Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2026

Italia - L’industria degli armamenti “pubblica” vede volare i profitti

Un sistema di guerra è sempre piuttosto articolato. Si dota di strutture e filiere che compenetrano la società creando aspettative di profitti che lo rendono decisamente “competitivo” rispetto ad altri settori dell’economia. Ci sono indubbiamente filiere come quella della Leonardo, ma ce ne sono anche altre che occorre cominciare a conoscere.

Non è molta nota, ma in Italia esiste l‘Agenzia Industrie Difesa (AID) che è un ente pubblico italiano in house sotto la vigilanza del Ministero della Difesa, con il ruolo di gestire le produzioni industriali necessarie per la difesa e la sicurezza nazionale.

L’Agenzia agisce come un asset strategico per la sicurezza e l’autonomia tecnologica del Paese. Le sue attività principali includono:
  • la gestione industriale che amministra e coordina un insieme di unità produttive (stabilimenti) per la realizzazione di materiali e sistemi per la difesa;
  • la cosiddetta attività di procurement che si occupa dell’approvvigionamento di beni e servizi nel settore militare, operando secondo le normative del settore;
  • infine c’è il rapporto con le Forze Armate dove collabora strettamente con il Ministero della Difesa con personale militare che può essere distaccato presso l’Agenzia per assicurare un coordinamento efficace.
Sul suo sito l’AID scrive che “Attraverso una duplice direttrice d’azione – l’adesione alle iniziative multilaterali di cooperazione e la pianificazione di un presidio stabile a Bruxelles – l’Agenzia consolida la capacità industriale e gestionale italiana nell’ambito dell’autonomia strategica dell’Unione Europea”.

Sono interessanti due passaggi della relazione presentata a fine agosto su come l’AID rafforzi “il ruolo strategico dell’Italia negli scenari internazionali”

Il primo è che negli ultimi tre anni, l’AID ha progressivamente rafforzato il proprio posizionamento come attore tecnico-operativo nelle iniziative dell’Unione europea. Il coinvolgimento diretto nella gestione dello Strumento Europeo per la Pace (European Peace Facility – EPF) e nei programmi di cooperazione esterna ha portato all’assegnazione di misure per un valore complessivo superiore a 170 milioni di euro.

Il secondo passaggio, invece, descrive “Tali risorse sono destinate a interventi complessi in teatri di fondamentale rilevanza geopolitica, quali il Corno d’Africa, i Balcani occidentali e il Mediterraneo allargato. Il dato testimonia non solo l’espansione operativa dell’Agenzia, ma riconosce la solidità amministrativa e l’affidabilità tecnica dell’Italia nella gestione di dossier ad alta criticità”.

Almeno due dei tre teatri di crisi indicati, hanno a che fare con il Mar Rosso.

Nel corso del 2025, il valore della produzione della AID ha raggiunto i 124 milioni di euro. L’utile netto si attesta a 12,939 milioni di euro, in pratica è più che raddoppiato rispetto ai 5,164 milioni dell’anno precedente e in netto recupero rispetto al rosso di 9,655 milioni registrato nel 2023.

I settori che hanno mostrato i risultati migliori sono il munizionamento, la cantieristica navale, i nuovi progetti tecnologici dedicati agli UAV (droni), alla digitalizzazione e il settore farmaceutico.

Gli Organi competenti della Difesa hanno approvato il piano d’investimento infrastrutturale per il triennio 2025-2027 che prevede uno stanziamento di 95,5 milioni di euro destinato all’incremento delle capacità industriali, all’adeguamento ambientale, alla sicurezza e all’ammodernamento delle infrastrutture.

Riarmo, armamenti e conflitti sono evidentemente una pacchia per tanti soggetti, privati e pubblici, per i quali il clima di guerra e la proliferazione delle guerre sono una ragione sociale di esistenza... e di profitto.

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19/05/2026

La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.

E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.

Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.

Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).

Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.

Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.

Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.

Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.

L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.

Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.

Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.

Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.

Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.

Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.

Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.

Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.

Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).

Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.

Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).

Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.

Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.

È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.

Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.

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24/01/2026

Accordo Italia-Qatar-Libia per ridisegnare il porto di Misurata e il “Mediterraneo allargato”

Domenica scorsa il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è recato in Libia per siglare un accordo con le autorità della Misurata Free Zone (MFZ), zona franca della città non molto lontana da Tripoli. Si tratta di un’operazione commerciale enorme, con importanti risvolti sulla geopolitica del Mediterraneo.

L’intesa vede come protagonisti il colosso italo-svizzero MSC (attraverso TIL, Terminal Investment Limited), il fondo qatariota Al Maha Capital Partners e l’autorità portuale libica. In campo c’è un investimento da 2,7 miliardi di dollari in tre anni per trasformare il porto di Misurata in un hub logistico di ultima generazione.

Il progetto mira a un salto della scala delle operazioni. Dalla capacità attuale di circa 650 mila TEU (un TEU è la capacità di un container di circa 6 metri), il terminal punta a raggiungerne 1,5 milioni nella prima fase, per poi salire fino a 4 milioni di TEU l’anno. Le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: si stimano 70 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti.

La Misurata Free Zone manterrà la supervisione e la proprietà degli asset, mentre i partner internazionali porteranno know-how e capitali. In prospettiva, l’obiettivo è rendere il porto della città un “porto in acque profonde”, che permetterebbe l’attracco di navi di maggiori dimensioni e il supporto a catene logistiche più complesse, cambiandone il peso strategico.

“Siamo felici e orgogliosi di sostenere lo sviluppo di questo territorio – ha detto Diego Aponte, presidente di MSC – contribuendo a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano”.

È lo stesso grande imprenditore a citare la commistione, in questo progetto, di interessi economici e mire geopolitiche, di espansione dell’area di influenza europea, con l’Italia in posizione privilegiata. E appunto, alla cerimonia di firma c’era anche Tajani, che ha detto: “l’Italia non guarda alla Libia solo con la lente della sicurezza e della migrazione, ma come partner economico e industriale”.

In sostanza, Tajani ha ribadito come la Libia non sia solo la frontiera esternalizzata della UE, dove Bruxelles e Roma pagano i trafficanti di esseri umani per trattenere in veri e propri campi di concentramento i migranti, e centellinarne le partenze in base alle esigenze di sfruttamento del mercato del lavoro europeo. Tutto il Nord-Africa può “aspirare” a consolidare la propria posizione di periferia dell’imperialismo europeo, per garantirgli le forze necessarie a tentare di stare al passo con la competizione globale.

Infatti, mentre la UE esporta il “modello Tripoli” sui migranti anche a Bengasi, sancendo lo smembramento di fatto del paese in potentati locali, ci sono anche altre compagnie strategiche come ENI che hanno promesso investimenti per il progetto di Misurata. È evidente che la contropartita è il rafforzamento della presa dell’azienda di idrocarburi sulle risorse libiche, fondamentali per l’autonomia energetica: sono state avviate, qualche giorno fa, nuove perforazioni esplorative nel Golfo della Sirte.

Inoltre, c’è una proiezione ulteriore che Roma cerca con questo porto. Esso potrebbe diventare non solo l’hub per filiere che si allungano nel continente africano, ma rafforza i propri legami nello scenario del Mediterraneo allargato. Ricordiamo che nell’accordo c’è il Qatar, mostrando la valenza strategica che quest’area ormai assume per gli interessi economici e di sicurezza dell’Italia dentro la cornice degli sforzi europei di conquistarsi un posto tra le grandi potenze.

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27/12/2025

L’Algeria dichiara la colonizzazione un “crimine di Stato” e chiede risarcimenti alla Francia

Il 24 dicembre l’Assemblea Popolare Nazionale di Algeri, cioè il parlamento algerino, ha approvato all’unanimità una legge che indica la colonizzazione francese, che ha riguardato il paese dal 1830 al 1962, un “crimine di Stato”. Il presidente dell’Assemblea, Brahim Boughali, ha indicato il testo come un modo per fissare la responsabilità storica dello stato francese nel processo di colonizzazione.

Nei 27 articoli della norma vengono esplicitamente citati alcuni dei crimini commessi da Parigi contro il popolo algerino: gli esperimenti nucleari nel deserto e gli annessi danni ambientali, le esecuzioni extragiudiziali, la tortura fisica e psicologica e il saccheggio sistematico delle risorse naturali e culturali del paese. La lista non ha solo un valore storico, però.

Con l’indicazione di azioni specifiche, infatti, l’Algeria pretende dalla Francia anche il risarcimento dei danni materiali e morali causati dal suo imperialismo, considerandolo un diritto inalienabile dello stato e del popolo algerino. Algeri vuole indietro gli archivi sottratti dopo l’indipendenza, così come i beni culturali rubati e anche i resti dei combattenti della resistenza ancora in possesso dei francesi.

Tra le altre cose, viene anche richiesta la bonifica dei siti dei test nucleari. Con la legge vengono inoltre stabilite misure penali per chi si macchia di apologia del colonialismo, con pene detentive da cinque a dieci anni, e sanzioni pecuniarie che si estendono anche a chi lo glorifica attraverso i media, i social o pubblicazioni di vario genere.

Ovviamente, la legge algerina non ha un potere vincolante verso l’Eliseo, ma allo stesso tempo rappresenta un importante cambiamento nel quadro delle relazioni tra l’ex colonia e “l’ex” colonialista, con importanti ripercussioni sulla situazione diplomatica dell’intera regione, la quale si è fatta sempre più complessa negli ultimi mesi.

Il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Noël Barrot, ha detto di non voler commentare “dibattiti politici in corso in paesi stranieri”, a ribadire che il provvedimento non ha nessun potere vincolante nei confronti di Parigi. Ma ha anche affermato che si tratta di “un’iniziativa chiaramente ostile alla volontà di riprendere il dialogo franco‑algerino”.

In passato Macron ha definito la colonizzazione algerina come un crimine contro l’umanità, mentre Algeri aveva proseguito su una linea che chiedeva il riconoscimento storico, piuttosto che scuse formali e il risarcimento dei danni. Ma appunto, il dialogo franco-algerino si è fatto molto più complesso per una serie di dossier intrecciati nello scenario geopolitico.

Il riconoscimento delle mire marocchine sul Sahara occidentale; il diverso posizionamento dei due paesi del Maghreb riguardo alla causa palestinese; le accuse sull’immigrazione diretta verso la UE attraverso l’Algeria; l’inasprimento del regime dei visti per i diplomatici algerini e la preoccupazione per le relazioni intrattenute dal paese africano con Mosca, in particolare sul nucleare.

