britannico negli ultimi decenni continuano a immaginare un impero che non esiste più. Non credo sia molto saggio, ma sembrano vederne dei vantaggi. O è così, oppure hanno in Russia un’ottima intelligence e sono fiduciosi che Mosca non attaccherà. Queste élite stanno giocando a giochi che non costano loro quanto costerebbero alla gente comune se scoppiasse una guerra».
Ma è comunque Putin a fare la guerra, una «guerra ibrida»: parola del signor Claudio Rocco su Avantionline. Una “guerra” cui la “democrazia” – questo è un assioma europeista: in Russia, sin dall’epoca dei “dissidenti” antisovietici, dei vari Sinjavskij e Daniel, per i quali lacrimavano gli italici TG di sessant’anni fa, o si è “autocrati”, o si è senz’altro “democratici”, vittime del regime – risponde con canali “informativi” i cui soli nomi evocano attacchi di mal di stomaco come solo qualche fogliaccio della milanese via Solferino o della torinese via Lugaro è in grado di scatenare.
Si comincia, comunica il signor Rocco, col programma satellitare “Svoboda”, «nato dalla collaborazione tra “Reporter senza frontiere” e il movimento politico di opposizione “Russia del futuro” creato da Aleksej Naval’nyj».
Il progetto, udite, intende costituire «una spina nel fianco della macchina putiniana della disinformatia che dall’invasione dell’Ucraina produce senza sosta false informazioni e “narrazioni”, tentativi di sabotaggio o di infiltrazione degli apparati di difesa e di intelligence di molti Stati. Italia compresa, e forse, soprattutto, perché la nostra opinione pubblica è considerata dal regime russo tra le più manipolabili».
Con meno dolori addominali e più risate, ci si comunica che la «controffensiva di “Reporter senza frontiere” si avvale di giornalisti di Novaya Gazeta Europe, A Pogovorit?, iStories, di canali di informazione quali Gordon Live ucraino, Belarus Tomorrow bielorusso, Ost/West 24 berlinese in lingua russa, TV8 Moldavia, Current Time delle statunitensi Radio Free Europe/Radio Liberty e Voice of America, Svoboda News, Deutsche Welle (DW) Russia emittente internazionale tedesca, e delle emittenti radiofoniche Ekho di Mosca, che ha trovato una nuova sede a Berlino dopo essere stata colpita in Russia dal divieto di trasmettere, Radio Sakharov, e la bielorussa Euroradio».
Mancherebbero solo Emilio Fede, Maurizio Belpietro e Iva Zanicchi, in qualità di eurodeputata “di sostegno”, per riequilibrare una situazione che, dice la “martire” Julija Navalnaja, vede in Russia «una censura totale. E sotto una dittatura è molto difficile diffondere informazioni».
Va da sé che, ci ricorda il signor Rocco, il progetto “Svoboda”, «finanziato dalla Commissione Europea, è la risposta più efficace messa finora in campo dall’Unione per reagire alla guerra della disinformazione scatenata dalla Russkiy Mir... imposta alla popolazione russa e diffusa all’esterno da Vladimir Putin e dai suoi apparati».
Ma non solo dagli apparati: quella serpe di Putin, vedete un po’, è riuscito addirittura a infiltrare sua figlia al festival parigino “Doc en scène. Ucraina: la voix humaine”, secondo un gioco che «esercita un potere di suggestione sulle élites culturali che rischiano di farsi inconsapevolmente collaborazioniste». Scopriamo così di essere tutti degli autentici Quisling, Pétain, Laval: solo, non al soldo di Bruxelles, come alcuni “disinformatori”, ma del Cremlino, che per giunta paga in rubli.
Fin qui, però, non si tratta in fondo che di parole, scritte o pronunciate. Dove il ribrezzo si fa invece concreto è sulla «pietra angolare della manipolazione di cui la nomenklatura della Federazione russa si mostra capace»: la disputa dei «bambini ucraini russificati», in cui è invischiato – lo assicurano Meduza, BBC e Ukrainska Pravda: vangeli e atti degli apostoli – il poeta Denis Beznosov, col «famigerato progetto “La prima libreria arriva per i bambini”», anche questo rientrante nelle tresche del Cremlino volte alla «russificazione dell’infanzia ucraina rapita in questi anni di guerra» ai danni dei bambini di Lugansk, Donetsk e altre città del Donbass.
Peccato per quei bambini del Donbass che, invece, non ce l’hanno fatta a essere “rapiti e russificati”, prima che le gioiose artiglierie di Kiev li facessero a pezzi, nel 2015, 2016, 2018, mentre giocavano nei parchi, negli asili, nelle aree sportive delle scuole di quelle stesse Lugansk, Donetsk, Stakhanov, Gorlovka. Peccato.
Davvero, per “fortuna loro”, non hanno fatto in tempo a essere irretiti dalla «guerra ibrida di Putin, fatta di propaganda, cyber-attacchi e aggressione militare... per assicurarsi posizioni avanzate non solo nella geopolitica dell’Est europeo e del bacino del Mediterraneo, ma anche nella coscienza delle fragili opinioni pubbliche occidentali».
Fragili, come quei politici occidentali, assicura ancora il signor Rocco, che minimizzano «la possibilità di un attacco russo all’Europa», venendo dunque meno alla fede nel verbo Rutte-Kubilius, secondo cui la Russia, “entro cinque anni, o forse anche prima, attaccherà sicuramente un paese europeo, o forse più di uno”.
Ma basta, o si rischia di rimanere strozzati dalle sghignazzate dopo aver appreso, ancora dal signor Rocco, che nientepopodimeno che anche la “storica” Anne Applebaum (quante volte l’abbiamo ricordata, anche su questo giornale?!) mette in guardia dai disegni putiniani di «falsificazioni della realtà abilmente mescolate a dichiarazioni che dovrebbero essere invece prese alla lettera: per tutte, l’affermazione di voler contrastare le democrazie europee sul piano dei loro valori fondativi, di libertà e di cittadinanza»: “valori”, per dire, così, prendiamone uno a casaccio, tipo quelli al momento sperimentati nella Repubblica Ceca.
“Avantionline”: una sicura fonte di “valori” europeisti e dunque, per assioma, esempio di “dezinformatsija” formato Rutte, Kallas, Kubilius, von der Leyen...
Fonte
È il caso però di procedere con ordine, anche perché si passa da momenti seri (per qualcuno, preoccupanti), a esternazioni di relativo peso e orientamento, per arrivare a facezie contrabbandate per spine «nel fianco della macchina putiniana della disinformatia» – scritto proprio così: nemmeno l’accortezza di traslitterare come si deve il russo “dezinformatsija”. Ahi, ahi: siamo lontani dalle allegorie del segretario NATO e pare che sì, «parleremo tutti russo», ma molto maccheronico.
Dunque, dopo il programma adottato dalla Russia una quindicina d’anni fa, teso fondamentalmente a sviluppare il complesso militare-industriale, il nuovo obiettivo è quello di formulare, ha detto Putin, un piano a lungo termine per un’intera gamma di armamenti, con un’enfasi particolare sui sistemi d’arma più moderni, soprattutto per quanto riguarda l’aviazione, senza però dimenticare che, in qualsiasi operazione militare, determinanti rimangono le forze di terra.
Se dal piano precedente erano usciti “Kinžaly”, “Tsirkony” e “Orešniki”, ha detto Putin, l’attuale conflitto in Ucraina indica una molteplicità di nuove aree di sviluppo: velivoli e mezzi anfibi senza pilota, difesa aerea e anti-drone, robotica da combattimento, mitragliatrici su telaio, sistemi di comunicazione, armi con intelligenza artificiale; e, naturalmente, missili ipersonici.
