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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

Israele blocca anche il “capo” del governo tecnico palestinese per Gaza

Niente può esser peggio di Israele e del suprematismo sionista. Sapete ormai tutti che si è appena installato, per volontà di Sua Maestà Trump, «il miglior amico che Israele abbia mai avuto», il «governo tecnico» incaricato di amministrare la Striscia di Gaza sotto la supervisione del Board of Peace presieduto sempre da Sua Maestà – tramite Il Cognato Supremo Jared Kushner (sionista ultrà, garantito docg).

Non proprio un ente «nemico» di Tel Aviv, insomma. Anzi, nato per facilitare al massimo il suo dominio sulla Striscia, anche se in qualche modo alternativo alla «soluzione finale» preferita da Netanyahu, Smorich e BenGivr (il genocidio totale, senza sopravvissuti).

Perché quest’organismo fantasmatico e totalmente privo di autonomia, ovviamente estraneo ad ogni rappresentatività dei palestinesi, si riunisse formalmente era necessario che Ali Shaath, neo-nominato capo del comitato tecnocratico palestinese di Gaza, potesse andare al Cairo partendo dalla Cisgiordania.

Ma un funzionario palestinese ha riferito al Times of Israel che Ali Shaath è stato bloccato alla partenza e «interrogato» dalla polizia israeliana per oltre sei ore. Solo in un secondo momento è stato lasciato libero di proseguire il suo viaggio.

L’ingegnere, peraltro originario di Khan Younis, ha dichiarato a Palestinian Basma Radio che il primo compito del nuovo «governo» sarebbe eliminare... le macerie, spingendo magari i detriti in mare per creare nuove isole, ampliando così la superficie da destinare a infrastrutture e rifugi.

L’operazione promette di essere più rapida di altre alternative, con un tempo previsto di almeno tre anni. La proposta appare azzardata, ma le agenzie delle Nazioni unite impegnate nella rimozione delle macerie a Gaza stanno in fondo già facendo qualcosa di simile, riutilizzando parte del materiale per livellamenti, strade e ricostruzione. Ma in questo modo se ne smaltirebbero comunque troppo poche e in tempi biblici, vista la dimensione delle distruzioni provocate dall’Idf.

Si tratta di almeno 61 milioni di tonnellate, contenente di tutto, compresi ordigni inesplosi, materiali pericolosi e corpi in decomposizione ai quali dovrebbe essere garantita una sepoltura dignitosa.

La precondizione, però, qualunque sia la «soluzione» scelta, è che Israele riapra i valichi e consenta l’ingresso di tutti i mezzi necessari, senza limitazioni. Ma se non riesce nemmeno a passare il responsabile formale del nuovo «ente amministrativo» scelto da Trump si può immaginare cosa accadrà per aiuti e macchinari...

Lo stesso «Comitato di pace» del presidente Usa appare ancora molto vago, pieno di «buchi» (non tutte le posizioni risultano coperte), e dagli obiettivi così incerti da sembrare quasi «compreso» nella «nuovo Onu» solo filo-americana che lo stesso Trump vorrebbe consolidare a sua esclusivo vantaggio (60 paesi da lui «invitati» in cambio del versamento di un miliardo di dollari, per partecipare ai futuri profitti).

Sia l’ANP di Abu Mazen che Hamas – obtorto collo – hanno dichiarato il proprio sostegno al nuovo ente, nutrendo chiaramente la speranza che l’impronta Usa sia tale da far togliere il piede dal tubo dell’ossigeno sia a Gaza che in Cisgiordania.

I problemi non mancano, visto che a ricoprire la carica di «responsabile della sicurezza» a Gaza dovrebbe essere Sami Nasman, contro cui Hamas ha emesso in passato un ordine di cattura.

Tutti i nomi del team «tecnocratico» erano stati approvati da Israele, anche se lo stesso Netanyahu l’ha definito utile solo ad una «transizione simbolica» per la «seconda fase» che non impedirà comunque a Tel Aviv di raggiungere i suoi obiettivi, tra cui il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.

Come si vede, il completamento del genocidio resta l’opzione principale. Tutto il resto sarebbe vissuto da Israele come una «sconfitta».

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04/11/2023

Premierato: opposizione e legge elettorale

È necessario avviare da subito una riflessione di fondo se davvero l’obiettivo è quello di costruire un’ampia coalizione costituzionale che in Parlamento e nel Paese si opponga a questo goffo tentativo di cambiare la forma di governo parlamentare modificando l’articolo 92 della Costituzione.

Prima di tutto va chiarito che la scelta del premierato in luogo del presidenzialismo è dovuta esclusivamente da ragioni di carattere anagrafico riguardanti la personalizzazione e la bramosia di potere che si sta esprimendo attraverso la “fiamma magica”.

Tenuto conto che nell’eventuale “coalizione costituzionalista” si annidano molti in passato affascinati dal mito della “governabilità” si tratta di ragionare su di un punto: attorno agli anni’70-’80 del secolo scorso era partito il dibattito sul cosiddetto “eccesso di domanda”: dalla società saliva ormai verso la politica la richiesta di un consolidamento e di un allargamento dei meccanismi universalistici del welfare e salivano di tono le rivendicazioni operaie in tema di salario e garanzie del lavoro; richieste ormai non più riservate a determinate e precise aree dell’Occidente capitalistico.

La risposta è stata duplice: da un lato la spinta a recuperare il ruolo prioritario degli “spiriti animali” del capitalismo attraverso il lancio di una forte controffensiva portata avanti su entrambe le rive dell’Atlantico attraverso le opzioni di un “liberismo selvaggio”; dall’altro lato la spinta a ridurre il rapporto tra politica e società attraverso il taglio del cosiddetto “eccesso di domanda”.

Era nato da questo punto il dibattito sulla “governabilità” e la ricerca di nuove forme – autoritative – di governo e sorgeva anche una distinzione tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governament” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da dibattiti giudicati inopportuni.

Nessuna risposta, insomma, in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale.

Si sono così smarrite le coordinate di fondo dell’appartenenza sociale e del legame diretto tra questa e l’appartenenza politica, si è perso il ruolo di sede di confronto dialettico da parte del Parlamento e l’idea di “governo” come esecutivo è via, via evaporata fino a ricomparire il fantasma della stabilità: una sorta di “Pax romana” della politica che proprio l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dovrebbe definitivamente istituzionalizzare.

Riflettuto su questi elementi fondamentali allora si può entrare nel merito del grande pasticcio varato dal CdM.

L’impianto complessivo appare delineato ed è evidente che si tratta del superamento della flessibilità/adattabilità delle forme parlamentari di governo introducendo invece elementi “forti” di rigidità (senza dimenticare l’idea di riservare ai soli parlamentari della stessa maggioranza la possibilità di essere incaricati della presidenza del consiglio nell’eventualità di uscita di scena del presidente del consiglio eletto: materia per l’Alta Corte).

Inoltre si insiste sull’impossibilità del voto disgiunto come già avviene attualmente e ci sarà una sola scheda per eleggere entrambe le Camere: elezione collegata a quella del Primo Ministro in entrambi i casi.

Una “voglia” di plebiscito e di “listone” del tutto evidenti.

A questo punto è possibile portare avanti obiezioni molto semplici: la prima attiene alla maggioranza non assoluta che può eleggere il primo ministro che resterebbe così imperfettamente legittimato; la seconda riguarda l’assenza di indicazioni di modalità con le quali la non-maggioranza che avesse eventualmente eletto il presidente del consiglio godrebbe in parlamento del 55% dei seggi; la terza riguarda la macchinosità della procedura di una eventuale sfiducia e il tema del rapporto con il Presidente della Repubblica (che rimarrebbe di elezione parlamentare).

Oggetto di attenta analisi dovrà essere anche il tema del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica che, in questa situazione, difficilmente potrà “preservare i propri poteri” di fronte a un Presidente del Consiglio forte di una elezione diretta.

La destra di governo non dispone dei numeri parlamentari sufficienti per evitare il referendum confermativo (su cui caddero i due tentativi del 2006 e del 2016) anche inglobando eventualmente i voti dei centristi di Italia Viva e Azione.

È dunque possibile che ci si debba attrezzare per un voto popolare ed è per questo motivo che risultano fondamentali un’espressione radicata di pedagogia costituzionale e una forte attivizzazione sociale.

Per arrivare a quella scadenza raccogliendo le forze sufficienti a impostare un confronto vincente è necessario che dall’opposizione si avvii da subito un ragionamento posto proprio sul terreno del rapporto rappresentanza/governabilità.

Infine costituirà fattore di grandissima importanza il collegamento tra l’opposizione alla “deforma” (copyright Felice Besostri) e la proposta di legge elettorale.

I due temi risultano inscindibili e dovranno essere affrontati tenendo ben conto di una indispensabile premessa circa lo svolgimento di una seria valutazione del rapporto tra governabilità e rappresentanza.

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03/10/2023

Meloni sente il fiato sul collo

Le ombre sul governo Meloni si vanno facendo così consistenti da aver convinto “la capa” a giocare d’anticipo nominando il fantasma del “governo tecnico”, che da quasi 30 anni accompagna ogni esecutivo con problemi nella gestione del debito pubblico.

Non è stata infatti una specialità dei soli governi di destra – il Berlusconi del 1995 e del 2011 – ma anche di quelli più “euro-obbedienti”, come il Conte II che inseriva il PD al posto della Lega poi sostituito dal “tecnico” Draghi.

Guardando alla composizione del Parlamento e alla “dialogica” politica, in effetti, non si capisce perché sia venuto in mente di evocare questo spettro. La maggioranza è ampia, la competizione interna è tutta a destra, incentrata su chi è più duro con i migranti che arrivano via mare.

Un problema secondario, stando ai numeri, che viene però fatto percepire alla popolazione come “terribile”, portando consensi senza alcuna fatica ai più consolidati “imprenditori della paura”.

Per capire qualcosa di più, dunque, è bene guardare all’economia e soprattutto alle finanze dello Stato, che sono il vero problema di ogni governo. Sia per le dimensioni sempre crescenti del debito pubblico (persino durante la reggenza di Mario Draghi), sia per i problemi che pone al rifinanziamento del debito stesso (i titoli di stato in scadenza vengono sostituiti con nuove emissioni, ma il costo in interessi aumenta).

Nel mentre si va definendo una legge di stabilità effettivamente “lacrime e sangue” – checché racconti la “narrativa” sia di maggioranza che di demente opposizione – e ci si prepara a un 2024 decisamente peggiore; nel mentre bisogna rinegoziare le regole del “patto di stabilità”, smontate dall’accoppiata micidiale pandemia e guerra, e dunque trovare alleati potenti all’interno dell’Unione Europea... in cui il governo prende di mira quasi tutti i giorni, alternativamente, proprio la Francia e la Germania.

