Lui non prevede il futuro, lo prepara. Se gli chiedono come faccia a essere sicuro che Putin voglia attaccare l’Europa, risponde: “Beh, posso citare ciò che i servizi di intelligence dicono. Ad esempio, quello tedesco: dicono che Putin sarà pronto a testare l’articolo 5 della Nato entro tre o quattro anni”.
Quando Claudio Tito di Repubblica gli chiede, scusi, ma dove sta scritto che Putin vuole fare la guerra? Lui non si perde d’animo e spara: “È scritto nei documenti Nato: Putin è la minaccia numero uno per la sicurezza europea”.
Non sa niente, però non gli sfugge nulla di tutto quello che sente dire. Si chiama Andrius Kubilius, non è il nome d’arte del Mago Otelma della Lituania, bensì il responsabile (!) della Difesa europea, quella che tanto conta un bel niente, che, come al solito, ci pensa sempre e solo la NATO.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2025
12/06/2025
L’Unione Europea deve “sentirsi in guerra”. I guerrafondai europei vanno fermati
“L’Unione europea non è in guerra, ma viviamo in tempo di guerra e dunque dobbiamo mettere da parte i nostri occhiali da tempo di pace e prepararci ad essere in forma per combattere”.
Queste inquietanti dichiarazioni sono state rilasciate dal commissario europeo alla difesa e Spazio, il lituano Andrius Kubilius, nel suo intervento allo European Defence&Security Summit 2025 in corso a Bruxelles.
I guerrafondai europei continuano così a creare un clima bellico e a veicolare messaggi conseguenti alle propria opinione pubblica.
“Putin non ha intenzione di fermarsi”, neanche in caso di pace in Ucraina, ha detto il commissario europeo, e “questa volta andrà contro l’Ue”, come “i nostri servizi di intelligence ci stanno avvertendo”. Dunque l’unico deterrente per dissuaderlo dal mettere in pratica i suoi “piani di aggressione contro di noi, l’Ue e gli Stati membri della Nato è la forza”.
Secondo il commissario europeo occorre costruire un’industria della difesa e un’Unione europea della difesa basata su un’Europa indipendente, anche se “la Nato rimarrà sicuramente una spina dorsale della nostra difesa collettiva”.
Kubilius ha ripreso il concetto di “Pax europea” formulato dalla Von der Leyen ad Aquisgrana due settimane fa e per ottenerla e mantenerla, occorre una Ue autonoma. E la prima indipendenza necessaria, ha affermato, è quella della difesa.
“Al momento, in termini di capacità, abbiamo solo circa il 50% di ciò di cui abbiamo bisogno secondo i piani di difesa della Nato”, ha avvisato Kubilius. Inoltre, sostituire gli Usa in Europa costerà, secondo due think-tank come l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici e l’Istituto Bruegel, 300mila militari aggiuntivi e mille miliardi di dollari.
Con l’avventurismo bellicista che ormai contraddistingue i governi e le istituzioni europee, Kubilius ha affermato che “La linea di difesa dell’Ucraina è la linea di difesa dell’Europa, perché con il suo esercito collaudato in battaglia e l’industria della difesa estremamente innovativa, sarà la parte più importante della nuova architettura di sicurezza europea”.
Il Commissario europeo è poi entrato anche nei dettagli di come oggi va combattuta la guerra.
“Oggi l’80% degli obiettivi in Ucraina viene distrutto dai droni. C’è una “valle della morte” di 15 km su entrambi i lati della linea del fronte dove nulla può muoversi. La “valle” è creata dai droni. Droni ucraini e droni russi. Un carro armato tradizionale sopravvive in media 6 minuti in questa “valle della morte”.
Su questo aspetto l’Ue è in ritardo, dunque occorre “un’innovazione radicale” basata sulla ‘dottrina 20-40-40‘ fatta propria dalla nuovissima Strategic Defence Review della Gran Bretagna: il 20% degli obiettivi deve essere colpito da armi convenzionali pesanti, il 40% – da droni kamikaze leggeri, un altro 40% – da droni pesanti e missili. Ovvero, la parte del leone la fanno i droni.
