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19/01/2026

La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione

La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti securitari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i ragazzi e poi li punisce

La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è una notizia, straziante, inaccettabile. Non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera. Non può essere ridotta a emergenza securitaria. Non può essere trasformata in propaganda. È il prodotto di un disastro sistemico che da anni denunciamo.

Da troppo tempo la scuola italiana ha smarrito la sua funzione emancipativa. Ha cessato di essere argine alla violenza sociale ed è diventata, sempre più spesso, megafono delle contraddizioni più brutali di questa società. Dove non esiste un argine solido, un’alternativa alla barbarie, la barbarie diventa normalità. Entra nelle aule, nei corridoi, nei rapporti tra studenti. E poi esplode.

Non si provi a strumentalizzare questa morte in chiave razzista o securitaria. Non saranno più controlli, più polizia, più repressione a risolvere un problema che nasce da mancanza di riferimenti, di prospettive, di dignità. Chi lo sostiene mente sapendo di mentire. È solo il modo più vile per non assumersi responsabilità politiche.

La deriva è evidente e aggravata dall’attuale contesto. Le scuole scivolano verso un modello punitivo e autoritario: prevalgono pratiche tossiche, insegnanti ridotti a somministratori seriali di punizioni, assenza di un effettivo sostegno alle situazioni di anomia, disagio e devianza. Un sostegno che non può essere garantito da insegnanti di sostegno lasciati soli, spesso inadeguati o del tutto ignorati. Nessuna reale gestione pacifica e competente dei conflitti, nessuna mediazione, nessuna cura. Punizioni a ripetizione al posto dell’ascolto. Espulsioni al posto dell’accompagnamento. Repressione al posto dell’educazione.

A questo si aggiunge una scelta scellerata e pericolosa: l’ingresso di militari e dirigenti delle polizie nelle scuole. Come se il solo linguaggio possibile fosse quello dell’ordine e del comando. Come se il conflitto potesse essere governato solo con la forza. È un messaggio devastante: si educa alla paura, non alla responsabilità. La violenza non si previene militarizzando l’educazione. La si alimenta.

La violenza a scuola, come nella società, non nasce dal nulla. È il risultato dell’erosione delle possibilità, delle capacità, delle speranze. Oggi la si chiama “emergenza maranza”, ieri aveva altri nomi. Sempre la stessa logica: etichettare, stigmatizzare, reprimere. Mai affrontare le cause. Mai investire in spazi, tempo, relazioni, futuro.

A rendere questa tragedia ancora più insopportabile è l’ipocrisia sistemica con cui il potere prova a usarla. Il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi, parlando di coltelli, sicurezza, emergenza giovanile. Ma la domanda che smaschera la propaganda resta inevasa: come può un governo che comprende una forza politica il cui leader ha pubblicamente giustificato un accoltellamento come “legittima difesa” pretendere di varare leggi per prevenire l’uso dei coltelli?

La risposta è brutale e nota: perché non tutti sono uguali davanti alla legge.

In questo Paese sta tornando apertamente una legge di classe, una legge tribale: c’è chi può e chi non può. Il “giovane ricercatore padano” può brandire un coltello ed essere assolto moralmente e politicamente. I maranza, i migranti, i figli delle periferie, i “terroni” – per usare un lessico che circola senza più vergogna – no. Loro vanno repressi, incarcerati, messi all’indice. È la fine dell’uguaglianza formale davanti alla legge e il ritorno a un ordine sociale fondato sull’identità, non sui fatti: l’italiano ariano può, gli altri pagano.

Dentro questo schema rientra anche la repressione degli studenti organizzati. Perché mentre lo Stato abbandona la scuola, svuota l’educazione di senso e futuro, punisce chi prova a riempire quel vuoto con l’impegno e l’organizzazione. Gli studenti che rivendicano una scuola migliore, laica e aperta; che chiedono spazi, ascolto, diritti; che manifestano solidarietà con la Palestina e con i popoli oppressi, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. È accaduto a Torino, dove a studenti minorenni sono state applicate misure cautelari: perquisizioni, denunce, restrizioni personali. Ragazzi e ragazze che chiedono più educazione e meno repressione vengono repressi.

È questa la contraddizione esplosiva del presente: lo Stato produce abbandono e poi punisce le conseguenze dell’abbandono. Non investe in istruzione, ma investe in polizia. Non costruisce futuro, ma costruisce nemici. Non previene la violenza, la governa selettivamente. E mentre alcuni vengono assolti, giustificati, normalizzati, altri – sempre gli stessi – vengono marchiati, criminalizzati, schiacciati.

Per questo non servono decreti repressivi. Serve il rilancio di una grande mobilitazione di insegnanti, genitori, studenti democratici. Serve una scuola che torni a essere luogo di emancipazione, non di disciplinamento. Serve investire nel sostegno reale al disagio, nella costruzione di comunità educanti. Serve dire con forza che punire non è educare.

Ci stringiamo al dolore della famiglia, degli amici e dei compagni di scuola di Youssef. Il nostro cordoglio non è rituale: è impegno politico e umano.

Ciao Youssef.
Anche per te continueremo a lottare per un mondo nuovo, in cui nessun ragazzo venga lasciato solo fino al punto di morire.

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