Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione

La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti securitari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i ragazzi e poi li punisce

La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è una notizia, straziante, inaccettabile. Non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera. Non può essere ridotta a emergenza securitaria. Non può essere trasformata in propaganda. È il prodotto di un disastro sistemico che da anni denunciamo.

Da troppo tempo la scuola italiana ha smarrito la sua funzione emancipativa. Ha cessato di essere argine alla violenza sociale ed è diventata, sempre più spesso, megafono delle contraddizioni più brutali di questa società. Dove non esiste un argine solido, un’alternativa alla barbarie, la barbarie diventa normalità. Entra nelle aule, nei corridoi, nei rapporti tra studenti. E poi esplode.

Non si provi a strumentalizzare questa morte in chiave razzista o securitaria. Non saranno più controlli, più polizia, più repressione a risolvere un problema che nasce da mancanza di riferimenti, di prospettive, di dignità. Chi lo sostiene mente sapendo di mentire. È solo il modo più vile per non assumersi responsabilità politiche.

La deriva è evidente e aggravata dall’attuale contesto. Le scuole scivolano verso un modello punitivo e autoritario: prevalgono pratiche tossiche, insegnanti ridotti a somministratori seriali di punizioni, assenza di un effettivo sostegno alle situazioni di anomia, disagio e devianza. Un sostegno che non può essere garantito da insegnanti di sostegno lasciati soli, spesso inadeguati o del tutto ignorati. Nessuna reale gestione pacifica e competente dei conflitti, nessuna mediazione, nessuna cura. Punizioni a ripetizione al posto dell’ascolto. Espulsioni al posto dell’accompagnamento. Repressione al posto dell’educazione.

A questo si aggiunge una scelta scellerata e pericolosa: l’ingresso di militari e dirigenti delle polizie nelle scuole. Come se il solo linguaggio possibile fosse quello dell’ordine e del comando. Come se il conflitto potesse essere governato solo con la forza. È un messaggio devastante: si educa alla paura, non alla responsabilità. La violenza non si previene militarizzando l’educazione. La si alimenta.

La violenza a scuola, come nella società, non nasce dal nulla. È il risultato dell’erosione delle possibilità, delle capacità, delle speranze. Oggi la si chiama “emergenza maranza”, ieri aveva altri nomi. Sempre la stessa logica: etichettare, stigmatizzare, reprimere. Mai affrontare le cause. Mai investire in spazi, tempo, relazioni, futuro.

A rendere questa tragedia ancora più insopportabile è l’ipocrisia sistemica con cui il potere prova a usarla. Il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi, parlando di coltelli, sicurezza, emergenza giovanile. Ma la domanda che smaschera la propaganda resta inevasa: come può un governo che comprende una forza politica il cui leader ha pubblicamente giustificato un accoltellamento come “legittima difesa” pretendere di varare leggi per prevenire l’uso dei coltelli?

La risposta è brutale e nota: perché non tutti sono uguali davanti alla legge.

In questo Paese sta tornando apertamente una legge di classe, una legge tribale: c’è chi può e chi non può. Il “giovane ricercatore padano” può brandire un coltello ed essere assolto moralmente e politicamente. I maranza, i migranti, i figli delle periferie, i “terroni” – per usare un lessico che circola senza più vergogna – no. Loro vanno repressi, incarcerati, messi all’indice. È la fine dell’uguaglianza formale davanti alla legge e il ritorno a un ordine sociale fondato sull’identità, non sui fatti: l’italiano ariano può, gli altri pagano.

Dentro questo schema rientra anche la repressione degli studenti organizzati. Perché mentre lo Stato abbandona la scuola, svuota l’educazione di senso e futuro, punisce chi prova a riempire quel vuoto con l’impegno e l’organizzazione. Gli studenti che rivendicano una scuola migliore, laica e aperta; che chiedono spazi, ascolto, diritti; che manifestano solidarietà con la Palestina e con i popoli oppressi, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. È accaduto a Torino, dove a studenti minorenni sono state applicate misure cautelari: perquisizioni, denunce, restrizioni personali. Ragazzi e ragazze che chiedono più educazione e meno repressione vengono repressi.