I nostri lettori sanno cosa pensiamo della UE (siamo per la sua “rottura”) e quindi non siamo scandalizzati per questo.

Ma chi – come il governo Meloni – si muove comunque dentro il campo euro-atlantico, in difesa degli interessi del capitale contro quelli dei lavoratori, cosa pensa di guadagnare da una conflittualità continua contro i “padrini della UE” su un problema secondario?

Sul piano tattico è un suicidio. Su quello strategico, pure. Certo, porta voti, allettanti in vista delle elezioni europee di giugno. Ma porta anche problemi che alla lunga ti scavano la fossa, sul fronte della gestione del debito pubblico.

Non parliamo soltanto degli aumenti dei tassi di interesse decisi dalla Bce, che hanno reso molto meno appetibili i bond in generale e quelli italiani in particolare. Parliamo dei meccanismi che stanno governando attualmente gli interventi della stessa Bce sul mercato dei titoli stato, attraverso il Pepp.

Questo meccanismo consentiva alla Bce, durante la pandemia (quando tutti i membri dell’Eurozona erano costretti a spendere in deficit), di comprare titoli di stato “a discrezione”, senza dover rispettare una certa proporzionalità tra i diversi stati.

La Bce poteva insomma comprare più titoli italiani rispetto ad altri, sostenendone così il prezzo e mantenendo sotto controllo i rendimenti (gli interessi da pagare).

Da due anni il Pepp non viene più usato da Francoforte, ma la sua sola esistenza funziona ancora da “ombrello” per i titoli dei paesi più indebitati. Un attacco speculativo, insomma, è di fatto scoraggiato dalla sua possibile attivazione.

Ma i “falchi” nella Bce – Germania, Olanda e gli altri sedicenti “paesi frugali” del Nord Europa – stanno da tempo premendo per eliminare del tutto il Pepp. Lasciando così scoperto un fianco alla speculazione.

Non sembra dunque una mossa geniale aumentare la conflittualità con la Germania proprio nel momento in cui lo spread naviga sul limite dei 200 punti (190, stamattina). Ogni punto in più sono circa 3 miliardi spesi nel pagamento degli interessi invece che su altro...

Detto altrimenti: il governo italiano, comunque sia composto, è tenuto a guinzaglio stretto. Bisognerebbe liberarsene, ma per farlo occorrerebbe almeno una visione strategica diversa per la collocazione internazionale del paese.

E questa visione, a destra come nel cosiddetto centrosinistra, ovviamente non c’è. L’orizzonte è tutto rinchiuso nel binomio blindatissimo UE-Nato.

Dunque “l’agitazione” di cui fa mostra tutto l’esecutivo non può produrre altro che una maggiore strozzatura del guinzaglio, di quelle che tagliano il fiato e rallentano la corsa. Fino a quando, come accaduto ad altri esecutivi, non diverrà inevitabile passare la mano.

Il fantasma del “governo tecnico” può essere più o meno consistente. Ma che questo esecutivo possa davvero durare cinque anni, non lo crede più neanche chi lo guida.

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30/09/2023

L’ombra del “governo tecnico” aleggia di nuovo

In Italia, da quasi venti anni, un governo claudicante ha sul capo una minaccia pronta a calare in qualsiasi momento: “i tecnici”.

Non importa quanto sia grande la maggioranza raccolta alle elezioni – cui partecipa ormai quasi una minoranza degli aventi diritto – quando i problemi si rivelano irrisolvibili ecco che quella minaccia diventa concreta.

Non c’è una tempistica esatta, ma in genere da quando “l’ipotesi” viene nominata a quando il fatto si verifica passano alcuni mesi.

Giocando come al solito a fare dei suoi handicap dei punti di forza, Giorgia Meloni ha osato nominare per prima pubblicamente quel mormorio che da qualche mese gira per il “palazzo”, senza troppo distinguere – al suo interno – tra maggioranza e opposizione.

“È una cosa che non ci preoccupa, l’Italia e solida e cresce di più della media europea. E poi un Governo tecnico da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del superbonus? Quello sì sarebbe un problema per i conti. So leggere la politica e so leggere la realtà: la sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico, che noi intanto governiamo“.

I giornali della sua area si concentrano sui dettagli, chiamando in causa come “padrini della sinistra”, vere menti del “pensato golpe”, nientepopodimeno che gli “Agnelli che soffiano sullo spread” (Il giornale), o “il barchino dei tecnici” (Libero). E via complottando per le spicce...

Lo schema, in effetti, appare sempre lo stesso. Un governo apertamente di destra (e questo è il più a destra della storia recente, praticamente fascioleghista) va in difficoltà sull’economia e il debito pubblico, si comincia a scontrare con “l’Europa” (soprattutto con Francia e Germania, che vi detengono la golden share) e vede salire lo spread rispetto ai titoli di stato di quei paesi. Segno certo che “i mercati”, prima neutrali, cominciano a diffidare della sua tenuta e così facendo ne accelerano la caduta.

L’evento più noto è sempre il 2011, con la lettera scritta da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (presidenti uscente ed entrante della Bce) per indicare dettagliatamente le “riforme” che l’Italia avrebbe dovuto rapidamente fare, le contorsioni dell’esecutivo Berlusconi per far finta di obbedire facendo diversamente, fino a quando – a dicembre – il Caimano rassegnò le dimissioni stretto nella tenaglia dello spread a 575 punti e soprattutto del crollo delle azioni Mediaset del 12% in poche ore. Subentrò Monti, com’è noto...

La situazione oggi è piuttosto diversa: tutta l'Europa è ancora in crisi economica, anche a causa del supporto all’Ucraina, attraversata da flussi migratori imponenti (soprattutto di ucraini in fuga dalle bombe e dal servizio militare, però), il picco dello spread è arrivato appena l’altro giorno a 200 punti, l’Italia è uno dei servi più fedeli degli Usa sul piano militare, nessuno dei partner europei è in condizioni tali da poter dettare legge come allora (meno di tutti Berlino, vero bersaglio della strategia Usa).

Com’è possibile che ci sia la tentazione di un replay del 2011 e che sia anche credibile?

Se i “capi della sinistra” sono individuati nella famiglia Agnelli-Elkann si capisce che la devastazione mentale è arrivata a un punto da ictus. E buona parte delle ragioni che stanno portando all’harakiri della classe politica sono le stesse che hanno prodotto la maggioranza che sostiene il governo Meloni e stanno ora preparando la sua dissoluzione.

Si chiamano crisi ambientale, economica, demografica, guerra, e anche flussi migratori di crescente ampiezza. Problemi “sistemici” che vengono affrontati con un impasto maleodorante di ignoranza, furbizia, incompetenza, improvvisazione, fame di potere e cecità strategica.

Che il governo Meloni abbia fatto degli sbarchi e delle navi ong il “cuore” della polemica con la Germania è quasi una dimostrazione di quelle “doti” appena elencate.

Si può certamente nascondere al “popolo bue” che le navi ong raccolgono appena il 5% dei migranti in mare (una cifra che certo non può fare di loro “la causa” dei maggiori arrivi). Si può altresì nascondere che, tra tutte le navi ong battenti bandiera tedesca, solo una – la Sos Humanity – abbia ricevuti fondi dal governo di Berlino (una sgrammaticatura, certo, ma non una strategia, quindi risibile come casus belli).

Si possono accusare i “poteri forti” di essere “di sinistra” e volere un altro governo, ma solo un gruppo di dementi può seriamente pensare (che sia vero e) che gli eventuali vantaggi elettorali di questa sequela di fesserie possano valere di più di una tranquilla mediazione – il compromesso è la regola nei rapporti interstatuali fissati nei trattati – su argomenti decisamente secondari (l’accoglienza dei migranti raccolti in mare).

Il quadro reale in cui agisce qualsiasi governo continentale è noto, e non è cambiato se non per un dettaglio decisamente importante: l’autonomia strategica dell’Unione Europea è stata fortemente ridimensionata dalla scelta Usa di far esplodere la guerra nel Vecchio Continente.

Un evento che ha fortemente “perturbato” la governance europea, già stressata da due anni di pandemia, costringendola a contrattare regole un po’ differenti da quelle definite da Maastricht in poi.

Ma sempre in quel quadro un qualsiasi governo deve muoversi. L’aveva sperimentato duramente la Grecia nel 2015, con tutt’altro governo (e il fatto che un broker statunitense di Goldman Sachs sia diventato ora il nuovo segretario di Syriza dimostra quanto profonda sia stata la “militarizzazione subordinata” della classe politica ellenica).

L’aveva sperimentato anche il governo “giallo-verde” tra grillini e leghisti, durato appena un anno e subito “tecnicizzato” grazie a un gigantesco errore di calcolo di Salvini (i sondaggi sono una droga pesante...). Molto simile a quello che sta facendo ora Meloni.

È infatti l’idea che sulle questioni fondamentali (economia, bilancio degli Stati, privatizzazioni, cessione di asset strategici, ecc.) sia possibile stabilire politiche nazionali differenti da quelle comunitarie.

Diciamolo meglio: se hai la potenza economica di Germania e Francia (molto meno la seconda), puoi giocarti meglio le carte dell’”interesse nazionale”, mediando poco o nulla o appena quanto basta. Se non hai quella forza, non hai molto spazio di manovra.

Ed è ovvio che quella “forza” non è una forza solo “nazionale” nel senso del passaporto, ma sostanziata da gruppi multinazionali – finanziari, industriali, tecnologici – che hanno l’Europa come teatro principale del proprio business e se ne servono (o tentano di farlo) per accrescere la propria “competitività” nel mondo.

Potenze che si misurano in migliaia di miliardi da muovere sui “mercati” determinandone le dinamiche, spesso in modo anche per loro incontrollabile. E a cui non puoi certamente opporre il “peso” di miserabili interessi privatistici di imprenditori di quinta fila, “balneari”, commercianti, evasori fiscali, immobiliaristi e costruttori del “quartierino”. Ossia gli interessi della vera “base sociale” di questo governo.

Questo quadro condiziona ovviamente anche qualsiasi ipotesi – un sogno, nelle condizioni odierne – di una vera “sinistra alternativa” in grado di raccogliere nuovamente i consensi popolari e proporsi a sua volta come governo del paese.

Si troverebbe – ci troveremmo – nella stessa identica posizione della Meloni: condizionati, spuntati nelle decisioni fondamentali, circondati e infine rovesciati (chiedete a Tsipras e Varoufakis, per conferma).

