di Antonio Mazzeo
Le forze armate israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza nonostante l’accordo di cessate il fuoco promosso da Donald Trump ma in Italia c’è già chi pensa a fare affari miliardari con la “ricostruzione” di Gaza City.
L’edizione italiana di Fortune (nota rivista economica USA) ha pubblicato un articolo dal significativo titolo “La ricostruzione a Gaza e le sfide per le imprese tricolore” in cui elenca le principali società che punterebbero a mettere le mani sull’affaire, stimato internazionalmente tra i 50 e i 70 miliardi di dollari.
“Le aziende europee avranno una corsia privilegiata nelle gare per la ricostruzione, e in questo quadro aziende italiane come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem e Maire, potrebbero partecipare alle attività di ricostruzione”, scrive Fortune Italia.
“Prysmian potrebbe essere coinvolta nella fornitura dei cavi dell’alta tensione per ripristinare la rete elettrica e di quelli per l’elettrificazione degli edifici. Ci sono poi aziende come Buzzi Unicem e Cementir che potrebbero essere coinvolte in ogni caso, essendo tra i maggiori produttori al mondo di cemento e calcestruzzo (e quindi in grado di collaborare con chiunque sarà il committente dei lavori)”.
In pole position dunque le aziende leader del settore costruzioni ed engineering, prima fra tutte la Webuild assopigliatutto delle Grandi Opere in Italia, prima fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, irrealizzabile, ma per cui è previsto comunque un investimento non inferiore ai 15 miliardi di euro.
“Si parla di aziende italiane di dimensione globale, abituate a destreggiarsi in mezzo continente, tra appalti e tecnologie all’avanguardia”, commenta ancora Fortune. Che poi si lancia in giudizi politici positivi per la destra al governo in Italia. “È interessante notare due fattori che potrebbero favorire le aziende italiane: la prossimità geografica, che consente di abbattere i costi di trasporto rispetto ad altri competitor e la prossimità politica, perché indubbiamente il ruolo equilibrato del governo Meloni, favorevole alla pace ma contrario a frettolosi riconoscimenti di nuovi stati e non equidistante tra Israele e un gruppo terroristico come Hamas, ci rende più credibili agli occhi di americani e israeliani”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2025
31/07/2025
Meloni nel Corno d’Africa: un occhio al Piano Mattei, un occhio al Mediterraneo allargato
Giorgia Meloni ha appena concluso il proprio viaggio nel vecchio impero dell’Africa Orientale Italiana. La sua ‘campagna d’Africa’ non aveva come scopo la conquista diretta, ma sicuramente tra le prime preoccupazioni c’era quella di assicurarsi un posto di rilievo nel Corno d’Africa, sia per dare ancora un qualche senso al Piano Mattei, sia per tenere un occhio sul Mediterraneo allargato.
Ad Addis Abeba, tra il 27 e il 29 luglio si è svolto il secondo vertice ONU sui sistemi alimentari (il cosiddetto UN Food Systems Summit +4). L’evento è co-presieduto dall’Etiopia insieme all’Italia, e poiché il suo obiettivo è quello di sconfiggere la fame, come previsto nella sezione 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, risulta di grande interesse per il governo Meloni.
Non perché a Palazzo Chigi sia emersa di sana pianta una profonda coscienza umanitaria, e neanche tanto perché tale traguardo si associa bene alla propaganda sul raggiungimento della ‘sovranità alimentare’. Anche se tale fine è tra le responsabilità di Francesco Lollobrigida, al ministro dell’Agricoltura interessano affari molto concreti.
I momenti fondamentali del viaggio di Meloni sono gli incontri con Abiy Ahmed, primo ministro etiope, con William Ruto, presidente del Kenya, e con quello dell’Unione Africana Mahamoud Ali Youssouf. Da quest’ultimo doveva incassare il rinnovato sostegno agli impegni del Piano Mattei, che nella regione riguardano molti settori.
