Su MilanoFinanza Angelo De Mattia, ex direttore centrale della Banca d’Italia, si chiede: «L’einaudiano “conoscere per deliberare” alberga a Palazzo Chigi?».
Stava parlando della tassazione straordinaria sugli extraprofitti delle banche, misura improvvisata per reperire un po’ di risorse fresche da utilizzare per la “manovra” di fine anno.
Una misura persino “popolare”, vista la “simpatia” universale che riscuotono gli istituti di credito. Ma così malpensata da rischiare di colpire – indirettamente e involontariamente – anche i rendimenti dei titoli di stato, e quindi gli interessi che il Tesoro dovrà pagare.
In sintesi, scrive De Mattia, che della materia è sicuramente competente, “Come fare un autogol calciando un rigore nella porta avversaria”.
Il dubbio – praticamente una certezza – è che questo governo “deliberi” tenendo d’occhio i sondaggi in vista delle prossime elezioni europee (a giugno!), senza neanche studiare le materie su cui improvvisa delle “nuove regole” aventi forza di legge.
Il dubbio – praticamente una certezza – è dissolto da Matteo Salvini che, di fronte all’aumento degli sbarchi di migranti sulle coste di questo paese, sciorina la solita frase che ripete da dieci anni: «è necessario un nuovo “decreto Sicurezza” già a settembre, perché l’Italia non può essere il punto di arrivo dei migranti di mezzo mondo».
Come se lui fosse all’opposizione di un governo “permissivo”...
I numeri, certamente, lo trovano spiazzato. Al al 16 agosto, Infatti, secondo l’aggiornamento dei dati statistici del Viminale sugli sbarchi, si contavano 101.386 arrivi di migranti dall’inizio dell’anno.
Lo scorso anno, nello stesso periodo, se ne erano registrati 48.940. Meno della metà.
Non male per un governo che aveva fatto campagna elettorale promettendo “il blocco navale”, “respingimenti”, “affondamenti in mare” e altri deliri.
Paradossale, oltretutto, per un Salvini che è riuscito ad occupare contemporaneamente la poltrona del ministero dell’Interno con il “suo” Piantedosi (che aveva imposto anche nel governo Draghi) e quella di ministro delle infrastrutture, ovvero colui che tra l’altro controlla i porti e l’attività della Guardia Costiera.
Insomma, una forza politica ancora più a destra di lui potrebbe facilmente impallinarlo come un incapace o un “buonista”...
Se poi si analizzano le misure abbozzate nel “nuovo decreto sicurezza” si capisce che, oltre alla pretesa di “mostrare i muscoli”, nel governo domina l’ignoranza (il “non conoscere” invocato da De Mattia).
Dalle indiscrezioni “soffiate” ai giornali d’area, tipo Libero, apprendiamo infatti che vorrebbe “rovesciare l’onere della prova” nei confronti dei minorenni non accompagnati che sbarcano o vengono raccolti in mare.
In pratica, in caso di incertezza – “avrà 17 o 19 anni?” – sarà il migrante a dover “dimostrare” la sua età, invece di limitarsi, come ora, a dichiararla.
Non si capisce come possa “dimostrare” qualcosa una persona, forse minorenne, senza documenti, che scende da un barcone o da una nave di soccorso.
Ma, oltretutto, quanto inciderebbe questa nuova misura sul fenomeno complessivo? Probabilmente quasi nulla. I minorenni non accompagnati sbarcati quest’anno, al 16 agosto, sono stati 10.286. Di questi, quelli di “età incerta” sono forse intorno al 20%. Ossia circa 2.000. Anche classificandoli “d’autorità” tutti maggiorenni, non cambierebbe granché.
Ancora meno influente è l’idea di costruire “20 nuovi Cpr”, ossia prigioni-trash dedicate ai migranti. I tempi sono ovviamente lunghi, per quanto si possa chiudere un occhio sulla qualità delle costruzioni e sulle condizioni di detenzione che saranno previste.
Attualmente, infatti, in tutta Italia ne funzionano soltanto nove. Però sarà un buon business per i costruttori vicini al governo, in attesa dei mega-contratti per l’immaginario Ponte sullo Stretto.
Di nuove stangate sulle Ong non se ne trova ancora traccia. Del resto la figuraccia, qui, è stata totale.
Dopo aver imposto il criminale obbligo di fare “un solo salvataggio alla volta”, assegnando poi un porto di sbarco il più lontano possibile dal Canale di Sicilia, il governo – e Salvini in particolare – era stato costretto a chiudere tutti e due gli occhi sui benemeriti “salvataggi multipli”, vista l’immensa flotta di gusci di noce che prova ad arrivare in Italia.
Una prova, quest’ultima, dell’inconsistenza della “teoria” per anni raccontata sia dalla Lega che da Fratelli d’Italia. Ossia quella favola per cui, se si fossero fatte leggi durissime contro l’immigrazione, i migranti (che notoriamente leggono i giornali italiani nei loro paesi…) avrebbero rinunciato oppure preferito altre rotte, diverse dall’Italia.
Dopo la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Minniti e quelli dello stesso Salvini, dovrebbe essere ormai evidente che un essere umano che attraversa il Sahara, sopravvive nei lager libici (finanziati dal governo italiano), attraversa il Mediterraneo su un guscio di noce, ecc, può anche sapere che il governo che lo attende qui non è contento di vederselo tra i piedi. Ma questo non può spaventarlo più di quel che ha già vissuto. Anche perché, in genere, vuole andare in un altro paese…
Più in generale, è lapalissiano che un fenomeno “epocale”, innescato da processi di portata gigantesca – crisi economica, guerre, desertificazione, ecc – non può essere gestito, né tantomeno “fermato”, con pensatine da “poliziotto locale”.
Insomma: la “teoria” del “governo duro che spaventa i clandestini” è una scemenza. Lo dicono i fatti, ossia i numeri.
La Storia – con la maiuscola –, si sa, è molto ironica. E non sorprende che il governo “più duro di tutti”, con sul ponte di comando il ministro che ha costruito la sua riprovevole carriera sulla pelle dei disperati, si ritrovi a registrare il record di sbarchi.
Se “non conosci”, non puoi “deliberare”. O comunque le tue “delibere” servono a spazzare il mare col rastrello…
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2022
Una donna sòla al comando
di Alessandra Daniele
Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata.
I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati.
Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza.
Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:
I Fascisti
Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, e la voteranno fino alla fine. Razzisti, sessisti, xenofobi, omofobi, appartengono a tutte le classi sociali, e sono accomunati dalla passione per la fiamma che sorge dalla tomba di Mussolini, fuoco sacro da cui ai loro occhi Giorgia è circonfusa.
I Reazionari
Prevalentemente di classe media, devoti della trinità Dio, Patria e Famiglia con l’aggiunta del Portafoglio, un tempo avrebbero votato Democrazia Cristiana, più di recente hanno scelto Forza Italia, adesso insieme alla Madonnina piangente adorano Giorgia, la Madonnina urlante. Si definiscono moderati, ma sono a tutti gli effetti reazionari.
I Delusi
Provengono dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega, dal PD, dall’astensione, e persino dalla sinistra. Di classe medio-bassa, mal ripongono nella Meloni le loro speranze di riscatto sociale. Il loro è anche un voto di protesta. Questo è lo stesso fenomeno che porta il proletariato bianco in tutto l’occidente a votare a destra, e che ha fatto la fortuna di Trump e Le Pen. In realtà, la fede capitalista di Giorgia è salda quanto quella di Draghi. E di Berlusconi.
I Modaioli
Di classe prevalentemente medio-alta, li hanno provati tutti, a seconda della moda del momento. Di questa categoria fanno parte anche le femministe alla Valeria Marini. Questi elettori sono i più volubili, e molleranno Giorgia appena comparirà all’orizzonte il prossimo cazzaro.
Il Ciclo del Cazzaro infatti è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.
E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie. Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.
Fonte
Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata.
I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati.
Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza.
Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:
I Fascisti
Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, e la voteranno fino alla fine. Razzisti, sessisti, xenofobi, omofobi, appartengono a tutte le classi sociali, e sono accomunati dalla passione per la fiamma che sorge dalla tomba di Mussolini, fuoco sacro da cui ai loro occhi Giorgia è circonfusa.
I Reazionari
Prevalentemente di classe media, devoti della trinità Dio, Patria e Famiglia con l’aggiunta del Portafoglio, un tempo avrebbero votato Democrazia Cristiana, più di recente hanno scelto Forza Italia, adesso insieme alla Madonnina piangente adorano Giorgia, la Madonnina urlante. Si definiscono moderati, ma sono a tutti gli effetti reazionari.
I Delusi
Provengono dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega, dal PD, dall’astensione, e persino dalla sinistra. Di classe medio-bassa, mal ripongono nella Meloni le loro speranze di riscatto sociale. Il loro è anche un voto di protesta. Questo è lo stesso fenomeno che porta il proletariato bianco in tutto l’occidente a votare a destra, e che ha fatto la fortuna di Trump e Le Pen. In realtà, la fede capitalista di Giorgia è salda quanto quella di Draghi. E di Berlusconi.