È questa la contraddizione esplosiva del presente: lo Stato produce abbandono e poi punisce le conseguenze dell’abbandono. Non investe in istruzione, ma investe in polizia. Non costruisce futuro, ma costruisce nemici. Non previene la violenza, la governa selettivamente. E mentre alcuni vengono assolti, giustificati, normalizzati, altri – sempre gli stessi – vengono marchiati, criminalizzati, schiacciati.

Per questo non servono decreti repressivi. Serve il rilancio di una grande mobilitazione di insegnanti, genitori, studenti democratici. Serve una scuola che torni a essere luogo di emancipazione, non di disciplinamento. Serve investire nel sostegno reale al disagio, nella costruzione di comunità educanti. Serve dire con forza che punire non è educare.

Ci stringiamo al dolore della famiglia, degli amici e dei compagni di scuola di Youssef. Il nostro cordoglio non è rituale: è impegno politico e umano.

Ciao Youssef.
Anche per te continueremo a lottare per un mondo nuovo, in cui nessun ragazzo venga lasciato solo fino al punto di morire.

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28/07/2025

La nave Cosco Pisces non sbarcherà materiale bellico a La Spezia

L’Unione Sindacale di Base del porto di Genova ha proclamato 24 ore di astensione dal lavoro per martedì 5 agosto al terminal Psa Genova Pra’ dopo aver ricevuto segnalazioni sul trasporto di materiale bellico all’interno di tre container della compagnia Evergreen e trasportati sulla nave portacontainer Cosco Pisces attualmente in rada di fronte al porto di La Spezia in attesa di poter ormeggiare al La Spezia Container Terminal. Entrambe le sponde del Molo Fornelli sono infatti occupate da altre due navi portacontainer (Cape Kortia e Apl Boston) in lavorazione; una situazione di congestione che nelle ultime settimane si sta verificando sempre più di frequente nei terminal container dei porti liguri.

Secondo quanto appreso da SHIPPING ITALY la nave Cosco Pisces approderà appena possibile al porto di La Spezia ma non verranno sbarcati i tre container di Evergreen nel mirino di USB e delle associazioni che protestano contro i traffici di armi. La compagnia di navigazione taiwanese pare infatti abbia deciso di far tornare i tre box incriminati direttamente in estremo Oriente da dov’erano partiti. Una comunicazione ufficiale in proposito potrebbe essere diffusa nella giornata di domani.

Il sindacato USB nella sua nota spiega come la conferma che il materiale bellico stesse viaggiando a bordo della nave Cosco Pisces sia arrivata “dai portuali del Pireo, in Grecia, nell’ambito di quella rete di solidarietà internazionale che da mesi si oppone al traffico di armi nei porti del Mediterraneo”.

USB chiarisce che “queste operazioni non rientrano tra i servizi essenziali tutelati dalla legge 146/1990, che garantisce solo le funzioni legate ai diritti fondamentali come salute, istruzione e comunicazione. Al contrario, la stessa normativa riconosce la legittimità dello sciopero quando è finalizzato a difendere l’ordine costituzionale e la sicurezza collettiva. Fermare la logistica di guerra non è quindi solo una scelta politica e morale, ma anche un diritto pienamente esercitabile”.

La protesta (che ancora non è chiaro se verrà comunque confermata o meno) è in programma a partire dalle ore 22 del 4 agosto fino alle 21:59 del giorno successivo, con un’astensione di otto ore consecutive per il personale amministrativo e turnista. Saranno comunque garantiti i servizi minimi previsti dal contratto e dalla legge. La proclamazione potrebbe subire variazioni in base alla programmazione della nave, ma il messaggio dei portuali è chiaro: “Non lavoreremo per la guerra”.