Ne deriva che un qualsiasi programma di cambiamento sociale – seppur diverso ed opposto ai pasticci inverecondi della destra fascioleghista – diventa possibile solo fuori da questo sistema costrittivo di alleanze internazionali (Unione Europea e Nato).

Il che significa, contemporaneamente, stringere accordi quantomeno commerciali e industriali con altre alleanze, meno invasive (il mondo dei Brics si va allargando proprio per questo).

Ce li vedete voi una Meloni e un Salvini – la loro vera “base sociale” – rompere con le filiere tedesche e la Nato per muoversi in sinergia con Cina, India, Brasile, ecc.?

No, ovvio.

Le loro attuali preoccupazioni “internazionali” vanno dal tentativo di essere accettati nella “destra moderata europea” (Meloni) a quello di costruire un blocco neofascista vero e proprio (Salvini) con Le Pen, l’AfD tedesca, estremisti vari dell’Est europeo.

Due “strategie” differenti che terremotano i rapporti all’interno della maggioranza, ma che si risolverebbero o nella “continuità totale” con gli esecutivi precedenti o con la “balcanizzazione” delle istituzioni continentali, per inseguire semmai una più ferrea subordinazione agli Usa.

E dunque la ghigliottina pendente del “governo tecnico” comincia inevitabilmente a scendere. Per tagliare le stupide illusioni che basti “picchiare i pugni sul tavolo” per raccogliere qualche risultato.

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06/02/2021

Il sovranismo di destra e di sinistra si arrende a Draghi

Il “fascino” di Draghi appare irresistibile in ogni ambito, anche in quelli apparentemente più impensabili.

Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.

Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.

“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.

E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.

Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.

Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.

E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.

Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.

Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.

Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.

Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.

Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.

Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.

In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.

Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.

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05/02/2021

Tutti i governi sono politici, ma quelli tecnici sono più politici degli altri

Nei giorni scorsi, complice la crisi del governo Conte-bis, si è tornati a parlare dell’eventualità di un governo tecnico. L’ipotesi è circolata non solo nelle parole degli opinionisti e degli editorialisti, ma anche in quelle di vari esponenti politici. Per la guida dell’ipotetico governo tecnico, è stato spesso fatto il nome dell’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi come, ad esempio, da Salvini e da Renzi.

Ma cosa si intende quando si parla di governo tecnico? Si parla di un esecutivo composto esclusivamente o prevalentemente da personalità non appartenenti a partiti politici o, comunque, non presenti in Parlamento sotto il simbolo di partiti politici. Il governo tecnico, come ogni governo, deve avere la fiducia delle Camere, ma tale sostegno si configura come un semplice appoggio esterno: normalmente, nessuna delle forze politiche che sostiene il governo ha suoi rappresentanti tra i ministri, sebbene ci sia la possibilità di ibridi a prevalenza di tecnici, ma con qualche casella occupata da esponenti politici.

Di fronte ad una crisi di governo insanabile e all’impossibilità di trovare una nuova maggioranza, il governo tecnico rappresenterebbe una soluzione per evitare nuove elezioni. Proprio pochi giorni fa, all’esito (negativo) delle consultazioni del Presidente della Camera Fico, Mattarella ha elencato le ragioni per non andare a votare: la pandemia, la necessità di ottenere i fondi europei, i lunghi tempi per la formazione delle nuove Camere e di un nuovo Governo. Tra queste, però, si staglia una ragione particolarmente inquietante: la scadenza, a breve, del blocco dei licenziamenti. Una evidente minaccia, volta a spaventare i lavoratori (ahinoi, non senza credibilità e potenti sponsor) e a giustificare un possibile esecutivo tecnico, o prevalentemente tecnico.

Al momento sembrerebbe esclusa la possibilità di un Governo prettamente politico, tanto che il presidente della Repubblica ha invitato le forze politiche ad appoggiare un “governo di alto profilo”, espressione che fa rima con governo tecnico. Che dovrebbe essere presieduto, manco a dirlo, da Mario Draghi, convocato per l’appunto al Quirinale.

D’altronde, da più parti si auspicava una soluzione del genere, presentata come unica via d’uscita dal guado della crisi politica in grado di “ristabilire la fiducia” dei mercati e delle istituzioni europee nei confronti dell’Italia. Una soluzione che, sicuramente, ha la sua presa anche nell’opinione pubblica.

Ma è davvero così? Un “governo tecnico” offre davvero, in questa fase, più garanzie per il nostro benessere e per il nostro sistema economico? Sarebbe davvero una buona notizia se i componenti del prossimo governo fossero “tecnici” e non “politici”?

Come vedremo a breve, non è così. L’espressione “governo tecnico” si contrappone a quella di un “governo politico”, è vero, ma solo nella misura in cui si considera come “politica” l’asfittico recinto delle formazioni partitiche. Il governo tecnico è tutt’altro che “apolitico”, spesso rappresenta l’espressione più bassa della classe dominante. Infatti, vi è una posizione politica molto netta: occorre ridurre sempre di più il ruolo dello Stato nell’economia, praticando l’austerità e portando avanti le riforme del mercato del lavoro. A dimostrarlo è la storia recente del nostro Paese. Mala tempora currunt!

Ad oggi, in Italia ci sono stati due governi che si possono definire “tecnici” a tutti gli effetti: il governo Dini (17 gennaio 1995 – 18 maggio 1996) e il governo Monti (16 novembre 2011 – 28 aprile 2013). Entrambi, come vedremo, portatori di una ben precisa identità politica, quella che si riconosce nelle ragioni dell’austerità, della riduzione della spesa pubblica, dell’affievolimento dei diritti dei lavoratori e dei pensionati.

Il governo Dini nasce dopo la caduta di quello che fu il primo governo Berlusconi, nel quale lo stesso Dini aveva ricoperto l’incarico di ministro del Tesoro. Il “lascito” più importante di questo esecutivo è senz’altro la riforma delle pensioni che porta il nome del suo Presidente del Consiglio, la cosiddetta riforma Dini. Si trattò della più profonda riforma previdenziale degli ultimi decenni, che introdusse di fatto il sistema contributivo nell’ordinamento italiano.

Fino ad allora, infatti, il sistema di calcolo della pensione era essenzialmente retributivo. L’assegno pensionistico era calcolato sulla base delle ultime retribuzioni del soggetto che andava in pensione. Con il sistema contributivo, invece, la pensione si calcola sul cosiddetto montante contributivo dell’intera vita lavorativa del soggetto. La riforma Dini non cancellò totalmente il retributivo, ma mise in piedi un sistema ibrido. In estrema sintesi, chi aveva 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 avrebbe continuato a vedere la sua pensione calcolata con il sistema retributivo. Chi aveva meno di 18 anni di contributi alla stessa data, avrebbe visto la sua pensione calcolata in parte con il sistema contributivo e in parte con quello retributivo (il cosiddetto sistema misto). Per chi al 31 dicembre 1995 non aveva mai versato contributi, la pensione sarebbe stata totalmente contributiva. Un sistema destinato a penalizzare mediamente gli importi pensionistici, in particolare per chi, come abbiamo detto, al 31 dicembre 1995 non aveva ancora versato contributi ma anche per chi aveva meno di 18 anni di contributi. Una riforma che ebbe il palese obiettivo di ridurre la spesa pensionistica.

Tale riduzione non fu un accidente, ma una scelta deliberata atta a facilitare il raggiungimento degli stringenti vincoli alla spesa pubblica imposto dal trattato di Maastricht del 1992. Una giustificazione che, negli anni successivi, sarebbe stata chiamata più volte in causa per demolire, pezzo per pezzo, lo stato sociale e ammorbidire, a favore del capitale, le garanzie per i lavoratori. Garanzie che avrebbero costituito l’oggetto delle attenzioni del cosiddetto “pacchetto Treu”, una delle principali tappe del processo di precarizzazione delle condizioni di lavoro. Un pacchetto approvato dal primo governo Prodi, con Treu ministro del lavoro e della previdenza sociale, ma che era già nei progetti di Treu quando ricopriva la medesima carica nel governo immediatamente precedente: il governo Dini.

Come in un giallo di infimo ordine, a questo punto il lettore è già in grado di intuire quale governo si sia poi occupato di dare un altro colpo al sistema pensionistico italiano... Nel 2011, molti lo ricorderanno, il quarto governo Berlusconi finì, sotto i colpi della speculazione sul debito pubblico, dell’Unione europea a guida franco-tedesca e dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A succedergli fu il governo di Mario Monti, all’uopo nominato, pochi giorni prima, senatore a vita.

Il governo Monti è stato il governo dei tagli per eccellenza, la manifestazione plastica dell’austerità. E, ovviamente, il governo della riforma Fornero. E cosa prevedeva questa riforma? È presto detto: l’aumento dei requisiti per la pensione di anzianità (che diventava “anticipata”), l’aumento graduale dell’età pensionabile per le dipendenti private, l’aumento della frequenza dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita (da triennale, come introdotto dalla riforma Sacconi, a biennale), ma, soprattutto, l’estensione del sistema di calcolo contributivo, per i periodi contributivi a decorrere dal 1° gennaio 2012, per tutti, anche per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contributi che, come abbiamo ricordato sopra, avrebbero avuto precedentemente diritto a una pensione totalmente retributiva.

Un nuovo, poderoso attacco alle pensioni e ai diritti dei lavoratori, giustificato dalla necessità di ingraziarsi i mercati e annacquato nelle lacrime dell’allora ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero.

Se la storia insegna qualcosa, dunque, si illude chi auspica che un eventuale governo tecnico possa costituire una svolta positiva. Il governo tecnico, come dicevamo, è un governo massimamente politico, con un’ideologia ben precisa. Un tipo di esecutivo che, grazie all’ampio consenso tra le forze parlamentari e all’appello alle ragioni dell’emergenza, può portare questa ideologia alle sue più estreme conseguenze.

Non c’è soltanto la storia a ricordarci quali pericoli si annidano dentro un governo tecnico. Possiamo guardare più semplicemente alla stringente attualità. La crisi di governo si è palesata, o semplicemente acuita, dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri dell’ultima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che, sebbene presentasse una sostanziale continuità con l’austerità fiscale degli ultimi anni, ha scatenato reazioni piccate da parte delle istituzioni europee. Infatti, l’accesso al Recovery Fund è condizionato alle riforme in materia di fiscalità e lavoro che l’Unione Europea raccomanda (richiede) ai singoli paesi membri. L’occasione è ghiotta (e non può essere sprecata) e l’eventuale nomina di Mario Draghi sarebbe una garanzia in tal senso.

