Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev

C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.

La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.

Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.

Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.

In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.

Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.

Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.

Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.

L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.

Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.

Fonte

06/08/2026

Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire

Non è certo un mistero che Israele sia da diversi decenni uno dei partner privilegiati dell’Unione europea. Il problema è che continua ad esserlo nonostante i procedimenti della giustizia internazionale per il genocidio dei palestinesi.

Un ulteriore problema è che non lo è solo sul piano economico e militare, ma lo è anche – ed è assai più delicato – su quello dei sistemi di intelligence, la cooperazione delle polizie e lo scambio dei dati sensibili.

Secondo quanto rivelato dal sito di inchiesta Irpimedia, il culmine di questa relazione è – o meglio, vorrebbe essere – un accordo per lo scambio di dati personali tra Europol, l’agenzia di polizia dell’Ue, e le autorità israeliane.

Un sito israeliano già nel settembre del 2022 dava per acquisito questo accordo di cooperazione tra Europol e agenzie di sicurezza di Israele. “Sono state completate le trattative tra Israele e l’Unione Europea per un accordo di condivisione di informazioni con Europol. L’ambasciatore di Israele presso l’UE Haim Regev e il rappresentante dell’UE hanno firmato mercoledì una dichiarazione di completamento dei negoziati tra le parti per lo scambio di informazioni su terrorismo e criminalità grave”.

Dopo quattro anni di negoziati, nel dicembre del 2022 erano però trapelate alcune notizie che davano l’accordo per morto o per lo meno congelato. Alla fine del 2022, il Servizio giuridico del Consiglio dell’Ue aveva infatti espresso un parere negativo sul testo, chiedendo di modificarne alcuni passaggi perché le norme europee impongono la tutela dei dati personali e dei diritti fondamentali.

Se l’accordo fosse stato approvato – è la tesi del Servizio giuridico – avrebbe esteso per la prima volta “la propria applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967”, in contrasto con la posizione dell’Ue, che considera illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi

Ma la Commissione europea ha dichiarato che nel 2026 il mandato negoziale «è ancora in vigore», senza chiarire se o come siano state recepite le osservazioni in merito del Servizio giuridico della Ue.

Il documento riservato, prodotto dal Servizio legale del Consiglio dell’Ue nel novembre del 2022, aiuta a ricostruire gli eventi. Due mesi prima, la Commissione e il governo israeliano avevano dato il via libera a una bozza di accordo che però, per essere ratificato, aveva bisogno dei voti favorevoli del Consiglio e del Parlamento europeo. A quel punto, alcuni membri del Consiglio hanno chiesto al Servizio legale di valutare la conformità del testo con le norme comunitarie e internazionali.

La risposta dell’ufficio non consente ombre di dubbio: la Commissione aveva incluso articoli in netto contrasto con le norme europee e internazionali e non aveva informato il Consiglio nel corso dei negoziati.

Tra il 2023 e il 2026, la Commissione ha però continuato a incontrare diplomatici israeliani, tenendo all’oscuro il Parlamento europeo. Ventisette parlamentari europei hanno depositato un’interrogazione scritta per chiedere alla Commissione di informarli sul contenuto di questi incontri, sull’avanzamento dei negoziati e sui rischi per i diritti umani derivanti dall’accordo.

Il parlamentare francese Mounir Satouri, ha denunciato come “questo accordo peggiorerebbe anche la situazione dei palestinesi in Europa. Su pressione israeliana, diversi difensori dei diritti umani sono stati già attaccati all’interno dell’Ue. Con un accordo di questo tipo, questa criminalizzazione si rafforzerebbe e sarebbe ancora più difficile vivere come palestinesi in Europa”. Satouri cita, a titolo di esempio, il divieto di ingresso in Francia, per motivi di sicurezza, emanato nei confronti del difensore dei diritti umani palestinese Shawan Jabarin, direttore della ong Al-Haq, organizzazione che esiste dal 1979.

I dati al centro dell’accordo sono infatti quelli che la legislazione europea sulla privacy definisce “categorie speciali” di dati: «Informazioni sull’origine, la razza e l’etnia, sulle opinioni politiche, il credo religioso o filosofico, l’affiliazione a un sindacato, elementi genetici e biometrici, dati sulla salute, sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale». Queste categorie di dati potrebbero essere trasferite alla polizia israeliana, allo Shin Bet, ovvero l’intelligence interne e ad altre agenzie di sicurezza israeliane.

Questo accordo va abolito, senza se e senza ma.

Fonte

04/08/2026

Trump, il voto e il comunismo

Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.

Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati.

Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.

Dare un nome al nemico

La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.

La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” – poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire.

Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.

Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.

Le piazze che cercano lo scontro

Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.

Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti.

Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato.

Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.

Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.

A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.

Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto.

Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione.

Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti.

I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.

A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio.

Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.

Dalla città militarizzata al seggio circondato

Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.

È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.

Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.

Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.

Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.

Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.

Osservare le condizioni mentre si costruiscono

Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio 2021.

La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.

La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.

***** 

Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.

Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:

Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.

“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.

Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022

Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.

Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.

Fonte

30/07/2026

La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese

Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso l'Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.

Già tutto è in preparazione.

La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.

Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.

La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.

La Tav è Military mobility, è guerra.

E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio... chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere, (a me il fumo nero non piace) possiamo preferirei altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.

Fonte

06/07/2026

La Nato è un’alleanza o un fondo di investimento politico-militare?

I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.

Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.

Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.

Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.

Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.

Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.

Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.

L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.

Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.

L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.

Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.

Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.

La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).

Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.

Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.

Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).

Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.

Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.

Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.

Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.

Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).

Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.

Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.

Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.

La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.

Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.

La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra. 

Fonte

03/07/2026

Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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La lunga genealogia della violenza di Stato

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.

A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.

La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.

È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.

Genova come chiave di lettura del presente

Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.

Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.

In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.

È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.

Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.

Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.

Una storia lunga 160 anni

L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.

Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.

Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.

La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.

È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.

Sicurezza per chi?

Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.

Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.

L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.

L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.

La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.

Immigrazione e razzializzazione della sicurezza

Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.

Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.

La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.

È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.

Oltre la denuncia

Il libro non si limita però alla denuncia.

Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.

Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.

Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?

Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?

Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?

Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?

Un libro necessario

Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.

Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.

Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.

La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.

Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.

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25/05/2026

Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”

Le immagini degli agenti della polizia autona basca Ertzaintza che pestano e poi arrestano al loro arrivo all’aeroporto di Loiu gli attivisti della Global Sumud Flotilla, hanno fatto il giro del mondo e hanno suscitato un’ondata di rabbia e indignazione popolare che ieri si è manifestata per le strade di Bilbao con manifestazioni di massa.

Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.

La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.

In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.

Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.

Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.

Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.

Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.

Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.

“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.

“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.

Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.

La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.

Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.

E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.

“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.

Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.

L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.

Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.

A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.

La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.

Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.

La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.

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15/05/2026

Quando la polizia è il problema

Abusi, razzismo, lacrimogeni sparati ad altezza persona e militarizzazione del dissenso non sono più deviazioni isolate ma il volto strutturale di uno Stato che risponde alla crisi sociale con repressione, paura e controllo.

C’è un filo che unisce Rogoredo, Bologna, Torino, Roma e Milano. Un filo nero fatto di violenza istituzionale, propaganda mediatica, razzismo, impunità e repressione del dissenso. Un filo che racconta la trasformazione profonda delle democrazie contemporanee e del ruolo che le polizie stanno assumendo dentro società sempre più diseguali, impoverite e autoritarie.

A Milano un uomo nero viene fermato davanti ai propri figli dopo aver chiesto spiegazioni per insulti razzisti ricevuti da un agente. Immobilizzato, trascinato in questura, trattenuto per ore. La sua colpa reale sembra essere una sola: aver osato pretendere dignità e rispetto. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione. Perché in quella scena c’è tutto: la profilazione razziale, l’umiliazione pubblica, l’uso intimidatorio della forza, la trasformazione del cittadino in sospetto permanente.

E soprattutto c’è un dato decisivo: se non ci fossero stati i video, probabilmente tutto sarebbe stato archiviato come “normale attività di controllo”. Come accade quasi sempre. Ma quanto sta accadendo in questi mesi dimostra che non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti a un sistema.

Lo dimostra il caso di Rogoredo. Prima la propaganda. Poi la realtà. Prima il racconto dell’eroico poliziotto costretto a sparare contro uno “spacciatore violento”. Poi l’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo quella narrazione: accuse di depistaggio, omissioni, rapporti opachi, fino all’arresto di Carmelo Cinturrino per omicidio volontario. Un caso che ha mostrato con brutalità come il riflesso automatico del sistema politico-mediatico sia sempre lo stesso: assoluzione preventiva degli apparati e criminalizzazione immediata delle vittime.

Eppure, mentre emergevano elementi gravissimi, ministri, giornali e commentatori continuavano a ripetere il loro mantra: “sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Non dalla parte della verità. Non dalla parte dei diritti. Non dalla parte delle garanzie democratiche. Dalla parte dell’apparato. Sempre e comunque.

Rogoredo ha mostrato qualcosa di enorme: la retorica delle “mele marce” non regge più. Perché il problema non è il singolo agente deviato. Il problema è una cultura istituzionale e politica che tollera, copre e normalizza gli abusi.

Lo stesso schema si ripete nelle piazze.

