Modello economico “di mercato”, architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale, creazione di istituzioni finanziarie private, investimenti diretti esteri, possibilità di una gestione privata nel campo del turismo e del patrimonio culturale, produzione privata di farmaci anche solo ipotizzata. Dove sta andando L’Avana, stremata anche dalla stretta statunitense?
In un contesto segnato da una crisi sociale profonda e trasversale, Cuba ha approvato un pacchetto di 176 “misure trasformative” di forte impatto economico e sociale: è un momento che non è esagerato definire “rivoluzionario” in quanto prefigura l’abbandono definitivo del modello “sovietico” di organizzazione dell’economia e dell’architettura di governo ed il passaggio a un modello economico “di mercato” e a una architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale. Il tutto collocato all’interno di un sistema politico che invece non cambia e resta dunque a guida unica del Partito comunista cubano.
Tra queste 176 misure, 120 rientrano in una prima fase di attuazione immediata, costruita attorno a tre assi principali: decentralizzazione, attrazione degli investimenti esteri e parziale liberalizzazione di settori che, fino a oggi, sono stati gestiti esclusivamente o prevalentemente dallo Stato.
Le misure annunciate toccano quasi ogni ambito della vita quotidiana, dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione. Sul piano pratico l’elemento che appare più chiaro e trasversale è la maggiore autonomia e l’allargamento degli ambiti di azione per le imprese statali, per il settore privato e per le entità miste con capitale straniero. Un processo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe andare di pari passo con un decentramento più marcato dei processi decisionali.
La decentralizzazione, in realtà, non rappresenta una novità assoluta. Da anni Cuba sperimenta forme di gestione locale nei municipi, anche grazie ad alcune esperienze sostenute dalla cooperazione internazionale. I risultati, tuttavia, sono rimasti limitati e difficilmente possono essere indicati come modelli di riferimento consolidati. In questo scenario rilanciare il ruolo dei governi e degli enti locali nella costruzione di un modello di sviluppo sostenibile, inclusivo e radicato nei territori sembra comunque un passo nella direzione giusta.
Tra i temi che hanno attirato maggiore attenzione, anche sulla stampa nazionale e internazionale, c’è la transizione energetica. In una fase di transizione “forzata” per le note ragioni di emergenza, le nuove misure sembrano voler dare indicazioni di continuità e di una visione strutturale, prevedendo incentivi all’uso delle rinnovabili e aprendo, almeno in parte, a una partecipazione del settore privato nel Sistema elettrico nazionale. La possibilità di commercializzare l’energia pulita generata in eccedenza, gestire spazi di ricarica e sviluppare parchi o comunità energetiche potrebbe rappresentare una delle opportunità più significative del nuovo pacchetto.
Un’altra novità di rilievo riguarda la creazione di istituzioni finanziarie private, un fatto inedito a Cuba dal 1959. Il processo sarà sottoposto alla supervisione della Banca centrale di Cuba e potrebbe includere sia banche private sia istituzioni private dedicate al microcredito. Su questo punto, tuttavia, restano ancora molte incertezze.
Si apre inoltre un nuovo capitolo per gli investimenti diretti esteri. Il messaggio è rivolto da un lato alla diaspora cubana, dall’altro alle imprese straniere chiamate a individuare nell’isola un possibile spazio di opportunità. Contratti più flessibili, diritti di superficie pluridecennali e procedure meno rigide ampliano una politica già avviata negli ultimi anni. Tra gli elementi più rilevanti c’è la possibilità, per imprese o enti stranieri, di assumere direttamente personale cubano senza passare attraverso l’intermediazione delle istituzioni o di agenzie statali.
Nel campo del turismo e del patrimonio culturale le misure prevedono, tra l’altro, l’apertura agli investimenti stranieri in aree patrimoniali (incluso di tipo naturalistico) e la possibilità di una gestione privata di questi spazi. È uno dei passaggi più controversi: beni comuni finora sottoposti a un forte controllo statale potrebbero essere esposti a dinamiche di mercato potenzialmente rischiose.
Anche il settore agroalimentare è al centro del pacchetto. Le politiche di recupero produttivo, tra cui l’estensione dell’usufrutto delle terre fino a 50 anni, promettono maggiore flessibilità e nuovi incentivi. La possibilità per i produttori di importazione diretta e di detenere conti in valuta estera potrebbero contribuire a trasformare un sistema ancora fortemente dipendente dall’esterno, in cui oltre il 70% degli alimenti proviene da altri Paesi.