Assisteremo quindi a nuovi attacchi allo stato sociale (come abbiamo visto, la storia ci insegna che al centro del bersaglio rischiano di esserci soprattutto le pensioni), al settore pubblico, agli elementi della legislazione del lavoro sopravvissuti alle riforme degli ultimi decenni. Davanti a questa nuova minaccia, incarnata da uno dei più celebri rappresentanti delle Istituzioni europee, occorre tenere la guardia più che mai alta, con la consapevolezza che per i lavoratori e per i cittadini che più hanno bisogno del sostegno dello Stato, stanno per venire tempi durissimi.

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04/02/2021

L’era Draghi. Altro ciclo, altro gioco

Un ciclo si è chiuso, in Italia. L’incarico a Mario Draghi di formare un governo mette fine al tentativo di creare una gestione politico-economica del Paese che fosse coerente con le indicazioni vincolanti dell’Unione Europea, ma utilizzando le “risorse” endogene, ossia la “classe politica” nazionale.

Questo è d’altronde lo schema istituzionale previsto dai trattati europei, che assumono classicamente la forma del “vincolo esterno”. Uno schema in cui ogni singolo paese deve autonomamente ridisegnare la propria struttura economica e istituzionale secondo le “linee guida” che la Commissione Europea (il “governo” della Ue) controlla minuziosamente, co-gestendo le politiche di bilancio di tutti gli Stati membri.

Per la quarta volta negli ultimi 30 anni questo schema è stato rotto. Le difficoltà nel costruire stabili maggioranze di governo in grado di mettere a punto “riforme” altamente impopolari – da quella sulle pensioni a quelle sul mercato del lavoro, dalla distruzione della sanità pubblica a quella di scuola ed università altrettanto pubbliche, ecc. – si è sempre tradotto in rissosità politica, frammentazione partitica, crisi di governo.

E ogni volta la risposta temporanea è stata: un governo tecnico, guidato da uomini formati nella Banca d’Italia e/o nelle istituzioni economiche sovranazionali.

È stato così con il governo Ciampi, nel 1993. Non a caso pochi mesi dopo la firma degli accordi di Maastricht (con annessa esplosione di Tangentopoli e fine della “Prima Repubblica”), che hanno cambiato per sempre la governance politico-economica continentale istituendo “la gabbia” entro cui ogni scelta di governo, e dunque di spesa può muoversi. Allora, Carlo Azeglio Ciampi aveva appena concluso il mandato da governatore della Banca d’Italia.

È stato così nel 1996, con la caduta del primo governo Berlusconi e l’incarico a Lamberto Dini, ex direttore generale di Bankitalia e ministro dell’economia proprio con il Caimano.

È stato così, alla fine del 2011, con Mario Monti, ex presidente della Bocconi e due volte Commissario Europeo, prima al mercato interno e poi alla concorrenza.

Oggi tocca a Mario Draghi, ma con tutta evidenza non si tratta di un semplice replay, ma di un passo avanti e in alto nella scala che porta al commissariamento della gestione di un Paese ancora inserito tra i primi dieci del mondo industrializzato.

Dalla caduta del governo Monti (2013) alle elezioni del marzo 2018 si era avuta la crescita inarrestabile dell’”euroscetticismo” a livello popolare, a causa dell’evidente rapporto tra peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita e le “riforme”, imposte con lo slogan “lo vuole l’Europa”.

Il tentativo di gestire quella torsione antipopolare secondo una diversa narrazione – “dobbiamo fare le riforme perché servono all’Italia, non perché ce lo chiede qualcuno” – affidato ai governi Letta-Renzi-Gentiloni, era clamorosamente fallito, provocando una reazione che soltanto il Movimento 5 Stelle, e in parte minore la Lega, erano poi riusciti ad incanalare.

Quell’”euroscetticismo” era quindi diretto e “narrato” da due forze espressione – fondamentalmente – di due parti diverse della “piccola e media borghesia” italiana: quella delle “professioni” vecchie o nuove e dell’antico mondo delle piccole-medie imprese del Nord, che si trascinavano dietro anche la microimprenditoria commerciale e turistica.

Due strati sociali privi di proiezione internazionale, di visione generale, molto in basso nella gerarchia dei capitali che, nel frattempo e sull’onda della perdurante crisi economica esplosa nel 2008, andavano decisamente prendendo la via della concentrazione e della finanziarizzazione.

Ma il consenso popolare andato a quelle due forze politiche impediva di proseguire linearmente sulla strada della “riforma neoliberista dell’Italia”, richiesta dai capitali maggiori e “interpretata” dall’Unione Europea.

Ciò si era esplicitato con l’affidamento – durato un solo giorno – dell’incarico a Carlo Cottarelli, che ha trascorso i successivi tre anni nei talk show per “tenere caldo” il proprio nome come possibile “risorsa per le emergenze”.

Ci sono voluti tre anni per “tritare” quei due insiemi sconclusionati di bisogni “populisti” e progetti balzani, conditi da conati giustizialisti e pulsioni razziste, ma fondati su interessi troppo limitati per esprimere direzione politica di alto profilo e al tempo stesso battagliare seriamente con il “vincolo esterno”.

L’establishment “europeista”, nazionale e continentale, ha alternato bastone e carota, intimazioni (accompagnate da impennate dello spread) e interventi calmieratori della Bce, dividendo e scomponendo correnti e piccole ambizioni, frammentandole e direzionandole nel vicolo cieco in cui, poi, il solito serial killer è potuto intervenire decretando la crisi politica.

Il ciclo dell’euroscetticismo piccolo-borghese si è chiuso, dunque.

Ma proprio il colpo di maglio assestato a quell’inconsistente espressione politica del “malessere sociale” può diventare un problema e un ostacolo alla piena affermazione del progetto che l’ha giustificato.

Non si governa contro il popolo, recita una proverbio millenario. Dunque serve che alla forza, manifestata con l’azzeramento di questa “classe politica” e la nomina di Draghi, si accompagni un consenso.

Lega e Cinque Stelle – rimanendo interi o soffrendo scissioni – devono semplicemente arrendersi e dare supporto parlamentare all’esecutivo del capitale finanziario multinazionale. Quello cui si sono malamente “opposti” in questi dieci anni, quello che dovrà portare a termine la grande razzia che è poi la sostanza economica del Recovery Fund.

Il compito di Draghi è dunque almeno duplice: realizzare il “piano di riforme” e creare un primo credibile nucleo della “classe politica” che dovrà, dal 2023 in poi, gestire il nuovo ordine in questo Paese.

Le variabili e le incertezze sono però infinite. Ottenere tutto questo mantenendo una totale “pace sociale” sarà piuttosto difficile, specie quando la suadente parola “riforma” assumerà le sembianze pratiche del solito “lacrime e sangue”.

Di certo, non saranno i resti delle due formazioni ex ”euroscettiche” a potersi candidare per rappresentare quel “nuovo malessere”.

Il gioco si fa duro, si scriveva ieri. C’è qualcuno disposto a giocare questa partita?

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28/01/2021

“Salvezza nazionale”, l’unica soluzione di governo

Salgono al Quirinale, con passo stanco, ognuno a recitare la parte che s’è ritagliato. La crisi di governo si snoda lungo il percorso istituzionale bruciando ogni giorno tutte le ipotesi che non potevano stare in piedi.

È già sparito dai radar Giuseppe Conte, che pure l’ex maggioranza M5S-Pd-LeU giura di sostenere fino in fondo. O quasi...

Il neoconsigliere della monarchia saudita – Matteo Renzi – si diverte ogni giorno a candidare un premier diverso, mentre fa sermoni (in Italia) sullo squallore della compravendita sui “responsabili” e (a Riyadh) su come si può “narrare” che ora lo sceicco stia marciando sulla via della “democrazia”, pur mantenendo in piedi una propria politica estera tramite l’Isis o Al Qaeda.

La destra fa la destra, e andrà a dire che bisogna andare alle urne, cosa che tutti sanno impossibile. Non tanto perché, con i chiari di luna sulla pandemia e la scarsità dei vaccini, sarebbe pericoloso far muovere oltre 46 milioni di persone per farle poi “assembrare” davanti e dentro i seggi. Più ostativa ancora è la data in cui l’Unione Europea si attende la copia definitiva del Recovery Plan (aprile, massimo maggio).

Andare a votare significa bloccare l’elaborazione del piano, o lasciarlo tracciare al governo dimissionario. E ritrovarselo poi – chiunque vinca – come un obbligo inopportuno e sgradito.

Senza neanche dover ricordare quel che tutti i parlamentari sanno: che quel piano, in realtà e nella forma definitiva, verrà scritto a Bruxelles e Francoforte, non certo a Palazzo Chigi.

Il più consapevole di tutti è Mattarella, alla sua ultima regia (da luglio scatta il “semestre bianco”, periodo di fine mandato in cui non può sciogliere le Camere). Darà il tempo necessario perché ogni illusione cada, perché ognuno reciti la sua parte, e poi sfornerà la soluzione che tutti – tutti – sanno essere già sul piatto da settimane e mesi.

Gestire gli oltre 200 miliardi di prestiti della Ue significa metter mano a un ridisegno della formazione sociale italiana. Un programma complesso, non disegnato in loco, la cui realizzazione non può essere affidata a cordate raccogliticce, maggioranze occasionali, ammucchiate clientelari sempre fameliche.

Come Alessandro a Gordio, i nodi dei veti reciproci e delle miserie parlamentari andranno recisi con un colpo di spada, non con l’ennesima mediazione al ribasso. E ha già un nome: “governo di salvezza nazionale”.

Tutti lo sanno e tutti lo nominano (anche Conte, nel suo speranzoso messaggio d’addio), sperando di farne in qualche modo parte e sapendo di doverlo in ogni caso votare.

Ma gli esecutori di un programma deciso dalle tecnoburocrazie europee debbono esser scelti tra gente “fidata”, che non scenda a compromessi “eccessivi” (qualcuno sì, è inevitabile) con interessi insignificanti, conservativi, di pura sopravvivenza.

Stiamo parlando di imprese e settori, di industria e commercio. Per lavoratori, pensionati, studenti, disoccupati, ecc, ci sarà solo la mannaia.

Ma lo “sfoltimento” degli “interessi legittimi” riguarderà anche buona parte dell’antico “blocco sociale dominante”, quello eternamente al potere dal dopoguerra ad oggi.

Come segnalava qualche giorno fa Guido Salerno Aletta, in un editoriale su Teleborsa, “Il vero rischio [del Recovery Plan, ndr] è di creare in Italia un sistema parallelo di decisioni politiche ed amministrative che rispondono alle esigenze di Bruxelles e di mandare al macero tutto il resto, considerato inefficiente, corrotto, inaffidabile. Ci sarebbe una sorta di ‘Best Italy’ sotto controllo europeo, ed una ‘Bad Italy’. La prima avrebbe la legittimazione di Bruxelles, perché lavorerebbe sotto la sua diretta vigilanza, la seconda rappresenterebbe il vecchio mondo italiano che non vale la pena di riformare”.

