Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2021
10/10/2020
L’Italia ha progettato e pagato la nascita dell’area Sar libica
Nuova puntata del terribile serial sulla cosiddetta “guardia costiera libica” (lato Tripoli), organizzazione di trafficanti di esseri umani finanziata direttamente dallo Stato italiano e dall’Unione Europea all’unico scopo di “trattenere” sul continente africano i migranti che vorrebbero fuggire in Europa (non in Italia, perché la nostra pessima fama ci precede...).
Ancora una volta il merito va a Nello Scavo, cronista de L’Avvenire – il quotidiano dei vescovi italiani, non del bolscevismo trionfante – che ha già da tempo inchiodato alle proprie responsabilità almeno tre governi italiani: quello di Gentiloni (con tale Minniti, “democratico”, al ministero degli interni), il Conte I (con il fascioleghista Salvini nello stesso ruolo) e il Conte II (in cui al Viminale c’è un “tecnico”, ossia la prefetta Lamorgese).
Insomma, chiunque governi – e chiunque sia il ministro dell’interno – la politica è identica. Unica differenza: “il Truce” se ne vanta, gli altri fanno finta di non sapere.
Il tassello più recente riguarda l’ammissione, da parte dell’Unione Europea, che questi governi sono i protagonisti assoluti del “coccolamento” degli scafisti di Tripoli, impegnati nell’imprigionare, torturare, violentare e uccidere i migranti africani (per qualsiasi ragione, politica o solo “economica”).
Il conto ammonta ormai a una sessantina di milioni, anche se la parte “diritti umani” ammonta a soli 900.000 euro. Del resto quello della difesa dei “diritti umani” è per l’establishment europeo solo una foglia di fico utile quando si tratta di criticare avversari geopolitici. Dunque, non c’è necessità di spendere molto quando si contratta con degli “amici” come lo scafista Bija...
Consigliamo caldamente la lettura delle puntate precedenti, ossia i link in fondo all’articolo, in modo da avere un quadro sufficientemente ampio. E agghiacciante.
Ancora una volta il merito va a Nello Scavo, cronista de L’Avvenire – il quotidiano dei vescovi italiani, non del bolscevismo trionfante – che ha già da tempo inchiodato alle proprie responsabilità almeno tre governi italiani: quello di Gentiloni (con tale Minniti, “democratico”, al ministero degli interni), il Conte I (con il fascioleghista Salvini nello stesso ruolo) e il Conte II (in cui al Viminale c’è un “tecnico”, ossia la prefetta Lamorgese).
Insomma, chiunque governi – e chiunque sia il ministro dell’interno – la politica è identica. Unica differenza: “il Truce” se ne vanta, gli altri fanno finta di non sapere.
Il tassello più recente riguarda l’ammissione, da parte dell’Unione Europea, che questi governi sono i protagonisti assoluti del “coccolamento” degli scafisti di Tripoli, impegnati nell’imprigionare, torturare, violentare e uccidere i migranti africani (per qualsiasi ragione, politica o solo “economica”).
Il conto ammonta ormai a una sessantina di milioni, anche se la parte “diritti umani” ammonta a soli 900.000 euro. Del resto quello della difesa dei “diritti umani” è per l’establishment europeo solo una foglia di fico utile quando si tratta di criticare avversari geopolitici. Dunque, non c’è necessità di spendere molto quando si contratta con degli “amici” come lo scafista Bija...
Consigliamo caldamente la lettura delle puntate precedenti, ossia i link in fondo all’articolo, in modo da avere un quadro sufficientemente ampio. E agghiacciante.
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Così l’Italia ha progettato e pagato la nascita dell’area Sar libica
Nello Scavo – l’Avvenire
Mentre si scopre da nuovi documenti ufficiali che solo una minima parte dei fondi Ue per la Libia sono destinati alla promozione dei diritti umani, e che l’istituzione a Tripoli della centrale per intercettare i barconi in mare e catturare i migranti è stata organizzata e pagata dall’Italia, da Tajiura arriva la notizia di una nuova orribile punizione contro i migranti. In tre sono stati bruciati vivi: uno è morto, mentre gli altri due lottano per non morire.
Tre nigeriani, a quanto pare costretti a una vita da schiavi, sono stati aggrediti dai loro aguzzini. Una spedizione punitiva che nelle intenzioni doveva essere un plateale messaggio per i neri che a Tajoura, dove si trovano prigioni statali e gabbie clandestine, non hanno alcun diritto.
Dopo essere stati immobilizzati sono stati versati loro addosso litri di carburante. Uno è morto mentre le fiamme venivano sovrastate solo dalle sue urla. Gli altri due versano in condizioni disperate, interamente ricoperti da ustioni gravissime. La polizia ha arrestato alcuni uomini, ma non si conosce ancora la loro identità, né se appartengano a qualche milizia o banda armata.
L’organizzazione mondiale delle migrazioni Oim, ha espresso sconcerto per questo ennesimo assalto contro i migranti subsahariani. La maggior parte dei casi non viene resa nota né denunciata, ma questa volta l’episodio non ha potuto essere nascosto né taciuto.
Ma la tutela dei diritti umani non sembra essere il primo pensiero neanche per l’Unione Europea. Rispondendo all’interrogazione di Özlem Demirel, deputata al parlamento Ue per il gruppo della Sinistra unitaria europea, la Commissione ha spiegato che per il 2020 sono stati stanziati 65 milioni per l’addestramento della cosiddetta guardia costiera libica (senza tuttavia precisare quale delle “guardie costiere” ne sia beneficiaria) e solo 900mila euro per progetti destinati alla promozione dei diritti della persona.
Tra il 2017 e il 2018, “la Guardia Costiera italiana ha sostenuto la LCG con 1,8 milioni di euro – si legge nella risposta a nome della Commissione Ue – dal Fondo per la sicurezza interna, con la valutazione della Lcg delle loro capacità di ricerca e soccorso (Sar)”.
Ma qui Bruxelles conferma quanto sostenuto da svariate inchieste giornalistiche e mai confermato ufficialmente. L’istituzione dell’area di ricerca e soccorso libica e la sua fattibilità si devono al governo italiano dell’epoca (Gentiloni premier, Minniti ministro dell’Interno) “con la notifica formale della Libia della loro area Sar all’Organizzazione marittima internazionale e con la conduzione di uno studio di fattibilità per l’istituzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo libico”. Tutto organizzato e pagato da Roma.
“Attualmente – viene precisato – ci sono due progetti a sostegno della Lcg. Uno da 57,2 milioni di euro, attuato dal Ministero dell’Interno italiano, principalmente a sostegno dell’Amministrazione generale per la sicurezza costiera (Gacs)”. L’altro progetto vede destinataria di fondi l’agenzia Onu per le migrazioni (Oim) “con una componente di 900.000 euro per migliorare la comprensione della Lcg degli standard internazionali sui diritti umani”. Neanche un cinquantesimo del totale stanziato.
Qualunque sia il livello di “comprensione” raggiunto dai guardacoste libici, dei quali non si può certo dire che siano tutti indistintamente dei sadici criminali, resta il problema di cosa accada ai migranti una volta intercettati in mare e riportati nelle prigioni governative dove settimanalmente l’Onu denuncia “orrori indicibili”.
Nonostante questo, “l’Italia ha in programma di continuare ad aumentare gli stanziamenti alla Guardia Costiera libica”: 3 milioni in più nel 2020, per un totale di 58,28 milioni di euro diretti alle autorità libiche, che portano il costo sostenuto dai contribuenti italiani a sostegno dell’accordo Italia-Libia, siglato nel 2017, a 213 milioni di euro, denuncia da tempo Oxfam senza mani venire smentita.
Alla Libia sono stati destinati nel complesso 435 milioni dei 4,1 miliardi complessivi di Eutf, il fondo fiduciario europeo per l’Africa. Nel complesso, ha recentemente calcolato il settimanale Internazionale, l’Unione europea ha investito per Tripoli circa 700 milioni di euro nel bilancio 2014-2020. Dal 2017 Roma ha destinato per la Libia un totale di 784,3 milioni di euro, di cui 213,9 in missioni militari, rifinanziate lo scorso 16 luglio con il voto favorevole della maggioranza in Parlamento.
I precedenti:
https://contropiano.org/news/politica-news/2020/06/23/il-patto-libico-tra-governi-e-scafisti-petrolio-contro-migranti-0129360
https://contropiano.org/altro/2019/12/10/dalla-libia-libero-contrabbando-di-petrolio-delle-milizie-verso-lue-0121789
https://contropiano.org/news/politica-news/2019/10/06/gli-scafisti-libici-li-armiamo-e-paghiamo-noi-lo-stato-e-la-ue-2-0119356
https://contropiano.org/news/politica-news/2019/10/04/gli-scafisti-libici-li-paghiamo-ed-armiamo-noi-cioe-lo-stato-0119308
Fonte
03/05/2020
Ci sarà un maxi-processo per chi ha moltiplicato la strage?
Se avete sintomi da Covid-19 e chiamate il 118, l’operatore vi risponderà: “Stia a casa, prenda la tachipirina e ci richiami solo quando avrà una crisi respiratoria grave”. Avete, pertanto, ottime possibilità di crepare prima che arrivi l’autoambulanza oppure più tardi attaccato ad un ventilatore.
Va bene che il virus era sconosciuto, molto contagioso ed, in taluni casi, letale etc. Ma la causa di questo enorme numero di morti (ad oggi 28.710 di cui quasi 7.000 anziani nelle RSA) che ci sono stati in Italia – Lombardia in primis – non si spiega solo con le caratteristiche del coronavirus.
È, anche e soprattutto, la conseguenza della devastante sottrazione di risorse e personale degli ultimi 10 anni al SSN, della privatizzazione selvaggia di ospedali e laboratori e della deterritorializzazione (drastica riduzione dei medici di base e della medicina preventiva) del servizio.
Sono numeri impressionanti quelli che spiegano perché l’Italia è arrivata impreparata da un punto di vista ospedaliero e sanitario ad affrontare l’epidemia da Covid-19.
Sono stati resi noti appena qualche settimana dalla Fondazione Gimbe che ha pubblicato un dettagliato rapporto sui tagli alla sanità nel decennio 2010-2019.
I responsabili della situazione drammatica in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale sta affrontando la pandemia da Covid-19, quindi, hanno un nome e un cognome e sono coloro che hanno approvato, firmato e permesso un taglio complessivo di 0,4 punti percentuali del Pil nazionale in 10 anni alla sanità pubblica sia sotto forma di riduzione del budget sia per mancata erogazione di fondi promessi e mai stanziati.
Vale la pena di ricordarli.
Mario Monti tra il 2012 e il 2013 ha applicato tagli alla sanità per 8 miliardi di euro; il governo guidato da Enrico Letta, con la finanziaria del 2014 ha fatto sparire dal SSN 8,4 miliardi di euro; Matteo Renzi nel triennio successivo (2015-2017) è riuscito a tagliare al Ssn 16,6 miliardi di euro.
Con la finanziaria del 2018 Paolo Gentiloni ha proseguito nel solco tracciato dai suoi predecessori e a ospedali e strutture sanitarie nazionali sono stati tagliati 3,3 miliardi di euro. Giuseppe Conte ha chiuso il cerchio con un taglio di 0,6 miliardi.
Di ciò, dunque, sono responsabili tutti i partiti che hanno governato il paese e le regioni italiane negli ultimi 10 anni e sono davvero tanti, come i mafiosi messi dentro da Falcone e Borsellino tanto che ci vorrebbe per loro un nuovo maxi-processo per strage colposa e prolungata.
Ma non sottovalutiamo la grande spinta dei grandi gruppi assicurativi di cui ormai Cgil, Cisl e Uil sono solo degli sportelli sul territorio e nei posti di lavoro.
Certo, in Lombardia questa pratica criminosa di speculare sulla salute delle persone ha raggiunto livelli inimmaginabili accompagnata da una corruzione endemica e sistematica. E tuttavia anche il Lazio di Zingaretti e l’Emilia Romagna di Bonaccini non è che abbiano seguito strade molto diverse.
