La prima riunione del Board of Peace progetto coloniale voluto da Trump ha visto la partecipazione anche del Governo italiano nel ruolo ipocrita di osservatore. Oltre all’interesse economico, non a caso Confindustria ha affermato che bisogna esserci, l’Italia si è offerta come paese in grado di addestrare soldati e poliziotti dei paesi che invieranno i propri contingenti ad occupare Gaza.
Vicenza oltre alla presenza storica di basi militari USA, è anche sede del COESPU (Center of Excellence for Stability Police Unit).
Si tratta di una struttura militare dei carabinieri, gestita con il compito di addestrare soldati e polizie di vari paesi ai fini di anti terrorismo, ordine pubblico e controllo del territorio.
Del resto al COESPU vengono addestrate tra le altre le polizie palestinesi dell'ANP, e recentemente quelle ucraine.
La struttura perfetta, nata come costola del G8 nel 2005, per le funzioni dell’eventuale dislocamento di truppe dei paesi del Board.
Ancora una volta il governo italiano è complice del genocidio dei palestinesi e del progetto sionista e colonialista prima fornendo armi ad Israele, poi non riconoscendo lo stato di Palestina e ora addestrando le truppe di occupazione. Bisogna rilanciare la mobilitazione antisionista e anti colonialista. Contro il governo italiano e contro le basi militari Usa presenti nel nostro territorio.
La mattina del 21 febbraio, in concomitanza con i “Global Days of Action to Close Bases” organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare ha reso pubblico il video della conferenza, integrate da immagini della 173ª Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza.
La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, ha visto il giornalista e attivista Antonio Mazzeo offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato.
Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173ª Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti a Vicenza: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2026
20/02/2026
Gli USA continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo
Gli USA continuano a rafforzare la loro presenza militare nei Balcani, annunciando un contratto quinquennale che copre progetti di costruzione e manutenzione in Albania, Kosovo e Bulgaria. Questo investimento, guidato dagli US Army Corps of Engineers, mira a fornire infrastrutture avanzate per le truppe statunitensi nella regione, nell’ottica di affrontare le prossime sfide geostrategiche e geopolitiche.
Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.
“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.
A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.
“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.
Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.
Fonte
Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.
“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.
A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.
“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.
Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.
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01/02/2026
Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze
Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo...
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle...
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni...
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo...
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”...
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.
Fonte
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle...
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni...
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo...
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”...
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.
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31/01/2026
Migliaia in piazza con Torino partigiana
Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.
Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.
“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.
Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.
Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.
I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.
Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.
I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.
Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...
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30/01/2026
Per il Governo Meloni, la scuola è un problema di ordine pubblico
Usb Scuola condanna con forza la direttiva congiunta dei ministri Valditara e Piantedosi che, dietro la retorica rassicurante e demagogica della sicurezza e del rispetto delle regole, accelera la svolta autoritaria e repressiva nella scuola pubblica statale.
Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.
È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.
L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.
Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.
È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.
Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.
Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.
USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.
Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.
USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.
Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.
E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra.
Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.
Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.
Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.
La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!
Fonte
Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.
È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.
L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.
Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.
È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.
Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.
Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.
USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.
Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.
USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.
Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.
E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra.
Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.
Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.
Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.
La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!
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22/01/2026
La chiamano sicurezza ma è lo “stato di polizia”
Il nuovo pacchetto sicurezza, non è stato discusso nel Consiglio dei ministri di due giorni fa ma è stato rinviato al prossimo. A Palazzo Chigi sono stati comunque presentati ben 65 articoli delle nuove misure coercitive di cui 25 contenute in un decreto e 40 in un disegno di legge.
Presentato dalla stampa all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.
Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia ampissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.
Il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.
Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sitin, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.
Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.
E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.
Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, il quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.
Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.
È drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. È questa la cifra dello scontro politico in atto.
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Presentato dalla stampa all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.
Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia ampissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.
Il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.
Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sitin, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.
Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.
E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.
Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, il quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.
Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.
È drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. È questa la cifra dello scontro politico in atto.
Fonte
19/01/2026
La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione
La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti securitari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i ragazzi e poi li punisce
La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è una notizia, straziante, inaccettabile. Non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera. Non può essere ridotta a emergenza securitaria. Non può essere trasformata in propaganda. È il prodotto di un disastro sistemico che da anni denunciamo.
Da troppo tempo la scuola italiana ha smarrito la sua funzione emancipativa. Ha cessato di essere argine alla violenza sociale ed è diventata, sempre più spesso, megafono delle contraddizioni più brutali di questa società. Dove non esiste un argine solido, un’alternativa alla barbarie, la barbarie diventa normalità. Entra nelle aule, nei corridoi, nei rapporti tra studenti. E poi esplode.
Non si provi a strumentalizzare questa morte in chiave razzista o securitaria. Non saranno più controlli, più polizia, più repressione a risolvere un problema che nasce da mancanza di riferimenti, di prospettive, di dignità. Chi lo sostiene mente sapendo di mentire. È solo il modo più vile per non assumersi responsabilità politiche.
La deriva è evidente e aggravata dall’attuale contesto. Le scuole scivolano verso un modello punitivo e autoritario: prevalgono pratiche tossiche, insegnanti ridotti a somministratori seriali di punizioni, assenza di un effettivo sostegno alle situazioni di anomia, disagio e devianza. Un sostegno che non può essere garantito da insegnanti di sostegno lasciati soli, spesso inadeguati o del tutto ignorati. Nessuna reale gestione pacifica e competente dei conflitti, nessuna mediazione, nessuna cura. Punizioni a ripetizione al posto dell’ascolto. Espulsioni al posto dell’accompagnamento. Repressione al posto dell’educazione.
A questo si aggiunge una scelta scellerata e pericolosa: l’ingresso di militari e dirigenti delle polizie nelle scuole. Come se il solo linguaggio possibile fosse quello dell’ordine e del comando. Come se il conflitto potesse essere governato solo con la forza. È un messaggio devastante: si educa alla paura, non alla responsabilità. La violenza non si previene militarizzando l’educazione. La si alimenta.
La violenza a scuola, come nella società, non nasce dal nulla. È il risultato dell’erosione delle possibilità, delle capacità, delle speranze. Oggi la si chiama “emergenza maranza”, ieri aveva altri nomi. Sempre la stessa logica: etichettare, stigmatizzare, reprimere. Mai affrontare le cause. Mai investire in spazi, tempo, relazioni, futuro.
A rendere questa tragedia ancora più insopportabile è l’ipocrisia sistemica con cui il potere prova a usarla. Il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi, parlando di coltelli, sicurezza, emergenza giovanile. Ma la domanda che smaschera la propaganda resta inevasa: come può un governo che comprende una forza politica il cui leader ha pubblicamente giustificato un accoltellamento come “legittima difesa” pretendere di varare leggi per prevenire l’uso dei coltelli?
La risposta è brutale e nota: perché non tutti sono uguali davanti alla legge.
In questo Paese sta tornando apertamente una legge di classe, una legge tribale: c’è chi può e chi non può. Il “giovane ricercatore padano” può brandire un coltello ed essere assolto moralmente e politicamente. I maranza, i migranti, i figli delle periferie, i “terroni” – per usare un lessico che circola senza più vergogna – no. Loro vanno repressi, incarcerati, messi all’indice. È la fine dell’uguaglianza formale davanti alla legge e il ritorno a un ordine sociale fondato sull’identità, non sui fatti: l’italiano ariano può, gli altri pagano.
Dentro questo schema rientra anche la repressione degli studenti organizzati. Perché mentre lo Stato abbandona la scuola, svuota l’educazione di senso e futuro, punisce chi prova a riempire quel vuoto con l’impegno e l’organizzazione. Gli studenti che rivendicano una scuola migliore, laica e aperta; che chiedono spazi, ascolto, diritti; che manifestano solidarietà con la Palestina e con i popoli oppressi, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. È accaduto a Torino, dove a studenti minorenni sono state applicate misure cautelari: perquisizioni, denunce, restrizioni personali. Ragazzi e ragazze che chiedono più educazione e meno repressione vengono repressi.
È questa la contraddizione esplosiva del presente: lo Stato produce abbandono e poi punisce le conseguenze dell’abbandono. Non investe in istruzione, ma investe in polizia. Non costruisce futuro, ma costruisce nemici. Non previene la violenza, la governa selettivamente. E mentre alcuni vengono assolti, giustificati, normalizzati, altri – sempre gli stessi – vengono marchiati, criminalizzati, schiacciati.
Per questo non servono decreti repressivi. Serve il rilancio di una grande mobilitazione di insegnanti, genitori, studenti democratici. Serve una scuola che torni a essere luogo di emancipazione, non di disciplinamento. Serve investire nel sostegno reale al disagio, nella costruzione di comunità educanti. Serve dire con forza che punire non è educare.
Ci stringiamo al dolore della famiglia, degli amici e dei compagni di scuola di Youssef. Il nostro cordoglio non è rituale: è impegno politico e umano.
Ciao Youssef.
Anche per te continueremo a lottare per un mondo nuovo, in cui nessun ragazzo venga lasciato solo fino al punto di morire.
Fonte
La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è una notizia, straziante, inaccettabile. Non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera. Non può essere ridotta a emergenza securitaria. Non può essere trasformata in propaganda. È il prodotto di un disastro sistemico che da anni denunciamo.
Da troppo tempo la scuola italiana ha smarrito la sua funzione emancipativa. Ha cessato di essere argine alla violenza sociale ed è diventata, sempre più spesso, megafono delle contraddizioni più brutali di questa società. Dove non esiste un argine solido, un’alternativa alla barbarie, la barbarie diventa normalità. Entra nelle aule, nei corridoi, nei rapporti tra studenti. E poi esplode.
Non si provi a strumentalizzare questa morte in chiave razzista o securitaria. Non saranno più controlli, più polizia, più repressione a risolvere un problema che nasce da mancanza di riferimenti, di prospettive, di dignità. Chi lo sostiene mente sapendo di mentire. È solo il modo più vile per non assumersi responsabilità politiche.
