Genova – Il problema non era «la diga sì o no». Il problema è: perché tanta fretta di fare una diga, di cui non c’era urgenza, senza avere prima pensato alla sua migliore collocazione e funzionalità nel quadro dell’imminente nuovo Piano regolatore portuale? Il Piano non viene prima dell’opera? Perché non progettare insieme alla diga, che richiede una spesa pubblica eccezionale, le soluzioni dei tanti problemi aperti e cruciali di innovazione delle attività commerciali e industriali del porto, mirando non solo all’adeguamento tecnologico delle banchine ma anche allo sviluppo economico e occupazionale del territorio? A questi rilievi si è aggiunta la scoperta che non è sostenibile e sicuro costruire la diga a 50 mt di profondità, per cui occorre rivederne la posizione e con ciò si possono anche risparmiare centinaia di milioni per altre opere complementari. Invece no. Si è proceduto con urgenza, per espressa volontà del clan Rixi, Toti, Bucci, Signorini e Spinelli. Perché?
Per soddisfare il monarca Aponte, dal quale a Ginevra nel 2017 erano andati insieme come uno stuolo di vassalli devoti, promettendogli tutto il possibile anche a nome del Governo nazionale, compresa ovviamente la nuova diga di fronte al terminal Bettolo di MSC per consentirne la maggiore agibilità. Una promessa che siccome tarda a realizzarsi, Aponte fa pagare al porto utilizzando il terminal nemmeno al 20% della sua capacità senza che Palazzo San Giorgio abbia niente da eccepire.
Per soddisfare l’amico Salini principale azionista di WeBuild, a cui si sono subito anticipati 253 milioni per le sue esigenze finanziarie di gruppo e non certo per quelle operative di impresa; infatti, siamo al 2,5% del cronoprogramma ma WeBuild ha già intascato il 30%. Addirittura, a tutela di WeBuild è stato inserito da Signorini nel contratto che gli “imprevisti” saranno a carico del committente pubblico. Quello che sta appunto accadendo, con ottima soddisfazione di WeBuild che, come previsto, vede progressivamente aumentare il suo budget, i suoi ricavi e i suoi profitti.
Per soddisfare il sodale Spinelli, e di riflesso i vizi del suo compare Signorini, fedelissimo di Toti e raccomandato da Bucci, per cui occorreva dichiarare un termine temporale di riferimento della nuova diga per favorire la vendita, con una ricchissima plusvalenza, delle quote societarie a Hapag Lloyd.
Per soddisfare Bucci e la sua inesauribile boria di fare credere di essere l’uomo della provvidenza, capace di costruire una diga in mare aperto di oltre 6km a 40-50mt di profondità su fondo limaccioso a spese del pubblico, così come ha ricostruito un ponte metallico prefabbricato di 1km a 40mt di altezza sul greto secco di un torrente a spese del privato. Una madornale presunzione da manager millantatore, ma solo perché gode del favore “pubblico” perché degli azionisti privati lo avrebbero già cacciato a calci nel sedere (basta immaginare che fine farebbe con una Autorità portuale trasformata in società di capitali!). Ma il supercommissario Bucci non riesce più a mistificare la sua incapacità (o peggio) neanche con le dichiarazioni di scherno rivolte alle opposizioni ogni qualvolta è costretto a rifugiarsi in reticenze e falsità sull’avanzamento dei lavori.
Ora, con questa intervista del Secolo XIX a Rixi, si scopre che, dopo avere già accumulato un ritardo di un anno e mezzo dei 4 previsti, i 7 cassoni della diga (dei 93 totali!) appena collocati andranno rifatti perché costruiti male e difettosi (la mescola del calcestruzzo è sbagliata, ma i cassoni sono fatti solamente di calcestruzzo!). Saranno rifatti naturalmente a spese dello stato, senza che Rixi neanche sollevi il problema della responsabilità tecnica e produttiva dell’appaltatore (chi ha sbagliato la mescola?). Con ciò, altre centinaia di milioni saranno dati in aumento all’appalto di WeBuild e soci, come volevasi dimostrare. Infine, Rixi ha ammesso che il motivo degli extracosti è l’aumento della profondità dei pali di sostegno (da 6 a 12 mt, il doppio!), dovuto alla presenza dello spessore di limo sul fondale, rivelato a suo tempo dal progettista Ing.Piero Silva costretto alle dimissioni per l’onestà professionale di questa sua denuncia.
Pertanto, i tempi si allungheranno? Ma no, risponde Rixi. Mai come ora siamo andati spediti! Il giovanotto, senza arte né parte, che ha fatto carriera politica berciando slogan xenofobi contro nomadi ed extracomunitari, ora approdato alla soglia del Ministero a gestire miliardi di opere pubbliche strategiche, pensa di cavarsela così. Cambiando la mescola dei cassoni, coi soldi del “popolo bue”.
A meno che non si scopra molto presto che il problema non è la mescola (la cui formula non è affatto difficile da realizzare) ma come è verosimile il cedimento del fondale. Allora sì che non basteranno nemmeno i soldi del "popolo bue" e Rixi e Bucci se ne andranno ignobilmente a casa.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2024
Le mani sul territorio. Il contesto in cui agiscono i corruttori e i corrotti
Gli arresti eseguiti nella mattinata del 7 maggio 2024, con le accuse di corruzione diffusa, che hanno colpito il gotha della politica ligure e dell’imprenditoria del territorio sono trattati dai giornali con il solito corollario di indiscrezioni.