A Bologna una manifestante perde un occhio dopo essere stata colpita in volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo durante una manifestazione per la Palestina. A Roma un ragazzo subisce una lesione analoga durante una carica con idranti e lanci di candelotti. A Torino migliaia di persone vengono soffocate dai gas CS durante le proteste contro lo sgombero di Askatasuna. Famiglie, bambini, residenti, anziani, perfino pazienti di un ospedale investiti dai lacrimogeni entrati negli androni e nei reparti vicini.

Ponti militarizzati, quartieri blindati, stazioni presidiate, persone fermate “a sensazione”, camionette ovunque. Una città trasformata in zona d’occupazione per impedire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: manifestare dissenso collettivo.

E ogni volta la narrazione è identica. Si parla dei cassonetti bruciati, mai degli occhi persi. Delle vetrine rotte, mai dei corpi mutilati. Della “violenza dei manifestanti”, mai della violenza preventiva dello Stato.

Per capire tutto questo bisogna smettere di considerare la repressione come un incidente democratico. Bisogna riconoscere che negli ultimi venticinque anni si è costruita una continuità politica e culturale impressionante.

Il vero spartiacque resta il G8 di Genova del 2001.

Genova non è stata una parentesi. Non è stata una “sospensione della democrazia”. È stata la manifestazione più esplicita di una concezione dell’ordine pubblico che continua ancora oggi a operare nel presente.

A Genova lo Stato uccise Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Un ragazzo di ventitré anni colpito da un proiettile sparato da un carabiniere e poi travolto due volte da una jeep. Ma Genova non fu soltanto l’omicidio di Carlo Giuliani. Fu anche la macelleria messicana della scuola Diaz: decine di persone massacrate nel sonno, giornalisti e attivisti colpiti con ferocia indiscriminata, sangue sui pavimenti e sui muri, prove false costruite per giustificare l’irruzione. Fu Bolzaneto: torture, pestaggi, umiliazioni, insulti politici e razzisti, detenuti costretti a stare ore in piedi contro il muro, privati dell’acqua, minacciati di stupro e di morte.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo parlò apertamente di tortura. Eppure lo Stato italiano non ha mai davvero fatto i conti con quella ferita. Non c’è stata una riforma democratica profonda delle forze di polizia. Non sono stati introdotti codici identificativi obbligatori. Non è stato creato un organismo indipendente di controllo sugli abusi. Molti dirigenti coinvolti fecero carriera. Altri rimasero nei vertici degli apparati di sicurezza.

È questa continuità che bisogna comprendere. Perché Genova non appartiene al passato. Vive nel presente ogni volta che un lacrimogeno viene sparato ad altezza uomo. Ogni volta che un reparto mobile considera una manifestazione un campo di battaglia. Ogni volta che un quartiere viene militarizzato. Ogni volta che una persona nera viene trattata come sospetta per definizione. Ogni volta che il dissenso politico viene affrontato come una minaccia da reprimere e non come un diritto democratico da garantire.

Lo dimostrano ormai numerosi studi sociologici, giuridici ed etnografici sulle forze di polizia italiane. Dalle ricerche di Salvatore Palidda sulla trasformazione delle polizie contemporanee e sul controllo delle “nuove classi pericolose”, fino ai lavori di Giuseppe Campesi e Carlo Caprioglio sul “potere coercitivo”, passando per le analisi di Enrico Gargiulo sulle rappresentazioni della folla nei reparti mobili, per gli studi di Alessandro De Giorgi sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale e per il lavoro di Michele Di Giorgio ne Il braccio armato del potere, emerge un quadro coerente e inquietante: forte gerarchizzazione interna, cultura dell’obbedienza, opacità disciplinare, scarsità di controlli indipendenti, ampia discrezionalità operativa e crescente commistione tra indirizzo politico e gestione della sicurezza pubblica.

Queste ricerche, sviluppate in anni diversi e con metodologie differenti, convergono tutte su un punto decisivo: la violenza istituzionale non può essere ridotta alla categoria rassicurante della “devianza individuale”. Gli abusi non sono semplicemente il prodotto di singoli agenti fuori controllo, ma maturano dentro culture professionali, dispositivi organizzativi e modelli operativi che tendono a normalizzare l’uso espansivo della coercizione, soprattutto nei confronti delle soggettività considerate marginali o conflittuali.

In particolare, il lavoro di Campesi e Caprioglio mostra come in Italia manchino persino criteri realmente chiari, verificabili e condivisi sull’uso proporzionato della forza. Molte decisioni operative – anche potenzialmente letali – vengono così affidate alla cultura pratica dei singoli reparti, alla formazione informale sul campo e alle gerarchie interne. È in questo contesto che prende forma una mentalità professionale in cui “desistere” può essere percepito come una sconfitta o un’umiliazione, alimentando escalation coercitive e pratiche aggressive considerate normali dentro il corpo, ma devastanti per chi le subisce.