Il governo proseguirà inoltre con l’adeguamento del sistema tributario attraverso una ridefinizione delle imposte e, con l’impulso alla cosiddetta “digitalizzazione”, presterà particolare attenzione all’intelligenza artificiale e all’“economia della conoscenza”.
Non mancano, evidentemente, elementi di forte preoccupazione che dovranno essere al centro dello scrutinio e del lavoro di una buona parte della società civile cubana e internazionale impegnata a Cuba.
La riduzione dei sussidi, che secondo il governo saranno impiegati sulle persone considerate più vulnerabili, solleva interrogativi in un Paese profondamente deteriorato, con una popolazione molto anziana e in condizioni di partenza particolarmente fragili per donne, persone nere, giovani e comunità che vivono in territori lontani dai centri urbani.
A questo si aggiunge l’indebolimento delle reti comunitarie e della società civile, oggi con capacità e spazi limitati per offrire sostegno, rivendicare diritti, incidere sulle politiche pubbliche e monitorarne l’attuazione. Vale la pena sottolineare, infatti, che nel “rivoluzionario pacchetto” di cui stiamo parlando non si tocca in alcun modo, per esempio, il tema di possibili riforme o di nuove e diverse forme di associazione e organizzazione da parte di cittadini e società civile.
Tra i rischi più evidenti c’è l’inflazione che da anni colpisce i beni di prima necessità e potrebbe aggravarsi ulteriormente. In un Paese in cui, secondo stime non ufficiali, circa il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, ridurre i divari sociali appare una sfida sempre più complessa.
La disuguaglianza non è più un concetto estraneo alla quotidianità cubana. Non riguarda soltanto l’accesso al capitale finanziario o ai beni essenziali ma attraversa ormai aspetti decisivi della vita: energia, trasporti, cura, salari in moneta nazionale invece che in dollari o euro, fino all’istruzione e alla sanità. Questi ultimi due settori restano formalmente prioritari per lo Stato ma negli anni hanno visto diminuire la propria efficacia.
In questo quadro si inserisce anche la recente possibilità di commercializzare farmaci attraverso farmacie private, in un settore dove esistevano già reti illegali. La misura suscita timori perché i prezzi sono già proibitivi per gran parte della popolazione cubana che rischia quindi di restare esclusa dall’accesso ai medicinali. Si parla persino di produzione privata di farmaci, un’ipotesi che aprirebbe una fase del tutto nuova per il sistema sanitario.
Anche la decentralizzazione, pur presentata come leva di cambiamento, potrebbe scontrarsi con strutture burocratiche tradizionali. Le trasformazioni annunciate sono profonde e rapide, ma arrivano in un Paese segnato dalla migrazione, in particolare di personale qualificato, e da una carenza di risorse umane adeguatamente formate.
A pesare è anche la continuità di un modello di sviluppo che resta fortemente dipendente dal capitale straniero. Per questo, almeno nel breve e medio periodo, è difficile immaginare cambiamenti strutturali immediati.
Accanto al rischio di una maggiore segmentazione sociale sarà necessario affrontare anche quello di un aumento delle disuguaglianze territoriali. I municipi capaci di attrarre investimenti esteri o di attivare relazioni con la diaspora potrebbero avanzare più rapidamente, mentre le zone rurali e le comunità meno connesse rischiano di restare ancora più indietro.
In questo scenario, la strada più praticabile sembra restare quella di agire là dove le condizioni e le capacità esistenti permettano di costruire alleanze tra organizzazioni, istituzioni e reti territoriali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di generare soluzioni collettive sostenibili senza perdere di vista le opportunità di sviluppo delle persone e delle comunità più vulnerabili.
Dal nuovo pacchetto di misure potrebbe emergere anche una maggiore
attenzione allo sviluppo sostenibile: dalle energie rinnovabili
all’agricoltura sostenibile, dal recupero del patrimonio alla
costruzione di alleanze pubblico-private, fino alla digitalizzazione.
Sono ambiti che dialogano con alcune delle principali agende
internazionali della cooperazione. Ma perché queste opportunità possano
tradursi in percorsi realmente inclusivi sarà indispensabile rafforzare
la società civile, la sua capacità di organizzazione e la sua
consapevolezza socio-politica.
Cuba si trova ancora una volta davanti a
un passaggio decisivo, forse uno dei più complessi della sua storia
recente.
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