Questa non è un’azione isolata. “Negli ultimi mesi USB – si legge ancora nella nota – ha moltiplicato le iniziative per spezzare la catena logistica che alimenta conflitti e massacri. A giugno i lavoratori hanno incrociato le braccia all’aeroporto di Brescia Montichiari per bloccare un carico di armi, e a luglio il presidio davanti al Comune di Genova ha rilanciato la richiesta di dichiarare i porti liguri off limits per le spedizioni belliche. La mobilitazione è parte di un fronte internazionale che unisce i portuali di Francia, Grecia, Germania e Nord Africa”.

Il sindacato dei portuali porta avanti anche una battaglia sul piano legale. “Dopo che la Commissione di Garanzia – scrivono – ha tentato di limitare il diritto di sciopero, USB ha ribadito che considerare le armi un servizio essenziale è un’idea inaccettabile e contraria ai principi costituzionali. Da qui nasce la campagna ‘Il lavoro ripudia la guerra’, che rivendica un principio semplice: i porti italiani non devono diventare basi logistiche per i conflitti, ma restare luoghi al servizio delle comunità”.

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16/12/2022

Ennesimo omicidio di un lavoratore nel porto di La Spezia, USB proclama lo sciopero nazionale dei porti italiani per venerdì 16 dicembre

Questa mattina l’ennesimo omicidio sul posto di lavoro: al Porto di La Spezia ha perso la vita un collega portuale, Alessandro Bassi, frigorista di 60 anni, precipitato in mare con la vettura di servizio Contship dal molo di Calata Artom. Salvo per miracolo un collega che è riuscito a lanciarsi dalla vettura prima che finisse in acqua, così come per puro caso non si sono registrati morti per il crollo di alcuni container al terminal PSA di Genova.

Sono già oltre 1000 i morti di lavoro quest’anno. Siamo convinti che non siano incidenti frutto della cattiva sorte. Questa è, infatti, la conseguenza di controlli preventivi assenti, anche a causa dei pesanti tagli e di un sistema de lavoro basato su ritmi frenetici, dove salute e sicurezza sono viste come un costo da ridurre a favore dei profitti.

E come già abbiamo denunciato i continui tavoli permanenti, voluti da Autorità Portuale e dagli altri enti competenti, non stanno portando ad alcun risultato concreto sul tema della sicurezza. Dobbiamo constatare, purtroppo, che poco o nulla viene fatto. Tutto questo con una legislazione inadeguata a porre un freno a questa gravissima situazione che si reitera di anno in anno, senza che la politica intervenga con decisione e fermezza.

È ormai evidente che la questione sicurezza è completamente sfuggita di mano. Al di là delle frasi di circostanza noi lavoratori stiamo pagando anni di sconfitte sindacali e arretramenti sotto tutti i punti di vista. Anche questa volta, probabilmente, si troveranno mille giustificazioni per non dare responsabilità a coloro che in realtà sono i primi responsabili ed hanno nomi e cognomi: i soggetti privati che mai pagano per questi fatti gravissimi.

Nel nostro ordinamento non esiste neanche una specifica fattispecie di reato. In tale senso USB porta avanti da tempo la proposta di inserire il reato di “omicidio e lesioni gravissime sul lavoro” nel codice penale.

Vogliamo altresì esprimere il nostro sdegno e la nostra rabbia per quanto successo nella mattina odierna, 15 dicembre, di fronte al magazzino logistica di Italtrans a Bergamo quando diversi lavoratori in sciopero sono stati brutalmente caricati dalle forze dell’ordine durante uno sciopero proclamato dalla nostra sigla sindacale.

Per queste motivazioni USB Mare e Porti ha deciso di proclamare 24 ore di sciopero in tutti i porti italiani per la giornata di venerdì 16 dicembre con iniziative locali che saranno in seguito comunicate.

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01/05/2017

La Spezia. Arrestati neofascisti. A Milano parata fascista al cimitero. Pd e sionisti che dicono?