Il nuovo programma dovrebbe inoltre servire all’attuazione della Strategia di sviluppo della Marina, valida fino al 2050, ha detto ancora Putin, rimarcando l’opportunità di accrescere il potenziale di esportazione di armi e mezzi militari, «in particolare quei modelli testati non nei poligoni, ma in reali operazioni di combattimento ad alta intensità», attirando gli acquirenti con prezzi competitivi e basse spese di manutenzione.
Da tener presente, ha ricordato Putin, che l’arsenale nucleare russo è oggi rinnovato al 95%: uno dei migliori indicatori mondiali.
Lo stesso 11 giugno, quasi in un indiretto botta e risposta a distanza, Wesley Clark, ex Supreme Allied Commander Europe (ovviamente, americano) della NATO, suggeriva all’Ucraina di armarsi con sistemi laser, contro droni russi e bombe a volo planato. Kiev può e deve farlo, ha detto Clark, dato che dispone di scienziati brillanti, motivati a lavorare in questo campo.
Il capo di stato maggiore della difesa britannico, ammiraglio Antony Radakin, invece, è tornato sulla ormai chiesastica parabola di Mark Rutte sulla lingua russa e ha risposto con un perentorio “net”, in russo, alla domanda se si dovrà imparare il russo, nel caso la NATO non aumenti il bilancio di guerra: «siamo una potenza nucleare, facciamo parte della più grande e forte alleanza militare del mondo ... Questo è ciò che garantisce la nostra sicurezza... per non preoccuparci di parlare russo».
Si tratta dello stesso Radakin che, perentoriamente, si dice convinto che la Marina britannica sia pronta alla guerra... se solo avesse le navi. Come dire: mi siedo a tavola a mangiare, ma non ho né pane né companatico. E, comunque, dice il genio, la modernizzazione delle forze britanniche richiederà almeno 10 anni.
Se l’aeronautica sembra aver completato il programma di ammodernamento, ha detto, la Marina è a metà strada: mancano nuove fregate e il personale arruolato «non è così preparato come si vorrebbe». D’altro canto, però, Londra sta aggiornando il proprio deterrente nucleare, destinando allo scopo 40 miliardi di sterline.
Insomma, si vuol fare la guerra, ma non sappiamo da che parte cominciare: Radakin è indeciso se mettere l’accento su una presunta debolezza della Russia o sulla supposizione che, comunque, la guerra contro di essa, che rappresenta «la principale minaccia alla sicurezza britannica», sarà lunga. Chissà se con la vista annebbiata dai fumi dell’alcool, l’ammiraglio ha bofonchiato di una «Russia pericolosa e ostile», che è però «anche debole e perdente in Ucraina».
Allora, signor Rutte, come la mettiamo? Se la Russia è «debole e perdente», come sostiene Radakin, bisogna sborsarli tutti questi miliardi? E a pro di chi? Decidetevi; e prima di aprire bocca, mettetevi un po’ d’accordo, alla buonora, su chi dice cosa.
Tra l’altro, Radakin, interrogandosi sulla prospettiva di controllare lo spazio militare russo, ha detto che la RAF sembra essere al massimo dell’efficienza, ma non è dato valutarne la portata, mentre in mare, pur mancando fregate e personale, Londra vanta una forza navale «fenomenale... incredibilmente forte rispetto alla nostra più grande minaccia, la Russia». Ma, alla fin fine, se davvero «entrassimo in guerra con la Russia, quanto velocemente potremmo prendere il controllo dello spazio aereo?»; la risposta è: bah.
E dunque? Chi è più forte? Per quali strade traverse si muovono coloro che nei cieli si ritengono al “massimo dell’efficienza” e in mare vorrebbero solo avere qualche fregata in più per esser pronti alla guerra?
Che comunque la Gran Bretagna sia non da oggi in cima ai sospetti di Mosca, quanto a macchinazioni guerrafondaie e giochi spionistici, costituisce un mistero solo per chi finga di dimenticare le svariate occasioni in cui, solo negli ultimi cent’anni, Londra, anche da “alleata” di Mosca, ha brigato per farle guerra.
Riguardo quindi ai recenti attacchi terroristici ucraini a varie strutture civili e militari russe, a proposito dei quali sia il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, sia l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, hanno pubblicamente denunciato la mano britannica, ecco che ora, intervenendo su “Judging Freedom”, il canale dell’ex giudice della Corte Suprema del New Jersey, Andrew Napolitano, l’ex funzionaria della NSA, Karen Kwiatkowski ha dichiarato che «O gli inglesi non hanno paura delle armi nucleari, oppure hanno a Mosca una valida rete di agenti».
Napolitano ha osservato che, se Lavrov ha ragione, allora una potenza nucleare ne ha attaccata un’altra, con ciò consentendo a Mosca di contrattaccare. Alla domanda dell’ex giudice, se gli inglesi siano davvero così malvagi «da rischiare una guerra nucleare per ottenere popolarità politica e distrarre la gente dal fallimento economico», Kwiatkowski ha detto che «le persone che hanno guidato il governo britannico negli ultimi decenni continuano a immaginare un impero che non esiste più. Non credo sia molto saggio, ma sembrano vederne dei vantaggi. O è così, oppure hanno in Russia un’ottima intelligence e sono fiduciosi che Mosca non attaccherà. Queste élite stanno giocando a giochi che non costano loro quanto costerebbero alla gente comune se scoppiasse una guerra».
Ma è comunque Putin a fare la guerra, una «guerra ibrida»: parola del signor Claudio Rocco su Avantionline. Una “guerra” cui la “democrazia” – questo è un assioma europeista: in Russia, sin dall’epoca dei “dissidenti” antisovietici, dei vari Sinjavskij e Daniel, per i quali lacrimavano gli italici TG di sessant’anni fa, o si è “autocrati”, o si è senz’altro “democratici”, vittime del regime – risponde con canali “informativi” i cui soli nomi evocano attacchi di mal di stomaco come solo qualche fogliaccio della milanese via Solferino o della torinese via Lugaro è in grado di scatenare.
Si comincia, comunica il signor Rocco, col programma satellitare “Svoboda”, «nato dalla collaborazione tra “Reporter senza frontiere” e il movimento politico di opposizione “Russia del futuro” creato da Aleksej Naval’nyj».
Il progetto, udite, intende costituire «una spina nel fianco della macchina putiniana della disinformatia che dall’invasione dell’Ucraina produce senza sosta false informazioni e “narrazioni”, tentativi di sabotaggio o di infiltrazione degli apparati di difesa e di intelligence di molti Stati. Italia compresa, e forse, soprattutto, perché la nostra opinione pubblica è considerata dal regime russo tra le più manipolabili».
Con meno dolori addominali e più risate, ci si comunica che la «controffensiva di “Reporter senza frontiere” si avvale di giornalisti di Novaya Gazeta Europe, A Pogovorit?, iStories, di canali di informazione quali Gordon Live ucraino, Belarus Tomorrow bielorusso, Ost/West 24 berlinese in lingua russa, TV8 Moldavia, Current Time delle statunitensi Radio Free Europe/Radio Liberty e Voice of America, Svoboda News, Deutsche Welle (DW) Russia emittente internazionale tedesca, e delle emittenti radiofoniche Ekho di Mosca, che ha trovato una nuova sede a Berlino dopo essere stata colpita in Russia dal divieto di trasmettere, Radio Sakharov, e la bielorussa Euroradio».