La politica imperialista europea, che vuole stringere il proprio controllo sul Mediterraneo allargato con uno sguardo al Sahel, ha trovato nell’Algeria un ostacolo non facilmente controllabile. La nuova legge algerina si inserisce in questa cornice diplomatica, e segnala la netta opposizione alle politiche neocoloniali, oltre a sollevare le responsabilità storiche delle potenze coloniali proprio nel momento in cui la loro estrema propaggine sionista ne mostra l’attualità dei crimini.

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20/12/2025

Pakistan e Cirenaica stringono un accordo di cooperazione militare

Nei giorni scorsi, a Bengasi, i rappresentanti della leadership militare della Cirenaica (la regione orientale della Libia controllata dal generale Khalifa Haftar) e quelli dell’esercito pakistano hanno firmato un accordo di cooperazione militare al termine di un un incontro ufficiale svoltosi presso il quartier generale della cosiddetta “Guida Generale”.

L’accordo è stato sottoscritto da alcuni ufficiali degli Stati maggiori delle due parti, nel corso di una cerimonia alla quale hanno assistito il vicecomandante della Guida Generale, generale Saddam Haftar, e il capo delle Forze di difesa e capo di Stato maggiore dell’Esercito pachistano, feldmaresciallo Asim Munir, giunto a Bengasi alla guida di una delegazione militare di alto livello. L’intesa, spiega un comunicato congiunto, si inserisce nel quadro del rafforzamento della cooperazione nei settori della sicurezza e della difesa, con l’obiettivo di ampliare le prospettive di coordinamento bilaterale e sostenere gli sforzi per la stabilità regionale.

La firma dell’accordo conclude una visita ufficiale di più giorni del feldmaresciallo Munir in Libia orientale, la prima nel suo genere, che si colloca nel solco di un progressivo avvicinamento tra la leadership militare di Bengasi e Islamabad avviato nei mesi scorsi.

Già a luglio Saddam Haftar – figlio di Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto “Esercito nazionale libico” che controlla la Libia orientale – aveva compiuto una visita ufficiale in Pakistan, incontrando lo stesso Munir e altri vertici militari, oltre al primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, con colloqui incentrati sul rafforzamento delle relazioni bilaterali e sull’esplorazione di nuove forme di cooperazione nel settore della difesa.

Il Pakistan è una potenza nucleare riconosciuta, dotata di uno dei più grandi eserciti del mondo e di un’industria militare in espansione, e negli ultimi mesi ha rafforzato il proprio profilo strategico nel Medio Oriente.

In particolare, nei mesi scorsi Islamabad ha formalizzato un accordo di cooperazione strategica con l’Arabia Saudita che prevede impegni di mutua assistenza in caso di minacce alla sicurezza del Regno, configurandosi di fatto come una clausola di difesa collettiva paragonata, per struttura e finalità, all’articolo 5 della Nato.

In questo quadro, l’intesa firmata a Bengasi assume rilievo anche sul piano geopolitico, segnalando l’interesse della leadership militare libica orientale a diversificare le proprie relazioni internazionali e a rafforzare i legami con attori extra-regionali dotati di capacità militari avanzate e di un peso crescente negli equilibri di sicurezza tra Mediterraneo allargato, Medio Oriente e Asia meridionale.

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17/11/2025

Italia - Due anni alla svolta nucleare della Marina. Fincantieri in testa

La Direzione Nazionale degli Armamenti della Difesa, e nello specifico la Divisione “Propulsione ed energia” degli Armamenti navali, ha dato i tempi entro cui la Marina militare vuole raggiungere una svolta nucleare: due anni, stando a un avviso pubblicato il 13 novembre. Non parliamo di testate atomiche, ma di sistemi di propulsione navale.

Il ministero della Difesa apre una consultazione per cercare le aziende capaci di inserirsi nella costruzione di questa nuova filiera bellica. È proprio a questo scopo che è stato pubblicato il recente avviso, che ha come argomento lo studio “degli impatti nei diversi domini dell’impiego della propulsione nucleare a bordo delle unità di superficie e subacquee”.

Sono in particolare due le piattaforme navali per le quali la Difesa chiede che vengano effettuate “considerazioni relative ad impianti, materiali, tabelle d’armamento e siti di costruzione e manutenzione”: le navi da trasporto LHD, con funzioni anche anfibie, e i sottomarini U212NFS. Entrambi i modelli sono in lavorazione nei cantieri Fincantieri del Muggiano, accanto a La Spezia.

Fincantieri è la “design authority” con la quale, chiunque si sarà presentato alla scadenza dei 30 giorni successivi alla pubblicazione dell’avviso, collaborerà secondo un contratto di due anni del valore di quasi 3 milioni di euro. È facile immaginare che almeno alcuni di questi nomi rientreranno nel progetto generale: la controllata di Fincantieri Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università degli Studi di Genova.

Sono queste le realtà che sono coinvolte nello sviluppo di reattori di piccole dimensioni per impiego navale denominato progetto Minerva (“Marinizzazione di impianto nucleare per l’energia di bordo di vascelli armati”), parte del Piano nazionale della ricerca militare. Non si può non sottolineare la gravità del coinvolgimento di un ateneo pubblico nello sviluppo di armamenti, un tipo di rapporti contro cui migliaia di studenti si sono battuti negli ultimi mesi.

Minerva è indirizzato anche allo sviluppo di una portaerei a propulsione nucleare. Questa prospettiva era stata già annunciata da Enrico Credendino, capo di Stato Maggiore della Marina. La tendenza alla guerra, il riarmo e la trasformazione verso un’economia di guerra si intreccia sempre più evidentemente con la capacità di proiezione italiana verso il Mediterraneo allargato, per la quale la marina ha un peso fondamentale.

Andando maggiormente nel dettaglio della consultazione: “lo studio dovrà considerare l’impiego di reattori nucleari a fissione di ultima generazione (3+ e 4)”. Proprio quelle tecnologie su cui ha intenzione di lavorare anche Nuclitalia, la società nata dallo sforzo congiunto di Enel, Leonardo e Ansaldo Energia – controllata da Ansaldo Energia – qualche mese fa.

Appare dunque evidente la nuova “alleanza” imprenditoriale che sta prendendo piede intorno al ritorno al nucleare: spacciata come se fosse un’alternativa green per garantirsi autonomia energetica (anche il rifornimento di uranio potrebbe essere motivo di ulteriori dipendenze, se non di ulteriori conflitti), la ricerca sull’atomo è in realtà un settore strategico per adeguare il riarmo europeo – e in questo caso il comparto italiano – al livello della competizione globale.

Un’ultima nota, per concludere. Accanto agli studi di fattibilità di questa svolta, la Difesa richiede anche di lavorare a tutto il contorno, fatto degli stabilimenti dove costruire il reattore e integrarlo con la produzione navale, e l’adeguamento complementare delle infrastrutture portuali. Già oggi assistiamo alla trasformazione dual use di molte strutture civili, e bisogna immaginarsi che avverrà ancora di più in futuro.

Ma c’è di più. Non solo è evidente che i processi produttivi sono sempre più rimodellati verso un’economia di guerra, ma bisogna avere chiaro che la sensibilità delle tecnologie nucleari è tale da imporre una netta espansione della militarizzazione dei territori, intorno a tutta la filiera che potrebbe derivare da queste nuove opzioni di propulsione nucleare.

La guerra ci entra in casa, una filiera di aziende, guidate innanzitutto da quelle attive nel comparto difesa, guidano questa militarizzazione, e lo fanno rispondendo alle esigenze strategiche di Bruxelles, che cerca di recuperare il terreno perso sul piano internazionale (e anche su quello industriale) con il bellicismo. Un circolo vizioso che va rotto prima che porti al disastro definitivo.

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18/10/2025

Patto per il Mediterraneo: un piano per un ‘cortile di casa’ dell’imperialismo europeo

L’Alta rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione europea, Kaja Kallas, e la Commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, il 16 ottobre hanno presentato il ‘Patto per il Mediterraneo’, risultato di un anno di lavoro. Un piano per una maggiore integrazione dell’altra sponda del Mediterraneo nei meccanismi europei, o per meglio dire del suo asservimento alle priorità strategiche di Bruxelles.

Infatti, in questo Patto per il Mediterraneo c’è l’evidente tentativo di modellare ulteriormente il Nord Africa e il Vicino Oriente come il ‘cortile di casa’ dell’imperialismo europeo. Non a caso, se per ora sono 10 i paesi che verrebbero coinvolti nel patto (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Siria e, paradossalmente, Palestina), lo sguardo è proiettato verso il ‘Mediterraneo allargato’.

È la stessa Šuica a dire che il contenuto del piano potrebbe “estendersi ai loro vicini, quali i Paesi del Golfo, la Mauritania e la Turchia, ma anche inserirsi nella cornice del corridoio India-Medio Oriente-Unione europea, su cui si sta lavorando”.

Stando a una fonte sentita da Euractiv, il Patto dovrebbe permettere ad alcuni paesi di “accedere allo Spazio Economico Europeo (SEE)”, ovvero al modello oggi applicato alla Svizzera, all’Islanda e alla Norvegia.

Che il Patto per il Mediterraneo serva per proiettare gli interessi europei nella competizione globale è perciò dichiarato. Anzi, che serva a rafforzare il ruolo della UE nella ridefinizione degli equilibri che vanno dal nostro mare all’Oceano Indiano lo dice, in un certo senso, sempre la Šuica. A suo avviso, infatti, questo programma non stravolge gli indirizzi decisi già nel 2021, con l’agenda per il Mediterraneo, ma ne rivede “la metodologia, partendo dalla situazione reale sul campo”.

Ovvero, dal fatto che in Siria non c’è più Assad, ma un terrorista dell’Isis che può essere considerato per lo meno “aperto al dialogo” con Bruxelles. E che l’attacco israeliano al Qatar, l’accordo militare tra Arabia Saudita e Pakistan, le tensioni di quest’ultimo con l’India, e soprattutto la fragile tregua imposta da Trump a Tel Aviv e che sta stretta ai sionisti più irriducibili hanno tratteggiato uno scenario in cui la UE è stata, fino a ora, un fantasma. Ma aprono anche nuove opportunità.

Nel testo della dichiarazione congiunta presentata giovedì si legge, proprio riguardo a Gaza, un estremo cinismo: “Sebbene la priorità immediata dell’UE sia garantire che a Gaza giunga un aiuto umanitario sufficiente, l’Unione contribuirà anche fornendo sostegno alla governance e alla riforma dell’Autorità Palestinese, finanziando la ricostruzione di Gaza”. Le macerie di Gaza diventano un’occasione per un intervento politico sulle organizzazioni politiche palestinesi e anche un’opportunità di profitto.