Sembra di assistere ad un film già visto troppe volte.
Il quadro che pare emergere è quello di un sistema corruttivo archeologico, tratto pari pari da un film di denuncia degli anni ‘60 o dalla riproposizione di quella tangentopoli che spazzò via il sistema politico della Prima Repubblica favorendo poi l’ascesa di Berlusconi e la trasformazione italiana che è seguita fino ai giorni nostri.
Oggi assistiamo alla sfilata dei politici pronti a sostenere che sapevano già tutto, dei giornalisti di regime in gran spolvero nel raccontare i particolari più succulenti: gli yacht dell’imprenditore, i rolex, le serate di gala. Ciò che manca è però il contesto, ovvero comprendere come questi fatti, se accertati, si inseriscono nell’ambiente socio-economico del territorio ligure.
Il consigliere regionale Sansa, già candidato con il PD (1) e con il centro sinistra nelle precedenti elezioni regionali, è oggi una delle star dei quotidiani. Effettivamente, le inchieste condotte da Sansa risalgono a molto tempo fa e culminarono con l’uscita del libro scritto in collaborazione con l’allora giornalista di Repubblica Marco Preve “Il partito del cemento”(2).
Questo libro, che fece allora scalpore, raccontava una serie di manovre legate alla speculazione edilizia sul territorio e alla gestione della cosa pubblica che avvenivano in una fase che potremmo definire di trasformazione del tessuto socio-economico del territorio. In cabina di regia, la politica di allora aveva il sistema di potere gestito dall’esponente del PD Claudio Burlando, le cui vicissitudini giudiziarie appartengono a una storia in parte già dimenticata.
Quel libro, al netto di inesattezze e attacchi discutibili, aveva comunque il merito di mettere in evidenza i rapporti tra la politica di allora e il mondo dell’imprenditoria genovese. Alcuni nomi, sono gli stessi che riempiono le cronache dell’inchiesta di questi giorni(3).
Già allora però, il livello della ricostruzione appariva monco e in linea con un atteggiamento diffuso in cui si tende a mettere in evidenza il lato criminale delle vicende e non lo si inserisce nel più ampio contesto socio-economico territoriale.
Alla fine degli anni ‘80 infatti, il territorio ligure subisce una trasformazione radicale della propria struttura produttiva e sociale. La Liguria è sempre stata un territorio complesso. Stretto tra mare e monti, il territorio su cui si è sviluppato il contesto economico regionale è sempre stato caratterizzato da una pluralità di strutture dominanti. Dall’industria (prima di Stato e poi, in gran parte privatizzata) concentrata a Genova, Savona e La Spezia, fino alle zone turistico-agricole caratteristiche soprattutto del ponente ligure.
Questa struttura economico-sociale si rifletteva poi in una sovrastruttura politica in cui la tensione era tra i rappresentanti del blocco industriale e di riflesso dei lavoratori di quel settore e i rappresentanti di quella borghesia minore rappresentata da albergatori, ristoratori e produttori agricoli di piccole/medie dimensioni.
Con la ristrutturazione che parte con un basso profilo nella seconda metà degli anni ’80 e arriva al suo punto finale con gli anni ’10 del nuovo secolo, cambia totalmente la struttura economica ligure e genovese, con lo smantellamento degli insediamenti operai, e la trasformazione del territorio in un hub turistico dove resistono solo pochissimi insediamenti industriali, concentrati nei servizi e nella logistica (4).
Tale ristrutturazione produttiva, gestita in primo luogo dal centrosinistra impatta frontalmente sul territorio e, in pochi anni, la borghesia dei piccoli imprenditori un tempo minoritaria, porta al potere il centrodestra più “adeguato” a rappresentarne gli interessi.
Lo svuotamento dell’industria impatta poi duramente sui lavoratori con l’esplosione del lavoro temporaneo e sottopagato, concentrato soprattutto nel nuovo settore trainante del turismo e della logistica di prossimità.
A oggi, la struttura sociale del territorio ligure è molto più omogenea rispetto a un tempo. Il governo di centrodestra e la figura di Toti emergono in un tale contesto in cui gli interessi dei padroni vengono ben rappresentati da questa classe politica mentre i lavoratori salariati, dispersi in mille rivoli e in mille necessità non trovano nessuna sponda nella politica e nelle forze tradizionali del sindacato(5).
Nel passaggio tra il dominio del centrosinistra e del centrodestra non si assiste quindi a nessuna rivoluzione. Il PD ha governato nel periodo in cui la trasformazione era al suo stadio iniziale di programmatica demolizione del “vecchio” assetto, mentre il centrodestra lo ha portato e lo sta portando al compimento.
Stabilire questo fatto è per noi di importanza fondamentale. Il passaggio produttivo che si è compiuto alla fine del secolo scorso è stato ampiamente accompagnato dal centrosinistra. L’avvio delle politiche di speculazione non nasce con il centrodestra, il quale si limita a coglierne i frutti politici.