Mancherebbero solo Emilio Fede, Maurizio Belpietro e Iva Zanicchi, in qualità di eurodeputata “di sostegno”, per riequilibrare una situazione che, dice la “martire” Julija Navalnaja, vede in Russia «una censura totale. E sotto una dittatura è molto difficile diffondere informazioni».
Va da sé che, ci ricorda il signor Rocco, il progetto “Svoboda”, «finanziato dalla Commissione Europea, è la risposta più efficace messa finora in campo dall’Unione per reagire alla guerra della disinformazione scatenata dalla Russkiy Mir... imposta alla popolazione russa e diffusa all’esterno da Vladimir Putin e dai suoi apparati».
Ma non solo dagli apparati: quella serpe di Putin, vedete un po’, è riuscito addirittura a infiltrare sua figlia al festival parigino “Doc en scène. Ucraina: la voix humaine”, secondo un gioco che «esercita un potere di suggestione sulle élites culturali che rischiano di farsi inconsapevolmente collaborazioniste». Scopriamo così di essere tutti degli autentici Quisling, Pétain, Laval: solo, non al soldo di Bruxelles, come alcuni “disinformatori”, ma del Cremlino, che per giunta paga in rubli.
Fin qui, però, non si tratta in fondo che di parole, scritte o pronunciate. Dove il ribrezzo si fa invece concreto è sulla «pietra angolare della manipolazione di cui la nomenklatura della Federazione russa si mostra capace»: la disputa dei «bambini ucraini russificati», in cui è invischiato – lo assicurano Meduza, BBC e Ukrainska Pravda: vangeli e atti degli apostoli – il poeta Denis Beznosov, col «famigerato progetto “La prima libreria arriva per i bambini”», anche questo rientrante nelle tresche del Cremlino volte alla «russificazione dell’infanzia ucraina rapita in questi anni di guerra» ai danni dei bambini di Lugansk, Donetsk e altre città del Donbass.
Peccato per quei bambini del Donbass che, invece, non ce l’hanno fatta a essere “rapiti e russificati”, prima che le gioiose artiglierie di Kiev li facessero a pezzi, nel 2015, 2016, 2018, mentre giocavano nei parchi, negli asili, nelle aree sportive delle scuole di quelle stesse Lugansk, Donetsk, Stakhanov, Gorlovka. Peccato.
Davvero, per “fortuna loro”, non hanno fatto in tempo a essere irretiti dalla «guerra ibrida di Putin, fatta di propaganda, cyber-attacchi e aggressione militare... per assicurarsi posizioni avanzate non solo nella geopolitica dell’Est europeo e del bacino del Mediterraneo, ma anche nella coscienza delle fragili opinioni pubbliche occidentali».
Fragili, come quei politici occidentali, assicura ancora il signor Rocco, che minimizzano «la possibilità di un attacco russo all’Europa», venendo dunque meno alla fede nel verbo Rutte-Kubilius, secondo cui la Russia, “entro cinque anni, o forse anche prima, attaccherà sicuramente un paese europeo, o forse più di uno”.
Ma basta, o si rischia di rimanere strozzati dalle sghignazzate dopo aver appreso, ancora dal signor Rocco, che nientepopodimeno che anche la “storica” Anne Applebaum (quante volte l’abbiamo ricordata, anche su questo giornale?!) mette in guardia dai disegni putiniani di «falsificazioni della realtà abilmente mescolate a dichiarazioni che dovrebbero essere invece prese alla lettera: per tutte, l’affermazione di voler contrastare le democrazie europee sul piano dei loro valori fondativi, di libertà e di cittadinanza»: “valori”, per dire, così, prendiamone uno a casaccio, tipo quelli al momento sperimentati nella Repubblica Ceca.
“Avantionline”: una sicura fonte di “valori” europeisti e dunque, per assioma, esempio di “dezinformatsija” formato Rutte, Kallas, Kubilius, von der Leyen...
Fonte
23/01/2025
I volenterosi guerrafondai di Bruxelles che ambiscono…alla guerra
Nell’Unione Europea ormai si è consolidato un partito trasversale della guerra contro la Russia. A guidarlo sono soprattutto alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Polonia, Estonia, Lituania) da sempre molto connessi agli USA ma che, con enorme senso di irresponsabilità, la nuova Commissione Europea ha collocato ai posti di comando in materia di politica estera e difesa.
Questi volenterosi guerrafondai d’Europa godono però di sostegni e consensi nel resto dei paesi membri, vuoi perché sono molti a pensare che l’industria militare possa essere la via d’uscita dalla crisi industriale in atto, vuoi perché nella crisi di prospettive della stessa Ue di fronte alla crisi e alla competizione globale, più di qualcuno pensa che la guerra possa essere una delle soluzioni possibili.
È avvenuto in passato ed ora lo scenario si ripresenta, un po’ come negli anni Trenta del '900, alimentato anche da un ritorno alla competizione, al protezionismo ed agli sgambetti “tra alleati” come sembra annunciare l’amministrazione Trump.
Abbiamo provato a sintetizzare alcune delle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai responsabili europei e della Nato che restituiscono piuttosto chiaramente – purtroppo – l’idea di quello che andiamo denunciando da tempo.
“Se l’Europa deve sopravvivere, deve essere armata”, ha dichiarato il premier polacco Tusk al Parlamento di Strasburgo nel suo discorso di insediamento come presidente di turno del Consiglio europeo. “Non è una nostra scelta. Non sono un militarista. La Polonia è un luogo sulla terra dove nessuno vuole che si ripeta una guerra. Abbiamo sofferto di più in Europa” – ha proseguito Tusk – “Ma forse è per questo che capiamo così bene che per evitare una tragica ripetizione della storia, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Forti nello spirito, ma anche forti nelle nostre capacità di difesa”, ha dichiarato il premier polacco.
Quando Tusk ha provato a dettagliare il ragionamento, ne sono uscite cose destinate a pesare sulle priorità della stessa Unione Europea, o almeno di quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Ad esempio l’aumento delle spese militari potrebbe comportare l’emissione di un debito a livello europeo, come sostenuto da Polonia e Francia, ossia quegli eurobond che proprio la Ue si era rifiutata di emettere per far fronte alla crisi finanziaria negli anno scorsi. Non solo. Secondo il primo ministro polacco, in linea con l’aria trumpista che spira dagli USA, alcuni dei regolamenti ambientali introdotti dall’Ue negli ultimi cinque anni sono responsabili dei prezzi energetici “proibitivi” che i consumatori e le imprese devono affrontare oggi e che, a suo dire, danneggiano la competitività del blocco rispetto a Stati Uniti e Cina.
“L’Europa non può perdere la competizione globale. Non può diventare un continente di persone e idee ingenue. Se andiamo in bancarotta, nessuno si preoccuperà più dell’ambiente naturale nel mondo”, ha detto Tusk.
Il premier polacco ha chiesto al Parlamento europeo di intraprendere una “revisione completa e molto critica” di tutte le leggi sul Green Deal, suscitando gli applausi dei deputati di destra e la disapprovazione degli altri. Con argomenti che in Italia coincidono con quelli della destra di governo, Tusk ha avvertito che i prezzi elevati dell’energia potrebbero provocare un malcontento popolare tale da “spazzare via” i governi democraticamente eletti e ha implorato i legislatori di abbandonare “dottrine e ideologie dure” a favore del “buon senso”.