“Oggi la prontezza alla difesa è impossibile senza la prontezza allo spazio. Inteso non solo come “spazio per la difesa”, ma anche nella “difesa dello spazio”, poiché “gran parte della sicurezza nella nostra vita civile dipende dai servizi spaziali, come ad esempio l’aviazione”, ha sottolineato Kubilius.
A tal proposito il commissario ha ricordato le iniziative in corso, tra cui IRIS2 per la comunicazione satellitare sicura, che sarà pienamente operativo nel 2030, e il sistema GOVSATCOM pronto da questa estate.
La prossima settimana, ha annunciato il commissario, verrà presentato il piano per la semplificazione della difesa, perché “senza questa semplificazione, non sarà possibile ottenere niente”. Dare impulso alle industrie della difesa e aerospaziali è essenziale anche per recuperare competitività, come un anno fa già predicava il Rapporto presentato da Draghi alla Commissione europea.
Relativamente alle spese militari, Kubilius ha indicato come “L’attuazione del programma “Rearm Europe” con ulteriori 800 miliardi di euro nei prossimi 4 anni sta procedendo a pieno ritmo; il regolamento su 150 miliardi di euro di prestiti SAFE interessanti è stato approvato 2 settimane fa; la scorsa settimana la Commissione ha approvato la richiesta di 15 Stati membri di utilizzare la clausola di salvaguardia nazionale”, quindi “stiamo andando avanti con l’attuazione “materiale”, ma c’è ancora molto da fare”.
Infine, il commissario europeo ha evidenziato il bisogno di “un esercito Schengen” per spostare rapidamente truppe e carri armati dove sono necessari. “Abbiamo la libera circolazione delle persone, non abbiamo la libera circolazione dell’equipaggiamento militare”, ha affermato. Entro la fine dell’anno dunque, ha fatto sapere, la Commissione presenterà un’iniziativa sulla mobilità militare: “Non possiamo spostare carri armati o artiglieria per difendere il confine se i ponti o le strade sono troppo deboli per trasportarli, o i tunnel troppo piccoli. O se i carri armati devono affrontare le pratiche burocratiche persino ai confini regionali”.
Le parole di Kubilius fanno il paio con quelle del Segretario generale della NATO, Mark Rutte, il quale in una conferenza a Londra ha già annunciato nuovi obiettivi di spesa militare, tra cui un aumento del 400% delle difese aeree e missilistiche e l’acquisto collettivo di almeno 700 caccia F-35 da parte dei paesi membri della NATO, Stati Uniti esclusi.
I guerrafondai dell’Unione Europea e della Nato continuano dunque a battere sul tamburo della guerra che intravedono come una exit strategy alla propria crisi. Un motivo in più per fermarli. Disarmiamoli!! Con ogni mezzo necessario. E per scendere in piazza contro i loro piani sabato 21 giugno a Roma, alla vigilia del vertice della NATO all’Aja, appuntamento alle ore 14.00 a Piazza Vittorio.
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Queste inquietanti dichiarazioni sono state rilasciate dal commissario europeo alla difesa e Spazio, il lituano Andrius Kubilius, nel suo intervento allo European Defence&Security Summit 2025 in corso a Bruxelles.
I guerrafondai europei continuano così a creare un clima bellico e a veicolare messaggi conseguenti alle propria opinione pubblica.
“Putin non ha intenzione di fermarsi”, neanche in caso di pace in Ucraina, ha detto il commissario europeo, e “questa volta andrà contro l’Ue”, come “i nostri servizi di intelligence ci stanno avvertendo”. Dunque l’unico deterrente per dissuaderlo dal mettere in pratica i suoi “piani di aggressione contro di noi, l’Ue e gli Stati membri della Nato è la forza”.