Il Kenya ha visto il riemergere di profonde contraddizioni interne al paese, ma la sua economia continua a crescere, e potrebbe superare quella etiope, prima nella regione. Il presidente Ruto ha appena annunciato che intende quotare in borsa la Kenya Pipeline Company, in una più ampia strategia di privatizzazione di imprese statali... chissà che non ci siano prenditori italiani che guardino a questa possibilità.
Ad ogni modo, è certamente l’Etiopia il centro delle attenzioni del governo, anche se in entrambi i paesi sono diversi gli investimenti italiani nel comparto agricolo e anche in quello delle infrastrutture e dell’energia. Con Ahmed, Meloni si è recata a Jimma, dove si trova uno dei progetti pilota del Piano Mattei.
Si tratta della riqualificazione del lago Boye, bacino artificiale creato dagli allora coloni italiani, poi lasciato in stato di abbandono. Ora diventa un polo turistico importante, oltre che funzionale alla locale filiera del caffè. Rappresenta un’area che sta attirando importanti investimenti privati, accanto a quelli pubblici.
In generale, la presidente del Consiglio è venuta a ‘vendere’ il modello di partenariato che ha appena fatto passi avanti in Algeria. Lì, dopo il recente Forum imprenditoriale svoltosi a margine di un vertice intergovernativo, ha posto gli occhi il gruppo Bonifiche Ferraresi (BF), col sostegno di SACE, gruppo assicurativo partecipato dal ministero dell’Economia.
BF è diventato un perno fondamentale della strategia italiana – ed anche unioneuropea – in Africa, con diversi progetti per una produzione agricola che spesso è finalizzata alla produzione di biocombustibili. Ma per quanto riguarda il settore energetico, sono tanti gli interessi in gioco anche per Webuild.
Il colosso italiano è coinvolto nella costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo Azzurro di cui sono appena stati dichiarati finiti i lavori. Ma che ha portato a varie tensioni tra l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, per il tema della gestione delle acque in un’area già fortemente segnata dalla siccità.
Se non si raggiungerà un accordo tra questi paesi, l’attività della diga sarà sostanzialmente illegale, e di recente Trump ha criticato l’opera, per assicurarsi l’amicizia dell’Egitto, coinvolto a sua volta nel difficile dossier palestinese. Non è l’unica diga su cui sta lavorando Webuild, ma in generale la volontà è quella di rafforzare la presenza nella regione, e il legame della sua classe dirigente con i terminali europei.
Infatti, c’è un nodo che ha reso molto chiaro il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, prima di accompagnare Meloni in Africa: “la stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano”.
Con un’Eritrea ancora in disordine, una Somalia debole, l’ultima base militare francese in Africa, in Gibuti, proteste in Kenya e una guerra civile in Sudan, per tenere un presidio solido proiettato verso i confini del Mediterraneo allargato, Roma ha bisogno che l’Etiopia rimanga un saldo alleato italiano e dell’Unione Europea.
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Ad Addis Abeba, tra il 27 e il 29 luglio si è svolto il secondo vertice ONU sui sistemi alimentari (il cosiddetto UN Food Systems Summit +4). L’evento è co-presieduto dall’Etiopia insieme all’Italia, e poiché il suo obiettivo è quello di sconfiggere la fame, come previsto nella sezione 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, risulta di grande interesse per il governo Meloni.
Non perché a Palazzo Chigi sia emersa di sana pianta una profonda coscienza umanitaria, e neanche tanto perché tale traguardo si associa bene alla propaganda sul raggiungimento della ‘sovranità alimentare’. Anche se tale fine è tra le responsabilità di Francesco Lollobrigida, al ministro dell’Agricoltura interessano affari molto concreti.
I momenti fondamentali del viaggio di Meloni sono gli incontri con Abiy Ahmed, primo ministro etiope, con William Ruto, presidente del Kenya, e con quello dell’Unione Africana Mahamoud Ali Youssouf. Da quest’ultimo doveva incassare il rinnovato sostegno agli impegni del Piano Mattei, che nella regione riguardano molti settori.