I Modaioli
Di classe prevalentemente medio-alta, li hanno provati tutti, a seconda della moda del momento. Di questa categoria fanno parte anche le femministe alla Valeria Marini. Questi elettori sono i più volubili, e molleranno Giorgia appena comparirà all’orizzonte il prossimo cazzaro.
Il Ciclo del Cazzaro infatti è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.
E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie. Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.
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02/07/2021
Cingolani superTav. Vuole andare a Chiomonte a giocare con la “talpa”
Quale fosse l’idea di “transizione ecologica” che aveva in testa Roberto Cingolani si poteva capire da subito.
Già direttore del ben poco ecologico Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia (NNL), già capo dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) – organismo incensato da tutti gli economisti neo-liberisti italiani, opaco, stra-pagato con soldi pubblici ma con Confindustria nel CDA – poi Responsabile dell’innovazione per l’azienda di armamenti Leonardo, è infine approdato al ministero fortemente voluto dal M5S come garanzia per entrare nel governo Draghi (addirittura Grillo si presentò con Cingolani ai deputati per convincerli a votare la fiducia).
Quali sono le sue idee di “green”, il ministro l’ha poi chiarito subito coi fatti: autorizzazione di nuove trivelle, apertura verso il ritorno del nucleare in Italia (nonostante l’ipotesi sia stata chiusa da un movimento decennale e due referendum), allentamento dei vincoli ambientali per i parchi foto-voltaici ed eolici, simpatia per gli inceneritori, dichiarazioni contro il divieto della plastica mono-uso...
Sono solo alcune delle perle che ci ha regalato in appena qualche mese colui che dovrebbe rappresentare le istanze ambientaliste in seno al governo “dei migliori”.
Anche su chi dovrebbe pagare il conto della transizione verso un’economia verde il ministro non ha dubbi. Non certo le multinazionali, che hanno accumulato profitti giganteschi devastando il pianeta, ma i cittadini “ad esempio sulla bolletta elettrica”.
Mercoledì, se mai servisse, è arrivata la definitiva conferma della stoffa del ministro porta-bandiera dei grillini. A Torino, durante l’evento ‘La trasformazione ecologica del Piemonte’, Cingolani si è espresso senza riserve a favore del raddoppio della linea Torino-Lione, “parte della trasformazione assolutamente necessaria”.
Addirittura invitato a visitare il cantiere di Chiomonte, risponde beato che “verrà volentieri” anche perché è “incuriosito” da “queste mega talpe al lavoro” che hanno già cominciato a devastare la Val Clarea.
Il ministro ha poi continuato con il grossolano mix di ignoranza e malafede che caratterizza tutti i si tav col cerone verde, dichiarando che il TAV servirà a diminuire “il traffico privato e il piccolo trasporto”.
Peccato che una linea AV tra Torino e Lione sia in servizio da 20 anni, e la già esigua riduzione dei tempi annunciata in pompa magna dai promotori sfumerà definitivamente vista la variante di progetto sulla quale si sta orientando la Francia.
Quanto al “trasporto merci” che il ministro desidera mettere su rotaia, nessuno più di chi vive in Val di Susa sa quanto la diminuzione del numero di camion sia importante. Peccato che una linea alta capacità sia già in esercizio, è stata rinnovata nel 2011 ed è usata a meno del 20% delle sue capacità vista la mancanza di volontà dello stato italiano di usare incentivi fiscali adeguati per scoraggiare il trasporto su gomma, che andrebbero a intaccare i profitti dei soliti noti.
Su una cosa però siamo completamente d’accordo col ministro, come Cingolani crediamo che “le ideologie sono le peggiori nemiche del futuro dei nostri figli”.
Quella del PIL prima della salute, del cemento ad ogni costo e delle valli alpine ridotte a corridoi logistici è certamente quella che sta facendo i danni peggiori. Venire in Val Susa per credere.
Fonte
Già direttore del ben poco ecologico Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia (NNL), già capo dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) – organismo incensato da tutti gli economisti neo-liberisti italiani, opaco, stra-pagato con soldi pubblici ma con Confindustria nel CDA – poi Responsabile dell’innovazione per l’azienda di armamenti Leonardo, è infine approdato al ministero fortemente voluto dal M5S come garanzia per entrare nel governo Draghi (addirittura Grillo si presentò con Cingolani ai deputati per convincerli a votare la fiducia).
Quali sono le sue idee di “green”, il ministro l’ha poi chiarito subito coi fatti: autorizzazione di nuove trivelle, apertura verso il ritorno del nucleare in Italia (nonostante l’ipotesi sia stata chiusa da un movimento decennale e due referendum), allentamento dei vincoli ambientali per i parchi foto-voltaici ed eolici, simpatia per gli inceneritori, dichiarazioni contro il divieto della plastica mono-uso...
Sono solo alcune delle perle che ci ha regalato in appena qualche mese colui che dovrebbe rappresentare le istanze ambientaliste in seno al governo “dei migliori”.
Anche su chi dovrebbe pagare il conto della transizione verso un’economia verde il ministro non ha dubbi. Non certo le multinazionali, che hanno accumulato profitti giganteschi devastando il pianeta, ma i cittadini “ad esempio sulla bolletta elettrica”.
Mercoledì, se mai servisse, è arrivata la definitiva conferma della stoffa del ministro porta-bandiera dei grillini. A Torino, durante l’evento ‘La trasformazione ecologica del Piemonte’, Cingolani si è espresso senza riserve a favore del raddoppio della linea Torino-Lione, “parte della trasformazione assolutamente necessaria”.
Addirittura invitato a visitare il cantiere di Chiomonte, risponde beato che “verrà volentieri” anche perché è “incuriosito” da “queste mega talpe al lavoro” che hanno già cominciato a devastare la Val Clarea.
Il ministro ha poi continuato con il grossolano mix di ignoranza e malafede che caratterizza tutti i si tav col cerone verde, dichiarando che il TAV servirà a diminuire “il traffico privato e il piccolo trasporto”.
Peccato che una linea AV tra Torino e Lione sia in servizio da 20 anni, e la già esigua riduzione dei tempi annunciata in pompa magna dai promotori sfumerà definitivamente vista la variante di progetto sulla quale si sta orientando la Francia.
Quanto al “trasporto merci” che il ministro desidera mettere su rotaia, nessuno più di chi vive in Val di Susa sa quanto la diminuzione del numero di camion sia importante. Peccato che una linea alta capacità sia già in esercizio, è stata rinnovata nel 2011 ed è usata a meno del 20% delle sue capacità vista la mancanza di volontà dello stato italiano di usare incentivi fiscali adeguati per scoraggiare il trasporto su gomma, che andrebbero a intaccare i profitti dei soliti noti.
Su una cosa però siamo completamente d’accordo col ministro, come Cingolani crediamo che “le ideologie sono le peggiori nemiche del futuro dei nostri figli”.
Quella del PIL prima della salute, del cemento ad ogni costo e delle valli alpine ridotte a corridoi logistici è certamente quella che sta facendo i danni peggiori. Venire in Val Susa per credere.
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06/04/2021
Se dietro le BR c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera?
40 anni non sono un particolare secondario. Il codice penale italiano non prevede una simile pena, anche se l’ergastolo viene equiparato proprio a questa cifra per poter effettuare i calcoli delle riduzioni di pena secondo la “legge Gozzini”.
Di fatto, la pena massima effettiva prevista in quella legge è intorno ai 26 anni, pur con le variazioni relative ai “curriculum carcerari” dei singoli.
Nella follia manettara degli ultimi anni, la fantasia macabra dei legislatori da strapazzo ha partorito la novità dell'”ergastolo ostativo”. Secondo cui determinate categorie di condannati alla pena massima vengono esclusi da ogni possibile attenuazione della pena prevista appunto dalla “Gozzini”.
Mario Moretti, principale esponente delle Brigate Rosse, non rientra in quella classificazione e da tempo è in semilibertà. Una condizione certo migliore del “carcere duro” – gli “speciali” ora chiamati “41 bis” – ma sicuramente peggiore della libertà: di giorno si esce (con obblighi e limiti indicati in una sorta di “piano terapeutico” steso dal magistrato di sorveglianza) e la sera si rientra.
C’è una evidente contraddizione in questa condizione dopo un periodo così lungo. La “pericolosità sociale” del prigioniero Moretti è considerata evidentemente nulla, visto che può uscire tutti i giorni. Ma al tempo stesso gli si nega la normale libertà effettiva, comunque limitata da banali considerazioni relative all’età (75 anni).
La lunghissima prigionia di Mario – quasi un record assoluto, ormai, nel panorama italiano – è però in contraddizione totale con tutta la “dietrologia” sul “caso Moro”. Secondo quella narrazione infame, infatti, tutti i cosiddetti “misteri” sarebbero legati alla sua persona.