Secondo il commissario europeo occorre costruire un’industria della difesa e un’Unione europea della difesa basata su un’Europa indipendente, anche se “la Nato rimarrà sicuramente una spina dorsale della nostra difesa collettiva”.
Kubilius ha ripreso il concetto di “Pax europea” formulato dalla Von der Leyen ad Aquisgrana due settimane fa e per ottenerla e mantenerla, occorre una Ue autonoma. E la prima indipendenza necessaria, ha affermato, è quella della difesa.
“Al momento, in termini di capacità, abbiamo solo circa il 50% di ciò di cui abbiamo bisogno secondo i piani di difesa della Nato”, ha avvisato Kubilius. Inoltre, sostituire gli Usa in Europa costerà, secondo due think-tank come l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici e l’Istituto Bruegel, 300mila militari aggiuntivi e mille miliardi di dollari.
Con l’avventurismo bellicista che ormai contraddistingue i governi e le istituzioni europee, Kubilius ha affermato che “La linea di difesa dell’Ucraina è la linea di difesa dell’Europa, perché con il suo esercito collaudato in battaglia e l’industria della difesa estremamente innovativa, sarà la parte più importante della nuova architettura di sicurezza europea”.
Il Commissario europeo è poi entrato anche nei dettagli di come oggi va combattuta la guerra.
“Oggi l’80% degli obiettivi in Ucraina viene distrutto dai droni. C’è una “valle della morte” di 15 km su entrambi i lati della linea del fronte dove nulla può muoversi. La “valle” è creata dai droni. Droni ucraini e droni russi. Un carro armato tradizionale sopravvive in media 6 minuti in questa “valle della morte”.
Su questo aspetto l’Ue è in ritardo, dunque occorre “un’innovazione radicale” basata sulla ‘dottrina 20-40-40‘ fatta propria dalla nuovissima Strategic Defence Review della Gran Bretagna: il 20% degli obiettivi deve essere colpito da armi convenzionali pesanti, il 40% – da droni kamikaze leggeri, un altro 40% – da droni pesanti e missili. Ovvero, la parte del leone la fanno i droni.
“Oggi la prontezza alla difesa è impossibile senza la prontezza allo spazio. Inteso non solo come “spazio per la difesa”, ma anche nella “difesa dello spazio”, poiché “gran parte della sicurezza nella nostra vita civile dipende dai servizi spaziali, come ad esempio l’aviazione”, ha sottolineato Kubilius.
A tal proposito il commissario ha ricordato le iniziative in corso, tra cui IRIS2 per la comunicazione satellitare sicura, che sarà pienamente operativo nel 2030, e il sistema GOVSATCOM pronto da questa estate.
La prossima settimana, ha annunciato il commissario, verrà presentato il piano per la semplificazione della difesa, perché “senza questa semplificazione, non sarà possibile ottenere niente”. Dare impulso alle industrie della difesa e aerospaziali è essenziale anche per recuperare competitività, come un anno fa già predicava il Rapporto presentato da Draghi alla Commissione europea.
Relativamente alle spese militari, Kubilius ha indicato come “L’attuazione del programma “Rearm Europe” con ulteriori 800 miliardi di euro nei prossimi 4 anni sta procedendo a pieno ritmo; il regolamento su 150 miliardi di euro di prestiti SAFE interessanti è stato approvato 2 settimane fa; la scorsa settimana la Commissione ha approvato la richiesta di 15 Stati membri di utilizzare la clausola di salvaguardia nazionale”, quindi “stiamo andando avanti con l’attuazione “materiale”, ma c’è ancora molto da fare”.
