La Lega, con la firma di Claudio Borghi, ha depositato in Senato un ddl per l’uscita dell’Italia dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità.
Sì, avete capito bene.
Un Paese come il nostro, che ha pagato uno dei prezzi più alti alla pandemia, che ha visto ospedali al collasso e medici in prima linea fino allo sfinimento, vuole uscire dall’unico organismo internazionale che coordina la lotta alle pandemie, promuove la salute pubblica e combatte le emergenze sanitarie globali.
Perché? Perché la scienza dà fastidio. Perché i dati, i vaccini, la prevenzione, il metodo scientifico sono troppo complessi da spiegare a un elettorato che si nutre di bufale, di complotti e di scemenze lette su Facebook.
Del resto, stiamo parlando dello stesso partito che ha dato spazio e voce ai negazionisti, a chi gridava contro le “dittature sanitarie” mentre gli ospedali scoppiavano.
Stiamo parlando dello stesso partito che ha diffuso disinformazione sulla pandemia, mettendo in discussione ogni misura di sicurezza giocando con la vita delle persone;
E ora? Ora si va oltre. Addio ai protocolli internazionali, addio al coordinamento nelle emergenze sanitarie, addio ai fondi per la ricerca, addio alle linee guida condivise.
E poi cosa? Niente più vaccini, niente più farmaci condivisi, niente più risposte rapide in caso di una nuova pandemia? Meglio le teorie complottiste dei loro amici di talk show? Meglio affidarsi a qualche guru del web?
La Lega ci vuole fuori dall’OMS. Noi vorremmo loro, una volta per tutte, fuori da qualsiasi governo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/01/2025
06/02/2021
Il sovranismo di destra e di sinistra si arrende a Draghi
Il “fascino” di Draghi appare irresistibile in ogni ambito, anche in quelli apparentemente più impensabili.
Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.
Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.
“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.
E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.
“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.
Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.
Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.
E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.
Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.
Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.
Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.
Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.
Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.
Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.
In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.
Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.
Fonte
Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.
Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.
“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.
E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.
“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.
Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.
Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.
E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.
Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.
Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.
Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.
Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.
Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.
Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.
In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.
Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.
Fonte
18/02/2020
Lega, UE e austerità: certi amori non finiscono
Eravamo stati facili profeti nel denunciare la Lega di lotta e di governo per quella che poi si è dimostrata essere: una ignobile presa per i fondelli.
Le dichiarazioni recenti di Matteo Salvini e del cosiddetto “numero
due” della Lega, Giancarlo Giorgetti, certificano, laddove ve ne fosse
ancora bisogno, la natura dell’ex partito del Nord: un ricettacolo di pagliacci, utili sparring partner
delle istituzioni europee. Nel tranello erano naturalmente cascati,
oltre che gli elettori della Lega, i “responsabili” partiti di
centro-sinistra, che si battevano il petto denunciando l’antieuropeismo e
l’irresponsabilità dei Salvini-boys, decretandone, naturalmente, un
duraturo successo elettorale. E ci era forse cascato, ahinoi, anche
qualche compagno che magari aveva immaginato che, turandoci il naso per
non sentire il tanfo di merda delle politiche razziste, securitarie e
retrivamente tradizionaliste da sempre sbandierate dai leghisti, avremmo
potuto ottenere l’uscita dalla gabbia dell’euro e dell’austerità. Tutte
cazzate, ovviamente, ma andiamo con ordine.
Terminata la fase della campagna elettorale, era iniziata l’avventura del governo gialloverde. Un esecutivo che, molti lo ricorderanno, aveva sperimentato una falsa partenza con la patetica pantomima sulla partecipazione al Governo, addirittura come Ministro dell’Economia, del Professor Paolo Savona, con la sua immeritata fama di euroscettico. Risolto il ‘problema’ Savona, 5 Stelle e Lega si erano incamminati lungo il percorso che avrebbe portato a Palazzo Chigi la prima incarnazione del Governo Conte. Un sentiero, come era prevedibile, costellato di manganelli, sceriffate e becera xenofobia, ma che alla prima prova dei fatti aveva dato prova di non avere altro da offrire.
Non è facile dimenticare la gestione della prima e unica legge di bilancio del Conte-I. Tutto parte con un iniziale deficit annunciato al 2,4 per cento del PIL con toni trionfalistici, che comunque corrispondeva ad un avanzo primario che avrebbe sottratto risorse al finanziamento della spesa pubblica, del welfare, degli investimenti. Poi era arrivata la prevedibile tiratina d’orecchie da parte dei guardiani dell’austerità e l’altrettanto prevedibile marcia indietro, con la ridicola operazione di maquillage che aveva fatto propendere i leoni gialloverdi per una cifra più moderata, ma che somigliasse a quella iniziale (2.04). E poco conta che, passando da 2.4 a 2.04, si riducesse la differenza tra spese ed entrate di altri 6 miliardi di euro, un ammontare pari al totale dei fondi messi a disposizione per il Reddito di Cittadinanza, per capirci. Ai gialloverdi e, per rimanere in tema, ai leghisti, di questo non importava un bel nulla.
Ai primi malumori dei malcapitati boccaloni, che facevano notare, delusi, la sostanziale continuità con decenni di governi asserviti alle logiche della deflazione salariale e dell’austerità punitiva, avevano risposto i tirapiedi di Salvini, grati a quest’ultimo per la “cadrega” che gli era stata garantita in cambio dell’assoluta fedeltà, anche a discapito di una già dubbia dotazione di dignità. Ma non facciamone una questione di moralità: siamo tutti un po’ vanitosi e cinque anni fuori dall’anonimato avrebbero fatto girare la testa a molti. C’è, però, un lato negativo, e cioè che scripta manent.
Come scordare le intemerate di Bagnai e Borghi? Ricordiamo che i due compari sono considerati tra i principali “teorici” dell’uscita dall’euro e, oltre ad operare a tempo pieno come macchiette, ricoprono nella corrente legislatura le cariche di Presidente della Commissione Finanze del Senato e di Presidente della Commissione Bilancio della Camera. A testimoniare le loro posizioni, rispettivamente, troviamo due testi come Il tramonto dell’euro e Basta euro!, ma anche valanghe di tweet bellicosi che preconizzavano l’imminente uscita dall’euro. Poi, dopo che i ruggiti di Salvini si erano trasformati in miagolii (o, tutt’al più, rutti), erano arrivati i commenti più patetici che si possano immaginare, roba infantile del tipo “eheh, tranquilli, stiamo lavorando, sottotraccia, per voi. Ma mica lo possiamo dire a tutti. Abbiate pazienza e, quando meno ve l’aspettate... (non a caso, erano stati poi ribattezzati “Volta & Gabbana”).
Il resto della storia è cronaca recente, con il Papeete, la fine del governo gialloverde, il teatrino di Palazzo Madama, Bagnai che, durante il discorso di Salvini, applaude e ride a comando come una scimmia ammaestrata, e, infine, il governo Conte-bis.
Ci sarebbe già da stendere un velo pietoso e rimandare nel dimenticatoio questi grotteschi personaggi, ma al peggio, purtroppo, non c’è mai fine. Nel recente incontro con la stampa estera, Salvini ci ha tenuto a rassicurare tutti sulla docilità della Lega rispetto ai desiderata di Bruxelles, nonché, di conseguenza, sulla sua natura di quaquaraquà.
I mini-bot? Dimenticateli, quelli “erano uno strumento per pagare i debiti della pubblica amministrazione”, mica per uscire dall’euro. Non dite che ci avevate creduto! Italexit? Per carità, neanche a parlarne: “la nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica”. E, se non fosse chiaro, la chiosa: “Con la Lega al governo non si esce dall’Euro o dall’Unione Europea”. Niente male, per uno che aveva iniziato dicendo “Non siamo noi ad aver fatto inversione ad U”. Non si potrebbe essere più chiari di così.