C’è da dire, e viene quasi da sorridere, che questa produzione di “sospetti” (per definizione “impressioni senza prove”) prosegue e cambia forma continuamente. Per esempio, la “dietrologia” di matrice Pci (poi Pds, poi Ds, poi Pd o come si chiama adesso) ha sempre evocato la Cia. Ossia una delle “agenzie” dei servizi segreti Usa.
Ma ora un falsissimo Walter Veltroni – uno che è riuscito a dire “non sono mai stato comunista” pur essendo stato segretario della Fgci – dialogando con il socialista Gennaro Acquaviva, accoglie con favore anche il sospetto che invece si possa evocare il Kgb (ossia il servizio segreto sovietico, scomparso con l’Urss nel 1991). La facilità con cui si può passare da un’ipotesi a quella opposta è la vera cifra della serietà dei “dietrologi” e dello “statuto storiografico” di quella oscena “disciplina”.
La domanda, dopo 40 anni di prigionia, è posta con chiarezza disarmante da uno storico cronista della “giudiziaria milanese”, Frank Cimini. Uno che ha seguito da vicinissimo tutta la storia di “mani pulite” e che conosce a menadito fatti, vizi, furberie, scorrettezze, “doppiopesismo” e altri difetti di ogni anfratto della Procura più incensata d’Italia.
Una Procura che ha sempre seguito un proprio – e diverso – “codice penale”, che prevede poteri infiniti per gli inquirenti e nessun peso alle “garanzie” (a cominciare dagli avvocati). Ma che al tempo stesso, nonostante abbia costruito la propria saga sulla capacità di “indagare i potenti”, ha storicamente dimostrato molti pesi e molte misure rispetto ai vari potenti.
La domanda è quella del titolo dell’articolo di Frank Cimini: Se davvero dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera? Delle due l’una, ma tutte e due non possono essere.
Non ha nessun senso, infatti, tenere un “sospetto collaboratore” dello Stato in carcere per tutta la vita (dai 35 ai 75 anni, fatevi un po’ di immaginazione...). Paradossalmente, sarebbe uno spot per sconsigliare qualsiasi “collaborazione”.
Specie guardando a come sono stati trattati collaboratori veri come Giannettini, Ventura, Digilio, Delfo Zorzi e tutti gli altri fascisti o agenti dei servizi coinvolti nella strage di Piazza Fontana (al massimo qualche settimana in “albergo”, il più delle volte accompagnati all’estero dai “servizi” stessi).
Ma anche guardando a come sono stati trattati fascisti meno “protetti” – come Fioravanti, Cavallini, Mambro, condannati per la strage della stazione di Bologna, oltre che per numerosi omicidi insensati (quello di Roberto Scialabba, per esempio) e azioni semplicemente infami (l’assalto a Radio Città Futura, allora “di movimento”, e il ferimento di diverse compagne femministe che stavano conducendo una trasmissione).
Dunque, banalmente, quel “sospetto” è un’infamia, una falsità, un elemento “narrativo” inventato da chi doveva tenere insieme “strategia riformatrice” e “volontà di restare nella Nato”, “alternativa alla Democrazia Cristiana” e collaborazione subordinata con la DC (la storia del Pd, non a caso, prosegue questo schema addirittura nello stesso partito), “retorica socialista” e concreta collaborazione neoliberista.
La lunga prigionia di Moretti ne è la dimostrazione inconfutabile. E ogni giorno che passa in carcere diventa ancora più inconfutabile.
La sua liberazione immediata metterebbe fine anche al più grande imbroglio “narrativo” giocato sulle menti del popolo di questo disgraziato Paese, costringendo i “dietrologi” a cercarsi un altro mestiere. E forse anche per questo non viene decisa...
Di fatto, la pena massima effettiva prevista in quella legge è intorno ai 26 anni, pur con le variazioni relative ai “curriculum carcerari” dei singoli.
Nella follia manettara degli ultimi anni, la fantasia macabra dei legislatori da strapazzo ha partorito la novità dell'”ergastolo ostativo”. Secondo cui determinate categorie di condannati alla pena massima vengono esclusi da ogni possibile attenuazione della pena prevista appunto dalla “Gozzini”.
Mario Moretti, principale esponente delle Brigate Rosse, non rientra in quella classificazione e da tempo è in semilibertà. Una condizione certo migliore del “carcere duro” – gli “speciali” ora chiamati “41 bis” – ma sicuramente peggiore della libertà: di giorno si esce (con obblighi e limiti indicati in una sorta di “piano terapeutico” steso dal magistrato di sorveglianza) e la sera si rientra.
C’è una evidente contraddizione in questa condizione dopo un periodo così lungo. La “pericolosità sociale” del prigioniero Moretti è considerata evidentemente nulla, visto che può uscire tutti i giorni. Ma al tempo stesso gli si nega la normale libertà effettiva, comunque limitata da banali considerazioni relative all’età (75 anni).
La lunghissima prigionia di Mario – quasi un record assoluto, ormai, nel panorama italiano – è però in contraddizione totale con tutta la “dietrologia” sul “caso Moro”. Secondo quella narrazione infame, infatti, tutti i cosiddetti “misteri” sarebbero legati alla sua persona.
C’è da dire, e viene quasi da sorridere, che questa produzione di “sospetti” (per definizione “impressioni senza prove”) prosegue e cambia forma continuamente. Per esempio, la “dietrologia” di matrice Pci (poi Pds, poi Ds, poi Pd o come si chiama adesso) ha sempre evocato la Cia. Ossia una delle “agenzie” dei servizi segreti Usa.
Ma ora un falsissimo Walter Veltroni – uno che è riuscito a dire “non sono mai stato comunista” pur essendo stato segretario della Fgci – dialogando con il socialista Gennaro Acquaviva, accoglie con favore anche il sospetto che invece si possa evocare il Kgb (ossia il servizio segreto sovietico, scomparso con l’Urss nel 1991). La facilità con cui si può passare da un’ipotesi a quella opposta è la vera cifra della serietà dei “dietrologi” e dello “statuto storiografico” di quella oscena “disciplina”.
La domanda, dopo 40 anni di prigionia, è posta con chiarezza disarmante da uno storico cronista della “giudiziaria milanese”, Frank Cimini. Uno che ha seguito da vicinissimo tutta la storia di “mani pulite” e che conosce a menadito fatti, vizi, furberie, scorrettezze, “doppiopesismo” e altri difetti di ogni anfratto della Procura più incensata d’Italia.
Una Procura che ha sempre seguito un proprio – e diverso – “codice penale”, che prevede poteri infiniti per gli inquirenti e nessun peso alle “garanzie” (a cominciare dagli avvocati). Ma che al tempo stesso, nonostante abbia costruito la propria saga sulla capacità di “indagare i potenti”, ha storicamente dimostrato molti pesi e molte misure rispetto ai vari potenti.
La domanda è quella del titolo dell’articolo di Frank Cimini: Se davvero dietro le Br c’erano i servizi, perché Moretti sta ancora in galera? Delle due l’una, ma tutte e due non possono essere.
Non ha nessun senso, infatti, tenere un “sospetto collaboratore” dello Stato in carcere per tutta la vita (dai 35 ai 75 anni, fatevi un po’ di immaginazione...). Paradossalmente, sarebbe uno spot per sconsigliare qualsiasi “collaborazione”.
Specie guardando a come sono stati trattati collaboratori veri come Giannettini, Ventura, Digilio, Delfo Zorzi e tutti gli altri fascisti o agenti dei servizi coinvolti nella strage di Piazza Fontana (al massimo qualche settimana in “albergo”, il più delle volte accompagnati all’estero dai “servizi” stessi).
Ma anche guardando a come sono stati trattati fascisti meno “protetti” – come Fioravanti, Cavallini, Mambro, condannati per la strage della stazione di Bologna, oltre che per numerosi omicidi insensati (quello di Roberto Scialabba, per esempio) e azioni semplicemente infami (l’assalto a Radio Città Futura, allora “di movimento”, e il ferimento di diverse compagne femministe che stavano conducendo una trasmissione).
Dunque, banalmente, quel “sospetto” è un’infamia, una falsità, un elemento “narrativo” inventato da chi doveva tenere insieme “strategia riformatrice” e “volontà di restare nella Nato”, “alternativa alla Democrazia Cristiana” e collaborazione subordinata con la DC (la storia del Pd, non a caso, prosegue questo schema addirittura nello stesso partito), “retorica socialista” e concreta collaborazione neoliberista.
La lunga prigionia di Moretti ne è la dimostrazione inconfutabile. E ogni giorno che passa in carcere diventa ancora più inconfutabile.
La sua liberazione immediata metterebbe fine anche al più grande imbroglio “narrativo” giocato sulle menti del popolo di questo disgraziato Paese, costringendo i “dietrologi” a cercarsi un altro mestiere. E forse anche per questo non viene decisa...