In attesa della prevedibile nuova ondata di contagi e decessi dato il recentissimo cedimento governativo ai desiderata del nuovo falco di Confindustria Bonomi, vedremo se i magistrati faranno quel che dovrebbero fare o ubbidiranno agli ordini dei loro capicorrente che – come ha certificato il caso Palamara & co. – li tengono appesi a favori, trasferimenti e progressioni di carriera in cambio di addomesticamenti, omissioni e manovre contro colleghi invisi alla camarilla di turno.
Ma il fatto che proprio quell’indagine della Procura di Perugia sia sparita dai radar, che si siano perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm e che anche la decisione dei probiviri dell’Anm sulle toghe coinvolte nel caso “Palamara” sia finita nel cassetto, certo, non depone bene.
Come segnalato, infatti, dal Riformista del 20 gennaio scorso, dal Palazzaccio di piazza Cavour, sede dell’Anm, non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma.
Fonte
18/02/2020
Lega, UE e austerità: certi amori non finiscono
Eravamo stati facili profeti nel denunciare la Lega di lotta e di governo per quella che poi si è dimostrata essere: una ignobile presa per i fondelli.
Le dichiarazioni recenti di Matteo Salvini e del cosiddetto “numero
due” della Lega, Giancarlo Giorgetti, certificano, laddove ve ne fosse
ancora bisogno, la natura dell’ex partito del Nord: un ricettacolo di pagliacci, utili sparring partner
delle istituzioni europee. Nel tranello erano naturalmente cascati,
oltre che gli elettori della Lega, i “responsabili” partiti di
centro-sinistra, che si battevano il petto denunciando l’antieuropeismo e
l’irresponsabilità dei Salvini-boys, decretandone, naturalmente, un
duraturo successo elettorale. E ci era forse cascato, ahinoi, anche
qualche compagno che magari aveva immaginato che, turandoci il naso per
non sentire il tanfo di merda delle politiche razziste, securitarie e
retrivamente tradizionaliste da sempre sbandierate dai leghisti, avremmo
potuto ottenere l’uscita dalla gabbia dell’euro e dell’austerità. Tutte
cazzate, ovviamente, ma andiamo con ordine.
Terminata la fase della campagna elettorale, era iniziata l’avventura del governo gialloverde. Un esecutivo che, molti lo ricorderanno, aveva sperimentato una falsa partenza con la patetica pantomima sulla partecipazione al Governo, addirittura come Ministro dell’Economia, del Professor Paolo Savona, con la sua immeritata fama di euroscettico. Risolto il ‘problema’ Savona, 5 Stelle e Lega si erano incamminati lungo il percorso che avrebbe portato a Palazzo Chigi la prima incarnazione del Governo Conte. Un sentiero, come era prevedibile, costellato di manganelli, sceriffate e becera xenofobia, ma che alla prima prova dei fatti aveva dato prova di non avere altro da offrire.
Non è facile dimenticare la gestione della prima e unica legge di bilancio del Conte-I. Tutto parte con un iniziale deficit annunciato al 2,4 per cento del PIL con toni trionfalistici, che comunque corrispondeva ad un avanzo primario che avrebbe sottratto risorse al finanziamento della spesa pubblica, del welfare, degli investimenti. Poi era arrivata la prevedibile tiratina d’orecchie da parte dei guardiani dell’austerità e l’altrettanto prevedibile marcia indietro, con la ridicola operazione di maquillage che aveva fatto propendere i leoni gialloverdi per una cifra più moderata, ma che somigliasse a quella iniziale (2.04). E poco conta che, passando da 2.4 a 2.04, si riducesse la differenza tra spese ed entrate di altri 6 miliardi di euro, un ammontare pari al totale dei fondi messi a disposizione per il Reddito di Cittadinanza, per capirci. Ai gialloverdi e, per rimanere in tema, ai leghisti, di questo non importava un bel nulla.
Ai primi malumori dei malcapitati boccaloni, che facevano notare, delusi, la sostanziale continuità con decenni di governi asserviti alle logiche della deflazione salariale e dell’austerità punitiva, avevano risposto i tirapiedi di Salvini, grati a quest’ultimo per la “cadrega” che gli era stata garantita in cambio dell’assoluta fedeltà, anche a discapito di una già dubbia dotazione di dignità. Ma non facciamone una questione di moralità: siamo tutti un po’ vanitosi e cinque anni fuori dall’anonimato avrebbero fatto girare la testa a molti. C’è, però, un lato negativo, e cioè che scripta manent.
Come scordare le intemerate di Bagnai e Borghi? Ricordiamo che i due compari sono considerati tra i principali “teorici” dell’uscita dall’euro e, oltre ad operare a tempo pieno come macchiette, ricoprono nella corrente legislatura le cariche di Presidente della Commissione Finanze del Senato e di Presidente della Commissione Bilancio della Camera. A testimoniare le loro posizioni, rispettivamente, troviamo due testi come Il tramonto dell’euro e Basta euro!, ma anche valanghe di tweet bellicosi che preconizzavano l’imminente uscita dall’euro. Poi, dopo che i ruggiti di Salvini si erano trasformati in miagolii (o, tutt’al più, rutti), erano arrivati i commenti più patetici che si possano immaginare, roba infantile del tipo “eheh, tranquilli, stiamo lavorando, sottotraccia, per voi. Ma mica lo possiamo dire a tutti. Abbiate pazienza e, quando meno ve l’aspettate... (non a caso, erano stati poi ribattezzati “Volta & Gabbana”).
Il resto della storia è cronaca recente, con il Papeete, la fine del governo gialloverde, il teatrino di Palazzo Madama, Bagnai che, durante il discorso di Salvini, applaude e ride a comando come una scimmia ammaestrata, e, infine, il governo Conte-bis.
Ci sarebbe già da stendere un velo pietoso e rimandare nel dimenticatoio questi grotteschi personaggi, ma al peggio, purtroppo, non c’è mai fine. Nel recente incontro con la stampa estera, Salvini ci ha tenuto a rassicurare tutti sulla docilità della Lega rispetto ai desiderata di Bruxelles, nonché, di conseguenza, sulla sua natura di quaquaraquà.
I mini-bot? Dimenticateli, quelli “erano uno strumento per pagare i debiti della pubblica amministrazione”, mica per uscire dall’euro. Non dite che ci avevate creduto! Italexit? Per carità, neanche a parlarne: “la nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica”. E, se non fosse chiaro, la chiosa: “Con la Lega al governo non si esce dall’Euro o dall’Unione Europea”. Niente male, per uno che aveva iniziato dicendo “Non siamo noi ad aver fatto inversione ad U”. Non si potrebbe essere più chiari di così.
O forse sì, perché a mettere la parola fine alla storiella della Lega che combatte, coltello tra i denti, per uscire dalla moneta unica, ci pensa un altro alto papavero del partito di Salvini. Giancarlo Giorgetti, intervistato sul Corriere, ribadisce: con la Lega non si esce da un bel niente. Trova addirittura il tempo per una sviolinata a Mario Draghi. A una domanda su come vedrebbe l’ex Presidente della Banca Centrale Europea al Quirinale, il nostro risponde: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia». E il messaggio è anche per B(agnai)&B(orghi). A Polito, che gli chiede come si possano conciliare queste dichiarazioni con la presenza dei due parlamentari tra le file della Lega, l’ex sottosegretario risponde lapidario: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Parole che, quantomeno, hanno la virtù di permettere di inquadrare nella giusta prospettiva gli ultimi e patetici tentativi di Salvini di tenere il piede in più scarpe al contempo, strepitando per poi riproporre il mantra del cambiamento delle istituzioni europee dall’interno.
Punto, insomma. Con buona pace di chi ci era cascato e degli stessi Borghi e Bagnai. Ci chiediamo, quindi, cosa faranno questi ultimi. Continueranno a far finta di niente o, peggio ancora, a prendere in giro i loro fan con riedizioni dello stucchevole ritornello “noi sappiamo, ma non possiamo dire”? O, in un sussulto di dignità, si ritireranno dalla compagine leghista per coerenza con le loro posizioni? La risposta all’arcano è tanto scontata quanto poco interessante.
Ciò che è più importante, è ribadire, forti di queste dichiarazioni, che la Lega non ha (e non ha avuto) mai nessuna intenzione di rompere per davvero con le istituzioni europee. Questo non esclude che l’operazione politica messa in piedi dalla Lega sia stata un clamoroso successo, riuscendo ad intercettare, strumentalizzare e rendere innocuo il giusto dissenso verso la cieca austerità di matrice europea, contribuendo a rafforzarla con i fatti mentre il chiacchiericcio scomposto del capitone Salvini distraeva i media e abbindolava gli europeisti di casa nostra. Per quel che riguarda l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento disciplinare, la Lega continua a guardare soprattutto al suo blocco sociale, padroni e padroncini tutt’altro che preoccupati dalla pressione al ribasso sui salari, dal libero movimento dei capitali, dall’antagonismo indotto tra lavoratori autoctoni e stranieri. Da questa trappola si esce soltanto tenendo ben presente che il vero antagonismo, l’unico che conta quando si parla di salari e condizioni di vita dei lavoratori, è quello di classe. E che se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo marciare uniti e non fidarci di chi vuole dividerci.
Fonte
Terminata la fase della campagna elettorale, era iniziata l’avventura del governo gialloverde. Un esecutivo che, molti lo ricorderanno, aveva sperimentato una falsa partenza con la patetica pantomima sulla partecipazione al Governo, addirittura come Ministro dell’Economia, del Professor Paolo Savona, con la sua immeritata fama di euroscettico. Risolto il ‘problema’ Savona, 5 Stelle e Lega si erano incamminati lungo il percorso che avrebbe portato a Palazzo Chigi la prima incarnazione del Governo Conte. Un sentiero, come era prevedibile, costellato di manganelli, sceriffate e becera xenofobia, ma che alla prima prova dei fatti aveva dato prova di non avere altro da offrire.
Non è facile dimenticare la gestione della prima e unica legge di bilancio del Conte-I. Tutto parte con un iniziale deficit annunciato al 2,4 per cento del PIL con toni trionfalistici, che comunque corrispondeva ad un avanzo primario che avrebbe sottratto risorse al finanziamento della spesa pubblica, del welfare, degli investimenti. Poi era arrivata la prevedibile tiratina d’orecchie da parte dei guardiani dell’austerità e l’altrettanto prevedibile marcia indietro, con la ridicola operazione di maquillage che aveva fatto propendere i leoni gialloverdi per una cifra più moderata, ma che somigliasse a quella iniziale (2.04). E poco conta che, passando da 2.4 a 2.04, si riducesse la differenza tra spese ed entrate di altri 6 miliardi di euro, un ammontare pari al totale dei fondi messi a disposizione per il Reddito di Cittadinanza, per capirci. Ai gialloverdi e, per rimanere in tema, ai leghisti, di questo non importava un bel nulla.
Ai primi malumori dei malcapitati boccaloni, che facevano notare, delusi, la sostanziale continuità con decenni di governi asserviti alle logiche della deflazione salariale e dell’austerità punitiva, avevano risposto i tirapiedi di Salvini, grati a quest’ultimo per la “cadrega” che gli era stata garantita in cambio dell’assoluta fedeltà, anche a discapito di una già dubbia dotazione di dignità. Ma non facciamone una questione di moralità: siamo tutti un po’ vanitosi e cinque anni fuori dall’anonimato avrebbero fatto girare la testa a molti. C’è, però, un lato negativo, e cioè che scripta manent.
Come scordare le intemerate di Bagnai e Borghi? Ricordiamo che i due compari sono considerati tra i principali “teorici” dell’uscita dall’euro e, oltre ad operare a tempo pieno come macchiette, ricoprono nella corrente legislatura le cariche di Presidente della Commissione Finanze del Senato e di Presidente della Commissione Bilancio della Camera. A testimoniare le loro posizioni, rispettivamente, troviamo due testi come Il tramonto dell’euro e Basta euro!, ma anche valanghe di tweet bellicosi che preconizzavano l’imminente uscita dall’euro. Poi, dopo che i ruggiti di Salvini si erano trasformati in miagolii (o, tutt’al più, rutti), erano arrivati i commenti più patetici che si possano immaginare, roba infantile del tipo “eheh, tranquilli, stiamo lavorando, sottotraccia, per voi. Ma mica lo possiamo dire a tutti. Abbiate pazienza e, quando meno ve l’aspettate... (non a caso, erano stati poi ribattezzati “Volta & Gabbana”).