La deriva è evidente e aggravata dall’attuale contesto. Le scuole scivolano verso un modello punitivo e autoritario: prevalgono pratiche tossiche, insegnanti ridotti a somministratori seriali di punizioni, assenza di un effettivo sostegno alle situazioni di anomia, disagio e devianza. Un sostegno che non può essere garantito da insegnanti di sostegno lasciati soli, spesso inadeguati o del tutto ignorati. Nessuna reale gestione pacifica e competente dei conflitti, nessuna mediazione, nessuna cura. Punizioni a ripetizione al posto dell’ascolto. Espulsioni al posto dell’accompagnamento. Repressione al posto dell’educazione.
A questo si aggiunge una scelta scellerata e pericolosa: l’ingresso di militari e dirigenti delle polizie nelle scuole. Come se il solo linguaggio possibile fosse quello dell’ordine e del comando. Come se il conflitto potesse essere governato solo con la forza. È un messaggio devastante: si educa alla paura, non alla responsabilità. La violenza non si previene militarizzando l’educazione. La si alimenta.
La violenza a scuola, come nella società, non nasce dal nulla. È il risultato dell’erosione delle possibilità, delle capacità, delle speranze. Oggi la si chiama “emergenza maranza”, ieri aveva altri nomi. Sempre la stessa logica: etichettare, stigmatizzare, reprimere. Mai affrontare le cause. Mai investire in spazi, tempo, relazioni, futuro.
A rendere questa tragedia ancora più insopportabile è l’ipocrisia sistemica con cui il potere prova a usarla. Il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi, parlando di coltelli, sicurezza, emergenza giovanile. Ma la domanda che smaschera la propaganda resta inevasa: come può un governo che comprende una forza politica il cui leader ha pubblicamente giustificato un accoltellamento come “legittima difesa” pretendere di varare leggi per prevenire l’uso dei coltelli?
La risposta è brutale e nota: perché non tutti sono uguali davanti alla legge.
In questo Paese sta tornando apertamente una legge di classe, una legge tribale: c’è chi può e chi non può. Il “giovane ricercatore padano” può brandire un coltello ed essere assolto moralmente e politicamente. I maranza, i migranti, i figli delle periferie, i “terroni” – per usare un lessico che circola senza più vergogna – no. Loro vanno repressi, incarcerati, messi all’indice. È la fine dell’uguaglianza formale davanti alla legge e il ritorno a un ordine sociale fondato sull’identità, non sui fatti: l’italiano ariano può, gli altri pagano.
Dentro questo schema rientra anche la repressione degli studenti organizzati. Perché mentre lo Stato abbandona la scuola, svuota l’educazione di senso e futuro, punisce chi prova a riempire quel vuoto con l’impegno e l’organizzazione. Gli studenti che rivendicano una scuola migliore, laica e aperta; che chiedono spazi, ascolto, diritti; che manifestano solidarietà con la Palestina e con i popoli oppressi, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. È accaduto a Torino, dove a studenti minorenni sono state applicate misure cautelari: perquisizioni, denunce, restrizioni personali. Ragazzi e ragazze che chiedono più educazione e meno repressione vengono repressi.
È questa la contraddizione esplosiva del presente: lo Stato produce abbandono e poi punisce le conseguenze dell’abbandono. Non investe in istruzione, ma investe in polizia. Non costruisce futuro, ma costruisce nemici. Non previene la violenza, la governa selettivamente. E mentre alcuni vengono assolti, giustificati, normalizzati, altri – sempre gli stessi – vengono marchiati, criminalizzati, schiacciati.
Per questo non servono decreti repressivi. Serve il rilancio di una grande mobilitazione di insegnanti, genitori, studenti democratici. Serve una scuola che torni a essere luogo di emancipazione, non di disciplinamento. Serve investire nel sostegno reale al disagio, nella costruzione di comunità educanti. Serve dire con forza che punire non è educare.
Ci stringiamo al dolore della famiglia, degli amici e dei compagni di scuola di Youssef. Il nostro cordoglio non è rituale: è impegno politico e umano.
Ciao Youssef.
Anche per te continueremo a lottare per un mondo nuovo, in cui nessun ragazzo venga lasciato solo fino al punto di morire.
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14/01/2026
Patto d’acciaio tra Germania e Israele: accordo su antiterrorismo e scudo missilistico
Sull’onda della finta tregua disegnata da Trump, che segnala – almeno per ora – il ritorno alla logica del “genocidio incrementale” invece che quello perpetrato in maniera estremamente visibile degli ultimi due anni, procede la normalizzazione dello stato genocida di Israele, che è risaputamente un baluardo dell’imperialismo occidentale nel Vicino Oriente.
Il legame strategico che Tel Aviv ha con Berlino si è rafforzato nettamente nell’ultimo mese, con un vero e proprio salto di qualità per quanto riguarda scambi economici e interdipendenza dei complessi militari-industriali dei due paesi. Domenica, con la firma di un nuovo contratto da 3,1 miliardi di dollari, la Germania ha espanso l’accordo riguardante la difesa missilistica Arrow 3.
L’operazione si somma al contratto iniziale siglato due anni fa, che ha portato allo schieramento della prima batteria a dicembre nella base aerea di Holzdorf. Ora il valore complessivo delle forniture israeliane ha superato i 6,5 miliardi di dollari, consolidandosi come la più grande esportazione militare mai realizzata da Israele.
Il pacchetto prevede un incremento massiccio della produzione di intercettori e lanciatori, destinati a colmare una lacuna strategica nella difesa tedesca. “Abbiamo concordato un aumento rilevante dei ritmi produttivi per garantire alla Germania una protezione più elevata e tempestiva”, hanno dichiarato in una nota congiunta i ministeri della Difesa dei due Paesi.
Per il colonnello Dennis Kruger, comandante della difesa aerea tedesca, Berlino sta tracciando la rotta per il resto del continente. “La Germania si è mossa per prima e sta dando un esempio – ha detto – Le minacce non riguardano solo noi, ma tutta l’Europa. È realistico pensare che altri stati prenderanno la stessa direzione”.
Kruger ha anche accennato alla possibilità che Berlino acquisti l’evoluzione di questo sistema missilistico, l’Arrow 4 e l’Arrow 5, appena saranno operativi. Anche perché la rivista tedesca Die Welt ha già fatto notare che la sfida sarà col missile ipersonico russo Orekhnik, che ha mostrato anche recentemente la propria forza.
La cooperazione non si limita però alla difesa balistica. Parallelamente all’accordo sull’Arrow 3, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt hanno siglato un protocollo di sicurezza volto a rafforzare la collaborazione nel campo della sicurezza informatica, dell’intelligenza artificiale e della difesa dai droni.
La Germania punta a importare il know-how israeliano per avanzare sul terreno della guerra ibrida, divenuta di importanza centrale per la costruzione di una UE armata. Netanyahu ha affermato che tutto ciò servirà a irrobustire anche gli sforzi nella lotta al terrorismo, con esplicito riferimento a Hezbollah, Hamas e Ansar Allah.
Inoltre, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, a margine degli incontri, ha sollecitato Dobrindt affinché Berlino lavori perché la UE inserisca il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano nella lista delle organizzazioni terroristiche. Si rafforza, così, l’asse imperialista che, attraverso Tel Aviv, vuole imporre la propria supremazia sul Vicino Oriente.
La Germania è in prima linea nel sostenere lo stato genocida e il proprio ruolo destabilizzante per l’intera regione. La scusa, al solito, è quella di combattere il “terrorismo” e per la “democrazia”.
Fonte
Il legame strategico che Tel Aviv ha con Berlino si è rafforzato nettamente nell’ultimo mese, con un vero e proprio salto di qualità per quanto riguarda scambi economici e interdipendenza dei complessi militari-industriali dei due paesi. Domenica, con la firma di un nuovo contratto da 3,1 miliardi di dollari, la Germania ha espanso l’accordo riguardante la difesa missilistica Arrow 3.
L’operazione si somma al contratto iniziale siglato due anni fa, che ha portato allo schieramento della prima batteria a dicembre nella base aerea di Holzdorf. Ora il valore complessivo delle forniture israeliane ha superato i 6,5 miliardi di dollari, consolidandosi come la più grande esportazione militare mai realizzata da Israele.
Il pacchetto prevede un incremento massiccio della produzione di intercettori e lanciatori, destinati a colmare una lacuna strategica nella difesa tedesca. “Abbiamo concordato un aumento rilevante dei ritmi produttivi per garantire alla Germania una protezione più elevata e tempestiva”, hanno dichiarato in una nota congiunta i ministeri della Difesa dei due Paesi.
Per il colonnello Dennis Kruger, comandante della difesa aerea tedesca, Berlino sta tracciando la rotta per il resto del continente. “La Germania si è mossa per prima e sta dando un esempio – ha detto – Le minacce non riguardano solo noi, ma tutta l’Europa. È realistico pensare che altri stati prenderanno la stessa direzione”.
Kruger ha anche accennato alla possibilità che Berlino acquisti l’evoluzione di questo sistema missilistico, l’Arrow 4 e l’Arrow 5, appena saranno operativi. Anche perché la rivista tedesca Die Welt ha già fatto notare che la sfida sarà col missile ipersonico russo Orekhnik, che ha mostrato anche recentemente la propria forza.
La cooperazione non si limita però alla difesa balistica. Parallelamente all’accordo sull’Arrow 3, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt hanno siglato un protocollo di sicurezza volto a rafforzare la collaborazione nel campo della sicurezza informatica, dell’intelligenza artificiale e della difesa dai droni.
La Germania punta a importare il know-how israeliano per avanzare sul terreno della guerra ibrida, divenuta di importanza centrale per la costruzione di una UE armata. Netanyahu ha affermato che tutto ciò servirà a irrobustire anche gli sforzi nella lotta al terrorismo, con esplicito riferimento a Hezbollah, Hamas e Ansar Allah.
Inoltre, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, a margine degli incontri, ha sollecitato Dobrindt affinché Berlino lavori perché la UE inserisca il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano nella lista delle organizzazioni terroristiche. Si rafforza, così, l’asse imperialista che, attraverso Tel Aviv, vuole imporre la propria supremazia sul Vicino Oriente.