Il Kenya ha visto il riemergere di profonde contraddizioni interne al paese, ma la sua economia continua a crescere, e potrebbe superare quella etiope, prima nella regione. Il presidente Ruto ha appena annunciato che intende quotare in borsa la Kenya Pipeline Company, in una più ampia strategia di privatizzazione di imprese statali... chissà che non ci siano prenditori italiani che guardino a questa possibilità.
Ad ogni modo, è certamente l’Etiopia il centro delle attenzioni del governo, anche se in entrambi i paesi sono diversi gli investimenti italiani nel comparto agricolo e anche in quello delle infrastrutture e dell’energia. Con Ahmed, Meloni si è recata a Jimma, dove si trova uno dei progetti pilota del Piano Mattei.
Si tratta della riqualificazione del lago Boye, bacino artificiale creato dagli allora coloni italiani, poi lasciato in stato di abbandono. Ora diventa un polo turistico importante, oltre che funzionale alla locale filiera del caffè. Rappresenta un’area che sta attirando importanti investimenti privati, accanto a quelli pubblici.
In generale, la presidente del Consiglio è venuta a ‘vendere’ il modello di partenariato che ha appena fatto passi avanti in Algeria. Lì, dopo il recente Forum imprenditoriale svoltosi a margine di un vertice intergovernativo, ha posto gli occhi il gruppo Bonifiche Ferraresi (BF), col sostegno di SACE, gruppo assicurativo partecipato dal ministero dell’Economia.
BF è diventato un perno fondamentale della strategia italiana – ed anche unioneuropea – in Africa, con diversi progetti per una produzione agricola che spesso è finalizzata alla produzione di biocombustibili. Ma per quanto riguarda il settore energetico, sono tanti gli interessi in gioco anche per Webuild.
Il colosso italiano è coinvolto nella costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo Azzurro di cui sono appena stati dichiarati finiti i lavori. Ma che ha portato a varie tensioni tra l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, per il tema della gestione delle acque in un’area già fortemente segnata dalla siccità.
Se non si raggiungerà un accordo tra questi paesi, l’attività della diga sarà sostanzialmente illegale, e di recente Trump ha criticato l’opera, per assicurarsi l’amicizia dell’Egitto, coinvolto a sua volta nel difficile dossier palestinese. Non è l’unica diga su cui sta lavorando Webuild, ma in generale la volontà è quella di rafforzare la presenza nella regione, e il legame della sua classe dirigente con i terminali europei.
Infatti, c’è un nodo che ha reso molto chiaro il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, prima di accompagnare Meloni in Africa: “la stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano”.
Con un’Eritrea ancora in disordine, una Somalia debole, l’ultima base militare francese in Africa, in Gibuti, proteste in Kenya e una guerra civile in Sudan, per tenere un presidio solido proiettato verso i confini del Mediterraneo allargato, Roma ha bisogno che l’Etiopia rimanga un saldo alleato italiano e dell’Unione Europea.
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11/05/2025
Rixi e Bucci falliti come i cassoni della diga
Genova – Il problema non era «la diga sì o no». Il problema è: perché tanta fretta di fare una diga, di cui non c’era urgenza, senza avere prima pensato alla sua migliore collocazione e funzionalità nel quadro dell’imminente nuovo Piano regolatore portuale? Il Piano non viene prima dell’opera? Perché non progettare insieme alla diga, che richiede una spesa pubblica eccezionale, le soluzioni dei tanti problemi aperti e cruciali di innovazione delle attività commerciali e industriali del porto, mirando non solo all’adeguamento tecnologico delle banchine ma anche allo sviluppo economico e occupazionale del territorio? A questi rilievi si è aggiunta la scoperta che non è sostenibile e sicuro costruire la diga a 50 mt di profondità, per cui occorre rivederne la posizione e con ciò si possono anche risparmiare centinaia di milioni per altre opere complementari. Invece no. Si è proceduto con urgenza, per espressa volontà del clan Rixi, Toti, Bucci, Signorini e Spinelli. Perché?