E se questo deve avvenire, servono funzionari già istruiti alla bisogna, “tecnici” con qualche decennio di esperienza nelle istituzioni economiche sovranazionali. Perlomeno nei ministeri economici.

Poi, certo, qualche strapuntino di rappresentanza si potrà sempre concedere, in cambio di un sostegno cieco, pronto ed assoluto ad ogni provvedimento.

Ma nulla di più che una foglia di fico (no, il presidente della Camera non è tra i papabili) per abbellire una macchina da guerra contro lavoratori e tutte le altre figure popolari.

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15/02/2020

Macché crisi di governo, è solo normalizzazione...

La crisi infinita della politichetta italiana sta collassando. Non esiste più alcuna differenza apprezzabile tra i vari “schieramenti politici”. L’unica novità sta nell’annullamento di quanto resta della “alternativa” malamente rappresentata per un decennio dai Cinque Stelle. Pura normalizzazione, insomma, condotta per via di logoramento quotidiano.

I due attori principali, per il momento, sono gli stessi che da un quinquennio dominano la scena mediatica: “i due Matteo”. Come in un serial ormai stanco e ripetitivo...

Che un governo possa cadere per via di una cosa poco chiara ai più, come la “prescrizione”, è indicativo del fatto che i veri giochi si stanno facendo su tutt’altro. E che ad aprire la crisi sia il gruppo di interesse – nessuno riuscirebbe a prendere sul serio “Itala viva” come “partito” – che meno di tutti ha la possibilità di trarre vantaggio da eventuali elezioni anticipate, la dice lunga sul ruolo di “killer su commissione” affidato a Renzi & co.

La prescrizione

Togliamo di mezzo questo tema, fonte solo di confusione. In qualsiasi paese di “democrazia liberale” – che è cominciata ad esistere affermando l’habeas corpus, ossia il diritto ad essere processati restando uomini liberi fino alla condanna (con tante e non sempre ovvie eccezioni) – il sistema giuridico deve tenere insieme due esigenze opposte: perseguire chi commette un reato, violando le leggi, e farlo in un processo che abbia “tempi ragionevoli”. Un’ottima panoramica è offerta, una volta tanto, dal Corriere della Sera.

La seconda esigenza, come è logico, vale soprattutto nei processi penali, in cui – a seconda della gravità del reato contestato – l’indagato può essere sottoposto a carcerazione preventiva; ossia in una condizione che equivale a scontare concretamente una condanna anche se non è ancora stata sentenziata né trasformata in definitiva.

Nei processi civili, dove ci sono in ballo “solo” soldi e proprietà, ma non la libertà personale, non esiste prescrizione. E infatti i tempi di celebrazione sono sempre infiniti. Alcune sentenze arrivano dopo diversi decenni, e interessano a quel punto gli eredi dei danti causa. Chi ci è passato sa che spesso è “normale” veder fissare la successiva udienza (e ogni processo, anche banale, ne prevede diverse) anche anni dopo. Impensabile che questo possa avvenire con persone imprigionate e che dunque potrebbero essere innocenti e, in percentuali rilevanti, lo sono.

La “riforma Bonafede” era ed è un’infamia da sbirri, perché blocca la prescrizione senza garantire “tempi certi e ragionevoli” allo svolgimento dei processi penali. E quindi crea un regime in cui delle persone possono restare sotto processo, e spesso in galera, per un tempo imprecisato.

Qualche “sinistro” equivoca sull’argomento, portando esempi di processi “finiti in prescrizione” che riguardavano potenti, imprenditori, ricchi in genere. Ed è ovviamente vero che “finire in prescrizione” è una tattica spesso usata da avvocati importanti con clienti importantissimi.

Ma non è eliminando la prescrizione che i potenti finiranno in galera anche se colpevoli di reati gravi. Con i soldi e il potere si possono usare decine di “tattiche processuali” diverse, sia legali che illegali.

Si possono portare migliaia di esempi in cui “i potenti” si sono salvati corrompendo i giudici e/o i testimoni (do you remember Berlusconi?), manipolando persino le nomine per gli uffici giudiziari più importati (il “caso Palamara-Csm”), facendo trasferire processi in sedi improprie (la strage di Piazza Fontana giudicata a Catanzaro grida ancora vendetta...) ecc. Il sistema giudiziario è largamente “permeabile” alle ragioni e agli interessi del potere. Nessuna legge può cambiare questa situazione di fatto.

Quindi la “battaglia di Renzi sulla prescrizione” è chiaramente una falsa “bandiera di civiltà” e persegue tutt’altro obbiettivo.

Matteo Primo, ossia Renzi

L’ex premier che aveva scalato il Pd per conto di Verdini, fino a diventarne segretario e addirittura presidente del Consiglio, ha di fatto posto le premesse per una crisi di governo. Eppure, come detto, se si andasse ad elezioni anticipate oggi non avrebbe i numeri per superare la “soglia di sbarramento” da lui stesso voluta nella legge elettorale in vigore – il Rosatellum, dal nome del suo fedelissimo.

Insomma, a meno di non volersi suicidare politicamente in via definitiva e tornare a lavorare per l’azienda di papà (nel frattempo finito sotto processo, ma deve essere una coincidenza...), il suo obbiettivo non può essere questo.

E quale può essere?

Matteo Secondo, detto Salvini

“Il Truce” ha appena inscenato un’altra figura di m..., facendo uscire i senatori leghisti dall’aula al momento del voto sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, dopo aver giurato per mesi che li avrebbe fatti votare a favore, in modo che lui avrebbe potuto “dimostrare di aver difeso i confini della Patria”... impedendo per giorni a una nave militare della suddetta Patria di entrare in un porto della Patria stessa.

Il vecchio Umberto Bossi, da battitore libero, ha dato voce all’imprenditoria del Nord che non ha apprezzato la sua “svolta nazionale” (da “prima la Padania” a “prima gli italiani”), perché i legami di quel settore con le filiere produttive del Nord Europa (Germania in primis) sono in questo momento fonte di crisi e richiederebbero un di più di “attenzione differenziata”. E ben oltre i già ampi confini della famigerata “autonomia” richiesta anche dal dem Bonaccini per l’Emilia Romagna.

Dopo l’uscita “incomprensibile” dal governo gialloverde in pieno agosto, Salvini non ne ha imbroccata più una, fino a non sfondare nella “regione rosa” che doveva segnare l’inizio del suo trionfo finale. E i sondaggi, che fin lì lo avevano confortato, hanno preso a voltargli le spalle.

È ancora il leader del centrodestra, ma i concorrenti si moltiplicano. Anche lui si sta consumando, e persino dentro la sua cerchia si comincia a guardare oltre...

Il più concreto dei dirigenti leghisti, Giancarlo Giorgetti, neo “responsabile degli esteri” per il Carroccio, con un’intervista al Corriere si prende la libertà di ridurre tutta la stagione politica dei “porti chiusi” a poco più di una sceneggiata: «La politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini. Se il ministro Lamorgese può andare a trattare in Europa è perché Salvini ha fatto il matto».

Ma è chiaro che “quella roba lì” non può essere la normalità della politica interna e delle relazioni internazionali di un partito “affidabile”. E liquida pure la “stagione filorussa” della Lega con parole di esplicito disprezzo: «Io a Mosca non ci sono mai stato. Ma la Russia è un Paese importante, sia per il commercio che per il suo peso strategico. Dunque dobbiamo avere rapporti buoni e proficui. Certo seri e formali, non dilettanteschi e carnevaleschi come nel caso che lei cita».

Per essere ancora più chiari: «siamo sempre stati filo-americani. Certo, Trump fa gli interessi dell’America. Sarebbe anzi giusto che anche l’Europa lo facesse, invece di andare in ordine sparso. Altrimenti i nostri prodotti prendono botte dall’America e anche dai partner europei».

È la fine della stagione dei “matti” e dei faccendieri da scantinato. La Lega – come vuole la sua vera base, la piccola e media industria del Nord – si ridisegna come un partito centrista, che entrerà presto nel Ppe, abbandonando Le Pen e Afd.

La svolta europeista della Lega

È qui il vero nocciolo dell’intervista di Giorgetti, del resto. Ricordate la Lega “sovranista”, quella che strepitava con gli “zero virgola di Bruxelles”, che voleva uscire dall’euro e mandare a quel paese la Merkel e Draghi? Noi dicevamo da anni che era tutto finto, ora lo dicono anche loro.

Giorgetti esplicita compiutamente la “svolta” senza possibilità di equivoci. E consegna i Borghi e i Bagnai al triste ruolo dei “leghisti dell’Illinois”.

Alla domanda di Antonio Polito – “Ma nel team dell’economia della Lega ci sono ancora Borghi e Bagnai, fautori dell’uscita dall’euro. Tenete il piedi in due staffe?” – risponde infatti col tono del capo assoluto: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto».

Fine di un’epoca e di una presunta “vocazione sovranista”, che evidentemente era servita solo per raccogliere consensi elettorali tra “le larghe masse”, che da tempo stanno facendo i conti con quel “lo vuole l’Europa” che svuota le loro tasche e cancella la speranza nel futuro. Ora i leghisti copieranno il mantra che ha distrutto la ex “sinistra radicale”, pur partendo da numeri più consistenti: “molto deve cambiare. Per due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge.”

Auguri! Come tutti sanno, anche se fanno finta di ignorarlo, gli unici trattati che si cambiano sono quelli decisi da Parigi e Berlino, e solo nella misura in cui corrispondono ai loro interessi (basta vedere la vicenda del Mes...). Facile prevedere, insomma, una lunga serie di “tematiche di distrazione di massa” sfornate dalla futura Lega affidabile per i poteri europei.

Il che pone un problema: nonostante l’insistenza di Salvini, con dichiarazioni ogni minuto, neanche la Lega può davvero credere all’ipotesi di “elezioni subito” perché la modifica costituzionale che ha ridotto – criminalmente – il numero dei parlamentari non è applicabile nella pratica se non vengono prima ridisegnati i confini dei collegi elettorali per farli corrispondere al nuovo numero dei seggi. E c’è, prima, anche il referendum confermativo...

Dunque, prima dell’autunno non si può votare neanche se i parlamentari non si presentassero più in aula a partire da domani...

Il fantasma di Mario Draghi

E allora che cavolo di idea è far cadere questo governo se non si può o non si vuole affatto (dal lato Renzi, ma non solo) “andare a votare”?

È l’idea di far fuori Conte e ciò che resta dei Cinque Stelle, aprendo la strada dell’ennesimo “governo tecnico” o di “salvezza nazionale” che possa durare almeno un paio d’anni. Almeno fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica (2022).