Per capire questa situazione ci si potrebbe concentrare analizzando una serie di esempi che sono stati consegnati alla cronaca del nostro territorio in questi anni. Basti pensare alle politiche che sono state portate avanti con la costruzione del cosiddetto Terzo Valico di Genova. Esemplificativo, in questo caso, è un episodio in cui si manifestò con tutta evidenzia il consociativismo politico del territorio. Il centro del capoluogo venne infatti attraversato da un lugubre corteo di imprenditori della logistica, professionisti dell’informazione, sindacalisti degli edili e del settore della logistica. In prima fila settori dominanti del vecchio centrosinistra e del centrodestra, uniti nel rivendicare fermezza nei confronti di chi si opponeva all’opera e pronti a chiedere l’accelerazione dei lavori di un’opera totalmente inutile già allora e assolutamente surreale nel contesto economico attuale(6).
Si crea quindi, fin da subito una situazione in cui la nuova governance di destra del territorio è sostanzialmente priva di opposizione sociale. In cui, anche il sindacalismo concertativo di Cgil, Cisl e Uil è impegnato ad accompagnare tale ristrutturazione sperando che rimanga nel piatto qualche briciola da distribuire ai lavoratori.
All’interno di questo contesto, la governance imposta dal centrodestra si caratterizza sostanzialmente in un moderatismo politico evidente(7). Ciò che conta infatti, non è il messaggio politico e la rappresentanza di una classe sociale, ma il proseguimento di una politica di occupazione del potere in cui lo scambio di favori con l’imprenditoria della logistica e del settore turistico serva da un lato come calmieratore sociale attraverso l’offerta di lavori qualunque essi siano, dall’altro come mezzo per favorire la propria carriera politica in cambio di affari, di gestione dei fondi, di concessioni.
L’analisi del contesto che abbiamo qui delineato per sommi capi è importante per capire cosa fare.
L’iniziativa della magistratura infatti non può risolvere alcuno dei problemi elencati. E può essere utile, al più, ad una ristrutturazione del sistema di potere necessario al proseguimento dello status quo. L’agitarsi del centrosinistra, del tutto strumentale, si limiterà a favorire il tentativo di un ricambio politico che non altererà di una virgola la situazione sociale vigente.
Come giustamente sottolineato da USB in una nota, vi è altresì il rischio che il crollo di un sistema di potere senza lo sviluppo di una reale alternativa sociale possa ricadere sui lavoratori dei settori in cui la mancanza di chiarezza sui fondi e sugli investimenti può creare ulteriori problemi.
Non si tratta qui di salvare il marcio del sistema per evitare problemi più gravi per i settori deboli, ma di comprendere che senza il protagonismo sociale dei soggetti più deboli, senza l’intervento sociale degli sfruttati, non si dà alcun cambio politico se non di facciata, in una perpetua e gattopardesca riproduzione di un esistente che non è più tollerabile.
Note
1) Un perfetto candidato perdente, nelle elezioni del 2020. Sansa si presenta con una lista civica, negli anni precedenti aveva sempre attaccato il PD che però appare poco interessato alla cosa e lo appoggia, esattamente come i 5 stelle. Ovviamente viene rieletto Toti come presidente della Regione ma vota poco più del 50 percento dei votanti. Ciò significa che il 25 percento dell’elettorato sostiene Toti, circa il 20 percento sostiene Sansa.
2) “Il Partito del cemento”, editore Chiarelettere, 2008. Di Ferruccio Sansa e Marco Preve. Prefazione, ovviamente, di Marco Travaglio.
3) Di particolare importanza la descrizione dei luoghi di Genova dove si riunivano imprenditori, politici e altri affaristi per decidere come spartirsi lavori e favori. Molti dei personaggi del libro appaiono nelle inchieste di questi giorni. Cambiano i luoghi di ritrovo, cambiano alcuni nomi, ma la sostanza rimane la stessa.
4) Con la ristrutturazione cambia proprio la ragione di essere di molti luoghi della Liguria. Non solo a Genova. In quegli anni la ristrutturazione colpisce duramente anche Savona laddove era forte l’industria siderurgica e chimica. In pochi anni, Savona diviene una città turistica totalmente gentrificata.
5) Sul ruolo del sindacato nella ristrutturazione del territorio occorrerebbe scrivere molto di più. Per il momento ci limitiamo a sottolineare che tra i protagonisti di questa triste vicenda è presente anche un dirigente degli edili della Cgil, ora sospeso. Ma potrebbero esserci degli aggiornamenti.
6) Il corteo, da Piazza De Ferrari arriva in prefettura. Per i giornali sono circa in 500. In prima fila il Sindaco Vincenzi e Claudio Burlando, rispettivamente Sindaco di Genova e Presidente di Regione. Con loro i sindacati Cgil, Cisl e Uil, la CULMV (sic!) e gli imprenditori. Molto intervistato Giovanni Berneschi, direttore della Carige e uomo molto rispettato. Almeno fino a quando non verrà arrestato per vari reati, qualche anno dopo.
7) Toti passa per un uomo di centro. In realtà non si capisce in quanto è rarissimo che si esprima politicamente. Condivide questa caratteristica con il Sindaco Bucci che dichiara di non essere nè di destra nè di sinistra. Ovviamente, le giunte sono di centrodestra e all’interno, le linee politiche ed ideologiche sono appaltate a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Genova City Strike
Fonte
Sembra di assistere ad un film già visto troppe volte.
Il quadro che pare emergere è quello di un sistema corruttivo archeologico, tratto pari pari da un film di denuncia degli anni ‘60 o dalla riproposizione di quella tangentopoli che spazzò via il sistema politico della Prima Repubblica favorendo poi l’ascesa di Berlusconi e la trasformazione italiana che è seguita fino ai giorni nostri.