Il resto della storia è cronaca recente, con il Papeete, la fine del governo gialloverde, il teatrino di Palazzo Madama, Bagnai che, durante il discorso di Salvini, applaude e ride a comando come una scimmia ammaestrata, e, infine, il governo Conte-bis.
Ci sarebbe già da stendere un velo pietoso e rimandare nel dimenticatoio questi grotteschi personaggi, ma al peggio, purtroppo, non c’è mai fine. Nel recente incontro con la stampa estera, Salvini ci ha tenuto a rassicurare tutti sulla docilità della Lega rispetto ai desiderata di Bruxelles, nonché, di conseguenza, sulla sua natura di quaquaraquà.
I mini-bot? Dimenticateli, quelli “erano uno strumento per pagare i debiti della pubblica amministrazione”, mica per uscire dall’euro. Non dite che ci avevate creduto! Italexit? Per carità, neanche a parlarne: “la nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica”. E, se non fosse chiaro, la chiosa: “Con la Lega al governo non si esce dall’Euro o dall’Unione Europea”. Niente male, per uno che aveva iniziato dicendo “Non siamo noi ad aver fatto inversione ad U”. Non si potrebbe essere più chiari di così.
O forse sì, perché a mettere la parola fine alla storiella della Lega che combatte, coltello tra i denti, per uscire dalla moneta unica, ci pensa un altro alto papavero del partito di Salvini. Giancarlo Giorgetti, intervistato sul Corriere, ribadisce: con la Lega non si esce da un bel niente. Trova addirittura il tempo per una sviolinata a Mario Draghi. A una domanda su come vedrebbe l’ex Presidente della Banca Centrale Europea al Quirinale, il nostro risponde: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia». E il messaggio è anche per B(agnai)&B(orghi). A Polito, che gli chiede come si possano conciliare queste dichiarazioni con la presenza dei due parlamentari tra le file della Lega, l’ex sottosegretario risponde lapidario: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Parole che, quantomeno, hanno la virtù di permettere di inquadrare nella giusta prospettiva gli ultimi e patetici tentativi di Salvini di tenere il piede in più scarpe al contempo, strepitando per poi riproporre il mantra del cambiamento delle istituzioni europee dall’interno.
Punto, insomma. Con buona pace di chi ci era cascato e degli stessi Borghi e Bagnai. Ci chiediamo, quindi, cosa faranno questi ultimi. Continueranno a far finta di niente o, peggio ancora, a prendere in giro i loro fan con riedizioni dello stucchevole ritornello “noi sappiamo, ma non possiamo dire”? O, in un sussulto di dignità, si ritireranno dalla compagine leghista per coerenza con le loro posizioni? La risposta all’arcano è tanto scontata quanto poco interessante.
Ciò che è più importante, è ribadire, forti di queste dichiarazioni, che la Lega non ha (e non ha avuto) mai nessuna intenzione di rompere per davvero con le istituzioni europee. Questo non esclude che l’operazione politica messa in piedi dalla Lega sia stata un clamoroso successo, riuscendo ad intercettare, strumentalizzare e rendere innocuo il giusto dissenso verso la cieca austerità di matrice europea, contribuendo a rafforzarla con i fatti mentre il chiacchiericcio scomposto del capitone Salvini distraeva i media e abbindolava gli europeisti di casa nostra. Per quel che riguarda l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento disciplinare, la Lega continua a guardare soprattutto al suo blocco sociale, padroni e padroncini tutt’altro che preoccupati dalla pressione al ribasso sui salari, dal libero movimento dei capitali, dall’antagonismo indotto tra lavoratori autoctoni e stranieri. Da questa trappola si esce soltanto tenendo ben presente che il vero antagonismo, l’unico che conta quando si parla di salari e condizioni di vita dei lavoratori, è quello di classe. E che se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo marciare uniti e non fidarci di chi vuole dividerci.
Fonte
03/02/2020
I sommersi dell’accoglienza. I “decreti sicurezza” secondo Amnesty International
Nel rapporto “I sommersi dell’accoglienza” Amnesty International traccia un primo bilancio della applicazione del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 1132 (cosiddetto "decreto sicurezza", convertito in legge 1 dicembre 2018, n. 132) emanato dal governo gialloverde.
Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.
Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.
Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).
Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.
Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).
Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.
Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.
Fonte: NumeriPari
Qui il testo integrale del Rapporto
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Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.
Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.
Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).
Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.
Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).
Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.
Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.
Fonte: NumeriPari
Qui il testo integrale del Rapporto
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05/10/2019
Gli scafisti libici? Li paga e arma lo Stato italiano (e la UE) / parte 1
Ci hanno ammorbato fino alla nausea con i “trafficanti di esseri umani”, con “fermare l’invasione”, con i “taxi del mare” e i “complici degli scafisti”. Lo hanno fatto tutti: Pd, grillini e Salvini.
Tutti hanno provato a convincerci che lo schema era questo:
a) i migranti arrivano qui portati dai trafficanti (ed è l’unica cosa vera);
b) abbiamo – come Stato italiano – fatto un accordo con il “governo legittimo di Al Serrai” (che è poco meno del sindaco di Tripoli) per gestire “campi” non meglio precisati in territorio libico;
c) abbiamo – come Stato italiano – fornito motovedette ed armato una “guardia costiera” libica legale;
d) se i migranti continuano ad arrivare è colpa degli scafisti, ovviamente illegali;
e) ma è anche colpa delle “navi Ong”, che d’accordo con questi scafisti, aspettano i barconi “su appuntamento” e ci portano qui “clandestini” che andrebbero solo rispediti indietro.
Fin qui la narrazione è identica per tutti. Poi Salvini ci aggiunge la valanga di scemenze razziste di cui è prodigo; la Meloni ci aggiunge “l’affondamento delle navi”: Di Maio “adesso facciamo i rimpatri sul serio”; Zingaretti una serie di frasi di cui nessuno si ricorda perché dicono poco.
Fin qui tutto chiaro?
Bene. È vero tutto il contrario.
L’Italia – tutti i governi degli ultimi anni, e l’attuale continua sulla stessa strada – ha fatto accordi diretti con il capo degli scafisti, finanziando e armando quella fazione (che fa parte del “governo legittimo” di Al Serraj), al punto che questi comanda una parte della cosiddetta “guardia costiera libica”, quella con base a Zawyah. Con le navi che gli ha dato lo Stato italiano.
Un ingenuo potrebbe pensare che tutto ciò sia avvenuto in Libia, all’interno dell’infinita litigiosità delle varie fazioni tribali. Ossia che, sì, l’Italia ha dato finanziamenti e navi al “governo legittimo” e poi parte di quella dotazione è finita per vie traverse alle “persone sbagliate”.
ERRORE!!!
Il capo degli scafisti – Abd al-Rahman al-Milad, chiamato Bija – è stato accolto come autorevole membro di una delegazione ufficiale libica per un incontro avvenuto nel Cara di Mineo (quello per cui ha passato qualche guaio anche l’ex ministro dell’interno Alfano – do you remember Alfano?).
Ci sono persino le foto...
L’ingenuo impenitente potrebbe obiettare che magari, in quel momento, il capo degli scafisti non fosse ancora stato smascherato come tale...
ERRORE!!!
Diversi rapporti dell’Onu lo avevano già individuato come tale, arrivando – com’è ovvio – ad allertare le polizie mondiali in modo da impedire che potesse circolare, se non altro, al di fuori della Libia.
Divertente, se non fosse tragica, questa storia dei ministri dell’interno che hanno fatto carriera e consenso gridando sulla “sicurezza” e la necessità di “combattere gli scafisti”, ma che nel frattempo si accordano, finanziano e armano proprio quelli che dicono di voler combattere...
Basterebbe questo per classificarli tra i peggiori degli uomini.
Ma nella loro ebbrezza da “potenti a tempo determinato” hanno voluto esagerare, indicando un “nemico alternativo” in chi – invece – salva in mare quanti riescono a sfuggire (o a pagare) ai massacratori foraggiati dalla “classe politica italiana”.
Dove abbiamo avuto questa notizia? Non da fonti oscure. Appare oggi in prima pagina su L’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E il Vaticano, come si sa, ha ottime fonti. Di provata fede...
Prima dell’inchiesta di Nello Scavo, una nostra breve ricostruzione della successione temporale degli eventi, che aiuta a comprendere ancora meglio come tutta questa classe politica di truffatori fosse perfettamente al corrente della situazione. Mentendo pubblicamente per “guadagnare voti”.
Ed è solo la prima puntata...
Il 21 aprile del 2017, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio aveva accusato pubblicamente le ONG di essere “taxi del mare”, riprendendo un post di Beppe Grillo sul loro “oscuro ruolo”.
Il 28 giugno del 2017, il governo italiano d’intesa con il commissario europeo Dimitri Avramopulos, annunciava che avrebbe chiuso i porti alle ONG che soccorrevano i migranti dai gommoni alla deriva al largo delle coste libiche per sbarcarli nei porti italiani.
Infine, nel marzo del 2018, il procuratore della repubblica di Catania Zuccaro sequestrava la nave dell’organizzazione non governativa spagnola “Proactiva Open Arms” rea di non aver consegnato alla guardia costiera libica 218 esseri umani, che stavano scappando proprio dall’inferno libico.
Il ministro Marco Minniti, era il 7 agosto 2017, imponeva alle Ong di firmare un codice di condotta per continuare a salvare vite, come se fino ad allora avessero violato chissà quale norma.
Ora, si viene a sapere che a maggio 2017,ovvero, un mese prima la chiusura dei porti alle ONG decisa da UE e dal duo Gentiloni-Minniti, a Mineo (sede del CARA più grande d’Italia) si svolse un incredibile incontro tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, ed alcuni delegati inviati dal governo italiano.
Il 24 luglio del 2019 è il turno di Matteo Salvini, da poco ministro dell’interno, a proporre ai libici di Al Serraj di costruire altri “Centri di accoglienza” nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Il ministro dell’Interno ha incontrato a Tripoli l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Aveva però anticipato via twitter, come al solito, il succo della sua proposta: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza aveva però già da anni denunciato che: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Le foto dell’incontro nel maggio 2017 (Governo Gentiloni, ministro dell’interno Minniti) tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo italiano sono nell’incredibile inchiesta di Nello Scavo su l’Avvenire.
Nello Scavo, venerdì 4 ottobre 2019 – L’Avvenire
Le foto dell’incontro nel 2017 tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo.
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la composizione della misteriosa delegazione da Tripoli. È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto. Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti. Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani. Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco». Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia.
Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf». Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna. Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire. I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà, ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici. Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato – si legge nei report dell’Onu – di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
Fonte
Tutti hanno provato a convincerci che lo schema era questo:
a) i migranti arrivano qui portati dai trafficanti (ed è l’unica cosa vera);
b) abbiamo – come Stato italiano – fatto un accordo con il “governo legittimo di Al Serrai” (che è poco meno del sindaco di Tripoli) per gestire “campi” non meglio precisati in territorio libico;
c) abbiamo – come Stato italiano – fornito motovedette ed armato una “guardia costiera” libica legale;
d) se i migranti continuano ad arrivare è colpa degli scafisti, ovviamente illegali;
e) ma è anche colpa delle “navi Ong”, che d’accordo con questi scafisti, aspettano i barconi “su appuntamento” e ci portano qui “clandestini” che andrebbero solo rispediti indietro.
Fin qui la narrazione è identica per tutti. Poi Salvini ci aggiunge la valanga di scemenze razziste di cui è prodigo; la Meloni ci aggiunge “l’affondamento delle navi”: Di Maio “adesso facciamo i rimpatri sul serio”; Zingaretti una serie di frasi di cui nessuno si ricorda perché dicono poco.
Fin qui tutto chiaro?
Bene. È vero tutto il contrario.
L’Italia – tutti i governi degli ultimi anni, e l’attuale continua sulla stessa strada – ha fatto accordi diretti con il capo degli scafisti, finanziando e armando quella fazione (che fa parte del “governo legittimo” di Al Serraj), al punto che questi comanda una parte della cosiddetta “guardia costiera libica”, quella con base a Zawyah. Con le navi che gli ha dato lo Stato italiano.
