Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2025

Genova nel mirino

Quanto uscito sui media in queste settimane potrebbe sembrare il prologo di una pellicola di Fernando Di Leo degli anni ’70. Invece, è cronaca.

Carlo De Simone, sub-commissario alla realizzazione della nuova diga foranea di Genova, ai microfoni di Primocanale conferma che l’infrastruttura è “dual use” perché funzionale allo sbarco su larga scala di uomini, mezzi ed equipaggiamento militare in caso di guerra.

Pochi giorni dopo, il viceministro del MIT Rixi, dichiara a Repubblica che il Governo Meloni sta valutando di classificare come dual use anche i bacini di carenaggio.

Non è solo una furbata contabile

Le dichiarazioni di De Simone e Rixi potrebbero apparire come l’ennesima furbata del Governo Meloni per allungare la coperta delle spese militari in ossequio al raggiungimento del famigerato 5 per cento di PIL in spese militari diviso in:
  • un 3,5% da spendere in armi prettamente dette (carri armati, missili, aerei ecc.);
  • un 1,5% da spendere in infrastrutture, come la nuova diga di Genova.
La logistica di guerra

Non è un esercizio di stile ricordare che larga parte dei principi e della tecnica che determina la logistica contemporanea – quella che porta nelle nostre case un manufatto prodotto in Cina, acquistato su Amazon e transitato dal Mar cinese al Mediterraneo via canale di Suez – deriva dalle “sfide” poste dai grandi conflitti del ‘900 alla movimentazione di colossali quantità di uomini e materiale bellico.

Il caso emerso con la nuova diga di Genova in questo senso è da manuale.

La diga – ammesso e non concesso che sia effettivamente realizzabile e completata nei tempi previsti – consentendo al porto di accogliere le portacontainer di maggior pescaggio, identificherebbe Genova come zona di sbarco ideale per uomini e mezzi pesanti NATO da schierare nell’Europa centro-orientale per fronteggiare una fantomatica invasione russa.

Invasione che le classi dirigenti economiche e politiche europee, più che temere, ormai sembrano auspicare.

Il corridoio Sud – Nord

Lo schema logistico è presto delineato:
  1. cargo e navi militari, grazie alla nuova diga, sbarcano nel porto di Genova soldati e armamenti in quantità;
  2. questi, tramite i ripristinati collegamenti ferroviari diretti con le banchine portuali, affluiscono nel retroporto Campasso (sotto al Ponte San Giorgio) dove sono stivati su treni merci da 750m di lunghezza e, via Terzo Valico, raggiungono celermente l’alessandrino;
  3. giunti in Pianura Padana soldati e armi prendono definitivamente la via del fronte, imboccando il cosiddetto “corridoio Mediterraneo” o terzo asse del sistema di reti transeuropee di trasporto, quello in cui è collocato il TAV/TAC Lione-Torino.
È bene rammentare che il Terzo Valico si colloca come infrastruttura fondamentale del corridoio Reno-Alpi, o sesto asse del sistema di reti transeuropee, avente come vertici il porto di Rotterdam e, appunto, quello genovese.

Peraltro, l’identificazione della nuova diga foranea come infrastruttura di valenza anche militare, colloca la Superba quale saliente di sempre più probabili proiezioni di forze NATO/UE in tutto il cosiddetto “Mediterraneo allargato” – dall’Africa del Nord e sahariana all’Oceano Indiano, passando per il Vicino Oriente –.

Il percorso sarebbe quello precedentemente descritto, ma a senso inverso, e avrebbe come perno la Germania, già sede del Comando Militare statunitense per l’Europa.

Genova al vertice della tensione

A questo punto è evidente come il modello di sviluppo che la città ha subito negli ultimi 30 anni:
  • deindustrializzazione forzata che ha risparmiato soltanto il complesso industriale bellico (Leonardo, Piaggio Aero/Baykar) e cantieristico “dual use” (Fincantieri);
  • espansione bulimica delle infrastrutture logistiche;
pone Genova e chi vi abita nella poco auspicabile posizione di bersaglio strategico di quei soggetti internazionali con cui l’Occidente ha scelto di competere in modo sempre più serrato, financo con le armi in pugno.

Diventa quindi fondamentale espandere nel modo più ampio la consapevolezza verso questa situazione, per costruire l’opposizione a politiche economiche ed internazionali che ci stanno portando ad avere un mirino, reale, puntato direttamente sulle nostre teste.

Genova City Strike – Rete dei Comunisti Genova

Fonte

10/05/2024

Le mani sul territorio. Il contesto in cui agiscono i corruttori e i corrotti

Gli arresti eseguiti nella mattinata del 7 maggio 2024, con le accuse di corruzione diffusa, che hanno colpito il gotha della politica ligure e dell’imprenditoria del territorio sono trattati dai giornali con il solito corollario di indiscrezioni.

Sembra di assistere ad un film già visto troppe volte.

Il quadro che pare emergere è quello di un sistema corruttivo archeologico, tratto pari pari da un film di denuncia degli anni ‘60 o dalla riproposizione di quella tangentopoli che spazzò via il sistema politico della Prima Repubblica favorendo poi l’ascesa di Berlusconi e la trasformazione italiana che è seguita fino ai giorni nostri.

Oggi assistiamo alla sfilata dei politici pronti a sostenere che sapevano già tutto, dei giornalisti di regime in gran spolvero nel raccontare i particolari più succulenti: gli yacht dell’imprenditore, i rolex, le serate di gala. Ciò che manca è però il contesto, ovvero comprendere come questi fatti, se accertati, si inseriscono nell’ambiente socio-economico del territorio ligure.

Il consigliere regionale Sansa, già candidato con il PD (1) e con il centro sinistra nelle precedenti elezioni regionali, è oggi una delle star dei quotidiani. Effettivamente, le inchieste condotte da Sansa risalgono a molto tempo fa e culminarono con l’uscita del libro scritto in collaborazione con l’allora giornalista di Repubblica Marco Preve “Il partito del cemento”(2).

Questo libro, che fece allora scalpore, raccontava una serie di manovre legate alla speculazione edilizia sul territorio e alla gestione della cosa pubblica che avvenivano in una fase che potremmo definire di trasformazione del tessuto socio-economico del territorio. In cabina di regia, la politica di allora aveva il sistema di potere gestito dall’esponente del PD Claudio Burlando, le cui vicissitudini giudiziarie appartengono a una storia in parte già dimenticata.

Quel libro, al netto di inesattezze e attacchi discutibili, aveva comunque il merito di mettere in evidenza i rapporti tra la politica di allora e il mondo dell’imprenditoria genovese. Alcuni nomi, sono gli stessi che riempiono le cronache dell’inchiesta di questi giorni(3).

Già allora però, il livello della ricostruzione appariva monco e in linea con un atteggiamento diffuso in cui si tende a mettere in evidenza il lato criminale delle vicende e non lo si inserisce nel più ampio contesto socio-economico territoriale.

Alla fine degli anni ‘80 infatti, il territorio ligure subisce una trasformazione radicale della propria struttura produttiva e sociale. La Liguria è sempre stata un territorio complesso. Stretto tra mare e monti, il territorio su cui si è sviluppato il contesto economico regionale è sempre stato caratterizzato da una pluralità di strutture dominanti. Dall’industria (prima di Stato e poi, in gran parte privatizzata) concentrata a Genova, Savona e La Spezia, fino alle zone turistico-agricole caratteristiche soprattutto del ponente ligure.

Questa struttura economico-sociale si rifletteva poi in una sovrastruttura politica in cui la tensione era tra i rappresentanti del blocco industriale e di riflesso dei lavoratori di quel settore e i rappresentanti di quella borghesia minore rappresentata da albergatori, ristoratori e produttori agricoli di piccole/medie dimensioni.

Con la ristrutturazione che parte con un basso profilo nella seconda metà degli anni ’80 e arriva al suo punto finale con gli anni ’10 del nuovo secolo, cambia totalmente la struttura economica ligure e genovese, con lo smantellamento degli insediamenti operai, e la trasformazione del territorio in un hub turistico dove resistono solo pochissimi insediamenti industriali, concentrati nei servizi e nella logistica (4).

Tale ristrutturazione produttiva, gestita in primo luogo dal centrosinistra impatta frontalmente sul territorio e, in pochi anni, la borghesia dei piccoli imprenditori un tempo minoritaria, porta al potere il centrodestra più “adeguato” a rappresentarne gli interessi.

Lo svuotamento dell’industria impatta poi duramente sui lavoratori con l’esplosione del lavoro temporaneo e sottopagato, concentrato soprattutto nel nuovo settore trainante del turismo e della logistica di prossimità.

A oggi, la struttura sociale del territorio ligure è molto più omogenea rispetto a un tempo. Il governo di centrodestra e la figura di Toti emergono in un tale contesto in cui gli interessi dei padroni vengono ben rappresentati da questa classe politica mentre i lavoratori salariati, dispersi in mille rivoli e in mille necessità non trovano nessuna sponda nella politica e nelle forze tradizionali del sindacato(5).

Nel passaggio tra il dominio del centrosinistra e del centrodestra non si assiste quindi a nessuna rivoluzione. Il PD ha governato nel periodo in cui la trasformazione era al suo stadio iniziale di programmatica demolizione del “vecchio” assetto, mentre il centrodestra lo ha portato e lo sta portando al compimento.

Stabilire questo fatto è per noi di importanza fondamentale. Il passaggio produttivo che si è compiuto alla fine del secolo scorso è stato ampiamente accompagnato dal centrosinistra. L’avvio delle politiche di speculazione non nasce con il centrodestra, il quale si limita a coglierne i frutti politici.

Per capire questa situazione ci si potrebbe concentrare analizzando una serie di esempi che sono stati consegnati alla cronaca del nostro territorio in questi anni. Basti pensare alle politiche che sono state portate avanti con la costruzione del cosiddetto Terzo Valico di Genova. Esemplificativo, in questo caso, è un episodio in cui si manifestò con tutta evidenzia il consociativismo politico del territorio. Il centro del capoluogo venne infatti attraversato da un lugubre corteo di imprenditori della logistica, professionisti dell’informazione, sindacalisti degli edili e del settore della logistica. In prima fila settori dominanti del vecchio centrosinistra e del centrodestra, uniti nel rivendicare fermezza nei confronti di chi si opponeva all’opera e pronti a chiedere l’accelerazione dei lavori di un’opera totalmente inutile già allora e assolutamente surreale nel contesto economico attuale(6).

Si crea quindi, fin da subito una situazione in cui la nuova governance di destra del territorio è sostanzialmente priva di opposizione sociale. In cui, anche il sindacalismo concertativo di Cgil, Cisl e Uil è impegnato ad accompagnare tale ristrutturazione sperando che rimanga nel piatto qualche briciola da distribuire ai lavoratori.

All’interno di questo contesto, la governance imposta dal centrodestra si caratterizza sostanzialmente in un moderatismo politico evidente(7). Ciò che conta infatti, non è il messaggio politico e la rappresentanza di una classe sociale, ma il proseguimento di una politica di occupazione del potere in cui lo scambio di favori con l’imprenditoria della logistica e del settore turistico serva da un lato come calmieratore sociale attraverso l’offerta di lavori qualunque essi siano, dall’altro come mezzo per favorire la propria carriera politica in cambio di affari, di gestione dei fondi, di concessioni.

L’analisi del contesto che abbiamo qui delineato per sommi capi è importante per capire cosa fare.

L’iniziativa della magistratura infatti non può risolvere alcuno dei problemi elencati. E può essere utile, al più, ad una ristrutturazione del sistema di potere necessario al proseguimento dello status quo. L’agitarsi del centrosinistra, del tutto strumentale, si limiterà a favorire il tentativo di un ricambio politico che non altererà di una virgola la situazione sociale vigente.

Come giustamente sottolineato da USB in una nota, vi è altresì il rischio che il crollo di un sistema di potere senza lo sviluppo di una reale alternativa sociale possa ricadere sui lavoratori dei settori in cui la mancanza di chiarezza sui fondi e sugli investimenti può creare ulteriori problemi.

Non si tratta qui di salvare il marcio del sistema per evitare problemi più gravi per i settori deboli, ma di comprendere che senza il protagonismo sociale dei soggetti più deboli, senza l’intervento sociale degli sfruttati, non si dà alcun cambio politico se non di facciata, in una perpetua e gattopardesca riproduzione di un esistente che non è più tollerabile.