In questa rassegna degli aneliti guerrafondai non poteva mancare l’estone Kaja Kallas, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, la quale durante la conferenza annuale della European Defence Agency a Bruxelles, ha sottolineato l’urgenza di armarsi, dichiarando che l’Europa deve sostenere Kiev e rafforzare la propria difesa, poiché l’Ucraina rappresenta il fronte della difesa europea e Mosca rimarrà una minaccia esistenziale finché continueremo a sottoinvestire nella nostra difesa.
L’UE, secondo Kallas, deve investire di più e meglio nella difesa, non solo per rispondere alle minacce esterne, ma anche per placare le preoccupazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha minacciato di tagliare i fondi alla NATO. “Il presidente Trump ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza”, ha sottolineato Kallas, riferendosi alla richiesta del presidente Usa di accrescere gli investimenti in difesa fino all’equivalente del 5 per cento del Pil di ogni Paese membro della Nato. “La difesa è un’industria altamente qualificata e ad alta intensità che richiede denaro, persone e tempo. Noi abbiamo soldi e persone, ma non abbiamo tempo. L’Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo”, ha sostenuto Kallas.
Insomma l’industria e le spese militari possono diventare una possibilità di crescita economica sulla quale puntare.
Gli ha fatto eco – e non poteva essere altrimenti – il neo-commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, il quale ritiene che un approccio comune europeo può fare una grande differenza per la preparazione della Ue alle minacce militari ed anche alle “guerre ibride”.
“Non possiamo più permetterci un approccio frammentato. Abbiamo bisogno di un vero e proprio approccio Big Bang per aumentare la produzione e l’acquisizione della difesa”, ha detto il lituano Kubilius alla conferenza dell’Agenzia per la Difesa Europea.
Kubilius ha sottolineato la necessità di sistemi d’arma interoperabili, di una domanda aggregata per l’industria militare e di un maggior numero di progetti di interesse comune europeo, come lo scudo di difesa aerea, lo scudo informatico e l’iniziativa per i confini settentrionali e orientali.
Nel prossimo decennio l’Ue avrà bisogno di almeno 500 miliardi di euro per rimanere competitiva nel settore della difesa. Ma dove si vanno a prendere tutti questi soldi?
Il nuovo segretario della Nato Mark Rutte (uno dei fomentati delle politiche di rigore economico quando era premier olandese) a dicembre scorso ha affermato che “i cittadini europei dovranno fare sacrifici” come tagli alle pensioni, alla sanità e ai sistemi di sicurezza sociale, per pagare l’aumento delle spese per la difesa e garantire la sicurezza a lungo termine in Europa.
Rutte ha ammesso che, pur non essendoci una minaccia imminente per gli alleati, il pericolo si sta muovendo “a tutta velocità” verso l’Alleanza atlantica. “Non siamo in guerra, ma certamente non siamo nemmeno in pace”, aveva dichiarato il segretario della Nato.
Infine e proprio riferendosi a queste dichiarazioni, il neo comandante del comitato militare della Nato, l’ammiraglio italiano Cavo Dragone ha affermato in una intervista che Rutte “parla di mentalità di guerra. Potrà farci paura, ma sicuramente non potremo avere una mentalità di pace. Non so come possiamo chiamarla per essere politicamente corretti, però non più una mentalità di pace. Perché vediamo che cosa ha generato adesso”.
Ed è in questo tripudio di dichiarazioni e indicazioni guerrafondaie che anche in Italia, prima il Senato e poi la Camera, hanno votato in questi giorni a stragrande maggioranza a favore del decreto che proroga a tutto il 2025 l’invio di armamenti all’Ucraina.
Alla Camera, dopo che PD e destra al governo si sono votati o astenuti entrambi a favore delle rispettive risoluzioni, il voto definitivo è previsto per martedì 28 gennaio. Ed è così che il partito trasversale della guerra continua a trascinare il nostro paese dentro questo gorgo.
Fonte
Questi volenterosi guerrafondai d’Europa godono però di sostegni e consensi nel resto dei paesi membri, vuoi perché sono molti a pensare che l’industria militare possa essere la via d’uscita dalla crisi industriale in atto, vuoi perché nella crisi di prospettive della stessa Ue di fronte alla crisi e alla competizione globale, più di qualcuno pensa che la guerra possa essere una delle soluzioni possibili.
È avvenuto in passato ed ora lo scenario si ripresenta, un po’ come negli anni Trenta del '900, alimentato anche da un ritorno alla competizione, al protezionismo ed agli sgambetti “tra alleati” come sembra annunciare l’amministrazione Trump.
Abbiamo provato a sintetizzare alcune delle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai responsabili europei e della Nato che restituiscono piuttosto chiaramente – purtroppo – l’idea di quello che andiamo denunciando da tempo.
“Se l’Europa deve sopravvivere, deve essere armata”, ha dichiarato il premier polacco Tusk al Parlamento di Strasburgo nel suo discorso di insediamento come presidente di turno del Consiglio europeo. “Non è una nostra scelta. Non sono un militarista. La Polonia è un luogo sulla terra dove nessuno vuole che si ripeta una guerra. Abbiamo sofferto di più in Europa” – ha proseguito Tusk – “Ma forse è per questo che capiamo così bene che per evitare una tragica ripetizione della storia, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Forti nello spirito, ma anche forti nelle nostre capacità di difesa”, ha dichiarato il premier polacco.
Quando Tusk ha provato a dettagliare il ragionamento, ne sono uscite cose destinate a pesare sulle priorità della stessa Unione Europea, o almeno di quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Ad esempio l’aumento delle spese militari potrebbe comportare l’emissione di un debito a livello europeo, come sostenuto da Polonia e Francia, ossia quegli eurobond che proprio la Ue si era rifiutata di emettere per far fronte alla crisi finanziaria negli anno scorsi. Non solo. Secondo il primo ministro polacco, in linea con l’aria trumpista che spira dagli USA, alcuni dei regolamenti ambientali introdotti dall’Ue negli ultimi cinque anni sono responsabili dei prezzi energetici “proibitivi” che i consumatori e le imprese devono affrontare oggi e che, a suo dire, danneggiano la competitività del blocco rispetto a Stati Uniti e Cina.
“L’Europa non può perdere la competizione globale. Non può diventare un continente di persone e idee ingenue. Se andiamo in bancarotta, nessuno si preoccuperà più dell’ambiente naturale nel mondo”, ha detto Tusk.
Il premier polacco ha chiesto al Parlamento europeo di intraprendere una “revisione completa e molto critica” di tutte le leggi sul Green Deal, suscitando gli applausi dei deputati di destra e la disapprovazione degli altri. Con argomenti che in Italia coincidono con quelli della destra di governo, Tusk ha avvertito che i prezzi elevati dell’energia potrebbero provocare un malcontento popolare tale da “spazzare via” i governi democraticamente eletti e ha implorato i legislatori di abbandonare “dottrine e ideologie dure” a favore del “buon senso”.
In questa rassegna degli aneliti guerrafondai non poteva mancare l’estone Kaja Kallas, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, la quale durante la conferenza annuale della European Defence Agency a Bruxelles, ha sottolineato l’urgenza di armarsi, dichiarando che l’Europa deve sostenere Kiev e rafforzare la propria difesa, poiché l’Ucraina rappresenta il fronte della difesa europea e Mosca rimarrà una minaccia esistenziale finché continueremo a sottoinvestire nella nostra difesa.
