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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2025

Piano Mattei e Global Gateway, due facce dello stesso imperialismo

Si è svolto ieri, a Villa Pamphilj, il vertice internazionale “The Mattei Plan for Africa and the Global Gateway: A common effort with the African Continent”. A presiedere l’incontro due delle ‘signore della guerra’ dell’Unione Europea, Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen. Giusto per ricordarci che c’è un filo indissolubile che lega le politiche di Bruxelles e quelle di Roma.

Ovviamente, all’evento erano presenti anche diversi esponenti africani, tra cui il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssou. Ma ci sono anche il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, la direttrice esecutiva del FMI Kristalina Georgievala, la vicepresidente della BEI Gelsomina Vigliotti, e persino il presidente di Microsoft Brad Smith.

Commissione e governo italiano, al di là di qualche scaramuccia passata, condividono la proiezione imperialistica della UE verso quello che vorrebbe affermare come proprio ‘cortile di casa’, ovvero l’Africa, allungando poi gli artigli verso il Mediterraneo allargato. “L’Africa – ha detto Meloni – è un continente nel quale si gioca il nostro futuro, rafforzare l’Africa significa anche rafforzare l’Europa”.

La presidente del Consiglio italiano ha ribadito che “fin dall’inizio del lancio [del Piano Mattei] siamo stati consapevoli che per raggiungere gli obiettivi ambiziosi che ci eravamo prefissati fosse necessario lavorare in sinergia con i partner internazionali a partire dalla Commissione europea”. Ma la sinergia tra l’iniziativa italiana e il Global Gateway europeo l’ha resa più chiara von der Leyen.

“Il Piano Mattei è un esempio perfetto di come diamo forma insieme al Global Gateway. Il Global Gateway è un programma di investimenti dell’Unione europea di 300 miliardi di euro, 150 miliardi dei quali destinati all’Africa”. L’utilizzo di questi fondi è però tarato da una forte impronta neocoloniale, come denunciato in un rapporto di qualche mese fa da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad.

Il Piano Mattei e il Global Gateway sono insomma due facce dello stesso imperialismo, quello europeo, che cerca al proprio Sud lo spazio per garantire l’espansione del mercato delle multinazionali su base continentale, a discapito anche di obiettivi dichiarati, quali la riduzione della povertà ad esempio, stando sempre alle analisi delle organizzazioni non governative menzionate sopra.

A parole sue lo ha detto anche von der Leyen: l’Africa “è un continente ricco di risorse ma ciò che manca sono le infrastrutture. Quindi investiamo in infrastrutture di energia pulita e in moderni corridoi economici. Oggi discutiamo di come colleghiamo i nostri mercati digitali, ma anche di come, ad esempio, sbloccare la filiera alimentare e, soprattutto, di come formare le persone e sviluppare le competenze delle persone nella regione”.

Dietro il velo di sostegno allo sviluppo, in realtà traspaiono in maniera chiara le mire sulle risorse naturali del continente, sulle opportunità di migliorare l’autonomia energetica europea nella competizione globale, anche sfruttando le opportunità offerte da una maggiore autonomia alimentare.

In un’intervista rilasciata il 6 giugno, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva affermato che attraverso i progetti del Piano Mattei si può migliorare “il percorso di fornitura del gas o di vegetali ai fini della produzione di biocarburanti”, anch’essi dunque usati nella prospettiva dell’autonomia energetica.

L’impegno maggiore è indirizzato verso il miglioramento infrastrutturale dell’Africa. Tra i principali progetti citati c’è stato il ‘Corridoio di Lobito’, un’arteria ferroviaria da 830 km che dalla costa atlantica dell’Angola dovrà arrivare fino al porto di Dar es Salaam, in Tanzania. Tale strada ferrata dovrebbe diventare un asse logistico regionale per il trasporto non solo di minerali strategici, ma anche di prodotti agricoli e input energetici.

Dello spazio è stato dedicato anche al potenziamento dell’interconnessione digitale ‘Blue-Raman’, la quale prevede il collegamento tra India ed Europa, passando per il Medio Oriente. Insomma, il percorso della ‘Via del Cotone’, concorrente infrastrutturale pensata tra Roma e Nuova Delhi alla ‘Via della Seta’ cinese. Blue-Raman servirà a sostenere lo sviluppo delle filiere agroalimentari e delle catene di approvvigionamento.