Note

1) Un perfetto candidato perdente, nelle elezioni del 2020. Sansa si presenta con una lista civica, negli anni precedenti aveva sempre attaccato il PD che però appare poco interessato alla cosa e lo appoggia, esattamente come i 5 stelle. Ovviamente viene rieletto Toti come presidente della Regione ma vota poco più del 50 percento dei votanti. Ciò significa che il 25 percento dell’elettorato sostiene Toti, circa il 20 percento sostiene Sansa.

2) “Il Partito del cemento”, editore Chiarelettere, 2008. Di Ferruccio Sansa e Marco Preve. Prefazione, ovviamente, di Marco Travaglio.

3) Di particolare importanza la descrizione dei luoghi di Genova dove si riunivano imprenditori, politici e altri affaristi per decidere come spartirsi lavori e favori. Molti dei personaggi del libro appaiono nelle inchieste di questi giorni. Cambiano i luoghi di ritrovo, cambiano alcuni nomi, ma la sostanza rimane la stessa.

4) Con la ristrutturazione cambia proprio la ragione di essere di molti luoghi della Liguria. Non solo a Genova. In quegli anni la ristrutturazione colpisce duramente anche Savona laddove era forte l’industria siderurgica e chimica. In pochi anni, Savona diviene una città turistica totalmente gentrificata.

5) Sul ruolo del sindacato nella ristrutturazione del territorio occorrerebbe scrivere molto di più. Per il momento ci limitiamo a sottolineare che tra i protagonisti di questa triste vicenda è presente anche un dirigente degli edili della Cgil, ora sospeso. Ma potrebbero esserci degli aggiornamenti.

6) Il corteo, da Piazza De Ferrari arriva in prefettura. Per i giornali sono circa in 500. In prima fila il Sindaco Vincenzi e Claudio Burlando, rispettivamente Sindaco di Genova e Presidente di Regione. Con loro i sindacati Cgil, Cisl e Uil, la CULMV (sic!) e gli imprenditori. Molto intervistato Giovanni Berneschi, direttore della Carige e uomo molto rispettato. Almeno fino a quando non verrà arrestato per vari reati, qualche anno dopo.

7) Toti passa per un uomo di centro. In realtà non si capisce in quanto è rarissimo che si esprima politicamente. Condivide questa caratteristica con il Sindaco Bucci che dichiara di non essere nè di destra nè di sinistra. Ovviamente, le giunte sono di centrodestra e all’interno, le linee politiche ed ideologiche sono appaltate a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Genova City Strike

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08/05/2024

Genova, è corruzione?

Le compagne e i compagni brutalmente arrestati/e venerdì durante una serata alla ex latteria di Sarzano sono usciti/e dal carcere. A loro va il nostro abbraccio solidale.

Nei giorni scorsi abbiamo partecipato alle iniziative di solidarietà sia nelle strade che davanti al carcere.

Al di là delle differenze era fondamentale stabilire che quello che era accaduto era inaccettabile. Chi tocca uno tocca tutti.

Oggi siamo quindi contenti che i compagni, le compagne e chi ha dimostrato affetto militante nei confronti degli arrestati possa abbracciare chi esce dalle mura di Marassi e Pontedecimo.

Paradossalmente, la scarcerazione avviene mentre in città scoppia un bubbone enorme con gli arresti dei vertici dell’intreccio tra politica, imprenditoria e mafia. Di questi arrestati ovviamente non ci frega niente se non per capire cosa potrà succedere nei prossimi mesi, perché si rischia che a pagare siano, come sempre, i lavoratori. Questi signori di carcere ne faranno poco. Ma non è questo il punto. Infatti dei Rolex, degli yacht e delle ville non ci interessa discutere. Perché sappiamo che , anche se la chiamano corruzione, è il normale funzionamento di un sistema che schiaccia i lavoratori, taglia sanità e welfare, reprime chi cerca di organizzare le lotte dei lavoratori e si schiera, coerentemente con il proprio interesse, verso chi alimenta le guerre. Si chiama capitalismo. Festeggeremo solo quando questo sistema sarà fatto saltare in aria, non dalle procure ma da coloro che da questo sistema vengono schiacciati.

Genova City Strke

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12/02/2024

Con la Palestina - A fianco di chi lotta contro l’oppressione

Anche se oramai, dopo mesi, rischiamo di abituarci all’orrore, cosa ampiamente voluta da Israele e dai suoi alleati, oggi siamo di nuovo in piazza al culmine di una serie di mobilitazioni. A sostegno della Palestina e della sua lotta di resistenza.

La scintilla del 7 ottobre, pur con il suo corollario di sofferenze e vittime, ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione il dramma palestinese. Ovviamente non abbiamo dubbi, consideriamo legittimo il diritto alla Resistenza, anche armata, del popolo palestinese. Non è mai esistito un processo di autodeterminazione e decolonizzazione pacifico. Le trattative, gli accordi, in una situazione di grande disparità politica e militare non si strappano con le parole, non è mai stato così. Lo sappiamo, non ci piace la violenza ma non viviamo in un mondo totalmente ideale e staccato dalla realtà.

Sulla lotta del popolo palestinese si possono dire tante cose. Da un lato la specificità di questa lotta ultra decennale, contro il regime colonialista e di apartheid che il genocidio non lo ha pianificato da qualche mese ma da parecchi anni, senza che nessuno a livello internazionale o in occidente lo abbia mai denunciato e conseguentemente colpito. Ma la specificità di questa lotta non fa si che la si possa isolare dal contesto internazionale, caratterizzato da una tendenza all’allargamento dei conflitti in tutto il globo. Tendenza causata non da qualche stato o da qualche dittatore, ma dalla crisi del sistema di accumulazione capitalista mondiale che, dalla fine degli anni 80 del secolo scorso a oggi, è totalmente centrato sulla pretesa di un ristretto numero di stati occidentali di governare il mondo imponendo la propria legge.

Badate, è una questione complessa, ma la si può anche semplificare. Il dominio del grande capitale, anche se si ammanta di universalismo, non può esistere senza sfruttare la stragrande maggioranza del pianeta. La disuguaglianza globale, che in Palestina assume i tratti grotteschi che sappiamo, altro non è che l’alimento del dominio capitalista.

Chiunque può avanzare dubbi su come il popolo palestinese conduce la sua lotta. Tutto legittimo, per carità ma a ben vedere risulta tutto più chiaro se sappiamo che in Palestina non esiste alcuna guerra di religione, non si fanno sogni fuori tempo legati allo sviluppo di odiosi nazionalismi ma è in atto una lotta di un popolo oppresso contro uno Stato, questo si, oppressore, armato fino ai denti, dotato di un apparato repressivo e militare feroce e spietato.

Sulla sfondo di questa lotta vi è il riflesso della lotta di classe, che si svolge in qualsiasi parte del mondo dalla più piccola officina alla più grande multinazionale. Che si trasforma in lotta fra popoli, tra Stati, tra blocchi politici.

Stare dalla parte dei palestinesi è quindi stare dalla parte degli sfruttati del pianeta, nella loro lotta contro lo sfruttamento e il dominio atto a giustificarlo.

Non vi è dubbio che il popolo palestinese, prima o poi vincerà. Non vi è dubbio che le mobilitazioni in tutto il mondo servano a costruire la solidarietà internazionale affinché ciò accada al più presto.

Ma non vi è neppure alcun dubbio che la lotta che mettiamo in campo è anche una lotta per noi stessi, per chi è sfruttato in ogni angolo del pianeta. Perché è una lotta che scava nel profondo delle contraddizioni globali, che si risolveranno se i passaggi intermedi che vanno fatti costruiscono la coscienza, l’organizzazione e la forza per un ribaltamento dei rapporti di forza a livello globale.

La Palestina deve essere innanzitutto libera con un popolo in grado di ritornare a vivere e ad autodeterminarsi. Ma sarà libera veramente se non solo la Palestina, ma tutto il pianeta sarà in grado di imporre il governo degli sfruttati, dei lavoratori. La Palestina, sarà pienamente libera se sarà rossa, in mondo dove a farla da padrone sarà il concetto di eguaglianza, giustizia e pace fra i lavoratori.

Su questi temi, vi invitiamo sabato 2 marzo: convegno e formazione pubblica su “La questione palestinese in un contesto globale”. Dalle 15 presso Music for peace. (Luogo e ora da confermare, seguirà locandina). Con Genova City Strike e Rete dei Comunisti.

Genova City Strike

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31/01/2024

Le guerre di religione non esistono

Vale la pena di approfondire la tendenza, abbastanza diffusa, che porta a considerare la guerra tra Israele e Palestina come un conflitto religioso. Conflitto da cui i comunisti dovrebbero tenersi fuori dal momento che, per chi guarda alla realtà attraverso la prospettiva del materialismo dialettico, la religione va considerata come l’oppio dei popoli.

Per approfondire la questione è necessario fissare due punti:

1) cosa intendiamo, riferendoci a Marx, per religione;

2) cosa intendiamo con l’espressione “guerre di religione” (espressione che abbonda non soltanto nei resoconti dei media ma anche sui libri di storia nell’analisi dei conflitti e delle guerre).

L’oppio dei popoli

Questa definizione si accompagna sempre alla locuzione “come ha detto Marx la religione è…”. Ma se vogliamo veramente entrare nel senso di questa celebre espressione, dobbiamo sottrarci a qualsiasi semplificazione da social network: Marx non poteva certo accompagnare questa frase all’immagine di qualche pittoresca sfilata di santi, icone o flagellanti – come fosse autoevidente nel suo significato. Per coglierne il senso originario nella sua complessità vale quindi la pena di riportarla per esteso, nel suo contesto discorsivo:

«Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo. Infatti, la religione è coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un’entità astratta posta fuori dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque, mediatamente, la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale.

La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo.

Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola.»

Tale brano è tratto da “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”. Tradotta più volte in diversi modi, non può però essere confusa nel suo significato, se la leggiamo per intero, anche usando la trascrizione reperibile su Wikipedia.

Il pensiero di Marx è, in assoluto, non riducibile mai a una affermazione diretta e incontrovertibile, dogmatica. Per Marx la realtà va affrontata con un metodo: la dialettica. La religione, data la sua enorme importanza nel mondo, non può quindi essere dileggiata. A dire il vero, il filosofo tedesco, nella sua critica al capitalismo, non denigrò neppure quello, lo analizzò, ne valutò l’importanza storica nello sviluppo dell’umanità e ne rivelò l’intima struttura transitoria mettendone in evidenza i meccanismi contraddittori. Sulla religione, Marx usa lo stesso metodo.

Ma analizziamo con calma. Per Marx, in generale, l’antitesi dialettica è tra la religione come “sospiro degli oppressi” e come “oppio dei popoli”. Il sospiro degli oppressi è quindi ciò che deve, per forza di cose e del contesto, emergere in ciò che Marx descrive come mondo capovolto.

La lotta contro la religione è quindi la lotta contro il potere che la determina. Ma rappresenta in primo luogo la difficoltà degli oppressi ad accettare quel mondo e, contemporaneamente, è la cultura che in quel mondo è accettata e sostenuta in quanto capace di stabilizzarlo. Il sospiro degli oppressi non è quindi un fardello dell’umanità, come qualcuno potrebbe credere, ma è la risposta che gli oppressi danno (un sospiro, in altre traduzioni un “grido”) in un mondo in cui non hanno ancora raggiunto la coscienza di se stessi.

Dobbiamo quindi chiederci se e in che misura viviamo in un mondo capovolto. Dobbiamo chiederci in quale modo le masse palestinesi o degli altri popoli oppressi possono aver acquisito la coscienza necessaria per una critica alle proprie condizioni sociali devastate e contemporaneamente all’ideologia religiosa, che costituisce al contempo strumento di rivalsa e forza conservatrice. O se da loro sorga almeno quel sospiro o quel grido. Se quel grido debba essere considerato come l’inizio di un processo in cui i popoli possono iniziare ad aspirare alla propria liberazione (anche dalle ideologie o false coscienze che li opprimono) oppure debba essere considerato alla stregua di una falsa coscienza che deve essere sempre combattuta come causa e non come effetto della condizione sociale in cui si è sviluppata.