I settori su cui la UE vuole fondare questa sua sfera di influenza, questo “Spazio Comune Mediterraneo”, come l’ha definito anche Ursula von der Leyen, sono tre al momento: le persone; economie più forti, integrate e sostenibili; sicurezza, resilienza e gestione dei migranti. Se gli ultimi due temi sono abbastanza trasparenti, il primo è più criptico, ma si collega profondamente con economia e flussi migratori.

Il pilastro delle ‘persone’ riguarda, infatti, la creazione di una Università del Mediterraneo, che connetterà vari atenei e coinvolgerà gli stati della regione nei programmi Erasmus+ e Horizon Europe, e sosterrà anche la spinta all’innovazione, con lo scopo di unire atenei e privati nello sviluppo scientifico e nel trasferimento tecnologico.

In sostanza, lo spazio europeo dell’alta formazione, segnato da decenni di privatizzazione e competizione, oggi sempre più integrato con la filiera bellica, verrà collegato all’accademia di tutto il Mediterraneo. Ovviamente, tutto ciò non sarà fatto per garantire uno sviluppo equilibrato dei paesi della sponda sud, ma in prospettiva di servire le esigenze padronali.

Infatti, il primo pilastro punta anche a rafforzare le opportunità Technical and Vocational Education and Training (TVET), per “allineare la formazione professionale alle esigenze del mercato del lavoro per coprire settori di interesse reciproco, tra cui l’agricoltura e la trasformazione alimentare, il settore digitale e culturale e il turismo innovativo”. È evidente che il mercato del lavoro che hanno in mente a Bruxelles non è certo quello dell’Algeria.

Suona come una presa in giro la proposta di creazione di una sorta di Parlamento dei Giovani, mentre la loro voce viene continuamente stigmatizzata nelle piazze che, ad esempio, hanno attraversato tutta Europa negli ultimi mesi. E ci sarebbe anche altro da dire su questo primo pilastro, ma è utile semmai evidenziare il collegamento che ha con gli altri due.

La UE punta a sfruttare l’alta formazione dei paesi mediterranei per rafforzare i suoi caratteri di ‘economia della conoscenza’, digitale, ma mette in campo allo stesso tempo gli strumenti per tenere alla larga la massa di diseredati che fugge dalla rapacità delle multinazionali e dalle guerre fomentate dalle capitali europee.

È in questo che consiste, in sostanza, il terzo pilastro, che mira ad approfondire le politiche securitarie, l’esternalizzazione dei confini ad altri paesi, a milizie locali e a trafficanti di esseri umani. Oltre, ovviamente, a garantire una maggiore sicurezza della navigazione e dei cavi sottomarini, diventati terreno di conflitto.

Nei fatti, il Patto vuole militarizzare ulteriormente il Mediterraneo, dato che nelle sue iniziative sarebbe coinvolto anche lo European Peace Facility (EPF), che ricordiamo essere usato per sostenere l’Ucraina, e promuoverebbe anche un “ulteriore coordinamento e sinergie con le attività di rafforzamento delle capacità dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)”.

Infine, il secondo pilastro riguarda l’integrazione economica, che si realizza con le tipiche formule imperialiste. Ad esempio, il secondo pilastro dovrebbe prevedere accordi per facilitare gli investimenti diretti esteri, e poi anche facilitare il commercio. Ovviamente, anche le opportunità strategiche offerte dalla transizione verde non vengono dimenticate.

Viene infatti ricordata l’importanza del Trans-Mediterranean Renewable Energy and Clean Tech Initiative (T-MED), per lo sviluppo delle capacità energetiche sostenibili. Che la UE guardi al Nord Africa per garantirsi ulteriori apporti di energia, mentre prosegue sulla sua strada della ricerca di una maggiore autonomia nel settore, è risaputo. Ancora una volta, però, l’utilità è tutta nell’essere meglio pronti ai prossimi scossoni della competizione globale.

Il Patto, per ora, è solo una dichiarazione di esponenti della Commissione UE. Dovrà essere sottoposto all’approvazione politica degli stati membri attraverso il Consiglio Europeo e anche degli altri partner alla fine di novembre, entro il trentesimo anniversario del processo di Barcellona, che ha rappresentato un passo importante della cooperazione mediterranea.

Entro il primo trimestre del 2026 sarà poi presentato anche un iniziale piano d’azione specifico, con il quale la dichiarazione congiunta di giovedì scorso verrà tradotta in azioni concrete. Esso sarà un documento in evoluzione al quale potranno essere aggiunte nuove iniziative nel corso del tempo. Si mantiene cioè flessibile nel capire, passo passo, come costruire nell’area euromediterranea una sfera di influenza europea.

Tempo fa si proponeva un’Alba euro-afromediterranea, per una prima rottura strategica con i vincoli europei e quelli della NATO che segnano il futuro di tutta la regione. Il fulcro della proposta è nella costruzione, con i paesi del Mediterraneo, di un rapporto che non sia di sfruttamento, ma bensì fondato su di un reciproco vantaggio, e che consenta di trovare la giusta ‘sponda’ (scusate il gioco di parole) per impostare un modello sociale e politico alternativo alla deriva bellicista dell’imperialismo.

Che le classi lavoratrici del Mediterraneo abbiano innanzitutto un nemico comune da combattere è la UE a renderlo sempre più chiaro. E allora anche quella proposta si presenta ancora come qualcosa di attuale. E, per lo meno, da tenere a mente se si pensa a una concreta lotta internazionalista contro il padronato europeo.

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31/07/2025

Meloni nel Corno d’Africa: un occhio al Piano Mattei, un occhio al Mediterraneo allargato

Giorgia Meloni ha appena concluso il proprio viaggio nel vecchio impero dell’Africa Orientale Italiana. La sua ‘campagna d’Africa’ non aveva come scopo la conquista diretta, ma sicuramente tra le prime preoccupazioni c’era quella di assicurarsi un posto di rilievo nel Corno d’Africa, sia per dare ancora un qualche senso al Piano Mattei, sia per tenere un occhio sul Mediterraneo allargato.

Ad Addis Abeba, tra il 27 e il 29 luglio si è svolto il secondo vertice ONU sui sistemi alimentari (il cosiddetto UN Food Systems Summit +4). L’evento è co-presieduto dall’Etiopia insieme all’Italia, e poiché il suo obiettivo è quello di sconfiggere la fame, come previsto nella sezione 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, risulta di grande interesse per il governo Meloni.

Non perché a Palazzo Chigi sia emersa di sana pianta una profonda coscienza umanitaria, e neanche tanto perché tale traguardo si associa bene alla propaganda sul raggiungimento della ‘sovranità alimentare’. Anche se tale fine è tra le responsabilità di Francesco Lollobrigida, al ministro dell’Agricoltura interessano affari molto concreti.

I momenti fondamentali del viaggio di Meloni sono gli incontri con Abiy Ahmed, primo ministro etiope, con William Ruto, presidente del Kenya, e con quello dell’Unione Africana Mahamoud Ali Youssouf. Da quest’ultimo doveva incassare il rinnovato sostegno agli impegni del Piano Mattei, che nella regione riguardano molti settori.

Il Kenya ha visto il riemergere di profonde contraddizioni interne al paese, ma la sua economia continua a crescere, e potrebbe superare quella etiope, prima nella regione. Il presidente Ruto ha appena annunciato che intende quotare in borsa la Kenya Pipeline Company, in una più ampia strategia di privatizzazione di imprese statali... chissà che non ci siano prenditori italiani che guardino a questa possibilità.

Ad ogni modo, è certamente l’Etiopia il centro delle attenzioni del governo, anche se in entrambi i paesi sono diversi gli investimenti italiani nel comparto agricolo e anche in quello delle infrastrutture e dell’energia. Con Ahmed, Meloni si è recata a Jimma, dove si trova uno dei progetti pilota del Piano Mattei.

Si tratta della riqualificazione del lago Boye, bacino artificiale creato dagli allora coloni italiani, poi lasciato in stato di abbandono. Ora diventa un polo turistico importante, oltre che funzionale alla locale filiera del caffè. Rappresenta un’area che sta attirando importanti investimenti privati, accanto a quelli pubblici.

In generale, la presidente del Consiglio è venuta a ‘vendere’ il modello di partenariato che ha appena fatto passi avanti in Algeria. Lì, dopo il recente Forum imprenditoriale svoltosi a margine di un vertice intergovernativo, ha posto gli occhi il gruppo Bonifiche Ferraresi (BF), col sostegno di SACE, gruppo assicurativo partecipato dal ministero dell’Economia.

BF è diventato un perno fondamentale della strategia italiana – ed anche unioneuropea – in Africa, con diversi progetti per una produzione agricola che spesso è finalizzata alla produzione di biocombustibili. Ma per quanto riguarda il settore energetico, sono tanti gli interessi in gioco anche per Webuild.

Il colosso italiano è coinvolto nella costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo Azzurro di cui sono appena stati dichiarati finiti i lavori. Ma che ha portato a varie tensioni tra l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, per il tema della gestione delle acque in un’area già fortemente segnata dalla siccità.

Se non si raggiungerà un accordo tra questi paesi, l’attività della diga sarà sostanzialmente illegale, e di recente Trump ha criticato l’opera, per assicurarsi l’amicizia dell’Egitto, coinvolto a sua volta nel difficile dossier palestinese. Non è l’unica diga su cui sta lavorando Webuild, ma in generale la volontà è quella di rafforzare la presenza nella regione, e il legame della sua classe dirigente con i terminali europei.

Infatti, c’è un nodo che ha reso molto chiaro il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, prima di accompagnare Meloni in Africa: “la stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano”.

Con un’Eritrea ancora in disordine, una Somalia debole, l’ultima base militare francese in Africa, in Gibuti, proteste in Kenya e una guerra civile in Sudan, per tenere un presidio solido proiettato verso i confini del Mediterraneo allargato, Roma ha bisogno che l’Etiopia rimanga un saldo alleato italiano e dell’Unione Europea.

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12/06/2025

Ipotesi portaerei nucleare per la marina italiana, ecco a cosa serve il revival atomico

La copertura mediatica che varie testate stanno dando alle ragioni del riarmo europeo è spesso molto utile, perché quando parlano i militari, spesso dicono le cose come stanno, rendendo più facile fare i collegamenti necessari. Come, ad esempio, quello tra il revival nucleare a cui stiamo assistendo e l’impiego di tale tecnologie nel comparto bellico.