La Germania è in prima linea nel sostenere lo stato genocida e il proprio ruolo destabilizzante per l’intera regione. La scusa, al solito, è quella di combattere il “terrorismo” e per la “democrazia”.
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La continuazione della guerra
La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale.
Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.
Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale. In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.
La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare. Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico. Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.
In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.
Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degrado, dispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.
Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.
Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.
Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.
Parafrasando von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.
Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.
Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera.
In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.
Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo. La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, con la crisi che si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?
di Vincenzo Scalia, professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è “Incontri troppo ravvicinati?” (manifestolibri, 2023)
Fonte
Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.
Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale. In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.
La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare. Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico. Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.
In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.
Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degrado, dispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.
Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.
Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.
Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.
Parafrasando von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.
Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.
Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera.
In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.
Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo. La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, con la crisi che si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?
di Vincenzo Scalia, professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è “Incontri troppo ravvicinati?” (manifestolibri, 2023)
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12/01/2026
Gli USA attraversati dalle proteste contro l'ICE
Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli delle coste est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), a Minneapolis.
Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.
La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.
Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.
Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.
L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.
Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.
Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.
Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).
Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.
Fonte
Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.
La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.
Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.
Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.
L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.
Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.
Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.
Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).
Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.
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10/01/2026
USA - La Casa Bianca impone la militarizzazione di Minneapolis
A Minneapolis, dove continuano le manifestazioni contro l’omicidio di una donna da parte degli agenti federali, sono state chiuse alcune scuole pubbliche perché i gendarmi dell’ICE e del Border Patrol sono entrati in un campus scolastico, arrestando alcuni membri del personale e terrorizzando gli studenti. Poche ore dopo che un agente dell’ICE degli Stati Uniti ha sparato e ucciso Renee Nicole Good, gli agenti federali si sono presentati vicino al Roosevelt High, a tre miglia dal luogo della sparatoria. Quell’omicidio ha scatenato l’indignazione in tutta la città, con i leader locali che hanno rifiutato la rivendicazione federale di “autodifesa” e denunciano la responsabilità degli agenti coinvolti.
Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.
Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.
Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.
Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.
Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.
I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.
Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.
Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.
Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.
Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.
Fonte
Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.
Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.
Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.
Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.
Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.
I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.
Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.
Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.
Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.
Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.
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25/12/2025
Dopo il riarmo l’Unione Europea vuole una “Schengen militare”
Motivandolo con la necessità di attrezzare il continente allo scopo di far fronte ad un’eventuale aggressione militare russa, dopo aver lanciato nelle scorse settimane uno storico piano di riarmo il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede il via libera alla circolazione in tutto il territorio dell’Unione delle truppe e dei mezzi militari delle varie forze armate statali e della Nato sul modello del “Trattato di Schengen”.
A favore della risoluzione formalmente “non vincolante”, esaminata lo scorso 17 dicembre, si sono espressi ben 493 eurodeputati, mentre solo 127 si sono detti contrari e 38 si sono astenuti.
L’ok dell’assemblea europea è giunto mentre i deputati tedeschi approvavano un pacchetto di 50 miliardi di euro in equipaggiamenti per l’esercito nazionale, portando a 83 miliardi lo stanziamento totale di Berlino per il suo esercito nell’ottica di elevarlo a 150 miliardi annui entro il 2029.
Il giorno precedente i capi di stato e di governo dei paesi che compongono il cosiddetto Fianco Orientale dell’Alleanza Atlantica, riuniti nel “Eastern Flank Watch”, avevano già esortato l’UE a «concedere priorità ai fondi difensivi da destinare al confine orientale della Nato».
La “Schengen militare”, la cui istituzione viene chiesta alla Commissione Europea e agli Stati membri, prevede di fatto la rimozione delle frontiere interne all’Unione per facilitare il movimento di truppe e potenziare la circolazione degli equipaggiamenti militari sulle ferrovie e le strade di tutta l’Europa.
Il co-relatore del testo, il liberale lituano Petras Auštrevičius, ha spiegato che «la mobilità di truppe e mezzi non costituisce un mero asset militare ma rappresenta un elemento essenziale di deterrenza nei confronti di possibili azioni ostili verso l’Unione Europea (...) Per mantenere la forza e la capacità dell’Europa di scoraggiare gli aggressori, è fondamentale dimostrare la nostra prontezza ad agire. Ciò include la capacità di dispiegare rapidamente truppe e attrezzature in tutta l’Ue».
Il testo approvato elenca una serie di misure considerate necessarie per superare le attuali limitazioni alla mobilità militare nel continente europeo.
In primo luogo, la risoluzione chiede l’incremento ad almeno 17 miliardi di euro dei fondi destinati ad adeguare circa 500 infrastrutture ritenute strategiche – tra ferrovie, ponti e gallerie – e di quelli destinati alla mobilità militare nell’ambito del “Multiannual Financial Framework (MFF)” per il 2028-2032. Il testo invita i singoli governi ad astenersi dal ridimensionare le previsioni di spesa come è invece accaduto nella precedente legislatura con un taglio del 75%.
Il documento cita poi espressamente l’istituzione di un’area “Schengen militare” tramite l’adozione di soluzioni digitali e l’accelerazione delle autorizzazioni dei movimenti militari transfrontalieri all’interno dell’UE. In quest’ottica, il Parlamento ha proposto anche un rafforzamento del coordinamento a livello europeo, attraverso l’istituzione di una task force ad hoc, incaricata di seguire l’attuazione delle misure e di facilitare la cooperazione tra i diversi stati membri.
La maggioranza dei deputati europei chiede investimenti mirati lungo i quattro corridoi prioritari di mobilità militare – Nord, Est, Centro Sud e Centro Nord – e ricorda che più del 94% di questi tracciati coincide con la rete Ten-T, il grande sistema europeo dei trasporti. L’obiettivo è duplice: rendere le infrastrutture civili utilizzabili anche dalle forze armate ed eliminare i “colli di bottiglia” che bloccano interi corridoi. Un grosso ostacolo è attualmente rappresentato dalla differenza di scartamento tra i sistemi ferroviari di diversi paesi che rallentano la mobilità dei convogli militari sulle vie ferrate.
La risoluzione insiste sulla necessità di rafforzare anche tutti gli aspetti logistici funzionali alla mobilità militare, a partire dalla manutenzione, dallo stoccaggio, dal rifornimento e dalle riparazioni.
Gli estensori della mozione hanno anche citato la necessità di un maggiore coordinamento con l’Alleanza Atlantica, la cui infrastruttura viene ritenuta essenziale per garantire il rapido movimento delle truppe in caso di crisi. L’obiettivo prefissato è quello di assicurare un limite massimo di tre giorni per la circolazione delle forze armate in tempo di pace e di sole 24 ore in situazioni di emergenza.
D’altronde l’idea di un’area “Schengen militare” risale alle proposte dell’ex comandante delle truppe statunitensi schierate in Europa, Ben Hodges. Già nel 2018 l’UE avviò un primo “Piano d’azione sulla mobilità militare” all’interno del quadro di cooperazione strutturata permanente. Ora però la risoluzione dell’Eurocamera intende dare un nuovo impulso agli sforzi per aumentare il coordinamento tra le forze armate dei diversi paesi allo scopo di aumentare la mobilità di mezzi e truppe che nonostante i passi avanti rispetto al passato soffre ancora di notevoli ostacoli amministrativi, finanziari e infrastrutturali.
Dopo il voto del Parlamento Europeo l’iniziativa passa ai membri delle commissioni Trasporti e Difesa, a cui spetta il compito di avviare i lavori legislativi sul pacchetto sulla mobilità militare presentato a novembre dalla Commissione europea.
Fonte
A favore della risoluzione formalmente “non vincolante”, esaminata lo scorso 17 dicembre, si sono espressi ben 493 eurodeputati, mentre solo 127 si sono detti contrari e 38 si sono astenuti.
L’ok dell’assemblea europea è giunto mentre i deputati tedeschi approvavano un pacchetto di 50 miliardi di euro in equipaggiamenti per l’esercito nazionale, portando a 83 miliardi lo stanziamento totale di Berlino per il suo esercito nell’ottica di elevarlo a 150 miliardi annui entro il 2029.
Il giorno precedente i capi di stato e di governo dei paesi che compongono il cosiddetto Fianco Orientale dell’Alleanza Atlantica, riuniti nel “Eastern Flank Watch”, avevano già esortato l’UE a «concedere priorità ai fondi difensivi da destinare al confine orientale della Nato».
La “Schengen militare”, la cui istituzione viene chiesta alla Commissione Europea e agli Stati membri, prevede di fatto la rimozione delle frontiere interne all’Unione per facilitare il movimento di truppe e potenziare la circolazione degli equipaggiamenti militari sulle ferrovie e le strade di tutta l’Europa.
Il co-relatore del testo, il liberale lituano Petras Auštrevičius, ha spiegato che «la mobilità di truppe e mezzi non costituisce un mero asset militare ma rappresenta un elemento essenziale di deterrenza nei confronti di possibili azioni ostili verso l’Unione Europea (...) Per mantenere la forza e la capacità dell’Europa di scoraggiare gli aggressori, è fondamentale dimostrare la nostra prontezza ad agire. Ciò include la capacità di dispiegare rapidamente truppe e attrezzature in tutta l’Ue».
Il testo approvato elenca una serie di misure considerate necessarie per superare le attuali limitazioni alla mobilità militare nel continente europeo.
In primo luogo, la risoluzione chiede l’incremento ad almeno 17 miliardi di euro dei fondi destinati ad adeguare circa 500 infrastrutture ritenute strategiche – tra ferrovie, ponti e gallerie – e di quelli destinati alla mobilità militare nell’ambito del “Multiannual Financial Framework (MFF)” per il 2028-2032. Il testo invita i singoli governi ad astenersi dal ridimensionare le previsioni di spesa come è invece accaduto nella precedente legislatura con un taglio del 75%.
Il documento cita poi espressamente l’istituzione di un’area “Schengen militare” tramite l’adozione di soluzioni digitali e l’accelerazione delle autorizzazioni dei movimenti militari transfrontalieri all’interno dell’UE. In quest’ottica, il Parlamento ha proposto anche un rafforzamento del coordinamento a livello europeo, attraverso l’istituzione di una task force ad hoc, incaricata di seguire l’attuazione delle misure e di facilitare la cooperazione tra i diversi stati membri.
