Domenica scorsa il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è recato in Libia per siglare un accordo con le autorità della Misurata Free Zone (MFZ), zona franca della città non molto lontana da Tripoli. Si tratta di un’operazione commerciale enorme, con importanti risvolti sulla geopolitica del Mediterraneo.
L’intesa vede come protagonisti il colosso italo-svizzero MSC (attraverso TIL, Terminal Investment Limited), il fondo qatariota Al Maha Capital Partners e l’autorità portuale libica. In campo c’è un investimento da 2,7 miliardi di dollari in tre anni per trasformare il porto di Misurata in un hub logistico di ultima generazione.
Il progetto mira a un salto della scala delle operazioni. Dalla capacità attuale di circa 650 mila TEU (un TEU è la capacità di un container di circa 6 metri), il terminal punta a raggiungerne 1,5 milioni nella prima fase, per poi salire fino a 4 milioni di TEU l’anno. Le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: si stimano 70 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti.
La Misurata Free Zone manterrà la supervisione e la proprietà degli asset, mentre i partner internazionali porteranno know-how e capitali. In prospettiva, l’obiettivo è rendere il porto della città un “porto in acque profonde”, che permetterebbe l’attracco di navi di maggiori dimensioni e il supporto a catene logistiche più complesse, cambiandone il peso strategico.
“Siamo felici e orgogliosi di sostenere lo sviluppo di questo territorio – ha detto Diego Aponte, presidente di MSC – contribuendo a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano”.
È lo stesso grande imprenditore a citare la commistione, in questo progetto, di interessi economici e mire geopolitiche, di espansione dell’area di influenza europea, con l’Italia in posizione privilegiata. E appunto, alla cerimonia di firma c’era anche Tajani, che ha detto: “l’Italia non guarda alla Libia solo con la lente della sicurezza e della migrazione, ma come partner economico e industriale”.
In sostanza, Tajani ha ribadito come la Libia non sia solo la frontiera esternalizzata della UE, dove Bruxelles e Roma pagano i trafficanti di esseri umani per trattenere in veri e propri campi di concentramento i migranti, e centellinarne le partenze in base alle esigenze di sfruttamento del mercato del lavoro europeo. Tutto il Nord-Africa può “aspirare” a consolidare la propria posizione di periferia dell’imperialismo europeo, per garantirgli le forze necessarie a tentare di stare al passo con la competizione globale.
Infatti, mentre la UE esporta il “modello Tripoli” sui migranti anche a Bengasi, sancendo lo smembramento di fatto del paese in potentati locali, ci sono anche altre compagnie strategiche come ENI che hanno promesso investimenti per il progetto di Misurata. È evidente che la contropartita è il rafforzamento della presa dell’azienda di idrocarburi sulle risorse libiche, fondamentali per l’autonomia energetica: sono state avviate, qualche giorno fa, nuove perforazioni esplorative nel Golfo della Sirte.
Inoltre, c’è una proiezione ulteriore che Roma cerca con questo porto. Esso potrebbe diventare non solo l’hub per filiere che si allungano nel continente africano, ma rafforza i propri legami nello scenario del Mediterraneo allargato. Ricordiamo che nell’accordo c’è il Qatar, mostrando la valenza strategica che quest’area ormai assume per gli interessi economici e di sicurezza dell’Italia dentro la cornice degli sforzi europei di conquistarsi un posto tra le grandi potenze.
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24/01/2026
27/04/2019
Libia. Haftar attacca chiede il ritiro dei soldati italiani da Misurata
“Occorre che l’Italia ritiri al più presto il suo ospedale militare da Misurata. Abbiamo le prove che quella struttura ormai non ha più nulla di umanitario, ma costituisce un valido aiuto per le milizie di Misurata che combattono contro il nostro esercito”. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, non ha usato certo mezze parole il portavoce del maresciallo Khalifa Haftar, generale Ahmed Mismari.
Soprattutto quando attacca su quella che è stata una vera e propria operazione militare “coperta” da parte dell’Italia in Libia, ossia l’invio di un contingente militare italiano con il pretesto di “proteggere” l’ospedale di Misurata. Un ospedale che poteva ricoverare 40 pazienti ma che veniva presidiato da ben 300 militari italiani nel quadro della “Missione Ippocrate”. E tutti, da allora fino ad oggi, hanno fatto finta di crederci.