Infine, il commissario europeo ha evidenziato il bisogno di “un esercito Schengen” per spostare rapidamente truppe e carri armati dove sono necessari. “Abbiamo la libera circolazione delle persone, non abbiamo la libera circolazione dell’equipaggiamento militare”, ha affermato. Entro la fine dell’anno dunque, ha fatto sapere, la Commissione presenterà un’iniziativa sulla mobilità militare: “Non possiamo spostare carri armati o artiglieria per difendere il confine se i ponti o le strade sono troppo deboli per trasportarli, o i tunnel troppo piccoli. O se i carri armati devono affrontare le pratiche burocratiche persino ai confini regionali”.
Le parole di Kubilius fanno il paio con quelle del Segretario generale della NATO, Mark Rutte, il quale in una conferenza a Londra ha già annunciato nuovi obiettivi di spesa militare, tra cui un aumento del 400% delle difese aeree e missilistiche e l’acquisto collettivo di almeno 700 caccia F-35 da parte dei paesi membri della NATO, Stati Uniti esclusi.
I guerrafondai dell’Unione Europea e della Nato continuano dunque a battere sul tamburo della guerra che intravedono come una exit strategy alla propria crisi. Un motivo in più per fermarli. Disarmiamoli!! Con ogni mezzo necessario. E per scendere in piazza contro i loro piani sabato 21 giugno a Roma, alla vigilia del vertice della NATO all’Aja, appuntamento alle ore 14.00 a Piazza Vittorio.
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23/01/2025
I volenterosi guerrafondai di Bruxelles che ambiscono…alla guerra
Nell’Unione Europea ormai si è consolidato un partito trasversale della guerra contro la Russia. A guidarlo sono soprattutto alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Polonia, Estonia, Lituania) da sempre molto connessi agli USA ma che, con enorme senso di irresponsabilità, la nuova Commissione Europea ha collocato ai posti di comando in materia di politica estera e difesa.
Questi volenterosi guerrafondai d’Europa godono però di sostegni e consensi nel resto dei paesi membri, vuoi perché sono molti a pensare che l’industria militare possa essere la via d’uscita dalla crisi industriale in atto, vuoi perché nella crisi di prospettive della stessa Ue di fronte alla crisi e alla competizione globale, più di qualcuno pensa che la guerra possa essere una delle soluzioni possibili.
È avvenuto in passato ed ora lo scenario si ripresenta, un po’ come negli anni Trenta del '900, alimentato anche da un ritorno alla competizione, al protezionismo ed agli sgambetti “tra alleati” come sembra annunciare l’amministrazione Trump.
Abbiamo provato a sintetizzare alcune delle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai responsabili europei e della Nato che restituiscono piuttosto chiaramente – purtroppo – l’idea di quello che andiamo denunciando da tempo.
“Se l’Europa deve sopravvivere, deve essere armata”, ha dichiarato il premier polacco Tusk al Parlamento di Strasburgo nel suo discorso di insediamento come presidente di turno del Consiglio europeo. “Non è una nostra scelta. Non sono un militarista. La Polonia è un luogo sulla terra dove nessuno vuole che si ripeta una guerra. Abbiamo sofferto di più in Europa” – ha proseguito Tusk – “Ma forse è per questo che capiamo così bene che per evitare una tragica ripetizione della storia, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Forti nello spirito, ma anche forti nelle nostre capacità di difesa”, ha dichiarato il premier polacco.
Quando Tusk ha provato a dettagliare il ragionamento, ne sono uscite cose destinate a pesare sulle priorità della stessa Unione Europea, o almeno di quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Ad esempio l’aumento delle spese militari potrebbe comportare l’emissione di un debito a livello europeo, come sostenuto da Polonia e Francia, ossia quegli eurobond che proprio la Ue si era rifiutata di emettere per far fronte alla crisi finanziaria negli anno scorsi. Non solo. Secondo il primo ministro polacco, in linea con l’aria trumpista che spira dagli USA, alcuni dei regolamenti ambientali introdotti dall’Ue negli ultimi cinque anni sono responsabili dei prezzi energetici “proibitivi” che i consumatori e le imprese devono affrontare oggi e che, a suo dire, danneggiano la competitività del blocco rispetto a Stati Uniti e Cina.