*****
Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno.
L’anniversario di quelle manette è l’ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare.
Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all’epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare “i misteri”.
«Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L’infiltrazione sovietica nell’area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità.
«Ah, con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l’idea dell’autenticità delle Brigate Rosse. La tesi che siano state manovrate dall’esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l’idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione» è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di “dire la verità”.
Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera.
Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant’anni essere scarcerato. Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici.
In libreria da pochi giorni c’è un saggio “Brigate Rosse: un diario politico” curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c’erano solo le Br.
Fonte
30/12/2020
“Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”
Il ragionamento che segue non fa una piega, ma necessità di una specifica, un "ma grande come una casa" come verbalmente si sente dire spesso.
Per farla breve, se oggi i cazzari tuttologi abbondano è anche (forse soprattutto?) merito di due situazioni concomitanti nel tempo:
1) l'istruzione ha impoverito a tal punto il livello di conoscenze veicolate in ogni specifica disciplina per cui, oggi, è già un miracolo trovare qualcuno che sia abile su questioni meramente meccaniche (sia a livello di prassi mentale, sia manuale);
2) negli ultimi 30 anni i "competenti" si sono dimostrati troppo spesso contraddittori e in definitiva discutibili rispetto alle proprio posizioni: dagli oncologi che sponsorizzavano le centrali nucleari agli economisti che ancora cianciano di austerità espansiva, la lista sarebbe sterminata.
Queste "derive" sono emanazione diretta del modo di produzione capitalista? Sì, ma vanno esplicitate e discusse, altrimenti si finisce per assumere una posizione da luminare rinchiuso nella propria torre d'avorio che incentiva la proliferazione dei cazzari tuttologi digitali.
Per farla breve, se oggi i cazzari tuttologi abbondano è anche (forse soprattutto?) merito di due situazioni concomitanti nel tempo:
1) l'istruzione ha impoverito a tal punto il livello di conoscenze veicolate in ogni specifica disciplina per cui, oggi, è già un miracolo trovare qualcuno che sia abile su questioni meramente meccaniche (sia a livello di prassi mentale, sia manuale);
2) negli ultimi 30 anni i "competenti" si sono dimostrati troppo spesso contraddittori e in definitiva discutibili rispetto alle proprio posizioni: dagli oncologi che sponsorizzavano le centrali nucleari agli economisti che ancora cianciano di austerità espansiva, la lista sarebbe sterminata.
Queste "derive" sono emanazione diretta del modo di produzione capitalista? Sì, ma vanno esplicitate e discusse, altrimenti si finisce per assumere una posizione da luminare rinchiuso nella propria torre d'avorio che incentiva la proliferazione dei cazzari tuttologi digitali.
*****
Succede ogni giorno, e ogni volta l’orrore allarga la sua presa su questa parte di mondo ormai incapace di capire. Dunque anche di reagire.
L’intervento che vi presentiamo – un post di un’avvocatessa su Facebook – avrebbe potuto essere scritto da un qualsiasi altro esperto di qualsiasi campo. Pone un problema che sta trasformando le relazioni sociali in una sola, gigantesca, palude di sabbie mobili entro cui tutto viene inghiottito.
Senza speranza di uscirne più.
Puoi aver studiato una materia o un problema per anni, averne fatto la tua professione o mestiere (da cui ricavi di che vivere, bene o male), conoscerne le pieghe e le trappole. Ma immancabile, maledetto come gli acari sulle piantine di fiori, arriva l’idiota che ritiene di poter dire su quella materia qualsiasi cosa, con pari diritto di parola.
Millenni o secoli di conoscenza dettagliata, articolata, persino suddivisa in sottodiscipline per meglio approfondire aspetti che hanno assunto dimensioni troppo ampie per un cervello solo, spariscono al cospetto di quell’idiota che spara sentenze che iniziano immancabilmente con un “secondo me...”.
Manteniamo l’esempio dell’avvocatessa. Si sa – si dovrebbe sapere – che il diritto (la legge, i codici, ecc.) è un campo sterminato. Che richiede specializzazione. Un processo penale è parecchio diverso da uno civile. Un divorzio richiede “competenze” diverse da un incidente stradale, e molto distanti da un fallimento societario.
Un avvocato serio, cui si possa affidare la propria speranza di vedersi riconosciuto un diritto, dovrà per forza essersi specializzato in quel ramo che corrisponde al tuo bisogno. Un ramo come un fiume pieno di curve, precedenti, rovesciamenti, trappole. In cui è facile smarrirsi anche per il conducente più esperto.
Ma per l’idiota, col suo sorrisetto furbino, non c’è niente da sapere. “Secondo me...”
E viene da pensare che fino a non molti anni fa quello stesso idiota avrebbe messo bocca, con l’identica supponenza, soltanto in due campi: il calcio, ovviamente, da sempre palcoscenico privilegiato per personalità represse. Dove ognuno si sente in grado di fare l’allenatore (quasi mai il calciatore, perché sarebbe troppo facile chiedergli una dimostrazione pratica delle sue presunte abilità).
E poi la politica. Che è il luogo cui effettivamente chiunque deve poter accedere – la democrazia e il socialismo stimolano la partecipazione più larga possibile – ma in cui, altrettanto implacabilmente, “bisogna far gavetta”, imparare, fare esperienza, ascoltare, metabolizzare e poi – eventualmente – aprire bocca.
Non stiamo parlando dell’atto del votare, che è diritto individuale e non può essere condizionato dal grado delle conoscenze possedute.
Stiamo parlando dell’”intervenire”, interdire, tramare, cercare di formare maggioranza, frazioni, correnti, gruppetti. Dell’immaginare e indicare “soluzioni” a problemi di cui si ignorano persino i fondamentali. Che so: il bilancio dello Stato, la politica fiscale, i rapporti internazionali, quelli con l’Unione Europea, la gestione della pandemia, la riforma della scuola o dell’università, la struttura della pubblica amministrazione...
Un bla bla senza costrutto sdoganato, “a sinistra”, dalla follia nota come “ognuno dice la sua”. Specie se non hai niente di utile da dire...
Sappiamo bene che il potere e Confindustria hanno reso inutilizzabile la parola “competenza” (da loro svuotata a semplice “formazione professionale su una singola cosa”), ma tutto questo ciacolare a vuoto su ogni argomento fa tornare in mente quella massima di Mao che, a questo punto, diventa un faro di saggezza:
“Chi non ha fatto inchiesta – ossia non ha studiato il problema – non ha diritto di parola”.
*****
Facciamo un esempio pratico, magari funziona.
Un giorno avete un problema con la legge, e venite da me.
Facciamo finta che vi abbiano fermati ubriachi, il caso più semplice e diffuso.
Entrate nel mio studio, vi sedete.
Vi guardate intorno.
Libri, codici, fogli appesi al muro in cornice.
Da una parte la laurea, dall’altra la pergamena dell’iscrizione all’albo degli avvocati.
Per prendere la laurea ci ho messo un po’ più del previsto perché facevo anche dei lavoretti.
Per diventare avvocato ho toppato una volta lo scritto, e ho dovuto rifarlo un anno dopo.
Poi mi sono chiusa, letteralmente, in casa quattro mesi per superare l’orale.
Una specie di lockdown dove però si studiava dalle 8 alle 9 ore al giorno, festivi inclusi.
In totale quindi ci è voluto un bel po’ di tempo e di pazienza.
Insomma vi sedete sulla sedia di fronte a me, mi spiegate tutta la vicenda.
Alla fine del resoconto generalmente un avvocato vi spiega quali sono le vostri possibili sorti processuali, e come ci si può muovere.
Avete un problema e l’avvocato è lì per risolverlo, in qualche modo.
Ha studiato per questo.
Se avesse voluto darvi un taglio di capelli più gradevole avrebbe fatto la scuola per parrucchieri.
Invece no, ha studiato giurisprudenza.
Era indubbiamente più redditizio il parrucchiere ma ormai è andata così.
Mettiamo però a questo punto che voi siate particolarmente consci delle vostre capacità nascoste e non accettiate i miei pareri.
Mettiamo che a un certo punto mi contestiate che non si fa così, che avete visto una puntata di “Un giorno in pretura” dove un caso simile al vostro finiva in modo diverso.
Tesi, la vostra, confermata anche da un post dell’avvocato Billo Birillo sulla pagina facebook “l’avvocato per tutti”.
Mettiamo che io sia una persona particolarmente paziente (no, è un’ipotesi non illudetevi) e vi lasci raccontare tutta la vostra fantasiosa autodifesa.
Per fortuna nel processo penale non ci si può difendere da soli, altrimenti il dramma del sovraffollamento carcerario sarebbe immenso ed irreparabile. Un buon 85% della popolazione italiana starebbe dentro, e dal carcere hai voglia a dire “ma lo ha detto Santi Licheri a Forum”.
Cercherei di farvi capire questo, insomma.