La “svolta europeista” della Lega, già da sola, renderebbe possibile un governo comprensibile per Bruxelles e senza “sovranisti populisti” in pole position (ma con i loro voti).

Sull’altro lato, il Pd è da sempre il più fedele esecutore dei diktat della Troika (Ue, Bce, Fmi; come hanno sperimentato i greci) e quindi sarà comunque un pilastro di qualsiasi maggioranza gradita a Bruxelles. I berlusconiani residui devono pensare al (proprio) futuro senza il Cavaliere, e di certo non sono mai stati barricadieri; al massimo molto sbirri.

Restano da tritare definitivamente i Cinque Stelle, mentre la Meloni dovrà scegliere cosa vuol fare da grande: se la solita fascistella che si ammanta di “sovranità nazionale” (che è differente da quella “popolare”, ma è inutile rispiegarvelo...) oppure l’ennesima “politica affidabile” solo un po’ più di destra su immigrazione e dintorni.

La morsa congiunta su Conte dei “due Matteo” ha insomma un unico sbocco possibile, visto che per ora non si può andare al voto.

Il futuro presidente del consiglio, in questo quadro, quasi non ha importanza. Può essere la solita “riserva di lusso” che sta in panchina da qualche anno (Cottarelli o simili), ma di sicuro sarà un volto ben conosciuto ai piani alti dell’Unione Europea, tale da diradare qualsiasi dubbio sulle intenzioni del governo.

La svolta vera, par di capire, si avrà solo con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per quel ruolo – ed era impensabile quando la Lega fingeva di voler combattere “i poteri forti” – lo stesso Giorgetti mette in campo Mario Draghi. Interessante la motivazione, più ancora del nome: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia».

A quel punto, ma solo con una “garanzia” internazionale di quel livello, si aprirebbe anche per la Lega la possibilità di assumere (se dovesse mantenere i voti che ha ora) la carica di premier: «Siamo un partito. Lavoriamo per portare il nostro leader a Palazzo Chigi. Per riuscirci servono consenso elettorale, e ne abbiamo in abbondanza, e capacità di interloquire con il potere nelle sue sedi internazionali, e qui dobbiamo imparare dai nostri errori. [...] Prima o poi toccherà a noi. Ma intanto il Paese va a rotoli e l’economia è a rischio, soprattutto dopo questa epidemia. L’Italia è una pentola a pressione. Non può durare a lungo così».

Che quel leader possa essere ancora Salvini, per quell’appuntamento, sono in pochi a crederlo. Anche al vertice della Lega.

P.s. Stamattina Salvini se n’è uscito in modo opposto: «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore».

Troppo presto per dire se si tratti di una “divisione dei ruoli” – Giorgetti “europeo” e Matteo “nazionale” – per coprire il massimo possibile di potenziale elettorato (perdere gli “euroscettici” significa regalare voti alla Meloni o ad altri). Oppure se stia venendo allo scoperto una faglia che può spaccare la Lega. Però non è affatto secondario che sia proprio il “rapporto con l’Unione Europea” (e l’euro e la Nato) il punto discriminante su cui ogni “ipotesi politica” o fa chiarezza oppure si infrange.

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26/12/2019

Libano - Stallo tra veti incrociati e manifestazioni

Continua e si approfondisce la crisi economica in Libano. Duramente colpito dalle sanzioni imposte da USA, e petromonarchie del Golfo agli istituti economici sospettati di sovvenzionare o fare da tramite ai finanziamenti diretti a Hezbollah piuttosto che Iran e Siria, il paese dei cedri da mesi deve fare i conti con una scarsità di dollari, moneta di fatto circolante accanto a quella ufficiale, la lira. La quale si sta progressivamente svalutando, mentre il debito pubblico cresce sempre di più.

Il tutto va a gravare, si ricorda, su un sistema-paese di tipo “confessionale”, in cui il settore pubblico ed i servizi sono praticamente inesistenti e, per ottemperare ai bisogni primari, la gran parte della popolazione deve far ricorso ad enti assistenziali di tipo religioso, con tutta la corruzione che ne consegue, gestita dai vari capibastone cui tale sistema assistenziale fa riferimento. Costoro, infatti, si appropriano indebitamente del denaro pubblico, per lo più proveniente dai donatori stranieri (Francia e Arabia Saudita in testa).

Parallelamente si protrae lo stallo politico scaturito dalle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri lo scorso 29 ottobre a seguito delle proteste di massa scoppiate 13 giorni prima.

Tali mobilitazioni continuano tutt'ora, anche se con numeri inferiori e con dinamiche differenti rispetto ai primi giorni. Con il passare del tempo, infatti, mentre si sono fatti sempre più chiari i tentativi di alcuni partiti di cavalcare le proteste e le ingerenze esterne volte a danneggiare Hezbollah, alle grandi manifestazioni trasversali si sono sovrapposti scontri fra sostenitori dei partiti e fra questi ultimi e i manifestanti che a ondate successive occupano le strade principali, paralizzando, di fatto, il paese. Anche l’intervento della polizia si è fatto più frequente e duro.

Pertanto, anche all’interno del fronte della protesta, le iniziative si sono andate diversificando. Ad esempio, le ali comuniste e progressiste (organizzate, fra gli altri, dal Partito Comunista Libanese e dall’Organizzazione Popolare Nasseriana) privilegiano momenti di protesta contro le ingerenze straniere, azioni nei confronti delle banche, mobilitazioni studentesche e momenti seminariali pubblici.

Invece, le ali riconducibili ai partiti cristiani di estrema destra post-falangisti (Kataeb, Forze Libanesi) e alla vasta base sunnita in precedenza fedele ad Hariri, ora distaccatasi dal suo leader, sono più focalizzate sui blocchi stradali e nell’alimentare l’ostilità verso Hezbollah, chiedendone, talvolta, anche il disarmo.

Ovviamente, non s’intende, in tal modo, affermare che vi sono compartimenti stagni all’interno delle mobilitazioni; vi sono, ovviamente, diverse tendenze e tentativi di egemonia.

Ciò che accomuna tutti sono le parole d’ordine generali, le quali, a parte la rivendicazione chiara del superamento dell’attuale sistema politico-istituzionale basato sul confessionalismo, sono molto generiche, quindi declinabili in maniera molto differente. A mettere in atto il superamento degli attuali assetti, infatti, dovrebbe essere un “esecutivo tecnico transitorio” composto di personalità esterne a tutti i partiti, legittimate a traghettare il paese fuori dalla crisi economica e ad un nuovo sistema non confessionale governando per decreto, bypassando il Parlamento.

Com’è evidente, tale parola d’ordine può essere riempita dei contenuti più diversi ed è su quest’ambiguità di fondo che si sta giocando la partita per formare il nuovo governo. Infatti, nessuno dei partiti presenti in parlamento ormai la avversa più apertamente, tuttavia – com’è ovvio – essa legittima ciascuno a proporre dei “tecnici” afferenti alla propria area politico/confessionale di riferimento e additare quelli proposti dagli altri partiti come dei fantocci appena mascherati, quindi non super partes. Ed è proprio quanto sta avvenendo.

Dal 29 ottobre in poi, per la “poltrona” di Primo Ministro, per Costituzione appannaggio di un musulmano sunnita, si sono succedute diverse ipotesi. Inizialmente il Presidente della Repubblica Aoun (esponente di un partito cristiano maronita, appartenente alla coalizione a guida Hezbollah), fra i più bersagliati dalla protesta, sembrava orientato a conferire allo stesso Sa’ad Hariri l’incarico di formare un governo composto in parte da tecnici, in parte da politici di tutti i partiti, incassando, tuttavia, il ritiro quasi immediato del Primo Ministro uscente, che avrebbe perso qualsiasi sostegno nella propria base perché rifiutato dalla piazza.

Successivamente si è affacciata l’ipotesi Samir Khatib, padrone di una grande azienda di consulenza ingegneristica e architetturale, vicino ad Hariri. Anch’egli, tuttavia, si è ritirato rapidamente, probabilmente perché non ha ricevuto l’appoggio della massima autorità sunnita del paese, il Gran Muftì del Libano Shaykh Abdellatif Daryan, il quale, muovendosi nell’ombra per preservare il sistema confessionale e probabilmente “imbeccato” dall’Arabia Saudita, continuava a premere per Sa’ad Hariri.

Quasi forzato a restare in campo, quest’ultimo ha provato ad accelerare per un governo composto esclusivamente da tecnici (tranne sé stesso) ricevendo, però, il veto della maggioranza parlamentare costituita da Hezbollah e dai suoi alleati dell’”Alleanza 8 marzo”, con la motivazione che si sarebbe trattato di un esecutivo di fatto monocolore mascherato da tecnico.

A questo punto, il 18 dicembre avviene una svolta abbastanza inattesa. In risposta al precedente tentativo di forzatura in coincidenza con l’arrivo a Beirut di un alto funzionario dell’Amministrazione USA, il Presidente della Repubblica e quasi tutta l’Alleanza 8 Marzo, utilizzando la maggioranza dei seggi e raccattando qualche altro voto di esponenti sunniti, hanno imposto il conferimento dell’incarico ad Hassan Diab.

Un uomo con un profilo sia politico che tecnico, in quanto ha alle spalle 3 anni di esperienza politica come Ministro dell’Istruzione, ruolo ricoperto tra il 2011 e il 2014; mentre attualmente, così come prima della parentesi ministeriale, lavora come professore di Ingegneria Informatica presso l’Università Americana di Beirut, teoricamente un ambiente tutt’altro che vicino ad Hezbollah, regista della sua investitura.

Tuttavia, per i partiti del blocco Hariri (“Alleanza 14 marzo”) non si tratta di un tecnico al di sopra delle parti, bensì di un esponente espressione diretta del movimento di resistenza sciita, pertanto gli hanno negato l’appoggio, nonostante il suo atteggiamento immediatamente conciliatorio. Appoggio che, al momento, manca anche da parte dell’establishment religioso sunnita, dai suoi padrini sauditi e dal “donatore” francese.

In particolare, Parigi già sta facendo filtrare, attraverso ambienti giornalistici “di area”, che non corrisponderà più il prestito di 11 miliardi di dollari promesso lo scorso aprile, subordinato all’attuazione di alcune riforme (quelle che hanno portato le piazze a riempirsi). Nel caso di una eccessiva centralità di Hezbollah, anzi, potrebbero seguire sanzioni ulteriori e isolamento internazionale. Il che, in assenza di improbabili svolte rivoluzionarie nell’esercizio del potere, si tradurrebbe in tracollo ulteriore dell’economia del paese e possibilità di guerra civile.