Oggi assistiamo alla sfilata dei politici pronti a sostenere che sapevano già tutto, dei giornalisti di regime in gran spolvero nel raccontare i particolari più succulenti: gli yacht dell’imprenditore, i rolex, le serate di gala. Ciò che manca è però il contesto, ovvero comprendere come questi fatti, se accertati, si inseriscono nell’ambiente socio-economico del territorio ligure.
Il consigliere regionale Sansa, già candidato con il PD (1) e con il centro sinistra nelle precedenti elezioni regionali, è oggi una delle star dei quotidiani. Effettivamente, le inchieste condotte da Sansa risalgono a molto tempo fa e culminarono con l’uscita del libro scritto in collaborazione con l’allora giornalista di Repubblica Marco Preve “Il partito del cemento”(2).
Questo libro, che fece allora scalpore, raccontava una serie di manovre legate alla speculazione edilizia sul territorio e alla gestione della cosa pubblica che avvenivano in una fase che potremmo definire di trasformazione del tessuto socio-economico del territorio. In cabina di regia, la politica di allora aveva il sistema di potere gestito dall’esponente del PD Claudio Burlando, le cui vicissitudini giudiziarie appartengono a una storia in parte già dimenticata.
Quel libro, al netto di inesattezze e attacchi discutibili, aveva comunque il merito di mettere in evidenza i rapporti tra la politica di allora e il mondo dell’imprenditoria genovese. Alcuni nomi, sono gli stessi che riempiono le cronache dell’inchiesta di questi giorni(3).
Già allora però, il livello della ricostruzione appariva monco e in linea con un atteggiamento diffuso in cui si tende a mettere in evidenza il lato criminale delle vicende e non lo si inserisce nel più ampio contesto socio-economico territoriale.
Alla fine degli anni ‘80 infatti, il territorio ligure subisce una trasformazione radicale della propria struttura produttiva e sociale. La Liguria è sempre stata un territorio complesso. Stretto tra mare e monti, il territorio su cui si è sviluppato il contesto economico regionale è sempre stato caratterizzato da una pluralità di strutture dominanti. Dall’industria (prima di Stato e poi, in gran parte privatizzata) concentrata a Genova, Savona e La Spezia, fino alle zone turistico-agricole caratteristiche soprattutto del ponente ligure.
Questa struttura economico-sociale si rifletteva poi in una sovrastruttura politica in cui la tensione era tra i rappresentanti del blocco industriale e di riflesso dei lavoratori di quel settore e i rappresentanti di quella borghesia minore rappresentata da albergatori, ristoratori e produttori agricoli di piccole/medie dimensioni.
Con la ristrutturazione che parte con un basso profilo nella seconda metà degli anni ’80 e arriva al suo punto finale con gli anni ’10 del nuovo secolo, cambia totalmente la struttura economica ligure e genovese, con lo smantellamento degli insediamenti operai, e la trasformazione del territorio in un hub turistico dove resistono solo pochissimi insediamenti industriali, concentrati nei servizi e nella logistica (4).
Tale ristrutturazione produttiva, gestita in primo luogo dal centrosinistra impatta frontalmente sul territorio e, in pochi anni, la borghesia dei piccoli imprenditori un tempo minoritaria, porta al potere il centrodestra più “adeguato” a rappresentarne gli interessi.
Lo svuotamento dell’industria impatta poi duramente sui lavoratori con l’esplosione del lavoro temporaneo e sottopagato, concentrato soprattutto nel nuovo settore trainante del turismo e della logistica di prossimità.
A oggi, la struttura sociale del territorio ligure è molto più omogenea rispetto a un tempo. Il governo di centrodestra e la figura di Toti emergono in un tale contesto in cui gli interessi dei padroni vengono ben rappresentati da questa classe politica mentre i lavoratori salariati, dispersi in mille rivoli e in mille necessità non trovano nessuna sponda nella politica e nelle forze tradizionali del sindacato(5).
Nel passaggio tra il dominio del centrosinistra e del centrodestra non si assiste quindi a nessuna rivoluzione. Il PD ha governato nel periodo in cui la trasformazione era al suo stadio iniziale di programmatica demolizione del “vecchio” assetto, mentre il centrodestra lo ha portato e lo sta portando al compimento.
Stabilire questo fatto è per noi di importanza fondamentale. Il passaggio produttivo che si è compiuto alla fine del secolo scorso è stato ampiamente accompagnato dal centrosinistra. L’avvio delle politiche di speculazione non nasce con il centrodestra, il quale si limita a coglierne i frutti politici.
Per capire questa situazione ci si potrebbe concentrare analizzando una serie di esempi che sono stati consegnati alla cronaca del nostro territorio in questi anni. Basti pensare alle politiche che sono state portate avanti con la costruzione del cosiddetto Terzo Valico di Genova. Esemplificativo, in questo caso, è un episodio in cui si manifestò con tutta evidenzia il consociativismo politico del territorio. Il centro del capoluogo venne infatti attraversato da un lugubre corteo di imprenditori della logistica, professionisti dell’informazione, sindacalisti degli edili e del settore della logistica. In prima fila settori dominanti del vecchio centrosinistra e del centrodestra, uniti nel rivendicare fermezza nei confronti di chi si opponeva all’opera e pronti a chiedere l’accelerazione dei lavori di un’opera totalmente inutile già allora e assolutamente surreale nel contesto economico attuale(6).