Infine, non va dimenticato che tra i possibili investimenti combinati tra Piano Mattei e Global Gateway potrebbe esserci il SouthH2Corridor, per il trasporto di idrogeno verde dal Nord Africa alla Germania, con l’Italia che ne diventerebbe un hub fondamentale. Sul giornale ce ne siamo già occupati nell’orizzonte degli accordi che il governo Meloni ha cercato lungo il Mediterraneo allargato.

Ovviamente, il vertice non è stato solo una bella vetrina per la propaganda imperiale europeista, ma è stata anche l’occasione di chiudere alcuni accordi con paesi africani. Inoltre, a Roma è stata inaugurata la ‘AI Hub for Sustainable Development’, piattaforma strategica del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, lanciata dentro al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).

Il progetto prevede di rendere l’Italia un punto di riferimento dell’innovazione digitale in Africa, sostenendo entro pochi anni fino a 500 mila startup africane e la sottoscrizione di una cinquantina di partenariati internazionali. Per ora, hanno mostrato interesse a partecipare, tra i tanti, Microsoft, Cineca, Confindustria Anitec-Assinform.

Infine, durante il vertice sono stati discussi alcuni strumenti finanziari per facilitare l’afflusso di capitali verso l’Africa. “Il successo più grande – ha detto von der Leyen – è riuscire a portare il capitale privato europeo in Africa”. Letteralmente, la descrizione di un processo imperialistico, formulato nell’atteggiamento da ‘missione civilizzatrice’ di Bruxelles.

Alcune ultime parole vanno dedicate a uno degli aspetti più interessanti dell’incontro, ovvero la proposta di Giorgia Meloni di convertire i circa 235 milioni di euro di cui sono in debito gli stati africani in progetti del Piano Mattei, nella misura del 100% per le nazioni meno sviluppate (secondo i criteri della Banca Mondiale) e del 50% per quelle a reddito medio-basso.

L’obiettivo vuole essere raggiunto nel 2035, il che significano dieci anni in cui una fetta del debito pubblico estero africano verrà legato in maniera indissolubile ai progetti imperialistici europei. Una sorta di ‘trappola del debito’, di cui viene spesso accusata ingiustamente la Cina, ma che a quanto pare è considerata ‘progresso’, se fatta da bianchi occidentali.

Fonte

30/01/2025

Il Mediterraneo allargato dell’energia nei piani di Italia e UE

Negli ultimi giorni il governo italiano è stato molto attivo sul lato diplomatico e degli accordi economici nell’orizzonte di un più stretto collegamento con il Mediterraneo allargato, da Gibilterra al Golfo Persico. Un’area considerata strategica per la capacità della UE di competere a livello internazionale.

A Villa Madama, alla presenza del ministro degli Esteri Tajani e di quello dell’Ambiente, è stata firmata un’intesa con Austria, Germania, Tunisia e Algeria per il SoutH2 Corridor. Si tratta delle condutture che dovrebbero portare fino a 4 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Europa, aiutando a raggiungere il target di 10 milioni entro il 2030.

Questa infrastruttura è parte della strategia comunitaria sulla diversificazione delle fonti di energia, e nel dicembre 2024 è stata inserita tra i progetti bandiera per l’anno in corso degli investimenti del Global Gateway. Ricordiamo come tale programma sia stato analizzato da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad, che ne hanno rimarcato il carattere neo-coloniale e predatorio.

Sono le grandi aziende, e in generale il sistema imprenditoriale dei paesi europei a trovare vantaggio nel Global Gateway, mentre sugli altri attori coinvolti si riversano i costi sociali e ambientali di queste attività. E non a caso, a margine dell’incontro a Villa Madama, si è svolto pure un forum imprenditoriale.

Sono di certo i “prenditori” italiani a trovare il maggiore interesse nel corridoio dell’idrogeno, dato che dei 3.300 chilometri di conduttore, riadattate o costruite ex novo, 2.300 saranno nel Bel Paese. Un altro tassello di quel Piano Mattei che vuole dare all’Italia il ruolo di hub energetico della UE.

Salvatore Bernabei, direttore di Enel Green Power e Thermal Generation, ha parlato del progetto pilota che col governo tunisino punta alla produzione di idrogeno verde nel paese africano. Un’iniziativa in linea con lo “spirito di partenariato su cui si fonda il Piano Mattei”.

