Capita a volte che un fatto
insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa
semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando
questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo
capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul
fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul
particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando
attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé
irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con
molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi
armati di rumors e flussi elettorali.
Nulla è come appare in questa storia dei
Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli
aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente
l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di
Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto
ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti
finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato
un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito:
l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro
all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa la gestione del potere in Italia oggi.
Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti
della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti,
disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche
neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.
Cosa sono i Minibot?
Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e
volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro
fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer
per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del
ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai
vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in
quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova obtorto collo tra le fila dei creditori dello Stato:
al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una
dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo
malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in
cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con
questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.
Le principali misure adottate per
alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato
di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La
prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere
almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le
imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto
versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al
fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il
fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i
tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla
banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.
Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera ha approvato una mozione
che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di
pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli
di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.
Il loro nomignolo richiama l’analogia con
i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve
termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono
una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione.
Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei
titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i
BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e
si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di
interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad
esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio
di un tasso di interesse dello 0,122%.
I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico:
anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i
fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente
ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot
sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e
la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il
pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare,
perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati
finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione.
Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano
intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile
anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro
venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al
supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che
il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot
come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù
della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro
capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia
tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero
accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque
circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono
tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art.
1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto
‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata
dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione
europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro:
l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro.
Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria;
da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di
pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza
rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.
La magia dei Minibot. I
sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di
rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della
liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa.
Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da
parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico
imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot
permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di
aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i
parametri relativi a deficit e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero.
L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale
dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel
debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non
la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico,
e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del
debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i
crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per
consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le
regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina ha recentemente dichiarato: “Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito”
da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi
strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia
senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla
disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe
ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno
affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.
Purtroppo, però, le cose non stanno così.
Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità
pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude
alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i
documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei
debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito
pubblico misurato secondo i criteri di Maastricht
(oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità
contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito
pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale
nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il
ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata
dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è
dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i
crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito
pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’
nel documento “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”,
alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un
debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente
(85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi
da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed
infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce
residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega
la nota metodologica del documento – anche “operazioni di
cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le
regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di
intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione
dell’Eurostat del 31 luglio 2012).”
Che c’entra questo con il debito
commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che
un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per
trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario
finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale
di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come
uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero
impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di
fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero
ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato,
cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il
fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di
cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della
liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento
cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla
banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato.
Quello che la
documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti
commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico
conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano
trasferiti formalmente ad una banca. La decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012
precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un
credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale
trasferisce totalmente e irrevocabilmente quel credito ad un’istituzione finanziaria (...), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale deve essere riclassificata come prestito, parte integrante del debito di Maastricht”.
Dunque, per concludere questa noiosa ma
necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non
sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione
dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi
tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale
trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot
creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai
vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei conti finanziari della Banca d’Italia
è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che
ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi,
gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti
commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre
43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica
amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito
pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando,
nell’ultima relazione annuale,
“circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo
le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel
debito pubblico.” (p. 145).
Tirando le fila del discorso, dunque, è
inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È
inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo
taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la
domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro
introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo
debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle
istituzioni europee.
Nessun trucco contabile può spezzare le catene che
paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere
un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio
definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la
via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui
mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza
incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot
necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che
ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che
tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato
dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun
partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in
discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le
politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la
rottura della gabbia europea. La Lega, lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli,
sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la
sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un
rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti
pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere
ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci
soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.
Ma la storia dei Minibot, come vedremo,
non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio
mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per
un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale
Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a
inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta
contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta
l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male
dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.
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