Per soddisfare il monarca Aponte, dal quale a Ginevra nel 2017 erano andati insieme come uno stuolo di vassalli devoti, promettendogli tutto il possibile anche a nome del Governo nazionale, compresa ovviamente la nuova diga di fronte al terminal Bettolo di MSC per consentirne la maggiore agibilità. Una promessa che siccome tarda a realizzarsi, Aponte fa pagare al porto utilizzando il terminal nemmeno al 20% della sua capacità senza che Palazzo San Giorgio abbia niente da eccepire.
Per soddisfare l’amico Salini principale azionista di WeBuild, a cui si sono subito anticipati 253 milioni per le sue esigenze finanziarie di gruppo e non certo per quelle operative di impresa; infatti, siamo al 2,5% del cronoprogramma ma WeBuild ha già intascato il 30%. Addirittura, a tutela di WeBuild è stato inserito da Signorini nel contratto che gli “imprevisti” saranno a carico del committente pubblico. Quello che sta appunto accadendo, con ottima soddisfazione di WeBuild che, come previsto, vede progressivamente aumentare il suo budget, i suoi ricavi e i suoi profitti.
Per soddisfare il sodale Spinelli, e di riflesso i vizi del suo compare Signorini, fedelissimo di Toti e raccomandato da Bucci, per cui occorreva dichiarare un termine temporale di riferimento della nuova diga per favorire la vendita, con una ricchissima plusvalenza, delle quote societarie a Hapag Lloyd. Per soddisfare Bucci e la sua inesauribile boria di fare credere di essere l’uomo della provvidenza, capace di costruire una diga in mare aperto di oltre 6km a 40-50mt di profondità su fondo limaccioso a spese del pubblico, così come ha ricostruito un ponte metallico prefabbricato di 1km a 40mt di altezza sul greto secco di un torrente a spese del privato. Una madornale presunzione da manager millantatore, ma solo perché gode del favore “pubblico” perché degli azionisti privati lo avrebbero già cacciato a calci nel sedere (basta immaginare che fine farebbe con una Autorità portuale trasformata in società di capitali!). Ma il supercommissario Bucci non riesce più a mistificare la sua incapacità (o peggio) neanche con le dichiarazioni di scherno rivolte alle opposizioni ogni qualvolta è costretto a rifugiarsi in reticenze e falsità sull’avanzamento dei lavori.
Ora, con questa intervista del Secolo XIX a Rixi, si scopre che, dopo avere già accumulato un ritardo di un anno e mezzo dei 4 previsti, i 7 cassoni della diga (dei 93 totali!) appena collocati andranno rifatti perché costruiti male e difettosi (la mescola del calcestruzzo è sbagliata, ma i cassoni sono fatti solamente di calcestruzzo!). Saranno rifatti naturalmente a spese dello stato, senza che Rixi neanche sollevi il problema della responsabilità tecnica e produttiva dell’appaltatore (chi ha sbagliato la mescola?). Con ciò, altre centinaia di milioni saranno dati in aumento all’appalto di WeBuild e soci, come volevasi dimostrare. Infine, Rixi ha ammesso che il motivo degli extracosti è l’aumento della profondità dei pali di sostegno (da 6 a 12 mt, il doppio!), dovuto alla presenza dello spessore di limo sul fondale, rivelato a suo tempo dal progettista Ing.Piero Silva costretto alle dimissioni per l’onestà professionale di questa sua denuncia.
Pertanto, i tempi si allungheranno? Ma no, risponde Rixi. Mai come ora siamo andati spediti! Il giovanotto, senza arte né parte, che ha fatto carriera politica berciando slogan xenofobi contro nomadi ed extracomunitari, ora approdato alla soglia del Ministero a gestire miliardi di opere pubbliche strategiche, pensa di cavarsela così. Cambiando la mescola dei cassoni, coi soldi del “popolo bue”.
A meno che non si scopra molto presto che il problema non è la mescola (la cui formula non è affatto difficile da realizzare) ma come è verosimile il cedimento del fondale. Allora sì che non basteranno nemmeno i soldi del "popolo bue" e Rixi e Bucci se ne andranno ignobilmente a casa.