Si crea quindi, fin da subito una situazione in cui la nuova governance di destra del territorio è sostanzialmente priva di opposizione sociale. In cui, anche il sindacalismo concertativo di Cgil, Cisl e Uil è impegnato ad accompagnare tale ristrutturazione sperando che rimanga nel piatto qualche briciola da distribuire ai lavoratori.
All’interno di questo contesto, la governance imposta dal centrodestra si caratterizza sostanzialmente in un moderatismo politico evidente(7). Ciò che conta infatti, non è il messaggio politico e la rappresentanza di una classe sociale, ma il proseguimento di una politica di occupazione del potere in cui lo scambio di favori con l’imprenditoria della logistica e del settore turistico serva da un lato come calmieratore sociale attraverso l’offerta di lavori qualunque essi siano, dall’altro come mezzo per favorire la propria carriera politica in cambio di affari, di gestione dei fondi, di concessioni.
L’analisi del contesto che abbiamo qui delineato per sommi capi è importante per capire cosa fare.
L’iniziativa della magistratura infatti non può risolvere alcuno dei problemi elencati. E può essere utile, al più, ad una ristrutturazione del sistema di potere necessario al proseguimento dello status quo. L’agitarsi del centrosinistra, del tutto strumentale, si limiterà a favorire il tentativo di un ricambio politico che non altererà di una virgola la situazione sociale vigente.
Come giustamente sottolineato da USB in una nota, vi è altresì il rischio che il crollo di un sistema di potere senza lo sviluppo di una reale alternativa sociale possa ricadere sui lavoratori dei settori in cui la mancanza di chiarezza sui fondi e sugli investimenti può creare ulteriori problemi.
Non si tratta qui di salvare il marcio del sistema per evitare problemi più gravi per i settori deboli, ma di comprendere che senza il protagonismo sociale dei soggetti più deboli, senza l’intervento sociale degli sfruttati, non si dà alcun cambio politico se non di facciata, in una perpetua e gattopardesca riproduzione di un esistente che non è più tollerabile.
Note
1) Un perfetto candidato perdente, nelle elezioni del 2020. Sansa si presenta con una lista civica, negli anni precedenti aveva sempre attaccato il PD che però appare poco interessato alla cosa e lo appoggia, esattamente come i 5 stelle. Ovviamente viene rieletto Toti come presidente della Regione ma vota poco più del 50 percento dei votanti. Ciò significa che il 25 percento dell’elettorato sostiene Toti, circa il 20 percento sostiene Sansa.
2) “Il Partito del cemento”, editore Chiarelettere, 2008. Di Ferruccio Sansa e Marco Preve. Prefazione, ovviamente, di Marco Travaglio.
3) Di particolare importanza la descrizione dei luoghi di Genova dove si riunivano imprenditori, politici e altri affaristi per decidere come spartirsi lavori e favori. Molti dei personaggi del libro appaiono nelle inchieste di questi giorni. Cambiano i luoghi di ritrovo, cambiano alcuni nomi, ma la sostanza rimane la stessa.
4) Con la ristrutturazione cambia proprio la ragione di essere di molti luoghi della Liguria. Non solo a Genova. In quegli anni la ristrutturazione colpisce duramente anche Savona laddove era forte l’industria siderurgica e chimica. In pochi anni, Savona diviene una città turistica totalmente gentrificata.
5) Sul ruolo del sindacato nella ristrutturazione del territorio occorrerebbe scrivere molto di più. Per il momento ci limitiamo a sottolineare che tra i protagonisti di questa triste vicenda è presente anche un dirigente degli edili della Cgil, ora sospeso. Ma potrebbero esserci degli aggiornamenti.
6) Il corteo, da Piazza De Ferrari arriva in prefettura. Per i giornali sono circa in 500. In prima fila il Sindaco Vincenzi e Claudio Burlando, rispettivamente Sindaco di Genova e Presidente di Regione. Con loro i sindacati Cgil, Cisl e Uil, la CULMV (sic!) e gli imprenditori. Molto intervistato Giovanni Berneschi, direttore della Carige e uomo molto rispettato. Almeno fino a quando non verrà arrestato per vari reati, qualche anno dopo.
7) Toti passa per un uomo di centro. In realtà non si capisce in quanto è rarissimo che si esprima politicamente. Condivide questa caratteristica con il Sindaco Bucci che dichiara di non essere nè di destra nè di sinistra. Ovviamente, le giunte sono di centrodestra e all’interno, le linee politiche ed ideologiche sono appaltate a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Genova City Strike
Fonte
08/05/2024
Porto di Genova, USB: mazzette per ottenere concessioni portuali, caso isolato o normalita?
Genova - Mercoledì, 8 maggio 2024
All’indomani dell’inchiesta per corruzione a Genova che ha coinvolto anche il gruppo Spinelli e l’ex Presidente dell’Autorità Portuale di Genova Signorini, iniziano ad emergere alcuni dettagli inquietanti rispetto al sistema delle concessioni portuali nello scalo più importante d’Italia. Quello che da sempre dovrebbe fare “scuola”. Si parla di telefonate dirette tra Aponte e il dirigente della AdSP che si lamenta delle troppe concessioni verso l’ex Presidente del Genoa e del Livorno Calcio minacciando Signorini di ritorsioni.