Palidda, già anni fa, aveva descritto le polizie come uno snodo centrale nella gestione delle insicurezze prodotte dal neoliberismo e delle marginalità urbane. Gargiulo ha mostrato come nei manuali e nelle pratiche operative dei reparti mobili la folla venga spesso rappresentata non come insieme di cittadini portatori di diritti, ma come entità potenzialmente ostile da disciplinare e contenere. De Giorgi ha invece analizzato il modo in cui l’espansione del paradigma securitario accompagni il restringimento delle garanzie sociali e democratiche, spostando il baricentro dello Stato dalla protezione sociale alla repressione.

Michele Di Giorgio, nel suo Il braccio armato del potere, inserisce tutto questo dentro una riflessione ancora più netta sul rapporto tra apparati coercitivi e struttura del potere politico ed economico: la polizia non come corpo neutrale posto “al servizio di tutti”, ma come istituzione storicamente modellata per difendere un determinato ordine sociale, garantire rapporti di forza esistenti e contenere le soggettività percepite come destabilizzanti. In questa prospettiva, la repressione del conflitto sociale, delle periferie, dei movimenti e delle marginalità non rappresenta una degenerazione occasionale della funzione di polizia, ma una delle sue funzioni storiche fondamentali.

Messe insieme, queste analisi restituiscono l’immagine di un modello di ordine pubblico sempre più orientato alla neutralizzazione preventiva del conflitto sociale e sempre meno alla tutela dei diritti costituzionali.

Non è un caso che in questo contesto si moltiplichino gli strumenti di militarizzazione: taser, idranti, proiettili di gomma, granate stordenti, sorveglianza tecnologica, riconoscimento facciale, zone rosse, fermo preventivo, flagranza differita. Tutto dentro una logica emergenziale permanente.

Il problema allora non è soltanto l’abuso. Il problema è la funzione politica della repressione.

Le polizie contemporanee non servono più soltanto a contrastare i reati. Sempre più spesso amministrano il disagio sociale prodotto dal neoliberismo. Governano la marginalità. Controllano la povertà. Sorvegliano le periferie sociali ed etniche. Contengono il conflitto politico. Difendono assetti economici sempre più diseguali.

Per questo i soggetti colpiti sono quasi sempre gli stessi: migranti, persone nere, poveri, attivisti climatici, studenti, ultras, movimenti territoriali, lotte per la Palestina, centri sociali. Il “nemico interno” cambia volto, ma la funzione resta identica.

E qui bisogna avere il coraggio di compiere un salto politico e culturale più radicale. Continuare a chiedere soltanto “più controlli” o “più formazione” non basta più. Perché il problema non riguarda soltanto il comportamento deviato di alcuni agenti. Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

Una società dove il welfare arretra e avanzano le pattuglie. Dove chiudono scuole, consultori, spazi sociali e servizi pubblici mentre aumentano telecamere, zone rosse e dispositivi repressivi. Dove il disagio sociale non viene affrontato ma criminalizzato. Dove la povertà diventa una questione di ordine pubblico.

Ed è qui che la prospettiva abolizionista diventa fondamentale.

Perché una comunità non ha bisogno di polizie oppressive per vivere meglio. Ha bisogno di solidarietà, cooperazione, mutualismo, case, salute, istruzione, reddito, relazioni sociali forti, spazi di aggregazione e sostegno reciproco. Ha bisogno di prevenire l’emarginazione e la violenza sociale, non di militarizzarle.

L’abolizionismo non significa negare i conflitti o ignorare i problemi. Significa comprendere che repressione, carcere e militarizzazione non li risolvono. Li aggravano. Producono altra violenza, altra paura, altra separazione.

Nessun lacrimogeno eliminerà la povertà. Nessun manganello risolverà il disagio abitativo. Nessun carcere produrrà uguaglianza. Nessun fermo impedirà il razzismo strutturale. La coercizione non cura le ferite sociali: le nasconde, le comprime e infine le rende esplosive.

Il film Il caso 137 di Dominik Moll, dedicato alla repressione dei gilet jaunes in Francia, mostra esattamente questo scenario: migliaia di feriti, occhi accecati, arti amputati da granate e proiettili di gomma. Ma soprattutto mostra una domanda decisiva: gli abusi di polizia vengono davvero considerati un problema da prevenire oppure un prezzo accettabile dell’ordine pubblico?

In Italia la risposta sembra sempre più chiara. Non solo mancano strumenti minimi come i codici identificativi per gli agenti, ma si approvano scudi penali, si delegittima la magistratura che indaga sulle violenze delle forze dell’ordine e si costruisce una narrazione pubblica dove ogni critica agli apparati viene trattata come un attacco allo Stato.