O forse sì, perché a mettere la parola fine alla storiella della Lega che combatte, coltello tra i denti, per uscire dalla moneta unica, ci pensa un altro alto papavero del partito di Salvini. Giancarlo Giorgetti, intervistato sul Corriere, ribadisce: con la Lega non si esce da un bel niente. Trova addirittura il tempo per una sviolinata a Mario Draghi. A una domanda su come vedrebbe l’ex Presidente della Banca Centrale Europea al Quirinale, il nostro risponde: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia». E il messaggio è anche per B(agnai)&B(orghi). A Polito, che gli chiede come si possano conciliare queste dichiarazioni con la presenza dei due parlamentari tra le file della Lega, l’ex sottosegretario risponde lapidario: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Parole che, quantomeno, hanno la virtù di permettere di inquadrare nella giusta prospettiva gli ultimi e patetici tentativi di Salvini di tenere il piede in più scarpe al contempo, strepitando per poi riproporre il mantra del cambiamento delle istituzioni europee dall’interno.
Punto, insomma. Con buona pace di chi ci era cascato e degli stessi Borghi e Bagnai. Ci chiediamo, quindi, cosa faranno questi ultimi. Continueranno a far finta di niente o, peggio ancora, a prendere in giro i loro fan con riedizioni dello stucchevole ritornello “noi sappiamo, ma non possiamo dire”? O, in un sussulto di dignità, si ritireranno dalla compagine leghista per coerenza con le loro posizioni? La risposta all’arcano è tanto scontata quanto poco interessante.
Ciò che è più importante, è ribadire, forti di queste dichiarazioni, che la Lega non ha (e non ha avuto) mai nessuna intenzione di rompere per davvero con le istituzioni europee. Questo non esclude che l’operazione politica messa in piedi dalla Lega sia stata un clamoroso successo, riuscendo ad intercettare, strumentalizzare e rendere innocuo il giusto dissenso verso la cieca austerità di matrice europea, contribuendo a rafforzarla con i fatti mentre il chiacchiericcio scomposto del capitone Salvini distraeva i media e abbindolava gli europeisti di casa nostra. Per quel che riguarda l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento disciplinare, la Lega continua a guardare soprattutto al suo blocco sociale, padroni e padroncini tutt’altro che preoccupati dalla pressione al ribasso sui salari, dal libero movimento dei capitali, dall’antagonismo indotto tra lavoratori autoctoni e stranieri. Da questa trappola si esce soltanto tenendo ben presente che il vero antagonismo, l’unico che conta quando si parla di salari e condizioni di vita dei lavoratori, è quello di classe. E che se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo marciare uniti e non fidarci di chi vuole dividerci.
Fonte
Terminata la fase della campagna elettorale, era iniziata l’avventura del governo gialloverde. Un esecutivo che, molti lo ricorderanno, aveva sperimentato una falsa partenza con la patetica pantomima sulla partecipazione al Governo, addirittura come Ministro dell’Economia, del Professor Paolo Savona, con la sua immeritata fama di euroscettico. Risolto il ‘problema’ Savona, 5 Stelle e Lega si erano incamminati lungo il percorso che avrebbe portato a Palazzo Chigi la prima incarnazione del Governo Conte. Un sentiero, come era prevedibile, costellato di manganelli, sceriffate e becera xenofobia, ma che alla prima prova dei fatti aveva dato prova di non avere altro da offrire.
Non è facile dimenticare la gestione della prima e unica legge di bilancio del Conte-I. Tutto parte con un iniziale deficit annunciato al 2,4 per cento del PIL con toni trionfalistici, che comunque corrispondeva ad un avanzo primario che avrebbe sottratto risorse al finanziamento della spesa pubblica, del welfare, degli investimenti. Poi era arrivata la prevedibile tiratina d’orecchie da parte dei guardiani dell’austerità e l’altrettanto prevedibile marcia indietro, con la ridicola operazione di maquillage che aveva fatto propendere i leoni gialloverdi per una cifra più moderata, ma che somigliasse a quella iniziale (2.04). E poco conta che, passando da 2.4 a 2.04, si riducesse la differenza tra spese ed entrate di altri 6 miliardi di euro, un ammontare pari al totale dei fondi messi a disposizione per il Reddito di Cittadinanza, per capirci. Ai gialloverdi e, per rimanere in tema, ai leghisti, di questo non importava un bel nulla.
Ai primi malumori dei malcapitati boccaloni, che facevano notare, delusi, la sostanziale continuità con decenni di governi asserviti alle logiche della deflazione salariale e dell’austerità punitiva, avevano risposto i tirapiedi di Salvini, grati a quest’ultimo per la “cadrega” che gli era stata garantita in cambio dell’assoluta fedeltà, anche a discapito di una già dubbia dotazione di dignità. Ma non facciamone una questione di moralità: siamo tutti un po’ vanitosi e cinque anni fuori dall’anonimato avrebbero fatto girare la testa a molti. C’è, però, un lato negativo, e cioè che scripta manent.
Come scordare le intemerate di Bagnai e Borghi? Ricordiamo che i due compari sono considerati tra i principali “teorici” dell’uscita dall’euro e, oltre ad operare a tempo pieno come macchiette, ricoprono nella corrente legislatura le cariche di Presidente della Commissione Finanze del Senato e di Presidente della Commissione Bilancio della Camera. A testimoniare le loro posizioni, rispettivamente, troviamo due testi come Il tramonto dell’euro e Basta euro!, ma anche valanghe di tweet bellicosi che preconizzavano l’imminente uscita dall’euro. Poi, dopo che i ruggiti di Salvini si erano trasformati in miagolii (o, tutt’al più, rutti), erano arrivati i commenti più patetici che si possano immaginare, roba infantile del tipo “eheh, tranquilli, stiamo lavorando, sottotraccia, per voi. Ma mica lo possiamo dire a tutti. Abbiate pazienza e, quando meno ve l’aspettate... (non a caso, erano stati poi ribattezzati “Volta & Gabbana”).
Il resto della storia è cronaca recente, con il Papeete, la fine del governo gialloverde, il teatrino di Palazzo Madama, Bagnai che, durante il discorso di Salvini, applaude e ride a comando come una scimmia ammaestrata, e, infine, il governo Conte-bis.
Ci sarebbe già da stendere un velo pietoso e rimandare nel dimenticatoio questi grotteschi personaggi, ma al peggio, purtroppo, non c’è mai fine. Nel recente incontro con la stampa estera, Salvini ci ha tenuto a rassicurare tutti sulla docilità della Lega rispetto ai desiderata di Bruxelles, nonché, di conseguenza, sulla sua natura di quaquaraquà.
I mini-bot? Dimenticateli, quelli “erano uno strumento per pagare i debiti della pubblica amministrazione”, mica per uscire dall’euro. Non dite che ci avevate creduto! Italexit? Per carità, neanche a parlarne: “la nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica”. E, se non fosse chiaro, la chiosa: “Con la Lega al governo non si esce dall’Euro o dall’Unione Europea”. Niente male, per uno che aveva iniziato dicendo “Non siamo noi ad aver fatto inversione ad U”. Non si potrebbe essere più chiari di così.
O forse sì, perché a mettere la parola fine alla storiella della Lega che combatte, coltello tra i denti, per uscire dalla moneta unica, ci pensa un altro alto papavero del partito di Salvini. Giancarlo Giorgetti, intervistato sul Corriere, ribadisce: con la Lega non si esce da un bel niente. Trova addirittura il tempo per una sviolinata a Mario Draghi. A una domanda su come vedrebbe l’ex Presidente della Banca Centrale Europea al Quirinale, il nostro risponde: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia». E il messaggio è anche per B(agnai)&B(orghi). A Polito, che gli chiede come si possano conciliare queste dichiarazioni con la presenza dei due parlamentari tra le file della Lega, l’ex sottosegretario risponde lapidario: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Parole che, quantomeno, hanno la virtù di permettere di inquadrare nella giusta prospettiva gli ultimi e patetici tentativi di Salvini di tenere il piede in più scarpe al contempo, strepitando per poi riproporre il mantra del cambiamento delle istituzioni europee dall’interno.
Punto, insomma. Con buona pace di chi ci era cascato e degli stessi Borghi e Bagnai. Ci chiediamo, quindi, cosa faranno questi ultimi. Continueranno a far finta di niente o, peggio ancora, a prendere in giro i loro fan con riedizioni dello stucchevole ritornello “noi sappiamo, ma non possiamo dire”? O, in un sussulto di dignità, si ritireranno dalla compagine leghista per coerenza con le loro posizioni? La risposta all’arcano è tanto scontata quanto poco interessante.