Le guerre di religione

Ovviamente, il corollario necessario all’analisi marxista sulla religione, per come l’abbiamo spiegata, va portato alla conseguenza che ne deriva direttamente: le guerre di religione non esistono in quanto tali. Possono essere combattute anche attraverso l’uso strumentale della religione ma questa non è di certo la loro prima causa.

Tutto questo è talmente chiaro nella attuale situazione palestinese che non merita neppure una spiegazione approfondita. Se da un lato è sicuramente evidente la torsione messianica insita nel progetto sionista e come essa sia esacerbata dal prevalere del quadro politico maggioritario in Israele da più di 20 anni; se dall’altro lato non si può nascondere che la Resistenza Palestinese sia oggi nelle mani maggioritarie di una organizzazione politico-religiosa che si chiama Hamas, non si può tuttavia non vedere come il conflitto israelo-palestinese sia invece strettamente legato al furto ultradecennale delle terre che i colonizzatori israeliani hanno perseguito ai danni dei palestinesi. In un territorio dove la corrispondenza tra dominio territoriale ed economico è fondamentalmente assoluta.

In generale, che l’opera di colonizzazione portata avanti da Israele si ammanti di miti religiosi e che la Resistenza Palestinese trovi sostegno nella religione islamica rappresenta un caso di scuola su come le sovrastrutture culturali o religiose si innestano su quello che Marx chiama, nella citazione che abbiamo riportato per esteso, il mondo capovolto creato dalla società e dallo stato sionista.

Ma l’analisi che facciamo sulla situazione palestinese non è un caso particolare. È evidente infatti come il recente prosperare di estremismi religiosi come l’ISIS o al-Qaeda siano il frutto di situazioni capovolte che sono state create nel corso dei decenni. Attraverso l’opera di veri e propri stermini di popolazione, saccheggi di risorse, fallimenti politici e militari che l’imperialismo ha portato all’interno dei vari paesi nel corso della storia recente. Basti pensare alla guerra dell’Occidente in Iraq o alla fuga USA/NATO dall’Afghanistan, per concludere con lo sviluppo dell’estremismo islamico nelle zone del Sahel, simbolo del fallimento sociale e politico del neocolonialismo francese in Africa.

All’interno dell’errore teorico principale che considera la religione come la causa delle guerre, si innestano altre false coscienze che assumono però valori strettamente propagandistici, atti a giustificare l’esistenza e la persistenza del dominio di ristrette classi sociali ai danni delle masse popolari. Tra queste, la più comune è la voluta confusione tra organizzazioni come Hamas e come l’ISIS o al-Qaeda che serve solo a creare l’immagine di un nemico crudele, di un “male assoluto” da poter utilizzare come immagine del mostro contro il quale occorre combattere senza alcun riguardo.

L’Occidente capitalista, inteso non in senso geografico ma come blocco di potere economico del capitalismo mondiale e militare garantito dalla NATO, si trasforma quindi di fatto in un sistema in cui emerge una cultura definibile come suprematista e razzista. Creando e dipingendo uno scontro che non è di classe ma culturale. Le masse dei popoli oppressi sarebbero tali in quanto incapaci di comprendere la superiorità della cultura occidentale liberale, laica, attenta ai diritti civili, tecnologicamente avanzata.

In tutto questo non c’è nulla di nuovo: le disuguaglianze globali sono sempre state considerate dal pensiero capitalista come il risultato di un divario di sviluppo tra i paesi avanzati e i paesi del terzo mondo. Mentre noi siamo stati in grado di capire e applicare scoperte scientifiche e metodi di produzione efficaci, altri popoli sarebbero stati bloccati da ostacoli di natura culturale e religiosa. Il dominio occidentale sarebbe quindi necessario anche allo sviluppo dei popoli arretrati in quanto in grado di imporre con la forza il superamento di quegli ostacoli. Si tratta di quel “fardello dell’uomo bianco” descritto da Kipling nel 1899.

Negli anni centrali del secolo scorso, il processo di decolonizzazione di ampie parti del Pianeta, aveva scosso alcune di queste fondamenta ideologiche. Per i socialisti e i comunisti era evidente che le diseguaglianze globali erano necessarie al mantenimento e perpetuazione del potere dei capitalisti.

Non esisteva, quindi, alcun gap culturale e tecnologico, il divario sociale era l’autentico pilastro del mantenimento dell’ordine capitalista e in tal senso era evidente che la lotta dei popoli oppressi per la propria autodeterminazione era, di fatto, una lotta contro il dominio capitalista. Lo sviluppo di un pensiero laico, progressista e attento ai diritti civili era quindi necessario ma solo se in rapporto diretto con le lotte per l’indipendenza e per nuove condizioni sociali a vantaggio dei popoli oppressi.

Anche qui, a ben vedere, si nota il ribaltamento ideologico affermato dal pensiero dominante capitalista. La cultura di un popolo (di cui l’elemento religioso è parte integrante e fondamentale) non è un dato immutabile ma deriva da condizioni sociali precise. In termini marxisti non è mai la cultura o la coscienza a determinare l’essere sociale ma il suo contrario.

Vale la pena di sottolineare ancora che queste confusioni, che si affermano in ambiti molto ampi, non sono in realtà tali per le classi dominanti. L’orrore che i media occidentali dichiarano come caratteristica di pratiche e culture considerate inferiori, è pubblicizzato a fasi alterne, a seconda delle convenienze. Infatti, ciò che viene dipinto come “male assoluto” quando sfugge di mano agli apprendisti stregoni occidentali come nel caso di al-Qaeda (filiazione degli “insorti” afghani mobilitati dagli USA in funzione antisovietica nel decennio 1979 – 1989) diventa, invece, utilizzabile propagandisticamente quando impatta “nemici sistemici” come la Cina (si veda il caso delle presunte repressioni delle etnie islamiche nella regione dello Xinjang), la Russia o la Libia e la Siria

Qui il discorso si fa quindi più prosaico. La trasformazione di Hamas nel male assoluto da combattere, va data in pasto all’opinione pubblica occidentale dipingendola come estremismo religioso, ma è semplicemente necessaria per nascondere i massacri coloniali di Israele, il rappresentante generale degli interessi capitalistici nell’area strategica, economicamente e politicamente, del Medio Oriente.

In conclusione, come comunisti non possiamo non comprendere la contraddizione che sta dietro alla predominanza politica e militare di Hamas, in campo palestinese, nel conflitto con l’entità sionista. Ma in questo conflitto dobbiamo avere presente quale è la contraddizione principale e quali sono quelle secondarie.

Ciò non significa eludere i problemi che emergono. Per utilizzare, parafrasandolo, Antonio Gramsci, siamo in una situazione in cui il vecchio sta molto male (muore) e il nuovo fatica soggettivamente a nascere (non può nascere). In questo chiaroscuro emergono mostri, ma, semplicemente, non abbiamo nessuna possibilità di restare fuori da questa battaglia. Innanzitutto occorre analizzarla con la dovuta cura. Lavorando nel contesto dato e tralasciando immaginari mondi ideali per sviluppare gli embrioni obiettivi del mondo che verrà.

Ciò che vediamo oggi è, almeno in parte, il fallimento di una strategia politica, militare ma soprattutto economica. Che si tramuta sempre di più in sconfitta ideologica. La brutalità israeliana sembra scappare di mano anche agli alleati storici del colonialismo. Le reali ragioni dei conflitti in Ucraina, in Sahel, nel Medio Oriente faticano sempre di più a essere nascoste sotto le solite false motivazioni addotte dal sistema capitalista dominante. Il conflitto contro la Cina appare sempre più come probabile atto finale della lotta per un dominio che schiaccia i subalterni in ogni parte del pianeta.

Il genocidio e il massacro in atto a Gaza, messo in relazione con il racconto puntuale dei massacri ripetuti in decenni di apartheid e colonialismo nella terra palestinese, scuote le fondamenta della propaganda dominante. Le enormi manifestazioni di dissenso che si sviluppano anche in Occidente ci raccontano anche di questo.

La crisi del dominio capitalista è una possibilità che si dà qui e ora.

Con tutti i pericoli del caso, la situazione non è immutabile, la storia è in cammino. Lottare al fianco dei popoli oppressi senza farsi travisare da ideologie e false coscienze diventa fondamentale per tutti coloro che vogliono lavorare per un mondo senza più popoli oppressi, senza sfruttatori né sfruttati.

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20/11/2023

La bancarotta politica e morale dell’Occidente

“Occidente” è un termine vago. Che comprende un blocco di paesi in cui possiamo annoverare gli USA, che ne detengono il dominio militare, economico e politico, la Gran Bretagna, l’Unione Europea e un pugno di altri piccoli stati vassalli nel resto del pianeta (sostanzialmente Giappone, Australia e Corea del Sud).

Dalla caduta del blocco sovietico, l’Occidente è stato descritto come il custode della democrazia, della civiltà, dei diritti umani, del benessere diffuso. Chi non godeva di queste delizie poteva comunque incamminarsi sulla strada del liberalismo che avrebbe portato ovunque pace, democrazia e dignità. Bastava rimanere fedeli al dominio incontrastato del libero mercato e tutto si sarebbe aggiustato. Era la fine della storia.

Dopo l’attentato alle torri gemelle del 2001, gli USA con il loro socio inglese Blair, e con l’avallo dei paesi UE si sono incaricati di ripristinare un ordine che era stato violato. Lo hanno fatto a più riprese, dall’Iraq in poi. Ci domandiamo cosa ne resta. In Afghanistan si sono ritirati nel ferragosto del 2021 lasciando macerie, in Iraq hanno creato un disastro in cui ha prosperato l’ISIS. Gli Europei hanno regolato i conti con gli ex paesi socialisti smembrando la ex Jugoslavia, bombardando atrocemente Belgrado, sostenendo una guerra che corrispondeva solo alle proprie mire espansioniste. Si sono poi concentrati sulla Libia, eliminando il regime di Gheddafi e così creando un enorme caos, sparito dai media ma non dalla realtà.

La guerra in Ucraina, che dura da 10 anni, è un capolavoro degli USA, che scavalcano una Unione Europea considerata troppo timida, scippando alla Germania il golpe di Piazza Maidan. Qui nasce il conflitto ucraino, con la Russia che, da alleata, si trasforma in nemico mortale, mentre la Cina diventa un ex partner perché troppo ambizioso e per via del processo di ridefinizione della sua politica generale. Ma oggi anche la guerra in Ucraina, raccontata a reti unificate come il solito conflitto del bene contro il male, si è impantanata (per usare un eufemismo). Nel frattempo l’Ucraina è stata distrutta dall’azione del burattino di turno (l’ex comico Zelensky) armato fino ai denti dagli USA e dall’Europa.

In Sahel, le ribellioni popolari hanno mandato segnali inequivocabili ai padroni europei, ai neocolonialisti di turno.

In Palestina, il braccio armato degli USA e della UE in Medio Oriente, dopo decenni di apartheid, colonialismo, furto di territori e dopo aver trasformato la Palestina in un carcere a cielo aperto, sta attualmente massacrando decine di migliaia di civili con un ritmo che rappresenta un grottesco salto di qualità nella pianificazione di morte e di sterminio di un Occidente che oramai agisce senza più freni.

Un Occidente che ciarla di lotta contro la barbarie mentre finge di non accorgersi che la barbarie nel Mondo è oramai soprattutto la sua. Quella di un mondo che si barrica in Stati armati fino ai denti, a difesa di interessi economici e politici che riguardano solo un numero sempre più ristretto di aziende multinazionali. Un blocco di Stati devastati da farsesche guerre politiche interne. Come negli USA dove alle prossime elezioni presidenziali potrebbe vincere nuovamente un tycoon fascistoide, responsabile di un attacco al Parlamento portato dopo che le elezioni avevano sancito la vittoria di un ottantenne sulla cui salute mentale ci sarebbe almeno da discutere – tanto a governare ci pensano comunque i padroni, con qualunque governo, con qualunque presidente.

La barbarie è in Europa, dove opposizioni e maggioranze condividono gli stessi valori antiproletari e guerrafondai, dove i governi sono al potere con consensi reali tra le popolazioni votanti che raggiungono a stento il 30 o 40 percento.

In questi paesi la democrazia di cui ci si faceva vanto è oramai un ricordo. Stampa e media sono in mano a pochissimi gruppi industriali e finanziari, che seppelliscono la decenza sotto quintali di propaganda contro chiunque minacci i propri interessi.