L’UE, secondo Kallas, deve investire di più e meglio nella difesa, non solo per rispondere alle minacce esterne, ma anche per placare le preoccupazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha minacciato di tagliare i fondi alla NATO. “Il presidente Trump ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza”, ha sottolineato Kallas, riferendosi alla richiesta del presidente Usa di accrescere gli investimenti in difesa fino all’equivalente del 5 per cento del Pil di ogni Paese membro della Nato. “La difesa è un’industria altamente qualificata e ad alta intensità che richiede denaro, persone e tempo. Noi abbiamo soldi e persone, ma non abbiamo tempo. L’Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo”, ha sostenuto Kallas.
Insomma l’industria e le spese militari possono diventare una possibilità di crescita economica sulla quale puntare.
Gli ha fatto eco – e non poteva essere altrimenti – il neo-commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, il quale ritiene che un approccio comune europeo può fare una grande differenza per la preparazione della Ue alle minacce militari ed anche alle “guerre ibride”.
“Non possiamo più permetterci un approccio frammentato. Abbiamo bisogno di un vero e proprio approccio Big Bang per aumentare la produzione e l’acquisizione della difesa”, ha detto il lituano Kubilius alla conferenza dell’Agenzia per la Difesa Europea.
Kubilius ha sottolineato la necessità di sistemi d’arma interoperabili, di una domanda aggregata per l’industria militare e di un maggior numero di progetti di interesse comune europeo, come lo scudo di difesa aerea, lo scudo informatico e l’iniziativa per i confini settentrionali e orientali.
Nel prossimo decennio l’Ue avrà bisogno di almeno 500 miliardi di euro per rimanere competitiva nel settore della difesa. Ma dove si vanno a prendere tutti questi soldi?
Il nuovo segretario della Nato Mark Rutte (uno dei fomentati delle politiche di rigore economico quando era premier olandese) a dicembre scorso ha affermato che “i cittadini europei dovranno fare sacrifici” come tagli alle pensioni, alla sanità e ai sistemi di sicurezza sociale, per pagare l’aumento delle spese per la difesa e garantire la sicurezza a lungo termine in Europa.
Rutte ha ammesso che, pur non essendoci una minaccia imminente per gli alleati, il pericolo si sta muovendo “a tutta velocità” verso l’Alleanza atlantica. “Non siamo in guerra, ma certamente non siamo nemmeno in pace”, aveva dichiarato il segretario della Nato.
Infine e proprio riferendosi a queste dichiarazioni, il neo comandante del comitato militare della Nato, l’ammiraglio italiano Cavo Dragone ha affermato in una intervista che Rutte “parla di mentalità di guerra. Potrà farci paura, ma sicuramente non potremo avere una mentalità di pace. Non so come possiamo chiamarla per essere politicamente corretti, però non più una mentalità di pace. Perché vediamo che cosa ha generato adesso”.
Ed è in questo tripudio di dichiarazioni e indicazioni guerrafondaie che anche in Italia, prima il Senato e poi la Camera, hanno votato in questi giorni a stragrande maggioranza a favore del decreto che proroga a tutto il 2025 l’invio di armamenti all’Ucraina.
Alla Camera, dopo che PD e destra al governo si sono votati o astenuti entrambi a favore delle rispettive risoluzioni, il voto definitivo è previsto per martedì 28 gennaio. Ed è così che il partito trasversale della guerra continua a trascinare il nostro paese dentro questo gorgo.
Fonte
14/01/2025
Il programma Nato: “basta con il welfare, investiamo nelle armi”
Mandare un teorico dell’austerità a comandare – si fa per dire – la Nato è stato di per sé una segnale chiaro. Ma Mark Rutte è uomo monotematico, senza curve né flessibilità. E così ha confermato fin dal primo discorso che il programma deve essere quello di abbandonare la spesa sociale per abbracciare quella militare.
“In media, i paesi europei spendono facilmente fino a un quarto del loro reddito nazionale per pensioni, salute e sistemi di sicurezza sociale, e abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la difesa molto più forte”.
In pratica, si tratta di prolungare le politiche di taglio al welfare, in corso ormai da oltre 30 anni in tutti i paesi UE, ma non più soltanto in nome della teoria economica secondo cui se si lascia totalmente spazio alle imprese prima o poi qualcosa “sgocciolerà” anche verso il basso (i normali cittadini-lavoratori). Una cosa che, come tutti sappiamo, non è mai accaduta ne mai accadrà...
No. Ora quella stessa politica “austera” va fatta in nome della guerra, e quindi ciò che si risparmia in pensioni, sanità, istruzione, ecc., va “investito” in armamenti. Lasciate ogni speranza, o voi che entrate... dopo altra austerità ci sarà al massimo una trincea o un joystick per pilotare un drone.
Il pessimo Rutte ha provato anche a fare anche lo spiritoso: se la spesa militare non aumenta, i deputati europei dovrebbero “prendere corsi di russo o andare in Nuova Zelanda”. Come se la Russia, con appena 144 milioni di abitanti e un Pil che è una frazione dell’Unione Europea, avesse davvero l’obiettivo di “arrivare a Lisbona” invece che pretendere una “zona denuclearizzata” ai suoi confini occidentali.
Ma mentire è diventata un’abitudine, si ripetono assurdità senza più neanche farci caso...
Nell’ultimo decennio, l’alleanza ha chiesto ai membri europei di spendere almeno il 2% del loro PIL per la difesa. 24 dei 32 membri della NATO ora raggiungono questo obiettivo, mentre gli altri sono ancora lontani.
Adesso incombe anche l’incubo Trump, che ha chiesto di portare la soglia addirittura al 5%, il che è decisamente superiore a quanto speso dagli stessi Usa (3,38%), ma soprattutto impossibile da raggiungere per gli europei.
Il problema tecnico è infatti ben più “tosto” di quello politico-economico. Si fa presto, infatti, a dire 5% invece del 2, ma dove trovi gli armamenti da comprare con tutti quei soldi? La guerra in Ucraina ha dimostrato che l’Occidente intero (Usa più Unione Europea) non ha più la consistenza industriale settoriale per sorreggere i “consumi” di un conflitto classico e soprattutto duraturo.
Certo, investimenti così consistenti rilancerebbero alla grande le industrie degli armamenti, ma per mandare a regime la produzione servirà tempo, e non è detto – se le menzogne della Nato fossero minimamente vere – che “il nemico” sia disposto a concederlo. Né che i “sacrifici” richiesti alle popolazioni dell’Occidente siano alla fine sopportati con pazienza.
E infatti lo stesso Rutte avverte che l’attuale settore delle armi in Europa è “troppo piccolo, troppo frammentato e troppo lento”. Ogni paese ha i suoi sistemi d’arma “in concorrenza” con gli altri, con standard differenti quanto a munizioni, manutenzione, sistemi di comunicazione.
Contrariamente alle leggende e alle promesse della propaganda, sempre la guerra in Ucraina ha dimostrato che le “meraviglie tecnologiche” occidentali (Himars, Bradley, Abraham, Leopard, ecc.) non hanno modificato di un millimetro i rapporti di forza sul campo.
“Coinvolgere gli alleati non UE negli sforzi industriali di difesa dell’UE è vitale, credo, per la sicurezza dell’Europa”, ha detto così Rutte. “La cooperazione transatlantica nell’industria della difesa ci rende tutti più forti”. Di fatto, consiglia di comprare le armi dagli Usa, aumentando in prospettiva la dipendenza europea dall’invadente “alleato” americano ma dimenticando che anche oltreoceano c’è qualche problema nella produzione di massa di altri armamenti.
Al di là di ogni valutazione industriale o militare, però, il programma esposto da Rutte è di una idiozia sistemica senza pari.