La maggioranza dei deputati europei chiede investimenti mirati lungo i quattro corridoi prioritari di mobilità militare – Nord, Est, Centro Sud e Centro Nord – e ricorda che più del 94% di questi tracciati coincide con la rete Ten-T, il grande sistema europeo dei trasporti. L’obiettivo è duplice: rendere le infrastrutture civili utilizzabili anche dalle forze armate ed eliminare i “colli di bottiglia” che bloccano interi corridoi. Un grosso ostacolo è attualmente rappresentato dalla differenza di scartamento tra i sistemi ferroviari di diversi paesi che rallentano la mobilità dei convogli militari sulle vie ferrate.
La risoluzione insiste sulla necessità di rafforzare anche tutti gli aspetti logistici funzionali alla mobilità militare, a partire dalla manutenzione, dallo stoccaggio, dal rifornimento e dalle riparazioni.
Gli estensori della mozione hanno anche citato la necessità di un maggiore coordinamento con l’Alleanza Atlantica, la cui infrastruttura viene ritenuta essenziale per garantire il rapido movimento delle truppe in caso di crisi. L’obiettivo prefissato è quello di assicurare un limite massimo di tre giorni per la circolazione delle forze armate in tempo di pace e di sole 24 ore in situazioni di emergenza.
D’altronde l’idea di un’area “Schengen militare” risale alle proposte dell’ex comandante delle truppe statunitensi schierate in Europa, Ben Hodges. Già nel 2018 l’UE avviò un primo “Piano d’azione sulla mobilità militare” all’interno del quadro di cooperazione strutturata permanente. Ora però la risoluzione dell’Eurocamera intende dare un nuovo impulso agli sforzi per aumentare il coordinamento tra le forze armate dei diversi paesi allo scopo di aumentare la mobilità di mezzi e truppe che nonostante i passi avanti rispetto al passato soffre ancora di notevoli ostacoli amministrativi, finanziari e infrastrutturali.
Dopo il voto del Parlamento Europeo l’iniziativa passa ai membri delle commissioni Trasporti e Difesa, a cui spetta il compito di avviare i lavori legislativi sul pacchetto sulla mobilità militare presentato a novembre dalla Commissione europea.
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24/12/2025
Torino, la violenza che non fa notizia
Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.
Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi.
Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.
Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero.
Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.
E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.
Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti.
Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.
Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza.
Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.
Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.
Fonte
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.
Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi.
Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.
Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero.
Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.
E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.
Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti.
Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.
Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza.
Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.
Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.
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21/12/2025
Gli emendamenti alla finanziaria la stanno rendendo ancora più guerrafondaia
In questi giorni abbiamo assistito agli ultimi colpi di mano possibili in vista dell’approvazione di una delle leggi di bilancio più complesse. Non tanto per le priorità, condivise e incentrate sul riarmo, ma per come far quadrare i conti, tra la procedura di infrazione UE sul debito e i gravosi target imposti dalla NATO. Il testo arriverà in Senato lunedì e verrà votato martedì.
La polemica politica si è incentrata sulla stretta pensionistica, che ha riguardato il riscatto della laurea e un ulteriore allungamento dell’età pensionabile. La maggioranza si è divisa, varie voci hanno tuonato, e alla fine le coperture sono state trovate su altre voci previdenziali e in parte altrove. Ovviamente, non togliendole alle spese militari.
È saltata la pensione anticipata attraverso il cumulo degli importi delle forme pensionistiche complementari, e sono stati incrementati i tagli per l’anticipo pensionistico dei lavoratori precoci. Inoltre, è stato deciso anche un taglio di 40 milioni annui dal 2033 al Fondo per il pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti. E ad ogni modo, ricordiamo che l’età pensionabile aumenterà ugualmente, in maniera automatica in relazione all’aspettativa di vita.
Tuttavia, i soldi si stanno trovando ugualmente per le imprese e le scuole paritarie (cioè private), a dimostrazione che il nemico del governo è tutto ciò che è pubblico, che è programmato in funzione dell’interesse collettivo. Parliamo dell’esenzione Imu e di oltre un centinaio di milioni che vengono letteralmente regalati agli istituti privati.
Ma come detto, è la tendenza guerrafondaia a caratterizzare davvero questa ennesima finanziaria Meloni, e lo dimostra l’emendamento che vorrebbe mettere in mano al governo la possibilità di decretare la conversione bellica dell’economia e delle infrastrutture del paese, “al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa”.
Così recita il testo, di cui è bene riportare anche le altre parti. Le capacità della difesa sono duplici, e sono “riferite alla produzione e al commercio di armi”. Non riguardano, dunque, solo l’assemblaggio degli armamenti negli stabilimenti, ma anche tutta la filiera logistica che ne permette la commercializzazione.
Infatti, l’emendamento aggiunge che è tramite “uno o più decreti del ministro della Difesa di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti” che il governo può procedere a individuare, “anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale”.
Se si analizza il testo, emergono vari elementi preoccupanti. Si parla della possibilità di procedere per decreto all’inserimento di alcune produzioni funzionali al riarmo dentro la filiera bellica, operandone appunto una conversione. Ma si parla anche della possibile estensione dei territori militarizzati.
Alcuni media hanno sottolineato che l’obiettivo è probabilmente quello di facilitare la realizzazione delle aree per i test dei nuovi carri armati e mezzi di fanteria prodotti da Leonardo-Rheinmetall, o anche della pista di addestramento degli F-35 nella base di Trapani-Birgi.
Ma emergono senza dubbio anche le potenzialità della conversione dual use, ad esempio, di infrastrutture civili già esistenti, con tutti i lavori di adeguamento annessi. Progetti del genere sono già sul tavolo, ad esempio con la diga foranea di Genova. Il coinvolgimento del ministero delle Infrastrutture è pensato perfettamente in linea con la spinta sulla mobilità militare che è diventata uno dei capisaldi della Difesa Europea.
Tutto ciò viene poi giustificato con la qualifica di opera di “interesse strategico nazionale”, e viene imposto attraverso atti governativi. Il ministro della Difesa Crosetto ha parlato di una semplice semplificazione della burocrazia, e non c’è dubbio che l’emendamento servirà ad applicare procedure semplificate e a ridurre gli oneri amministrativi, secondo gli indirizzi che in merito ha già adottato la UE, come ha ricordato Crosetto stesso.
Ma i margini offerti all’esecutivo da questa norma risultano eccessivamente ampi e ambigui. La democrazia parlamentare, scusate la nettezza, va a farsi fottere, e lascia il posto alla “democratura”.
Fonte
La polemica politica si è incentrata sulla stretta pensionistica, che ha riguardato il riscatto della laurea e un ulteriore allungamento dell’età pensionabile. La maggioranza si è divisa, varie voci hanno tuonato, e alla fine le coperture sono state trovate su altre voci previdenziali e in parte altrove. Ovviamente, non togliendole alle spese militari.
È saltata la pensione anticipata attraverso il cumulo degli importi delle forme pensionistiche complementari, e sono stati incrementati i tagli per l’anticipo pensionistico dei lavoratori precoci. Inoltre, è stato deciso anche un taglio di 40 milioni annui dal 2033 al Fondo per il pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti. E ad ogni modo, ricordiamo che l’età pensionabile aumenterà ugualmente, in maniera automatica in relazione all’aspettativa di vita.
Tuttavia, i soldi si stanno trovando ugualmente per le imprese e le scuole paritarie (cioè private), a dimostrazione che il nemico del governo è tutto ciò che è pubblico, che è programmato in funzione dell’interesse collettivo. Parliamo dell’esenzione Imu e di oltre un centinaio di milioni che vengono letteralmente regalati agli istituti privati.
Ma come detto, è la tendenza guerrafondaia a caratterizzare davvero questa ennesima finanziaria Meloni, e lo dimostra l’emendamento che vorrebbe mettere in mano al governo la possibilità di decretare la conversione bellica dell’economia e delle infrastrutture del paese, “al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa”.
Così recita il testo, di cui è bene riportare anche le altre parti. Le capacità della difesa sono duplici, e sono “riferite alla produzione e al commercio di armi”. Non riguardano, dunque, solo l’assemblaggio degli armamenti negli stabilimenti, ma anche tutta la filiera logistica che ne permette la commercializzazione.
Infatti, l’emendamento aggiunge che è tramite “uno o più decreti del ministro della Difesa di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti” che il governo può procedere a individuare, “anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale”.
Se si analizza il testo, emergono vari elementi preoccupanti. Si parla della possibilità di procedere per decreto all’inserimento di alcune produzioni funzionali al riarmo dentro la filiera bellica, operandone appunto una conversione. Ma si parla anche della possibile estensione dei territori militarizzati.
Alcuni media hanno sottolineato che l’obiettivo è probabilmente quello di facilitare la realizzazione delle aree per i test dei nuovi carri armati e mezzi di fanteria prodotti da Leonardo-Rheinmetall, o anche della pista di addestramento degli F-35 nella base di Trapani-Birgi.
Ma emergono senza dubbio anche le potenzialità della conversione dual use, ad esempio, di infrastrutture civili già esistenti, con tutti i lavori di adeguamento annessi. Progetti del genere sono già sul tavolo, ad esempio con la diga foranea di Genova. Il coinvolgimento del ministero delle Infrastrutture è pensato perfettamente in linea con la spinta sulla mobilità militare che è diventata uno dei capisaldi della Difesa Europea.
Tutto ciò viene poi giustificato con la qualifica di opera di “interesse strategico nazionale”, e viene imposto attraverso atti governativi. Il ministro della Difesa Crosetto ha parlato di una semplice semplificazione della burocrazia, e non c’è dubbio che l’emendamento servirà ad applicare procedure semplificate e a ridurre gli oneri amministrativi, secondo gli indirizzi che in merito ha già adottato la UE, come ha ricordato Crosetto stesso.
Ma i margini offerti all’esecutivo da questa norma risultano eccessivamente ampi e ambigui. La democrazia parlamentare, scusate la nettezza, va a farsi fottere, e lascia il posto alla “democratura”.