“Si va a caccia di negri e antifa”. Ieri a La Spezia i carabinieri hanno eseguito diverse perquisizioni e attuato un'ordinanza cautelare nei confronti di tre neofascisti italiani ritenuti responsabili dei reati di “associazione finalizzata all'incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici e nazionali” ed a vario titolo anche per reati di danneggiamento e danneggiamento seguito da incendio aggravati. L’operazione è stata ribattezzata “Aurora”. Il gruppo neofascista secondo i carabinieri, organizzava ronde punitive contro gli extracomunitari, in alcune circostanze avrebbe appiccato il fuoco a raccoglitori di indumenti usati della Caritas diocesana della Spezia e al macchinario di una cava. Le indagini erano partite a maggio dello scorso anno, dopo che era stata imbrattata una sede del Pd.

I neofascisti facevano base in una una roulotte parcheggiata in una zona boschiva di Follo (La Spezia), dove i carabinieri hanno trovato istruzioni per fabbricare ordigni rudimentali, realizzabili con componenti di uso comune normalmente in vendita. Il nome del gruppo, secondo i magistrati, sarebbe “Autonomi NS La Spezia”. “Si va a caccia di negri e antifa”, “è giunto il momento delle spedizioni punitive in questa città” si scrivevano e incitavano nel gruppo WhatsApp creato ad hoc i neofascisti spezzini.

La Spezia. Da Aurora ad Aquila Nera

La Spezia non è però la prima volta che viene coinvolta da indagini sull’attività di gruppi neofascisti. Nel dicembre del 2014 era stata lambita dall’operazione “Aquila Nera”. In quella occasione Gianni Lisetto, 50 anni, friulano di origini ma da anni residente nella città ligure, insieme alla sua compagna Barbara Bottinelli, di La Spezia, furono iscritti sul registro degli indagati con l’accusa di fare parte di un'associazione sovversiva e la loro abitazione perquisita dai Ros dei Carabinieri. La perquisizione era stata ordinata dal gip dell’Aquila Gargarella nell’ambito dei provvedimenti per la maxi inchiesta “Aquila Nera” contro l’associazione terroristica “Avanguardia Ordinovista”, un fascicolo con 44 indagati, di cui 14 finiti agli arresti. Un gruppo che vedeva ai suoi vertici, Stefano Manni, 58 anni, di Ascoli Piceno, esponente di estrema destra. Nel luglio 2015 con giudizio immediato sono stati disposti i rinvii a giudizio di tutti gli accusati iniziali, in tutto 44 persone. Attualmente una ventina di persone è sotto processo a Pescara. A settembre del 2016 la condanna a 6 anni di reclusione per Stefano Manni, il capo del gruppo politico clandestino è arrivata dal Gup del tribunale dell'Aquila Guendalina Buccella, dopo un processo con rito abbreviato.

Fascisti al cimitero

Inevitabile segnalare che nello stesso giorno in cui a La Spezia la magistratura attuava l’operazione “Aurora” contro un gruppo di neofascisti, il cimitero di Milano ha dovuto assistere alla prova di forza dei fascisti che, sfidando il divieto della Prefettura, ha assistito ad una vomitevole parata come quella visualizzata dalla fotografia qua sotto. Eppure per il 25 aprile, il Pd e la lobby sionista hanno provato a convincere il paese – fortunatamente fallendo – che il problema erano le bandiere palestinesi nei cortei che celebravano la giornata della Resistenza e della Liberazione. Non una parola sull'attività e le complicità di cui godono i gruppi neofascisti in questo paese, anche nel 2017. Pericolosi e ipocriti.


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25/03/2015

Liguria. I lavoratori della Fincantieri ai sindacati: non firmate quel contratto integrativo

E’ un no secco e una richiesta chiara: non firmate il contratto capestro proposto dall’azienda. I lavoratori dello stabilimento Fincantieri del Muggiano alla Spezia oggi hanno scioperato a sorpresa  contro il contratto integrativo in corso di discussione e per la situazione del cantiere navale che il consorzio guidato dalla Provincia vorrebbe vendere ai privati. I lavoratori sono scesi in strada in massa per protestare contro il contratto integrativo ed hanno bloccato la strada che dalla Spezia porta a Lerici di fronte allo stabilimento e in corrispondenza dello svincolo del raccordo e delle gallerie. "Ci vogliono fare lavorare gratis mezzora ogni giorno e vogliono metterci un microchip nelle scarpe da lavoro" hanno detto i lavoratori. “Il microchip traccerebbe la posizione del lavoratore in cantiere otto ore su otto".