D’altra parte, evitare eccessive sanzioni e isolamento è stato proprio il motivo che ha spinto negli anni scorsi l’ala politica di Hezbollah ad accontentarsi di un ruolo tutto sommato secondario all’interno dell’esecutivo, lasciando alla coalizione rivale, sostenuta da Arabia Saudita, USA e UE, i ruoli di maggiore importanza, nonostante quest’ultima, dopo le ultime elezioni fosse divenuta minoranza in parlamento.

Pertanto, bisogna verificare se la mossa d’imporre a maggioranza il conferimento dell’incarico per la formazione di un nuovo governo sia conseguenza di una svolta politica reale attuata da Nasrallah e soci oppure una semplice scelta tattica dettata dalla necessità contingente di dare una dimostrazione di forza, di fronte ai tentativi ripetuti di utilizzare le mobilitazioni di massa per operare un colpo di mano nei confronti del movimento di resistenza sciita.

Fatto sta che, al momento, l’impresa di Hassan Diab di mettere assieme un esecutivo che abbia, poi, la forza di essere operativo appare veramente in salita.

Sul fronte delle piazze infatti, nonostante le parole concilianti da parte del Primo Ministro designato (“Datemi una possibilità”, “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano. I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso e su come riportare la fiducia”, sono alcune delle frasi pronunciate più spesso), si è verificata una risposta di rifiuto generalizzato da parte di tutte le anime della protesta, in quanto anch’egli “parte del sistema”. A Beirut sono ricomparsi blocchi stradali e accampate, non smobilitati nemmeno durante le festività cristiane in corso.

Anche per il Partito Comunista Libanese, la designazione di Diab è da respingere in quanto frutto delle solite modalità pattizie ed escludenti rispetto alle istanze popolari con le quali operano le due coalizioni fin qui al potere; ed anche perché non corroborata da nessuna svolta economica rispetto alle riforme imposte dalla Francia e dagli altri “donatori”. Ovviamente, resta fermo il punto che i comunisti rifiutano parole d’ordine quali l’isolamento o il disarmo di Hezbollah, in quanto quest’ultimo costituisce di fatto un movimento di resistenza armata contro l’imperialismo, con cui fare fronte in caso di aggressioni esterne da parte di Israele o altri.

Da parte sua, l’Organizzazione Popolare Nasseriana, pur essendosi presentata alle elezioni all’interno dell’Alleanza 8 marzo, ha scelto, con il suo unico parlamentare, di non votare comunque la designazione di Hassan Diab, in quanto non risponde alle istanze delle piazze.

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17/12/2019

Tutti democristiani, in attesa di Draghi

La differenza tra Pd e Lega è light, molto light. Praticamente si riduce alla liberalizzazione della cannabis senza principio attivo...

La battuta sarà scontata, ma è d’obbligo all’indomani dell’approvazione della legge di stabilità da parte del Senato, in cui – a parte le dichiarazioni quaquaraqua alla telecamere, senza domanda – il massimo del contrasto visibile si è avuto appunto sulla “droga”. E che ciò avvenga in un Parlamento che non reggerebbe il minimo controllo antidoping dà la misura dell’ipocrisia.

Tutte le formazioni, del resto, sanno benissimo che questa legge finanziaria era l’unica che poteva passare al vaglio finale della Commissione Europea, e dunque era inutile affannarsi contestando i suoi pilastri, tanto valeva battagliare sulla minutaglia.

E silenzio totale sul fatto che il lavorio infinito per trovare qualche milioncino qua e là, da dedicare a “misure sociali” per platee ristrettissime, sia imparagonabile alla rapidità con cui è stato stanziato un miliardo per il salvataggio della Popolare di Bari. Salvare le banche, del resto, è la prima preoccupazione di tutti i cosiddetti “leader” (qualcuno forse ricorda ancora il caso di CrediEuroNord, la “banca padana” della Lega, salvata dalla Popolare di Lodi poi finita a sua volta nel tritatutto fallimentare).

Il governo giallorosè sembra avviato al redde rationem subito dopo le feste, avendo praticamente esaurito il compito per cui era nato (fare la legge di stabilità, bloccando l’aumento dell’Iva, che sarebbe stata una mazzata sui consumi, e dunque sul Pil, proprio mentre l’economia continentale è di fatto ferma).

Le sparate di Renzi, al di là delle parole e degli scopi (imperscrutabili, come tutte le “massonate”), il nervosismo dei Cinque Stelle (con Grillo chiamato ancora una volta a “blindare” Di Maio per evitare l’esplosione generale del gruppo dirigente), il quasi-silenzio del Pd (che ha come obbiettivo immediato conservare l’Emilia Romagna, a fine gennaio), sono tutti elementi che preparano l’ennesima crisi di governo.

Una situazione che dovrebbe far felici i fascioleghisti, comodamente seduti sui banchi dell’opposizione parolaia, intenti a racimolare altri facili consensi tra una battuta razzista e un’invettiva anti-femminista.

E invece, a sorpresa, il Truce uscito male dai mojito del Papeete, cambia completamente tattica, adottando quella che il vero “pensatore” della Lega – Giancarlo Giorgetti – va da tempo consigliando: recuperare un rapporto meno conflittuale con l’Unione Europea entrando nel Partito Popolare (al fianco della Merkel e dell’amico Orbàn, insomma), lavorare per un governo “istituzionale, “tecnico” o come volete chiamarlo.

La formula scelta da Matteo Salvini, alla fine, è stata quella – un po’ abusata – del “Comitato di salvezza nazionale”, supportata con una visione della realtà del paese opposta a quella che strombazzava quando faceva il vice-premier. «Stiamo vivendo un momento drammatico in cui tutti dovrebbero fermarsi, smetterla di far polemica. Chiediamo di sedersi tutti intorno a un tavolo a riflettere sui rischi che l’Italia sta vivendo. Se rischia di saltare una banca come la popolare di Bari e con i licenziamenti all’Ilva rischia di saltare un’intera Regione e con lei l’Italia».

Nessuno potrebbe dire “no” a un’ipotesi del genere a gennaio-febbraio, quando ci sarà da firmare il contratto-capestro del Mes e continuare a trattare, da una posizione di estrema debolezza, gli altri trattati inseriti nella “logica di pacchetto”, come l’Unione bancaria (gravata dalla richiesta tedesca di “ponderare il rischio” dei titoli di Stato mediterranei).

Si sente insomma l’eco in sottofondo delle migliaia di telefonate con cui da settimane banchieri e imprenditori stanno tempestando i “politici” nostrani, perché si rendano conto del baratro in cui rischia effettivamente di finire il Paese se si consegna disarmato a un dispositivo “europeo” che incentiva la speculazione ad aprire il fuoco contro bersagli precisi.

Ancora di più si sente il peso del contesto internazionale, con la vittoria di Johnson che rafforza una versione di destra della Brexit e il consolidamento di un’“area angloamericana” che erode la potenza della governance tedesca sulla Ue.

Di questa deriva filo-statunitense Salvini, o meglio la Lega, sono stati i referenti principali (“agganci” moscoviti a parte), almeno fin quando Steve Bannon ha insistito per trapiantare in Italia la sua “competenza” in fatto di manipolazione computazionale dell’opinione pubblica (mica penserete che “la Bestia” salviniana si sia “fatta da sola”, no?). Ma spingere troppo in questa direzione sarebbe comunque devastante, in un sistema di relazioni euro-atlantiche segnato dalla stagnazione economica che colpisce ormai tutti i soggetti, anche quelli più forti.

Ed ecco che, per far fronte a una situazione molto critica ed ancora più complessa – improvvisamente – anche Lui scopre che non serve a niente “semplificare” in slogan da osteria quattro scemenze acchiappavoti. Perché poi, quando pure dovessi prendere sul serio quei voti e cominciare a governare davvero, rischi che la stessa gente che avevi conquistato ti corra dietro per le strade.

La “svolta democristiana” di Salvini, insomma, ha solide radici sociali (banche ed imprese italiane) e necessita di ampi compromessi, sia sociali che economici. Proseguire sulla strada dell’austerità – come “chiede l’Europa” teutonica – richiede controllo di lavoratori, studenti, disoccupati e persino dei pensionati. Dunque della “collaborazione sindacale” che solo al Pd riesce di ottenere senza troppa fatica (ricordatevi del Jobs Act e dell’abolizione dell’art. 18...).

Aumentare le relazioni economiche con gli Usa, d’altronde, richiede tempo e un qualche accordo – anche di compromesso – con i rappresentanti delle filiere produttive più legate alle grandi imprese tedesche (tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, a proposito di “differenze light”...).

Tutto quel mondo grida insomma al “governo unitario”, in grado di sedare i conflitti e subordinare – più di sempre – il lavoro dipendente. Tutto quel mondo guarda a Mario Draghi (ex presidente della Bce, quindi a suo agio con i piani alti del potere europeo; ma anche ex vice-presidente di Goldman Sachs, e quindi molto ben visto anche sulla sponda Usa dell’Atlantico) come il più auspicabile dei futuri premier.

Tutti democristiani, insomma, in attesa del nuovo messia che salvi quel che resta del Paese spolpato dalle cazzate (privatizzazioni e liberalizzazioni firma di trattati suicidi, ecc.) dei democristiani.

E anche il Truce, da navigato galleggiante della politichetta nostrana, modera improvvisamente il linguaggio, come sardina voleva, limitando alla stronzate light la sguaiataggine da osteria

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Morriemo sardine democristiane insomma... 

15/12/2019

Banche italiane contro il MES, ricompare il “governo tecnico”

Coincidenze temporali, certo. Però quando si moltiplicano significa che ci sono “sommovimenti” sistemici piuttosto forti, al punto che fenomeni distanti appaiono improvvisamente mossi dalle stesse forze.

Il governo giallorosè si sta scannando sul decreto per salvare la Popolare di Bari, importante banca meridionale appena commissariata dalla Banca d’Italia. Su cui, com’è anche giusto, piovono critiche per la sua eccessiva condiscendenza dell’esercitare la “vigilanza” nei confronti delle banche (del resto, anche Bankitalia ha un azionariato, rappresentato dalle banche stesse...).

Gli istituti di credito italiani, per larghe parti devastati da gestioni “allegre” (quasi sempre lungo la faglia che dovrebbe separare scelte di investimento e “favori” politici), sono però complessivamente solide. Contrariamente a quel che si scrive su alcuni giornali mainstream, e a quel che vorrebbero i finanzieri del Grande Nord europeo, la loro attività prevalente è rimasta in genere quella classica: raccolta risparmio e prestiti a famiglie e imprese. Poca attività da “banca d’affari”, con massicci investimenti in “prodotti derivati” di origine statunitense, diventati “illiquidi” a cominciare dal grande crack del 2008 (fallimento Lehmann Brothers e dintorni).