Che se ho studiato per fare una cosa sono deputata a farla e quello che dico certo non è legge ma è il parere professionale di una persona che ha delle competenze in una certa materia.
Se io chiamo il tecnico della caldaia per la revisione gli faccio fare la revisione della caldaia, non me la faccio da sola solo perché sono appassionata di caldaie e seguo la pagina “caldaie di tutto il mondo” (che sembra una pagina hot ma giuro che non ero maliziosa).
Questo per dirvi cosa.
Che se nel 2020, nella parte del mondo in cui viviamo, molte malattie sono state debellate o grandemente arginate lo dobbiamo a persone che hanno studiato quella materia e che hanno trovato e prodotto un rimedio. Vaccino o medicina che sia.
Non lo dobbiamo a Gino il parrucchiere che un bel giorno è stato assunto alla Pfizer.
Con tutto il rispetto per i parrucchieri.
Perché se ho questo bel rosso acceso adesso lo devo a loro.
Se lo avessi fatto da sola adesso probabilmente sembrerei Arlecchino. O mi sarei procurata delle ustioni in testa.
Fonte
15/11/2020
Giocare a cazzo con le parole, cioè Saviano
Una delle grandi tragedie culturali del presente, qui in Occidente, è la scomparsa di ogni legame tra “la parola” e “la cosa”, tra la realtà e il discorso che dovrebbe descriverla.
Ci sono sempre meno analisti capaci di riconoscere i problemi e abbozzare delle soluzioni efficaci. Mentre si incontrano ad ogni angolo “esperti di comunicazione” pronti a suggerire una “narrazione” persuasiva.
A raccontare cazzate, insomma, per nascondere o rendere potabile una realtà imbevibile.
Pensavamo di aver raggiunto il fondo con un protagonista del “grande fratello” assunto a capo della comunicazione di Palazzo Chigi.
Poi, stamattina, leggiamo su La Stampa (organo storico della famiglia Agnelli, oggi affiancato da Repubblica) il titolo “De Luca è come Chavez, la camorra approfitta di questo malessere”.
De Luca, che paga ai privati 1.000 euro l’uno posti letto in affitto, sarebbe “simile” a un Chavez che ha dotato di una sanità pubblica un paese che non ne aveva mai avuta una?
Poi si capisce che “l’analogia” – diciamo così – viene rintracciata nella tecnica discorsiva tipica di tutti i leader sudamericani: il comizio dalla lunghezza sterminata. Ovviamente in monologo.
Protagonista dell’audace accostamento? Roberto Saviano, noto per la sua fama, specialista in monologhi proprio come De Luca, incaricato di ridurre il mondo a due sole entità: il bene e la camorra. Senza dubbi, come un verbale di polizia. Senza altre figure, che pure nel mondo girano e andrebbero spiegate...
E capiamo che il fondo è terribilmente lontano.
Fonte
Ci sono sempre meno analisti capaci di riconoscere i problemi e abbozzare delle soluzioni efficaci. Mentre si incontrano ad ogni angolo “esperti di comunicazione” pronti a suggerire una “narrazione” persuasiva.
A raccontare cazzate, insomma, per nascondere o rendere potabile una realtà imbevibile.
Pensavamo di aver raggiunto il fondo con un protagonista del “grande fratello” assunto a capo della comunicazione di Palazzo Chigi.
Poi, stamattina, leggiamo su La Stampa (organo storico della famiglia Agnelli, oggi affiancato da Repubblica) il titolo “De Luca è come Chavez, la camorra approfitta di questo malessere”.
De Luca, che paga ai privati 1.000 euro l’uno posti letto in affitto, sarebbe “simile” a un Chavez che ha dotato di una sanità pubblica un paese che non ne aveva mai avuta una?
Poi si capisce che “l’analogia” – diciamo così – viene rintracciata nella tecnica discorsiva tipica di tutti i leader sudamericani: il comizio dalla lunghezza sterminata. Ovviamente in monologo.
Protagonista dell’audace accostamento? Roberto Saviano, noto per la sua fama, specialista in monologhi proprio come De Luca, incaricato di ridurre il mondo a due sole entità: il bene e la camorra. Senza dubbi, come un verbale di polizia. Senza altre figure, che pure nel mondo girano e andrebbero spiegate...
E capiamo che il fondo è terribilmente lontano.
Fonte
20/07/2020
Cadaveri e papere
di Alessandra Daniele
“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli.
La concessione non è stata revocata.
Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia.
Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi.
Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare al governo insieme a quel PD che lo stesso Di Maio definiva “il partito di Bibbiano”, e col quale giurava di non voler avere “niente a che fare”.
Diamo da sette anni – giustamente – del cazzaro a Renzi e Salvini, ma non ci sono peggiori cazzari dei cinquestelle. Dietro la cortina fumogena dei loro birignao finto ingenui e delle stucchevoli gaffe da neofita, si annidano livelli di cinismo, opportunismo, trasformismo e doppiezza degni della peggiore Democrazia Cristiana. Tradimenti reciproci compresi.
Di Maio già lavora a un governissimo con Mario Draghi premier e l’ex socio Salvini, che usava il tricolore per “pulirsi il culo”, e adesso per coerenza se lo mette in faccia, come mascherina.
Intanto Giuseppe Conte, “l’avvocato degli italiani” si prepara a vendere cara la poltrona, prorogando lo stato d’emergenza per poterli rimettere tutti agli arresti domiciliari.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle dovrebbero organizzare una class action, e denunciare Grillo e Casaleggio per truffa aggravata. E dovrebbero farlo al più presto possibile. Prima della prossima porcata, e della prossima tragedia della quale il Movimento si renderà complice.
“Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato”.
Valery Legasov, Chernobyl
Fonte
“Per bloccare la revoca della concessione autostradale ai Benetton dovrebbero passare sul mio cadavere” aveva promesso solennemente Luigi Di Maio nell’agosto 2018, mentre i social si concentravano sulle papere di Toninelli.
La concessione non è stata revocata.
Lo Stato ha promesso di ricomprarsela a rate dai Benetton, mentre i magliari si godono il rialzo in Borsa del titolo Atlantia.
Non sul cadavere metaforico di Luigi Di Maio, ma sui cadaveri reali delle 43 vittime del Ponte Morandi.
Perché, ormai è ovvio, non c’è promessa che il Movimento 5 Stelle non sia disposto a rimangiarsi e tradire, pur di restare al governo insieme a quel PD che lo stesso Di Maio definiva “il partito di Bibbiano”, e col quale giurava di non voler avere “niente a che fare”.
Diamo da sette anni – giustamente – del cazzaro a Renzi e Salvini, ma non ci sono peggiori cazzari dei cinquestelle. Dietro la cortina fumogena dei loro birignao finto ingenui e delle stucchevoli gaffe da neofita, si annidano livelli di cinismo, opportunismo, trasformismo e doppiezza degni della peggiore Democrazia Cristiana. Tradimenti reciproci compresi.
Di Maio già lavora a un governissimo con Mario Draghi premier e l’ex socio Salvini, che usava il tricolore per “pulirsi il culo”, e adesso per coerenza se lo mette in faccia, come mascherina.
Intanto Giuseppe Conte, “l’avvocato degli italiani” si prepara a vendere cara la poltrona, prorogando lo stato d’emergenza per poterli rimettere tutti agli arresti domiciliari.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle dovrebbero organizzare una class action, e denunciare Grillo e Casaleggio per truffa aggravata. E dovrebbero farlo al più presto possibile. Prima della prossima porcata, e della prossima tragedia della quale il Movimento si renderà complice.
“Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato”.
Valery Legasov, Chernobyl
Fonte
10/06/2020
Cronaca di una giornata di ordinaria stupidità in Regione Lombardia
Sono in preda al ballo di San Vito e si vede!
La giornata di ieri è risultata emblematica per i comportamenti manifestati da parte degli esponenti della Giunta lombarda a seguito de “il caso dei camici” e la sentenza del TAR sui test sierologici.
A dispetto di quest’ultima, l’ormai famosissimo Gallera, nelle consuete dichiarazioni alla stampa, non ha saputo far altro che addurre a “giustificazione” del perché si fanno i test ed il loro beneficio in funzione della ricerca diagnostica, bypassando completamente l’iter seguito per aggiudicarlo alla Diasorin.
Ieri è stata la giornata in cui è saltata una testa, più precisamente quella del Direttore Generale al Welfare, Luigi Caiazzo, sostituito per l’occasione dall’ormai ex Direttore degli Spedali Civili di Brescia, Marco Trivelli.
Ma i nostri novelli maghi illusionisti non si sono fermati qui. Dal cilindro delle sorprese ecco uscire un atto politico che dovrebbe avere lo scopo di gettare altro fumo negli occhi: è stata approvata una mozione nel cui testo si richiedono chiarimenti alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “non tempestività” e alle “mancate comunicazioni” in merito allo sviluppo dell’epidemia.