“L’Europa non può perdere la competizione globale. Non può diventare un continente di persone e idee ingenue. Se andiamo in bancarotta, nessuno si preoccuperà più dell’ambiente naturale nel mondo”, ha detto Tusk.
Il premier polacco ha chiesto al Parlamento europeo di intraprendere una “revisione completa e molto critica” di tutte le leggi sul Green Deal, suscitando gli applausi dei deputati di destra e la disapprovazione degli altri. Con argomenti che in Italia coincidono con quelli della destra di governo, Tusk ha avvertito che i prezzi elevati dell’energia potrebbero provocare un malcontento popolare tale da “spazzare via” i governi democraticamente eletti e ha implorato i legislatori di abbandonare “dottrine e ideologie dure” a favore del “buon senso”.
In questa rassegna degli aneliti guerrafondai non poteva mancare l’estone Kaja Kallas, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, la quale durante la conferenza annuale della European Defence Agency a Bruxelles, ha sottolineato l’urgenza di armarsi, dichiarando che l’Europa deve sostenere Kiev e rafforzare la propria difesa, poiché l’Ucraina rappresenta il fronte della difesa europea e Mosca rimarrà una minaccia esistenziale finché continueremo a sottoinvestire nella nostra difesa.
L’UE, secondo Kallas, deve investire di più e meglio nella difesa, non solo per rispondere alle minacce esterne, ma anche per placare le preoccupazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha minacciato di tagliare i fondi alla NATO. “Il presidente Trump ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza”, ha sottolineato Kallas, riferendosi alla richiesta del presidente Usa di accrescere gli investimenti in difesa fino all’equivalente del 5 per cento del Pil di ogni Paese membro della Nato. “La difesa è un’industria altamente qualificata e ad alta intensità che richiede denaro, persone e tempo. Noi abbiamo soldi e persone, ma non abbiamo tempo. L’Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo”, ha sostenuto Kallas.
Insomma l’industria e le spese militari possono diventare una possibilità di crescita economica sulla quale puntare.
Gli ha fatto eco – e non poteva essere altrimenti – il neo-commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, il quale ritiene che un approccio comune europeo può fare una grande differenza per la preparazione della Ue alle minacce militari ed anche alle “guerre ibride”.
“Non possiamo più permetterci un approccio frammentato. Abbiamo bisogno di un vero e proprio approccio Big Bang per aumentare la produzione e l’acquisizione della difesa”, ha detto il lituano Kubilius alla conferenza dell’Agenzia per la Difesa Europea.
Kubilius ha sottolineato la necessità di sistemi d’arma interoperabili, di una domanda aggregata per l’industria militare e di un maggior numero di progetti di interesse comune europeo, come lo scudo di difesa aerea, lo scudo informatico e l’iniziativa per i confini settentrionali e orientali.
Nel prossimo decennio l’Ue avrà bisogno di almeno 500 miliardi di euro per rimanere competitiva nel settore della difesa. Ma dove si vanno a prendere tutti questi soldi?
Il nuovo segretario della Nato Mark Rutte (uno dei fomentati delle politiche di rigore economico quando era premier olandese) a dicembre scorso ha affermato che “i cittadini europei dovranno fare sacrifici” come tagli alle pensioni, alla sanità e ai sistemi di sicurezza sociale, per pagare l’aumento delle spese per la difesa e garantire la sicurezza a lungo termine in Europa.
Rutte ha ammesso che, pur non essendoci una minaccia imminente per gli alleati, il pericolo si sta muovendo “a tutta velocità” verso l’Alleanza atlantica. “Non siamo in guerra, ma certamente non siamo nemmeno in pace”, aveva dichiarato il segretario della Nato.