“L’ospedale era stato inviato per assistere i feriti negli scontri contro Isis a Sirte nel 2016. Ma quei combattimenti sono terminati da un pezzo, perché restano 400 soldati italiani? Da quella base partono gli aerei che bombardano le nostre truppe e causano vittime anche tra i civili. Crediamo che gli italiani abbiano un ruolo nel addestrare le milizie. Non va bene, devono andarsene”, ha sentenziato il portavoce di Haftar dal suo ufficio di Bengasi.
Non è la prima volta che Haftar e comandanti a lui vicino attaccano il ruolo dell’Italia in Libia. Nell’agosto del 2018 aveva esplicitamente chiesto l’allontanamento dell’ambasciatore italiano Perrone per le sue dichiarazioni in una intervista che non era piaciuta all’uomo forte di Tobruk.
Ma la posizione italiana è andata sempre più indebolendosi, soprattutto dopo l’esplicito sostegno ad Haftar anche da parte degli Usa (oltre che della Francia). Da Pechino, dove è in visita, il premier Conte si rifugia dietro una classica posizione cerchiobottista: “L’Italia non è né a favore di Sarraj né a favore di Haftar, ma a favore del popolo libico, che sta soffrendo da troppo tempo e che ha il diritto di vivere in pace”. “Il mio governo – ha aggiunto – mira alla stabilizzazione del Paese. Ho detto più volte che la situazione militare non è affidabile. Invito tutti i leader europei, mediorientali e gli Stati Uniti, a considerare che serve il cessate il fuoco immediato perché se continua il conflitto diventa poi difficile la soluzione politica”.
Ma alla luce degli sviluppi militari sul campo e della dislocazione internazionale delle forze, quello di Conte sembra al massimo un auspicio più che un progetto di soluzione politica per la Libia.
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Soprattutto quando attacca su quella che è stata una vera e propria operazione militare “coperta” da parte dell’Italia in Libia, ossia l’invio di un contingente militare italiano con il pretesto di “proteggere” l’ospedale di Misurata. Un ospedale che poteva ricoverare 40 pazienti ma che veniva presidiato da ben 300 militari italiani nel quadro della “Missione Ippocrate”. E tutti, da allora fino ad oggi, hanno fatto finta di crederci.
“L’ospedale era stato inviato per assistere i feriti negli scontri contro Isis a Sirte nel 2016. Ma quei combattimenti sono terminati da un pezzo, perché restano 400 soldati italiani? Da quella base partono gli aerei che bombardano le nostre truppe e causano vittime anche tra i civili. Crediamo che gli italiani abbiano un ruolo nel addestrare le milizie. Non va bene, devono andarsene”, ha sentenziato il portavoce di Haftar dal suo ufficio di Bengasi.
Non è la prima volta che Haftar e comandanti a lui vicino attaccano il ruolo dell’Italia in Libia. Nell’agosto del 2018 aveva esplicitamente chiesto l’allontanamento dell’ambasciatore italiano Perrone per le sue dichiarazioni in una intervista che non era piaciuta all’uomo forte di Tobruk.
Ma la posizione italiana è andata sempre più indebolendosi, soprattutto dopo l’esplicito sostegno ad Haftar anche da parte degli Usa (oltre che della Francia). Da Pechino, dove è in visita, il premier Conte si rifugia dietro una classica posizione cerchiobottista: “L’Italia non è né a favore di Sarraj né a favore di Haftar, ma a favore del popolo libico, che sta soffrendo da troppo tempo e che ha il diritto di vivere in pace”. “Il mio governo – ha aggiunto – mira alla stabilizzazione del Paese. Ho detto più volte che la situazione militare non è affidabile. Invito tutti i leader europei, mediorientali e gli Stati Uniti, a considerare che serve il cessate il fuoco immediato perché se continua il conflitto diventa poi difficile la soluzione politica”.
Ma alla luce degli sviluppi militari sul campo e della dislocazione internazionale delle forze, quello di Conte sembra al massimo un auspicio più che un progetto di soluzione politica per la Libia.
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