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06/12/2025
“L’ICE funziona come un esercito di occupazione. Lo so perché ne ho fatto parte”
di Rory Fanning
Gli elicotteri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sorvoleranno senza dubbio il mio quartiere in cerca di riparatori di tetti e giardinieri in questo “Veterans Day”, proprio come hanno fatto per settimane. Negli Stati Uniti, sei un bersaglio facile se hai la pelle scura e il tuo lavoro richiede di lavorare all’aperto.
La mia città, appena fuori Chicago, pullula di agenti o soldati dell’ICE (i due termini possono essere usati in modo intercambiabile) da settimane ormai. Di recente, due mamme, al freddo e con i loro fischietti, hanno aiutato a sorvegliare una squadra che lavorava su un tetto danneggiato dalla grandine. Gli agenti/soldati dell’ICE, vestiti con l’equipaggiamento militare completo, armati di armi semiautomatiche e con passamontagna per nascondere la loro identità, pattugliano su camion senza insegne – credo che ormai sappiamo tutti come riconoscerli.
Queste persone mi ricordano i soldati con cui ho pattugliato in Afghanistan, solo che l’agente medio dell’ICE ha meno addestramento del soldato medio. Sembra che ogni quartiere degli Stati Uniti sia ora soggetto a uno scontro armato e potenzialmente violento con le truppe federali. L’occupazione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan ha chiuso il cerchio.
Analogamente a come ho terrorizzato i villaggi afghani durante il mio periodo nell’esercito dopo l’11 settembre, l’ICE ha terrorizzato la mia città. Quando ero nei Ranger dell’esercito americano, prendevamo di mira afghani in età da liceo e università. Il più delle volte, questi ragazzi stavano semplicemente camminando per strada, facendosi i fatti loro, quando venivano perquisiti, interrogati in modo intimidatorio o rapiti.
Dopo un po’, gli afghani avvisavano i vicini ogni volta che la nostra carovana di camion entrava in una città – a volte usavano i fischietti. Gli abitanti del villaggio sparivano rapidamente e sembrava di attraversare una città fantasma. Questa, in parte, è la vita sotto occupazione.
Le forze di occupazione interne del regime di Trump sono in forte crescita
L’addestramento dell’ICE è stato ridotto di cinque settimane per “aumentare” il numero di truppe: l’addestramento dura ora otto settimane rispetto alle precedenti 13. L’amministrazione Trump spera di aumentare il numero di agenti dell’ICE da 6.500 a livello nazionale a 10.000 entro la fine del 2025. Un bonus alla firma di 50.000 dollari ha spinto 150.000 persone a candidarsi per posizioni presso l’ICE. Intanto, l’agenzia utilizza immagini nazionaliste bianche per attrarre reclute suprematiste bianche.
Agenti e soldati dell’ICE stanno occupando i quartieri degli Stati Uniti con alcune delle armi più letali al mondo, con solo otto settimane di addestramento e senza alcuna esperienza pregressa richiesta. Secondo un ex funzionario del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) intervistato da NBC News, “[il DHS] sta cercando di far passare tutti, e il processo di selezione non è quello che dovrebbe essere”. Eppure, anche se il controllo fosse più rigoroso e approfondito, nessun addestramento può giustificare il terrore creato nei nostri vicini da parte di soldati armati.
La mia unità Ranger nell’esercito contava su alcuni dei soldati meglio addestrati al mondo. Eppure, ogni sei mesi circa perdevamo un soldato a causa di uno sparo accidentale. Un primo sergente della mia unità, considerato un soldato estremamente competente, sparò accidentalmente con il suo fucile M-4 all’interno di un elicottero Blackhawk. Il primo sergente perse il grado e fu espulso dai Ranger.
Anche Pat Tillman, l’ex giocatore di football professionista che si arruolò nell’esercito dopo l’11 settembre, era nella mia unità. Fu ucciso in un episodio di “fuoco amico” e la sua morte fu insabbiata lungo tutta la catena di comando di George W. Bush.
La stragrande maggioranza delle vittime della “guerra globale al terrore” degli Stati Uniti dopo l’11 settembre erano civili. “Danni collaterali”, è così che li chiamano. Ma in realtà, queste morti dovrebbero essere definite per quello che sono: grave imprudenza con armi mortali e un generale disprezzo per la vita umana. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sono morte per mano dei soldati statunitensi e dei loro leader. Non ci si può fidare nemmeno delle unità militari meglio addestrate per fare la cosa giusta. La “guerra globale al terrore” lo ha dimostrato.
Quindi, quando vedo agenti dell’ICE e poliziotti militarizzati armati di fucili d’assalto o di altre armi, mi rendo conto di quanto sia ingenuo e sciocco fidarsi di chi è armato dal governo degli Stati Uniti. Sta diventando sempre più evidente che agli agenti dell’ICE – vestiti ed equipaggiati come soldati – non dovrebbe essere permesso di avvicinarsi ai nostri quartieri, soprattutto se armati di armi d’assalto.
A ottobre, Miramar Martinez, residente a Chicago, è stata colpita cinque volte da un agente della Border Patrol (Polizia di Frontiera ndt). L’agente mascherato, il cui nome non è ancora stato reso pubblico, è fuggito nel Maine subito dopo l’aggressione. Secondo l’emittente locale della rete FOX News, l’uomo mascherato, pochi istanti prima di aprire il fuoco, ha puntato un fucile d’assalto contro Miramar e ha urlato: “Fai qualcosa, puttana”.
Silverio Villegas-Gonzalez è stato colpito e ucciso da un agente/soldato dell’ICE in un altro sobborgo di Chicago a settembre.
Solo nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerosi episodi che dimostrano quanto sia pericolosa questa banda mascherata di vigilanti.
Nel frattempo, Trump sta cercando di rendere la Guardia Nazionale complice di questa occupazione: finora ha schierato truppe a Washington DC, Los Angeles, Chicago, Portland, Oregon e Memphis, Tennessee. Minaccia di schierarne ancora di più a Baltimora, New York, New Orleans, Oakland, San Francisco e St. Louis. Il Posse Comitatus Act impedisce alla Guardia Nazionale di essere impiegata in attività di polizia.
Ma come ha documentato Democracy Docket, questa legge vecchia di 150 anni non ha fermato Trump, che è già stato rimproverato da un giudice federale che ha stabilito che la sua amministrazione ha violato il Posse Comitatus Act “utilizzando le truppe per assistere direttamente gli agenti federali che effettuavano arresti, istituendo perimetri e blocchi stradali per le operazioni di polizia e, in almeno due occasioni, per arrestare civili”.
Il morale nella Guardia Nazionale sta crollando. Documenti interni mostrano che l’esercito è consapevole che la propria missione è impopolare; un’istantanea di settembre ha rilevato che solo il 2% dei post sui social media analizzati esprimeva un giudizio positivo sul dispiegamento della Guardia Nazionale a Washington, mentre oltre il 53% dei post esprimeva un giudizio negativo.
Questo offre un’opportunità a chiunque speri di convincere i membri della Guardia Nazionale a deporre le armi e a resistere alle richieste di Trump. Questi soldati hanno la responsabilità morale di rifiutare ordini illegali. È nostro dovere ricordarglielo: qualcosa da tenere a mente la prossima volta che parteciperete a una protesta o avrete l’opportunità di parlare con un membro della Guardia Nazionale in servizio attivo.
Gruppi di veterani come About Face e Veterans for Peace stanno facendo un lavoro fenomenale nell’incoraggiare i membri della Guardia Nazionale a resistere a Trump. Le proteste “Veters Say No” qui a Chicago e in altre città hanno attirato migliaia di persone. Questi gruppi stanno ricordando ai soldati che non sono soli, che gli Stati Uniti hanno una gloriosa tradizione di rifiuto degli ordini e che coraggio e onore a volte implicano dire di no agli ufficiali in comando.
Rifiutare il culto dell’“eroe”
Parlando con gli immigrati del mio quartiere, so che provano una paura simile a quella degli afghani che controllavo. Mi sono arruolato nell’esercito nel febbraio del 2002 pensando che avrei reso gli Stati Uniti più sicuri contribuendo a proteggerli da un altro attacco in stile 11 settembre. Ho imparato che gran parte di ciò che gli Stati Uniti stavano facendo in luoghi come l’Afghanistan stava rendendo il Mondo un posto più pericoloso: sia occupando territori che non avrebbero dovuto invadere, sia uccidendo così tanti civili innocenti. Inoltre, era prevedibile che l’acritica venerazione per i soldati, trattati come eroi, che abbiamo visto dopo l’11 settembre avrebbe generato un pericoloso livello di sicurezza in coloro che portavano armi per conto del governo statunitense.
Divento sempre più arrabbiato e frustrato ad ogni “Veterans Day” che passa – questo è il mio ventesimo da quando ho lasciato i Rangers dell’esercito americano come obiettore di coscienza – perché diventa sempre più chiaro che il “Veterans Day” non è altro che un tentativo di nascondere il programma oppressivo e mortale della classe dirigente statunitense celebrando i nostri “eroi”. Gli eroi non uccidono civili innocenti, non si approfittano degli emarginati e non partecipano a missioni imperialiste progettate solo per arricchire i ricchi, vero? Se porti un’arma per conto del governo federale nel 2025, sei l’opposto di un eroe, nonostante le tue migliori intenzioni.
Non lo chiamo mai “Veterans Day”. Lo chiamo Armistice Day come lo chiamavamo negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Il Giorno dell’Armistizio doveva celebrare la fine della guerra, a differenza del Veterans Day, che sembra mirato a glorificare la guerra. Sono d’accordo con Kurt Vonnegut, che disse: «Il Giorno dell’Armistizio è diventato il Giorno dei Veterani. Il Giorno dell’Armistizio era sacro. Il Giorno dei Veterani non lo è. Quindi mi getterò il Giorno dei Veterani alle spalle. Il Giorno dell’Armistizio lo conserverò. Non voglio buttare via nulla di sacro».