Un ingenuo potrebbe pensare che tutto ciò sia avvenuto in Libia, all’interno dell’infinita litigiosità delle varie fazioni tribali. Ossia che, sì, l’Italia ha dato finanziamenti e navi al “governo legittimo” e poi parte di quella dotazione è finita per vie traverse alle “persone sbagliate”.
ERRORE!!!
Il capo degli scafisti – Abd al-Rahman al-Milad, chiamato Bija – è stato accolto come autorevole membro di una delegazione ufficiale libica per un incontro avvenuto nel Cara di Mineo (quello per cui ha passato qualche guaio anche l’ex ministro dell’interno Alfano – do you remember Alfano?).
Ci sono persino le foto...
L’ingenuo impenitente potrebbe obiettare che magari, in quel momento, il capo degli scafisti non fosse ancora stato smascherato come tale...
ERRORE!!!
Diversi rapporti dell’Onu lo avevano già individuato come tale, arrivando – com’è ovvio – ad allertare le polizie mondiali in modo da impedire che potesse circolare, se non altro, al di fuori della Libia.
Divertente, se non fosse tragica, questa storia dei ministri dell’interno che hanno fatto carriera e consenso gridando sulla “sicurezza” e la necessità di “combattere gli scafisti”, ma che nel frattempo si accordano, finanziano e armano proprio quelli che dicono di voler combattere...
Basterebbe questo per classificarli tra i peggiori degli uomini.
Ma nella loro ebbrezza da “potenti a tempo determinato” hanno voluto esagerare, indicando un “nemico alternativo” in chi – invece – salva in mare quanti riescono a sfuggire (o a pagare) ai massacratori foraggiati dalla “classe politica italiana”.
Dove abbiamo avuto questa notizia? Non da fonti oscure. Appare oggi in prima pagina su L’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E il Vaticano, come si sa, ha ottime fonti. Di provata fede...
Prima dell’inchiesta di Nello Scavo, una nostra breve ricostruzione della successione temporale degli eventi, che aiuta a comprendere ancora meglio come tutta questa classe politica di truffatori fosse perfettamente al corrente della situazione. Mentendo pubblicamente per “guadagnare voti”.
Ed è solo la prima puntata...
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Il 21 aprile del 2017, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio aveva accusato pubblicamente le ONG di essere “taxi del mare”, riprendendo un post di Beppe Grillo sul loro “oscuro ruolo”.
Il 28 giugno del 2017, il governo italiano d’intesa con il commissario europeo Dimitri Avramopulos, annunciava che avrebbe chiuso i porti alle ONG che soccorrevano i migranti dai gommoni alla deriva al largo delle coste libiche per sbarcarli nei porti italiani.
Infine, nel marzo del 2018, il procuratore della repubblica di Catania Zuccaro sequestrava la nave dell’organizzazione non governativa spagnola “Proactiva Open Arms” rea di non aver consegnato alla guardia costiera libica 218 esseri umani, che stavano scappando proprio dall’inferno libico.
Il ministro Marco Minniti, era il 7 agosto 2017, imponeva alle Ong di firmare un codice di condotta per continuare a salvare vite, come se fino ad allora avessero violato chissà quale norma.
Ora, si viene a sapere che a maggio 2017,ovvero, un mese prima la chiusura dei porti alle ONG decisa da UE e dal duo Gentiloni-Minniti, a Mineo (sede del CARA più grande d’Italia) si svolse un incredibile incontro tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, ed alcuni delegati inviati dal governo italiano.
Il 24 luglio del 2019 è il turno di Matteo Salvini, da poco ministro dell’interno, a proporre ai libici di Al Serraj di costruire altri “Centri di accoglienza” nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Il ministro dell’Interno ha incontrato a Tripoli l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Aveva però anticipato via twitter, come al solito, il succo della sua proposta: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza aveva però già da anni denunciato che: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Le foto dell’incontro nel maggio 2017 (Governo Gentiloni, ministro dell’interno Minniti) tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo italiano sono nell’incredibile inchiesta di Nello Scavo su l’Avvenire.
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Nello Scavo, venerdì 4 ottobre 2019 – L’Avvenire
Le foto dell’incontro nel 2017 tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo.
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la composizione della misteriosa delegazione da Tripoli. È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto. Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti. Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani. Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco». Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia.
Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf». Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna. Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire. I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà, ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici. Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato – si legge nei report dell’Onu – di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
Fonte
22/09/2019
Le Ferrovie dello Stato. Un “modello” di multinazionale italiana, come tutte le altre
Era il 2011 quando le Ferrovie dello Stato hanno aggiunto la denominazione “Italiane” alla ragione sociale originaria. Ma il comunicato stampa diffuso per spiegare questo cambiamento così recita: “Il nuovo marchio testimonia il rafforzamento delle caratteristiche distintive del Gruppo Ferrovie dello Stato. Innanzitutto l’italianità... Il nuovo logo FS segna anche il consolidamento della leadership nel mercato trasportistico ferroviario, nazionale e europeo, nel momento dell’espansione sui mercati internazionali”...
Negli ultimi anni, le Ferrovie dello Stato Italiane (da adesso in poi FSI), hanno infatti dato vita ad un vastissimo piano di acquisizioni e penetrazione a livello internazionale, che le hanno rese di fatto una holding o meglio una società multinazionale, una holding pubblica dove la ricerca degli utili è diventata la mission principale rispetto a quella di servizio pubblico, quasi monopolista, nei trasporti.
La sua natura è spiegata direttamente sul sito delle FSI: “Partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze dal 1992, la Capogruppo Ferrovie dello Stato Italiane SpA controlla le società operative nei quattro settori della filiera, trasporto, infrastruttura, servizi immobiliari e altri servizi e, ferme restando le autonome responsabilità giuridiche delle società partecipate, svolge attività di natura societaria tipiche di una holding (gestione delle partecipazioni, controllo azionariato, ecc.), oltre che di tipo industriale”.
L’entrata di FSI dentro Alitalia, è stata salutata come un ritorno dell’intervento pubblico in un segmento strategico come quello del trasporto aereo. Ma a fare la differenza, non è se il capitale sia pubblico o privato, ma gli interessi che persegue e le esigenze che intende soddisfare. Di questo parliamo però più diffusamente in fondo a questa inchiesta nel capitolo dedicato alle acquisizioni di FSI in Italia.
Occorre anche dire che in tempi di recessione e vulnerabilità finanziaria, una società per azioni pubblica offre maggiori garanzia di tenuta dei soggetti privati. La fine miserrima dei “capitani coraggiosi” che presero in mano Alitalia è lì a dimostrarlo. Ma anche l’ossessione ad andare avanti con un progetto diseconomico (per le casse pubbliche) e devastante per l’ambiente come la Tav è li a dimostrarlo.
Il dato che però deve colpire e che va sottolineato, è la crescente e sistematica espansione di FSI all’estero. Un processo di penetrazione economica, acquisizione di aziende, concentrazione ed esportazioni di capitali caratteristico dei paesi “imperialisti” che è sfuggito a molti.
Le Ferrovie dello Stato Italiane, sono entrate così a far parte di quelli che vengono definiti “campioni europei” cioè le maggiori società multinazionali in grado di partecipare attivamente alla spartizione e alla competizione globale dei mercati. Non è un mistero, soprattutto sul piano tecnologico e militare/industriale, che molte di queste multinazionali europee siano formate in gran parte o fortemente partecipate da capitale pubblico. Ciò le rende più forti in una fase in cui il capitalismo monopolistico ha necessità di tutto il sostegno possibile da parte degli Stati, ancora meglio se in un sistema integrato, concentrato e gerarchizzato come quello dell’Unione Europea.
Le acquisizioni all’estero della holding Ferrovie dello Stato Italiane. Un sacco di sorprese
Qui di seguito troverete, su dati ufficiali, le ultime acquisizioni completate da Ferrovie dello Stato Italiane nel mondo e nel mercato europeo. Queste ultime in particolare vengono agevolate e sostenute dal processo di liberalizzazione a livello europeo che si concluderà con l’attuazione finale del IV Pacchetto Ferroviario (europeo) previsto per il 2020. Cominciamo dall’Europa e dall’Unione Europea:
Francia
A settembre del 2016, Trenitalia ha acquisito la piena proprietà di Thello, impresa ferroviaria che effettua collegamenti su tratte franco-italiane (Parigi – Venezia, Marsiglia – Milano).
Germania
Nel 2011, il Gruppo FS Italiane ha acquisito la Netinera Deutschland, il secondo operatore del trasporto pubblico locale in Germania, concentrato principalmente sul trasporto ferroviario regionale passeggeri.
Nel 2011 FS ha completato l’acquisizione delle quote della società tedesca TX Logistik (fatturato nel 2010 di 150 mln euro) che opera nel trasporto merci a lunga percorrenza (oggi sotto la società di FS Mercitalia Rail)[1].
Grecia
A gennaio del 2017 è stato firmato l’accordo per l’acquisizione di Trainose, principale operatore ferroviario greco nel trasporto passeggeri e merci. L’operazione del valore di 45 milioni di euro è stata completata il 14 settembre 2017.
Nel novembre 2014 Italcertifer diventa in Grecia il primo Organismo Designato per la Conformità alle Norme Tecniche Nazionali nel Settore Ferroviario[2]. Certificazione della linea Tithorea-Domokos (2014-2016).
Inghilterra
A febbraio del 2017, Trenitalia, attraverso la propria controllata Trenitalia UK, ha completato a Londra l’acquisizione di NXET (National Express Essex Thameside), gestore del franchise c2c (City to Coast) per i collegamenti tra la città di Londra e Shoesburyness. Operazione dal valore di 72,6 milioni di sterline. Trenitalia UK, controllata di Trenitalia, si è aggiudicata nel 2019 il franchise dei servizi ferroviari della West Coast con la società inglese FirstGroup (30%Trenitalia, 70%FirstGroup) fino al 2031 per i collegamenti InterCity fra Londra, Manchester etc, e l’introduzione dal 2026 di servizi AV da Londra a Birmingham[3] (Ricavi franchise ultimo anno 1.25 mld euro).
Olanda
FS Italiane, tramite la propria controllata Busitalia, ha acquisito da Nederlandse Spoorwegen, la piena proprietà di Qbuzz, operatore del trasporto pubblico locale in Olanda nelle aree Utrecht, Groningen e Drenthe. Completata ad agosto 2017 ha un valore di 30 milioni di euro.
Altre attività extra UE
FSI svolge attività di progettazione e di consulenza all’estero, o si propone come General Contractor (responsabile della progettazione e della realizzazione finale delle opere) tramite la società Italferr. Svolge consulenze anche per certificazioni tramite la società interna Italcertifer, in particolare:
AMERICA LATINA
Perù: Nel 2015 il Consorzio Metro di Lima ha affidato a Italferr[4] l’incarico di coordinamento dell’ingegneria (dalla progettazione alla realizzazione) per la nuova linea 4. Nel 2017 Italferr si è aggiudicata la gara per il progetto del Tunnel Trasandino, in associazione d’impresa con altre società di ingegneria internazionali (commessa 1.6 mln euro).[5]
In Venezuela, Italferr ha condotto fino al 2010 la progettazione della linea Puerto Cabello – La Encrucijada.
In Uruguay, FSI, interviene nella ristrutturazione della rete e del materiale rotabile delle ferrovie uruguayane (soprattutto vendita di carri merci): Primo Memorandum of Understanding nel 2005. Rinnovo del MoU nel 2017[6].
MEDIO ORIENTE
Negli Emirati Arabi Uniti (UAE) nel 2019 Italcertifer[7] si è aggiudicata la fornitura di servizi di valutazione indipendente di sicurezza (ISA) Standard CENELEC per una nuova linea (Stage 2 – Package A) di Etihad Rail[8].
Italferr si aggiudica nel 2014 un contratto da 26 milioni di Euro per la progettazione preliminare della nuova rete ferroviaria del Sultanato dell’Oman.[9] Nel 2016, Italferr ha firmato il nuovo incarico di sviluppare il Concept Design per la nuova linea Mineraria “settore 4d”.
In Arabia Saudita Italferr si aggiudica una gara da 60 milioni euro per la progettazione della linea ferroviaria di 1300 chilometri, Riyadh-Jubai (inizio 2015)[10]. Nel 2018 FSI, membro del Consorzio FLOW con Ansaldo STS e Alstom, si è aggiudicata la gestione dei servizi di O&M delle linee (3, 4, 5 e 6) della metropolitana di Riad[11]. Italfertifer: Certificazione linea Mecca-Medina (2012-2015)[12] e analisi sicurezza a Riyadh: nuova Metro linea 3 (2014-2015).