Sul Corriere della Sera, un’intervista al capo di Stato Maggiore della marina militare, Enrico Credendino, ha fatto luce sulla possibilità che questo ramo delle forze armate si doti di una portaerei a propulsione nucleare. È quello che ha detto l’ammiraglio, commentando quel che c’è scritto nel piano di investimento aggiornato al 2040.

È interessante sottolineare immediatamente come Credendino evidenzi chiaramente che la dimensione strategica entro cui si muovono le forze navali italiane è quella del Mediterraneo allargato. E che in questo scenario, senza giri di parole, l’ammiraglio ha confermato che “nel Mar Rosso siamo in guerra”. Il riferimento è alla missione Aspides contro gli Houthi, dove le nostre imbarcazioni hanno abbattuto 8 droni.

Credendino sottolinea che l’operazione nel Mar Rosso mostra il salto di qualità nel rapporto tra la marina nostrana e quella statunitense: negli ultimi tre anni “siamo passati da un concetto di piena alleanza a uno di intercambiabilità”. La nostra cacciatorpediniere Duilio, dice l’ammiraglio, ha diretto gli F-16 decollati da una portaerei statunitense. Ma è quel riferimento agli ultimi tre anni su cui bisogna focalizzarsi.

È il lasso di tempo che ci separa dall’inizio dello scontro diretto tra la NATO e la Russia, attraverso la proxy war ucraina. Il militare sottolinea come il pericolo russo sia sempre presente, mentre Mosca cerca un nuovo punto di attracco nel Mediterraneo a Derna, in Libia. Quello di Tartus, al di là delle problematiche che possono sorgere per l’avvento al potere dei jihadisti di Al Jolani, non dispone di bacini di carenaggio adeguati a importanti manutenzioni, che devono essere effettuate nel Baltico.

Ma soprattutto, anche qui, Credendino parla senza peli sulla lingua: “con tante navi da guerra in un bacino così ristretto e trafficato come il Mediterraneo l’incidente è sempre possibile”. L’obiettivo, però, non è quello di ridurre tale possibilità, ma di mantenere l’egemonia NATO, “con i turchi più potenti di tutti”.

Insomma, l’alleanza atlantica rimane il pilastro della difesa, o meglio dell’offesa collettiva occidentale. Ma l’ammiraglio esplicita la necessità di aggiornare le flotte e gli strumenti militari, innanzitutto a partire da quelli italiani, per stare al passo delle nuove forme di guerra.

“Nella NATO – ha affermato – siamo rimasti tutti sorpresi dalle capacità dei nuovi droni [e] stiamo studiando il tema. Noi usiamo bene i cannoni con modalità antiaerea con i sistemi d’intercettazione resettati. I nostri obici della Oto Melara integrati con i radar di controllo Leonardo sono efficienti”, dandoci anche uno spaccato del complesso militare-industriale italiano ed europeo.

Per quanto riguarda i droni marini, e i pericoli legati alla gestione dei cavi sottomarini, “abbiamo creato un polo a La Spezia per organizzare la guerra sottomarina. Fa da guida il Portogallo, che da due decenni investe nel campo: droni-barchini, aerei e sommergibili. Anche noi stiamo coinvolgendo le industrie nazionali”.

Infine, come accennato già all’inizio, Credendino parla, oltre della dimensione ristretta degli effettivi della marina, anche dell’ipotesi di dotare l’Italia di una propria portaerei nucleare. E qui diventano lampanti i collegamenti con il rilancio della ricerca atomica, già finanziata e preparata attraverso la nuova società Nuclitalia.

Avevamo già scritto che, nonostante il tentativo di far passare il ritorno al nucleare come uno sforzo tutto civile, per la transizione energetica e per la riduzione dei costi dell’energia, nascondeva in realtà un aspetto della deriva bellicista decisa a livello europeo. L’energia dell’atomo servirà ai propulsori di nuove navi militari.

Da più parti si sente già la possibilità di utilizzo dei – per ora solo sperimentali – piccoli reattori modulari per alimentare le portaerei, ma anche i sottomarini, che tramite le proprie flotte di droni e il loro utilizzo come piattaforma di lancio di missili forse assumeranno un’importanza maggiore delle portaerei stesse, regine della guerra sul mare negli ultimi 80 anni.

Proprio di questo tipo di reattori si vuole innanzitutto occupare il neonato consorzio italiano al cui interno, non a caso, c’è anche Leonardo. Mentre l’altro grande attore dell’industria bellica e specificatamente marittima italiana, Fincantieri, ha subito mostrato il proprio interesse per l’applicazione del nucleare secondo una logica dual use.

Già oggi Fincantieri guida un’associazione temporanea di imprese formata dalla controllata Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università di Genova, mostrando il coinvolgimento dell’alta formazione nella filiera della guerra. Insieme, hanno lanciato il progetto Minerva, per valutare la fattibilità dell’integrazione dei reattori modulari sulle navi militari.

Come Leonardo, Fincantieri vuole ripensarsi come attore del complesso militare-industriale europeo, ad esempio con il dossier dell’acquisizione dei cantieri per sottomarini di ThyssenKrupp Marine System (TKMS). Dopo aver già trovato l’accordo industriale per partecipare insieme a una gara da 1,6 miliardi di dollari nelle Filippine, ora l’intesa potrebbe arrivare a un nuovo livello.

L’anno scorso Fincantieri ha proposto un aumento di capitale che aveva portato molta scetticismo. Ma ora, dentro la cornice del riarmo e di una transizione verso l’economia di guerra, l’azienda può trovare nuove opportunità di profitto, mentre guarda con attenzione alla possibile cessione di quote della TKMS. Lo stesso Merz potrebbe dare il benestare, consapevole dell’importanza comunitaria di un passaggio del genere.

Come ha detto Credendino, l’Italia è un paese in guerra. Nella proiezione strategica europea ha assunto una posizione fondamentale, sia per i suoi colossi degli armamenti, sia per la sua posizione prettamente geografica. La rottura della catena bellica può trovare importanti possibilità nel Belpaese.

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01/05/2025

Erdogan a Roma per sancire l’alleanza sulla difesa e contro i migranti

Si è svolta il 29 aprile la visita del presidente turco Erdogan a Roma, in occasione del quarto vertice intergovernativo Italia-Turchia. Da entrambe le parti la volontà era quella di stringere ulteriormente l’intesa su vari dossier ritenuti importanti, a partire da quelli sugli accordi in ambito militare e sui migranti.

Giorgia Meloni, alla fine degli incontri, ha ribadito che i due paesi sono “nazioni alleate sullo scenario euro mediterraneo e in ambito di alleanza atlantica”. Questi sono i vettori che la presidente del consiglio ha voluto sottolineare, evitando in ogni modo argomenti scomodi: la conferenza stampa dei due leader ha visto solo dieci giornalisti italiani e dieci turchi, e non è stata concessa alcuna domanda.

Ad esempio, qualcuno avrebbe potuto ricordare a Meloni che per lungo tempo tra le sue rivendicazioni c’era stata quella di impedire ad Ankara l’ingresso nell’UE, considerandolo un canale utile all’islamizzazione del continente. Ieri, invece, i media turchi evidenziavano il sostegno di Roma nell’entrare a far parte della comunità europea.

La realtà è che, come al solito, bisogna seguire i soldi per capire cosa è pura propaganda e cosa sia invece un interesse concreto. Bisogna innanzitutto dire che Meloni ha ringraziato Erdogan per aver combattuto le partenze di migranti dal suo paese: anche se questo è tema da sbandierarsi tra l’elettorato più retrivo del paese, è anche utile alla UE.

Da tempo ormai Bruxelles ha adottato la visione per cui, in un mondo dove alimenta sempre più conflitti e provoca flussi migratori più sostanziosi, deve anche ‘selezionare’ la forza lavoro da sfruttare secondo le necessità del sistema produttivo europeo. Con l’approvazione di von der Leyen, l’Italia e Giorgia Meloni sono state in prima linea sull’argomento.

Non sono mancate alcune parole per la crisi in Ucraina, quella in Palestina e quella libica, in cui si incrociano presenze e influenze di tutti i principali attori del Mediterraneo allargato. Gli accordi stretti negli ultimi anni da Erdogan con le autorità libiche hanno visto la presenza turca rafforzarsi appena al di là della Sicilia, rendendo se non necessario almeno utile accordarsi sul futuro del paese africano.

La Libia è di grande interesse per le risorse energetiche che offre. Anche questo tema è entrato tra gli undici accordi siglati a Roma, che rafforzano il rapporto in ambito commerciale. La presidente del consiglio ci ha tenuto a ricordare come la partenrship con Ankara sia tra le più importanti, innanzitutto per il gas naturale che passa attraverso il Tap, ed ora vuole essere espansa alle rinnovabili e all’idrogeno.

Meloni ha sottolineato che “l’Italia è il primo partner commerciale della Turchia nell’area del Mediterraneo, il secondo in Europa, con un interscambio cresciuto negli ultimi anni in modo considerevole passando da 26 miliardi nel 2023 al record di oltre 32 miliardi di dollari nel 2024”. Superato con largo anticipo l’obiettivo fissato al vertice intergovernativo del 2022, ora si punta a raggiungere i 40 miliardi.

Al forum delle imprese che ha accompagnato gli incontri diplomatici erano presenti ben 620 realtà (345 italiane, 275 turche), tra cui Beko, l’azienda di elettrodomestici con cui il ministro delle Imprese Urso ha da poco firmato un accordo per quattro stabilimenti italiani. Meloni ed Erdogan sono intervenuti in questo consesso riaffermando l’importanza delle sinergie tra i due paesi.

Al riguardo, a finire sotto i riflettori è stato quello che è probabilmente il più importante dossier industriale tra i due paesi, ovvero quello dell’acquisizione da parte di Baykar della Piaggio Aerospace e il memorandum of understanding con cui Leonardo e Baykar hanno deciso di creare una joint venture con sede in Italia per lo sviluppo di droni.

È ancora una volta Leonardo e il complesso militare-industriale a farla da padrone in una UE che è avviata definitivamente sulla strada dell’economia di guerra. La Turchia è vista come un alleato indispensabile su questo piano inclinato della guerra, negli equilibri da tenere nel Mediterraneo allargato.