Ci sembra significativo che la soluzione più logica per la Popolare di Bari appaia – solo ora! – la sua trasformazione in “banca del Sud” con partecipazione pubblica; anzi, quasi sotto controllo pubblico. Il che dovrebbe anche far riflettere sull’indubbia cazzata fatta con la “privatizzazione” delle cinque banche di “interesse pubblico”, dalla cui successiva fusione sono nati due “campioni nazionali” (Unicredit e Banca Intesa) circondati da una serie di istituti più locali e intrecciati con i vari poteri territoriali (nel bene e soprattutto nel male, come si è visto con Banca Etruria, Veneto, Ferrara, ecc).

Un sistema del credito insomma solido ma non privo di forti “criticità”, che sta per subire il più massiccio attacco che sì sia mai visto, grazie al “nuovo” Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) che questo governo di incapaci sta per approvare in continuità diretta con il precedente (“gialloverde”), responsabile di aver dato l’”ok politico” nel giugno scorso, quando la Lega c’era e “dominava” l’esecutivo.

Si moltiplicano in questi giorni gli altolà provenienti direttamente dal mondo delle banche e delle imprese più grandi, proseguendo quella “mobilitazione sottotraccia” aperta dal presidente dell’Abi (l’associazione delle banche italiane), Antonio Patuelli: “Se le condizioni relative al debito pubblico cambiano, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico. E non saranno mica solo le banche”.

Il “piccolo particolare” è che banche e assicurazioni con sede in Italia sono anche detentrici del 70% dei titoli di Stato emessi da questo paese. Dunque, se non li comprano loro, il prezzo crolla, gli interessi da pagare aumentano e il debito pubblico esplode. Con grave danno per le stesse banche e assicurazioni, che ovviamente dovrebbero cercare di vendere il più possibile quei titoli (ma con i prezzi in calo...) e poi registrare clamorose perdite nei bilanci.

Tutto parte dall’insistenza con cui la Germania, in tutti i tavoli di trattativa su nuovi e vecchi accordi europei (dal MES, appunto, al Solvency II che riguarda le assicurazioni), pretende di inserire la “ponderazione del rischio” per i titoli di Stato. Una sorta di rating emesso dal MES – presiduto da Klaus Regling, vero artefice delle asimmetrie nella creazione dell’euro – e che, inevitabilmente, influirebbe sulla valutazione di “mercato” dei titoli degli Stati in base a una decisione “tecnica” arbitraria.

L’editoriale con cui Guido Salerno Aletta apre l’edizione del sabato di Milano Finanza, nelle misura in cui rappresenta le preoccupazioni di questa (rilevante, per disponibilità patrimoniale) “frazione di borghesia”, è un’autentica dichiarazione di guerra al MES e alla Germania.

Fin dal titolo (“I deteriorati di Angela”), che indica esplicitamente quei titoli privi di valore che affollano le casseforti di Deutsche Bank, Commerzbank e tante altre banche (tedesche, olandesi, francesi, ecc).

“Serve un Banking Compact per eliminare le distorsioni all’interno dell’Europa in materia di aiuti di Stato alle banche. Occorre ristabilire concorrenzialità e competitività. E invece non solo si inchiavardano i criteri del Fiscal Compact nell'ambito della riforma del MES, ma non si prevede neppure che questo possa intervenire dopo che siano stati smantellati gli aiuti concessi da uno Stato al suo settore bancario prima dell’agosto del 2013, da quando è entrata in vigore la Comunicazione della Commissione Europea che ne ha sancito il divieto”.

Nome e cognome, non sono certo taciuti: “Sono i numeri di Eurostat a dimostrare che, nell’Eurozona, gli effetti della crisi bancaria del 2010 non sono stati ancora superati e che la Germania continua a tenere in piedi una gran parte degli aiuti che ha generosamente concesso.”

E non si tratta di spiccioli, come si può vedere dalla tabella sottostante...


La conclusione è ovvia, e viene “consigliata” ai distrattissimi – o ignorantissimi? – negoziatori italici in sede europea:

“Bisogna prima liquidare gli interventi pubblici nelle Bad bank tedesche: sono fantocci che sopravvivono, attività finanziarie dietro cui probabilmente c’è molto poco o forse nulla. Se c’è un divieto di aiuti di Stato, bisogna fare pulizia, ed è il sistema bancario tedesco che si deve far carico delle perdite che finora sono state annegate nel debito pubblico (tedesco, ndr). Ed è forse questo che si vuole celare. Per la Germania è arrivato il tempo di fare i compiti a casa”.

Si comprende facilmente, dunque, che una parte importante della borghesia di questo paese sia alla ricerca di una classe politica meno arrendevole o incompetente di quella installata a Palazzo Chigi e dintorni. E si capisce altrettanto bene che neanche Salvini (o addirittura la Meloni...) sono in grado di corrispondere a questo bisogno.

Proprio oggi, su La Stampa (appena tornata ad essere organo di casa Agnelli, dopo l’acquisto di tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso), compare un’intervista chiarificatrice a Giancarlo Giorgetti, vera testa pensate della Lega (Salvini va bene per i selfie e i video, per le strategie serve gente più in palla...) in cui, papale papale, apre la porta a un Comitato di Salvezza Nazionale con tutti i partiti dentro al posto del governo Conte Bis. Per guidarlo, guarda un po’, non ci sarebbe nessuno meglio di Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea. Piuttosto esperto, di contrasti con i “colleghi” tedeschi, in materia di politiche monetarie.

Non è un mistero per nessuno che Draghi sarebbe la prima opzione sia per Mattarella sia per il Pd, in caso di crisi del governo giallorosè. E che quindi si rischia davvero di avere un governo Pd-Lega, o meglio un “governo tecnico” sostenuto da questi due partiti più Berlusconi.

Ma non ditelo a Mattia Sartori, potrebbe venirgli un coccolone...

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13/10/2018

Governo a tre sulla graticola, spunta l’ombra di Draghi

Il “governo a tre” sta arrivando al punto di massima tensione interna. Le due anime che vengono chiamate “populiste” pretendono alcune misure di ammorbidimento dell’insoddisfazione dei rispettivi elettorati – entrambi fortemente “inter-classisti”, ma a guida piccolo-medio borghese – in vista di elezioni europee e locali in cui cercano la conferma promessa oggi dai sondaggi. L’anima tecnocratica-europeista, assolutamente prona ai desiderata dei “mercati”, incarnata soprattutto dai ministri Tria e Moavero Milanesi (economia ed esteri, non per caso), oltre che dal presidente Mattarella, deve invece garantire a tutti gli organismi sovranazionali che “la tenuta” dei conti rispetta i diktat della Troika.

Mancano ormai solo 48 ore all’invio del testo a Bruxelles, per l’esame di rito, e i bulloni si vanno stringendo intorno a nodi che muovono miliardi. Com’è noto, flat tax e reddito di cittadinanza sono le bandiere rispettivamente di Lega e Cinque Stelle. Nella versione promessa in campagna elettorale sono impossibili da realizzare se si resta dentro il vincolo dei trattati europei; ma sono anche in aperto conflitto tra loro.

La flatx tax infatti, avvantaggiando soltanto i ricchi (in proporzione alla loro ricchezza, perché per i salariati meno fortunati resterebbe l’aliquota minima al 23%, che pagano già oggi), va nella direzione di concentrare quote maggiori della ricchezza prodotta in poche mani. Mentre il reddito di cittadinanza – in astratto – andrebbe in direzione opposta, verso la redistribuzione di quote della ricchezza prodotta verso le fasce più povere.

Dunque il reddito di cittadinanza andrebbe finanziato innalzando la tassazione sulle fasce più ricche, ma questo metterebbe fine all’alleanza di governo. La soluzione che si profila, perciò, è quella di un “forfettone” per professionisti e piccole imprese, “compensato” da un reddito-ricatto per costringere a lavorare anche a salari bassissimi, ma concesso con tante e tali clausole escludenti da restringere la platea a pochissimi s-fortunati.

Il punto programmatico comune – una piccola revisione della legge Fornero, con l’introduzione di una “quota 100” di ancora indefinita formulazione (quanti anni di età? quanti di contributi?) – sembra fatto per soccorrere lavoratori privati del Nord e fasce anziane del pubblico impiego. Ma sappiamo dallo stesso Tria che si tratta di una misura chiesta dalle imprese di ogni dimensione, che vorrebbero liberarsi di lavoratori anziani e con buone retribuzioni (frutto delle lotte degli anni ‘70, ormai) per sostituirli con giovani precari e sottopagati. Se avessero avuto altre esigenze, “quota 100” potevi sognartela...

Misura comunque costosa anche questa, se si continuano ad accettare i parametri europei, anche se decisamente meno dei “100 miliardi” urlati dal bocconiano Tito Boeri, messo da Renzi a capo dell’Inps per smantellare rapidamente la previdenza pubblica. Per diminuirne l’impatto sui conti circolano addirittura voci sul rinvio del pagamento della liquidazione comunque ai 67 anni di età. In soldoni, ti mano in pensione a 63-64 anni, con un assegno più basso per ogni anni di anticipo, ma il grosso dei contanti – la liquidazione, appunto – te la farò avere solo quando la pensione sarà maturata secondo i tempi della Fornero. Hai visto mai che nell’attesa stiri le zampe, così “risparmiamo pure”...

Come si vede, sono tutte versioni “ridotte” di quanto promesso. Insufficienti a cambiare l’esistenza dei soggetti sociali interessati, ma abbastanza da poterle rivendicare come “cose fatte” nella prossima campagna elettorale a breve termine. L’attuale classe politica, del resto, sembra aver compreso perfettamente il motto keynesiano più famoso: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Dunque si preoccupa soprattutto di sopravvivere nel brevissimo periodo (la durata della legislatura, insomma...).

Comunque è una manovra che “concede troppo”, agli occhi di un numero spaventoso di “istituzioni” pubbliche e private che rappresentano il punto di vista dei “mercati”. Il Mario Draghi che da Bali, al vertice del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), si dichiara “ottimista su una soluzione di compromesso” con il governo grillin-leghista, è lo stesso che ha fatto visita qualche giorno fa al presidente Mattarella per minacciare indirettamente sfracelli finanziari nel caso la manovra fosse stata “inaccettabile”. E le consuete voci interessate lo indicano come possibile primo ministro in caso di crisi di governo e ricorso al classico “governo tecnico”. In fondo il suo mandato alla Bce termina a metà 2019, ma per statuto ha la possibilità di lasciare anche sei mesi prima. A gennaio, insomma, sarebbe tecnicamente disponibile...

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