Ciò che è più importante, è ribadire, forti di queste dichiarazioni, che la Lega non ha (e non ha avuto) mai nessuna intenzione di rompere per davvero con le istituzioni europee. Questo non esclude che l’operazione politica messa in piedi dalla Lega sia stata un clamoroso successo, riuscendo ad intercettare, strumentalizzare e rendere innocuo il giusto dissenso verso la cieca austerità di matrice europea, contribuendo a rafforzarla con i fatti mentre il chiacchiericcio scomposto del capitone Salvini distraeva i media e abbindolava gli europeisti di casa nostra. Per quel che riguarda l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento disciplinare, la Lega continua a guardare soprattutto al suo blocco sociale, padroni e padroncini tutt’altro che preoccupati dalla pressione al ribasso sui salari, dal libero movimento dei capitali, dall’antagonismo indotto tra lavoratori autoctoni e stranieri. Da questa trappola si esce soltanto tenendo ben presente che il vero antagonismo, l’unico che conta quando si parla di salari e condizioni di vita dei lavoratori, è quello di classe. E che se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo marciare uniti e non fidarci di chi vuole dividerci.
Fonte
18/08/2019
Perché la proposta sulla flat tax di Borghi e Bagnai sfavorisce il sud
Anche ieri Borghi – nonostante la crisi di governo – ha proposto su di un quotidiano lombardo di fare subito la flat tax fino a 55 mila euro.
Poniamo la questione.
55 mila euro sono redditi presenti in Lombardia, Emilia, Veneto e in parte nel Lazio, in Piemonte, Toscana e Liguria.
Il reddito medio pro capite al sud, quando va bene, è di circa 23 mila euro.
Togliendo le detrazioni e le deduzione fiscali come propongono gli economisti della Lega, i redditi medio bassi ne sarebbero sfavoriti.
Proprio quelli che sono nel Meridione.
Insomma, un pacco.
Fonte
Poniamo la questione.
55 mila euro sono redditi presenti in Lombardia, Emilia, Veneto e in parte nel Lazio, in Piemonte, Toscana e Liguria.
Il reddito medio pro capite al sud, quando va bene, è di circa 23 mila euro.
Togliendo le detrazioni e le deduzione fiscali come propongono gli economisti della Lega, i redditi medio bassi ne sarebbero sfavoriti.
Proprio quelli che sono nel Meridione.
Insomma, un pacco.
Fonte
08/06/2019
La Lega e la farsa dei Minibot (Seconda parte)
Abbiamo spiegato, nella prima parte di questo contributo,
che l’introduzione dei Minibot proposta dalla Lega non sortirebbe gli
effetti esplicitamente millantati dai suoi promotori. Presentato come escamotage per
sfuggire alle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles,
l’eventuale pagamento dei debiti commerciali della pubblica
amministrazione a mezzo di titoli di Stato di piccolo taglio porterebbe
ad un aumento del debito pubblico. Per questa semplice ragione contabile
solleverebbe quindi i medesimi problemi politici che qualsiasi manovra
fiscale espansiva incontra all’interno degli stringenti vincoli europei.
Se la Lega volesse davvero fornire uno stimolo all’economia non si
preoccuperebbe di ingegnarsi con queste trovate, ma piuttosto si
impegnerebbe in vere politiche fiscali espansive in barba ai trattati
europei.
Eppure, intorno ai Minibot sembra muoversi molto più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot stiamo, in verità, parlando nientemeno che dell’uscita dell’Italia dall’euro! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘cigno nero’, la temutissima ipotesi di abbandono della moneta unica. Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta la questione.
Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B, cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis, di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come riporta il quotidiano greco Kathimerini, il leader Alexīs Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel giro di una notte per operare in dracma”, la moneta greca in circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di pagamento.
L’ordinario funzionamento della nostra economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili – ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici, giroconti, home banking. Le loro strade e infrastrutture sono quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro. L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale. Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati 34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2 milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.
Quando Tsipras e Varoufakis sono passati dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco Kathimerini, di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere in piedi l’economia for a little while (cioè per un pochino di tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la situazione e non ci sia panico. [...] Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”.
Quando Varoufakis diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il software dell’Agenzia delle Entrate sul suo laptop per hackerarlo ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, non nuovo ad avventure informatiche: “Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche, collegare il laptop e far partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare, più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis, che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B, ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”.
Riavvolgiamo il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una misura tampone, capace di reggere “for a little while”. Questo per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.
Ridicola è invece la trasposizione italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti cartacei con stampate le facce della Fallaci e di D’Annunzio: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un video del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro, perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più semplice.”
Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario (in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che si stia sfuggendo alla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di tutta questa vicenda.
La strampalata tesi per cui i Minibot siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione liberista a questo governo, dal PD alle agenzie di rating, nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire dall’euro, cioè prima di uscire dall’euro, devi introdurre una moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione “dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova occupazione e tutelare i lavoratori già occupati.
Un abisso separa i termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far emergere: il tema del potere.
Se una forza politica ha intenzione di incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo, Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura, meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.
La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale lavora alacremente da ormai un anno, ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa, suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei lavoratori.
Fonte
Eppure, intorno ai Minibot sembra muoversi molto più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot stiamo, in verità, parlando nientemeno che dell’uscita dell’Italia dall’euro! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘cigno nero’, la temutissima ipotesi di abbandono della moneta unica. Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta la questione.
Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B, cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis, di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come riporta il quotidiano greco Kathimerini, il leader Alexīs Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel giro di una notte per operare in dracma”, la moneta greca in circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di pagamento.
L’ordinario funzionamento della nostra economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili – ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici, giroconti, home banking. Le loro strade e infrastrutture sono quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro. L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale. Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati 34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2 milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.
Quando Tsipras e Varoufakis sono passati dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco Kathimerini, di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere in piedi l’economia for a little while (cioè per un pochino di tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la situazione e non ci sia panico. [...] Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”.
Quando Varoufakis diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il software dell’Agenzia delle Entrate sul suo laptop per hackerarlo ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, non nuovo ad avventure informatiche: “Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche, collegare il laptop e far partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare, più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis, che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B, ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”.
Riavvolgiamo il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una misura tampone, capace di reggere “for a little while”. Questo per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.
Ridicola è invece la trasposizione italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti cartacei con stampate le facce della Fallaci e di D’Annunzio: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un video del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro, perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più semplice.”
Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario (in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che si stia sfuggendo alla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di tutta questa vicenda.
La strampalata tesi per cui i Minibot siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione liberista a questo governo, dal PD alle agenzie di rating, nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire dall’euro, cioè prima di uscire dall’euro, devi introdurre una moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione “dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova occupazione e tutelare i lavoratori già occupati.
Un abisso separa i termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far emergere: il tema del potere.
Se una forza politica ha intenzione di incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo, Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura, meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.
La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale lavora alacremente da ormai un anno, ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa, suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei lavoratori.
Fonte
06/06/2019
La Lega e la farsa dei Minibot (Prima parte)
Capita a volte che un fatto
insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa
semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando
questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo
capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul
fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul
particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando
attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé
irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con
molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi
armati di rumors e flussi elettorali.
Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa la gestione del potere in Italia oggi. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.
Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova obtorto collo tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.
Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.
Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera ha approvato una mozione che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.
Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.
I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.
La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a deficit e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero.
L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina ha recentemente dichiarato: “Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito” da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.
Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato secondo i criteri di Maastricht (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).”
Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato.
Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012 precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce totalmente e irrevocabilmente quel credito ad un’istituzione finanziaria (...), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale deve essere riclassificata come prestito, parte integrante del debito di Maastricht”.
Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei conti finanziari della Banca d’Italia è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima relazione annuale, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).
Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee.
Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.
Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.
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Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa la gestione del potere in Italia oggi. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.
Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova obtorto collo tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.
Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.
Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera ha approvato una mozione che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.
Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.
I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.
La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a deficit e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero.
L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina ha recentemente dichiarato: “Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito” da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.
Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato secondo i criteri di Maastricht (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).”
Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato.
Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012 precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce totalmente e irrevocabilmente quel credito ad un’istituzione finanziaria (...), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale deve essere riclassificata come prestito, parte integrante del debito di Maastricht”.
Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei conti finanziari della Banca d’Italia è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima relazione annuale, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).
Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee.
Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.
Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.
Fonte
19/05/2018
Il mini-bot grillin-leghista, ennesimo sintomo della necessità di “rompere la gabbia Ue”
Verrebbe voglia di dedicare queste righe a quei “sinistri” che usano argomenti dell’establishment (Repubblica, Pd, Cottarelli, Giavazzi e via elencando) per criticare l’immonda unione grillin-leghista. Non perché quest’ultima possa essere in qualche modo “difesa”, ma per il buon motivo che ogni tipo di argomento presuppone o allude a una soluzione. Insomma: se usi pensieri di un nemico per criticarne un altro diventi servo del primo, non certo “alternativo” ad entrambi.
Cosa che invece è indispensabile, se si vuol mantenere aperta almeno una finestra di possibilità al cambiamento rivoluzionario e popolare dell’esistente.
Negli scorsi giorni, le bozze del famoso “contratto” tra Di Maio e Salvini hanno visto apparire e scomparire alcune indicazioni “sovversive” (individuazione di procedure tecniche per l’uscita dall’euro, cancellazione del debito rappresentato dai titoli di stato italiani in mano alla Bce: 250 miliardi, ecc). Oscillazioni dei mercati e balzo dello spread hanno rapidamente convinto i promessi sposi a ripensarci, come ampiamente previsto persino da noi.
Ma le questioni sottostanti quei “punti programmatici” andati smarriti non scompaiono altrettanto facilmente. Un qualsiasi governo che voglia provare a fare qualcosa di quel che ha in testa (piddino, leghista, grillino, berlusconiano o comunista rivoluzionario che sia) deve affrontare il problema dell’enorme debito pubblico senza disporre della leva monetaria (l’euro è stampato dalla Banca d’Italia su indicazioni quantitative della Bce). Dunque, secondo le ricette neoliberiste, può soltanto innalzare la tassazione, ridurre la spesa pubblica, svalutare i salari o un mix non troppo a scelta di queste tre cose.
Si tratta insomma di uno Stato a sovranità limitata, ancor più di quanto non avveniva quando l’unico obbligo sovranazionale era rappresentato dalla Nato (che peraltro resta ben vivo). Siamo certi che tanti “sinistri” ricorderanno quanti problemi abbia creato quella condizione al movimento operaio e alla sinistra politica in questo paese, senza che nessuno osasse insultarli come “sovranisti”.
Le teste economicamente meno vuote della nuova alleanza di governo sanno benissimo che, senza inventarsi qualcosa di nuovo e di non previsto dai trattati europei, non hanno alcuna chance di mantenere o accrescere il loro consenso elettorale, né di soddisfare gli interessi sociali direttamente rappresentati (piccola e media impresa, soprattutto del Nord, e confuse aspirazioni reddituali al Sud).
Dunque dal loro faticoso pensare è spuntato uno strumento inatteso – i mini-bot – immediatamente sbeffeggiato dagli opinionisti mainstream. Tipo quell’Oscar Giannino beccato a vantare lauree e master mai conseguiti...
Ma, a chi si intende almeno un po’ di economia monetaria, quello strumento non appare affatto ingenuo. L’editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, che qui sotto riproponiamo, illumina invece sull’esigenza vitale di un qualsiasi governo di rompere la gabbia dei vincoli. Ovvio che il modo di “rompere”, la direzione in cui farlo, gli interessi sociali che vuoi difendere o affermare, ecc, possono essere diametralmente opposti. L’unica cosa certa è che lo status quo favorisce il grande capitale multinazionale e finanziario. Dunque è indifendibile soprattutto per chi si propone di “cambiare il mondo”.
Cosa spiega Salerno Aletta?
a) Che la moneta – qualsiasi moneta – non è più convertibile in oro dalla banca centrale che l’ha emessa; e dunque che il suo valore come “equivalente universale” non si fonda più su una solida base materiale metallica, ma sulla “fiducia” nell’emittente quella moneta. Gli Usa o l’Unione Europea possono stampare dollari o euro a volontà, e farli accettare da tutti, con l’unico limite di non compromettere la stabilità dei prezzi (inflazione), perché rappresentano potenze economiche e/o militari per il momento abbastanza solide.
b) Che gli obblighi europei sui singoli stati dell’Unione rendono impossibile una gestione del debito che non sia distruttiva per le capacità produttive del paese (sorvolando ampiamente su tutte le questioni connesse alla giustizia sociale e alla redistribuizione della ricchezza).
c) Che una “moneta alternativa”, in fondo, è uno dei modi per sottrarsi alle rigidità dell’austerity ordoliberista, creando quella massa monetaria che altrimenti bisognerebbe cercare sui mercati internazionali, avvitandosi nel circolo vizioso del “più debito fai, più interessi devi pagare, peggio stai, meno puoi riprenderti”.
d) Che le stesse criptovalute (Bitcoin, Ethereum, ecc) sono un sintomo di questa necessità a livello globale, altrimenti sarebbero soltanto delle volgari truffe escogitate da “privati” che creano denaro dal nulla, presto scoperte ed evitate. E invece vengono comprate, scambiate, usate per pagare, tanto da innescare reazioni dei mercati finanziari tese a “comprenderle” progressivamente nel circuito delle attività ammesse e regolate.
Come si vede, questo tipo di “rottura” della gabbia è completamente interna alla logica e alla dinamica dei capitali e delle imprese. Ma proprio il fatto che emerga anche all’interno del “capitalismo reale”, sebbene ai livelli più bassi, è il sintomo più evidente di un sistema di trattati (e persino di assetti economici globali) ormai incompatibile con il normale “sviluppo economico”.
A maggior ragione, dunque, la necessità della rottura di quei trattati dovrebbe diventare al più presto una prospettiva concreta anche per quelle forze che vogliono superare e rivoluzionare l’esistente. O no?
*****
Quella bomba mini-bot
Guido Salerno Aletta
Dibattito politico infuocato, questa settimana, sulla ipotesi di uscire dall’euro e sulla possibilità di ridurre il debito pubblico con misure straordinarie. Nella serata di martedì, a sorpresa, è stata diffusa una bozza di Contratto per il Governo di Cambiamento elaborata dai delegati del Movimento 5 Stelle e della Lega, in cui si auspicavano «specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica» che consentano ai singoli Stati di uscire dall’euro e di «recuperare la propria sovranità monetaria», e si proponeva il congelamento-cancellazione dei titoli acquistati dalla Bce con il Qe, che valgono per l’Italia circa 250 miliardi di euro (10% del pil). A latere, c’era la costituzione di fondi immobiliari da vendere prioritariamente alle famiglie, impacchettando quote di patrimonio pubblico per un importo di circa 200 miliardi.
Il debito pubblico italiano, ormai di poco superiore ai 2.300 miliardi (131,5% del pil) si sarebbe attestato a 1.850 miliardi (105%), tornando ai livelli del 2008, quando fu del 102,4%.
La cancellazione dei titoli comprati con il Qe, avrebbe implicazioni enormi: la Bce dovrebbe effettuare un write-off del proprio attivo accusando una perdita corrispondente, che in questo caso sarebbe superiore al proprio capitale netto. Sulle conseguenze di questo evento straordinario, non c’è unanimità di vedute neppure tra i più esperti: c’è chi sostiene che la Bce deve comportarsi come qualsiasi altro soggetto economico, e dunque chiedere alle Banche centrali aderenti al Sebc il ripiano delle perdite e la ricostituzione del capitale; ma c’è anche chi afferma che una Banca centrale, finché mantiene il monopolio legale della moneta circolante, può benissimo avere un capitale netto negativo. Anzi, non avrebbe neppure bisogno di un capitale proprio. A differenza dei vecchi sistemi monetari con base aurea, infatti, oggi la circolazione è esclusivamente fiduciaria: chi detiene la moneta non può chiederne la conversione in oro alla banca centrale che l’ha emessa. L’unico limite alla emissione di moneta sarebbe invece rappresentato dalla stabilità dei prezzi.