Da giorni, sono in agitazione per gli stessi motivi anche i lavoratori degli stabilimenti Fincantieri di Riva Trigoso, che fanno un'ora di sciopero ogni turno e presidiano la portineria bloccando il transito delle merci, mentre dai lavoratori del cantiere navale di Sestri Ponente è arrivata l’indicazione ai sindacati a non firmare il contratto integrativo. Da tutte le assemblee operaie in Fincantieri, è cresciuta la richiesta perentoria di non mediare sulle posizioni aziendali giudicate irricevibili dai lavoratori i quali, tra l'altro, pongono ovunque, con determinazione, il tema della democrazia, chiedendo che qualsiasi accordo, unitario o no, sia portato in assemblea, discusso con sindacati, e poi sottoposto al voto segreto dai lavoratori di tutti i cantieri, vincolando tutto il sindacato al risultato della consultazione."

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13/01/2014

Golfo tossico, una storia italiana.

di Liliana Adamo

“Ci sono temi sui quali la giustizia è nelle mani di pochi coraggiosi, uno di questi ha pagato con la vita…”. Così Sondra Coggio, giornalista per il Secolo XIX (redazione di La Spezia), ripercorrendo le linee guida del suo libro - inchiesta, “Il Golfo dei Veleni” (Cut - up Edizioni), appena pubblicato. L’incipit introduce una data, il 13 dicembre 1995, giorno in cui il capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagava sulle navi dei veleni e sui traffici illeciti dei rifiuti nel porto di La Spezia, si ritrovò a morire per strada, a torso nudo sotto la pioggia, dopo aver consumato un pasto in un autogrill della Salerno - Reggio Calabria. Per diciotto anni, si è parlato di “morte naturale” fino alla desecretazione degli atti che ne attesta, invece, l’omicidio; il libro si chiude, quindi, con l’auspicio di un proseguimento d’indagini per la magistratura spezzina.

Nondimeno, è da tutte le istituzioni cittadine che si attende una risposta, un input d’orgoglio civile, perché sono tanti i testi (fra tutti, “Trafficanti” di Andrea Palladino), o le inchieste giornalistiche (L’Espresso) sui tavoli delle procure di mezza Italia, storie agghiaccianti incentrate sugli occultamenti o inabissamenti di materiali radioattivi e sempre, la città di La Spezia, appare coimputata, crocevia indiscusso per queste attività illegali. Se in trent’anni, le procure disseminate nel belpaese non sono riuscite a spingersi oltre l’archiviazione per “mancanza di prove oggettive”, al medesimo risultato potrebbe attenersi anche la magistratura spezzina, a meno di un ultimo, sferzante exploit probatorio che, dopo tante reticenze e ingiustizie, possa finalmente riannodare i fili attraverso una discernibile realtà processuale dei fatti.

E di fatti nuovi ce ne sono, come spiega la stessa Coggio: per esempio, la testimonianza (1997) del pentito Schiavone, anche questa desecretata, le prove inconfutabili che il capitano De Grazia fu avvelenato mentre si apprestava a raggiungere La Spezia “dove non arriverà mai e dove avrebbe acquisito l’ultimo tassello (quello definitivo) del suo puzzle…”. Perché, è certo, che le navi “a perdere”, la Rigel, la Latvia, la Rosso (ex Jolly Rosso), fatte debitamente “naufragare” o incagliate lungo le rotte del Mediterraneo, parcheggiarono e mollarono gli ormeggi nel e dal porto di La Spezia. E sempre a La Spezia c’è chi teneva i fili tra la supervisione portuale e la criminalità organizzata, chi assicurava un lasciapassare ai mercantili, spesso in pessimo stato, raggirando passaggi importanti, verifiche e controllo dei carichi.