Si apprende da fonti giornalistiche che tale mozione, in origine, conteneva addirittura la richiesta di “risarcimento danni” alla stessa Cina. Insomma, perdonate il francesismo, hanno la faccia come il culo!
Ma non contento degli exploit odierni, l’immarcescibile Gallera preannuncia una nuova magia per la settimana prossima. Quale? Un nuovo piano per il “potenziamento delle rianimazioni”. Uno sguardo al passato ed ecco l’autunno che incombe. Non c’è che dire, questa si che è prevenzione! Quindi meglio rimandare. Ed il menù del giorno, di per se abbastanza ricco, tanto è vero che prosegue con un altra “chicca”.
Sì, perché le informazioni più ghiotte sono quelle riferite alle nuove disposizioni per il futuro, sotto forma di delibera, riguardanti le RSA. Esse contengono la definizione delle responsabilità a capo delle stesse RSA per la ripresa delle attività, dopo l’alta percentuale di morti avvenute fino a poche settimane fa.
La delibera indica che deve essere predisposto un piano adeguato e dettagliato per il funzionamento delle RSA, con specifica indicazione di un referente interno per il Covid-19 e il tutto, a sua volta, deve essere inoltrato alla Ats di competenza. La delibera prevede inoltre che le Ats abbiano anche una non meglio identificata “funzione di coordinamento” tra gli enti e gli ospedali.
Ma come sempre, una sorpresina c’è. Se tra ospiti delle RSA qualcuno si dovesse ammalare è previsto il trasferimento in strutture sanitarie, ma non viene assolutamente specificato se debbano essere ospedali. Mistero! Ormai ci hanno abituato a tutto, questa è solo una tra le altre.
Rimane a noi poveri mortali, l’unica garanzia per porre fine a questi spettacoli indegni, senza neppur una pur minima decenza: la cacciata dell’intera Giunta dal Palazzo della Regione Lombardia.
Fonte
La giornata di ieri è risultata emblematica per i comportamenti manifestati da parte degli esponenti della Giunta lombarda a seguito de “il caso dei camici” e la sentenza del TAR sui test sierologici.
A dispetto di quest’ultima, l’ormai famosissimo Gallera, nelle consuete dichiarazioni alla stampa, non ha saputo far altro che addurre a “giustificazione” del perché si fanno i test ed il loro beneficio in funzione della ricerca diagnostica, bypassando completamente l’iter seguito per aggiudicarlo alla Diasorin.
Ieri è stata la giornata in cui è saltata una testa, più precisamente quella del Direttore Generale al Welfare, Luigi Caiazzo, sostituito per l’occasione dall’ormai ex Direttore degli Spedali Civili di Brescia, Marco Trivelli.
Ma i nostri novelli maghi illusionisti non si sono fermati qui. Dal cilindro delle sorprese ecco uscire un atto politico che dovrebbe avere lo scopo di gettare altro fumo negli occhi: è stata approvata una mozione nel cui testo si richiedono chiarimenti alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “non tempestività” e alle “mancate comunicazioni” in merito allo sviluppo dell’epidemia.
Si apprende da fonti giornalistiche che tale mozione, in origine, conteneva addirittura la richiesta di “risarcimento danni” alla stessa Cina. Insomma, perdonate il francesismo, hanno la faccia come il culo!
Ma non contento degli exploit odierni, l’immarcescibile Gallera preannuncia una nuova magia per la settimana prossima. Quale? Un nuovo piano per il “potenziamento delle rianimazioni”. Uno sguardo al passato ed ecco l’autunno che incombe. Non c’è che dire, questa si che è prevenzione! Quindi meglio rimandare. Ed il menù del giorno, di per se abbastanza ricco, tanto è vero che prosegue con un altra “chicca”.
Sì, perché le informazioni più ghiotte sono quelle riferite alle nuove disposizioni per il futuro, sotto forma di delibera, riguardanti le RSA. Esse contengono la definizione delle responsabilità a capo delle stesse RSA per la ripresa delle attività, dopo l’alta percentuale di morti avvenute fino a poche settimane fa.
La delibera indica che deve essere predisposto un piano adeguato e dettagliato per il funzionamento delle RSA, con specifica indicazione di un referente interno per il Covid-19 e il tutto, a sua volta, deve essere inoltrato alla Ats di competenza. La delibera prevede inoltre che le Ats abbiano anche una non meglio identificata “funzione di coordinamento” tra gli enti e gli ospedali.
Ma come sempre, una sorpresina c’è. Se tra ospiti delle RSA qualcuno si dovesse ammalare è previsto il trasferimento in strutture sanitarie, ma non viene assolutamente specificato se debbano essere ospedali. Mistero! Ormai ci hanno abituato a tutto, questa è solo una tra le altre.
Rimane a noi poveri mortali, l’unica garanzia per porre fine a questi spettacoli indegni, senza neppur una pur minima decenza: la cacciata dell’intera Giunta dal Palazzo della Regione Lombardia.
Fonte
10/05/2020
Sardine ignoranti
Erano orgogliose di essere classe medio-alta, piene di laureati e competenti in questo e quello.
Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.
“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.
Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).
Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...
Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).
Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.
Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.
Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.
A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.
Per esempio.
Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.
Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.
I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.
Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.
Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”
E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.
Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.
Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.
Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.
Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...
Fonte
Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.
“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.
Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).
Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...
Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).
Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.
Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.
Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.
A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.
Per esempio.
Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.
Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.
I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.
Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.
Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”
E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.
Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.
Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.
Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.
Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...
Fonte
20/04/2020
Analfabeti funzionali al servizio di Confindustria
Il quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore ha pubblicato un editoriale a firma di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi dal titolo «L’economia ferma e il dubbio sui decessi in Italia».
Accade che rispetto all’editoriale, il Comitato di redazione dei giornalisti de IlSole24Ore, abbia preso pubblicamente le distanze da quanto vi è scritto.
In questo articolo, dopo aver affermato che il crollo del PIL in Italia sarà dell’ordine del 20%, gli autori attaccano quello che loro chiamano il «modello Wuhan» di “chiusura totale”, e motivano il loro attacco sostenendo che «nel periodo gennaio-aprile e quest’anno, in base ai dati Istat, non si riscontra un aumento complessivo di mortalità rispetto agli anni precedenti. (sito italiaora.org)»
Proseguendo nell’articolo, gli autori spiegano che per gli anni precedenti Istat «fornisce un totale, dei primi 4 mesi dell’anno di 231 mila morti».
Per la precisione, il sito demo.istat.it fornisce per il 2019 un totale di 237.994 decessi nei primi 4 mesi dell’anno, che diventano 234.472 nella media dei 5 anni dal 2015 al 2019.
Ma questa discrepanza è una inezia nei confronti della questione che emerge dalle righe successive dove si afferma che «Quest’anno, alla data dell’ultimo aggiornamento del 13 aprile, siamo arrivati a 191 mila decessi».
Da quale fonte Becchi e Zibordi hanno ricavato questo valore?
Il sito demo.istat.it non pubblica i dati di quest’anno. Per la buona ragione che i dati devono essere raccolti e verificati, prima di essere pubblicati.
Becchi e Zibordi parlano però di dati aggiornati al 13 aprile e di «1.457 decessi» nella giornata del 13 aprile.
Dal momento che l’articolo è stato pubblicato il 17 aprile, si deve dedurne che Becchi e Zibordi hanno una fonte in grado di pubblicare i dati dei decessi in Italia praticamente in tempo reale!
Chi mai può essere in grado di raccogliere, verificare e pubblicare dati statistici di questa rilevanza in pochissimi giorni? Becchi e Zibordi non lo dicono. Non citano una fonte precisa e lasciano intendere che tutti i dati a cui fanno riferimento siano quelli di Istat.
Ma in nessuna pagina del sito Istat viene citato un solo dato di questo tipo, né il totale dei decessi al 13 aprile, né men che meno il numero dei decessi della singola giornata del 13 aprile.
Invece accedendo al sito italiaora.org citato come fonte all’inizio dell’articolo, si scopre che questo sito consiste di una paginetta in cui vengono elencati alcuni dati, tra cui anche i «morti quest’anno» e i «morti oggi».
Appare evidente che i dati dei morti dei primi mesi del 2020 sono presi da questa fonte e non dall’Istat, così come è evidente che siamo di fronte ad una pubblica ammissione di analfabetismo funzionale!
Perché tutti dovrebbero sapere che cosa è il sito italiaora.org, attivo dal lontano dicembre 2008, sicuramente non un sito specializzato in statistiche, non accreditato dall’Istat né da altre istituzioni, ma è semplicemente un giochino informatico che, attraverso un JavaScript, muove dei contatori in modo da simulare un flusso in tempo reale.
Ad esempio, ogni 45 secondi viene incrementato di una unità il numero dei decessi, ogni minuto e 20 secondi viene incrementato di una unità il flusso degli immigrati; ma anche il numero dei furti nelle abitazioni viene incrementato di una unità ogni due minuti, anche se in questi giorni siamo tutti a casa per la pandemia e i furti nelle abitazioni sono ridotti praticamente a zero.