Ma in realtà questa giornata è più propriamente definita “Giornata degli occupanti”, un termine che descrive correttamente la minaccia che le nostre comunità negli Stati Uniti devono affrontare da parte di tutti coloro che portano un’arma per conto del governo statunitense.
Collettivamente, consideriamo questa giornata come un’opportunità per mantenere e accelerare la necessaria reazione per allontanare la mentalità imperialista che ha contagiato fin troppe persone in questo Paese. Nessuno è “illegale” e solo abolire l’ICE garantirà la sicurezza alle comunità. Dobbiamo smettere di celebrare gli occupanti, sia in patria che all’estero.
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Gli elicotteri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sorvoleranno senza dubbio il mio quartiere in cerca di riparatori di tetti e giardinieri in questo “Veterans Day”, proprio come hanno fatto per settimane. Negli Stati Uniti, sei un bersaglio facile se hai la pelle scura e il tuo lavoro richiede di lavorare all’aperto.
La mia città, appena fuori Chicago, pullula di agenti o soldati dell’ICE (i due termini possono essere usati in modo intercambiabile) da settimane ormai. Di recente, due mamme, al freddo e con i loro fischietti, hanno aiutato a sorvegliare una squadra che lavorava su un tetto danneggiato dalla grandine. Gli agenti/soldati dell’ICE, vestiti con l’equipaggiamento militare completo, armati di armi semiautomatiche e con passamontagna per nascondere la loro identità, pattugliano su camion senza insegne – credo che ormai sappiamo tutti come riconoscerli.
Queste persone mi ricordano i soldati con cui ho pattugliato in Afghanistan, solo che l’agente medio dell’ICE ha meno addestramento del soldato medio. Sembra che ogni quartiere degli Stati Uniti sia ora soggetto a uno scontro armato e potenzialmente violento con le truppe federali. L’occupazione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan ha chiuso il cerchio.
Analogamente a come ho terrorizzato i villaggi afghani durante il mio periodo nell’esercito dopo l’11 settembre, l’ICE ha terrorizzato la mia città. Quando ero nei Ranger dell’esercito americano, prendevamo di mira afghani in età da liceo e università. Il più delle volte, questi ragazzi stavano semplicemente camminando per strada, facendosi i fatti loro, quando venivano perquisiti, interrogati in modo intimidatorio o rapiti.
Dopo un po’, gli afghani avvisavano i vicini ogni volta che la nostra carovana di camion entrava in una città – a volte usavano i fischietti. Gli abitanti del villaggio sparivano rapidamente e sembrava di attraversare una città fantasma. Questa, in parte, è la vita sotto occupazione.
Le forze di occupazione interne del regime di Trump sono in forte crescita
L’addestramento dell’ICE è stato ridotto di cinque settimane per “aumentare” il numero di truppe: l’addestramento dura ora otto settimane rispetto alle precedenti 13. L’amministrazione Trump spera di aumentare il numero di agenti dell’ICE da 6.500 a livello nazionale a 10.000 entro la fine del 2025. Un bonus alla firma di 50.000 dollari ha spinto 150.000 persone a candidarsi per posizioni presso l’ICE. Intanto, l’agenzia utilizza immagini nazionaliste bianche per attrarre reclute suprematiste bianche.
Agenti e soldati dell’ICE stanno occupando i quartieri degli Stati Uniti con alcune delle armi più letali al mondo, con solo otto settimane di addestramento e senza alcuna esperienza pregressa richiesta. Secondo un ex funzionario del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) intervistato da NBC News, “[il DHS] sta cercando di far passare tutti, e il processo di selezione non è quello che dovrebbe essere”. Eppure, anche se il controllo fosse più rigoroso e approfondito, nessun addestramento può giustificare il terrore creato nei nostri vicini da parte di soldati armati.
La mia unità Ranger nell’esercito contava su alcuni dei soldati meglio addestrati al mondo. Eppure, ogni sei mesi circa perdevamo un soldato a causa di uno sparo accidentale. Un primo sergente della mia unità, considerato un soldato estremamente competente, sparò accidentalmente con il suo fucile M-4 all’interno di un elicottero Blackhawk. Il primo sergente perse il grado e fu espulso dai Ranger.
Anche Pat Tillman, l’ex giocatore di football professionista che si arruolò nell’esercito dopo l’11 settembre, era nella mia unità. Fu ucciso in un episodio di “fuoco amico” e la sua morte fu insabbiata lungo tutta la catena di comando di George W. Bush.
La stragrande maggioranza delle vittime della “guerra globale al terrore” degli Stati Uniti dopo l’11 settembre erano civili. “Danni collaterali”, è così che li chiamano. Ma in realtà, queste morti dovrebbero essere definite per quello che sono: grave imprudenza con armi mortali e un generale disprezzo per la vita umana. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sono morte per mano dei soldati statunitensi e dei loro leader. Non ci si può fidare nemmeno delle unità militari meglio addestrate per fare la cosa giusta. La “guerra globale al terrore” lo ha dimostrato.
Quindi, quando vedo agenti dell’ICE e poliziotti militarizzati armati di fucili d’assalto o di altre armi, mi rendo conto di quanto sia ingenuo e sciocco fidarsi di chi è armato dal governo degli Stati Uniti. Sta diventando sempre più evidente che agli agenti dell’ICE – vestiti ed equipaggiati come soldati – non dovrebbe essere permesso di avvicinarsi ai nostri quartieri, soprattutto se armati di armi d’assalto.
A ottobre, Miramar Martinez, residente a Chicago, è stata colpita cinque volte da un agente della Border Patrol (Polizia di Frontiera ndt). L’agente mascherato, il cui nome non è ancora stato reso pubblico, è fuggito nel Maine subito dopo l’aggressione. Secondo l’emittente locale della rete FOX News, l’uomo mascherato, pochi istanti prima di aprire il fuoco, ha puntato un fucile d’assalto contro Miramar e ha urlato: “Fai qualcosa, puttana”.
Silverio Villegas-Gonzalez è stato colpito e ucciso da un agente/soldato dell’ICE in un altro sobborgo di Chicago a settembre.
Solo nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerosi episodi che dimostrano quanto sia pericolosa questa banda mascherata di vigilanti.
Nel frattempo, Trump sta cercando di rendere la Guardia Nazionale complice di questa occupazione: finora ha schierato truppe a Washington DC, Los Angeles, Chicago, Portland, Oregon e Memphis, Tennessee. Minaccia di schierarne ancora di più a Baltimora, New York, New Orleans, Oakland, San Francisco e St. Louis. Il Posse Comitatus Act impedisce alla Guardia Nazionale di essere impiegata in attività di polizia.
Ma come ha documentato Democracy Docket, questa legge vecchia di 150 anni non ha fermato Trump, che è già stato rimproverato da un giudice federale che ha stabilito che la sua amministrazione ha violato il Posse Comitatus Act “utilizzando le truppe per assistere direttamente gli agenti federali che effettuavano arresti, istituendo perimetri e blocchi stradali per le operazioni di polizia e, in almeno due occasioni, per arrestare civili”.
Il morale nella Guardia Nazionale sta crollando. Documenti interni mostrano che l’esercito è consapevole che la propria missione è impopolare; un’istantanea di settembre ha rilevato che solo il 2% dei post sui social media analizzati esprimeva un giudizio positivo sul dispiegamento della Guardia Nazionale a Washington, mentre oltre il 53% dei post esprimeva un giudizio negativo.
Questo offre un’opportunità a chiunque speri di convincere i membri della Guardia Nazionale a deporre le armi e a resistere alle richieste di Trump. Questi soldati hanno la responsabilità morale di rifiutare ordini illegali. È nostro dovere ricordarglielo: qualcosa da tenere a mente la prossima volta che parteciperete a una protesta o avrete l’opportunità di parlare con un membro della Guardia Nazionale in servizio attivo.
Gruppi di veterani come About Face e Veterans for Peace stanno facendo un lavoro fenomenale nell’incoraggiare i membri della Guardia Nazionale a resistere a Trump. Le proteste “Veters Say No” qui a Chicago e in altre città hanno attirato migliaia di persone. Questi gruppi stanno ricordando ai soldati che non sono soli, che gli Stati Uniti hanno una gloriosa tradizione di rifiuto degli ordini e che coraggio e onore a volte implicano dire di no agli ufficiali in comando.
Rifiutare il culto dell’“eroe”
Parlando con gli immigrati del mio quartiere, so che provano una paura simile a quella degli afghani che controllavo. Mi sono arruolato nell’esercito nel febbraio del 2002 pensando che avrei reso gli Stati Uniti più sicuri contribuendo a proteggerli da un altro attacco in stile 11 settembre. Ho imparato che gran parte di ciò che gli Stati Uniti stavano facendo in luoghi come l’Afghanistan stava rendendo il Mondo un posto più pericoloso: sia occupando territori che non avrebbero dovuto invadere, sia uccidendo così tanti civili innocenti. Inoltre, era prevedibile che l’acritica venerazione per i soldati, trattati come eroi, che abbiamo visto dopo l’11 settembre avrebbe generato un pericoloso livello di sicurezza in coloro che portavano armi per conto del governo statunitense.
Divento sempre più arrabbiato e frustrato ad ogni “Veterans Day” che passa – questo è il mio ventesimo da quando ho lasciato i Rangers dell’esercito americano come obiettore di coscienza – perché diventa sempre più chiaro che il “Veterans Day” non è altro che un tentativo di nascondere il programma oppressivo e mortale della classe dirigente statunitense celebrando i nostri “eroi”. Gli eroi non uccidono civili innocenti, non si approfittano degli emarginati e non partecipano a missioni imperialiste progettate solo per arricchire i ricchi, vero? Se porti un’arma per conto del governo federale nel 2025, sei l’opposto di un eroe, nonostante le tue migliori intenzioni.
Non lo chiamo mai “Veterans Day”. Lo chiamo Armistice Day come lo chiamavamo negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Il Giorno dell’Armistizio doveva celebrare la fine della guerra, a differenza del Veterans Day, che sembra mirato a glorificare la guerra. Sono d’accordo con Kurt Vonnegut, che disse: «Il Giorno dell’Armistizio è diventato il Giorno dei Veterani. Il Giorno dell’Armistizio era sacro. Il Giorno dei Veterani non lo è. Quindi mi getterò il Giorno dei Veterani alle spalle. Il Giorno dell’Armistizio lo conserverò. Non voglio buttare via nulla di sacro».