Tutto l’Occidente neoliberista, da almeno 40 anni a questa parte, è in rapido declino demografico. Tra le cause principali c’è proprio la riduzione generale dei salari e del welfare (asili nido, scuole a tempo pieno e cure sanitarie gratuite o quasi), oltre che cambiamenti culturali indotto dallo stesso modo di produzione capitalismo (tendenza inarrestabile all’individualizzazione).
Un programma che contemporaneamente preveda l’ulteriore riduzione della spesa sociale (sanità e pensioni) e l’aumento di quella militare otterrebbe in pochi anni questi singolari risultati:
– drastica riduzione della popolazione anziana (che attualmente è la parte pagante del “welfare familiare” con l’integrazione al reddito dei figli, il sitteraggio dei nipoti, ecc.);
– ulteriore disincentivo alla natalità (riduzione ulteriore di diritti sul lavoro relativi alla maternità/paternità), riduzione del welfare dedicato – asili e scuole a tempo pieno –, congelamento o riduzione salariale, ecc.
In pratica una popolazione in età riproduttiva e produttiva già drasticamente ridotta di numero (oggi, in Italia ma anche altrove, abbiamo un terzo delle nascite rispetto a 60 anni fa) dovrebbe contemporaneamente servire ad aumentare la produzione economica, accrescere la natalità e gli impegni relativi (tempo di cura, ecc.), moltiplicare i consumi per sostenere la domanda interna (la frammentazione del mercato mondiale ha arrestato il vecchio modello produttivo fondato sulle esportazioni), essere impegnata nuovamente nella formazione e nell’impegno militari con ormai alte probabilità di essere impiegata in battaglia e di lasciarci la pelle a centinaia di migliaia (se l’atomica resta nei depositi, chiaro).
Il tutto, naturalmente, con gli stessi salari o anche più bassi, un’età pensionabile che tende a coincidere con quella della morte e senza osare fiatare, che altrimenti la polizia ti insegue e ti schiaccia contro un muretto.
Un programma geniale, degno di un Rutte...
Fonte
“In media, i paesi europei spendono facilmente fino a un quarto del loro reddito nazionale per pensioni, salute e sistemi di sicurezza sociale, e abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la difesa molto più forte”.
In pratica, si tratta di prolungare le politiche di taglio al welfare, in corso ormai da oltre 30 anni in tutti i paesi UE, ma non più soltanto in nome della teoria economica secondo cui se si lascia totalmente spazio alle imprese prima o poi qualcosa “sgocciolerà” anche verso il basso (i normali cittadini-lavoratori). Una cosa che, come tutti sappiamo, non è mai accaduta ne mai accadrà...
No. Ora quella stessa politica “austera” va fatta in nome della guerra, e quindi ciò che si risparmia in pensioni, sanità, istruzione, ecc., va “investito” in armamenti. Lasciate ogni speranza, o voi che entrate... dopo altra austerità ci sarà al massimo una trincea o un joystick per pilotare un drone.
Il pessimo Rutte ha provato anche a fare anche lo spiritoso: se la spesa militare non aumenta, i deputati europei dovrebbero “prendere corsi di russo o andare in Nuova Zelanda”. Come se la Russia, con appena 144 milioni di abitanti e un Pil che è una frazione dell’Unione Europea, avesse davvero l’obiettivo di “arrivare a Lisbona” invece che pretendere una “zona denuclearizzata” ai suoi confini occidentali.
Ma mentire è diventata un’abitudine, si ripetono assurdità senza più neanche farci caso...
Nell’ultimo decennio, l’alleanza ha chiesto ai membri europei di spendere almeno il 2% del loro PIL per la difesa. 24 dei 32 membri della NATO ora raggiungono questo obiettivo, mentre gli altri sono ancora lontani.
Adesso incombe anche l’incubo Trump, che ha chiesto di portare la soglia addirittura al 5%, il che è decisamente superiore a quanto speso dagli stessi Usa (3,38%), ma soprattutto impossibile da raggiungere per gli europei.
Il problema tecnico è infatti ben più “tosto” di quello politico-economico. Si fa presto, infatti, a dire 5% invece del 2, ma dove trovi gli armamenti da comprare con tutti quei soldi? La guerra in Ucraina ha dimostrato che l’Occidente intero (Usa più Unione Europea) non ha più la consistenza industriale settoriale per sorreggere i “consumi” di un conflitto classico e soprattutto duraturo.
Certo, investimenti così consistenti rilancerebbero alla grande le industrie degli armamenti, ma per mandare a regime la produzione servirà tempo, e non è detto – se le menzogne della Nato fossero minimamente vere – che “il nemico” sia disposto a concederlo. Né che i “sacrifici” richiesti alle popolazioni dell’Occidente siano alla fine sopportati con pazienza.
E infatti lo stesso Rutte avverte che l’attuale settore delle armi in Europa è “troppo piccolo, troppo frammentato e troppo lento”. Ogni paese ha i suoi sistemi d’arma “in concorrenza” con gli altri, con standard differenti quanto a munizioni, manutenzione, sistemi di comunicazione.
Contrariamente alle leggende e alle promesse della propaganda, sempre la guerra in Ucraina ha dimostrato che le “meraviglie tecnologiche” occidentali (Himars, Bradley, Abraham, Leopard, ecc.) non hanno modificato di un millimetro i rapporti di forza sul campo.
“Coinvolgere gli alleati non UE negli sforzi industriali di difesa dell’UE è vitale, credo, per la sicurezza dell’Europa”, ha detto così Rutte. “La cooperazione transatlantica nell’industria della difesa ci rende tutti più forti”. Di fatto, consiglia di comprare le armi dagli Usa, aumentando in prospettiva la dipendenza europea dall’invadente “alleato” americano ma dimenticando che anche oltreoceano c’è qualche problema nella produzione di massa di altri armamenti.
Al di là di ogni valutazione industriale o militare, però, il programma esposto da Rutte è di una idiozia sistemica senza pari.
Tutto l’Occidente neoliberista, da almeno 40 anni a questa parte, è in rapido declino demografico. Tra le cause principali c’è proprio la riduzione generale dei salari e del welfare (asili nido, scuole a tempo pieno e cure sanitarie gratuite o quasi), oltre che cambiamenti culturali indotto dallo stesso modo di produzione capitalismo (tendenza inarrestabile all’individualizzazione).
Un programma che contemporaneamente preveda l’ulteriore riduzione della spesa sociale (sanità e pensioni) e l’aumento di quella militare otterrebbe in pochi anni questi singolari risultati:
– drastica riduzione della popolazione anziana (che attualmente è la parte pagante del “welfare familiare” con l’integrazione al reddito dei figli, il sitteraggio dei nipoti, ecc.);
– ulteriore disincentivo alla natalità (riduzione ulteriore di diritti sul lavoro relativi alla maternità/paternità), riduzione del welfare dedicato – asili e scuole a tempo pieno –, congelamento o riduzione salariale, ecc.
In pratica una popolazione in età riproduttiva e produttiva già drasticamente ridotta di numero (oggi, in Italia ma anche altrove, abbiamo un terzo delle nascite rispetto a 60 anni fa) dovrebbe contemporaneamente servire ad aumentare la produzione economica, accrescere la natalità e gli impegni relativi (tempo di cura, ecc.), moltiplicare i consumi per sostenere la domanda interna (la frammentazione del mercato mondiale ha arrestato il vecchio modello produttivo fondato sulle esportazioni), essere impegnata nuovamente nella formazione e nell’impegno militari con ormai alte probabilità di essere impiegata in battaglia e di lasciarci la pelle a centinaia di migliaia (se l’atomica resta nei depositi, chiaro).