Non è da escludere che questo filone di indagine possa essere una “rappresaglia” ma bisogna considerare il rischio concreto per migliaia di lavoratori, adesso che alla famiglia Spinelli viene imposto il divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale.
Ma tornando agli aspetti generali, a fronte della Legge 84/94 che pone regole precise e stringenti per ottenere una concessione portuale, si assiste al “mercato delle vacche” con trattative telefoniche.
E non potrebbe essere altrimenti visto che ormai sono 4 o 5 i grandi gruppi terminalisti che si contendono le banchine in tutti i porti italiani. Chi è in grado di esercitare maggiori pressioni (o pagare mazzette?) ottiene ciò che vuole.
Il pagamento irrisorio richiesto dallo Stato attraverso le AdSP per tali concessioni rischia di favorire questi meccanismi. Si fanno enormi profitti a fronte di entrare di pochi spiccioli.
Se aggiungiamo che negli anni la durata delle concessioni è, in alcuni casi, quadruplicata diventa chiaro come si sia scientificamente deciso di privatizzare i porti italiani. Se succede così a Genova come funziona negli altri porti? Come mai gli armatori stanno facendo pressioni affinché si arrivi alla privatizzazione anche delle AdSP?
C’è solo un modo per evitare tutto ciò favorendo il bene pubblico e non il profitto di pochi soggetti privati. Tornare all’utilizzo pubblico delle banchine. Le concessioni devono essere l’eccezione (così com’era in passato) e non la regola. La favola che solo il privato può garantire gli investimenti è, appunto, una favola. Quanti milioni di euro pubblici sono stati spesi per le infrastrutture portuali?
Dopo i fatti di Genova crediamo sia giunto il momento di aprire una riflessione seria su questi temi. Una discussione non più rimandabile.
USB Mare e Porti
Fonte
All’indomani dell’inchiesta per corruzione a Genova che ha coinvolto anche il gruppo Spinelli e l’ex Presidente dell’Autorità Portuale di Genova Signorini, iniziano ad emergere alcuni dettagli inquietanti rispetto al sistema delle concessioni portuali nello scalo più importante d’Italia. Quello che da sempre dovrebbe fare “scuola”. Si parla di telefonate dirette tra Aponte e il dirigente della AdSP che si lamenta delle troppe concessioni verso l’ex Presidente del Genoa e del Livorno Calcio minacciando Signorini di ritorsioni.
Non è da escludere che questo filone di indagine possa essere una “rappresaglia” ma bisogna considerare il rischio concreto per migliaia di lavoratori, adesso che alla famiglia Spinelli viene imposto il divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale.
Ma tornando agli aspetti generali, a fronte della Legge 84/94 che pone regole precise e stringenti per ottenere una concessione portuale, si assiste al “mercato delle vacche” con trattative telefoniche.
E non potrebbe essere altrimenti visto che ormai sono 4 o 5 i grandi gruppi terminalisti che si contendono le banchine in tutti i porti italiani. Chi è in grado di esercitare maggiori pressioni (o pagare mazzette?) ottiene ciò che vuole.
Il pagamento irrisorio richiesto dallo Stato attraverso le AdSP per tali concessioni rischia di favorire questi meccanismi. Si fanno enormi profitti a fronte di entrare di pochi spiccioli.
Se aggiungiamo che negli anni la durata delle concessioni è, in alcuni casi, quadruplicata diventa chiaro come si sia scientificamente deciso di privatizzare i porti italiani. Se succede così a Genova come funziona negli altri porti? Come mai gli armatori stanno facendo pressioni affinché si arrivi alla privatizzazione anche delle AdSP?
C’è solo un modo per evitare tutto ciò favorendo il bene pubblico e non il profitto di pochi soggetti privati. Tornare all’utilizzo pubblico delle banchine. Le concessioni devono essere l’eccezione (così com’era in passato) e non la regola. La favola che solo il privato può garantire gli investimenti è, appunto, una favola. Quanti milioni di euro pubblici sono stati spesi per le infrastrutture portuali?
Dopo i fatti di Genova crediamo sia giunto il momento di aprire una riflessione seria su questi temi. Una discussione non più rimandabile.
USB Mare e Porti
Fonte
Genova, è corruzione?
Le compagne e i compagni brutalmente arrestati/e venerdì durante una serata alla ex latteria di Sarzano sono usciti/e dal carcere. A loro va il nostro abbraccio solidale.
Nei giorni scorsi abbiamo partecipato alle iniziative di solidarietà sia nelle strade che davanti al carcere.
Al di là delle differenze era fondamentale stabilire che quello che era accaduto era inaccettabile. Chi tocca uno tocca tutti.
Oggi siamo quindi contenti che i compagni, le compagne e chi ha dimostrato affetto militante nei confronti degli arrestati possa abbracciare chi esce dalle mura di Marassi e Pontedecimo.