E qui emerge il nodo più grave: la sostanziale assenza di opposizione politica. La destra rivendica apertamente una linea repressiva e muscolare. Ma anche larga parte della sinistra istituzionale rincorre lo stesso paradigma securitario. Condanna immediata della “violenza”, solidarietà automatica agli apparati, silenzio sugli abusi, paura di mettere in discussione il potere coercitivo dello Stato.

Nel frattempo cresce una frattura democratica enorme. Sempre più persone, soprattutto tra le classi popolari e marginalizzate, percepiscono le forze di polizia non come garanzia di diritti ma come strumenti di intimidazione e controllo sociale. E questo non avviene per propaganda ideologica, ma per esperienza concreta.

Per questo il caso di Milano è così importante. Perché mostra una verità che il potere prova continuamente a nascondere: oggi il problema non è soltanto cosa fanno le polizie, ma ciò che le istituzioni permettono, giustificano e normalizzano.

La vera sicurezza non è vivere sotto sorveglianza permanente. Non è attraversare città blindate da camionette e agenti antisommossa. Non è sapere che un poliziotto può insultarti, fermarti o colpirti contando sulla protezione politica e mediatica.

La vera sicurezza è sapere che nessuno verrà lasciato solo. È poter dissentire senza rischiare mutilazioni. È poter attraversare una città senza essere profilati per il colore della pelle. È vivere in una società che riduce le disuguaglianze invece di governarle con la forza.

Perché una comunità ha bisogno di cura, solidarietà e giustizia sociale. Non di repressione permanente. Non di paura. Non di polizie sempre più militarizzate e sempre meno sottoposte a controllo democratico.

Ed è esattamente questo il punto politico che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: gli abusi non sono anomalie che interrompono il funzionamento della democrazia. Sono sempre più spesso il modo attraverso cui il potere prova a governare una società in crisi.

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05/05/2026

Le sirene del riarmo per una Torino in crisi industriale cronica

Sono meno di dieci chilometri in linea d’aria quelli che a Torino separano la “Porta 2”, storico ingresso del fu stabilimento Fiat nel Sud della città, dalla cancellata che circonda la sede da oltre 116mila metri quadrati della Leonardo Spa, in Corso Francia. In questi due luoghi si “vedono” localmente tante dinamiche che si osservano anche su scala globale.

Il capoluogo piemontese, simbolo della crisi dell’automotive e del rilancio del settore militare, è un punto di osservazione privilegiato per analizzare gli effetti quotidiani del declino produttivo sul tessuto sociale e per studiare come quel “pubblico” svuotato di risorse provi a stringere alleanze con il privato per sopravvivere. Ma è anche un territorio che subisce decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza. C’è tutto questo, oggi, nella città che vive una crisi industriale senza precedenti.

Oltre quella “Porta 2” dello stabilimento di Mirafiori la situazione è infatti drammatica. Dalla fusione tra Peugeot société anonyme (Psa) e Fca in Stellantis del 2021 le fuoriuscite di personale sono state più di seimila con bonus fino ai 100mila euro lasciando in attività poco più di 12mila lavoratori e lavoratrici, di cui circa 5.500 impiegati. Lo stesso vale per l’indotto: si stima in vent’anni un crollo di 30mila lavoratori solo per il settore meccanico. “La fine è vicina: se Stellantis non annuncerà la produzione di nuovi modelli in meno di due anni servirà di nuovo la cassa integrazione”, spiega Gianni Mannori, sindacalista della Fiom Cgil. In poco più di cinquant’anni il cuore industriale del capoluogo piemontese ha ridotto dell’80% le persone impiegate rispetto al picco di 60mila operai del 1971.

Ma non è l’unica strategia messa in atto da Exor Nv, società della famiglia Agnelli e socia di riferimento di Stellantis, che ha avuto impatto sul territorio. A metà luglio 2025 il colosso di diritto olandese ha venduto per 3,8 miliardi di euro la divisione veicoli di Iveco Group, che vede attivi a Torino oltre seimila dipendenti, all’indiana Tata Motors. Il loro posto è “salvo” per due anni – l’accordo di vendita prevede per questo periodo il divieto di riorganizzazione aziendale – ma il futuro è incerto. Ed è in questo contesto che il presente in città ha un nome ben identificabile: Leonardo, che conta in totale quattromila addetti divisi tra i 2.200 nella sede di Caselle e i restanti nello stabilimento cittadino di Corso Francia.