Il dibattito accademico è sterile: le polemiche, invece, hanno immediatamente sortito il loro effetto, con una netta marcia indietro. E stato comunicato che la questione dell’euro era già stata espunta e che per i titoli acquistati con il Qe si sarebbe chiesto in sede europea di escluderli dal calcolo del rapporto debito/pil. Alla fine, anche questa ultima questione è stata espunta: non si fa più alcun cenno né alla possibilità di uscire dall’euro, né all’abbattimento del debito con misure straordinarie, quali che siano.
Le polemiche, che sembravano placarsi, sono divampate ancora più violentemente sulla questione dei mini-bot. Il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, in una intervista ha dichiarato che il nuovo governo rimedierebbe in modo radicale ai ritardi nei pagamenti della Pa corrispondendo «titoli, con un valore equivalente, che potranno essere spesi ovunque, per comprare qualsiasi cosa. E lo Stato non dovrà fare debito aggiuntivo, perché si darà semplicemente forma a un debito che già c’è». Né si violerebbero i Trattati europei, che individuano nell’euro l’unica moneta a corso legale, in quanto non si tratta di moneta. Secondo Borghi, «tecnicamente e un debito cartolarizzato. L’alternativa sarebbe non pagare i creditori dello Stato, quello si sarebbe un default».
Le cifre in ballo sono colossali: I’Eurostat, in una nota di aprile scorso redatta sulla base di informazioni ufficiali provenienti dall’Italia, ha comunicato che nel 2017 i soli debiti commerciali della Pa sono arrivati a 40,4 miliardi di euro (2,8% del pil). Si tratta di un debito potenziale: alla contabilizzazione formale come debito si procede solo quando il pagamento avvenga a fronte di emissione di titoli. A questa somma vanno aggiunti i crediti fiscali, per i quali vigono limiti ferrei alle compensazioni, per evitare evasioni fiscali. Nella Contratto per il Governo si prevede di ampliare le forme di compensazione tra debiti e crediti fiscali e di procedere alla «cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico».
E’ una prospettiva rivoluzionaria; lo Stato si libererebbe dei propri obblighi verso i fornitori accreditando loro dei mini-bot. La moneta perderebbe la esclusività in quanto strumento legittimamente liberatorio della obbligazione: lo Stato non dovrebbe più ricorrere previamente al mercato per procurarsi la moneta che gli occorre. La reazione è stata immediata, e feroce: il Financial Times, con un articolo a firma John Dizard in cui si ricorda l’esperienza del Patacon argentino, ha rilevato che «banchieri centrali e ministri delle finanze sono stati equilibrati nella loro reazione. Un equilibrio tra lo sdegno e il colpo apoplettico».
Non si tratterebbe, a suo avviso, solo di titoli di debito che anticipano, in termini ricardiani, la tassazione futura: «Se fossero introdotti su larga scala, le pressioni politiche con il tempo forzerebbero o l’Italia o la Germania fuori dall’euro, e avendo prodotto il danno questo strumento sarebbe alla fine liquidato».
Siamo a un nuovo snodo nella storia della moneta, dopo la fine dell’ancoraggio all’oro, di cui il florilegio delle criptovalute è un chiaro sintomo: le banche centrali, rese autonome dai governi negli anni Ottanta per bilanciare le spinte inflazionistiche indotte dalla spesa pubblica in disavanzo, che falcidiavano i risparmi e gli investimenti obbligazionari mentre i salari recuperavano potere di acquisto con la contrattazione, dopo la crisi del 2008 sono divenute istituzioni sovrane. Non si limitano a fornire liquidità al sistema bancario, ma effettuano veri e propri investimenti in titoli di debito pubblico, in obbligazioni di privati e talora anche in azioni. L’aumento dei corsi azionari, suscitato dalla immensa liquidità immessa, non rappresenta lo stato di salute delle imprese ma un fenomeno inflazionistico: è la moneta con cui si acquistano che vale di meno, non i titoli che valgono di più. Le Banche centrali si sono sostituite cosi agli Stati nella creazione e nella distribuzione di reddito e ricchezza.
La partita dei mini-bot vale dunque, in via di principio, più dell’intero debito pubblico: deciderà chi è sovrano, se lo Stato o la moneta.
Fonte
05/02/2018
La questione europea in campagna elettorale: tra non detti e scelte infami
Che la campagna elettorale si sarebbe connotata fin da principio su argomenti ricchi di pochezza e toni straccioni era largamente prevedibile.
Il peggio, a nostro parere, lo stanno producendo le forze presuntamente "progressiste", incistate nella spartizione delle poltrone da una parte - il PD renziano - e nei goffi tentativi di arginare l'esodo di voti a sinistra dall'altra - lo sconquassato carrozzone di LeU -.
A nostro avviso, tuttavia, va osservato attentamente anche il riassemblamento delle destre.
Se del M5S comunque si parla, troppo spesso lo si fa posizioni eccessivamente appiattite sull'opinione dominante, quando invece andrebbe rimarcata la normalizzazione liberale cui si stanno sottoponendo i grillini nel tentativo di accreditarsi come forza di governo "responsabile", ovviamente verso gli interessi dei padroni.
Nella galassia della destra classica, invece, abbiamo recentemente registrato la convergenza tra i fascisti che si vorrebbero in doppio petto di Fratelli d'Italia, il populismo nero della Lega e il liberalismo di Forza Italia. Per tutti e tre i casi appena elencati pensiamo si possa parlare di "cliché in cerca d'autore" che paiono, però, in grado di fare concretamente la propria "giocata" sul "banco" elettorale.
Esclusa l'escrescenza capeggiata dalla Meloni, al momento messa in ombra dalla concorrenza a destra esercitata dal populismo reazionario di Salvini, è la Lega di quest'ultimo e il ritorno del redivivo Berlusconi a dover essere oggetto di osservazioni più attente.
Dell'ex Cavaliere, ciò che più incuriosisce è l'assurgere al ruolo di interlocutore politico credibile per quelle élite che lo disarcionarono dal potere nel 2011.
Se è vero che da quel fatto è trascorso ormai un lustro abbondante, crediamo sia comunque esemplificativo, nella percezione dei rapporti di forza e soprattutto della posta in gioco a livello politico, sottolineare come la contingenza sia riuscita a riciclare un personaggio bruciato - soprattutto a livello d'immagine per i ben noti scandali sessuali - come Berlusconi che, in tempi recentissimi, ha ricevuto sostegni addirittura da soggetti legati al Finacial Times, situazione ai limiti della fantascienza se immaginata soltanto qualche anno fa.
Da notare anche il fatto che nessun organo di informazione si sogna più di soprannominare Berlusconi come "il Caimano", forse a dimostrare che la notte dei lunghi coltelli durata quasi un quarto di secolo tra declinazioni opposte del capitale italiano - quello a trazione gruppo FIAT e gruppo De Benedetti da una parte e la holding Fininvest dall'altra - se non a una pace, è giunta quanto meno ad un armistizio, probabilmente a seguito della presa d'atto che la guerra tra capitali in casa non è sostenibile quando il conflitto richiede d'impegnarsi anche sui fronti esteri.
Della Lega abbiamo già accennato scrivendo della ricerca di consenso che sta operando nei confronti del bacino di estrema destra, tattica che l'ha condotta a rubare campo alla Meloni e tessere collateralismi inquietanti con gentaglia della risma di CasaPound, che Salvini legittima politicamente rispolverando la retorica dei "buoni provvedimenti del fascismo" cui si sono prestati, è bene ricordarlo, oltre ad alcune file dell'informazione liberale, anche soggetti che oggi si nascondono dietro lo slogan di Liberi e Uguali, forse intendendo il loro nome come liberi di mistificare la storia e uguali ai fascisti nel raccontare balle.
Fino a ora, come scritto in apertura, siamo ampiamente nell'ambito dell'atteso. Ciò che invece riveste carattere di novità, almeno parziale, è la gestione del tema economico all'interno della campagna elettorale.
Nelle fila del PD, se non stupisce il sussistere del supporto al tema UE/Euro, sorprende per stupidità il modo in cui sia stato declinato - segnatamente da Renzi con la boutade sugli Stati Uniti d'Europa, e il pessimo gusto della Bonino con la sua "+ Europa" - indicano una propensione al suicidio politico che non viene più nemmeno nascosta.