“L’obiettivo – ha aggiunto – è quello di integrare sempre più il Nord Africa con l’Europa, facendo dell’Italia uno snodo fondamentale per la sicurezza energetica del continente”. Tajani ha parlato di un impegno di investimento futuro che potrebbe arrivare a 400 milioni di euro, il doppio rispetto allo scorso triennio.

A questi si aggiunge l’elettrodotto Elmed, che passerà sul fondale del Canale di Sicilia e unirà Capo Bon con la stazione elettrica di Partanna, in Sicilia. Il costo complessivo è preventivato sugli 850 milioni di euro, di cui 300 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility, il fondo comunitario per il potenziamento delle infrastrutture energetiche.

Con questi progetti, infatti, la classe dirigente europea spera di far fronte al problema che ha mandato in crisi l’industria europea negli ultimi anni: i costi dell’energia. È stato sempre Tajani a parlare di una “diplomazia della crescita” che “non può prescindere dal tema fondamentale dell’energia” per rendere le filiere competitive con gli altri grandi attori globali.

Sulla stessa scia si pongono anche gli accordi chiusi da Meloni in Arabia Saudita, alla fine della scorsa settimana. La presidente del consiglio ha firmato la dichiarazione congiunta sulla partnership strategica da instaurare con la dinastia araba, che si svilupperà largamente su vari settori, dal comparto bellico ai trasporti, dalla cultura fino a quello dell’energia, appunto.

Dei 10 miliardi di dollari di operazioni concluse a Riad, ben 6,6 miliardi sono legati a cinque accordi siglati da SACE. Tra di essi, uno è con Acwa Power, colosso saudita che si occupa di idrogeno verde e desalinizzazione, processo centrale nella produzione del primo, il quale richiede importanti quantità di acqua per l’elettrolisi.

Sempre Acwa Power ha firmato anche un memorandum con Snam, finalizzato a stabilire investimenti congiunti per la fornitura di idrogeno verde all’Europa, e anche per valutare la possibilità di creare un terminale di importazione dell’ammoniaca nella penisola, usata anch’essa nel trasporto dell’idrogeno e in questo caso collegata direttamente al SoutH2 Corridor.

Anche le intese perfezionate da Cassa depositi e prestiti e da Ansaldo riguardano progetti energetici e infrastrutturali da realizzarsi per lo più in Africa, inserite dai vertici italiani sempre dentro la cornice del Piano Mattei. Ma con Ansaldo è evidente che il focus, a Riad, si è spostato anche sul settore militare.

Fincantieri ha aperto una collaborazione con Aramco nella cantieristica civile in Arabia Saudita, mentre con Ozone for Military Industries Company cercherà di ritagliarsi uno spazio nei servizi logistici per navi militari. Elettronica S.p.A. ha firmato due intese che riguardano la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza.

Ovviamente, non poteva mancare Leonardo, che rinnova il memorandum già firmato a inizio 2024 ed apre la strada alla “espansione della collaborazione industriale nel campo dei sistemi di combattimento aereo e in ambito elicotteristico”, si legge in una nota dell’azienda.

Il riferimento al caccia di sesta generazione che il campione italiano delle armi sta sviluppando, insieme alla britannica BAE Systems e alla nipponica Mitsubishi, lo ha esplicitato la stessa Meloni: “siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap” (il nome del progetto, ndr), il che li integrerebbe ulteriormente nella filiera di guerra euroatlantica.

A metà gennaio Palazzo Chigi aveva già chiuso un patto tripartito con Emirati Arabi Uniti e Albania. Con esso sono stati definiti i termini di una collaborazione per lo sviluppo delle rinnovabili nel paese balcanico, “con particolare attenzione – si legge in una nota – al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie”.

Collegata a questi progetti è anche la costruzione di un cavo sottomarino per il trasporto di energia sostenibile da Valona alle coste pugliesi. Un altro evidente esempio del “colonialismo verde” su cui ormai si vanno raccogliendo vari contributi (di cui Dismantling Green Colonialism è di certo uno dei più completi).

Un quadro di questa proiezione, di cui l’esecutore è Roma ma il mandante è Bruxelles, è stato presentato al Parlamento Europeo proprio il 28 gennaio, col sesto rapporto “Med & Italian Energy Report 2024”. Il documento è stato redatto dal Centro Studi SRM, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e dal Politecnico di Torino.

