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12/08/2026

Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta

Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.

«Guerra a bassa intensità»

Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.

Diplomazia o perdita di tempo?

Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.

Fallite le “zone-pilota”

Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.

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