A destra, invece, è stupefacente - si fa per dire... - verificare come l'informazione non ponga accento alcuno alla schzofrenia insita nell'alleanza di due soggetti, FI e Lega, che sul tema UE si pongono - ovviamente a parole - in antitesi totale. Forza Italia, infatti, s'ammanta di un europeismo fino a ieri appannaggio esclusivo del PD e frattaglie ad esso aggregate, mentre la Lega, oltre a tuonare nei confronti di quei vincoli economici che hanno fatto le fortune tedesche e le disgrazie italiane, ha imbarcato con una bella candidatura uno degli esponenti accademici più critici, a livello italiano, dell'assetto UE, Alberto Bagnai.
Il fatto, a sinistra ha avuto una certa eco che condividiamo solo in minima parte.
Anzitutto non consideriamo particolarmente inattesa la "scesa in campo" di Bagnai che, a nostro parere, era in cerca di un referente politico almeno dai tempi in cui veniva ospitato con frequenza sulle pagine di ByoBlu, il portale di Claudio Messora, trascorso spin doctor del M5S.
Come sappiamo, la collaborazione inizialmente promettente per gli interessati, è poi confluita in un divorzio che ha lasciato Bagnai privo di interlocuzione e i 5S senza alcun riferimento economico degno di essere considerato tale. Le genuflessioni di Di Maio a Cernobbio sono anche il risultato di una totale insipienza dei grillini dal punto di vista teorico, oltre che il prodotto di un'ansia da normalizzazione sempre più incontenibile.
Nel frattempo, il seguito virtuale del docente pescarese ha continuato a crescere conducendo il suo blog a risultare il sito economico prediletto dai navigatori italiani negli ultimi 3 anni. La cosa non deve essere sfuggita alla Lega che, in passato, lasciava campo libero, almeno mediaticamente, a Claudio Borghi un sovranista vero che identifica la chiave di volta per la risoluzione dei mali che affliggono il paese nella reintroduzione della Lira, anzi di due lire (una per le regioni che tirano e una per il mezzogiorno verso cui ripropone una considerazione di serie B quasi sabauda).
Rispetto a quest'ultimo Bagnai si connota come un post-keynesiano più "formato" e con declinazioni sociali un pizzico più marcate. Tuttavia, le soluzioni del pescarese, segnatamente la svalutazione competitiva, allevierebbero in misura assolutamente insufficiente le sofferenze degli sfruttati odierni, risultando corpose in maniera quasi esclusiva per quel che resta della piccola/media impresa contoterzista uscita con le ossa rotte dalla concorrenza internazionale, generata dalla rimodulazione delle filiere produttive, che hanno fagocitato quanto era sopravvissuto della grande industria pubblica post privatizzazioni anni '90.
Quindi, pur riconoscendo l'attinenza di alcune tesi di Bagnai sulla struttura dell'UE con parte delle nostre analisi sull'argomento, troviamo ben poca convergenza in merito alle azioni correttive che, nel nostro pensiero, non hanno nulla a che spartire con un salvagente da lanciare in soccorso di un padronato che per decenni ha macinato profitti senza investire un soldo, contando sulle commesse sicure provenienti dalla industria pubblica e sul progressivo smantellamento delle conquiste operaie iniziato già a fine anni '70 e oggi giunto a compimento praticamente definitivo.
In sintesi, quindi, pensiamo che la candidatura con la Lega sia lo sbocco "naturale" per un economista che ha sempre mosso la critica all'UE/Euro come una questione meramente nazionale, ignorando sistematicamente come la condizione degli sfruttati italiani sia diffusa in tutti le nazioni del meridione continentale.
Ciò che semmai troviamo strano è che nella sinistra che vorrebbe cambiare le cose, si perseveri quasi esclusivamente nel perseverare l'immobilismo sul tema.
Siamo consci del ritardo sull'argomento che tutt'ora è presente nel nostro mondo. Siamo però convinti che per andare oltre non siano più sufficienti le reprimende o la registrazione dell'ennesima occasione persa, nel caso specifico la mancata assunzione di Bagnai nel campo proletario. L'universo comunista è per fortuna ricco di validi economisti che, tra l'altro, in tempi recenti hanno animato dibattiti ben più strutturati e all'avanguardia di quelli guidati da Bagnai - pensiamo all'analisi sul lavoro mentale di Carchedi o quella sul reddito di Vertova.
Certo ancora manca l'impatto collettivo che ha saputo generare Bagnai, ma più che di analisi economica è semmai una questione di comunicazione politica, risultante dal fatto che sul ruolo dell'UE nell'attuale fase capitalista, le posizioni sono ancora lontane dal trovare una sintesi condivisa, così come manca la percezione diffusa che i tempi di crisi attuali, impregnati di risentimento e rabbia popolare, richiedano un lessico maggiormente diretto, incisivo e meno mediato rispetto a quello cui è abituata la sinistra.
Poi intendiamoci, Bagnai ha certamente raccolto un riscontro notevole in rete, ma le dinamiche del mondo reale continuano ad avere un peso specifico differente e sono meno ancorate di quello che potremmo pensare al virtuale. Detto altrimenti se andiamo per strada a domandare agli sfruttati del 21esimo secolo se conoscono Alberto Bagnai, i riscontri in cui ci imbattiamo sono decisamente meno lusinghieri verso il docente pescarese rispetto a ciò che si potrebbe pensare verificando l'eco che la sua parola ha sul web.
Va dunque superata la paura di valicare i tabù teorici e comunicativi: quello dell'imprescindibilità dell'UE, e di una forma espressiva politicamente corretta quando ci si relaziona con le masse.
Se non giungeremo a una simile presa d'atto i discorsi di rottura e anticapitalisti continueranno ad essere fatti soltanto dalle destre più fetide e poco importa se alle parole non seguiranno mai i fatti, perché il risentimento popolare sarà comunque catturato da sirene che non sono le nostre.
Fonte
10/12/2016
Telegraph: AEP intervista Claudio Borghi
Sul Telegraph Ambrose Evans Pritchard intervista Claudio Borghi, in cui vede il possibile ministro delle Finanze di un governo prossimo futuro, nato per portare l’Italia fuori dall’euro. Un governo incentrato su un’alleanza di scopo tra Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e altri gruppi più piccoli. Tutti uniti dalla consapevolezza che senza una moneta propria valutata correttamente ogni sforzo di uscire dalla crisi in Italia è inutile. Anche se è molto dubbia la reale volontà del M5S di voler uscire dall’eurozona, la sola prospettiva di Claudio Borghi ministro dell’economia è sufficiente ad atterrire gli eurocrati di Bruxelles, e permette di iniziare a ragionare compiutamente sulle eventuali conseguenze.
di Ambrose Evans Pritchard, 6 dicembre 2016
La prospettiva – un tempo improbabile e remota – di un governo anti-euro in Italia sta improvvisamente trasformandosi in una possibilità reale, che nel giro di settimane minaccia di scuotere l’Unione Europea fino alle sue fondamenta.
Gli eventi in Italia si stanno evolvendo alla velocità della luce. Diversi personaggi chiave nel Partito Democratico del premier Matteo Renzi si sono uniti al coro di chi richiede elezioni anticipate già a febbraio, per impedire che il Movimento Cinque Stelle prenda in mano l’iniziativa politica dopo la vittoria nel referendum dello scorso fine settimana.
Matteo Renzi non ha ancora scoperto le sue carte, ma i suoi più stretti collaboratori dicono che è tentato di giocarsi il tutto e per tutto su un voto veloce, puntando sul fatto che gode ancora di un sostegno sufficiente a cavarsela per il rotto della cuffia, in un contesto spaccato da molti punti di vista, e sul fatto che i suoi avversari non sono pronti ad affrontare le elezioni.
Questa mossa potrebbe facilmente scappargli di mano, aprendo la strada a un’alleanza tattica tra Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, più una manciata di piccoli gruppi, tutti in diverso modo critici nei confronti dell’euro.
L’uomo indicato come possibile ministro delle Finanze di qualsivoglia costellazione di ribelli è Claudio Borghi, ex broker per Merrill Lynch e Deutsche Bank, e ora professore presso l’Università Cattolica di Milano (Claudio Borghi ha rinunciato all’insegnamento con l’inizio del suo impegno in politica, ndVdE).