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17/04/2025

Missioni militari italiane all’estero 2025

Scenario geopolitico ‘particolarmente complesso’

Per l’Italia e per il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano: «il Mediterraneo, i Balcani, il Fianco Est della Nato, il Medio Oriente, il quadrante Sahel/Golfo di Guinea e il Corno d’Africa». Dettagli su Analisi Difesa, da Giovanni Martinelli. Aree influenzate dalla presenza di Russia e Cina «per aumentare la loro sfera di condizionamento, strappando l’influenza occidentale», che si estendono dal Mediterraneo Allargato verso i Balcani dove le due potenze «stanno rafforzando il loro peso alimentando le dispute tra Serbia e Kosovo». In Africa, con «riconfigurazione degli allineamenti e degli equilibri di potere, con una diversificazione delle partnership di Cina e Russia. Stabilità della Libia per noi rimane prioritaria».

Operazioni in corso

Operazione Aspides nel Mar Rosso, per la sicurezza del traffico marittimo attraverso Suez. «Si potrebbe pensare di integrarla con l’operazione anti pirateria Atalanta, in quanto complementari e quindi si potrebbe pensare ad unico comando». In Niger: «evitare un effetto contagio per la destabilizzazione dell’area trasformando la cintura saheliana in uno strumento ibrido puntato verso l’Italia e l’Ue». «Collaborazione con il Paese, che è crocevia di tutti i flussi migratori, facendo acquisire all’Italia un ruolo di interlocutore privilegiato». «La Russia genera in Africa le future posizioni per attività non solo in quel continente ma anche sul lato sud dell’Alleanza». Intervento a Gaza: «Operazione Levante è stata avviata per sostenere la popolazione civile palestinese a seguito dello scoppio del conflitto Israele-Hamas».

Unifil in Libano e ‘strade sicure’

«L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale in Libano durante la crisi, in occasione della presenza [eufemismo di parte Ndr] israeliana nell’area sud. Il problema è che UNIFIL ha un mandato adeguato ma manca di strumenti, ovvero di regole di ingaggio, che devono essere cambiate». Rinnovo dell’Operazione Strade Sicure sul territorio nazionale. «Strade Sicure nacque in un momento di crisi, d’emergenza. Ora c’è da chiedersi se l’emergenza continua». 2025 anno giubilare e i campionati di tennis. In prospettiva però, si deve cambiare. Per esempio il ‘pattugliamento dinamico’, su più punti sensibili.

Missioni internazionali

«l’Italia in un mondo sempre più complesso, in cui con l’intensificarsi della competizione strategica porta a una situazione di tensione internazionale permanente». «In questo contesto, l’Italia resta concentrata sulla propria aerea di interesse geografico prioritario: il ‘Mediterraneo Allargato’», ma non solo. L’Indo-Pacifico dove la presenza militare italiana è sempre meno sporadica con la partecipazione alle missioni delle diverse organizzazioni internazionali di rifermento (NATO, UE e ONU), «con priorità alla sicurezza energetica, alla stabilità dell’Africa e alla centralità del Mediterraneo».

Nulla di nuovo per il 2025

Di fatto, il 2025 non registra nessuna nuova missione vera e propria, salvo utilizzo delle ‘Forze ad alta e altissima prontezza Operativa’, per intervento nei Paesi in cui operano personale e contingenti nazionali. Seguono molti dettagli sulla spartizione dei costi tra i diversi ministeri che continueranno a rendere praticamente illeggibile il totale dei costi dell’Italia. «Ricapitolando dunque le missioni militari per il 2025 avranno un costo complessivo di 1.480,2 milioni per quanto di pertinenza del Ministero della Difesa». Più i 32 milioni per il ‘Supporto info-operativo delle Forze Armate’ svolto dall’AISE (spionaggio estero). Ma la somma tra tutti i diversi ministeri resta un enigma.

Una difficile chiarezza

L’intreccio di diverse missioni per diverse forze militari. Sintesi proposta, 35, più le 12 civili UE ma che prevedono comunque la presenza di Personale Militare. 8 di queste NATO, 7 Unione Europea, 5 ONU e 3 in una coalizione. Le restanti 12 sono nazionali. Le missioni riferite all’Europa sono raggruppate in 2 sole schede. La prima fa riferimento all’impegno nei Balcani Occidentali, Kosovo e Bosnia Erzegovina in particolare. Nella stessa aerea ‘Joint Enterprise’, Nato, (Kosovo) più la EUFOR Althea in Bosnia Erzegovina (Ue). Il numero massimo dei militari autorizzati è di 1.848 unità, con 689 mezzi terrestri più 5 aerei per un costo di 150,5 milioni.

Ucraina

«Partecipazione nazionale alle iniziative NATO, UE, di coalizione e bilaterali di supporto all’Ucraina», missione di assistenza militare, sostegno e addestramento delle Forze Ucraine condotte dalla Unione Europea, ‘EUMAM Ucraina’, più la partecipazione alla simile iniziativa NATO denominata ‘NATO Assistance and Training for Ukraine’. Tutto con un massimo di 213 unità di personale, per un costo di 14,8 milioni a fronte degli 80 militari autorizzati lo scorso anno per la sola EUMAM Ucraina.

Missioni in casa europea

Destreggiandosi poi in una disposizione un po’ caotica, ecco il ‘teatro Europeo’. Elenco: ‘Mediterraneo Sicuro’ (su base nazionale), quella NATO ‘Sea Guardian’, quella UE nota EUNAVFORMED Irini, NATO per la sorveglianza aeronavale dell’area Sud dell’Alleanza e (oltre a tutte queste missioni incentrate sul Mediterraneo) anche la presenza navale nel Golfo di Guinea (e qui siamo negli spazi marittimi Atlantici, in Africa). Il totale dei militari autorizzati è di 2.039, con 11 mezzi navali e 18 aerei; il tutto per un costo di 234,7 milioni e un deciso aumento degli organici rispetto al 2024.

Fronte Russia

Sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza stessa. 375 i militari impegnati, con 15 mezzi aerei a un costo di 105,2 milioni. Impegni assunti dal nostro Paese con la NATO, per il suo rafforzamento sul Fianco Est che si traduce nello schieramento in Slovacchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia. Un totale di ben 2.323 militari, ai quali si aggiungono 1.046 mezzi terrestri e 9 aerei, per un costo complessivo di 188,2 milioni.

Controlettura degli stessi dati

L’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Osserva Maurizio Simoncelli, vicepresidente: «Le missioni italiane all’estero costano ai cittadini e chiedono grandi energie agli uomini e alle donne che le realizzano sul campo. Il tutto in un quadro internazionale nel quale la forza militare prevale drammaticamente sulla diplomazia. Le crisi contemporanee, spesso alimentate da complessi fattori politici ed economici, non possono essere risolte sulla base della forza delle armi che, al contrario, riesce soltanto ad aggravarle. L’Italia e l’Unione Europea devono rimanere fedeli ai propri valori costitutivi. Le missioni multilaterali di pace, che contribuiscono a percorsi di pace e di dialogo, conferiscono al nostro Paese un ruolo tanto più autorevole nell’ambito internazionale quanto più aderente alla tutela dei diritti umani».

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09/02/2025

Medio Oriente - Una linea di faglia tra imperialismo e nuovo mondo

Il Medio Oriente, in questi sedici mesi, è stato indubbiamente sconvolto da cambiamenti e conflitti senza precedenti.

Di questi cambiamenti, e di ciò che comportano per la nostra azione internazionalista e solidale in un paese come l’Italia – pienamente complice e integrato nell’area imperialista occidentale – vorremmo discutere domenica 23 febbraio in una giornata dedicata ai possibili scenari con cui faremo i conti in un’area di prossimità come il Medio Oriente e il Mediterraneo.

L’onda lunga dell’operazione palestinese “Diluvio Al Aqsa” del 7 ottobre 2023, si è riverberata e connessa con le tensioni e le tendenze già in corso nella regione, facendo saltare in primo luogo gli Accordi di Abramo voluti dagli USA per normalizzare le relazioni tra i principali paesi arabi e Israele, riuscendo a riportare la questione palestinese al centro dell’agenda politica internazionale e a liberare centinaia di prigionieri dalla carceri israeliane, anche se il prezzo in vite umane e distruzioni è risultato altissimo.

Con l’avvento al potere di Trump la politica della nuova amministrazione USA sembrava oscillare in due direzioni:

a) la concentrazione sul proprio mercato interno e quindi lo sganciamento degli USA dall’intervento diretto in Medio Oriente con la piena delega militare a Israele a rappresentarne gli interessi e la primazia del business rispetto alla politica;

b) la continuità dell’interventismo diretto statunitense sulla regione, in particolare contro l’Iran e l’Asse della Resistenza (soprattutto nello Yemen, ritenuto strategico per via delle rotte e dei progetti infrastrutturali nel Mar Rosso).

Le recenti dichiarazioni di Trump sulla pulizia etnica dei palestinesi da Gaza e il via libera all’annessione israeliana della Cisgiordania – oltre a dare per scontato l’asservimento di Egitto, Giordania e Arabia Saudita a questo progetto – andranno “passate al setaccio” delle verifiche sul campo per separarne i fattori che somigliano al bluff da quelli che potrebbero diventare azioni concrete.

Come abbiamo cercato di indicare nei mesi scorsi, i cambiamenti nell’area hanno subito una velocizzazione con la dottrina israeliana della guerra sui “sette fronti”, l’invasione del Libano a settembre 2024, il botta e risposta diretto con l’Iran ed infine con l’imprevista e repentina caduta di Assad in Siria a dicembre.

Si è trattato di un cambiamento di fase politica che ha reso il ruolo di Israele e il progetto sionista il punto di contraddizione principale in Medio Oriente.

Israele è sembrata trarre vantaggio – oltre ad averne determinati alcuni – da questi cambiamenti. A tale scopo, dopo la caduta della Siria, ha rivendicato a se un ruolo centrale nel Medio Oriente, il che corrisponde pienamente alla funzione che l’imperialismo USA (e di conseguenza anche quello europeo) hanno affidato e continuano ad affidare a Israele come controllo e deterrenza per conto dei propri interessi nella regione mediorientale.

Nei soli ultimi tre mesi del 2024 lo scenario è mutato assai rapidamente consegnando nuovi rapporti di forza nella regione, in particolare su tre aspetti:

a) l’indebolimento dell’Asse della Resistenza che ha visto spezzarsi il corridoio e l’avamposto siriano tra Iran ed Hezbollah;

b) il rafforzamento delle ambizioni e del ruolo della Turchia e della filiera dei Fratelli Musulmani (a cui fanno riferimento anche il Qatar e Hamas) in Medio Oriente;

c) la crescita dell’influenza dell’Arabia Saudita e della “Saudi Vision” messa in campo negli ultimi anni dal principe ereditario Bin Salman, il quale sembra aver messo da parte i vecchi arnesi della dinastia saudita e la storica subalternità totale agli USA. L’entrata di Riad nei Brics e le ambizioni a diventare sia potenza regionale sia soggetto globale in economia da parte della nuova gerarchia di comando saudita, stanno diventando sempre più nitide.