Il focus del testo è sul Mediterraneo come crocevia decisivo per il futuro energetico europeo, e sull’Italia come ponte naturale su questo specchio d’acqua. La UE è l’attore globale con la maggiore dipendenza da fonti esterne (il 58% del fabbisogno energetico è soddisfatto da importazioni).

Ma il nodo sottolineato è anche quello del commercio dei beni energetici, la cui geografia evolve con le tensioni geopolitiche e con il ridimensionamento della transizione verde. In particolare, il ruolo dei porti e dei colli di bottiglia (Hormuz, Malacca, Suez) di questo specifico mercato è attenzionato per le opportunità future che può offrire all’Italia.

Riportiamo un ampio passaggio della sintesi per la stampa del rapporto, preparata da Intesa Sanpaolo, partendo dai dati sui colli di bottiglia, perché mette in fila una serie di numeri e di questioni centrali per comprendere gli interessi strategici in gioco:
“Nei primi 11 mesi del 2024 sono passati attraverso Hormuz il 34% del commercio di greggio, il 14,3% dei prodotti raffinati, il 25,6% del gas ed il 18% dell’GNL. Per lo Stretto di Malacca invece è transitato circa il 33,5% del commercio di greggio insieme al 13% circa dei prodotti raffinati, al 15,1% degli idrocarburi gassosi ed al 17% dell’GNL”.

“Altro nodo cruciale nelle catene dell’approvvigionamento è il Canale di Suez. La sua posizione lo rende uno snodo regionale fondamentale per il trasporto di petrolio e altri idrocarburi; sono transitati per Suez il 5% del commercio totale di petrolio (greggio + raffinati), il 2,2% degli idrocarburi gassosi e l’1,2% dell’GNL. Valori che in prospettiva, quando avverrà la normalizzazione in Medio Oriente, potrebbero tornare ad essere ben superiori”.

“[…] I porti del Mediterraneo hanno nel tempo assunto il ruolo di nodi cruciali nella catena di approvvigionamento energetico, consentendo l’importazione e l’esportazione di petrolio, prodotti petroliferi raffinati e GNL. I porti si stanno configurando come veri e propri hub energetici e digitali oltre che logistici”.

“Accanto al ruolo di hub per le commodity fossili, i porti stanno diventano anche luoghi strategici per la transizione green e per favorire il “ponte energetico” tra Europa e Nord Africa. […] Le stime autorevoli dell’ESPO (European Sea Port Organization) hanno mostrato come la sostenibilità sarà il driver strategico degli investimenti dei porti europei nei prossimi 10 anni”.

“[...] Per i porti italiani il segmento energy vale il 35% del totale movimentato”
e il 69% del traffico si concentra in 5 porti: Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova. Il futuro è però considerato quello dei modelli green port, che uniscono innovazione e sostenibilità nell’orizzonte della transizione energetica.

Sempre nel rapporto si legge che entro il 2026 si prevede che una nave su dieci sarà alimentata da carburanti alternativi come GNL, metanolo, ammoniaca e idrogeno. Per il GNL, i terminali di Porto Levante, Ravenna e Piombino, e in generale quest’ultimo insieme a quelli di Trieste e Augusta, che stanno integrando recenti tecnologie, potrebbero diventare dei punti di riferimento almeno continentali.

Insomma, l’inizio del 2025 ha visto svilupparsi quella catena di legami, investimenti e ‘sicurezza’ che unisce Bruxelles al Mediterraneo allargato, passando attraverso il Piano Mattei e accordi simili. Un’equazione in cui l’esternalizzazione dei confini per la gestione dei flussi di manodopera va di pari passo con intese militari e politiche energetiche predatorie.

Questa proiezione euro-mediterranea andrebbe combattuta, incrinata e ribaltata, in forme di lotta e solidarietà internazionalista che vanno fatte crescere su entrambe le sponde del mare.

Fonte

19/10/2024

Global Gateway, la direttrice imperialistica e coloniale di Bruxelles

Nel 2021, dopo la fase emergenziale del Covid-19 e con la tensione internazionale già vicina a un punto di rottura, la presidente della Commissione Europea von der Leyen lanciò un nuovo programma economico dal nome Global Gateway. Lo scopo dichiarato era quello di investire 300 miliardi di euro in progetti nel Sud del mondo, per favorirne lo sviluppo.

In un clima di piena competizione globale, questo impegno veniva presentato come una risposta alla Nuova Via della Seta cinese, considerata come uno strumento di proiezione delle mire del Dragone. La narrazione che sentiamo da tempo è che i progetti finanziati da Pechino creino una trappola del debito e stiano strozzando i paesi poveri.