Divieti di manifestare, accuse di antisemitismo che fanno a pugni con una logica da prima elementare. Ma chiunque capisce che l’unico fascismo che esiste lo stanno combattendo i nostri fratelli palestinesi, che i fascisti sono al potere in Ucraina, in Polonia, nei paesi baltici, dove vengono abbattuti i ricordi dei combattenti antifascisti nella seconda guerra mondiale tra un massacro e un altro. E poi politiche criminali che trovano i soldi solo per finanziare massacri, costruendo armi da inviare ai lori alleati, ma tagliano sanità, scuola, pensioni, stato sociale. Dove i salari reali sono in caduta da decenni, dove ogni forma di dissenso viene ridicolizzata e oscurata.

Insomma, l’Occidente porta distruzione e immiserimento tanto fuori quanto dentro i suoi confini.

Perché? Perché il capitalismo, che è il sistema sociale che l’Occidente adotta, è basato sulle disuguaglianze, che continuamente devono essere alimentate e riprodotte, all’interno dei singoli paesi quanto, sul piano internazionale, tra i popoli del Mondo. Il relativo benessere dell’Occidente, con lo strapotere dei suoi gruppi politici e finanziari che fanno il bello e il cattivo tempo, non potrebbe esistere senza mantenere i tre quarti del pianeta in condizioni di sottosviluppo. E quando il capitalismo entra in crisi e non è in grado di redistribuire più nemmeno le briciole ai lavoratori e agli sfruttati interni ai propri confini, l’unica sua possibilità è accrescere la propria prepotenza, la propria deterrenza repressiva e militare. Per questo la tendenza alla guerra, con richiami anche alla possibilità di conflitti nucleari, non è una scelta di qualcuno ma è congenito alla natura del regime di accumulazione del capitale. Per questo i governi occidentali diventano aggressivi, per questo non esitano a sostenere gruppi e governi fascisti, per questo sono nei fatti complici del genocidio palestinese e lo rivendicano.

Oggi, il massacro di Gaza, che deve immediatamente cessare, è però la goccia che può fare traboccare il vaso. Di questo ci parlano i milioni di manifestanti in tutto il mondo, di questo ci parlano i popoli in piazza. Le rivolte popolari in tutto il mondo. Gli scioperi in Francia e in Inghilterra, dalle lotte negli USA alla ribellione nel Sahel contro il colonialismo francese.

L’Occidente è il posto in cui viviamo. Ma nel quale non possiamo più vivere se non impariamo che il nemico è in casa nostra. Che chi bombarda e uccide i nostri fratelli e la nostra classe sociale in Ucraina, in Africa e in Palestina è lo stesso nemico che qui ci toglie il futuro, che ci taglia i diritti, che ci immiserisce.

A questo dobbiamo rispondere ribellandoci qui contro questo sistema economico ingiusto, unendoci ai popoli oppressi nel legame di solidarietà internazionale.

Solo così aiuteremo il popolo palestinese a ottenere la dignità che gli spetta. Solo così aiuteremo i nostri fratelli in Africa a liberarsi dal giogo neocoloniale. Solo così aiuteremo la nostra classe in Ucraina a ribellarsi a chi li governa e li manda al macello contro i propri fratelli.

Solo così liberemo anche noi stessi.

Con le Resistenze nel Mondo.

Contro la guerra, contro il razzismo, contro l’apartheid e il colonialismo.

Per la liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi.

Contro il capitalismo per una pace con giustizia sociale, eguaglianza e solidarietà.

Fonte

21/01/2023

CALP: Appello per una manifestazione contro la guerra. Assemblea aperta il 28 gennaio

Raccogliamo l’appello del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, rivolto a tutte le forze sociali e politiche e ai cittadini. Assemblea aperta il giorno 28 gennaio ore 18:30 CAP Via Albertazzi. Invito in pdf.

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Negli anni scorsi, nel porto di Genova, una mobilitazione partita dai lavoratori del porto ha impedito l’imbarco di materiale bellico diretto in Arabia Saudita e destinato alla guerra in Yemen. Analoghe manifestazioni a sostegno del blocco del traffico di armi si sono tenute in altri porti europei contro le navi della compagnia saudita Bahri, che rifornisce d’armi e mezzi militari tutto il Medio Oriente. Ma anche mobilitazioni contro produttori di armi, contro la costruzioni di nuove basi militari, contro treni e aerei che oggi riforniscono conflitti accesi per puro interesse economico e geopolitico. Sono conflitti sanguinosi che mietono vittime giornalmente, devastano territori, alimentano la crisi climatica e ambientale, spingono migliaia di persone ad abbandonare i loro paesi per emigrare.

Oggi siamo a un anno dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, guerra che non accenna a trovare una soluzione. Una guerra, come sappiamo iniziata almeno nel 2014, che già prima aveva provocato decine di migliaia di vittime di cui nessuno parlava. Oggi rischiamo di arrivare ad un escalation nucleare. Il conflitto avviene nel cuore dell’Europa, un conflitto in cui l’Italia è attivamente coinvolta con invio di armi e non solo. Una guerra che ha delle cause che vanno al di là delle cose che vengono propagandate. Una guerra che ci racconta come il capitalismo a guida dell’Occidente e degli USA in particolare sia in profonda crisi che si trasforma in aggressioni militari sempre più aperte. In cui non si esita di fronte a nulla, sacrificando i popoli coinvolti nascondendo però i veri obiettivi, inventando scontri di civiltà laddove esiste innanzitutto uno scontro per l’egemonia economica, per la supremazia mondiale sullo sfruttamento dell’intero pianeta.

Il complesso militare industriale è tra i molti responsabili di questa escalation, quello almeno che ci guadagna di più, agendo in combutta con governi sempre pronti ad approvare politiche di saccheggio verso le risorse naturali in varie zone del mondo.

Governi che nell’Unione Europea agiscono come burattini proni ai diktat USA continuando a inviare armi in Ucraina per far continuare il conflitto, armi sempre più potenti (ultima la richiesta dello scudo antimissile). In Italia il Governo Meloni continua la politica filoatlantista del Governo Draghi dimostrando che non esiste nessuna possibilità né volontà di disubbidire a una politica sanguinosa e fallimentare anche per lo stesso futuro della UE.

I lavoratori e gli sfruttati, in ogni paese non hanno nulla da guadagnare. La guerra non è soltanto un enorme macello per i popoli ma porta con se anche devastazione sociale, tagli di risorse per il lavoro e per il welfare, per sostenere le spese militari. Porta ad aumenti delle tariffe che si scaricano sulle popolazioni mentre le speculazioni sui prezzi fanno lievitare i profitti di pochi soggetti economici.

Fermarli però è possibile cominciando dai nostri territori. Boicottando la guerra cominciando da casa nostra.

Il 28 gennaio alle ore 18:30 al CAP di Genova in Via Albertazzi 3r, come lavoratori del Porto, chiediamo a tutte le realtà di partecipare all’assemblea pubblica per costruire assieme una giornata di mobilitazione a Genova per il 25 febbraio. Chiediamo a tutti i lavoratori e lavoratrici, ai cittadini e alle cittadine, ai sindacati alle organizzazioni sociali, collettivi, centri sociali, alle forze politiche di sostenere questa giornata; una occasione di lotta contro la guerra e per la pace tra i popoli e tra gli oppressi. Invitiamo tutti e tutte a raccogliere quest’appello.

Guerra alla guerra! Pace fra i popoli!

CALP, Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

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07/10/2022

Brasile - Lula, a un passo dalla vittoria, a un passo dal baratro

Le elezioni presidenziali in Brasile si sono concluse con il candidato del Partito dei Lavoratori (PT), Ignacio Lula da Silva, in vantaggio di circa 4 punti percentuali sul candidato ultra reazionario del Partito Liberale, Jair Bolsonaro. Quest’ultimo è il presidente uscente, tutti i sondaggi lo davano in enorme difficoltà (indicando la distanza tra i due candidati intorno al 10, 15% dell’elettorato)(1). La disfatta dei sondaggisti è stata quindi evidente, lasciando l’amaro in bocca alla sinistra brasiliana e mondiale, dove ci si attendeva un plebiscito su Lula che non si è verificato.

Non solo Bolsonaro è a un passo da Lula e potrebbe ribaltare il risultato nel ballottaggio del 30 ottobre (tra i due ci sono circa 6 milioni di voti di differenza, in uno stato che conta 150 milioni di potenziali elettori)(2), ma nelle elezioni della Camera e del Senato appare piuttosto netta la prevalenza di candidati vicini alla destra(3). Una eventuale, auspicabile, vittoria di Lula potrebbe quindi essere monca e bloccata da un parlamento ostile.

Per altro, la vittoria di Lula al primo turno è stata, addirittura, in bilico fino al 70 percento dello spoglio delle schede. Il sorpasso del candidato del PT si è manifestato con gli ultimi dati ricevuti quando i voti del Nord del Brasile hanno garantito il distacco a favore del candidato del PT. In generale la suddivisione geografica del voto appare piuttosto netta. Il nord dove sono concentrate le industrie vota Lula, mentre nel sud, dove le favelas circondano i quartieri benestanti, il voto va, in gran parte, a Bolsonaro.

Distribuzione geografica del voto. In rosso i voti per Lula, in blu per Bolsonaro

La generalizzata attesa della sconfitta di Bolsonaro era giustificata da quello che è stato, quasi unanimemente, riconosciuta come una presidenza totalmente fallimentare. Il cui dato principale riguarda la non gestione della pandemia che ha prodotto poco meno di 687 mila morti.

Fallimento anche economico: inizialmente Bolsonaro ha eliminato tutti i sussidi pubblici (alimentari, sanitari, abitativi, educativi) che avevano caratterizzato i governi del PT (prima con Lula, poi con la delfina Djilma Rousseff), salvo reintrodurli in parte e con nuove denominazioni nell’ultima parte della sua amministrazione sia per contenere il rovinoso impatto economico della pandemia, sia probabilmente al fine di recuperare consensi tra le fasce di popolazione più indigenti.

La candidatura di Lula in questa tornata elettorale si è sviluppata dopo un periodo di grosse difficoltà personali e politiche. L’ex sindacalista dei metalmeccanici di San Paolo, dopo aver inanellato una serie di sconfitte nelle elezioni presidenziali, è stato per due volte Presidente(4) con il nuovo millennio. Nei suoi mandati ha sempre mantenuto un’impronta redistributiva sul reddito e di sostegno ai soggetti subordinati. Al contempo, l’azione economica della sua presidenza non ha mai intaccato la struttura produttiva dell’immenso paese brasiliano. Le condizioni economiche generali sono rimaste quelle di un paese solo in parte sviluppato e con grosse quote di sottosviluppo rurale e all’interno delle metropoli.

La grande massa di poveri e indigenti pur calmierata dai sussidi pubblici nella propria condizione materiale, è rimasta alla mercé della propaganda dei grandi media informativi quasi completamente egemonizzati dalla destra, dalla retorica reazionaria delle sette evangeliche, del ricatto spesso attuato dalle gang criminali armate – spesso operanti in connivenza con esercito e polizia – che controllano interi quartieri, dove i diritti divengono merce di scambio con soggetti criminali e la politica che li protegge.

No va dimenticato che Lula ha passato molti anni in carcere: implicato in una indagine sulla corruzione da un giudice molto noto in Brasile(5), è stato scarcerato in quanto i suoi legali hanno fatto emergere che il procedimento penale era stato costruito ad arte al fine di estrometterlo dalla precedente tornata presidenziale. L’evidente montatura delle accuse contro Lula non può comunque far dimenticare come l’elemento della corruzione a tutti i livelli sia una caratteristica del Brasile (e in generale dei paesi in via di sviluppo in cui sopravvivono elementi economici strutturali non pienamente capitalisti e in cui il settore pubblico, laddove esiste, non garantisce diritti a sufficienza ed è fonte di corruzione nell’intreccio tra funzione pubblica e interesse privato).

La scoperta di numerosi casi corruttivi nelle coalizioni parlamentari capeggiate dal PT ha quindi creato le condizioni per un colpo di stato giudiziario organizzato dalla destra nei confronti della presidente Rousseff. Le successive inchieste giudiziarie, pur scagionando Lula da responsabilità penali, hanno sicuramente influito negativamente sul risultato.