A ben guardare si tratta di un rimescolamento che investe tutti e tre i principali network dell’islam politico: quello sciita, quello sunnita della Fratellanza Musulmana e quello wahabita/salafita referente delle petromonarchie del Golfo.

In questi sedici mesi ci sono stati molti segnali di deconflittualizzazione tra questi network in perenne lotta e competizione tra loro in molti fronti del Medio Oriente (dalla Libia alla Siria, dallo Yemen al Libano).

I “rivali” Turchia e Arabia Saudita, dopo anni di tensioni, si sono scambiati visite ufficiali dei rispettivi leader; i “nemici” Iran e Arabia Saudita hanno ripreso le relazioni ufficiali con la supervisione della Cina.

La stessa gestione del rovesciamento di regime in Siria appare oggi molto controllata e sottotraccia da tutte le principali potenze regionali interessate: Turchia, Iran e Arabia Saudita. Nessuno, neanche la Turchia che appare quella avvantaggiata, sembra voler spingere sul controllo totale del paese e al momento tutti auspicano una transizione soft da un regime laico/socialista ad uno islamico.

Il problema è che in Medio Oriente gli equilibri appaiono sempre fragili, le alleanze a geometria variabile e pronte a saltare ad ogni imprevisto. Soprattutto perché l’imperialismo occidentale continua ad affidare a Israele il compito di dominare, sottomettere e gestire l’intera regione, insistendo nel tenere permanentemente un bastone tra le ruote ad ogni processo di convergenza tra i paesi dell’area, siano essi arabi o non arabi come Turchia e Iran.

In tale scenario lo spazio per una qualsiasi soluzione politica alla questione palestinese appare seriamente compromesso, e molto dipenderà dalla capacità di tenuta sul lungo periodo della resistenza palestinese e delle sue organizzazioni.

In secondo luogo appare sempre più evidente che nella ridefinizione mondiale delle aree di influenza e dei blocchi economici dovuta alla frammentazione dell’economia mondiale, il Medio Oriente è obiettivamente una “linea di faglia” tra i progetti strategici e gli interessi degli imperialismi occidentali e i paesi emergenti coordinatisi nei BRICS+.

I secondi avrebbero bisogno di stabilità e deconflittualizzazione, i primi – al contrario – lavorano sistematicamente alla destabilizzazione, alla divisione e alla subalternità dei paesi mediorientali.

Infine, e non certo per importanza, occorre mettere mano al rapporto tra l’Italia e questi scenari in Medio Oriente. Le attuali classi dirigenti non nascondono il crescendo di interessi politici e strategici per quello che definiscono il “Mediterraneo allargato”.

Una prima conferma è venuta dall’avvio e dal mantenimento della Missione Aspide nel Mar Rosso.

I nostri governi – di destra o centro-sinistra – hanno inoltre dimostrato di essere apertamente complici sotto tutti gli aspetti con Israele e il progetto sionista. Ciò significa che qualsiasi ipotesi di emancipazione sociale o di indipendenza politica dei popoli e dei paesi in Medio Oriente non troverà nel nostro paese un alleato o un interlocutore (come talvolta è avvenuto nel passato).

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30/01/2025

Il Mediterraneo allargato dell’energia nei piani di Italia e UE

Negli ultimi giorni il governo italiano è stato molto attivo sul lato diplomatico e degli accordi economici nell’orizzonte di un più stretto collegamento con il Mediterraneo allargato, da Gibilterra al Golfo Persico. Un’area considerata strategica per la capacità della UE di competere a livello internazionale.

A Villa Madama, alla presenza del ministro degli Esteri Tajani e di quello dell’Ambiente, è stata firmata un’intesa con Austria, Germania, Tunisia e Algeria per il SoutH2 Corridor. Si tratta delle condutture che dovrebbero portare fino a 4 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Europa, aiutando a raggiungere il target di 10 milioni entro il 2030.

Questa infrastruttura è parte della strategia comunitaria sulla diversificazione delle fonti di energia, e nel dicembre 2024 è stata inserita tra i progetti bandiera per l’anno in corso degli investimenti del Global Gateway. Ricordiamo come tale programma sia stato analizzato da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad, che ne hanno rimarcato il carattere neo-coloniale e predatorio.

Sono le grandi aziende, e in generale il sistema imprenditoriale dei paesi europei a trovare vantaggio nel Global Gateway, mentre sugli altri attori coinvolti si riversano i costi sociali e ambientali di queste attività. E non a caso, a margine dell’incontro a Villa Madama, si è svolto pure un forum imprenditoriale.

Sono di certo i “prenditori” italiani a trovare il maggiore interesse nel corridoio dell’idrogeno, dato che dei 3.300 chilometri di conduttore, riadattate o costruite ex novo, 2.300 saranno nel Bel Paese. Un altro tassello di quel Piano Mattei che vuole dare all’Italia il ruolo di hub energetico della UE.

Salvatore Bernabei, direttore di Enel Green Power e Thermal Generation, ha parlato del progetto pilota che col governo tunisino punta alla produzione di idrogeno verde nel paese africano. Un’iniziativa in linea con lo “spirito di partenariato su cui si fonda il Piano Mattei”.

“L’obiettivo – ha aggiunto – è quello di integrare sempre più il Nord Africa con l’Europa, facendo dell’Italia uno snodo fondamentale per la sicurezza energetica del continente”. Tajani ha parlato di un impegno di investimento futuro che potrebbe arrivare a 400 milioni di euro, il doppio rispetto allo scorso triennio.

A questi si aggiunge l’elettrodotto Elmed, che passerà sul fondale del Canale di Sicilia e unirà Capo Bon con la stazione elettrica di Partanna, in Sicilia. Il costo complessivo è preventivato sugli 850 milioni di euro, di cui 300 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility, il fondo comunitario per il potenziamento delle infrastrutture energetiche.

Con questi progetti, infatti, la classe dirigente europea spera di far fronte al problema che ha mandato in crisi l’industria europea negli ultimi anni: i costi dell’energia. È stato sempre Tajani a parlare di una “diplomazia della crescita” che “non può prescindere dal tema fondamentale dell’energia” per rendere le filiere competitive con gli altri grandi attori globali.

Sulla stessa scia si pongono anche gli accordi chiusi da Meloni in Arabia Saudita, alla fine della scorsa settimana. La presidente del consiglio ha firmato la dichiarazione congiunta sulla partnership strategica da instaurare con la dinastia araba, che si svilupperà largamente su vari settori, dal comparto bellico ai trasporti, dalla cultura fino a quello dell’energia, appunto.

Dei 10 miliardi di dollari di operazioni concluse a Riad, ben 6,6 miliardi sono legati a cinque accordi siglati da SACE. Tra di essi, uno è con Acwa Power, colosso saudita che si occupa di idrogeno verde e desalinizzazione, processo centrale nella produzione del primo, il quale richiede importanti quantità di acqua per l’elettrolisi.

Sempre Acwa Power ha firmato anche un memorandum con Snam, finalizzato a stabilire investimenti congiunti per la fornitura di idrogeno verde all’Europa, e anche per valutare la possibilità di creare un terminale di importazione dell’ammoniaca nella penisola, usata anch’essa nel trasporto dell’idrogeno e in questo caso collegata direttamente al SoutH2 Corridor.

Anche le intese perfezionate da Cassa depositi e prestiti e da Ansaldo riguardano progetti energetici e infrastrutturali da realizzarsi per lo più in Africa, inserite dai vertici italiani sempre dentro la cornice del Piano Mattei. Ma con Ansaldo è evidente che il focus, a Riad, si è spostato anche sul settore militare.

Fincantieri ha aperto una collaborazione con Aramco nella cantieristica civile in Arabia Saudita, mentre con Ozone for Military Industries Company cercherà di ritagliarsi uno spazio nei servizi logistici per navi militari. Elettronica S.p.A. ha firmato due intese che riguardano la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza.

Ovviamente, non poteva mancare Leonardo, che rinnova il memorandum già firmato a inizio 2024 ed apre la strada alla “espansione della collaborazione industriale nel campo dei sistemi di combattimento aereo e in ambito elicotteristico”, si legge in una nota dell’azienda.

Il riferimento al caccia di sesta generazione che il campione italiano delle armi sta sviluppando, insieme alla britannica BAE Systems e alla nipponica Mitsubishi, lo ha esplicitato la stessa Meloni: “siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap” (il nome del progetto, ndr), il che li integrerebbe ulteriormente nella filiera di guerra euroatlantica.

A metà gennaio Palazzo Chigi aveva già chiuso un patto tripartito con Emirati Arabi Uniti e Albania. Con esso sono stati definiti i termini di una collaborazione per lo sviluppo delle rinnovabili nel paese balcanico, “con particolare attenzione – si legge in una nota – al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie”.

Collegata a questi progetti è anche la costruzione di un cavo sottomarino per il trasporto di energia sostenibile da Valona alle coste pugliesi. Un altro evidente esempio del “colonialismo verde” su cui ormai si vanno raccogliendo vari contributi (di cui Dismantling Green Colonialism è di certo uno dei più completi).

Un quadro di questa proiezione, di cui l’esecutore è Roma ma il mandante è Bruxelles, è stato presentato al Parlamento Europeo proprio il 28 gennaio, col sesto rapporto “Med & Italian Energy Report 2024”. Il documento è stato redatto dal Centro Studi SRM, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e dal Politecnico di Torino.

Il focus del testo è sul Mediterraneo come crocevia decisivo per il futuro energetico europeo, e sull’Italia come ponte naturale su questo specchio d’acqua. La UE è l’attore globale con la maggiore dipendenza da fonti esterne (il 58% del fabbisogno energetico è soddisfatto da importazioni).

Ma il nodo sottolineato è anche quello del commercio dei beni energetici, la cui geografia evolve con le tensioni geopolitiche e con il ridimensionamento della transizione verde. In particolare, il ruolo dei porti e dei colli di bottiglia (Hormuz, Malacca, Suez) di questo specifico mercato è attenzionato per le opportunità future che può offrire all’Italia.

Riportiamo un ampio passaggio della sintesi per la stampa del rapporto, preparata da Intesa Sanpaolo, partendo dai dati sui colli di bottiglia, perché mette in fila una serie di numeri e di questioni centrali per comprendere gli interessi strategici in gioco:
“Nei primi 11 mesi del 2024 sono passati attraverso Hormuz il 34% del commercio di greggio, il 14,3% dei prodotti raffinati, il 25,6% del gas ed il 18% dell’GNL. Per lo Stretto di Malacca invece è transitato circa il 33,5% del commercio di greggio insieme al 13% circa dei prodotti raffinati, al 15,1% degli idrocarburi gassosi ed al 17% dell’GNL”.