“Stiamo arrivando al punto in cui l’Italia deve prendere la vera decisione: siamo per o contro l’Europa?” ha detto al Telegraph.
“Quello che sta emergendo è una lista di quattro partiti o gruppi che hanno una cosa in comune: siamo tutti d’accordo che nulla è possibile fino a quando non usciamo dall’euro.”
“L’Europa ci ha condotto a una depressione peggiore di quella del 1929 e ha portato interi popoli, come i Greci, a essere spezzati e umiliati, tutto per mantenere in piedi lo strumento infernale che è l’euro. Questo completo disastro è stato mascherato con una catena di menzogne, gridate a voce sempre più alta per la paura che il colossale danno fatto venga scoperto”, ha aggiunto.
Claudio Borghi ha dichiarato che il risultato dirompente di 59 a 41 nel referendum è uno shock per i potenti interessi costituiti italiani, o “poteri forti”. “Sono assolutamente terrorizzati perché nessuno dei loro strumenti di controllo funziona più,” ha detto.
“Hanno investito un enorme prestigio nella campagna. Confindustria, le camere di commercio, e tutte le grandi aziende in Italia erano per il sì. Hanno detto che le banche sarebbero crollate, che avremmo perso tutti i nostri risparmi, e che avremmo scatenato l’inferno se avessimo votato no, ma non ha funzionato. È stato un “Brexit reloaded”, ha detto.
Il professor Borghi ha detto che l’uscita dall’euro potrebbe essere caotica, ma che ci sono modi per mitigarne gli effetti, in primo luogo creando e facendo circolare nella vita quotidiana una moneta parallela.
“Il Tesoro italiano ha 90 miliardi di euro di arretrati sui contratti. Questi potrebbero essere pagati con buoni del tesoro emessi per un minimo di 50, 20, 10, o anche 5 euro, dandoci il tempo di creare un seconda valuta. Quando arriva il momento, possiamo quindi passare alla nuova moneta. Può essere fatto elettronicamente. Non abbiamo nemmeno bisogno di stampare”, ha detto.
Claudio Borghi ha detto che l’opzione più pulita prevederebbe che fosse la Germania a lasciare la zona euro. Se questo è impossibile, l’Italia può approvare una legge per convertire dall’oggi al domani il proprio debito in lire – o in fiorini, come preferisce chiamare la nuova moneta, rifacendosi ai giorni dell’ascesa di Firenze sotto i Medici.
“Le perdite si sposterebbero sulle banche centrali nazionali attraverso il sistema Target2,” spiega. Ciò significa che la Banca d’Italia restituirebbe 355 miliardi di passività alle altre banche centrali della zona euro (principalmente la Bundesbank) in lire svalutate. La Bundesbank si troverebbe ad affrontare immediatamente una perdita di valore contabile dei propri crediti – che interesserebbe 700 miliardi di euro, nel caso probabile che l’uscita dell’Italia portasse a un ritorno generale alle valute nazionali.
Queste somme però sono in un certo senso una finzione contabile. Il banco di prova è stato lo sganciamento del cambio del franco svizzero dall’euro nel gennaio 2015. Quando il franco si è rivalutato la Banca nazionale svizzera ha subito una grande perdita teorica sul suo debito nei confronti della zona euro, ma nessuno ha fatto una piega.
La scommessa è che le grandi somme tenute dagli italiani nelle banche di Londra, New York, Parigi, o Monaco, o nelle cassette di sicurezza in Svizzera, rientrerebbero nel sistema non appena si calmassero le acque e l’Italia tornasse al cambio flessibile. Gli investitori stranieri vedrebbero l’Italia con un futuro di competitività molto maggiore.
“Non vedo all’orizzonte nessun disastro. Non c’è modo di schiacciare la nostra moneta, visto che abbiamo un surplus commerciale. Se avessimo un tasso di cambio più debole avremmo un surplus ancora più grande”, dice Borghi.
Per gli euroscettici italiani un ritorno alla lira sarebbe una liberazione, dopo quindici anni di decadenza economica, che ha svuotato il nucleo produttivo del Paese. La produzione industriale è scesa ai livelli del 1980. Il PIL reale pro capite è sceso del 13% rispetto al suo picco massimo.
Un report di questa settimana dell’ISTAT mostra che il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale l’anno scorso è salito al 28,7%, con un nuovo picco del 46,4 % nel Sud, e 55% in Sicilia – l’epicentro del no nel voto al referendum.
Uno studio di Mediobanca ha rilevato che il tasso di crescita in Italia ha ricalcato quasi esattamente quello della Germania per quasi trent’anni. Il percorso è cambiato con l’avvento dell’euro, che impedendo le svalutazioni ha portato a una perdita lenta, ma fatale, della competitività del lavoro – come un’aragosta bollita viva in una pentola.
La situazione è stata aggravata dalla contrazione fiscale e monetaria della zona euro tra il 2010-2014, un errore strategico che ha provocato la crisi del debito nell’UEM e ha portato a una doppia recessione. Questa a sua volta ha spinto l’Italia oltre il limite, spingendola in una crisi bancaria.
Uscire dall’euro darebbe al Paese la libertà di gestire i suoi conti pubblici per uscire dalla trappola della deflazione, e di salvare il suo sistema bancario con una ricapitalizzazione condotta dallo Stato, secondo l’esempio del programma TARP negli Stati Uniti – un’azione oggi proibita dalle leggi comunitarie sugli aiuti di Stato, a meno che l’Italia non accetti di sobbarcarsi i provvedimenti draconiani di un bail-out europeo (quello che ha avuto così buoni risultati in Grecia, ndVdE).
Il professor Borghi dichiara che le nuove regole europee del “bail-in” devono essere spazzate via. “Non appena inizi a travolgere i risparmiatori e gli obbligazionisti – che non hanno tenuto comportamenti rischiosi – stai dicendo alla gente che i loro soldi in banca non sono al sicuro”, dice.
“Tutta quello che l’UE ha ottenuto è un crollo dei titoli bancari italiani dell’85% dallo scorso novembre. Bisogna intervenire per salvare il sistema bancario in crisi, altrimenti tutto sarà distrutto”, ha detto.
Il professor Borghi è responsabile della strategia economica per la Lega Nord, un partito collocato a destra, ma ciò che sta emergendo è un’alleanza tattica tra il suo partito e il Movimento Cinque Stelle, anche se questo ha più cose in comune con la sinistra. I due insieme nei sondaggi raggiungono il 44%. I loro economisti stanno lavorando insieme in quella che sta diventando una compatta scuola di euroscettici.
Fin dalle origini il Movimento Cinque Stelle è sempre stato ostile a stringere patti con qualsiasi altro gruppo, dato che considera l’intero sistema politico in Italia come marcio fino al midollo. Ma Grillo dice che il partito si sta avvicinando al potere e deve essere pronto a scendere a compromessi. “Siamo in una spirale che porta verso il governo”, ha detto.
Il professor Borghi non si fa illusioni che la sola uscita dall’euro dell’Italia possa risolvere i suoi problemi, che hanno radici profonde, ma l'”Italexit” è una condizione necessaria. “Sarà dura, ma senza la nostra moneta valutata correttamente non saremo mai in grado di fare nulla, per quanto ci sforziamo con ogni mezzo,” conclude.
Fonte
Ennesima conferma che a destra si lavora ormai alacremente per l'uscita dall'euro.
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di Ambrose Evans Pritchard, 6 dicembre 2016
La prospettiva – un tempo improbabile e remota – di un governo anti-euro in Italia sta improvvisamente trasformandosi in una possibilità reale, che nel giro di settimane minaccia di scuotere l’Unione Europea fino alle sue fondamenta.
Gli eventi in Italia si stanno evolvendo alla velocità della luce. Diversi personaggi chiave nel Partito Democratico del premier Matteo Renzi si sono uniti al coro di chi richiede elezioni anticipate già a febbraio, per impedire che il Movimento Cinque Stelle prenda in mano l’iniziativa politica dopo la vittoria nel referendum dello scorso fine settimana.