La realtà sottolineata da studiosi e organizzazioni internazionali è tutt’altra (nonostante si tratti pur sempre di affari, dove nulla viene fatto se non secondo una logica di guadagno; bisogna vedere se unilaterale o reciproco). Mentre dopo tre anni dal lancio del Global Gateway si possono fare le prime valutazioni, visto che era stato pensato e sviluppato senza ascoltare i paesi interessati.

Un rapporto da poco redatto da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad ha analizzato 40 progetti, di cui molti considerati ‘flagship’, ovvero strategici e dunque finanziariamente e scientificamente più rilevanti degli altri. Il verdetto è così riassunto: il Global Gateway dà priorità “alle opportunità per le imprese europee nel Sud Globale rispetto allo sviluppo di obiettivi come la riduzione della povertà”.

Il Global Gateway era stato presentato come “il terzo vettore della politica economica estera” della UE, in cui “38 milioni di posti di lavoro dipendono dal commercio internazionale”. Gli investimenti dovevano aiutare nella lotta alle disuguaglianze, nella protezione dei diritti umani, nello “sviluppo sostenibile”.

Una retorica, questa, che spesso accompagna le politiche neocoloniali occidentali, e anche stavolta il copione è lo stesso. Le azioni concrete della UE “rischiano di contraddire l’impegno a sostenere alti standard di diritti umani, sociali e dei lavoratori, la trasparenza, a creare relazioni eque invece che dipendenze, e a offrire un’agenda di investimento democratica”.

Le tre organizzazioni che hanno redatto il rapporto si chiedono nel titolo “Chi guadagna dal Global Gateway?”, di cui i 225 progetti ‘flagship’ ad oggi si suddividono così: 49% nel settore del clima e dell’energia, 22% nei trasporti, 13% nel digitale, e solo il 9% nella sanità e il 7% nell’istruzione. La risposta è, ovviamente, il grande capitale su base continentale.

Dei 40 progetti esaminati, in 25 di questi sono coinvolte importanti imprese europee. Si potrebbe ribattere che siamo ancora in un’economia di mercato, e che tutto ciò è fisiologico, se solo non fosse che 7 di queste multinazionali (Moller Maersk, Enel, Meridiam, Orange, Nokia, Total Energies, Siemens) siedono anche nel “Global Gateway Business Advisory Group”.

Si tratta di un gruppo di esperti che è stato istituito dalla Commissione Europea per consigliare le istituzioni sugli investimenti, e al suo interno vi sono i rappresentanti di 59 grandi aziende. In pratica, gli interventi finanziati dalla UE sono orientati da quegli stessi grandi agglomerati capitalistici, che poi partecipano ai bandi e si accaparrano i fondi.

Difficile trovare un esempio più lampante di un conflitto di interessi su scala gigantesca, e anche di come il “libero mercato” sia una favola che non corrisponde alla realtà. Inoltre, mostra la assoluta coincidenza tra gli orizzonti strategici della UE e gli interessi a medio termine delle multinazionali del Vecchio continente.

Sono due processi sempre più veloci – centralizzazione dei capitali e verticalizzazione delle decisioni politiche – che vanno a braccetto nelle stanze di Bruxelles. A risentirne è anche la presunta “democraticità” delle sue istituzioni: a governare sono i lobbysti, mentre i politici sono sempre più chiaramente gli esecutori delle loro volontà.

La Global Gateway Civil Society and Local Authorities Advisory Platform è una rete di 57 membri che dovrebbe aiutare a indirizzare i progetti verso gli obiettivi prefissati. 49 di questi membri sono organizzazioni della società civile, ma poiché una disposizione europea del 2012 considera anche le “associazioni legate al mondo imprenditoriale” come “società civile”, il risultato è paradossale.

Tra gli esempi evidenziati nel rapporto, vi è la Internet Society, che “promuove lo sviluppo di Internet come infrastruttura tecnica globale”. Tra i suoi partner vi sono Amazon, Google e persino Nokia, che è anche nel Global Gateway Business Advisory Group di cui si è già parlato e che “aiuta” la Commissione a prendere decisioni di investimento.

Viene dunque sottolineato il “deficit democratico del Global Gateway in assenza di ruoli vincolanti per i parlamenti del Sud Globale e dell’Europa”. Nero su bianco, si legge che i consessi eletti democraticamente non hanno voce in capitolo, e tutto è deciso tra i rappresentanti dei grandi gruppi capitalistici e i commissari europei.