A questi si aggiungono, secondo i dati comunicati dalla società stessa ad Altreconomia, 1.200 dipendenti a Cameri (NO) e circa 1.100 addetti di Thales Alenia Space (joint venture tra Leonardo e la società francese Thales Sa che opera nel settore spaziale), mentre non è noto quanti siano gli impiegati diretti di Mbda Spa, uno dei più importanti consorzi europei che costruisce missili e tecnologie per la difesa di cui Leonardo detiene il 25% della proprietà insieme ad Airbus e Bae systems. Proprio da Mbda arriva il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani, al posto di Roberto Cingolani.

Per quanto riguarda l’impatto territoriale Leonardo stima per il Piemonte 400 piccole e medie imprese coinvolte nella produzione, per un totale di 14.500 addetti tra diretti, indiretti e indotto. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati (per la grande maggioranza in discipline Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre i restanti sono “in larga parte profili sperimentati grazie alla collaborazione strutturata con gli istituti tecnici del territorio piemontese”, tecnici ad alta e altissima specializzazione. La “presa” della società sui giovani è forte.

“Garantiscono stipendi iniziali altissimi per fidelizzarli e questo ha creato, tra l’altro, malcontento anche tra chi ha una certa anzianità”, racconta un lavoratore dell’azienda che preferisce mantenere l’anonimato. Fidelizzazione che sembra essere comunque necessaria: Leonardo ci ha infatti comunicato che, tra il 2024 e il 2025 (al 31 dicembre), gli addetti erano aumentati di 400 unità ma le assunzioni in 20 mesi sono quasi il doppio.

“C’è una narrazione che sta cercando di convincere la città che l’aerospazio e il militare possano sostituire l’industria dell’automotive. Combattiamo questa disinformazione perché non è vero e questi numeri lo dimostrano”, ha sottolineato Ugo Bolognesi, responsabile della Fiom Torino, durante un dibattito pubblico svoltosi nel capoluogo lo scorso 9 aprile presso il Centro studi Sereno Regis, in cui rappresentanti della politica, dei sindacati e delle Università si sono confrontati proprio sul tema della produzione di armi in città.

Il sito di Caselle, a circa 20 chilometri da Torino, “si è evoluto in un vero e proprio centro di ingegneria, ricerca e sviluppo” ed è il luogo dove “si sta costruendo il futuro delle tecnologie aeronautiche di nuova generazione”. Leonardo cita nei dati comunicati ad Altreconomia il Global combat air programme (Gcap), un programma multinazionale congiunto tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare entro il 2035 un nuovo caccia e il “Clean Sky” che mira a ridurre gli impatti ambientali dell’aviazione.

Dal punto di vista ingegneristico nel polo di Caselle la società rivendica una produzione di 125 Eurofighter, oltre a 650 semi-ali dello stesso velivolo, a cui si aggiungono 90 C-27J Spartan (aereo da trasporto tattico) e 21 velivoli Atr special mission per clienti nazionali e internazionali. E poi più di 80 sistemi Atos (Airborne tactical observation system) venduti in dieci Paesi per supportare operazioni militari e di sicurezza nazionale.

Cameri è invece il “fulcro della partecipazione italiana al programma F-35, essendo stato scelto da Lockheed Martin, società statunitense leader nel settore della Difesa, come unica linea di assemblaggio e di collaudo finale in Europa e come centro per le attività di manutenzione, revisione e aggiornamento (Mro&U) dei velivoli F-35 destinati a operare nell’area mediterranea/europea”. Nei 124mila metri quadrati dello stabilimento novarese, che presto diventeranno quasi 180mila, si producono 18 velivoli F-35 e 55 assiemi ala (ovvero, tutte le parti che compongono l’ala di un velivolo) della versione F-35A all’anno: in totale sono già stati consegnati 75 velivoli, realizzate duemila parti di ali industrializzate e più di 300 ali complete.

Queste forniture sono proprio il punto in cui il globale si incrocia con il locale a Torino. “Quando da dentro lo stabilimento vedevo i manifestanti lanciare addosso alle nostre macchine i fumogeni, mi sono chiesto che cosa stessi facendo”, racconta un altro lavoratore di Leonardo – che sceglie l’anonimato –, ricordando il pomeriggio del 3 ottobre 2025 quando durante una manifestazione per la Palestina alcuni attivisti hanno lanciato contro lo stabilimento di Corso Francia pietre e fumogeni. “Spesso non ci rendiamo neanche conto del prodotto finale – aggiunge, in linea con quanto già riportato da un altri dipendenti dell’azienda ad Altreconomiama certo vedere rappresentanti delle aziende militari israeliane che facevano avanti e indietro dallo stabilimento per attività di manutenzione sui caccia mi ha fatto riflettere”. Secondo entrambi i lavoratori il tema della mancata interruzione delle collaborazioni con Israele non trova dal punto di vista numerico grande seguito all’interno dell’azienda, soprattutto tra i neoassunti.

