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19/01/2026

Israele blocca anche il “capo” del governo tecnico palestinese per Gaza

Niente può esser peggio di Israele e del suprematismo sionista. Sapete ormai tutti che si è appena installato, per volontà di Sua Maestà Trump, «il miglior amico che Israele abbia mai avuto», il «governo tecnico» incaricato di amministrare la Striscia di Gaza sotto la supervisione del Board of Peace presieduto sempre da Sua Maestà – tramite Il Cognato Supremo Jared Kushner (sionista ultrà, garantito docg).

Non proprio un ente «nemico» di Tel Aviv, insomma. Anzi, nato per facilitare al massimo il suo dominio sulla Striscia, anche se in qualche modo alternativo alla «soluzione finale» preferita da Netanyahu, Smorich e BenGivr (il genocidio totale, senza sopravvissuti).

Perché quest’organismo fantasmatico e totalmente privo di autonomia, ovviamente estraneo ad ogni rappresentatività dei palestinesi, si riunisse formalmente era necessario che Ali Shaath, neo-nominato capo del comitato tecnocratico palestinese di Gaza, potesse andare al Cairo partendo dalla Cisgiordania.

Ma un funzionario palestinese ha riferito al Times of Israel che Ali Shaath è stato bloccato alla partenza e «interrogato» dalla polizia israeliana per oltre sei ore. Solo in un secondo momento è stato lasciato libero di proseguire il suo viaggio.

L’ingegnere, peraltro originario di Khan Younis, ha dichiarato a Palestinian Basma Radio che il primo compito del nuovo «governo» sarebbe eliminare... le macerie, spingendo magari i detriti in mare per creare nuove isole, ampliando così la superficie da destinare a infrastrutture e rifugi.

L’operazione promette di essere più rapida di altre alternative, con un tempo previsto di almeno tre anni. La proposta appare azzardata, ma le agenzie delle Nazioni unite impegnate nella rimozione delle macerie a Gaza stanno in fondo già facendo qualcosa di simile, riutilizzando parte del materiale per livellamenti, strade e ricostruzione. Ma in questo modo se ne smaltirebbero comunque troppo poche e in tempi biblici, vista la dimensione delle distruzioni provocate dall’Idf.

Si tratta di almeno 61 milioni di tonnellate, contenente di tutto, compresi ordigni inesplosi, materiali pericolosi e corpi in decomposizione ai quali dovrebbe essere garantita una sepoltura dignitosa.

La precondizione, però, qualunque sia la «soluzione» scelta, è che Israele riapra i valichi e consenta l’ingresso di tutti i mezzi necessari, senza limitazioni. Ma se non riesce nemmeno a passare il responsabile formale del nuovo «ente amministrativo» scelto da Trump si può immaginare cosa accadrà per aiuti e macchinari...

Lo stesso «Comitato di pace» del presidente Usa appare ancora molto vago, pieno di «buchi» (non tutte le posizioni risultano coperte), e dagli obiettivi così incerti da sembrare quasi «compreso» nella «nuovo Onu» solo filo-americana che lo stesso Trump vorrebbe consolidare a sua esclusivo vantaggio (60 paesi da lui «invitati» in cambio del versamento di un miliardo di dollari, per partecipare ai futuri profitti).

Sia l’ANP di Abu Mazen che Hamas – obtorto collo – hanno dichiarato il proprio sostegno al nuovo ente, nutrendo chiaramente la speranza che l’impronta Usa sia tale da far togliere il piede dal tubo dell’ossigeno sia a Gaza che in Cisgiordania.

I problemi non mancano, visto che a ricoprire la carica di «responsabile della sicurezza» a Gaza dovrebbe essere Sami Nasman, contro cui Hamas ha emesso in passato un ordine di cattura.

Tutti i nomi del team «tecnocratico» erano stati approvati da Israele, anche se lo stesso Netanyahu l’ha definito utile solo ad una «transizione simbolica» per la «seconda fase» che non impedirà comunque a Tel Aviv di raggiungere i suoi obiettivi, tra cui il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.

Come si vede, il completamento del genocidio resta l’opzione principale. Tutto il resto sarebbe vissuto da Israele come una «sconfitta».

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