In Qatar Italferr nel 2013 prende una commessa di 16 mln di euro per la progettazione degli impianti della metropolitana di Doha. Nel 2016 Italferr si è aggiudicata con un raggruppamento d’imprese, l’assistenza tecnica nei lavori per la rete tramviaria di Lusail[13].
Italferr ha sottoscritto nel 2016 un contratto (12 mln euro) con le istituzioni iraniane per Project Management Consultancy (PMC) per la realizzazione della prima linea AV la Tehran – Qom – Isfahan[14].
Yemen, Italferr, a capo di raggruppamento imprese internazionale si è aggiudicata a progettazione di un tunnel della strada Sana’a-Al Hodeidah.
AREA MEDITERRANEA
Egitto, firmato nel 2010 tra i ministeri dei due paesi un Memorandum di cooperazione nei settori ferroviario e marittimo. Italferr ha acquisito l’incarico per lo studio di prefattibilità della linea AV Il Cairo – Alessandria e il progetto del sistema di segnalamento della tratta Benha – Abu – Kebir.
In Algeria[15], Italferr opera dal 2008, fornendo assistenza tecnica ad ANESRIF, agenzia del governo dell’Algeria. Nel 2014, Italferr ha acquisito l’incarico di redigere il “Progetto Costruttivo dell’autostrada 4th Rocade di Algeri – Lot 1”[16]. Nel 2015 firmato l’accordo Italferr – ANESRIF, per la creazione di una nuova società di diritto algerino di ingegneria ferroviaria, con capitale sociale di 2 mln euro per sviluppare nel breve-medio termine lavori per circa 50 milioni di euro.
In Marocco le FS hanno rinnovato (2010) l’Accordo di cooperazione ferroviaria con le Ferrovie locali (del 2006). Verifica esterna indipendente della progettazione degli impianti di segnalamento della Linea Casablanca-Tangier MED e Nodo di Casablanca.
Nel 2010 è stato sottoscritto un nuovo accordo di cooperazione con le Ferrovie turche (TCDD), per iniziative nei mercati interni e limitrofi alla Turchia. Nel 2014 Italferr si è aggiudicata (5,3 mln $) la supervisione dei lavori dell’Eurasia Tunnel[17]. Italferr ha terminato nel 2017 lo studio di fattibilità e la progettazione preliminare e definitiva (€ 1 mln) della ferrovia fra l’aeroporto di Esenboga e Ankara[18].
In Siria, Italferr sta lavorando sin dal 2000. Fra l’autunno 2008 e la primavera 2009 Italferr ha redatto lo studio di fattibilità per il potenziamento della linea Aleppo – Damasco. Nel 2010, inoltre, è stato siglato un accordo per creare una Società mista fra Italferr (Gruppo FS) e Chemins de Fer Syrien (CFS) per fornire, nei prossimi anni, servizi d’ingegneria.
ASIA
Italferr si aggiudica nel 2016 un contratto da 6 milioni di dollari per assistere le Ferrovie Uzbeke nei lavori di potenziamento della linea Angren – Pap[19].
India[20], Dal 2016 Italferr svolge la progettazione e la supervisione lavori per la costruzione dell'”Anji Khad Bridge” nell’India Nord-Occidentale. Dal 2016 Italferr in consorzio con altre imprese assisterà la progettazione delle due nuove linee metro a Mumbai. Italferr ha collaborato allo Studio di Fattibilità del Corridoio ad Alta Velocità tra Puna, Mumbai e Ahmedabad. Nel 2019 Italferr si è aggiudicata, in joint venture con Lombardi SA, la progettazione esecutiva e la direzione lavori del “Tunnel dell’Himalaya” nella linea Rishikesh-Karnaprayag[21].
AFRICA[22]
COSTA D’AVORIO-MALI Italferr nel 2015 ha siglato un accordo per la progettazione preliminare della ferrovia di 1000 chilometri che collegherà la Costa d’Avorio al Mali, dal il Porto di San Pedro, sull’Atlantico a Bamako[23].
ETIOPIA Nel 2014, Italferr ha iniziato una Consulenza per l’organizzazione della nuova linea da Addis Abeba con il porto di Djibouti e della nuova metropolitana leggera della città.Con l’aggiudicazione della commessa, la Società ha posto le basi per una politica di espansione nel continente africano. Nel 2015 Italferr ha acquisito un contratto dalle Ferrovie Etiopi (Etiopian Railway Organization – ERC) per la fornitura di servizi di assistenza e di formazione del personale Etiope per la nuova linea Addis Ababa – Light Rail Transit (AA – LRT) realizzata e gestita da una società cinese.
TANZANIA “Tanzania Central Corridor (TZCC)-Package 1: Dar Es Salaam – Morogoro”, ha Italferr il contratto di sub-consulenza per lo sviluppo del sistema di segnalamento e telecomunicazioni.
Repubblica del Congo Nel 2016, Italferr ha siglato i contratti per la progettazione e la supervisione degli interventi della linea tra il Porto di PointeNoire con la capitale Brazzaville (9 milioni a FSI e 51 milioni a società di costruzioni italiana SEAS)[24].
Repubblica Democratica del Congo Italferr in raggruppamento con ED.IN ha ricevuto dall’Unione Economica degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC) l’incarico di sviluppare la revisione del progetto definitivo del ponte sul fiume Congo tra le città di Brazzaville e Kinshasa che consentirà il collegamento tra la Repubblica del Congo con la Repubblica Democratica del Congo e del progetto preliminare della linea ferroviaria tra Kinshasa e Ilebo.
AUSTRALIA[25]
Certificazione Linea di collegamento tra le miniere di ferro con il porto di Port Hedland (2013-2015) e rete Fret – Collegamento delle miniere di Pilbara con porti Dampier e Cape Lambert (2013-2015).
E poi c’è l’Italia e... Alitalia
Le ultime acquisizioni in Italia riguardano l’Anas che è entrata a far parte del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane il 18 gennaio del 2018. Con circa 44mila chilometri di rete complessiva, nasce così il primo polo europeo integrato di infrastrutture ferroviarie e stradali per numero di abitanti serviti e rilevanza degli investimenti.
Risale a giugno 2017, invece, l’acquisto di una quota pari al 36,7% di M5 SpA, società concessionaria della Linea 5 della Metropolitana di Milano.
Sempre in riferimento al mercato italiano, a novembre 2016 è entrata a far parte del Gruppo FS Italiane anche Ferrovie Sud-Est e Servizi Automobilistici Srl.
Acquisizione di imprese di trasporto locale bus in Italia
Tramite la costituzione (2011) di una società di trasporto bus “Busitalia – Sita Nord”, parte del gruppo, Ferrovie dello Stato S.p.A. sta acquisendo le società di trasporto locale.
Detiene il 55% delle quote di Busitalia Veneto S.p.A (trasporto nelle province di Padova e Rovigo), nel 2012 acquista il 100% delle quote di Ataf (trasporto pubblico Firenze e Toscana), nel 2014 si aggiudica la gara per l’acquisto del 100% di Umbria Mobilità (trasporto locale Umbria). A maggio 2016 si aggiudica la gara per l’acquisizione del Consorzio Salernitano di Trasporto Pubblico (CSTP) da tempo in stato di insolvenza.
Alitalia
Molto dipenderà dagli assetti e dalle scelte del consorzio formato da Ferrovie dello Stato Italiane, Atlantia, Delta e Ministero del Tesoro. Dal punto di vista commerciale, Trenitalia evidentemente ha interesse ad integrare la propria offerta con tutte le compagnie aeree che portano i turisti in Italia.
In Francia tale integrazione è stata realizzata tramite accordi tra l’operatore ferroviario nazionale SNCF e diverse compagnie aeree. In Italia, invece, ciò si vorrebbe raggiungere tramite acquisizioni azionarie.
I vantaggi dell’integrazione, in altre parole, potrebbero essere raggiunti anche senza l’acquisizione di una società da parte dell’altra.
Il governo uscente, in particolare l’allora ministro e vicepremier Di Maio, aveva chiesto alle Ferrovie dello Stato Italiane di aumentare la propria eventuale quota in Alitalia dal 30 al 50%.
Ma le FSI sono una holding che ha macinato utili, mentre Alitalia ha accumulato debiti. Difficile che il management di FSI scelga di accollarseli azzerando i propri utili (e i bonus stellari che derivano, ndr).
A meno che la holding FSI non sia veramente quel gruppo al 100% di “proprietà del Ministero del Tesoro” e adempia a quello che potrebe ordinargli il suo azionista di “totale” maggioranza: lo Stato. Ma alla luce di quanto abbiamo documentato, questo scenario appare assai improbabile.
È il capitalismo bellezza!
Note:
[1] http://www.fsnews.it/cms/v/index.jsp?vgnextoid=89a18db5f48ee210VgnVCM1000008916f90aRCRD
[2] http://www.italcertifer.com/chisiamo.php
[3] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/Trenitalia-UK-e-FirstGroup-si-aggiudicano-gara-per-la-West-Coast-inglese
[4] Italferr è la società progettazione di FSI
[5] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/Italferr/Italferr-Peru-Tunnel-Trasandino
[6] https://www.lastampa.it/economia/2017/05/14/news/le-fs-fanno-affari-in-uruguay-1.34600334
[7] società di certificazione di FS Italiane
[8] http://www.italcertifer.com/news.php?id=68
[9] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/Italferr/Italferr-Oman-contratto-da-26-mln-per-progettazione-rete-ferroviaria
[10] https://st.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-29/a-italferr-treni-mar-rosso-081314.shtml?uuid=ACWP8io
[11] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/FS-Italiane-aggiudicati-servizi-Operation-Mainteinance-metropolitana-di-Riad
[12] http://www.italcertifer.com/attivita.php
[13] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/Il-Gruppo-FS-Italiane-in-Qatar-con-Italferr-e-Anas-International
[14] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/FS-Italiane-italferr-primo-contratto-da-12-mln-per-la-prima-linea-av-del-paese
[15] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/Italferr/Accordo-tra-Italferr-e-ANESRIF-per-una-nuova-societa-di-ingegneria-in-Algeria
[16] http://www.italferr.it/content/italferr/it/progetti-e-studi/africa/algeria.html
[17] http://www.fsnews.it/cms/v/index.jsp?vgnextoid=43c6b7e482506410VgnVCM1000008916f90aRCRD
[18] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/FS-accordo-Ferrovie-turche-formazione-personale-ferroviario
[19] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/FS-Italferr-arriva-in-Uzbekistan
[20] http://www.italferr.it/content/italferr/it/progetti-e-studi/turchia–iran-e-centro-asia/India.html
[21] http://www.italferr.it/content/italferr/it/media/sala-stampa/2019/2/6/italferr-si-aggiudica-una-nuova-commessa-in-india.html
[22] http://www.italferr.it/content/italferr/it/progetti-e-studi/africa.html
[23] http://www.fsnews.it/cms-file/allegati/fsnews2014/2015_10_15_CS_RFI_ITALFERR_CostaAvorio.pdf
[24] http://www.fsnews.it/fsn/Gruppo-FS-Italiane/FS-Italiane-in-Congo-prioritario-lo-sviluppo-delle-attivita-ferroviarie
[25] http://www.italcertifer.com/attivita.php
Fonte
04/09/2019
Governo Conte: cause della crisi e possibili sviluppi futuri
Proviamo ad articolare e condividere qualche ragionamento sul precipitare della situazione che ha condotto il governo Conte ad una rapidissima, quanto acuta, crisi e poi alle dimissioni.
A noi pare che se ne sia discusso tanto e in modo confuso dappertutto, compresa la nostra area (1). Lo strappo di Salvini è quindi stato descritto come una mossa praticamente folle.
Con la Lega ormai egemone nella propaganda politica e negli indici di gradimento – lasciamo un momento da parte l’effettiva rappresentatività dei sondaggi visto che comunque dobbiamo ragionare su chi, pur in modo spurio, esprime una preferenza “politica” – era sensato attendersi un riassetto dei poteri all’interno del Governo e nulla di più. Per esempio, un passaggio dei dicasteri trasporti e difesa in quota leghista, magari con un nome “condiviso” con FI ai trasporti e con FdI alla difesa.