Il 30 ottobre sapremo chi sarà il prossimo Presidente del Brasile. Molto dipenderà dai voti finiti ai candidati minori (che in maggior parte sono finiti a una candidata di centro destra e, tendenzialmente, potrebbero riversarsi su Bolsonaro(6)).

La vittoria di Lula, tuttavia, è ancora possibile. È quanto si augurano tutti coloro che in America Latina e nel mondo ritengono necessario sostenere un fronte progressista che, nonostante alcune cocenti sconfitte(7), ha conquistato una vittoria storica in Colombia con Gustavo Petro, è tornato al Governo in Bolivia, dopo un colpo di Stato, con Luis Arce, lotta per il potere in Paraguay con Lugo, prova a spostare il governo a sinistra con Boric in Cile e cerca di mantenere il punto nella contraddittoria esperienza argentina di Luis Fernandez(8).

Redazione City Strike

Note

1) Con il 99,9 % delle schede scrutinate Lula è in testa con il 48,36 %, mentre Bolsonaro è accreditato del 43,26%. Rispettivamente Lula ha ottenuto circa 57 milioni di voti contro i circa 51 milioni di Bolsonaro. I candidati minori hanno ottenuto percentuali del 4,2 % (Simone Tebet, centrodestra) e del 3,1% Ciro Gomez (centro sinistra).

2) Su più di 150 milioni di aventi diritto, l’affluenza è stata del 79%.

3) Lo scrutinio non è ancora terminato. Si votava per il rinnovo di una intera Camera e per alcuni seggi al Senato. Il risultato non è chiaro in quanto molti candidati non sono di partito ma si riferiscono a diverse aree politiche. Piuttosto netta comunque la vittoria dei candidati di destra soprattutto nei centri urbani più grandi.

4) Sconfitto in tre elezioni presidenziali (1989, 1994, 1998) fu eletto presidente nel 2002 al ballottaggio contando su 52,4 milioni di voti. Viene rieletto nel 2006, sempre al ballottaggio ottenendo 47 milioni di voti al primo turno e circa 60 milioni al secondo turno. La sua esperienza di presidente termina nel 2010 in cui sostiene Dilma Rousseff che diventerà Presidente.

5) Si tratta dell’operazione Lava Jato, istituita nel 2016 dal giudice Sergio Moro, molto noto in Brasile. Il procedimento culmina con la condanna di Lula a 12 anni di reclusione, cui fa seguito la detenzione nel carcere di Curitiba che inizia il 7 aprile 2018. Lula viene scarcerato dopo 580 giorni di reclusione nel novembre del 2019 e prosciolto da ogni accusa il 7 marzo 2021.

Nel corso del procedimento a suo carico emerse che l’azione inquirente era viziata da un conflitto di interesse in quanto il giudice Sergio Moro perseguiva un progetto politico a favore del contendente di Lula. Sarebbe, infatti, diventato successivamente ministro della giustizia nell’amministrazione Bolsonaro.

6) Tendenzialmente i voti che sono andati a Tebet dovrebbero finire a Bolsonaro, mentre i voti di Gomez dovrebbero finire a Lula. Rimane l’incognita rappresentata dal 20 % di astensione al primo turno 7) L’ultima in ordine di tempo è lo stop al processo della nuova Costituzione in Cile, bocciata da un referendum popolare in modo molto netto.

8) Luis Fernandez è il Presidente argentino, eletto nelle file del movimento peronista e, inizialmente, sostenuto dalla sinistra argentina. La sua azione di governo ha creato però numerose critiche da sinistra. L’ex presidente Caterina Kirchner è una delle voci critiche dell’operato di Fernandez. Recentemente, la Kirchner ha subito un tentativo di aggressione armata e subisce attacchi di ordine giudiziario, contestati dalla sinistra come un complotto verso il movimento progressista.

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14/09/2022

Crimes of today


A 40 anni da Videodrome (1983) David Cronenberg chiude idealmente il cerchio della "nuova carne" con Crimes of the future (2022): un'opera complessa, in cui il regista e sceneggiatore canadese ibrida il noir col fantascientifico tramite la tensione del thriller, inserendo inoltre temi filosofici ed esistenziali sulla società (occidentale) e sulla Razza Umana, che riconducono non soltanto al già citato Videodrome ma al Ridley Scott di Blade Runner (1982).

La storia si sviluppa in un ambiente suburbano il cui marchio è il degrado generale degli spazi interni ed esterni. Questi ultimi in particolare ritraggono distintamente la Grecia post 2015, devastata nel profondo del proprio tessuto socioeconomico dalle politiche di "risanamento" imposte dalla Troika.

È così che prende forma la sensazione di trovarsi immersi in una distopia, il cui metro è quello della crisi di civiltà (intesa come crisi non solo sistemica ma anche culturale e valoriale) che si estrinseca in un approccio estetico quasi cyberpunk. Nella pellicola si associa, infatti, con grande incisività un livello tecnologico elevatissimo (negli ambiti dell'elettromeccanica, dell'informatica e della biologia) a spazi abitativi e oggetti di consumo che richiamano il degrado proprio del sottosviluppo, il tutto dominato da un Potere impalpabile e pervasivo, particolarmente interessato al controllo dei corpi, non tanto nel senso del loro movimento nello spazio pubblico, quanto di tracciamento e repressione del loro “sviluppo interiore”.

Con il procedere della storia veniamo a sapere che ciò si è reso necessario perché l'umanità è inspiegabilmente divenuta immune al dolore e agli agenti infettivi, e si trascina nella vita come svuotata rispetto ai propri riferimenti vitali istintivi, che erano poi quelli fisici ed emotivi del connubio tra dolore e piacere.

Nella pellicola, Cronenberg torna dunque a trattare con forza due temi fondanti della propria cinematografia:
- l'ibridazione tra carne, (intesa come forma dell'Essere Umano) e macchina;
- il rapporto tra dolore e piacere, tra sangue e sesso.

Quest'ultimo è probabilmente il riferimento più potente al nostro tempo.

Infatti, pur mediato da strumenti ipertecnologici di costruzione del dolore a noi lontani – le macchine che mediante chirurgiche lacerazioni incidono sui corpi i canoni del nuovo sesso – l'esposizione ostentata della nudità corporea fino ai visceri e delle forme di chirurgia estetica più estreme, sembrano l'acme della sessualità mediata e plasmata, nei nostri tempi, dalle piattaforme (da Instagram a PornHub passando per TikTok) che hanno stereotipato il sesso al punto di annichilirne non solo la carica erotica ma anche quella meramente estetica, schiacciata da una produzione seriale pressoché infinita (nel film, per altro, il tema è toccato con grande acume sovrapponendolo a quello dell'arte, divenuta oggetto di stanca e autoreferenziale estremizzazione del vuoto esistenziale delle classi sociali più agiate).

Quanto descritto determina una percezione spazio-temporale straniante che aumenta la tensione dello spettatore, in cui s'insinua l'ansiogena ipotesi che lo scenario narrato da Cronenberg, apparentemente fuori da un orizzonte definito, sia in realtà più prossimo di quanto vorremmo pensare.

Cresce dunque una tensione dilaniante fatta di rifiuto e voyeurismo nei confronti dell'abisso orrifico che si palesa distintamente solo nella seconda metà della pellicola: un mondo tecnologicamente avanzatissimo ma devastato dagli scarti generati dal vertiginoso progresso industriale che lo caratterizza, in cui la sopravvivenza della Specie Umana può darsi ad una sola condizione, l'evoluzione verso una nuova carne, che in un futuro sintetico è destinata a nutrirsi di plastica.

È curioso che la circolarità quarantennale disegnata da Cronenberg, cronologicamente sì sovrapponga al vecchio che non muore circa gli approcci politici alla crisi economica e ambientale, e al rischio sempre più concreto di guerra totale, che torna ad essere una “opzione plausibile” per le classi dirigenti occidentali.

Ancora una volta, l'arte anticipa le crisi della società borghese, ma in quanto prodotto di quella stessa società si dimostra ormai incapace di tratteggiare una via di uscita, anche utopistica.
Nell'ultima opera di Cronenberg, infatti, l'assenza di futuro è totale. Crediamo sia lo stesso per il modo di produzione che le ha consentito di generarsi e da cui è necessario affrancarsi – a partire dai suoi codici culturali e artistici – se un nuovo futuro si intende immaginarlo e costruirlo davvero.

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07/04/2022

Una democrazia sull’orlo del fallimento. Solidarietà a USB

Il Collettivo Genova City Strike solidale con USB. Le intimidazioni non fermeranno le lotte e la resistenza. Invitiamo tutti al presidio organizzato da USB Genova domani 7 aprile dalle ore 17 e 30 in Largo Eros Lanfranco

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Questa mattina, nella sede nazionale dell’Unione Sindacale di Base si sono presentati i Carabinieri. Cercavano armi, dopo aver ricevuto una telefonata di denuncia. Poco dopo, trovano una pistola dentro lo sciacquone di un water, che identificano a colpo sicuro tra quelli installati nei bagni della sede sindacale

La nostra solidarietà ad USB è totale, non solo perché molti di noi sono iscritti e militanti di questo sindacato. Che si tratti di una provocazione, tra l’altro neppure troppo elaborata, è evidente.

Questa manovra repressiva ed intimidatoria, a prima vista, può sembrare surreale. Ma non lo è affatto. Fa seguito a tutta una serie di provocazioni che ci hanno accompagnato in questi anni. Solo nel nostro territorio, qualche mese fa, gli attivisti del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, la maggior parte iscritti e militanti di USB, sono stati indagati per associazione a delinquere. Poche settimane fa, un folto gruppo di compagni e compagne hanno subito condanne elevatissime in primo grado, dopo una manifestazione antifascista in Piazza Corvetto dove l’unico ferito è stato un giornalista manganellato dalla Polizia.

Sono oramai anni che il sistema politico è in profonda crisi. Chiunque governi, a ogni livello, viene votato da una percentuale di elettori sempre più risicata. Eppure, come non mai, in Italia vige un pensiero unico propagandato da politica, governo e media.

Oggi, assistiamo a una continua propaganda bellicista che non si ferma davanti a niente. Che altera totalmente la realtà. A senso unico. Con lo scopo evidente di convincere gli italiani a sostenere una politica criminale di riarmo. Propaganda che non accetta critiche di sorta, in cui i nazisti diventano democratici, gli antifascisti e chi non vuole la guerra diventano dei traditori.

Questo tipo di propaganda, in situazione diversa, era già stata sperimentata durante tutto il periodo pandemico in cui ogni voce dissonante alla gestione governativa del contagio veniva dileggiata ed espulsa dal dibattito.

Oggi, nessuno può esprimere un parere che non sia quello di gruppi di potere che partono dal sistema economico e finanziario, attraversano il sistema politico unificato e arrivano ai media. Occorre tacere su ogni cosa che non sia consona a una narrazione dominante dove non si discute di cosa è stato fatto alla sanità in questi anni, di come sia stata distrutta la scuola e l’istruzione pubblica, di come i salari siano al palo da decenni, mentre l’inflazione galoppa oramai da mesi.

Figuriamoci se è permesso agire in conflitto aperto e a viso scoperto contro tutto questo sistema criminale. Figurarsi se è permesso ricordare che esiste l’articolo 11 della Costituzione in cui è scritto che l’Italia ripudia la guerra, figurarsi se è permesso bloccare le navi cariche di armi attraverso scioperi e presidi, figurarsi se è permesso lottare per salari degni, welfare pubblico, diritto alla casa.

La loro democrazia, di cui continuano a farsi vanto, con cui giustificano aggressioni militari ed economiche all’interno e all’esterno dello Stato, e in nome della quale organizzano repressioni ed intimidazioni sempre più dure, oggi è questa.

O ci rassegniamo o ci organizziamo. Innanzitutto per difenderci come militanti, come lavoratori. Poi per riprenderci ciò che ci è stato sottratto e ciò che ci spetta. Cominciando da un minimo di garanzie, in una democrazia che oramai si sta trasformando in un simulacro alla quale nessuno sembra più credere, a cominciare da quelli che se ne riempono la bocca nei loro inguardabili talk-show a reti unificate.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Di seguito il comunicato di USB Genova

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VERGOGNOSA PROVOCAZIONE CONTRO USB

LE NOSTRE SOLE ARMI SONO SCIOPERI E MOBILITAZIONI

Con un tempismo incredibile ma non inatteso, a pochi giorni dalle mobilitazioni di Pisa e Genova contro l’invio ed il transito di armi, nel bel mezzo del rinnovo delle Rsu del Pubblico Impiego e a poche settimane dal Congresso della Federazione Sindacale Mondiale a Roma, puntuale arriva la risposta repressiva alle nostre lotte.