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Per soddisfare il monarca Aponte, dal quale a Ginevra nel 2017 erano andati insieme come uno stuolo di vassalli devoti, promettendogli tutto il possibile anche a nome del Governo nazionale, compresa ovviamente la nuova diga di fronte al terminal Bettolo di MSC per consentirne la maggiore agibilità. Una promessa che siccome tarda a realizzarsi, Aponte fa pagare al porto utilizzando il terminal nemmeno al 20% della sua capacità senza che Palazzo San Giorgio abbia niente da eccepire.
Per soddisfare l’amico Salini principale azionista di WeBuild, a cui si sono subito anticipati 253 milioni per le sue esigenze finanziarie di gruppo e non certo per quelle operative di impresa; infatti, siamo al 2,5% del cronoprogramma ma WeBuild ha già intascato il 30%. Addirittura, a tutela di WeBuild è stato inserito da Signorini nel contratto che gli “imprevisti” saranno a carico del committente pubblico. Quello che sta appunto accadendo, con ottima soddisfazione di WeBuild che, come previsto, vede progressivamente aumentare il suo budget, i suoi ricavi e i suoi profitti.
Per soddisfare il sodale Spinelli, e di riflesso i vizi del suo compare Signorini, fedelissimo di Toti e raccomandato da Bucci, per cui occorreva dichiarare un termine temporale di riferimento della nuova diga per favorire la vendita, con una ricchissima plusvalenza, delle quote societarie a Hapag Lloyd. Per soddisfare Bucci e la sua inesauribile boria di fare credere di essere l’uomo della provvidenza, capace di costruire una diga in mare aperto di oltre 6km a 40-50mt di profondità su fondo limaccioso a spese del pubblico, così come ha ricostruito un ponte metallico prefabbricato di 1km a 40mt di altezza sul greto secco di un torrente a spese del privato. Una madornale presunzione da manager millantatore, ma solo perché gode del favore “pubblico” perché degli azionisti privati lo avrebbero già cacciato a calci nel sedere (basta immaginare che fine farebbe con una Autorità portuale trasformata in società di capitali!). Ma il supercommissario Bucci non riesce più a mistificare la sua incapacità (o peggio) neanche con le dichiarazioni di scherno rivolte alle opposizioni ogni qualvolta è costretto a rifugiarsi in reticenze e falsità sull’avanzamento dei lavori.
Ora, con questa intervista del Secolo XIX a Rixi, si scopre che, dopo avere già accumulato un ritardo di un anno e mezzo dei 4 previsti, i 7 cassoni della diga (dei 93 totali!) appena collocati andranno rifatti perché costruiti male e difettosi (la mescola del calcestruzzo è sbagliata, ma i cassoni sono fatti solamente di calcestruzzo!). Saranno rifatti naturalmente a spese dello stato, senza che Rixi neanche sollevi il problema della responsabilità tecnica e produttiva dell’appaltatore (chi ha sbagliato la mescola?). Con ciò, altre centinaia di milioni saranno dati in aumento all’appalto di WeBuild e soci, come volevasi dimostrare. Infine, Rixi ha ammesso che il motivo degli extracosti è l’aumento della profondità dei pali di sostegno (da 6 a 12 mt, il doppio!), dovuto alla presenza dello spessore di limo sul fondale, rivelato a suo tempo dal progettista Ing.Piero Silva costretto alle dimissioni per l’onestà professionale di questa sua denuncia.
Pertanto, i tempi si allungheranno? Ma no, risponde Rixi. Mai come ora siamo andati spediti! Il giovanotto, senza arte né parte, che ha fatto carriera politica berciando slogan xenofobi contro nomadi ed extracomunitari, ora approdato alla soglia del Ministero a gestire miliardi di opere pubbliche strategiche, pensa di cavarsela così. Cambiando la mescola dei cassoni, coi soldi del “popolo bue”.
A meno che non si scopra molto presto che il problema non è la mescola (la cui formula non è affatto difficile da realizzare) ma come è verosimile il cedimento del fondale. Allora sì che non basteranno nemmeno i soldi del "popolo bue" e Rixi e Bucci se ne andranno ignobilmente a casa.
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