C’è poi il capitolo ricerca e sviluppo. Leonardo ha comunicato ad Altreconomia che gli investimenti della società in questo settore rappresentano quasi il 10% della spesa totale in ricerca delle imprese sul territorio, per un totale di 232 milioni di euro (dati al 2021).

“L’azienda è impegnata in Piemonte nello sviluppo di nuove tecnologie abilitanti per la crescita e la competitività del settore aerospazio e Difesa, anche attraverso collaborazioni con le principali realtà del mondo della formazione accademica e della ricerca, a partire dal Politecnico e dall’Università di Torino, l’Istituto tecnico superiore Aerospazio Piemonte e il Competence center per il manufacturing avanzato Cim 4.0, il distretto Aerospaziale Piemonte e la Fondazione AI4I”. Il Cim 4.0 è un centro promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy che si occupa di trasformazione tecnologica, mentre la Fondazione AI4I gestisce a Torino il Centro italiano per l’intelligenza artificiale, anche grazie al contributo di 20 milioni di euro l’anno dal ministero dell’Economia.

A questo si aggiungono anche i “Leonardo innovation labs”, situati nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) dietro la stazione di Porta Susa, incubatori tecnologici che “supportano trasversalmente l’ingegneria delle aree di business di Leonardo nella ricerca e sviluppo delle tecnologie di frontiera”. Infine presso lo stabilimento di Corso Francia è stato sviluppato il “fiore all’occhiello della Leonardo Hi-Tech”: il Product capability and concept laboratory (Pc2Lab), un luogo “dove, grazie all’utilizzo dei cosiddetti ‘gemelli digitali’ (in inglese, digital twins) e sofisticate sperimentazioni algoritmiche all’interno di scenari operativi simulati, è possibile controllare il complesso processo di sviluppo dei sistemi aerei di futura generazione e svilupparne caratteristiche e configurazioni ben prima che possano essere sperimentati in volo”.

In questo contesto la relazione con il mondo universitario ricopre sicuramente un aspetto centrale, soprattutto con il Politecnico di Torino su cui però la multinazionale nega informazioni dettagliate: “Non è disponibile un dato pubblico consolidato sul numero complessivo dei singoli progetti attivi né sul valore economico totale delle commesse, che varia nel tempo in funzione dei programmi”. L’assenza di trasparenza continua.

Intanto l’apice della collaborazione pubblico-privato troverà casa nella Città dell’Aerospazio. Le informazioni sono scarse e frammentate ma i lavori sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Corso Francia è però pronto ad accogliere un luogo in cui, grazie a Regione e Comune, l’Ateneo e Leonardo diventeranno coinquilini. “Un cambio di paradigma importante non solo per gli enti coinvolti ma per la città intera – sottolinea il geografo Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino –. Viene creato uno spazio fisico e relazionale in cui far funzionare una dimensione ‘politica’ prima ancora che industriale: si costruisce il sapere da utilizzare e mettere al servizio di un’economia piegata al militare”.

Leonardo dichiara che “dopo aver registrato 20mila nuove assunzioni tra il 2023 e il 2025” prevede in Italia tra quest’anno e il 2030 “28mila nuovi ingressi di cui il 55% giovani under30, il 70% profili Stem e il 30% donne”. Non è noto, invece, il dato specifico sulle assunzioni che interesseranno Torino. Intanto il cardinale Roberto Repole, vescovo di Torino, in occasione del primo maggio ha indirizzato una lettera aperta alla città. “Dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi – si legge –. So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.

Il 9 agosto 1956 il caccia Fiat G-91, prodotto dall’azienda aeronautica italiana Fiat Aviazione (divenuta poi Aeritalia), decollava per la prima volta dall’aeroporto di Caselle Torinese. Settant’anni dopo quel luogo si candida a diventare nuovamente crocevia centrale della produzione militare.

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30/04/2026

La sirena d’allarme di Parco Schuster

Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente.

Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.

Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.

La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.

L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.

Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.

Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.

Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.

È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.

Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.

È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.

Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.

Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.

Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.

Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.

Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.

Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).

Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.

La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?

La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?

Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.

Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.

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22/04/2026

Giappone - Rimosso il divieto all’export di armi letali

Il governo della Prima Ministra Sanae Takaichi ha ufficialmente revocato il divieto di esportazione di armi letali, inclusi i jet da combattimento di ultima generazione. L’annuncio è arrivato martedì tramite un post della Premier sulla piattaforma X, e segna una trasformazione radicale per l’industria della difesa nipponica, mentre la Mitsubishi Heavy Industries ha già stretto un accordo da 7 miliardi di dollari per la costruzione di tre navi da guerra australiane.