Questa mattina infatti i Carabinieri perquisiscono la nostra sede nazionale a Roma a seguito di una denuncia telefonica. I militari vanno a colpo sicuro e senza null’altro perquisire , nello scarico del water trovano un involucro di cellophane con dentro una pistola. Non certo a caso si attribuisce ad un delegato attivo nel contrasto al mondo marcio dei subappalti nella logistica la proprietà dell’arma

Chiunque conosca la nostra sede nazionale sa che è quotidianamente frequentata da centinaia di lavoratori ed è accessibile a chiunque, come tutte le nostre sedi. È dunque facile intuire quanto accaduto, visto che i bagni sono destinati al pubblico e la sede un porto di mare.

Una macchinazione ed una provocazione tanto grossolane quanto vergognosamente mirate a screditare un’organizzazione che si batte da sempre con coerenza e radicalità a fianco di migliaia di lavoratori, precari, inquilini e tutti coloro che vedono ogni giorno negarsi diritti fondamentali.

La provocazione odierna è però un salto di qualità in una strategia che vede da molto tempo ormai criminalizzare ogni forma di dissenso, come si è ben visto qui a Genova in questi anni con decine di denunce e condanne a carico di attivisti, militanti politici e sindacali. La guerra ed il clima bellicista in cui siamo avvolti quotidianamente sono il perfetto brodo di coltura per logiche emergenziali e repressione di ogni voce dissonante.

A CHI PENSA DI INTIMIDIRCI, DICIAMO CON FORZA CHE DA OGGI SAREMO ANCORA PIÙ DETERMINATI.

A CHI CERCA ARMI SUGGERIAMO DI GUARDARE SULLE NOSTRE BANCHINE E NEI NOSTRI AEROPORTI, DOVE LE ARMI CHE MASSACRANO LAVORATORI E MASSE POPOLARI CIRCOLANO IMPUNEMENTE.

CONTRO QUESTA PROVOCAZIONE E LA CRIMINALIZZAZIONE DEL DISSENSO, DELLE LOTTE E DELL’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA USB INVITA TUTTI A PARTECIPARE AL PRESIDIO DOMANI

GIOVEDÌ 7 APRILE 2022

ORE 17:30

DI FRONTE ALLA PREFETTURA LARGO LANFRANCO

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28/02/2022

La pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressori

Mentre scriviamo, continuano i combattimenti in Ucraina. Non ci piacciono le guerre tra Stati, non ci piace il nazionalismo. Sappiamo che tra i russi esistono lavoratori e sfruttatori, lo stesso tra gli ucraini. I nostri fratelli e le nostre sorelle sono i popoli che vengono sfruttati ad ogni latitudine: sappiamo che il loro riscatto avverrà solo unendosi contro chi li opprime, contro il sistema che li sfrutta.

Si dice che gli avvenimenti di questi giorni sarebbero l’“ora più buia per l’Europa”. Ci viene detto, con tonnellate di retorica e bugie, che la guerra è tornata in Europa per la prima volta dal 1945.

Nel 1999 le truppe USA con l’aiuto dei paesi NATO europei bombardarono per 80 giorni Belgrado(1). Allora non si disse nulla, allora i finti pacifisti che oggi scendono in piazza in difesa del governo filonazista ucraino, erano tra coloro che inviavano i bombardieri sulla Serbia.

Ancora, ci viene detto che l’invasione dell’Ucraina è ingiustificabile. Evidentemente dobbiamo pensare che il colpo di Stato in Ucraina, finanziato e foraggiato dagli USA in combutta con le bande paramilitari neonaziste, fosse giustificato, visto che i governi e le cancellerie lo hanno alimentato e sostenuto(2). Così come era giustificato il massacro nella casa dei sindacati di Odessa, dove furono bruciati vivi decine di compagni e compagne dai nazisti ucraini, intenti a festeggiare la conquista del potere sotto lo sguardo benevolo della polizia di quello Stato(3).

In Donbass le repubbliche popolari vivono sotto i bombardamenti dell’esercito ucraino da otto anni. Secondo l’OCSE, il conflitto ha fatto 14 mila morti(4). Ci vuole una buona dose di coraggio, alimentata da una propaganda nauseante, per sostenere che la guerra è stata iniziata dalla Russia.

Alcuni compagne e compagne ci spiegano che dobbiamo stare alla larga da Putin, che il suo regime è infarcito da uno spirito biecamente nazionalista e anticomunista. Lo sappiamo, non certo da oggi. Ma il nazionalismo altro non è che il prodotto determinato dalla fine dell’URSS (con contorno di referundum traditi e sollecitazioni ai popoli in senso nazionalista allo scopo di smembrare la federazione sovietica(5)). Che si sviluppi il nazionalismo non è poi tanto strano, visto che è stato alimentato, sostenuto e foraggiato da chi oggi se ne lamenta perché si ritorce contro i propri interessi immediati. Esattamente la stessa storia che è accaduta e accade con le bande islamiste che imperversano in varie aree del pianeta. Erano i migliori amici della NATO quando combattevano (e combattono tutt’ora) contro i paesi socialisti, sono diventati nemici quando si sono ritorti contro i loro interessi.

L’intervento russo è pericoloso, può innalzare il livello di scontro verso una guerra incontrollabile. Ma il conflitto non lo ha alimentato la Russia. La NATO sta accerchiando la Russia da decenni(6). Ogni tentativo di ragionare su questo fatto è stato sempre rifiutato dagli USA e dall’Unione Europea. Oggi, dichiararsi pacifisti e scendere in piazza a sostegno di una organizzazione criminale che negli ultimi anni ha colpito indiscriminatamente in Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria è semplicemente impossibile.

Pensiamo che occorra porre un freno all’escalation. Pensiamo che sia opportuno un ritorno al negoziato. Ma tutto questo non significa equidistanza. Oggi siamo solidali con i popoli del Donbass che dopo anni di sterminio hanno la possibilità di sopravvivere. Il fatto che, in questi anni, la scintilla proletaria che si era accesa in quel quadrante sia venuta meno e si sia rifugiata sotto le bandiere nazionaliste non può farci dimenticare che quel popolo coraggioso e antifascista stava subendo un genocidio. Il fatto che questo possa finire è da considerarsi una vittoria dell’umanità.

Crediamo che russi e ucraini, così come i popoli di tutto il mondo debbano vivere in pace e non dividersi su base nazionale. Hanno entrambi da lottare contro le proprie oligarchie.

Noi dobbiamo lottare contro le nostre. Noi dobbiamo lottare per la pace, ma non quella che piace alla NATO o all’Unione Europea. Semplicemente perché quella non è pace.

Oggi il sistema capitalista è in grandissima crisi. L’aggressività della NATO nei confronti dei competitori si svolge in una situazione in cui il mondo sta cambiando. In cui a vecchi poteri se ne sostituiscono di nuovi. Gli USA e la NATO potrebbero perdere il dominio sul mondo. Da qui la loro aggressività verso tutti coloro che non sono direttamente piegati ai loro interessi. Da qui la loro volontà di perpetrare il proprio dominio, imponendo con la forza militare il raggiungimento dei propri interessi. Gli interessi di pochi padroni contro il resto dell’umanità.

Ma i popoli oppressi del mondo non hanno da preoccuparsi di questo. Hanno invece la necessità impellente di organizzarsi perché a una oppressione non ne venga sostituita una diversa.

Hanno invece da costruire un Nuovo Mondo in cui l’oppressione non avrà più ragione di esistere. In cui le guerre saranno quelle di liberazione, non Stato contro Stato, ma lavoratori contro sfruttatori.

La possibile disgregazione della NATO e dei suoi alleati ci parla di una prospettiva che oggi non siamo in grado di sfruttare o determinare, ma apre una possibilità per tutti i popoli.

Lottare e avanzare su questa strada significa combattere il proprio nemico tutti i giorni con le lotte sociali, contro i traffici di armi, per la solidarietà internazionalista. Il nostro nemico non è un popolo, non è una etnia, ma è una classe sociale, quella dei padroni e dei loro gendarmi che si chiamano NATO e Unione Europea.

Collettivo Comunista Genova City Strike

CALP, Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

Note:

1) Da Diritti Globali (l’articolo è uscito sul Manifesto).

«Buona sera signore e signori. Ho appena dato ordine al comandante supremo delle Forze alleate, il generale Clark, di dare inizio alle operazioni nella Repubblica federale di Jugoslavia». Sono le 23 del 23 marzo 1999 e questa fu la dichiarazione di venti anni fa del segretario della NATO, lo spagnolo Javier Solana, ahimé socialista e attivo protagonista delle nostre manifestazioni pacifiste negli anni ’80. (Ma si sa che la pace è cosa da ragazzi, gli adulti si occupano di politica internazionale). Il 24 marzo, alle 20:25, il primo bombardamento su Belgrado; il 26 le «operazioni», chiamate interventi umanitari, sono già 500. Dureranno 78 giorni e scaricheranno 2.700 tonnellate di bombe. (Molte settimane, perché, alla domanda posta dall’allora presidente del Consiglio D’Alema il 5 di marzo – «che faremo se Milosevic resiste?» «Continueremo a bombardare» – il consigliere dell’allora presidente americano Clinton, Sandy Berger, aveva risposto: «che faremo se Milosevic resiste?» «Continueremo a bombardare»).

2) La rivoluzione colorata ucraina cominciò nel novembre del 2013. Le proteste scoppiarono il giorno dopo la rottura delle trattative tra l’Ucraina e l’Unione Europea per un accordo di libero scambio. Per il Presidente Janukovich significava che l’Ucraina si sarebbe dovuta riavvicinare alla Russia. Inizialmente le proteste erano appoggiate dall’Unione Europea. Dopo poco, gli USA presero in mano la situazione anche attraverso la mobilitazione di combattenti nazisti inquadrati in milizie che entreranno poi nelle istituzioni politiche e militari ucraine.

3) La strage di Odessa avviene il 2 maggio del 2014. L’assedio dei nazisti dura ore. In rete è presente un lungo video che lo documenta. Il massacro fu inizialmente addebitato ai filo russi. Il giornale del PD l’Unità titolò in tal senso nei giorni successivi. Da Wikipedia:
Il nuovo governo ucraino a capo di Oleksandr Turčynov e Arsenij Jacenjuk si limitò a parlare di una fatalità che era costata la vita a circa 30 persone. Il Ministro degli Interni ucraino e la Polizia sostennero da subito che i manifestanti anti-governativi fossero rimasti uccisi dalle fiamme scaturite dai loro stessi lanci di bombe molotov. Anche la stampa vicina al nuovo governo attribuì l’incendio ai manifestanti filo-russi. Ben presto questa versione venne smentita dalle testimonianze dei sopravvissuti e di vari osservatori.
Il Parlamento europeo si espresse in tal senso:
«Numerosi indizi suggeriscono che non è stato il presunto incendio dell’edificio a uccidere coloro che si trovavano all’interno, lì rifugiatisi per non essere massacrati in strada, bensì sono stati colpi di arma da fuoco o armi di altro genere. Esistono filmati che mostrerebbero poliziotti sparare sui disperati che cercavano di fuggire dalle finestre e tutte le prove disponibili indicano che gli assedianti intendevano uccidere».
Ad oggi (2022) nessun processo è stato intentato per la strage.

4) I dati dei morti differiscono a seconda degli enti. Si parla comunque di più di 10 mila morti.

5) Il referendum si tenne il 17 marzo del 1991 con il seguente quesito:
«Considerate necessario preservare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come una rinnovata federazione di repubbliche uguali e sovrane in cui saranno pienamente garantiti i diritti e la libertà dell’individuo di ogni nazionalità?»
Il referendum si tenne in quasi tutte le Repubbliche dell’ex URSS. Non parteciparono Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia e Armenia dove però alcuni soviet locali organizzarono seggi. Il risultato fu una affluenza intorno all’80% degli aventi diritto con il “sì” che prevalse al 78%.