Il tutto, naturalmente, con gli stessi salari o anche più bassi, un’età pensionabile che tende a coincidere con quella della morte e senza osare fiatare, che altrimenti la polizia ti insegue e ti schiaccia contro un muretto.
Un programma geniale, degno di un Rutte...
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13/12/2024
Rutte: “passare a una mentalità di guerra”… attraverso l’economia di guerra
Ieri il segretario generale della NATO Mark Rutte ha partecipato a Bruxelles a un evento promosso da Carnegie Europe, uno di quei think tank le cui iniziative diventano spesso piattaforme per la presentazione di indirizzi programmatici da parte di politici di punta. Così è stato anche per l’ex capo di governo olandese.
Il dibattito, organizzato insieme alla Divisione di diplomazia pubblica della NATO, aveva come tema le sfide che dovrà affrontare l’alleanza euroatlantica nel prossimo futuro, e sulle priorità strategiche che i suoi membri dovranno perseguire per trovarsi preparati. Il messaggio è stato molto netto: “dobbiamo passare a una mentalità di guerra”.
Con questa formula il segretario dell’alleanza militare ha reso chiaro che “bisogna” passare a un modello sociale ed economico in cui la preminenza ce l’hanno le questioni di politica estera. In sostanza, accelerare sulla strada di un’economia di guerra, le cui risorse vanno prese dalle spese sociali.
La giustificazione offerta – non potendo dire che nella crisi l’unica risposta che il capitale trova è quella di armarsi e mandare a morire la gente per conquistare nuovi mercati al profitto – è quella della “sicurezza” da una “minaccia esterna”. Il riarmo come deterrenza a scoraggiare i “nemici” dal disturbare il “giardino” trasformato in fortezza.
“Per prevenire la guerra, la NATO deve spendere di più”, è il messaggio di Rutte. Qualcuno dovrebbe aprirgli un libro di storia, sul primo ventennio del secolo scorso, e spiegargli che l’effetto è il “paradosso della sicurezza”: una corsa agli armamenti dei vari attori in gioco, in un circolo vizioso che, già all’epoca, portò alla carneficina della Prima guerra mondiale.
Le formule paradossali sono continuate. “Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in pace”, ha detto sempre il politico olandese, affermando che quello per cui lavora la filiera euroatlantica è quello che accadrà fra qualche anno, quando i “nemici dell’Occidente”, a suo avviso, si sentiranno abbastanza pronti da colpirlo direttamente.
“L’industria della difesa della Russia sta producendo un numero enorme di carri armati, veicoli blindati e munizioni. Ciò che la Russia manca di qualità, compensa in quantità con l’aiuto di Cina, Iran e Corea del Nord”, ha affermato Rutte, delineando il solito “asse del male” ormai diventato oggetto della propaganda guerrafondaia occidentale.
“Tutto questo”, ha concluso, “punta in una direzione chiara: la Russia si prepara al confronto a lungo termine”. Il sottinteso è che anche il blocco euroatlantico deve fare lo stesso, facendo la stessa cosa di Mosca, ovvero spendere e produrre molto più in ambito bellico, sviluppando nuove tecnologie per il settore.
Insomma, per farla breve, l’obiettivo del 2% del PIL per la spesa militare non basta più e “nei prossimi mesi dovremmo accordarci su quale sarà la nuova soglia”. Non si tratterà solo di spendere di più, ma anche in maniera più coordinata per far fronte a un’industria della difesa europea “troppo piccola, troppo frammentata e troppo lenta”.
I soldi, ovviamente, saranno presi dalle spese sociali, considerate pressoché inutili. “I paesi europei”, sottolinea Rutte, “destinano facilmente fino a un quarto delle loro entrate a pensioni, sanità e sistemi di sicurezza sociale. Ci serve solo una piccola frazione di quel denaro per rafforzare molto le nostre difese e servire al meglio il nostro popolo”.
Quel che ha continuato a dire sul tema ha dell’incredibile: “in Europa siamo il 10% della popolazione mondiale e spendiamo il 50% di tutta la spesa mondiale per la sicurezza sociale. Quindi, in questo senso, abbiamo un certo margine di manovra”. Come per il libro di storia poco sopra, qualcuno dovrebbe ricordargli che, secondo l’Eurostat, il 20% della popolazione europea vive sotto la soglia di povertà.
Ma non c’è mai limite al peggio. Il segretario della NATO ha detto che da parte delle banche, dei fondi di pensione, dei semplici cittadini è persino “inaccettabile rifiutarsi di investire nella difesa”. Appunto, l’idea è creare un nuovo sistema integrato, un nuovo patto sociale, fondato non sull’occupazione e la garanzia del reddito, ma sul complesso militare-industriale.
E, ciliegina sulla torta, un po’ di anticomunismo per cementare ideologicamente lo sforzo: “abbiamo alzato la spesa militare, ma spendiamo meno che nella Guerra Fredda. Allora gli europei spendevano più del 3%. Con quella mentalità abbiamo vinto”. E poi hanno distrutto lo stato sociale e, oramai, anche la produzione industriale di un intero continente.
Fonte
Il dibattito, organizzato insieme alla Divisione di diplomazia pubblica della NATO, aveva come tema le sfide che dovrà affrontare l’alleanza euroatlantica nel prossimo futuro, e sulle priorità strategiche che i suoi membri dovranno perseguire per trovarsi preparati. Il messaggio è stato molto netto: “dobbiamo passare a una mentalità di guerra”.
Con questa formula il segretario dell’alleanza militare ha reso chiaro che “bisogna” passare a un modello sociale ed economico in cui la preminenza ce l’hanno le questioni di politica estera. In sostanza, accelerare sulla strada di un’economia di guerra, le cui risorse vanno prese dalle spese sociali.
La giustificazione offerta – non potendo dire che nella crisi l’unica risposta che il capitale trova è quella di armarsi e mandare a morire la gente per conquistare nuovi mercati al profitto – è quella della “sicurezza” da una “minaccia esterna”. Il riarmo come deterrenza a scoraggiare i “nemici” dal disturbare il “giardino” trasformato in fortezza.
“Per prevenire la guerra, la NATO deve spendere di più”, è il messaggio di Rutte. Qualcuno dovrebbe aprirgli un libro di storia, sul primo ventennio del secolo scorso, e spiegargli che l’effetto è il “paradosso della sicurezza”: una corsa agli armamenti dei vari attori in gioco, in un circolo vizioso che, già all’epoca, portò alla carneficina della Prima guerra mondiale.
Le formule paradossali sono continuate. “Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in pace”, ha detto sempre il politico olandese, affermando che quello per cui lavora la filiera euroatlantica è quello che accadrà fra qualche anno, quando i “nemici dell’Occidente”, a suo avviso, si sentiranno abbastanza pronti da colpirlo direttamente.
“L’industria della difesa della Russia sta producendo un numero enorme di carri armati, veicoli blindati e munizioni. Ciò che la Russia manca di qualità, compensa in quantità con l’aiuto di Cina, Iran e Corea del Nord”, ha affermato Rutte, delineando il solito “asse del male” ormai diventato oggetto della propaganda guerrafondaia occidentale.
“Tutto questo”, ha concluso, “punta in una direzione chiara: la Russia si prepara al confronto a lungo termine”. Il sottinteso è che anche il blocco euroatlantico deve fare lo stesso, facendo la stessa cosa di Mosca, ovvero spendere e produrre molto più in ambito bellico, sviluppando nuove tecnologie per il settore.