Già, La Spezia: moli appartati, installazioni militari, fabbriche d’armi, crocevia di servizi segreti deviati e uomini d’affari. Una città portuale senza spiaggia, ultima chance per alzare il velo di silenzio e omertà cui, in parte, è complice quella politica che paventa le verità con omissis, riserbo, decretazioni: il lato più oscuro del nostro paese.

Dopo quattro anni di nuove indagini, a seguito di un riscontro fortissimamente voluto da Legambiente (tramite un esposto presentato nel 2009), la magistratura spezzina si ripresenta con un’archiviazione e “nessuna notizia di reato”. Gli ambientalisti si oppongono, chiedendo al Gip d’andare avanti ora che ci sono simmetrie e prove concrete: “Elementi tali da far ritenere che a La Spezia, come in Italia, il capitolo navi dei veleni connesso al tema dei rifiuti tossici, sia ancora attuale; tanto in base alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, quanto alla nuova perizia sulle cause del decesso del capitano De Grazia, che stabilisce la morte non naturale dell'investigatore…”.
Il riesame, rinviato al prossimo 22 gennaio, in virtù, appunto, di una nuova documentazione presentata dalla dr.ssa Valentina Antonini, legale di Legambiente, si evince “in un quadro indiziario emerso dall’audizione di fonti testimoniali nell’ambito delle commissioni parlamentari d’inchiesta…”.

A nulla sono valse le dichiarazioni di Francesco Fonti (nel 2009), cui è scaturito l’esposto. Il pentito di 'ndrangheta (deceduto nel 2012), parlò di una nave carica di rifiuti tossici, intenzionalmente “affondata” nel golfo di La Spezia, a quattrocento miglia dalla costa, con il placet della criminalità organizzata i cui target di scarico/rifiuti erano, secondo Fonti, anche paesi africani come Kenya, Somalia, Zaire, oltre ai fondali dei nostri mari: una deposizione reboante quanto inattendibile, secondo la magistratura.

Tutto questo mentre la procura di Nocera Inferiore, riapriva le indagini sulla strana dipartita del trentanovenne capitano Natale De Grazia, ravvisando elementi utili nel formulare l’ipotesi d’omicidio per avvelenamento, poiché, come scrisse Antonino Greco, capo del nucleo operativo provinciale dei Carabinieri a Reggio Calabria: “Si attivarono forze occulte di non facile identificazione” a seguire i movimenti dell’investigatore in procinto di chiudere le sue indagini. A De Grazia, infatti, mancavano i dati inerenti 180 imbarcazioni affondate, e fu eliminato durante il viaggio in macchina verso La Spezia, nel cui porto era stata ormeggiata, nel frattempo, l’ennesima carretta del mare, la Latvia.

Si presume che la morte del capitano e la presenza della Latvia siano due elementi irrimediabilmente connessi; tant’è che due giorni dopo la nave prese il largo con il suo carico misterioso. C’è voluto un intervallo lunghissimo per smentire la “verità ufficiale” di un “attacco di cuore improvviso”, accertare, invece, che De Grazia morì per “cause tossiche”, avvalorando la tesi dell’intrigo internazionale, a riprova di quanto sostiene anche la relazione conclusiva della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.

Uno scenario accuratamente ricostruito nei “Trafficanti” di Andrea Palladino, un testo che, se non fosse tragicamente autentico, si potrebbe definire come la trama di una narrazione noir: nella notte del 10 settembre 1983, sul confine di Ventimiglia, un trasporto speciale pervenuto da Seveso, con quarantuno bidoni di diossina, passa di mano in mano, da un senatore italiano a un trafficante marsigliese, ex paracadutista. S’intraprende così una caccia in tutta Europa: dov’è finito il carico mortale, zeppo di scorie dell’Icmesa? E’ da quel giallo internazionale che ha origine il traffico dei rifiuti.
Dalle navi dei veleni e dal porto di La Spezia si arrivò a eliminare un investigatore integerrimo e scomodo come Natale De Grazia, all’esecuzione della giornalista del TG1, Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, in Somalia (dietro il duplice omicidio, transazioni d’armi e rifiuti tossici), fino al veneficio sistematico della Terra dei Fuochi nel Casertano, dove, come afferma Schiavone, “moriranno di cancro, nel giro di vent’anni…”.