Insomma anche un bambino si accorgerebbe di non poter utilizzare i dati pubblicati da italiaora.org, ma i nostri Becchi e Zibordi non si accorgono di nulla.
E sì che il Becchi non è esattamente un bambino ingenuo. È professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova, gli è stata dedicata addirittura una pagina di Wikipedia, dove possiamo leggere che dal 2013 al 2016 era vicino al Movimento 5 Stelle, mentre successivamente si è avvicinato alla Lega di Salvini.
Becchi, sempre stando a Wikipedia, sarebbe anche editorialista di Libero e de IlSole24Ore, oltre ad avere un blog sul sito de Il Fatto Quotidiano.
Il nostro Becchi non è l’unico a non saper distinguere un contatore JavaScript da un sito di statistiche. Anche il guru no-vax Stefano Montanari fa lo stesso errore grossolano, spacciando il sito italiaora.org come una fonte di dati verificati (https://disquisendo.wordpress.com/2020/04/02/54/) e lo fa sempre per dimostrare che la pandemia non esiste, se non nella mente di qualche paranoico.
Del resto anche Paolo Becchi è un no-vax, e questa deriva minimizzatrice nella valutazione dell’epidemia sembra comune a tutto il movimento no-vax, che si fa ora megafono delle posizioni di Confindustria: minimizzare i rischi, negare l’evidenza, ritornare a produrre come prima, più di prima, evitando qualsiasi tipo di misura di prevenzione che possa rallentare la produttività perché tanto l’epidemia non esiste e se esiste non uccide nessuno.
Il fatto che nella stessa pagina di quest’articolo sia pubblicato anche un comunicato sindacale dei giornalisti de IlSole24Ore, che invita la direzione alla «massima attenzione nella selezione dei contenuti che la testata ospita», testimonia le pressioni che in tutta evidenza ci sono state da parte della proprietà (cioè della Confindustria che già risente dell'”era Bonomi“) per far pubblicare il pezzo di Becchi e Zibordi.
Nota finale: esistono dei dati Istat sui decessi nel primo trimestre di quest’anno, anche se relativi solo a 1.084 comuni con una popolazione totale di 12.300.000 persone.
Questi dati parlano in modo inequivocabile di un aumento della mortalità del doppio e anche del triplo rispetto alla media dei 5 anni precedenti.
Sono dati che sono stati pubblicati dallo stesso IlSole24Ore a inizio aprile e che quindi Becchi e Zibordi non potevano ignorare.
Fonte
Accade che rispetto all’editoriale, il Comitato di redazione dei giornalisti de IlSole24Ore, abbia preso pubblicamente le distanze da quanto vi è scritto.
In questo articolo, dopo aver affermato che il crollo del PIL in Italia sarà dell’ordine del 20%, gli autori attaccano quello che loro chiamano il «modello Wuhan» di “chiusura totale”, e motivano il loro attacco sostenendo che «nel periodo gennaio-aprile e quest’anno, in base ai dati Istat, non si riscontra un aumento complessivo di mortalità rispetto agli anni precedenti. (sito italiaora.org)»
Proseguendo nell’articolo, gli autori spiegano che per gli anni precedenti Istat «fornisce un totale, dei primi 4 mesi dell’anno di 231 mila morti».
Per la precisione, il sito demo.istat.it fornisce per il 2019 un totale di 237.994 decessi nei primi 4 mesi dell’anno, che diventano 234.472 nella media dei 5 anni dal 2015 al 2019.
Ma questa discrepanza è una inezia nei confronti della questione che emerge dalle righe successive dove si afferma che «Quest’anno, alla data dell’ultimo aggiornamento del 13 aprile, siamo arrivati a 191 mila decessi».
Da quale fonte Becchi e Zibordi hanno ricavato questo valore?
Il sito demo.istat.it non pubblica i dati di quest’anno. Per la buona ragione che i dati devono essere raccolti e verificati, prima di essere pubblicati.
Becchi e Zibordi parlano però di dati aggiornati al 13 aprile e di «1.457 decessi» nella giornata del 13 aprile.
Dal momento che l’articolo è stato pubblicato il 17 aprile, si deve dedurne che Becchi e Zibordi hanno una fonte in grado di pubblicare i dati dei decessi in Italia praticamente in tempo reale!
Chi mai può essere in grado di raccogliere, verificare e pubblicare dati statistici di questa rilevanza in pochissimi giorni? Becchi e Zibordi non lo dicono. Non citano una fonte precisa e lasciano intendere che tutti i dati a cui fanno riferimento siano quelli di Istat.
Ma in nessuna pagina del sito Istat viene citato un solo dato di questo tipo, né il totale dei decessi al 13 aprile, né men che meno il numero dei decessi della singola giornata del 13 aprile.
Invece accedendo al sito italiaora.org citato come fonte all’inizio dell’articolo, si scopre che questo sito consiste di una paginetta in cui vengono elencati alcuni dati, tra cui anche i «morti quest’anno» e i «morti oggi».
Appare evidente che i dati dei morti dei primi mesi del 2020 sono presi da questa fonte e non dall’Istat, così come è evidente che siamo di fronte ad una pubblica ammissione di analfabetismo funzionale!
Perché tutti dovrebbero sapere che cosa è il sito italiaora.org, attivo dal lontano dicembre 2008, sicuramente non un sito specializzato in statistiche, non accreditato dall’Istat né da altre istituzioni, ma è semplicemente un giochino informatico che, attraverso un JavaScript, muove dei contatori in modo da simulare un flusso in tempo reale.
Ad esempio, ogni 45 secondi viene incrementato di una unità il numero dei decessi, ogni minuto e 20 secondi viene incrementato di una unità il flusso degli immigrati; ma anche il numero dei furti nelle abitazioni viene incrementato di una unità ogni due minuti, anche se in questi giorni siamo tutti a casa per la pandemia e i furti nelle abitazioni sono ridotti praticamente a zero.
Insomma anche un bambino si accorgerebbe di non poter utilizzare i dati pubblicati da italiaora.org, ma i nostri Becchi e Zibordi non si accorgono di nulla.
E sì che il Becchi non è esattamente un bambino ingenuo. È professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova, gli è stata dedicata addirittura una pagina di Wikipedia, dove possiamo leggere che dal 2013 al 2016 era vicino al Movimento 5 Stelle, mentre successivamente si è avvicinato alla Lega di Salvini.
Becchi, sempre stando a Wikipedia, sarebbe anche editorialista di Libero e de IlSole24Ore, oltre ad avere un blog sul sito de Il Fatto Quotidiano.
Il nostro Becchi non è l’unico a non saper distinguere un contatore JavaScript da un sito di statistiche. Anche il guru no-vax Stefano Montanari fa lo stesso errore grossolano, spacciando il sito italiaora.org come una fonte di dati verificati (https://disquisendo.wordpress.com/2020/04/02/54/) e lo fa sempre per dimostrare che la pandemia non esiste, se non nella mente di qualche paranoico.
Del resto anche Paolo Becchi è un no-vax, e questa deriva minimizzatrice nella valutazione dell’epidemia sembra comune a tutto il movimento no-vax, che si fa ora megafono delle posizioni di Confindustria: minimizzare i rischi, negare l’evidenza, ritornare a produrre come prima, più di prima, evitando qualsiasi tipo di misura di prevenzione che possa rallentare la produttività perché tanto l’epidemia non esiste e se esiste non uccide nessuno.
Il fatto che nella stessa pagina di quest’articolo sia pubblicato anche un comunicato sindacale dei giornalisti de IlSole24Ore, che invita la direzione alla «massima attenzione nella selezione dei contenuti che la testata ospita», testimonia le pressioni che in tutta evidenza ci sono state da parte della proprietà (cioè della Confindustria che già risente dell'”era Bonomi“) per far pubblicare il pezzo di Becchi e Zibordi.
Nota finale: esistono dei dati Istat sui decessi nel primo trimestre di quest’anno, anche se relativi solo a 1.084 comuni con una popolazione totale di 12.300.000 persone.
Questi dati parlano in modo inequivocabile di un aumento della mortalità del doppio e anche del triplo rispetto alla media dei 5 anni precedenti.
Sono dati che sono stati pubblicati dallo stesso IlSole24Ore a inizio aprile e che quindi Becchi e Zibordi non potevano ignorare.
Fonte
15/04/2020
Licenziamo la giunta Fontana!
Ci siamo già occupati, alcuni giorni fa, della vicenda del nuovo ospedale presso la Fiera di Milano voluto dalla giunta del leghista Fontana per far fronte alla pandemia Covid-19.
A qualche giorno dall’apertura di tale ospedale si confermano le previsioni negative che avevamo formulato. Infatti, in quel nosocomio trovano attualmente ricovero solo sei pazienti in terapia intensiva.