Infine e proprio riferendosi a queste dichiarazioni, il neo comandante del comitato militare della Nato, l’ammiraglio italiano Cavo Dragone ha affermato in una intervista che Rutte “parla di mentalità di guerra. Potrà farci paura, ma sicuramente non potremo avere una mentalità di pace. Non so come possiamo chiamarla per essere politicamente corretti, però non più una mentalità di pace. Perché vediamo che cosa ha generato adesso”.
Ed è in questo tripudio di dichiarazioni e indicazioni guerrafondaie che anche in Italia, prima il Senato e poi la Camera, hanno votato in questi giorni a stragrande maggioranza a favore del decreto che proroga a tutto il 2025 l’invio di armamenti all’Ucraina.
Alla Camera, dopo che PD e destra al governo si sono votati o astenuti entrambi a favore delle rispettive risoluzioni, il voto definitivo è previsto per martedì 28 gennaio. Ed è così che il partito trasversale della guerra continua a trascinare il nostro paese dentro questo gorgo.
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Questi volenterosi guerrafondai d’Europa godono però di sostegni e consensi nel resto dei paesi membri, vuoi perché sono molti a pensare che l’industria militare possa essere la via d’uscita dalla crisi industriale in atto, vuoi perché nella crisi di prospettive della stessa Ue di fronte alla crisi e alla competizione globale, più di qualcuno pensa che la guerra possa essere una delle soluzioni possibili.
È avvenuto in passato ed ora lo scenario si ripresenta, un po’ come negli anni Trenta del '900, alimentato anche da un ritorno alla competizione, al protezionismo ed agli sgambetti “tra alleati” come sembra annunciare l’amministrazione Trump.
Abbiamo provato a sintetizzare alcune delle dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai responsabili europei e della Nato che restituiscono piuttosto chiaramente – purtroppo – l’idea di quello che andiamo denunciando da tempo.
“Se l’Europa deve sopravvivere, deve essere armata”, ha dichiarato il premier polacco Tusk al Parlamento di Strasburgo nel suo discorso di insediamento come presidente di turno del Consiglio europeo. “Non è una nostra scelta. Non sono un militarista. La Polonia è un luogo sulla terra dove nessuno vuole che si ripeta una guerra. Abbiamo sofferto di più in Europa” – ha proseguito Tusk – “Ma forse è per questo che capiamo così bene che per evitare una tragica ripetizione della storia, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Forti nello spirito, ma anche forti nelle nostre capacità di difesa”, ha dichiarato il premier polacco.
Quando Tusk ha provato a dettagliare il ragionamento, ne sono uscite cose destinate a pesare sulle priorità della stessa Unione Europea, o almeno di quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Ad esempio l’aumento delle spese militari potrebbe comportare l’emissione di un debito a livello europeo, come sostenuto da Polonia e Francia, ossia quegli eurobond che proprio la Ue si era rifiutata di emettere per far fronte alla crisi finanziaria negli anno scorsi. Non solo. Secondo il primo ministro polacco, in linea con l’aria trumpista che spira dagli USA, alcuni dei regolamenti ambientali introdotti dall’Ue negli ultimi cinque anni sono responsabili dei prezzi energetici “proibitivi” che i consumatori e le imprese devono affrontare oggi e che, a suo dire, danneggiano la competitività del blocco rispetto a Stati Uniti e Cina.
“L’Europa non può perdere la competizione globale. Non può diventare un continente di persone e idee ingenue. Se andiamo in bancarotta, nessuno si preoccuperà più dell’ambiente naturale nel mondo”, ha detto Tusk.
Il premier polacco ha chiesto al Parlamento europeo di intraprendere una “revisione completa e molto critica” di tutte le leggi sul Green Deal, suscitando gli applausi dei deputati di destra e la disapprovazione degli altri. Con argomenti che in Italia coincidono con quelli della destra di governo, Tusk ha avvertito che i prezzi elevati dell’energia potrebbero provocare un malcontento popolare tale da “spazzare via” i governi democraticamente eletti e ha implorato i legislatori di abbandonare “dottrine e ideologie dure” a favore del “buon senso”.