“Altro nodo cruciale nelle catene dell’approvvigionamento è il Canale di Suez. La sua posizione lo rende uno snodo regionale fondamentale per il trasporto di petrolio e altri idrocarburi; sono transitati per Suez il 5% del commercio totale di petrolio (greggio + raffinati), il 2,2% degli idrocarburi gassosi e l’1,2% dell’GNL. Valori che in prospettiva, quando avverrà la normalizzazione in Medio Oriente, potrebbero tornare ad essere ben superiori”.

“[…] I porti del Mediterraneo hanno nel tempo assunto il ruolo di nodi cruciali nella catena di approvvigionamento energetico, consentendo l’importazione e l’esportazione di petrolio, prodotti petroliferi raffinati e GNL. I porti si stanno configurando come veri e propri hub energetici e digitali oltre che logistici”.

“Accanto al ruolo di hub per le commodity fossili, i porti stanno diventano anche luoghi strategici per la transizione green e per favorire il “ponte energetico” tra Europa e Nord Africa. […] Le stime autorevoli dell’ESPO (European Sea Port Organization) hanno mostrato come la sostenibilità sarà il driver strategico degli investimenti dei porti europei nei prossimi 10 anni”.

“[...] Per i porti italiani il segmento energy vale il 35% del totale movimentato”
e il 69% del traffico si concentra in 5 porti: Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova. Il futuro è però considerato quello dei modelli green port, che uniscono innovazione e sostenibilità nell’orizzonte della transizione energetica.

Sempre nel rapporto si legge che entro il 2026 si prevede che una nave su dieci sarà alimentata da carburanti alternativi come GNL, metanolo, ammoniaca e idrogeno. Per il GNL, i terminali di Porto Levante, Ravenna e Piombino, e in generale quest’ultimo insieme a quelli di Trieste e Augusta, che stanno integrando recenti tecnologie, potrebbero diventare dei punti di riferimento almeno continentali.

Insomma, l’inizio del 2025 ha visto svilupparsi quella catena di legami, investimenti e ‘sicurezza’ che unisce Bruxelles al Mediterraneo allargato, passando attraverso il Piano Mattei e accordi simili. Un’equazione in cui l’esternalizzazione dei confini per la gestione dei flussi di manodopera va di pari passo con intese militari e politiche energetiche predatorie.

Questa proiezione euro-mediterranea andrebbe combattuta, incrinata e ribaltata, in forme di lotta e solidarietà internazionalista che vanno fatte crescere su entrambe le sponde del mare.

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23/12/2024

Meloni in Lapponia per fare da cerniera sulla sicurezza tra Nord e Sud Europa

Giorgia Meloni aveva abbandonato il Consiglio Europeo in anticipo, qualche giorno fa, a causa di un’influenza. Non prima, però, di aver partecipato alla riunione informale sulla questione migranti e alla prima sessione dell’organo comunitario, che aveva come tema la guerra in Ucraina: due nodi centrali nella linea politica governativa.

Aveva poi delegato il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, a rappresentare l’Italia nel prosieguo dei lavori, in quanto esponente – conservatore – del MED-5, il dialogo a cinque tra paesi del Mediterraneo che comprende anche Malta, Cipro e Spagna.

Nell’arco di pochi giorni i due si sono incontrati nuovamente, dall’altra parte del Vecchio Continente.

Infatti, ieri pomeriggio si sono conclusi i due giorni di lavori del Vertice Nord-Sud, chiamato dal suo omologo finnico Petteri Orpo a Saariselkä, in Lapponia. Tra gli invitati c’erano Mitsotakis, appunto, il capo di governo svedese Ulf Kristersson e anche l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.

Insomma, una riunione assolutamente non di secondo piano, che ha avuto come focus proprio gli unici due temi affrontati personalmente da Meloni al Consiglio Europeo, racchiusi nel più generale concetto di “sicurezza“, da declinare sui confini.

L’incontro ha infatti provato a unificare la linea da tenere riguardo alle frontiere, che sono da chiudere ai migranti o ai “nemici” della UE.

La discussione ha svolto una funzione propedeutica a un Consiglio straordinario da svolgersi nella prima metà del 2025, su sicurezza e difesa. “Dal tema dei migranti, al tema della difesa e al tema di uno scenario nel quale le guerre diventano ibride e le minacce si moltiplicano, dobbiamo mettere insieme gli sforzi”, ha specificato Meloni ai microfoni.

Il padrone di casa, Orpo, era già stato tra i promotori di una lettera che aveva aperto la strada a un maggior impegno della BEI in campo militare. Ma è “la capa” di Palazzo Chigi a spingere per fare da cerniera tra i paesi del Nord e del Sud Europa sui temi accennati, tentando di trovare un’intesa che acceleri il disegno imperialista europeo.

La difesa europea esige uno sforzo economico per il riarmo che oggi cozza pesantemente con gli altri vincoli euroatlantici, ovvero quelli sui conti pubblici. La riunione è servita anche per intavolare una discussione sul come affrontare questa sfida, pur non sbilanciandosi ancora su soluzioni quali Eurobond o l’esclusione delle spese militari dal Patto di Stabilità.

“Dobbiamo fare tutti di più per garantire che il pilastro della NATO si rafforzi”, ha detto Meloni, con chiaro riferimento alla gamba europea dell’alleanza atlantica, e ha poi aggiunto che bisogna guardare non solo “al fianco orientale, ma anche ad altri luoghi”.

Con “altri luoghi” intende sostanzialmente il ‘Mediterraneo allargato’, come ha esplicitato recentemente il generale Carmine Masiello.

È sul mare che sono stati trovati i primi punti di incontro tra i confini di paesi in posizioni molto differenti. La gestione delle connessioni marittime preoccupa tutte le realtà coinvolte, e non parliamo semplicemente di trasporti e flotte in transito: i recenti danneggiamenti di cavi sottomarini nel Baltico hanno ricordato l’attenzione che meritano.

Ma è parlando di Mediterraneo che risalta l’indirizzo delle mire europee, di cui Meloni si fa portavoce. Il suo interesse per inserire in questo formato sulla sicurezza sia la difesa sia le migrazioni va compreso nel valore strategico degli accordi che si vogliono stringere con i paesi africani, che non riguardano solo la gestione dei flussi, ma si presentano come partenariati onnicomprensivi.

Dall’energia agli investimenti per la rilocalizzazione di alcune filiere, la posta in gioca delle intese con i paesi di provenienza dei migranti parlano di un quadro più complesso. Quadro che, appunto, Meloni è andata a discutere persino in Lapponia, rilanciandone la centralità che gli deve essere riservata nella proiezione europea in quello che considera il proprio “cortile di casa“.

Non bisogna poi dimenticare che, da una parte, la Russia è presente in Libia, attraverso il sostegno dato ad Haftar. Dall’altra, l’Italia ha forti interessi nell’Artico, settore di crescenti tensioni internazionali: vi è presente sia ENI sia Leonardo, per le trasmissioni satellitari, e gli alpini partecipano alle esercitazioni NATO effettuate nella zona.

Il vertice svoltosi in Lapponia parla dunque di una UE che punta a rafforzarsi come attore della competizione globale, a partire dalla difesa e da una rinnovata presenza in Africa.

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14/12/2024

L’impero colpisce ancora... e sogna di nuovo l’Africa

I militari hanno molti difetti, notoriamente, ma anche qualche virtù. La più evidente è quella di dire apertamente ciò che un “politico” usa nascondere sotto una coltre di chiacchiere che dovrebbero far capire il contrario.

Se un politico parla di “rafforzare il processo di pace” quasi sempre – in ambito occidentale, almeno – il militare traduce in “prepariamoci alla guerra”.

È il caso del capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, che a Repubblica spiega cosa sta cambiando dentro i comandi militari della Nato.

«Oggi bisogna prepararsi all’ipotesi peggiore. È un ritorno al passato, perché quando mi sono arruolato eravamo formati alla prospettiva di un conflitto totale. Oggi però ci vogliono militari diversi: le guerre attuali mettono in discussione lo stereotipo del militare come figura improntata alla rigidità».

L’“ipotesi peggiore” è naturalmente l’ingresso in una guerra vera e propria, di portata inevitabilmente mondiale; cosa ben diversa dalle “missioni” degli ultimi 30 anni, svolte come parte molto minoritaria e subordinata di contingenti principalmente statunitensi, impegnati in conflitti locali “asimmetrici”; ossia contro paesi che non disponevano degli stessi armamenti (soprattutto missili e aerei tecnologicamente avanzati), né di adeguate difese contraeree.

Quanto alla “minore rigidità”, non si tratta certo di un alleggerimento della disciplina gerarchica, quanto di «una capacità di adattamento […] Il cambio degli scenari mondiali impone di essere pronti all’ipotesi peggiore: avere la capacità di fronteggiare situazioni nuove e quindi pensare fuori dagli schemi. Ad esempio in addestramento bisogna imparare a sbagliare: gli errori sono costruttivi».

La “flessibilità” maggiore riguarda tutte le tattiche di combattimento messe alla prova sia a Gaza che nella guerra in Ucraina. Che spingono per la richiesta di «dronizzazione della forza armata. Ne serviranno tanti: vanno distribuiti fino alle unità più piccole e devono entrare nel modo di pensare anche al livello tattico».

Fin qui tutto nella norma, diciamo. Le forme della guerra cambiano, servono i droni di ogni dimensione (quelli grandi per i bombardamenti, quelli piccoli per le “ricognizioni” e i pattugliamenti, o per qualche killeraggio), ovvio che un generale si preoccupi di essere adeguato.

La novità – o la “confessione” – sta in un altro brevissimo accenno che il generale regala a Repubblica: «lo sforzo più significativo che stiamo facendo è pensare a quali saranno le sfide dei prossimi 15-20 anni. Lavoriamo su due binari: reazione e proattività – spiega – Reagire all’Ucraina e prepararsi all’Africa. Penso che sarà un problema grosso. La sfera del nostro interesse nazionale, il cosiddetto Mediterraneo allargato, si spinge fino al Sahel».

Finalmente qualcuno che spiega in parole semplici cosa bisogna intendere per la nuova dimensione dell'“interesse nazionale”, detto anche “Mediterraneo allargato”… E’ l’Africa, le sue ricchezze minerarie strategiche (in primo luogo l’uranio del Sahel, ma anche oro, petrolio, gas, fosfati, ecc.).