Ciò avrebbe consentito alla Lega di:
- chiudere i giochi con il M5S, che, in un contesto del genere, sarebbe andato ben oltre la normalizzazione istituzionale, suonando il requiem con l’elettorato che l’ha sostenuto;
- chiudere in modo definitivo la partita egemonica all’interno del centro destra, probabilmente recuperando qualche notabile con peso e maniglie in libera uscita da FI;
- ammansire le istituzioni UE che, a nostro parere, “temono” maggiormente l’anomalia impazzita (soprattutto il raggruppamento sociale di cui è contraddittoria espressione) M5S rispetto a qualsiasi ipotesi fascio-sovranista-nazionalista; lo dimostra il fatto che Orban va bene, così come vanno bene Kurz o Erdogan appena oltre confine.
Comunque, di tutto questo non si verifica assolutamente nulla, la crisi di governo è gestita come fosse la sceneggiatura di un film di Monicelli e “il capitano” precipita in un paio di giorno al rango di marmittone.
È scontato domandarsi “perché” tutto questo sì sia verificato, di seguito proveremo a fornire la nostra ipotesi in merito.
Partendo dal presupposto che, per quanto sboccato nella comunicazione e maldestro nella tattica politica, Salvini non è uno stupido, le motivazioni in capo alla crisi del Governo Conte possono essere cercate al di fuori delle beghe di potere in seno alla classe politica nazionale.
L’unica cosa che da un decennio abbondante fa tremare le ginocchia a tutto il personale politico è la legge finanziaria. In 10 anni, i margini di flessibilità sia dal lato degli sceriffi europei, sia da quello della popolazione che ne subisce le politiche si è sempre più ristretto, perché ci sono sempre meno risorse da drenare dalla società (2) a fronte di una voracità in crescita esponenziale da parte dei “mercati” e imposta alle popolazioni continentali con i vari trattati europei (fiscal compact ecc.).
La sclerotizzazione generata da questa contraddizione materiale è evidente, come è evidente che la classe politica che dovrebbe gestirla ne diventa la prima “vittima”, perché impossibilitata a trovare una quadra tra promesse elettorali e profitti da garantire ai “mercati”.
Questa contraddizione, per altro, si riverbera anche sui “mercati” stessi a cui le sagome di cartone cattura consenso, servono per gestire una struttura istituzionale che mantiene ancora una parvenza formale di democraticità. Quest’ultima, per quanto sbiadita e confusa nella percezione generale, è infatti agìta dalle masse: le consultazione referendarie che si sono svolte negli ultimi anni in tutta la UE lo dimostrano, nonostante abbiano trattato questioni molto diversificate tra loro.
L’innesco della crisi del Governo Conte è dunque più verosimile identificarlo nell’approssimarsi della nuova legge finanziaria, piuttosto che nelle pantomime a uso social di Salvini e Di Maio.
A sua volta la scintilla che ha acceso l’innesco alla crisi è, in definitiva, l’aggravarsi della situazione economica internazionale, che a livello continentale, ha ritrovato la Germania nel poco invidiabile ruolo di malata d’Europa.
Uno stato quest’ultimo certificato dalla caduta della produzione industriale (dato di luglio 2019) su base annua del 5,9% (3). Il calo appena menzionato è inoltre parallelo alla diminuzione delle esportazioni, sempre tedesche, sul mercato cinese attestate a un -12,4% (sempre su base annua, la rilevazione è riferita a giugno 2019)(4)
La situazione fin qui descritta ci consente alcune osservazioni empiriche:
- il modello mercantilista tedesco, su cui è modellata l’intera struttura economica comunitaria, sembra essere giunto al capolinea;
- il declino della globalizzazione, in via di sostituzione con la competizione tra aree economico-continentali contrapposte (5), è la prima causa di crisi del modello mercantilista;
- la totale assenza di investimenti produttivi è la seconda, immediata, causa di declino del mercantilismo tedesco;
- la guerra dei dazi aperta dall’amministrazione Trump nei confronti della Cina, si è riverberata molto rapidamente anche sui profitti dei capitali comunitari. Gli USA infatti, muovendo apertamente guerra economica alla Cina, hanno accelerato il processo già in atto, di conversione economica della Cina stessa da “fabbrica del mondo” ad unità quanto più possibile autosufficiente a livello economico;
- in questa situazione l’UE (in particolare la Germania) è palesemente il vaso di coccio circondato da vasi di ferro in quanto:
a) priva di una base industriale moderna (la rivoluzione digitale nel vecchio continente è ancora al di la da venire);
b) priva degli strumenti istituzionali e della classe dirigente necessari a cambi di passo radicali;
- la ridefinizione delle filiere industriali all’interno del mercato unico europeo, che ha azzerato l’indipendenza e la concorrenzialità dell’industria italiana rispetto alle altre economie sviluppate del continente – Francia e Germania –, ha posto la classe lavoratrice italiana in condizione di estrema precarietà. Le sue “fortune” sono legate a quelle della produzione tedesca, di cui ci siamo ridotti a subappaltatori, a sua volta legata all’andamento del ciclo economico dei mercati globali. Andati in crisi irreversibili questi ultimi, come in un domino, la crisi ha rapidamente investito tutti i livelli del sistema.
A nostro avviso non c’era dunque alternativa praticabile alla rocambolesca crisi che ha portato alle dimissioni dell’esecutivo Conte, al massimo la stessa poteva consumarsi con toni meno farseschi.
La tragedia, comunque, con tutta probabilità sarà a carico del nuovo governo o di quello che ne raccoglierà il testimone. La data di scadenza del Conte bis, ammesso che riesca a nascere, difficilmente coinciderà con quella dell’attuale legislatura visti i troppi nodi e le contraddizioni in agenda:
- l’escalation della guerra commerciale USA – Cina;
- l’apertura evidente, da parte statunitense, di un fronte di guerra commerciale con la UE;
- il reiterarsi di un conflitto su larga scala tra Israele e l’universo islamico sciita;
- una Brexit senza un accordo o con un accordo particolarmente svantaggioso e umiliante per la Gran Bretagna;
- l’acutizzarsi delle contraddizioni in seno alla UE, che dovrà legittimare una Germania che farà deficit pubblico per sostenere i propri campioni industriali nazionali, vietando al contempo che quegli stessi deficit siano operati da altri paesi, Italia in testa (6);
- ultimo ma non per importanza, lo stato di salute del sistema bancario tedesco (7).
Ammettendo comunque che il precario equilibrio globale di queste settimane riesca, senza eccessivi scossoni, a perpetrare se stesso, almeno per gli sfruttati italiani il destino pare già segnato, ovviamente a tinte fosche.
Mentre in Germania si paventava l’ipotesi sempre più reale di un allentamento dei cordoni della borsa pubblica per porre in essere quegli investimenti essenziali – che i capitali privati non intendono fare – per salvare l’industria dall’obsolescenza e quindi dal declino definitivo, in Italia, l’attuale presidente della CONSOB, Paolo Savona, proponeva alla platea di Comunione Liberazione un nuovo “patto sociale” per rilanciare gli investimenti – anche qui pubblici in vece e a sostegno del privato che non impegna un euro – a scapito del welfare pubblico (8).
C’è da stare certi che una simile proposta a Bruxelles e Berlino sarebbe probabilmente accolta con il sorriso e, dato il clima emergenziale con cui ogni questione è narrata e affrontata, probabilmente finirebbe per essere digerita ancora una volta da un corpo sociale sempre più disorientato e annichilito da paure che la propaganda modella su forme sempre più ancestrali.
Note
(1) Unica eccezione, al momento, questa: http://www.laboratorio-21.it/il-fallimento-del-m5s-e-il-ritorno-del-centro-sinistra/
(2) Almeno con modalità e tempi che stiano dentro i trimestrali delle quotazioni di borsa, situazione che in parte crediamo spieghi perché il risparmio privato italiano, quello delle “famiglie”, quantificato in 4000 miliardi di euro circa, sia stato intaccato relativamente, ma data la propria entità continui a restare nel mirino degli interessi tutelati dalle istituzioni comunitarie europee.
(3) http://contropiano.org/news/news-economia/2019/08/20/germania-in-recessione-la-strada-stretta-di-berlino-0118162
(4) https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-altro_che_crisi_in_italia_la_partita_si_gioca_tra_pechino_washington_e_berlino/29296_30176/
(5) Che sta prendendo una forma molto simile al confronto tra imperi dell’epoca compresa tra il 1870 e il 1914 e che ebbe conclusione nefasta nella Prima Guerra Mondiale.
(6) Nello specifico pare che i trattati europei ci avessero già visto lungo. Pare, infatti, che la burocrazia UE consenta a un paese di sforare il vincolo del 3% nel rapporto deficit/PIL se il paese che opera lo sforamento ha un debito pubblico che non supera il 60% del PIL, guarda caso la situazione esatta della Germania.
(7) Se dovessero saltare a seguito di qualche shock sistemico i bilanci di Deutsche Bank e CommerzBank è certo che la Germania non avrà alcun modo per varare l’ambiziosa politica di rilancio della propria industria attualmente al vaglio del governo tedesco, perché i surplus di bilancio accumulati nel corso dell’ultimo decennio, andrebbero tutti spesi per tenere in piedi il sistema bancario.
(8) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/20/savona-consob-draghi-fece-il-qe-troppo-tardi-ora-riprogrammare-il-bilancio-dello-stato-stop-a-sanita-gratis-per-chi-puo-pagare/5397515/
Fonte
30/08/2019
Il fallimento del M5S e il ritorno del centro-sinistra
di Domenico Moro e Fabio Nobile
Nello spiegare la fine del governo giallo-verde ci si concentra più sugli aspetti tattici, ossia sulle scelte di opportunità dei singoli partiti, invece che sugli aspetti strategici, di contesto, che a nostro parere risultano più importanti.
È vero che l’esito delle elezioni europee e i sondaggi che l’hanno data come primo partito italiano hanno portato la Lega a vagheggiare le elezioni, conducendo viceversa il M5s a vederle come la peste. Però, la situazione attuale è determinata soprattutto dal contesto: l’inserimento dell’Italia nella Nato e l’alleanza con gli Usa, l’inserimento nella Ue e nell’euro e infine last but not least l’emergere della crisi a livello mondiale, certificata da un Pil che rimane a crescita 0.
Qualsiasi governo si troverebbe in difficoltà a far fronte alla crisi in un contesto di austerity europea. Ciò è tanto più vero per il governo giallo-verde che, come si è verificato in più di un anno, si è trovato nell’impossibilità di tenere insieme i punti programmatici di M5s e Lega. Sulla scelta di Salvini di staccare la spina al governo ha pesato la consapevolezza di essere costretto, entro i vincoli europei, a una manovra finanziaria pesante. Ciò avrebbe significato rinunciare a punti importanti del suo programma come la flat tax. Senza contare l’impossibilità di realizzare, per l’opposizione del M5s, l’autonomia regionale richiesta dai suoi governatori in Lombardia e Veneto, cioè dalla sua base elettorale e sociale principale.
Soprattutto, non bisogna dimenticare che il governo giallo-verde è sempre stato sotto la tutela del Presidente Mattarella, che ha svolto, sin dall’inizio, un ruolo di garante dei legami internazionali dell’Italia, soprattutto nei confronti dell’Ue e della Nato. Tale ruolo si è manifestato nel rifiuto di Savona come ministro dell’economia fino alla crisi di governo attuale. Infatti, Mattarella è stato determinate nella decisione di non andare a nuove elezioni, che avrebbero visto l’affermazione di due partiti (Lega e Fratelli d’Italia) critici nei confronti della Ue, e di proseguire la legislatura con l’affidamento del mandato pieno a Conte.
In particolare Mattarella, insieme alla presa di posizione di Renzi a favore di un’alleanza con il M5s, ha pesato molto sul passo indietro di Zingaretti, che in precedenza aveva dato per certo il ritorno alle urne. Dichiarazioni, quelle di Zingaretti, che indubbiamente avevano inciso sulla scelta di Salvini, che, successivamente, resosi conto della disponibilità del Pd a un governo con il M5s, ha provato a effettuare un dietrofront ormai tardivo.