Il sottobosco dei “trafficanti” è nel cosiddetto “mondo degli affari”, con persone prive di scrupoli che eludono le leggi vigenti sullo smaltimento, economizzando con la “sparizione”, l’inabissamento o l’interramento. Al loro servizio si offrono “professionisti” e “consulenti” come l’ingegner Giorgio Comerio, esperto di mine marine, che aveva progettato un vettore capace d’affondare nelle acque del Mediterraneo le scorie radioattive. O insospettabili manager al servizio di una società finanziaria svizzera che recapitavano alle aziende chimiche europee vere e proprie “circolari”, annunciando la possibilità di far sparire i rifiuti tossici nei paesi africani.

Tutti s’incontravano, si scambiavano “favori”, intrecciando legami con la malavita, dividendosi i mercati e le contabilità “in nero” delle tangenti. Un sistema molto ben congegnato, una geografia complessa che l’autore traccia anche attraverso fonti e rivelazioni inedite di “collaboratori” che tutt’oggi vivono sotto copertura.

Quando Palladino scrive che “la discarica Pitelli e La Spezia sono il simbolo vivo dell’Italia dei veleni”, ricordiamoci che per vent’anni, dai settanta ai novanta, nell’immondezzaio spezzino, un sito, tra l’altro, definito d’alto valore paesaggistico, sono finiti rifiuti nocivi al massimo grado (scorie nucleari, diossina di Seveso, scarti tossici sbarcati dalle prime navi dei veleni), mentre il processo per “disastro ambientale” terminato nel 2011, ha visto assolti tutti gli imputati per “inconsistenza dei fatti”.
A La Spezia, in quel “golfo dei poeti” tra Liguria e Toscana che Napoleone definì “il più bello del mondo”, dove soggiornò D.H. Lawrence decantandone le meraviglie e Richard Wagner ne fu tal punto ispirato che vi compose il preludio all’Oro del Reno, il crocevia internazionale dei veleni si inaugurò nel 1997. Il primo mercantile fu Lorna I, svanito nel nulla nel Mar Nero assieme al suo equipaggio, come pure dall’inchiesta sul traffico d’armi intrapresa alla procura di Trento dal giudice Carlo Palermo.
Seguì la motonave Nikos I, partita alla volta di Lomè in Togo, mai arrivata a destinazione, sparita in circostanze nebulose. Toccò poi alla Panayota, partita da La Spezia il 2 febbraio 1986, affondata l’11 marzo nei pressi dell’isola di Pianosa, dove testimonianze dell’epoca (raccolte da Legambiente), riferirono di un non meglio identificato “fango nauseabondo con vaste zone schiumose in evidente stato di putrefazione…”.

Al largo di Capo Spartivento scomparvero la Rigel e il suo carico ritenuto “sospetto” dalla procura di Reggio Calabria. Nel 1989, la Jolly Rosso, fu inviata in Libano dal governo italiano per il recupero di 2mila tonnellate in rifiuti tossici scaricati in precedenza da una società lombarda. Il mercantile, rinominato Rosso, prese il largo dal porto di La Spezia il 4 dicembre 1990 per incagliarsi a ridosso di Amantea, piccolo comune sulla costa calabra. Ufficialmente, il carico trasportava innocui generi di consumo, ma erano note agli inquirenti le attività illecite intorno al suo andirivieni; anche l’ultima delle tre inchieste (2009), sul caso Amantea, si è chiusa con un nulla di fatto.

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Bell'articolo, però cari giornalisti (anche "contro") finitela di chiamarli "servizi segreti deviati" e smettete di descrivere queste congreghe di disgraziati come anomalie del sistema perché non lo sono, si tratta invece delle avanguardie più spinte dell'accumulazione capitalistica, quelle per cui il profitto è l'unico comandamento, a scapito di ogni altra considerazione, ambiente e salute inclusi.