Un ingenuo potrebbe obiettare: “ma lì ci sono stati sovrani, si potrebbe tranquillamente commerciare con loro; in fondo hanno bisogno di moltissime cose che noi europei produciamo in quantità anche eccessiva...”.

Certo, “si potrebbe”. Ma noi europei, da quelle parti, abbiamo una pessima fama. Quella di ladri di risorse, stragisti, finanziatori di dittatori... Colonialisti e suprematisti, insomma. Che nonostante la “decolonializzazione” nella seconda metà del ‘900 hanno sempre brigato e sparato per mantenere o recuperare una relazione di tipo coloniale. Tipo quella della Francia, ora buttata fuori da quasi tutti quei paesi.

Ed è quindi proprio questo l’obiettivo che il generale, distrattamente, confessa. Se vogliamo tornare lì dobbiamo tornarci come “esercito europeo”, ben attrezzato. Perché, oltretutto, da quelle parti sono meglio visti russi e cinesi, che offrono aiuti militari o infrastrutture a prezzi di favore, senza neanche pretendere di portarsi via l’uranio a prezzi stracciati.

Il “Mediterraneo allargato” diventa insomma una specie di “grande Israele” o di “spazio vitale” hitleriano, senza confini precisi e legalmente certi. Quello che “conquisteremo” sarà “nostro”, e i confini verranno stabiliti dai carri armati, fin dove non saranno costretti a fermarsi.

Semplice, no?

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05/12/2024

Un “Comitato Strategico” a Palazzo Chigi per gestire le ambizioni internazionali dell’Italia

Si è svolta martedi a Palazzo Chigi, la riunione di insediamento del “Comitato Strategico del nuovo Progetto MedOr” del Governo Meloni, che vede la trasformazione della Fondazione legata alla big dell’industria militari Leonardo, in una “Fondazione per l’Italia”.

La Fondazione MedOr ha rafforzato la propria funzione attraverso il coinvolgimento diretto delle più importanti aziende partecipate dallo Stato italiano (Cdp, Enel, Eni, Fs, Fincantieri, Poste Italiane, Snam, e Terna) al fine di svolgere un ruolo sempre più attivo a sostegno di quello che alcuni indicano come il soft power dell’Italia, mentre tutti i fattori indicano una tabella di marcia verso la definizione in parallelo anche dell’hard power italiano.

Il Comitato strategico si è insediato con una riunione presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e alla quale hanno preso parte i vertici delle Società, il Presidente della Fondazione Marco Minniti, i rappresentanti dei Ministeri.

Sul sito di Palazzo Chigi si legge che questo sarà “Uno spazio in cui poter effettuare, in modo strutturato e sicuro, uno scambio di informazioni, valutazioni ed esperienze tramite alcuni dei principali protagonisti della dimensione geo-economica della Nazione, che costituisce il prerequisito essenziale per elaborare una visione strategica che sia davvero condivisa”.

Il Comitato Strategico intende svolgere un ruolo anche a supporto del Piano Mattei. La stessa Fondazione MedOr era già stata inserita nella Cabina di Regia del Piano proprio per contribuire con le sue analisi al processo decisionale dell’approccio dell’Italia verso il continente africano.

La Fondazione intende agire a tutto campo per “integrare le capacità dell’industria con il mondo accademico e innescare sinergie pubblico-private per promuovere e sostenere – d’intesa con il ministero degli Esteri – la realizzazione di partenariati geo-economici e socio-culturali con gli Stati del Mediterraneo allargato, dell’Africa Sub-sahariana, del Medio ed Estremo Oriente, del Sud America; promuovere iniziative e progetti in settori ad elevata capacità di interconnessione geografica e operativa, con particolare riferimento alla logistica, anche integrata, ai servizi di trasporto, ad ogni altra attività di valorizzazione di reti fisiche, tecnologiche e digitali; essere punto di raccordo e sintesi per lo sviluppo di programmi strutturali nei settori dell’istruzione e della formazione, della sicurezza, dell’energia e delle infrastrutture, della salute e dell’agricoltura; favorire e rilanciare il dialogo costruttivo tra nazioni, culture e sistemi economici con l’obiettivo di permettere all’Italia di esprimere il meglio delle proprie competenze”.

Insomma, era stato già annunciato da eventi recenti (uno con Mantovano, uno con Crosetto) che a Palazzo Chigi stanno avanzando verso un modello completamente improntato alle esigenze della politica estera e del complesso militare-industriale. Questa nuova Fondazione si presenta come quello che sarà uno dei pilastri fondamentali di questo processo.

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08/02/2024

Il veleno dell’Aspide

La missione militare-navale dell’Unione Europea nel Mar Rosso ha un nome sinistro: Aspides. Il serpente velenoso noto per essere stato lo strumento del suicidio di Cleopatra.

Alcuni “dettagli” della missione sono ancora da definire. I comandi militari europei stanno tutti sfoderando i pennacchi per avere il comando o un ruolo di rilievo nella gerarchia dell’operazione.

Il dibattito sul comando della missione Aspides è ancora aperto. “Spero che si possa trovare un accordo il 19 febbraio, nel prossimo Consiglio Affari Esteri e che la missione cominci ad essere operativa a fine mese, perché lì la situazione è critica” ha dichiarato il responsabile della politica estera europea Borrell – “Le navi non passano più per il Canale di Suez, fanno il giro dell’Africa, il che comporta più tempo, più costi e più rischi per tutti”.

Ma per l’Italia l’aver insistito e agito per il varo dell’operazione militare Aspide nel Mar Rosso ha una sua importanza particolare. In qualche modo corona le ambizioni – anche militari – coltivate negli ultimi anni.

In un documento ufficiale della Difesa del 2022 (“Strategia di difesa e sicurezza per il Mediterraneo”) veniva declinato in modo compiuto il concetto di Mediterraneo Allargato che ispira sostanzialmente l’avventura militare-navale dell’Italia nel Mar Rosso.

Il concetto di Mediterraneo allargato per l’Italia è stato attribuito per la prima volta nella storia dalla Marina Militare italiana durante gli anni '90 nell’ambito delle attività di studio dell’allora Istituto di Guerra Marittima (Igm). L’idea che il Mar Mediterraneo non sia uno spazio geopolitico chiuso e limitato al “mare interno” viene ritenuto inscindibile dalla Marina Militare poiché proprio da quegli studi elaborati dall’Igm è emerso come l’area risulti connessa al Mar Nero, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e ai golfi di Aden, Arabico e di Guinea, “originando un continuum geostrategico e geoeconomico che comprende la vasta area tra Gibilterra e Aden e include anche il Medio Oriente, l’Africa Centrale, fino all’Artico, quest’ultimo in considerazione delle sue mutanti condizioni geofisiche”. Insomma siamo in presenza di una visione del Mediterraneo assai più estesa e che proietta gli interessi strategici dell’Italia molto più in là delle relazioni con la sponda sud che avevano caratterizzato la vocazione mediterranea dell’Italia nei decenni della Guerra Fredda.

“La Difesa fa riferimento al concetto di Mediterraneo Allargato nella sua accezione più estesa: uno spazio geopolitico multidimensionale che comprende Paesi, culture e società differenti, ma strettamente interconnessi dal punto di vista economico e delle dinamiche securitarie, caratterizzato da crisi e problematiche locali i cui effetti riverberano sull’intera Regione” è scritto sul documento, il quale tende a chiarire che i confini del Mediterraneo Allargato sono assai più estesi del semplice Mare Nostrum al quale era stato fatto riferimento fino a pochi anni fa. Nelle ambizioni dell’Italia si tratta infatti di “una Regione che include aree immediatamente contigue al Mediterraneo “in senso stretto”, incorporando il Medio Oriente e il Golfo arabico e passando per la fascia del sub-Sahara, che dal Corno d’Africa, attraverso il Sahel, si estende al Golfo di Guinea: quadranti strategici che non incidentalmente sono il luogo prioritario della proiezione internazionale (missioni e operazioni) delle Forze Armate e l’oggetto principale dei nostri piani di cooperazione”.

In un passaggio successivo il documento della Difesa chiarisce, in ordine gerarchico di priorità, che “In questo quadro, così complesso e articolato, l’azione della Difesa italiana si prefigge di: tutelare gli interessi strategici e la sicurezza nazionale; proiettare stabilità negli scenari le cui dinamiche abbiano ricadute sull’Europa; contribuire alla politica di sicurezza delle Organizzazioni Internazionali di riferimento (NATO, UE e ONU); contribuire al rafforzamento delle istituzioni dei Paesi ove operiamo, garantendo lo sviluppo di capacità che consentano stabilità strutturale e sviluppo sostenibile, attraverso specifici piani di cooperazione. In questo senso il presente documento aggiorna e adegua la Strategia della Difesa per il Mediterraneo e si pone al tempo stesso l’obiettivo di rilanciare una dimensione militare più ampia, quale elemento fondamentale di resilienza e di rafforzamento del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale”.

Nei primi tre obiettivi del documento della Difesa sono perfettamente leggibili le regole di ingaggio e gli obiettivi della missione militare-navale italiana nel quadro della operazione “Aspides” nel Mar Rosso.

Queste ambizioni non sono affatto una prerogativa del governo di destra della Meloni, il documento infatti porta la firma del ministro della Difesa di Lorenzo Guerrini (PD) durante il governo Draghi.

Ma la proiezione simultanea di un piano di penetrazione economica (Piano Mattei) e di una missione militare tesa a “mostrare i muscoli” come quella nel Mar Rosso, indicano un tentativo – della cui riuscita è ancora lecito dubitare – del capitalismo italiano sia di disegnarsi una propria area di influenza nel Sud del mondo sia di candidarsi ad un seggio nelle cabine di regia coordinate nel quadro dell’imperialismo statunitense ed europeo. Che questo possa avvenire “pacificamente” è da escludere. Ciò significa che assetti politici e assetti militari dell’apparato statale italiano ragionano e agiscono in modo completamente diverso dall’Italia delle missioni peacekeeping del passato. Se necessario si va in guerra e si bombarda – e se ne subiscono le conseguenze ovviamente – come tutti gli altri. L’intervista di uno dei leader del movimento Ansarallah delle Yemen a Repubblica lo ha chiarito molto esplicitamente.

Speriamo di risparmiarci in futuro i piagnistei sui “martiri di Nassirya”. Se vai armato e non invitato a sparare e bombardare in un altro paese è difficile aspettarsi tappeti di fiori.

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