Ma in realtà questa giornata è più propriamente definita “Giornata degli occupanti”, un termine che descrive correttamente la minaccia che le nostre comunità negli Stati Uniti devono affrontare da parte di tutti coloro che portano un’arma per conto del governo statunitense.
Collettivamente, consideriamo questa giornata come un’opportunità per mantenere e accelerare la necessaria reazione per allontanare la mentalità imperialista che ha contagiato fin troppe persone in questo Paese. Nessuno è “illegale” e solo abolire l’ICE garantirà la sicurezza alle comunità. Dobbiamo smettere di celebrare gli occupanti, sia in patria che all’estero.
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05/12/2025
Il “Defence Summit” si blinda per paura delle proteste. Militari e manager pianificano il riarmo e l’economia di guerra
Il “Defence Summit” doveva svolgersi lo scorso 11 settembre a Roma, ma le proteste e gli annunci di una mobilitazione di massa antimilitarista avevano costretto gli organizzatori al rinvio.
Ieri sono tornati alla carica blindandosi nella sede del Centro Alti Studi Difesa sul Lungotevere e hanno riunito i vertici delle forze armate insieme agli amministratori e manager delle principali industrie militari italiane.
Gli sponsor dell’evento risultano essere il gotha dell’industria degli armamenti come Avio Aero, Bcg, Cap Gemini, Elt, Ernst &Young, Fincantieri, Iveco Defence, Leonardo, Mbda, Rheinmetall, Thales.
Presenti il capo di Stato maggiore della Difesa Portolano, il capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello e il comandante generale dei carabinieri Salvatore Luongo. Non poteva mancare il presidente del Comitato militare della Nato Giuseppe Cavo Dragone, reduce dalle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni sulla guerra ibrida contro la Russia.
Così come non potevano mancare l’ amministratore delegato della Leonardo Roberto Cingolani, quello della Fincantieri Pierroberto Folgiero, e poi quelli di Mbda Italia Lorenzo Mariani, della Rheinmetall Italia Alessandro Ercolani, e l’ex ministra piddina della Difesa Roberta Pinotti, oggi presidente del Polo Nazionale della Subacquea inaugurato nel 2023.
I giornalisti sono stati tenuti fuori e hanno potuto seguire i lavori solo in videoconferenza. Gli unici giornalisti presenti erano quelli del gruppo Sole24 Ore sul cui quotidiano c’è un utile resoconto dell’incontro.
Il ministro della Difesa Crosetto ha annunciato che intende portare in Parlamento già tra gennaio e febbraio una riorganizzazione totale della Difesa. Oggi in audizione al Senato, Crosetto presenta il Documento programmatico pluriennale della Difesa che delinea il programma dell’ultimo anno e mezzo di legislatura. “Significa costruire una difesa dal punto di vista degli uomini, degli strumenti normativi e giuridici a 360 gradi per affrontare le sfide del futuro” ha affermato Crosetto intervenendo al Defence Summit.
Si tratta di un “sistema che non abbiamo mai avuto e ormai irrinunciabile per cui è previsto un investimento di 4,4 miliardi di euro” e che si compone di sistemi spaziali per l’allarme missilistico, radar avanzati, velivoli di difesa aerea come il Gcap, il caccia di sesta generazione, la batteria Samp-T next generation, antidroni. “Una necessità che nasce dall’esperienza di quello che vediamo succedere in Israele e ogni giorno in Ucraina”, ha aggiunto il ministro della Difesa.
Da segnalare infine anche la questione della leva giovanile per le forze armate richiamata dal Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Salvatore Luongo, secondo cui “Abbiamo bisogno di ripianare gli organici e di avere forze operative rigenerate anche sotto il profilo anagrafico”.
Fonte
Ieri sono tornati alla carica blindandosi nella sede del Centro Alti Studi Difesa sul Lungotevere e hanno riunito i vertici delle forze armate insieme agli amministratori e manager delle principali industrie militari italiane.
Gli sponsor dell’evento risultano essere il gotha dell’industria degli armamenti come Avio Aero, Bcg, Cap Gemini, Elt, Ernst &Young, Fincantieri, Iveco Defence, Leonardo, Mbda, Rheinmetall, Thales.
Presenti il capo di Stato maggiore della Difesa Portolano, il capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello e il comandante generale dei carabinieri Salvatore Luongo. Non poteva mancare il presidente del Comitato militare della Nato Giuseppe Cavo Dragone, reduce dalle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni sulla guerra ibrida contro la Russia.
Così come non potevano mancare l’ amministratore delegato della Leonardo Roberto Cingolani, quello della Fincantieri Pierroberto Folgiero, e poi quelli di Mbda Italia Lorenzo Mariani, della Rheinmetall Italia Alessandro Ercolani, e l’ex ministra piddina della Difesa Roberta Pinotti, oggi presidente del Polo Nazionale della Subacquea inaugurato nel 2023.
I giornalisti sono stati tenuti fuori e hanno potuto seguire i lavori solo in videoconferenza. Gli unici giornalisti presenti erano quelli del gruppo Sole24 Ore sul cui quotidiano c’è un utile resoconto dell’incontro.
Il ministro della Difesa Crosetto ha annunciato che intende portare in Parlamento già tra gennaio e febbraio una riorganizzazione totale della Difesa. Oggi in audizione al Senato, Crosetto presenta il Documento programmatico pluriennale della Difesa che delinea il programma dell’ultimo anno e mezzo di legislatura. “Significa costruire una difesa dal punto di vista degli uomini, degli strumenti normativi e giuridici a 360 gradi per affrontare le sfide del futuro” ha affermato Crosetto intervenendo al Defence Summit.
Si tratta di un “sistema che non abbiamo mai avuto e ormai irrinunciabile per cui è previsto un investimento di 4,4 miliardi di euro” e che si compone di sistemi spaziali per l’allarme missilistico, radar avanzati, velivoli di difesa aerea come il Gcap, il caccia di sesta generazione, la batteria Samp-T next generation, antidroni. “Una necessità che nasce dall’esperienza di quello che vediamo succedere in Israele e ogni giorno in Ucraina”, ha aggiunto il ministro della Difesa.
Da segnalare infine anche la questione della leva giovanile per le forze armate richiamata dal Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Salvatore Luongo, secondo cui “Abbiamo bisogno di ripianare gli organici e di avere forze operative rigenerate anche sotto il profilo anagrafico”.
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Germania - Studenti in sciopero contro la leva
Oggi, 5 dicembre, 60 città tedesche verranno attraversate dalle proteste degli studenti, che si prevede scenderanno in piazza a migliaia per opporsi con fermezza alla reintroduzione della leva obbligatoria. Le manifestazioni si svolgeranno in contemporanea col voto che si terrà al Bundestag riguardo a questa ennesima misura di una Germania sempre più incamminata verso la guerra.
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
Fonte
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
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04/12/2025
Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe
L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) ha lanciato una consultazione pubblica dal titolo “Guerra e conflitti”. Un questionario di 32 domande rivolto ai giovani tra i 14 e i 18 anni, che vuole indagare attraverso quali canali passa l’informazione sui conflitti nel mondo, quali sensazioni suscitano e come ragazze e ragazzi vedono il proprio ruolo nella costruzione della pace.
La consultazione è partita il 18 novembre, e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. Ma l’Autorità ha già rilasciato un primo comunicato stampa con alcuni risultati preliminari. Probabilmente, non quelli che voleva sentire il governo: ricordiamo che alla guida dell’AGIA c’è Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.
Infatti, nel comunicato stampa dell’organismo si legge che “più o meno il 68% di un campione provvisorio di 4.000 risposte non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra”, con una significativa differenza tra maschi (60,2%) e femmine (73,6%). Ad ogni modo, in entrambi i casi molto più della metà dei giovani non ha nessuna intenzione di “immolarsi per la patria”.
Oltre all’inaspettata preminenza della televisione per la ricerca di informazioni attendibili – non i social, dunque –, nel comunicato si legge anche che “la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change”. Già questo basterebbe per far sorgere alcuni interrogativi alla nostra classe politica.
Le televisioni sono forse gli spazi meno contendibili dell’informazione pubblica, e sono attraversate continuamente dall’allarmismo di una guerra imminente. La preoccupazione per un conflitto viene dunque dal martellamento continuo intorno a una tendenza alla guerra inevitabile, ma contro cui, è evidente, gli adolescenti italiani hanno forti anticorpi, probabilmente rafforzati dal palese doppio standard occidentale (genocidio in Palestina docet).
È interessante notare che tra le prime domande del questionario (si possono vedere coi propri occhi, chiunque può accedervi) viene chiesto se i giochi che simulano conflitti possano avere conseguenze sul comportamento delle persone. Non il richiamo continuo alla giustizia dei “guerrieri d’Europa”, a mo’ di Scurati... ma i videogiochi.
Ma il resto delle domande ha un’altra finalità abbastanza evidente: quella di procedere a una sorta di controllo di massa – per quanto anonimo – dai risvolti tutti politici. Tra le domande viene chiesto se si parla di guerra e di pace a scuola, ma anche come i giovani pensano di potersi davvero impegnare per la pace: dentro associazioni, sensibilizzando, con attività politiche?
Viene anche chiesto cosa si pensa della massima latina “si vis pacem para bellum”. Seppur tradotta, la stessa frase è stata usata dall’Alto rappresentante agli Esteri della UE Kaja Kallas, in un messaggio inviato alla Maratona per la Pace organizzata dalla CISL all’Auditorium Massimo di Roma, a metà di novembre.
È chiaro che si vuole tastare il terreno intorno a una propaganda bellicista sempre più spudorata, e al contempo verificare fino a che punto le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e il riarmo europeo abbiano fatto breccia tra ragazze e ragazzi. C’è una domanda che chiede proprio questo: “le mobilitazioni pacifiste, secondo te, sono: utili/inutili/mi lasciano indifferente”.