In questa rassegna degli aneliti guerrafondai non poteva mancare l’estone Kaja Kallas, nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, la quale durante la conferenza annuale della European Defence Agency a Bruxelles, ha sottolineato l’urgenza di armarsi, dichiarando che l’Europa deve sostenere Kiev e rafforzare la propria difesa, poiché l’Ucraina rappresenta il fronte della difesa europea e Mosca rimarrà una minaccia esistenziale finché continueremo a sottoinvestire nella nostra difesa.
L’UE, secondo Kallas, deve investire di più e meglio nella difesa, non solo per rispondere alle minacce esterne, ma anche per placare le preoccupazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha minacciato di tagliare i fondi alla NATO. “Il presidente Trump ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza”, ha sottolineato Kallas, riferendosi alla richiesta del presidente Usa di accrescere gli investimenti in difesa fino all’equivalente del 5 per cento del Pil di ogni Paese membro della Nato. “La difesa è un’industria altamente qualificata e ad alta intensità che richiede denaro, persone e tempo. Noi abbiamo soldi e persone, ma non abbiamo tempo. L’Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo”, ha sostenuto Kallas.
Insomma l’industria e le spese militari possono diventare una possibilità di crescita economica sulla quale puntare.
Gli ha fatto eco – e non poteva essere altrimenti – il neo-commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, il quale ritiene che un approccio comune europeo può fare una grande differenza per la preparazione della Ue alle minacce militari ed anche alle “guerre ibride”.
“Non possiamo più permetterci un approccio frammentato. Abbiamo bisogno di un vero e proprio approccio Big Bang per aumentare la produzione e l’acquisizione della difesa”, ha detto il lituano Kubilius alla conferenza dell’Agenzia per la Difesa Europea.
Kubilius ha sottolineato la necessità di sistemi d’arma interoperabili, di una domanda aggregata per l’industria militare e di un maggior numero di progetti di interesse comune europeo, come lo scudo di difesa aerea, lo scudo informatico e l’iniziativa per i confini settentrionali e orientali.
Nel prossimo decennio l’Ue avrà bisogno di almeno 500 miliardi di euro per rimanere competitiva nel settore della difesa. Ma dove si vanno a prendere tutti questi soldi?
Il nuovo segretario della Nato Mark Rutte (uno dei fomentati delle politiche di rigore economico quando era premier olandese) a dicembre scorso ha affermato che “i cittadini europei dovranno fare sacrifici” come tagli alle pensioni, alla sanità e ai sistemi di sicurezza sociale, per pagare l’aumento delle spese per la difesa e garantire la sicurezza a lungo termine in Europa.
Rutte ha ammesso che, pur non essendoci una minaccia imminente per gli alleati, il pericolo si sta muovendo “a tutta velocità” verso l’Alleanza atlantica. “Non siamo in guerra, ma certamente non siamo nemmeno in pace”, aveva dichiarato il segretario della Nato.
Infine e proprio riferendosi a queste dichiarazioni, il neo comandante del comitato militare della Nato, l’ammiraglio italiano Cavo Dragone ha affermato in una intervista che Rutte “parla di mentalità di guerra. Potrà farci paura, ma sicuramente non potremo avere una mentalità di pace. Non so come possiamo chiamarla per essere politicamente corretti, però non più una mentalità di pace. Perché vediamo che cosa ha generato adesso”.
Ed è in questo tripudio di dichiarazioni e indicazioni guerrafondaie che anche in Italia, prima il Senato e poi la Camera, hanno votato in questi giorni a stragrande maggioranza a favore del decreto che proroga a tutto il 2025 l’invio di armamenti all’Ucraina.
Alla Camera, dopo che PD e destra al governo si sono votati o astenuti entrambi a favore delle rispettive risoluzioni, il voto definitivo è previsto per martedì 28 gennaio. Ed è così che il partito trasversale della guerra continua a trascinare il nostro paese dentro questo gorgo.
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