Quello che cambia, però, è soprattutto la postura internazionale del Sol Levante. La decisione smantella una politica di restrizioni che durava da decenni. Le norme precedenti, introdotte nel 1967 e rese ancora più stringenti nel 1976, limitavano l’export militare giapponese ai soli equipaggiamenti non letali, come strumenti di sorveglianza o mezzi per lo sminamento.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Asahi, Tokyo manterrà formalmente il divieto di esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti attivi. Tuttavia, è stata introdotta una clausola cruciale: sono previste esenzioni per “circostanze speciali” qualora siano in gioco le esigenze di sicurezza nazionale del Giappone. Poche settimane fa, tra i dossier relativi è stato considerato anche Taiwan.

Non si è fatta attendere, infatti, la risposta della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato: “l’accelerata rimilitarizzazione del Giappone è già una realtà e si accompagna a una tabella di marcia e a misure concrete. La comunità internazionale, Cina compresa, rimarrà estremamente vigile e si opporrà fermamente alle sconsiderate mosse neomilitariste del Giappone”.

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18/04/2026

Ipotesi riconversione bellica dell’automotive anche negli USA

Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il Pentagono ha avviato colloqui preliminari con i giganti dell’automotive per riconvertire parte della produzione nazionale verso armamenti, missili e munizioni. Il motivo è chiaro: la pressione sugli arsenali esercitata dalla fallita aggressione all’Iran ha dimostrato che gli USA, gettati su questo percorso predatorio, hanno bisogno di espandere ulteriormente il proprio complesso militare-industriale.

Già di per sé, come è risaputo, l’economia stelle-e-strisce si regge sul keynesismo militare, ma la scelta strategica di abbandonare ogni forma di soft power per far valere i muscoli ha reso necessario fare i conti con le debolezze dell’industria bellica che, fino a oggi, appariva come una macchina inarrestabile.

Per farlo, il Dipartimento della Guerra, guidato dal segretario Pete Hegseth, ha messo al tavolo i pesi massimi del settore manifatturiero. Tra i dirigenti contattati figurano: Mary Barra, CEO di General Motors; Jim Farley, amministratore delegato di Ford Motor; i vertici di GE Aerospace e Oshkosh Corporation.

L’amministrazione ha chiesto esplicitamente a queste aziende di valutare la rapidità con cui potrebbero riconvertire le linee produttive civili per fabbricare sistemi anti-drone, missili e munizioni. Si tratta di una necessità produttiva che si lega a ragioni strategiche: il Pentagono vuole ridurre la dipendenza da una ristretta cerchia di appaltatori della difesa tradizionali, ormai saturi.

Per descrivere questa novità, Hegseth ha usato il termine “wartime footing”, un passo da tempo di guerra, ovvero assumere uno strutturale assetto da economia militarizzata. Per raggiungere questo traguarda di certo non invidiabile, la Casa Bianca vuole mettere in campo cifre mostruose, anche per gli Stati Uniti.

Per la proposta di bilancio 2027 del Dipartimento della Guerra si è parlato di 1.500 miliardi di dollari: si tratterebbe del bilancio più ricco della storia degli USA, che ha da poco superato l’asticella dei 900 miliardi. Ben il 23% di questa spesa (350 miliardi) sarebbe destinato esclusivamente all’espansione della base industriale.

Per raggiungere questo obiettivo, si vuole mobilitare anche il mondo civile, appunto. Oltre alla capacità tecnica, i colloqui si starebbero concentrando anche sugli ostacoli burocratici. I dirigenti industriali avrebbero ricevuto il compito di individuare i vincoli normativi che rallentano la produzione, i punti deboli delle procedure di gara, e le rigidità contrattuali che limitano l’apporto del settore civile.

Molte delle aziende coinvolte sono già in prima linea negli sforzi militari: Oshkosh, pur fatturando 10,5 miliardi di dollari principalmente nel civile, hanno già avviato dialoghi a novembre per espandere la produzione di veicoli tattici. General Motors, dal canto suo, è in pole position per il contratto del nuovo veicolo che sostituirà l’iconico Humvee.

L’ondata di militarizzazione della vita e della produzione di tutti i giorni spira forte in tutto l’Occidente. Più volte abbiamo scritto di come lo stesso fenomeno sta interessando sempre più anche l’industria europea, che cerca nelle armi una boccata d’aria rispetto alla crisi. Ma si tratta di una soluzione che è in realtà una menzogna venduta all’opinione pubblica, per far accettare di essere parte di filiere di morte.

“L’industria automobilistica è circa dieci volte più grande dell’industria bellica”, ha osservato Klaus-Heiner Röhl, dell’Istituto di economia tedesca: le commesse militari non possono compensare il fallimento delle politiche industriali del Vecchio Continente. Ma in prospettiva, un imperialismo più armato viene visto come strumento fondamentale per reimporre spoliazione e sfruttamento su un Mondo che si sviluppa in senso multipolare.

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