Matteo Renzi non ha ancora scoperto le sue carte, ma i suoi più stretti collaboratori dicono che è tentato di giocarsi il tutto e per tutto su un voto veloce, puntando sul fatto che gode ancora di un sostegno sufficiente a cavarsela per il rotto della cuffia, in un contesto spaccato da molti punti di vista, e sul fatto che i suoi avversari non sono pronti ad affrontare le elezioni.
Questa mossa potrebbe facilmente scappargli di mano, aprendo la strada a un’alleanza tattica tra Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, più una manciata di piccoli gruppi, tutti in diverso modo critici nei confronti dell’euro.
L’uomo indicato come possibile ministro delle Finanze di qualsivoglia costellazione di ribelli è Claudio Borghi, ex broker per Merrill Lynch e Deutsche Bank, e ora professore presso l’Università Cattolica di Milano (Claudio Borghi ha rinunciato all’insegnamento con l’inizio del suo impegno in politica, ndVdE).
“Stiamo arrivando al punto in cui l’Italia deve prendere la vera decisione: siamo per o contro l’Europa?” ha detto al Telegraph.
“Quello che sta emergendo è una lista di quattro partiti o gruppi che hanno una cosa in comune: siamo tutti d’accordo che nulla è possibile fino a quando non usciamo dall’euro.”
“L’Europa ci ha condotto a una depressione peggiore di quella del 1929 e ha portato interi popoli, come i Greci, a essere spezzati e umiliati, tutto per mantenere in piedi lo strumento infernale che è l’euro. Questo completo disastro è stato mascherato con una catena di menzogne, gridate a voce sempre più alta per la paura che il colossale danno fatto venga scoperto”, ha aggiunto.
Claudio Borghi ha dichiarato che il risultato dirompente di 59 a 41 nel referendum è uno shock per i potenti interessi costituiti italiani, o “poteri forti”. “Sono assolutamente terrorizzati perché nessuno dei loro strumenti di controllo funziona più,” ha detto.
“Hanno investito un enorme prestigio nella campagna. Confindustria, le camere di commercio, e tutte le grandi aziende in Italia erano per il sì. Hanno detto che le banche sarebbero crollate, che avremmo perso tutti i nostri risparmi, e che avremmo scatenato l’inferno se avessimo votato no, ma non ha funzionato. È stato un “Brexit reloaded”, ha detto.
Il professor Borghi ha detto che l’uscita dall’euro potrebbe essere caotica, ma che ci sono modi per mitigarne gli effetti, in primo luogo creando e facendo circolare nella vita quotidiana una moneta parallela.
“Il Tesoro italiano ha 90 miliardi di euro di arretrati sui contratti. Questi potrebbero essere pagati con buoni del tesoro emessi per un minimo di 50, 20, 10, o anche 5 euro, dandoci il tempo di creare un seconda valuta. Quando arriva il momento, possiamo quindi passare alla nuova moneta. Può essere fatto elettronicamente. Non abbiamo nemmeno bisogno di stampare”, ha detto.
Claudio Borghi ha detto che l’opzione più pulita prevederebbe che fosse la Germania a lasciare la zona euro. Se questo è impossibile, l’Italia può approvare una legge per convertire dall’oggi al domani il proprio debito in lire – o in fiorini, come preferisce chiamare la nuova moneta, rifacendosi ai giorni dell’ascesa di Firenze sotto i Medici.
“Le perdite si sposterebbero sulle banche centrali nazionali attraverso il sistema Target2,” spiega. Ciò significa che la Banca d’Italia restituirebbe 355 miliardi di passività alle altre banche centrali della zona euro (principalmente la Bundesbank) in lire svalutate. La Bundesbank si troverebbe ad affrontare immediatamente una perdita di valore contabile dei propri crediti – che interesserebbe 700 miliardi di euro, nel caso probabile che l’uscita dell’Italia portasse a un ritorno generale alle valute nazionali.
Queste somme però sono in un certo senso una finzione contabile. Il banco di prova è stato lo sganciamento del cambio del franco svizzero dall’euro nel gennaio 2015. Quando il franco si è rivalutato la Banca nazionale svizzera ha subito una grande perdita teorica sul suo debito nei confronti della zona euro, ma nessuno ha fatto una piega.
La scommessa è che le grandi somme tenute dagli italiani nelle banche di Londra, New York, Parigi, o Monaco, o nelle cassette di sicurezza in Svizzera, rientrerebbero nel sistema non appena si calmassero le acque e l’Italia tornasse al cambio flessibile. Gli investitori stranieri vedrebbero l’Italia con un futuro di competitività molto maggiore.
“Non vedo all’orizzonte nessun disastro. Non c’è modo di schiacciare la nostra moneta, visto che abbiamo un surplus commerciale. Se avessimo un tasso di cambio più debole avremmo un surplus ancora più grande”, dice Borghi.
Per gli euroscettici italiani un ritorno alla lira sarebbe una liberazione, dopo quindici anni di decadenza economica, che ha svuotato il nucleo produttivo del Paese. La produzione industriale è scesa ai livelli del 1980. Il PIL reale pro capite è sceso del 13% rispetto al suo picco massimo.
Un report di questa settimana dell’ISTAT mostra che il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale l’anno scorso è salito al 28,7%, con un nuovo picco del 46,4 % nel Sud, e 55% in Sicilia – l’epicentro del no nel voto al referendum.
Uno studio di Mediobanca ha rilevato che il tasso di crescita in Italia ha ricalcato quasi esattamente quello della Germania per quasi trent’anni. Il percorso è cambiato con l’avvento dell’euro, che impedendo le svalutazioni ha portato a una perdita lenta, ma fatale, della competitività del lavoro – come un’aragosta bollita viva in una pentola.
La situazione è stata aggravata dalla contrazione fiscale e monetaria della zona euro tra il 2010-2014, un errore strategico che ha provocato la crisi del debito nell’UEM e ha portato a una doppia recessione. Questa a sua volta ha spinto l’Italia oltre il limite, spingendola in una crisi bancaria.
Uscire dall’euro darebbe al Paese la libertà di gestire i suoi conti pubblici per uscire dalla trappola della deflazione, e di salvare il suo sistema bancario con una ricapitalizzazione condotta dallo Stato, secondo l’esempio del programma TARP negli Stati Uniti – un’azione oggi proibita dalle leggi comunitarie sugli aiuti di Stato, a meno che l’Italia non accetti di sobbarcarsi i provvedimenti draconiani di un bail-out europeo (quello che ha avuto così buoni risultati in Grecia, ndVdE).
Il professor Borghi dichiara che le nuove regole europee del “bail-in” devono essere spazzate via. “Non appena inizi a travolgere i risparmiatori e gli obbligazionisti – che non hanno tenuto comportamenti rischiosi – stai dicendo alla gente che i loro soldi in banca non sono al sicuro”, dice.
“Tutta quello che l’UE ha ottenuto è un crollo dei titoli bancari italiani dell’85% dallo scorso novembre. Bisogna intervenire per salvare il sistema bancario in crisi, altrimenti tutto sarà distrutto”, ha detto.
Il professor Borghi è responsabile della strategia economica per la Lega Nord, un partito collocato a destra, ma ciò che sta emergendo è un’alleanza tattica tra il suo partito e il Movimento Cinque Stelle, anche se questo ha più cose in comune con la sinistra. I due insieme nei sondaggi raggiungono il 44%. I loro economisti stanno lavorando insieme in quella che sta diventando una compatta scuola di euroscettici.
Fin dalle origini il Movimento Cinque Stelle è sempre stato ostile a stringere patti con qualsiasi altro gruppo, dato che considera l’intero sistema politico in Italia come marcio fino al midollo. Ma Grillo dice che il partito si sta avvicinando al potere e deve essere pronto a scendere a compromessi. “Siamo in una spirale che porta verso il governo”, ha detto.
Il professor Borghi non si fa illusioni che la sola uscita dall’euro dell’Italia possa risolvere i suoi problemi, che hanno radici profonde, ma l'”Italexit” è una condizione necessaria. “Sarà dura, ma senza la nostra moneta valutata correttamente non saremo mai in grado di fare nulla, per quanto ci sforziamo con ogni mezzo,” conclude.
Fonte
Ennesima conferma che a destra si lavora ormai alacremente per l'uscita dall'euro.
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