6) Per capire di cosa stiamo parlando è sufficiente una immagine che riporta i confini della NATO nel 1998 e nel 2022. In rosso i paesi aderenti alla NATO.


Fonte

18/02/2022

L’alternanza scuola-lavoro in un sistema capitalista

Le recenti morti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, studenti in stage aziendale, ha riportato al centro del discorso il ragionamento sull’alternanza scuola lavoro, recentemente rinominata e rivista con il nuovo nome di PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento).

In un sistema capitalista basato sullo sfruttamento del lavoro, la possibilità per le aziende di usufruire di lavoro gratuito è da considerarsi un fatto, in qualche modo, costitutivo della sua natura. I padroni hanno l’esigenza assoluta di abbassare notevolmente i costi del lavoro. Precarietà diffusa, allungamento della giornata lavorativa, dei ritmi e dei carichi di lavoro sono la norma. Il tutto favorito da una generale revisione peggiorativa delle norme sui diritti che accompagnano il modello di sviluppo economico vincente negli ultimi anni. Il costo del lavoro viene abbassato in ogni modo, anche attraverso la totale mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza. Il numero elevatissimo di incidenti sul lavoro ne è la dimostrazione evidente. Tali incidenti sono concentrati al più in imprese medie e piccole, laddove i controlli sono più rari e le condizioni di realizzo per i padroni sono inferiori alle attese.

L’alternanza scuola-lavoro è quindi concepita da un lato in risposta alla necessità, espressa e ripetuta in modo propagandistico dalle classi dominanti, di inserire i giovani nel mondo del lavoro, dall’altra corrisponde a una esigenza (negata nel dibattito pubblico) delle imprese con lo scopo di favorire l’aumento dei profitti. La realizzazione pratica che ne consegue è comunque influenzata dal contesto in cui gli stage di alternanza vengono realizzati: da un lato sono prerogativa di accordi tra istituzioni scolastiche che operano in regime di autonomia e imprese, dall’altro dipendono dal tipo di scuola e dal tipo di contesto in cui tali accordi vengono stipulati e monitorati. Ciò fa sì che, in alcuni casi, la loro realizzazione pratica possa anche essere una esigenza per gli studenti in cerca di conoscenze ed esperienza, oscurando la realtà maggioritaria fatta di sfruttamento della manodopera. In tal senso, la totale delega ai singoli contraenti dei progetti e la mancanza assoluta di controlli qualitativi sono decisivi nel determinare un salto di qualità: dalla propaganda su competenze e orientamento alla realtà di lavoro gratuito per i padroni.

Il dibattito attiene anche al rapporto che si dovrebbe realizzare tra il settore dell’istruzione e il mondo del lavoro. La scuola e la formazione sono settori che vengono considerati storicamente non produttivi in quanto non realizzano profitti immediati. In realtà possiamo considerare come scontato che il mondo dell’istruzione abbia anche la finalità di creare un bagaglio di conoscenze utili al futuro in ambito lavorativo. In tal senso, l’istruzione pubblica forma le conoscenze per il sistema produttivo nel suo complesso (bagaglio che costituirà in futuro una parte di capitale costante costituito dalle conoscenze acquisite, incorporato nel capitale variabile della futura merce forza lavoro). Negli ultimi anni, tuttavia, si assiste a una forzatura delle procedure con la stipula di contatti diretti tra enti padronali e comparti dell’istruzione. L’alternanza scuola-lavoro ne è un esempio, ma essa si sostanzia con tutta evidenza anche nello stretto rapporto di collaborazione tra Università e imprese. Il lavoro degli studenti non è quindi semplicemente impiegato per lo sviluppo di conoscenze generali e pubbliche, ma direttamente per lo sviluppo di conoscenze private a effettivo ed esclusivo beneficio per le imprese. Il tutto ovviamente in nome della assoluta coincidenza di interessi tra il settore dei profitti e il futuro della nazione che costituisce uno dei capisaldi culturali con i quali il capitalismo diviene un elemento naturale e immutabile. Coincidenza che ovviamente abolisce di fatto, nella propaganda, ogni conflitto di natura sociale. Gli studenti, in tal senso, attraverso il meccanismo dell’alternanza e degli stage, sono invitati da subito ad adeguarsi a questa situazione di subordinazione.

In generale è questo il principio cardine dell’alternanza scuola-lavoro. In un sistema capitalista, qualunque sia la natura dell’accordo tra gli enti scolastici e le imprese, il meccanismo di subordinazione la farà da padrone, almeno sul piano generale.

Da questa analisi si può quindi ricavare almeno una considerazione di fondo: l’alternanza scuola-lavoro non va considerata in senso generale ma va calata nel contesto nel quale si sviluppa. In un sistema in cui la ricerca del profitto a tutti i costi diviene la regola inderogabile, gli studenti non devono lavorare per nessuna impresa. La conoscenza che viene scambiata nell’istruzione deve rimanere pubblica e non deve essere considerata in nessun modo patrimonio privato dei capitalisti.

Sulla base di questo assunto concreto, l’analisi ci dice anche che, andando al cuore della questione, le condizioni di subordinazione dei lavoratori sono legate all’ambito del lavoro supersfruttato e non partono dalla scuola. I lavoratori muoiono quotidianamente in servizio e ciò può capitare a chiunque abbia un contratto più o meno in regola. Pur nell’evidenza che su ogni singolo caso agisca anche una fatalità particolare, la caratterizzazione quantitativa del fenomeno mette in luce come ogni incidente mortale sia di natura attinente al sistema di sfruttamento della forza lavoro.

Si può quindi immaginare che il sistema dell’istruzione debba essere sganciato da tale dinamica. Effettivamente il sistema scolastico è complesso; al suo interno si sperimentano infatti, in tempi abbastanza lunghi, diverse relazioni che attengono a uno sviluppo complessivo di competenze di natura tecnica ma anche di cultura generale, di affettività e di relazioni umane.

Per sua natura, il tempo scolastico, preparando la fase di maturità successiva, prepara sia ad accettare la natura del sistema che ci viene imposto ma anche a combatterlo. Pensare che il futuro lavorativo non debba interagire con il percorso scolastico è quindi inimmaginabile. Ciò non fa i conti con la realtà data: istruirsi è un costo che viene pagato con il lavoro di tutti, sia indirettamente dalla comunità, sia direttamente dalle famiglie o da studenti costretti a lavorare in proprio per poter studiare; non fa i conti con un futuro in cui lavorare sarà una necessità per chiunque non sia così fortunato per campare di rendita o per chi non sia già avviato da tradizione familiare verso la classe sfruttatrice.

Il meccanismo dell’alternanza scuola-lavoro è quindi, nel nostro sistema, uno strumento nelle mani di chi sfrutta i lavoratori cominciando dalla fase formativa. È un riflesso di una fase economica e politica in cui i lavoratori non riescono più a difendersi.

Nel nostro sistema ogni concetto generale appare stravolto dalla realtà: il lavoro è diventato sfruttamento, la cooperazione diviene un modo di produrre che serve solo ai padroni, la scuola diviene il luogo dove apprendere concetti e conoscenze che serviranno solo a chi li sfrutterà per fare profitti. Nessun rapporto è quindi possibile tra scuola e imprese in queste condizioni. L’alternanza scuola-lavoro buona non può esistere, va abolita immediatamente.

Rimane comunque la necessità di apprendere i meccanismi con i quali si attua la riproduzione di un tale sistema. Appare come una esigenza fondamentale per chi dovrà entrare nel mondo del lavoro, per chi dovrà trovare la forza di costruire un sistema di relazioni più giusto, uguale e solidale. Forza che non potrà prescindere da una conoscenza attenta della realtà lavorativa, da competenze tecniche necessarie a comprendere la natura dei cicli produttivi, da una conoscenza reale della condizione di sfruttamento che dovrà combattere. Nella costruzione di una società in cui la scuola dovrà formare a un lavoro liberato dallo sfruttamento dove sarà necessario unire in modo nuovo competenze tecniche, cultura, rapporti umani e relazionali, verso una società in cui i padroni saranno un ricordo e la cooperazione in ogni ambito sarà un tassello di un mondo di liberi e uguali.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Fonte

16/11/2021

Perù - Un presidente senza fermezza e un governo di “topi roditori”

Traduzione, a cura di Genova City Strike, dell’intervista a Roger Taboada, direttore del quotidiano El Puka, rilasciata a Resumen Latinoamericano. Sull’attuale corso politico in Perù

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Il Perù è in una situazione di grave impasse, non solo per le continue pressioni della destra di Fujimori ma anche per le ripetute battute d’arresto e la svolta ideologica dello stesso governo. Per parlarne, abbiamo intervistato, in Perù, Roger Taboada, direttore del quotidiano El Puka(1).

Sappiamo che c’è un nuovo ministro pronto a dimettersi e ad andare via, il ministro della Difesa. Vediamo che la situazione è grave, l’azione del Governo è molto debole.

Infatti è così. Ci sono molte debolezze da parte del governo, dovute alla mancanza di certezze. Dobbiamo essere abbastanza chiari. Nel nostro giornale El Puka abbiamo una posizione di appoggio critico nei confronti del governo. Sosteniamo la parte buona, ma siamo anche contro i corrotti che restano ancorati al potere, contro quei gruppi inetti che hanno circondato il presidente. Oggi Pedro Castillo ha sfrattato dal governo Peru Libre, il gruppo che lo ha portato alla presidenza della Repubblica. Oggi governa con il Nuovo Perù, il gruppo di Verónika Mendoza, governa con il Frente Amplio, il gruppo di Cura Arana, scomparso dalla scena politica, e un gruppo chiamato “Los Chotanos”, che proviene dalla provincia di Chota, da dove viene lo stesso Pedro Castillo . È un gruppo di persone in cui le affinità geografiche contano più delle affinità politiche. Non importa che siano di sinistra, di destra, di centro, opportunisti, criminali, tutto questo non importa, importa che siano di Chota. Le amicizie, le relazioni, i legami di parentela sono quelli che prevalgono in questo gruppo. Quindi, ci sono tre gruppi: Nuovo Perú, Frente Amplio e “Chotanos”. I primi due della cosiddetta “sinistra al caviale (espressione per definire una sinistra leggera) e i “Chotanos” sono un miscela di tutto.

Chi sono i referenti di questo gruppo di “Chotanos”?

Il principale è lo stesso presidente Castillo con il ministro della Giustizia, Anibal Torres, che è un uomo con un passato fujimorista, che è stato membro della commissione dell’Università d’America, l’Università Nazionale di San Marcos, dove sono stati licenziati 1500 lavoratori nel 1992. Tra tutte le università sono stati licenziati in totale 2.500 lavoratori, io ero tra quelli. Ma solo a San Marcos si sono accaniti contro 1.500 colleghi, docenti e universitari. È lui che guida la persecuzione del Ministero della Giustizia contro Peru Libre e contro Vladimir Cerrón. Torres è quindi il carnefice. Ma è anche il ministro che non pronuncia “neppure un fischio” contro la corruzione, sul caso Odebrecht (2), sul caso Lava Jato (3), etc. tutto il marciume che esiste nel Ministero della Giustizia, nei Ministeri Pubblici, appare intoccabile e con lo stesso potere, con gli stessi vantaggi, stanno continuando a fare il loro lavoro, vendendo sentenze, con un Ministero della Giustizia paralizzato, indebolito e dedito a perseguire Perù Libre. Come i servizi di intelligence, fornisce informazioni al governo, perseguita i leader della sinistra e non ha cambiato la logica di comportamento che ha avuto negli anni della dittatura di Fujimori. Questo è quello che abbiamo nel governo. Come ha detto questa settimana l’ex premier Guido Bellido (4) in modo molto duro e crudo, Pedro Castillo è ancora barcollante e ha torto, perché è circondato da topi. Lo ha detto molto chiaramente, facendo appello al suo carattere di origine andina, è stato chiaro e drastico in quello che esprime. Questo sta accadendo. Come è possibile che abbiamo vinto le elezioni e abbiamo avuto come ministro degli Interni un personaggio legato alle bande armate che assaltano le cooperative dello zucchero sulla costa nord, sostenute dal deputato Bermejo, questo è quello che è successo. Questo è quello che abbiamo avuto con questo (Luis) Barranzuela (5). Accadeva anche con l’ex ministro dell’Interno (Juan) Carrasco (6), questi fatti non possono essere messi a tacere. Com’è possibile che abbiamo un vicepresidente, ministro dell’Inclusione Sociale, che sta dando 6 milioni di soles alla stampa per fare propagandare un fondo di 350 soles, per i poveri peruviani. Si spendono 6 milioni di soles, cioè un milione e mezzo di dollari in pubblicità. È inconcepibile.