Lo studio di Oxfam, Counter Balance ed Eurodad si conclude affermando che questo grande progetto europeo non è stato implementato in maniera trasparente, e rischia di avere addirittura un impatto negativo sia sull’ambiente sia sui diritti umani. Ma è il primo punto delle conclusioni che vale la pena di tradurre e riportare nella sua interezza.

“Il Global Gateway promuove gli interessi commerciali e geopolitici dell’UE, incoraggia la privatizzazione di infrastrutture e servizi pubblici nel Sud globale e rischia di aumentare l’onere del debito dei paesi partner. È lecito chiedersi se la priorità del Global Gateway sia quella di favorire gli investimenti dell’UE a livello globale o di combattere la povertà e la disuguaglianza nel mondo”.

La risposta sembra autoevidente, a leggere il rapporto e le scelte di Bruxelles.

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01/02/2023

Draghi potrebbe guidare la “Via della Seta” europea per competere con quella cinese

Un Draghi contro il “Dragone”? Quando era ancora presidente del Consiglio dei Ministri e si avvicinavano le elezioni del Presidente della Repubblica, durante la conferenza di fine 2021 un giornalista chiese a Mario Draghi se fosse in corsa per quella posizione, o se aspirasse a qualche incarico. L’ex governatore della BCE rispose che era un “nonno al servizio delle istituzioni”, e ha ribadito anche alla fine dello scorso anno di non essere interessato ad alcun incarico nazionale o internazionale.

Del resto, la Commissione Europea si rinnoverà solo nel 2024, e in questa situazione di escalation militare sfuma anche un’altra possibilità. Sembra improbabile, infatti, che Stoltenberg, il cui mandato scadeva nel 2022, venga sostituito al vertice della NATO.

Ma quando si sente parlare con insistenza che non si è disponibili per ricoprire alcun ruolo, e quando lo si ripete anche dopo aver lasciato il governo da qualche mese, spesso significa che in realtà qualche ipotesi c’è.

In questi giorni stanno effettivamente uscendo indiscrezioni che vorrebbero Draghi alla guida del Global Gateway, il programma di investimenti presentato da Ursula Von Der Leyen nel settembre 2021 per sfidare la Belt and Road Initiative cinese. Si tratta di 300 miliardi di euro da spendere per progetti infrastrutturali che rafforzino i collegamenti della UE con Asia, Sud America e, soprattutto, Africa, da svilupparsi prioritariamente nei settori del digitale, dei trasporti, dell’energia, della salute, dell’istruzione e della ricerca.

L’obiettivo dichiarato è quello di spingere la competitività e garantire maggiore sicurezza nelle catene di approvvigionamento globali, ma anche quello di contendere alla Cina il primato nelle relazioni con quello che può essere definito il Sud del mondo.

Il quotidiano tedesco di economia e finanza Handelsblatt ha rivelato che diversi paesi europei vedrebbero in Draghi la figura ideale per guidare il piano, e anche Noah Barkin, managing director del gruppo ricerche e consulenza del Rhodium Group, fornitore statunitense indipendente di ricerche in campo economico e sulle tendenze globali, ha parlato di questa possibilità nella sua newsletter di inizio gennaio.

Insomma, il nome del “nonno delle istituzioni” sembra venire da più fonti, e la sua guida sarebbe indirizzata pienamente nel solco delle esigenze del blocco euroatlantico. La sua visione economica, per cui le aziende zombie devono morire e lasciare posto a grandi agglomerati capitalistici capaci di competere con la Cina, era stata già esposta all’inizio del suo mandato a Palazzo Chigi. E gli investimenti che la UE vuole portare avanti per ridurre l’influenza cinese nel mondo, e rafforzare invece le capacità europee nella rottura del mercato globale, sembrano preludere più a politiche coloniali e predatorie che a uno sviluppo complementare.

Rimane il fatto però che si parla di indiscrezioni, e che quando si tratta di questi alti livelli della governance con impatto globale, gli equilibri sono sempre delicati. Bisognerà attendere dunque, ma è chiaro che il nome di Draghi mostra con chiarezza ciò che sottende al Global Gateway e cosa ci aspetta nell’inasprimento delle relazioni internazionali, con il grande nemico individuato in Pechino e nella sua proiezione strategica.

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