C’è da dire, però, che il mutamento di posizionamento politico del M5s rappresentato dalla convergenza con il Pd si era già verificato proprio sull’Europa. Mentre la Lega aveva votato contro la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il M5s, effettuando una virata di 180° rispetto alle sue storiche posizioni euroscettiche, aveva votato insieme al Pd per la candidata tedesca. Non è un caso che qualche tempo fa, nei momenti iniziali della crisi di governo, proprio Prodi, europeista convinto e già artefice di due coalizioni di centro-sinistra, fosse stato il primo a parlare di una coalizione “Ursula”, cioè di un governo M5s-Pd.
L’eventuale governo Conte bis si presenta quindi pro-Ue e filo-atlantico, come dimostrano gli endorsement che si sono sprecati all’ultimo vertice del G7 a Biarritz da parte di Trump, Macron e Merkel. Ancora più notevole è che nei fatti si presenti come una riedizione del centro-sinistra in una ottica nuovamente bipolare, che il M5s aveva invece contribuito a eliminare, introducendo nella politica italiana un terzo polo. Infine, lascia perplessi vedere Grillo invocare un governo di competenti, formato da ministri tecnici e senza politici, dimenticando persino le sue aspre critiche a quello che è stato il governo tecnico per eccellenza, quello di Mario Monti.
Per le ragioni suddette il governo Conte bis dimostra il fallimento del M5s rispetto al suo obiettivo principale: modificare il quadro politico italiano e mandare a casa la classe politica del passato. Di fatto, il M5s si trova a governare con coloro che aveva attaccato aspramente fino a ieri e che hanno rappresentato e rappresentano le esigenze di quelle élite di cui il populismo M5s si è sempre dichiarato avversario. Un fallimento di cui eravamo stati facili profeti, proprio perché consci dei limiti del Movimento, che risiedono soprattutto nella sua ambiguità politica e ideologica. Le debolezze intrinseche del M5s rimangono tutte e c’è da prevedere che il Movimento, dopo avere subito l’iniziativa di Salvini, non possa che subire quella del Pd, con la concreta possibilità che anche questo governo non abbia vita molto lunga.
Di fronte alla probabile ulteriore perdita di consensi del M5s, già manifestatasi alle europee, si aprirebbe la possibilità per la sinistra di classe e per i comunisti di recuperare posizioni. Ciò però non è possibile se non si sfugge al richiamo della foresta di nuovo centro-sinistra, magari riveduto e corretto con la motivazione di fare argine nei confronti del nuovo fascismo in salsa leghista. Senza voler minimizzare la natura xenofoba e di destra di Salvini e della Lega, come abbiamo detto più volte, oggi il problema non è la riedizione del fascismo tout court. La democrazia rappresentativa è stata ed è aggirata dalla alienazione di alcune importanti funzioni statuali alla Ue, mediante i trattati europei e l’architettura dell’euro, che rappresenta un impedimento a effettuare politiche economiche e sociali effettivamente espansive e di sinistra. È, invece, proprio la riedizione di un centro-sinistra e l’alleanza del M5s con il Pd che rafforzerà alla lunga la Lega. L’unico modo di contrastare Salvini e la Lega è costruire una posizione chiara sui contenuti più importanti, a partire dal nodo dell’Europa, senza il cui scioglimento non è credibile alcuna soluzione né economica né politica.
Fonte
Nello spiegare la fine del governo giallo-verde ci si concentra più sugli aspetti tattici, ossia sulle scelte di opportunità dei singoli partiti, invece che sugli aspetti strategici, di contesto, che a nostro parere risultano più importanti.
È vero che l’esito delle elezioni europee e i sondaggi che l’hanno data come primo partito italiano hanno portato la Lega a vagheggiare le elezioni, conducendo viceversa il M5s a vederle come la peste. Però, la situazione attuale è determinata soprattutto dal contesto: l’inserimento dell’Italia nella Nato e l’alleanza con gli Usa, l’inserimento nella Ue e nell’euro e infine last but not least l’emergere della crisi a livello mondiale, certificata da un Pil che rimane a crescita 0.
Qualsiasi governo si troverebbe in difficoltà a far fronte alla crisi in un contesto di austerity europea. Ciò è tanto più vero per il governo giallo-verde che, come si è verificato in più di un anno, si è trovato nell’impossibilità di tenere insieme i punti programmatici di M5s e Lega. Sulla scelta di Salvini di staccare la spina al governo ha pesato la consapevolezza di essere costretto, entro i vincoli europei, a una manovra finanziaria pesante. Ciò avrebbe significato rinunciare a punti importanti del suo programma come la flat tax. Senza contare l’impossibilità di realizzare, per l’opposizione del M5s, l’autonomia regionale richiesta dai suoi governatori in Lombardia e Veneto, cioè dalla sua base elettorale e sociale principale.
Soprattutto, non bisogna dimenticare che il governo giallo-verde è sempre stato sotto la tutela del Presidente Mattarella, che ha svolto, sin dall’inizio, un ruolo di garante dei legami internazionali dell’Italia, soprattutto nei confronti dell’Ue e della Nato. Tale ruolo si è manifestato nel rifiuto di Savona come ministro dell’economia fino alla crisi di governo attuale. Infatti, Mattarella è stato determinate nella decisione di non andare a nuove elezioni, che avrebbero visto l’affermazione di due partiti (Lega e Fratelli d’Italia) critici nei confronti della Ue, e di proseguire la legislatura con l’affidamento del mandato pieno a Conte.
In particolare Mattarella, insieme alla presa di posizione di Renzi a favore di un’alleanza con il M5s, ha pesato molto sul passo indietro di Zingaretti, che in precedenza aveva dato per certo il ritorno alle urne. Dichiarazioni, quelle di Zingaretti, che indubbiamente avevano inciso sulla scelta di Salvini, che, successivamente, resosi conto della disponibilità del Pd a un governo con il M5s, ha provato a effettuare un dietrofront ormai tardivo.
C’è da dire, però, che il mutamento di posizionamento politico del M5s rappresentato dalla convergenza con il Pd si era già verificato proprio sull’Europa. Mentre la Lega aveva votato contro la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il M5s, effettuando una virata di 180° rispetto alle sue storiche posizioni euroscettiche, aveva votato insieme al Pd per la candidata tedesca. Non è un caso che qualche tempo fa, nei momenti iniziali della crisi di governo, proprio Prodi, europeista convinto e già artefice di due coalizioni di centro-sinistra, fosse stato il primo a parlare di una coalizione “Ursula”, cioè di un governo M5s-Pd.
L’eventuale governo Conte bis si presenta quindi pro-Ue e filo-atlantico, come dimostrano gli endorsement che si sono sprecati all’ultimo vertice del G7 a Biarritz da parte di Trump, Macron e Merkel. Ancora più notevole è che nei fatti si presenti come una riedizione del centro-sinistra in una ottica nuovamente bipolare, che il M5s aveva invece contribuito a eliminare, introducendo nella politica italiana un terzo polo. Infine, lascia perplessi vedere Grillo invocare un governo di competenti, formato da ministri tecnici e senza politici, dimenticando persino le sue aspre critiche a quello che è stato il governo tecnico per eccellenza, quello di Mario Monti.
Per le ragioni suddette il governo Conte bis dimostra il fallimento del M5s rispetto al suo obiettivo principale: modificare il quadro politico italiano e mandare a casa la classe politica del passato. Di fatto, il M5s si trova a governare con coloro che aveva attaccato aspramente fino a ieri e che hanno rappresentato e rappresentano le esigenze di quelle élite di cui il populismo M5s si è sempre dichiarato avversario. Un fallimento di cui eravamo stati facili profeti, proprio perché consci dei limiti del Movimento, che risiedono soprattutto nella sua ambiguità politica e ideologica. Le debolezze intrinseche del M5s rimangono tutte e c’è da prevedere che il Movimento, dopo avere subito l’iniziativa di Salvini, non possa che subire quella del Pd, con la concreta possibilità che anche questo governo non abbia vita molto lunga.
Di fronte alla probabile ulteriore perdita di consensi del M5s, già manifestatasi alle europee, si aprirebbe la possibilità per la sinistra di classe e per i comunisti di recuperare posizioni. Ciò però non è possibile se non si sfugge al richiamo della foresta di nuovo centro-sinistra, magari riveduto e corretto con la motivazione di fare argine nei confronti del nuovo fascismo in salsa leghista. Senza voler minimizzare la natura xenofoba e di destra di Salvini e della Lega, come abbiamo detto più volte, oggi il problema non è la riedizione del fascismo tout court. La democrazia rappresentativa è stata ed è aggirata dalla alienazione di alcune importanti funzioni statuali alla Ue, mediante i trattati europei e l’architettura dell’euro, che rappresenta un impedimento a effettuare politiche economiche e sociali effettivamente espansive e di sinistra. È, invece, proprio la riedizione di un centro-sinistra e l’alleanza del M5s con il Pd che rafforzerà alla lunga la Lega. L’unico modo di contrastare Salvini e la Lega è costruire una posizione chiara sui contenuti più importanti, a partire dal nodo dell’Europa, senza il cui scioglimento non è credibile alcuna soluzione né economica né politica.
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22/08/2019
I nani al governo
Su quanto avvenuto nella seduta del Senato in cui, su richiesta di Salvini e della Lega, si doveva votare la mozione di sfiducia al premier Conte, c’è un retroscena. Forse non vero, ma molto verosimile. A metà seduta il sottosegretario leghista Giorgetti, uno della vecchia guardia, avrebbe portato Salvini in uno sgabuzzino del Senato e lo avrebbe preso a calci in tutte le parti non visibili dalle telecamere.
Pare anche che, collegati con uno smartphone, i governatori leghisti del Nord e alcuni industriali indicassero a Giorgetti i punti su cui colpire ancora e con più forza. Poi avrebbe costretto Salvini a ingoiare l’ultima sorsata di cicuta: il ritiro in extremis della mozione di sfiducia a Conte precedentemente presentata dalla Lega, calendarizzata e messa in discussione in aula.
Un’ultima boutade che ha consentito a Conte di uscire dalla più aggrovigliata ed emblematica crisi di governo nel nostro paese come uno statista coraggioso e responsabile.
Quella al Senato, che doveva sancire l’estrema ambizione di un leader che era arrivato a chiedere dalla piazza i pieni poteri, si è risolta con una sassaiola contro Salvini, una lapidazione politica e pubblica diffusa in diretta da radio, televisioni, social network; cioè proprio dai media vecchi e nuovi che gli avevano consentito di arrivare e crescere, fino a martedì 20 agosto alle ore 16.00.
Il “capitano”, il “Truce”, il guappo e’ cartone, l’uomo di Papeete Beach, il peracottaro padano – ognuno declini il suo giudizio come meglio preferisce – è uscito demolito dal sasso che aveva sollevato in aria e che gli è pesantemente ricaduto in testa come macigno. Il guappo che mobbizzava la scena politica italiana si è rivelato, come detto, di cartone.
Adesso delle due l’una. O Salvini è veramente “il pericoloso leader del fascismo rinascente”, e quindi dovrà giocarsi la sua partita tutta sul terreno eversivo e della spinta delle piazze, oppure il consueto e desueto allarme sollevato dal Pd, dal partito de La Repubblica – e da tutti i beoti della “sinistra”, disposti ad abboccare ancora una volta – era un allarme del tutto strumentale ai fini di un recupero elettorale del centro-sinistra e del “partito trasversale di Bruxelles”.
Ma anche se entrambe le valutazioni fossero vere, il dato rivelatore di tutta questa vicenda è la profonda e visibile crisi non di un governo, ma di una intera classe dirigente: quella attuale.
Se la miseria della politica su cui si fondano oggi gli esecutivi e le Camere parlamentari fa emergere come statista il professor Conte o ridà lustro addirittura a Renzi, vuole dire che la classe dirigente non ha più serie prove di governo con cui misurarsi, su cui formarsi e rafforzarsi.
La sostanza delle decisioni – e della possibilità materiale di prenderle – non risiede più nelle aule parlamentari o a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles. Ai dirigenti locali rimane solo la normale amministrazione e la gestione degli affari correnti, compresa la spartizione delle briciole a contorno dell’ossatura del bilancio.