Ascoltandoti, la situazione appare più grave di quanto si immagini per un governo così recente.

Questi eventi si sono verificati a causa della mancanza di fermezza. Si sono verificati nello spazio politico di Vladimiro Cerrón e Peru Libre(7), ma niente di tutto ciò giustifica il comportamento di Pedro Castillo. Per quanto riguarda le proposte fondamentali di Peru Libre, si è rinunciato alla questione dell’Assemblea Costituente e, inoltre, alle trattative sul costo del gas, fondamentali per un governo che aveva come caposaldo la riduzione del prezzo di questa essenziale materia prima. Lo ripetiamo sempre: siamo la terza potenza per riserve di gas dopo Venezuela e Bolivia. Abbiamo 13 miliardi di metri cubi di gas che potrebbero essere usati per dare gas gratis a 32 milioni di peruviani per 100 anni. Tuttavia, abbiamo il gas più costoso di tutta l’America Latina. Il giorno in cui Guido Bellido avrebbe cominciato a parlare di gas e a trattare la questione, se le condizioni non fossero state soddisfatte, non avrebbe negoziato e quel giorno lo avrebbero fatto dimettere. A quel tempo e fino ad oggi, non sono arrivati praticamente a nulla perché c’è una politica del Fondo monetario attuata da Pedro Franke (8) con Verónika Mendoza al Ministero dell’Economia. Così, la logica del comportamento del capitale che privilegia il profitto sul benessere collettivo non cambia affatto. Lo si evince dalla struttura del bilancio nazionale della Repubblica predisposta da Pedro Franke per il prossimo anno, con tiepidi finanziamenti a sanità e  istruzione mantenendo però i pagamenti del debito estero, mantenendo cioè gli aspetti centrali della logica capitalista materializzata all’interno del bilancio generale della Repubblica. Cioè un comportamento che non infrange i canoni di una politica filo FMI nella gestione economica e con un’annunciata seconda riforma agraria che è stata assolutamente inutile, senza misure concrete e senza nulla per evitare la super concentrazione della terra che continua ad essere prodotta oggi, nonostante il continuo abbandono dei piccoli fondi agricoli.

Intanto la destra continua ad attaccare.

Sul lato destro della politica si sta cospirando. Ciò avviene mentre il governo, con quelle persone che lo circondano, i roditori del potere, come diceva Bellido, ha commesso gravi errori anche in questo caso, per quanto riguarda le promozioni all’interno delle Forze Armate. Ecco un caso curioso: il Presidente, come Comandante Supremo delle Forze Armate, può decidere chi promuovere o meno senza violare, come è stato detto, la costituzionalità il merito e le caratteristiche specifiche che hanno le forme armate. Sappiamo anche che vengono pagate tangenti, ci sono vendite di favori, etc. Ma ci sono comandanti che non hanno dovuto consultarsi con il comandante generale dell’esercito o con il comandante generale delle forze aeree, perché si poteva fare qualsiasi cosa. Ciò che succede è che Pedro Castillo non usa le sue prerogative e invia emissari per favorire persone in modo clientelare. Avrebbe dovuto disporre, secondo i mezzi e le capacità del popolo, e porre fine a quei patronati e vantaggi che ancora prevalgono nelle tre forze armate. Oggi i militari vogliono sorprenderci dicendo che sono puliti, che sono persone che gestiscono le cose in modo decente e questo è completamente falso. A parte questo, l’errata gestione che è stata fatta ha dato luogo a uno scandalo e c’è un ministro della Difesa (9) interrogato a tal proposito, che non conosce il settore, che non conosce i problemi della difesa del Paese.

I media nazionali e internazionali non escludono che possa verificarsi la richiesta di dimissioni presidenziali.

C’è un’altra crisi di cui si parla al Congresso, ed è il posto vacante presidenziale (10). Perché lo stesso Pedro Castillo è stato denunciato dall’ex comandante in capo dell’esercito di aver voluto influenzare le promozioni, e questo si chiama “spaccio di influenza ed esercizio improprio d’ufficio”. Ne parlano, ma non hanno ancora tutti i voti. All’interno dell’estrema destra vogliono reintrodurre il Fujimorismo al Congresso attraverso Rinnovamento Popolare e Avanza País. Abbiamo anche il settore del centro, che è un settore corrotto, per esempio Somos Perú, Alianza para el Progreso e Podemos, dove è presente Acuña Peralta per la quale sono stati richiesti molti anni di carcere. Ma i partiti negoziano i loro voti in base agli importi del budget. Vi racconto un caso che stiamo denunciando nell’ultimo numero di El Puka: un’opera di irrigazione del valore di 200 milioni di dollari nel nord, dove il governo è gestito dal leader regionale Acuña Peralta, dell’Alleanza per il progresso. Tuttavia, Odebrecht con tutta la sua sporcizia, poi Alan García (11) e il miserabile traditore Ollanta Humala (12), aumentarono il costo di quel lavoro e lo sopravvalutarono di 700 milioni di dollari. È uno scandalo: da 200 a 700 milioni di dollari e vogliono che il bilancio della Repubblica approvi quei 700 milioni di dollari. Il peggio è che lo stanno approvando sul serio e questo è il costo del valore dei voti dell’Alleanza per il progresso, ecco perché hanno votato per l’inaugurazione e per il sostegno del nuovo governo. E che vogliono essere mantenuti in quanto verrà approvato un budget di 700 milioni di dollari dove si registra un aumento praticamente del 250% sulla sua valutazione, già scandalosamente sopravvalutata. Questo è il cosiddetto centrodestra, questa è Acuña Peralta, questa è l’Alleanza per il Progresso. Mi dai così tante cose e vantaggi, che non hanno nulla da invidiare a quelli concessi dal Fujimontesinismo (13), o da qualsiasi altro partito di destra. Questa è la realtà, se continuiamo così, la figura di Pedro Castillo sarà sempre più vicina a infrangersi su una scogliera.

A tutto questo bisogna aggiungere l’imbarazzante dichiarazione del ministro degli Esteri Oscar Maúrtua (14) sulla questione del Nicaragua, dove si è schierato con l’OSA di Luis Almagro e con quanto propone Washington...

Maúrtua è un alcolizzato, probabilmente un cocainomane. Non è stato spiegato come abbiano potuto nominare un cancelliere alcolizzato. Che oggi firma una cosa e domani, se ordinano qualcos’altro, firma e sottoscrive anche il contrario. È un uomo di destra, dell’estrema destra peruviana e il governo non dice nulla, il presidente non dice nulla. Ciò significa che il governo convalida quell’allineamento con la destra internazionale, non dice nessuna parola, quando in questo caso il Nicaragua vorrebbe che, almeno, si invii solidarietà ai nostri compagni e fratelli sandinisti. I voti che hanno eletto Pedro Castillo appartengono a quella tradizione, non bisogna rovinare tutto.

Castillo avrebbe dovuto sostenere le proposte e gli approcci delle persone che lo hanno portato sulle proprie spalle a formare questo governo. Molti di noi hanno lottato per il suo trionfo. Eppure non dice niente.

Davanti a questo stato di cose che cosa dicono le persone comuni, quelle che hanno messo i propri corpi, con i loro martiri, affinché Castillo diventasse presidente?

La popolazione, specialmente nelle montagne meridionali e centrali del Perù, si sta rendendo conto che questo non è il governo per cui abbiamo votato. Chi si mantiene con le logiche del favoritismo, della corruzione, per ottenere un favore o un privilegio, chiude gli occhi e non critica questo governo. Che però o si riarma e si ricostruisce, cosa che io vedo molto difficile, o va a infrangersi. Nessuno scenderà in piazza per difendere Pedro Castillo.

Così si perderà un’altra occasione storica perché coloro che ci hanno derubato per 200 anni, coloro che hanno saccheggiato il Perù durante la nostra vita repubblicana, ad eccezione del generale Velasco Alvarado (15), riprenderanno il governo.

Note a cura di Genova City Strike

1) El Puka è un nuovo quotidiano nato recentemente in Perù, di orientamento marxista.

2) Società di costruzioni brasiliana al centro di uno scandalo riguardante tangenti per ottenere appalti. Il sistema era diffuso da più di 30 anni in molti paesi del Sud America.

3) Il Caso Lava Jato è collegato alla figura di Odebrecht e alla Petrobras Brasiliana. Si tratta di uno scandalo internazionale legato a riciclaggio di denaro, tangenti, corruzione, finanziamenti illeciti. Il caso è importante in Perù in quanto Odebrecht opera in nel paese dal 1979. Tra coloro che sono stati indagati, oltre a una serie lunghissima di Presidenti, ministri, politici, anche il brasiliano Lula da Silva, recentemente però scagionato dalle accuse che gli hanno impedito di ricandidarsi alle elezioni poi vinte da Bolsonaro.

4) Guido Bellido di Perù Libre è stato il primo Presidente del Consiglio incaricato da Castillo. Si è dimesso recentemente in disaccordo con il Presidente. Attualmente il Governo, senza la fiducia di Perù Libre, è guidato da Mirtha Vasquez esponente del Frente Amplio. La Vasquez, avvocato femminista, è una esponente della sinistra moderata che guarda al centro e cerca di isolare Perù Libre e il suo leader Vladimiro Cerron

5, 6) I due ministri sono stati scelti da Castillo. Carrasco si è dimesso a ottobre, Barranzuela è durato in carica pochi giorni

7) L’intervistato si riferisce al fatto che i due ministri dell’interno erano esponenti di Perù Libre. Ed erano stati nominati con il consenso di Vladimiro Cerron

8) Attuale ministro dell’economia. Persona molto nota in Perù anche prima dell’incarico governativo. Vicino al partito Juntos Por Perù di Veronika Mendoza

9) Il Ministro in questione si chiama Walter Ayala. Il 9 novembre 2011 ha consegnato il mandato nelle mani del Presidente Castillo

10) L’attuale costituzione del Perù prevede che, in caso di dimissioni del Presidente, dovute a varie motivazioni, il posto vacante debba essere assunto da un reggente eletto dal Congresso. Recentemente si è verificato molte volte che sia stata necessaria questa procedura.

11, 12) Alan Garcia è stato uno dei Presidenti del Perù più noti a livello internazionale. Più volte rieletto (1985-90, 2006-2011), leader del movimento politico APRA, star internazionale della politica quando era a capo dell’Internazionale Socialista. Ollanta Humala è stata invece presidente del Perù per 5 anni dal 2011 al 2016: eletto come leader populista e considerato come emulo di Hugo Chavez tradì tutte le aspettative.

13) Ci si riferisce alle politiche di Alberto Fujimori e a quelle di Vladimiro Montesinos che fu capo dei servizi segreti durante i mandati di Fujimori. Caduto in disgrazia lasciò il paese ma fu condannato per diversi reati. Il suo nome è legato alla durissima repressione della guerriglia, condotta con metodi alquanto discutibili

14) Maurtua ha sostituito Bejar che era stato inizialmente designato da Castillo. Bejar fu costretto a dimettersi in quanto accusato di simpatie verso la guerriglia di Sendero Luminoso. Il casus belli fu una dichiarazione in cui sostenne che nella guerra civile condotta in Perù tra i vari governi e la guerriglia, il ruolo più nefasto fu dovuto all’azione dei paramilitari e dei militari corrotti. Maurtua, esponente della destra filoatlantica, ha cominciato il proprio mandato ordinando (in spregio alla Costituzione e contro ogni logica umanitaria) la cremazione obbligatoria delle spoglie di Abimael Guzman subito dopo la morte del leader di Sendero Luminoso avvenuta in carcere.

15) Velasco Alvarado fu Presidente del “Governo Rivoluzionario delle Forze Armate del Perù” dal 1968 al 1975. Autore di una politica di espropri ai latifondisti, nazionalizzazioni e altre politiche a favore dei più deboli. Fu sconfitto da un colpo di Stato. La sua figura è un riferimento per la sinistra rivoluzionaria in Perù.

Fonte