C’è poi la domanda di cui il risultato parziale delle risposte è accennato all’inizio dell’articolo: “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”. Come detto, per lo più i giovani rifiutano questa narrazione. Ma non si può non evidenziare come la domanda sia pensata per indurre lo spirito guerrafondaio in chi legge.
L’entrata in guerra dell’Italia viene associata alla parola responsabilità. Sarebbe da chiedersi se nel 1940 l’arruolamento nella carneficina fascista vada inteso come un’assunzione di responsabilità. Una domanda così generica non lascia spazio a una responsabilità che, in tanti casi, può essere quella di disertare, perché la diserzione si accompagna alla giustizia.
Infine, le ultime domande sono dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”. Qui si cerca di porre sullo stesso piano le guerre e gli scontri che possono accadere nella quotidianità. Anche qui, c’è un duplice meccanismo in atto.
Da una parte, le ragioni delle tensioni nell’arena della politica internazionale vengono derubricate a quelle delle discussioni tra amici o familiari: una formula su cui è facilmente sovrapponibile l’idea che qualcuno abbia “ragione” e qualcuno “torto”, e non ci sia invece una profonda complessità e stratificazione, di questioni ma anche storica, che vada sciolta e compresa per assumere una posizione equilibrata e diplomatica.
Dall’altra, cerca invece di disinnescare il conflitto sociale e politico interno. “Secondo te c’è differenza tra conflitto e guerra?” e “Secondo te, imparare a gestire i conflitti quotidiani può aiutare a costruire una cultura di pace?” sono due delle domande che sembrano indagare se tra i più giovani ci sia spazio per associare al discorso sulla “pace”, per come la intendono i guerrafondai, col ritorno alla passività sociale.
Sono interpretazioni le nostre, e non possiamo essere sicuri su cosa gli estensori del questionario volevano davvero informarsi. Avere dei dati di massima su cosa pensano gli adolescenti sottoposti costantemente alla propaganda bellicista è di per sé utilissimo. Ma in ogni caso, il modo con cui è stata confezionata questa consultazione è preoccupante, e bisogna dare atto ai giovani che hanno mostrato di avere una salda cultura pacifista dalla loro.
Un ultimo appunto. Perché l’AGIA ha deciso di diffondere in anticipo alcuni risultati? Probabilmente, c’è di mezzo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ha etichettato le domande del questionario come patriottiche. L’Autorità ha voluto probabilmente difendersi, mostrando che non è di certo riuscita a indirizzare le opinioni degli adolescenti.
Ma il pericolo, ora, è che questi risultati vengano usati per affermare ancora più strenuamente la necessità di militarizzazione, delle menti e dei luoghi della formazione. Contro tutto ciò bisogna lottare strenuamente. Riportiamo qui sotto anche un commento dell’OSA.
La consultazione è partita il 18 novembre, e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. Ma l’Autorità ha già rilasciato un primo comunicato stampa con alcuni risultati preliminari. Probabilmente, non quelli che voleva sentire il governo: ricordiamo che alla guida dell’AGIA c’è Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.
Infatti, nel comunicato stampa dell’organismo si legge che “più o meno il 68% di un campione provvisorio di 4.000 risposte non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra”, con una significativa differenza tra maschi (60,2%) e femmine (73,6%). Ad ogni modo, in entrambi i casi molto più della metà dei giovani non ha nessuna intenzione di “immolarsi per la patria”.
Oltre all’inaspettata preminenza della televisione per la ricerca di informazioni attendibili – non i social, dunque –, nel comunicato si legge anche che “la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change”. Già questo basterebbe per far sorgere alcuni interrogativi alla nostra classe politica.
Le televisioni sono forse gli spazi meno contendibili dell’informazione pubblica, e sono attraversate continuamente dall’allarmismo di una guerra imminente. La preoccupazione per un conflitto viene dunque dal martellamento continuo intorno a una tendenza alla guerra inevitabile, ma contro cui, è evidente, gli adolescenti italiani hanno forti anticorpi, probabilmente rafforzati dal palese doppio standard occidentale (genocidio in Palestina docet).
È interessante notare che tra le prime domande del questionario (si possono vedere coi propri occhi, chiunque può accedervi) viene chiesto se i giochi che simulano conflitti possano avere conseguenze sul comportamento delle persone. Non il richiamo continuo alla giustizia dei “guerrieri d’Europa”, a mo’ di Scurati... ma i videogiochi.
Ma il resto delle domande ha un’altra finalità abbastanza evidente: quella di procedere a una sorta di controllo di massa – per quanto anonimo – dai risvolti tutti politici. Tra le domande viene chiesto se si parla di guerra e di pace a scuola, ma anche come i giovani pensano di potersi davvero impegnare per la pace: dentro associazioni, sensibilizzando, con attività politiche?
Viene anche chiesto cosa si pensa della massima latina “si vis pacem para bellum”. Seppur tradotta, la stessa frase è stata usata dall’Alto rappresentante agli Esteri della UE Kaja Kallas, in un messaggio inviato alla Maratona per la Pace organizzata dalla CISL all’Auditorium Massimo di Roma, a metà di novembre.
È chiaro che si vuole tastare il terreno intorno a una propaganda bellicista sempre più spudorata, e al contempo verificare fino a che punto le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e il riarmo europeo abbiano fatto breccia tra ragazze e ragazzi. C’è una domanda che chiede proprio questo: “le mobilitazioni pacifiste, secondo te, sono: utili/inutili/mi lasciano indifferente”.
C’è poi la domanda di cui il risultato parziale delle risposte è accennato all’inizio dell’articolo: “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”. Come detto, per lo più i giovani rifiutano questa narrazione. Ma non si può non evidenziare come la domanda sia pensata per indurre lo spirito guerrafondaio in chi legge.
L’entrata in guerra dell’Italia viene associata alla parola responsabilità. Sarebbe da chiedersi se nel 1940 l’arruolamento nella carneficina fascista vada inteso come un’assunzione di responsabilità. Una domanda così generica non lascia spazio a una responsabilità che, in tanti casi, può essere quella di disertare, perché la diserzione si accompagna alla giustizia.
Infine, le ultime domande sono dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”. Qui si cerca di porre sullo stesso piano le guerre e gli scontri che possono accadere nella quotidianità. Anche qui, c’è un duplice meccanismo in atto.
Da una parte, le ragioni delle tensioni nell’arena della politica internazionale vengono derubricate a quelle delle discussioni tra amici o familiari: una formula su cui è facilmente sovrapponibile l’idea che qualcuno abbia “ragione” e qualcuno “torto”, e non ci sia invece una profonda complessità e stratificazione, di questioni ma anche storica, che vada sciolta e compresa per assumere una posizione equilibrata e diplomatica.
Dall’altra, cerca invece di disinnescare il conflitto sociale e politico interno. “Secondo te c’è differenza tra conflitto e guerra?” e “Secondo te, imparare a gestire i conflitti quotidiani può aiutare a costruire una cultura di pace?” sono due delle domande che sembrano indagare se tra i più giovani ci sia spazio per associare al discorso sulla “pace”, per come la intendono i guerrafondai, col ritorno alla passività sociale.
Sono interpretazioni le nostre, e non possiamo essere sicuri su cosa gli estensori del questionario volevano davvero informarsi. Avere dei dati di massima su cosa pensano gli adolescenti sottoposti costantemente alla propaganda bellicista è di per sé utilissimo. Ma in ogni caso, il modo con cui è stata confezionata questa consultazione è preoccupante, e bisogna dare atto ai giovani che hanno mostrato di avere una salda cultura pacifista dalla loro.
Un ultimo appunto. Perché l’AGIA ha deciso di diffondere in anticipo alcuni risultati? Probabilmente, c’è di mezzo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ha etichettato le domande del questionario come patriottiche. L’Autorità ha voluto probabilmente difendersi, mostrando che non è di certo riuscita a indirizzare le opinioni degli adolescenti.
Ma il pericolo, ora, è che questi risultati vengano usati per affermare ancora più strenuamente la necessità di militarizzazione, delle menti e dei luoghi della formazione. Contro tutto ciò bisogna lottare strenuamente. Riportiamo qui sotto anche un commento dell’OSA.
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QUESTIONARI AGIA SULL’ARRUOLAMENTO: CI VOLETE CARNE DA CANNONE, CI AVRETE OPPOSIZIONE, NO ALLA LEVA!
Il questionario Agia è uno schifo, non saremo braccia per la guerra voluta da governo Meloni e Occidente
L’AGIA (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza) chiede a 4.000 studenti e studentesse se si arruolerebbero per andare in guerra. Con un questionario apparentemente neutro, distribuito a ragazzi fra i 14 e i 18 anni, l’istituto compie un inquietante campionamento di massa, per testare la risposta dei giovani alla chiamata alle armi del Governo Meloni.
Le 32 domande sottoposte assomigliano insieme a un esperimento sociale e a una forma di controllo sfacciata, viene chiesto agli studenti di tutto: se credono nelle mobilitazioni per la pace, con quali media si informano e – domanda delle domande – se si arruolerebbero per la guerra. Il 68% non lo farebbe come rivela la stessa Agia.
Le giovani generazioni sono contro la guerra e questo dà fastidio. Stanno venendo preparate a un futuro di guerra, fatto di riarmo, leve militare, conflitti nel mondo per gli interessi delle classi dirigenti europee e occidentali. La recente proposta di reintroduzione della leva è la conferma definitiva che il governo Meloni ci vuole “carne da cannone” per dei conflitti che è l’Occidente che fomenta nel mondo e per cui dovremo essere noi ad andare al fronte.
Per fare ciò sta venendo condotta una guerra cognitiva alle giovani generazioni per prepararle all’idea della guerra, che si compie anche attraverso la trasformazione bellicistica della didattica in scuole e università, come confermano i nuovi programmi scolastici reazionari di Valditara, o il caso del corso per ufficiali all’Università di Bologna, con cui addirittura l’Università diventa uno strumento in mano all’Esercito.
Fuori la guerra da scuole e atenei, no alla leva. Dopo le mobilitazioni di 28 e 29 novembre non ci fermiamo. Noi non ci arruoliamo!
Fonte
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