Paradossalmente, la scarcerazione avviene mentre in città scoppia un bubbone enorme con gli arresti dei vertici dell’intreccio tra politica, imprenditoria e mafia. Di questi arrestati ovviamente non ci frega niente se non per capire cosa potrà succedere nei prossimi mesi, perché si rischia che a pagare siano, come sempre, i lavoratori. Questi signori di carcere ne faranno poco. Ma non è questo il punto. Infatti dei Rolex, degli yacht e delle ville non ci interessa discutere. Perché sappiamo che , anche se la chiamano corruzione, è il normale funzionamento di un sistema che schiaccia i lavoratori, taglia sanità e welfare, reprime chi cerca di organizzare le lotte dei lavoratori e si schiera, coerentemente con il proprio interesse, verso chi alimenta le guerre. Si chiama capitalismo. Festeggeremo solo quando questo sistema sarà fatto saltare in aria, non dalle procure ma da coloro che da questo sistema vengono schiacciati.
Genova City Strke
Fonte
Nei giorni scorsi abbiamo partecipato alle iniziative di solidarietà sia nelle strade che davanti al carcere.
Al di là delle differenze era fondamentale stabilire che quello che era accaduto era inaccettabile. Chi tocca uno tocca tutti.
Oggi siamo quindi contenti che i compagni, le compagne e chi ha dimostrato affetto militante nei confronti degli arrestati possa abbracciare chi esce dalle mura di Marassi e Pontedecimo.
Paradossalmente, la scarcerazione avviene mentre in città scoppia un bubbone enorme con gli arresti dei vertici dell’intreccio tra politica, imprenditoria e mafia. Di questi arrestati ovviamente non ci frega niente se non per capire cosa potrà succedere nei prossimi mesi, perché si rischia che a pagare siano, come sempre, i lavoratori. Questi signori di carcere ne faranno poco. Ma non è questo il punto. Infatti dei Rolex, degli yacht e delle ville non ci interessa discutere. Perché sappiamo che , anche se la chiamano corruzione, è il normale funzionamento di un sistema che schiaccia i lavoratori, taglia sanità e welfare, reprime chi cerca di organizzare le lotte dei lavoratori e si schiera, coerentemente con il proprio interesse, verso chi alimenta le guerre. Si chiama capitalismo. Festeggeremo solo quando questo sistema sarà fatto saltare in aria, non dalle procure ma da coloro che da questo sistema vengono schiacciati.
Genova City Strke
Fonte
07/05/2024
Toti arrestato. Genova in mano alle gang imprenditorial-mafiose
Non è una novità, ma la conferma arriva sempre gradita: abbiamo la classe politica peggiore d’Europa.
Da settimane le forze politiche che sostengono il governo Meloni conducevano una campagna continua – peraltro motivata con dati di fatto inoppugnabili – contro gli esponenti del PD protagonisti di diversi scandali per corruzione, specie a livello locale (in Puglia e altrove).
Stamattina, a guastare i giochi, è arrivato l’arresto di un pilastro storico del berlusconismo, il governatore della Liguria Giovanni Toti, che si era addirittura inventato un movimento personale (mai decollato, peraltro).
L’accusa è di quelle più frequenti, in questo tipo di politichetta arraffona: corruzione. E naturalmente non poteva essere solo, visto che per corrompere un amministratore pubblico ci vuole necessariamente qualche manager privato.
Con lui infatti finisce indagato anche l’ex presidente dell’Autorità portuale genovese nonché – ora – amministratore delegato di Iren, multiutility del settore energetico – per cui è scattata l’accusa di «corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio».
Ma l’epicentro dell’inchiesta è il nome di Aldo Spinelli, imprenditore portuale tra i più noti.
Gli affari sotto esame riguardano alcune concessioni di aree portuali, come quella del Terminal Rinfuse, pagamenti in nero di spazi pubblicitari (come il maxi cartellone luminoso sul grattacielo più alto di Genova e dove spesso è apparsa la scritta Esselunga, il cui consigliere d’amministrazione Francesco Moncada è stato temporaneamente interdetto dall’attività imprenditoriale).
La corruzione di Toti si sarebbe concretizzata in 74.000 euro in cambio della trasformazione della spiaggia di Punta dell’Olmo da pubblica in privata (un classico da “mani sulla città” quella delle variazione delle “destinazioni d’uso”). Su cui oltretutto incombeva un complesso immobiliare nell’interesse di Spinelli, che però incontrava qualche difficoltà per l’approvazione. E infine il rinnovo della concessione trentennale del Terminal Rinfuse (controllato di fatto sempre da Spinelli), egualmente “in stallo”.
L’attuale capo di gabinetto della Regione, Matteo Cozzani, è invece accusato di «corruzione elettorale», con l’aggravante del fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente il clan Cammarata del mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova.
Un bell’ambientino, insomma, quello che governa sotto la Lanterna.
Gli altri nomi sono quelli di Mauro Vianelli, presidente dell’Ente Bacini, Roberto Spinelli, figlio dell’imprenditore Aldo, Venanzio Maurici (sindacalista della Cgil), Arturo Angelo Testa e Italo Maurizio Testa: gli ultimi tre sono il collegamento nell’ambito della criminalità organizzata.
Qui il testo dell’ordinanza. Appena possibile faremo seguire le valutazioni dei lavoratori portuali.
Da settimane le forze politiche che sostengono il governo Meloni conducevano una campagna continua – peraltro motivata con dati di fatto inoppugnabili – contro gli esponenti del PD protagonisti di diversi scandali per corruzione, specie a livello locale (in Puglia e altrove).
Stamattina, a guastare i giochi, è arrivato l’arresto di un pilastro storico del berlusconismo, il governatore della Liguria Giovanni Toti, che si era addirittura inventato un movimento personale (mai decollato, peraltro).