Insomma, per farla breve, l’obiettivo del 2% del PIL per la spesa militare non basta più e “nei prossimi mesi dovremmo accordarci su quale sarà la nuova soglia”. Non si tratterà solo di spendere di più, ma anche in maniera più coordinata per far fronte a un’industria della difesa europea “troppo piccola, troppo frammentata e troppo lenta”.
I soldi, ovviamente, saranno presi dalle spese sociali, considerate pressoché inutili. “I paesi europei”, sottolinea Rutte, “destinano facilmente fino a un quarto delle loro entrate a pensioni, sanità e sistemi di sicurezza sociale. Ci serve solo una piccola frazione di quel denaro per rafforzare molto le nostre difese e servire al meglio il nostro popolo”.
Quel che ha continuato a dire sul tema ha dell’incredibile: “in Europa siamo il 10% della popolazione mondiale e spendiamo il 50% di tutta la spesa mondiale per la sicurezza sociale. Quindi, in questo senso, abbiamo un certo margine di manovra”. Come per il libro di storia poco sopra, qualcuno dovrebbe ricordargli che, secondo l’Eurostat, il 20% della popolazione europea vive sotto la soglia di povertà.
Ma non c’è mai limite al peggio. Il segretario della NATO ha detto che da parte delle banche, dei fondi di pensione, dei semplici cittadini è persino “inaccettabile rifiutarsi di investire nella difesa”. Appunto, l’idea è creare un nuovo sistema integrato, un nuovo patto sociale, fondato non sull’occupazione e la garanzia del reddito, ma sul complesso militare-industriale.
E, ciliegina sulla torta, un po’ di anticomunismo per cementare ideologicamente lo sforzo: “abbiamo alzato la spesa militare, ma spendiamo meno che nella Guerra Fredda. Allora gli europei spendevano più del 3%. Con quella mentalità abbiamo vinto”. E poi hanno distrutto lo stato sociale e, oramai, anche la produzione industriale di un intero continente.
Fonte
27/06/2024
Il falco Rutte alla guida della NATO
Se c’era un modo per incarnare la blindatura dei vincoli euroatlantici, quelli da economia di guerra della NATO e quelli da massacro sociale dei lavoratori del Patto di Stabilità, quel modo era nominare Mark Rutte alla guida dell’alleanza atlantica.
Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.
Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.
Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.
Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).
Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.
I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.
Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.
Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.
Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.
Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.
Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.
La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.
Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.
Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.
Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.
Fonte
Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.
Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.
Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.
Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).
Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.
I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.
Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.
Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.
Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.
Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.
Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.
La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.
Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.
Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.
Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.
Fonte
16/01/2021
Olanda - Si dimette Mark Rutte, il “frugale” strangolapoveri
Diversi compagni fanno ancora fatica – nonostante siano passati ormai tre decenni – a comprendere come concretamente funzioni l’Unione Europea e come sia possibile che un’istituzione sovranazionale (quindi “non nazionalista”, secondo le autodefinizioni) sia contemporaneamente una istituzione classista. E della peggior specie.
La fortuna però a volte aiuta anche gli ostinati...
Ieri si è dimesso il governo olandese, guidato da Mark Rutte, il leader europeo dei “paesi frugali” (altra autodefinizione presa per buona dai media), ossia quei paesi che con più determinazione impongono il taglio della spesa e del debito pubblici.
Per onestà bisogna riconoscere che non sono feroci soltanto con altri paesi benevolmente chiamati “cicale”, ma lo sono altrettanto anche al proprio interno.
E proprio su questo è andato a sbattere Mark Rutte, costretto alle dimissioni da una vicenda assolutamente emblematica: lo scandalo dei sussidi alle famiglie.
Siete italiani anche voi, e certo penserete che lo scandalo sia scoppiato sul fatto che un po’ di famiglie – come per il reddito di cittadinanza o altri (scarsi) benefit sociali – abbiano avuto qualcosa cui non avevano diritto.
Le carogne al governo in Olanda, però, non sono gente che si vende per un tozzo di pane o qualche voto clientelare. In questo caso lo scandalo ha una natura esattamente opposta: hanno tolto il sussidio a famiglie che ne avevano pienamente diritto secondo le leggi nazionali. Peggio ancora, 20mila famiglie sono state accusate ingiustamente di “frode” e costrette a rimborsare somme di denaro assolutamente ingenti, specie per chi già viveva al limite della soglia di povertà.
In dettaglio. È improvvisamente venuto fuori che l’ufficio delle imposte olandese aveva accusato migliaia di famiglie di aver richiesto in modo fraudolento pagamenti per l’assistenza ai minori tra il 2013 e il 2019, ottenendo rimborsi per migliaia di euro.
In Olanda esiste infatti il “kinderopvangtoeslag”, un bonus per i figli per contribuire al pagamento degli asili, che lì sono strutture private costosissime (anche 9 euro l’ora), al punto che le rette mensili possono arrivare sopra i mille euro per ogni figlio.
Invece di aprire asili pubblici a un costo più basso (orrore!), i governi neoliberisti preferiscono regalare cifre rilevanti alle strutture private, finanziando con sussidi le famiglie. Ovviamente, se sei una carogna di questo tipo, pensi anche che gli altri siano proprio come te. E quindi che chiedano il contributo senza averne diritto in base ai parametri di reddito familiare...
La regola olandese per questi sussidi è in fondo semplice: meno si guadagna più si riceve. Per richiedere i bonus si compilano come dappertutto dei moduli, e come dappertutto si possono facilmente commettere errori piccoli o grandi. Specie se sei poco istruito o immigrato.
Se ci aggiungi un controllo ultra-formalistico – secondo cui l’errore è impossibile o un tentativo di frode – ecco che scatta la tagliola: il sussidio ti viene tolto, anche dopo anni, e devi restituire tutto quel che hai ricevuto. Con gli interessi.
Un massacro sociale (20.000 famiglie sono tante, in un piccolo paese come l’Olanda) definito persino dalla Commissione d’inchiesta parlamentare “un’ingiustizia senza precedenti”.
Di qui l’inevitabile richiesta di dimissioni del governo, con Rutte che fa i bagagli e torna a casa due mesi prima delle elezioni e con ben scarse possibilità di ripresentarsi.
Rutte è stato il successore di Jeroen Dijsselbloem, divenuto poi presidente di quell’Eurogruppo che ricattò la Grecia fino alla resa di Tsipras, immortalato poi al cinema da Costa Gavras (Adults in the room) in base alle registrazioni effettuate da Yanis Varoufakis, allora ministro dell’economia del primo governo Syriza.
Quel Dijsselbloem che accusava il popolo italiano di essere indebitato (sul piano statale, mentre invece siamo “risparmiosissimi” in privato) perché “abituati a sperperare tutto in donne e champagne”.
Rutte, che è un “frugale”, è immortalato nella foto di apertura mentre annaffia con lo champagne un vaso di tulipani.
Vuoi mettere la differenza?
Fonte
16/03/2017
Olanda. La “diga” regge, ma il sistema politico esplode
Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’impressione è un po diversa.
Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).
Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.
Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.
L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.
La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni...
L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli xenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.
In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta...
Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata.
In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanti del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tanto spazio per gli outsiders, dunque...
Diciannove deputati, infatti, per i cristiano-democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%.
Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".
Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio...
Fonte
Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).
Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.
Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.
L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.
La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni...
L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli xenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.
In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta...
Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata.
In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanti del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tanto spazio per gli outsiders, dunque...
Diciannove deputati, infatti, per i cristiano-democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%.
Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".
Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio...
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