Poca roba, in proporzione, per la quale non servono statisti o geni politici, figure in grado di elaborare un piano di lungo periodo di ridisegno del paese, ma leader con contratti a termine e tempi di crescita e di usura rapidissimi. I due Mattei sono lì a raccontarci questo.
Sin dall’inizio abbiamo detto che quello andato in crisi era un governo "tre in uno".
Martedì pomeriggio si è palesato il governo dei professori, quelli impiantati e guidati dal Quirinale per conto della grande borghesia “europeista” e degli apparati di Bruxelles, che ha sparigliato le carte verso gli altri due “governi”.
Ma se, vista dall’alto, la crisi di questo governo non è altro che un passaggio della crisi politica delle classi dirigenti, vista dal basso, dal punto di vista dei “nostri” (lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, abitanti delle periferie), emerge con straordinaria profondità la questione della rappresentanza politica di segmenti sociali tramortiti, impoveriti, depotenziati nelle proprie aspettative.
Una buona parte di questi ha abboccato alla sirena del M5S o della stessa Lega, affidando loro le proprie istanze morali o regressive, sociali o razziste, ma soprattutto affidandole a sottostanti interessi materiali che non coincidono con i propri.
I fatti, impietosamente, hanno prodotto una nuova disillusione. La piccola e media borghesia del nord vuole stare al governo, non riempire le piazze dei comizi di Salvini. Magari va a messa la domenica (come cantava lo scomparso Claudio Lolli), ma non si identifica nell’ostentazione di madonne e rosari. Vuole avere a disposizione un governo che esaudisca i propri desiderata, non che si limiti ad inondare i social network con messaggi deliranti acchiappa-like.
La piccola e media borghesia del centro-sud, con il M5S, ha imbracciato come una clava il tema dell’onestà o l’idiozia dei costi della “casta”, riducendola ad una sbagliatissima macchietta come la riduzione dei parlamentari (non degli stipendi...).
In questa rappresentazione, dov’è la rappresentanza reale degli interessi di classe di lavoratori, lavoratrici, disoccupati o precari di ultima e penultima generazione?
La partita vera, a nostro avviso, si gioca sempre sul piano degli interessi materiali dei settori popolari e della possibilità di decidere autonomamente le priorità dello sviluppo del paese o la sua politica internazionale.
Sappiamo già ora che lo spauracchio di Salvini servirà ancora per qualche mese, ma solo per spianare la strada a un esecutivo che riaffermerà la subalternità degli interessi popolari a quelli del capitale e dei mercati e che riallineerà la politica estera alla gabbia euroatlantica.
Per far questo non servirà un grande personale politico, né una vera classe dirigente, sarebbero sufficienti quelli già in circolazione. Se proprio non dovessero essere all’altezza, è bene ricordare che a fine settembre Draghi terminerà il suo mandato alla Bce.
E allora sì che aspetteremo sotto casa quelli che ci hanno propinato per mesi il “pericolo di Salvini”.
Fonte
Pare anche che, collegati con uno smartphone, i governatori leghisti del Nord e alcuni industriali indicassero a Giorgetti i punti su cui colpire ancora e con più forza. Poi avrebbe costretto Salvini a ingoiare l’ultima sorsata di cicuta: il ritiro in extremis della mozione di sfiducia a Conte precedentemente presentata dalla Lega, calendarizzata e messa in discussione in aula.
Un’ultima boutade che ha consentito a Conte di uscire dalla più aggrovigliata ed emblematica crisi di governo nel nostro paese come uno statista coraggioso e responsabile.
Quella al Senato, che doveva sancire l’estrema ambizione di un leader che era arrivato a chiedere dalla piazza i pieni poteri, si è risolta con una sassaiola contro Salvini, una lapidazione politica e pubblica diffusa in diretta da radio, televisioni, social network; cioè proprio dai media vecchi e nuovi che gli avevano consentito di arrivare e crescere, fino a martedì 20 agosto alle ore 16.00.
Il “capitano”, il “Truce”, il guappo e’ cartone, l’uomo di Papeete Beach, il peracottaro padano – ognuno declini il suo giudizio come meglio preferisce – è uscito demolito dal sasso che aveva sollevato in aria e che gli è pesantemente ricaduto in testa come macigno. Il guappo che mobbizzava la scena politica italiana si è rivelato, come detto, di cartone.
Adesso delle due l’una. O Salvini è veramente “il pericoloso leader del fascismo rinascente”, e quindi dovrà giocarsi la sua partita tutta sul terreno eversivo e della spinta delle piazze, oppure il consueto e desueto allarme sollevato dal Pd, dal partito de La Repubblica – e da tutti i beoti della “sinistra”, disposti ad abboccare ancora una volta – era un allarme del tutto strumentale ai fini di un recupero elettorale del centro-sinistra e del “partito trasversale di Bruxelles”.
Ma anche se entrambe le valutazioni fossero vere, il dato rivelatore di tutta questa vicenda è la profonda e visibile crisi non di un governo, ma di una intera classe dirigente: quella attuale.
Se la miseria della politica su cui si fondano oggi gli esecutivi e le Camere parlamentari fa emergere come statista il professor Conte o ridà lustro addirittura a Renzi, vuole dire che la classe dirigente non ha più serie prove di governo con cui misurarsi, su cui formarsi e rafforzarsi.
La sostanza delle decisioni – e della possibilità materiale di prenderle – non risiede più nelle aule parlamentari o a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles. Ai dirigenti locali rimane solo la normale amministrazione e la gestione degli affari correnti, compresa la spartizione delle briciole a contorno dell’ossatura del bilancio.
Poca roba, in proporzione, per la quale non servono statisti o geni politici, figure in grado di elaborare un piano di lungo periodo di ridisegno del paese, ma leader con contratti a termine e tempi di crescita e di usura rapidissimi. I due Mattei sono lì a raccontarci questo.
Sin dall’inizio abbiamo detto che quello andato in crisi era un governo "tre in uno".
Martedì pomeriggio si è palesato il governo dei professori, quelli impiantati e guidati dal Quirinale per conto della grande borghesia “europeista” e degli apparati di Bruxelles, che ha sparigliato le carte verso gli altri due “governi”.
Ma se, vista dall’alto, la crisi di questo governo non è altro che un passaggio della crisi politica delle classi dirigenti, vista dal basso, dal punto di vista dei “nostri” (lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, abitanti delle periferie), emerge con straordinaria profondità la questione della rappresentanza politica di segmenti sociali tramortiti, impoveriti, depotenziati nelle proprie aspettative.
Una buona parte di questi ha abboccato alla sirena del M5S o della stessa Lega, affidando loro le proprie istanze morali o regressive, sociali o razziste, ma soprattutto affidandole a sottostanti interessi materiali che non coincidono con i propri.
I fatti, impietosamente, hanno prodotto una nuova disillusione. La piccola e media borghesia del nord vuole stare al governo, non riempire le piazze dei comizi di Salvini. Magari va a messa la domenica (come cantava lo scomparso Claudio Lolli), ma non si identifica nell’ostentazione di madonne e rosari. Vuole avere a disposizione un governo che esaudisca i propri desiderata, non che si limiti ad inondare i social network con messaggi deliranti acchiappa-like.
La piccola e media borghesia del centro-sud, con il M5S, ha imbracciato come una clava il tema dell’onestà o l’idiozia dei costi della “casta”, riducendola ad una sbagliatissima macchietta come la riduzione dei parlamentari (non degli stipendi...).
In questa rappresentazione, dov’è la rappresentanza reale degli interessi di classe di lavoratori, lavoratrici, disoccupati o precari di ultima e penultima generazione?
La partita vera, a nostro avviso, si gioca sempre sul piano degli interessi materiali dei settori popolari e della possibilità di decidere autonomamente le priorità dello sviluppo del paese o la sua politica internazionale.
Sappiamo già ora che lo spauracchio di Salvini servirà ancora per qualche mese, ma solo per spianare la strada a un esecutivo che riaffermerà la subalternità degli interessi popolari a quelli del capitale e dei mercati e che riallineerà la politica estera alla gabbia euroatlantica.
Per far questo non servirà un grande personale politico, né una vera classe dirigente, sarebbero sufficienti quelli già in circolazione. Se proprio non dovessero essere all’altezza, è bene ricordare che a fine settembre Draghi terminerà il suo mandato alla Bce.
E allora sì che aspetteremo sotto casa quelli che ci hanno propinato per mesi il “pericolo di Salvini”.
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17/08/2019
Sbarcano i minori a bordo della Open Arms, per ordine di Conte
I rapporti di forza politici sono cambiati, a quanto pare, anche in ciò che resta del governo.
E Mr. Mojito ha dovuto platealmente cedere, dopo 17 giorni, anche sull’unico argomento rimastogli: lo sbarco del migranti naufraghi raccolti dalla nave catalana Oper Arms.
Il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva infatti scritto una seconda lettera al ministro dell’Interno, ordinando lo sbarco immediato dei 28 minori non accompagnati presenti a bordo.
Confermata la disponibilità di Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna a suddividere l’accoglienza per tutti i naufraghi, non resta naturalmente più alcuna ragione per costringere 134 persone e l’equipaggio a restare al largo di Lampedusa, in condizioni igieniche-sanitarie al di là di ogni descrizione (come documentato in più video in circolazione).
Il Truce, ormai costretto a recitare una parte che non gli si attaglia più, ha risposto con fare contrariato ma cedevole: «Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms. Darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all’esecuzione di tale tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l’affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Le “ragioni di diritto”, intanto, sono all’esame della procura di Agrigento, che ha acquisito documenti dalla Guardia costiera (alle dipendenze dal ministero dei Trasporti). Il Centro di ricerca e soccorso aveva infatti già inviato al ministero dell’Interno una comunicazione urgente che rivela l’assenza di «impedimenti di sorta» allo sbarco di tutti i migranti a bordo.
Sta per partire anche un’ispezione medica della Sanità Marittima a bordo della nave. Così le ipotesi di reato al vaglio della Procura sono diverse. Una, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riguarda la Ong che gestisce la nave (ai sensi del “decreto sicurezza” voluto da Salvini, praticamente incostituzionale, sebbene firmato con “rilievi di criticità” dal presidente Mattarella).
L’altro ramo, al momento “contro ignoti”, è stato aperto dopo la denuncia dei legali della Ong e ipotizza il “sequestro di persona, violenza privata e abuso in atti d’ufficio”. Il nome di Mr. Mojito per ora non c’è, ma non è difficile risalire all’unico possibile “indagato”.
Fonte
E Mr. Mojito ha dovuto platealmente cedere, dopo 17 giorni, anche sull’unico argomento rimastogli: lo sbarco del migranti naufraghi raccolti dalla nave catalana Oper Arms.
Il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva infatti scritto una seconda lettera al ministro dell’Interno, ordinando lo sbarco immediato dei 28 minori non accompagnati presenti a bordo.
Confermata la disponibilità di Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna a suddividere l’accoglienza per tutti i naufraghi, non resta naturalmente più alcuna ragione per costringere 134 persone e l’equipaggio a restare al largo di Lampedusa, in condizioni igieniche-sanitarie al di là di ogni descrizione (come documentato in più video in circolazione).
Il Truce, ormai costretto a recitare una parte che non gli si attaglia più, ha risposto con fare contrariato ma cedevole: «Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms. Darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all’esecuzione di tale tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l’affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Le “ragioni di diritto”, intanto, sono all’esame della procura di Agrigento, che ha acquisito documenti dalla Guardia costiera (alle dipendenze dal ministero dei Trasporti). Il Centro di ricerca e soccorso aveva infatti già inviato al ministero dell’Interno una comunicazione urgente che rivela l’assenza di «impedimenti di sorta» allo sbarco di tutti i migranti a bordo.
Sta per partire anche un’ispezione medica della Sanità Marittima a bordo della nave. Così le ipotesi di reato al vaglio della Procura sono diverse. Una, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riguarda la Ong che gestisce la nave (ai sensi del “decreto sicurezza” voluto da Salvini, praticamente incostituzionale, sebbene firmato con “rilievi di criticità” dal presidente Mattarella).
L’altro ramo, al momento “contro ignoti”, è stato aperto dopo la denuncia dei legali della Ong e ipotizza il “sequestro di persona, violenza privata e abuso in atti d’ufficio”. Il nome di Mr. Mojito per ora non c’è, ma non è difficile risalire all’unico possibile “indagato”.
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