L’accusa è di quelle più frequenti, in questo tipo di politichetta arraffona: corruzione. E naturalmente non poteva essere solo, visto che per corrompere un amministratore pubblico ci vuole necessariamente qualche manager privato.
Con lui infatti finisce indagato anche l’ex presidente dell’Autorità portuale genovese nonché – ora – amministratore delegato di Iren, multiutility del settore energetico – per cui è scattata l’accusa di «corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio».
Ma l’epicentro dell’inchiesta è il nome di Aldo Spinelli, imprenditore portuale tra i più noti.
Gli affari sotto esame riguardano alcune concessioni di aree portuali, come quella del Terminal Rinfuse, pagamenti in nero di spazi pubblicitari (come il maxi cartellone luminoso sul grattacielo più alto di Genova e dove spesso è apparsa la scritta Esselunga, il cui consigliere d’amministrazione Francesco Moncada è stato temporaneamente interdetto dall’attività imprenditoriale).
La corruzione di Toti si sarebbe concretizzata in 74.000 euro in cambio della trasformazione della spiaggia di Punta dell’Olmo da pubblica in privata (un classico da “mani sulla città” quella delle variazione delle “destinazioni d’uso”). Su cui oltretutto incombeva un complesso immobiliare nell’interesse di Spinelli, che però incontrava qualche difficoltà per l’approvazione. E infine il rinnovo della concessione trentennale del Terminal Rinfuse (controllato di fatto sempre da Spinelli), egualmente “in stallo”.
L’attuale capo di gabinetto della Regione, Matteo Cozzani, è invece accusato di «corruzione elettorale», con l’aggravante del fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente il clan Cammarata del mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova.
Un bell’ambientino, insomma, quello che governa sotto la Lanterna.
Gli altri nomi sono quelli di Mauro Vianelli, presidente dell’Ente Bacini, Roberto Spinelli, figlio dell’imprenditore Aldo, Venanzio Maurici (sindacalista della Cgil), Arturo Angelo Testa e Italo Maurizio Testa: gli ultimi tre sono il collegamento nell’ambito della criminalità organizzata.
Qui il testo dell’ordinanza. Appena possibile faremo seguire le valutazioni dei lavoratori portuali.
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Porto di Genova 7 maggio 2024
Questo è il primo terremoto, sarebbe facile dire avevamo ragione su tutto, sarebbe facile dire che alcuni nostri compagni da tanto tempo denunciavano quello che sta venendo fuori adesso. Sarebbe facile e infatti lo diciamo a caldo senza neanche approfondire troppo, sapendo che questo è solo l’inizio, non ci hanno mai troppo entusiasmato gli interventi della magistratura, ma ormai le questioni che stanno portando in galera i padroni erano talmente evidenti da sembrare normali... ci sono tanti episodi che si fa fatica a ricordarli tutti.
Che il porto era diventato il centro di interessi che poco avevano a che fare con il lavoro era drammaticamente evidente e, ripetiamo, se questa inchiesta va avanti, se i coinvolti parlano si allargherà a macchia d’olio, si dovrà parlare di soldi pubblici buttati, della diga, del tunnel sub portuale, delle concessioni, dei traffici di armi, del ruolo delle grandi multinazionali del mare, delle complicità di partiti e sindacati.
Della durezza e della difficoltà che i lavoratori trovano nel cercare di affermare i propri diritti... lo sapevamo, lo abbiamo sempre denunciato, si stavano abituando tutti a questo. Ma noi no! Non ci siamo mai arresi, nemmeno quando i padroni ci hanno mandato la questura in casa, hanno provato a fermarci, a fermare quello che gli fa più paura: la determinazione dei lavoratori!
Nota positiva: oggi dovrebbero uscire le compagne e i compagni arrestati venerdì sera!!! Escono loro e entrano i padroni...
Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
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Terremoto giudiziario in Liguria. Un sistema mafioso che unisce classe dirigente e imprenditoria
In mattinata un vero e proprio sisma giudiziario ha colpito la Liguria, toccando con arresti e altre misure varie altre parti d’Italia. Il presidente della regione ligure è stato posto ai domiciliari nel quadro di un’indagine che sta falcidiando varie teste illustri, mostrando quello che diciamo da tempo: tra la classe dirigente e l’imprenditoria italiana (in primo luogo quella che si è arricchita sulle privatizzazioni del pubblico) c’è un sodalizio criminale.
L’obiettivo è arricchirsi a scapito dei cittadini e delle finanze pubbliche.
In questa storia di corruzione e voto di scambio sono coinvolti l’Esselunga, che ha visto cinque operai uccisi in un suo cantiere a Firenze; l’amministratore delegato della multiutility Iren che non si faceva problemi a stringere accordi con la Mekorot, parte attiva dell’apartheid israeliana; i fratelli Spinelli che hanno ottenuto il rinnovo trentennale della concessione del Terminal Rinfuse del porto di Genova.
Il capo di gabinetto di Toti, Matteo Cozzani, è accusato di corruzione elettorale con l’aggravante di agevolazione dell’attività di Cosa Nostra (il clan Cammarata del mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova).
Questa classe dirigente va spazzata via. Così come i grandi prenditori – più che imprenditori – italiani, che sono i parassiti e il vero problema del paese.
Marta Collot, portavoce di Potere al Popolo
Fonte
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