Il numero tanto ridotto di pazienti è dovuto alla carenza di personale sanitario, poiché il Policlinico, che ha preso in gestione la struttura, non è in grado di offrire un’adeguata copertura, essendo i suoi medici e infermieri già duramente impegnati presso la loro sede abituale.
Inoltre, da più parti è stato rilevato che comunque una struttura ospedaliera di sola terapia intensiva è assolutamente anomala e non può funzionare efficacemente senza essere inserita in un contesto in cui sia presente una pluralità di competenze mediche specialistiche che la possano supportare, oltre a servizi di radiologia e laboratori diagnostici e di analisi.
Che la giunta Fontana sia caduta in quest’ultimo grossolano errore non deve stupire. Infatti una tale impostazione deriva dalla gestione aziendalista della sanità, che ha come conseguenza la frammentazione delle strutture ospedaliere e la loro messa in concorrenza l’una con l’altra.
Concorrenza e conseguente competizione che contrappone ospedale a ospedale, reparto a reparto, e persino lavoratori di diversa competenza e specializzazione da quando è stato abrogato il contratto unico dei dipendenti della sanità.
Restano poi aperte almeno altre due questioni. La prima riguarda il fatto che questo ospedale sia stato realizzato e aperto in ritardo, in un momento in cui i ricoveri in terapia intensiva dovuti al Covid-19 sono in calo; la seconda invece è la provvisorietà di tale struttura che molto probabilmente sarà dismessa entro un anno, nonostante i costi molto alti di realizzazione.
I dati economici dell’operazione non sono ancora stati resi noti, ma sembra che il nuovo ospedale Fiera sia costato più di 20.000.000 di euro, una cifra certamente superiore alle donazioni private che gli sono state dedicate e quindi con un esborso di denaro anche pubblico.
Sarebbe stato probabilmente più sensato dedicare tali capitali alla riqualificazione di strutture permanenti attualmente dismesse, che erano state più volte segnalate alla giunta regionale, che però non ha nemmeno effettuato dei sopralluoghi per verificarne lo stato. Tra l’altro, tali strutture avrebbero avuto il vantaggio di poter rimanere in permanenza al servizio della comunità.
Anche il caso di questo ospedale provvisorio conferma la totale incapacità della giunta regionale lombarda a gestire l’emergenza virus, come conseguenza delle sue scelte politiche privatistiche che hanno reso insufficiente e inefficace il sistema sanitario della regione.
Per questo è necessario che salga il grido della richiesta della revoca dei poteri della giunta Fontana, responsabile di oltre 10.000 morti in Lombardia e del conseguente commissariamento della Regione.
La magistratura è già al lavoro, dopo le denunce di centinaia di familiari di morti, ma la condanna di Fontana e Gallera deve essere anzitutto politica.
Fonte
A qualche giorno dall’apertura di tale ospedale si confermano le previsioni negative che avevamo formulato. Infatti, in quel nosocomio trovano attualmente ricovero solo sei pazienti in terapia intensiva.
Il numero tanto ridotto di pazienti è dovuto alla carenza di personale sanitario, poiché il Policlinico, che ha preso in gestione la struttura, non è in grado di offrire un’adeguata copertura, essendo i suoi medici e infermieri già duramente impegnati presso la loro sede abituale.
Inoltre, da più parti è stato rilevato che comunque una struttura ospedaliera di sola terapia intensiva è assolutamente anomala e non può funzionare efficacemente senza essere inserita in un contesto in cui sia presente una pluralità di competenze mediche specialistiche che la possano supportare, oltre a servizi di radiologia e laboratori diagnostici e di analisi.
Che la giunta Fontana sia caduta in quest’ultimo grossolano errore non deve stupire. Infatti una tale impostazione deriva dalla gestione aziendalista della sanità, che ha come conseguenza la frammentazione delle strutture ospedaliere e la loro messa in concorrenza l’una con l’altra.
Concorrenza e conseguente competizione che contrappone ospedale a ospedale, reparto a reparto, e persino lavoratori di diversa competenza e specializzazione da quando è stato abrogato il contratto unico dei dipendenti della sanità.
Restano poi aperte almeno altre due questioni. La prima riguarda il fatto che questo ospedale sia stato realizzato e aperto in ritardo, in un momento in cui i ricoveri in terapia intensiva dovuti al Covid-19 sono in calo; la seconda invece è la provvisorietà di tale struttura che molto probabilmente sarà dismessa entro un anno, nonostante i costi molto alti di realizzazione.
I dati economici dell’operazione non sono ancora stati resi noti, ma sembra che il nuovo ospedale Fiera sia costato più di 20.000.000 di euro, una cifra certamente superiore alle donazioni private che gli sono state dedicate e quindi con un esborso di denaro anche pubblico.
Sarebbe stato probabilmente più sensato dedicare tali capitali alla riqualificazione di strutture permanenti attualmente dismesse, che erano state più volte segnalate alla giunta regionale, che però non ha nemmeno effettuato dei sopralluoghi per verificarne lo stato. Tra l’altro, tali strutture avrebbero avuto il vantaggio di poter rimanere in permanenza al servizio della comunità.
Anche il caso di questo ospedale provvisorio conferma la totale incapacità della giunta regionale lombarda a gestire l’emergenza virus, come conseguenza delle sue scelte politiche privatistiche che hanno reso insufficiente e inefficace il sistema sanitario della regione.
Per questo è necessario che salga il grido della richiesta della revoca dei poteri della giunta Fontana, responsabile di oltre 10.000 morti in Lombardia e del conseguente commissariamento della Regione.
La magistratura è già al lavoro, dopo le denunce di centinaia di familiari di morti, ma la condanna di Fontana e Gallera deve essere anzitutto politica.
Fonte
23/02/2020
Padaniavirus
di Alessandra Daniele
Il Coronavirus è già arrivato in Italia.
Da settimane.
I focolai d’infezione sono in Lombardia e Veneto, regioni entrambe a guida leghista.
Matteo Salvini ha denunciato il presidente della Toscana.
Non è stato ancora individuato il primo paziente italiano, forse asintomatico, da cui è partito un contagio così vasto.
Con tutta la gente che Salvini abbraccia e bacia ai suoi comizi, potrebbe essere lui.
Il governo ha decretato la quarantena per i territori lombardo-veneti colpiti. Non è l’autonomia differenziata che gli era stata promessa.
Matteo Renzi ha commentato le notizie complimentando Roberto Burioni: “Non ha sbagliato un colpo”. In realtà il vip-rologo tre giorni prima aveva sentenziato a L’Assedio di Daria Bignardi: “In Italia il virus non c’è, quindi il rischio è zero”.
Mentre i Tg, colti dal maratonavirus, sostituiscono i sondaggisti coi virologi, in tutto il Nord chiudono scuole, chiese, università, si ferma persino il campionato. I supermercati vengono svuotati come nelle scene iniziali d’un post-apocalittico.
E finisce in stand by anche la partita delle nomine ai vertici degli enti pubblici e delle partecipate statali, dove Renzi cercava di ricattare i soci di governo perché lo lasciassero partecipare alla spartizione.
Aveva riproposto un accordo a Salvini, stavolta per il presidenzialismo, vecchio sogno della destra italiana dai tempi del Movimento Sociale di Almirante.
La risposta di Salvini è stata “D’oh”.
È troppo occupato a chiedere porti chiusi.
Per proteggere l’Africa dal nostro contagio.
Un governo Renzi-Salvini sarebbe scientificamente interessante e mostruoso come un virus chimera.
I due cazzari sono gemelli, e pretendono entrambi il centro del palcoscenico in ogni occasione.
Pur avendo tre quarti del programma in comune, passerebbero le giornate a sgomitare e a insultarsi a vicenda su Twitter in modo sempre più grottesco, mentre il paese va completamente a puttane.
Seguirebbe un governo Tecnico incaricato di raccogliere i cocci e farci pagare i danni, mentre Renzi infesta i talk show per piazzare il suo nuovo libro “La mossa del Cazzaro”, e Salvini si consola ingozzandosi con un rosario di ciccioli.
Perché, nonostante guerre, carestie e pestilenze, in questo sistema “I popoli hanno il diritto di cambiare governo, ma non di cambiare politica” (Jean Paul Fitoussi).
Sia che Conte riesca a sopravvivere al Coronavirus e all’Italia Virus di Italia Viva, sia che cada e di nuovo succeda a se stesso per un Conte Ter con una flebo di scilipoti sfusi, sia che venga sostituito dal Cazzaro a due teste SalviRenzi, sia che l’Italia finisca in quarantena, commissariata da un governo Burioni, le politiche non cambieranno, e la legislatura continuerà comunque.
Questo parlamento è un lazzaretto blindato com’era la Diamond Princess, la nave in quarantena: nessuno può scendere.
Ma il Cazzarovirus continua a diffondersi.
Fonte
Il Coronavirus è già arrivato in Italia.
Da settimane.
I focolai d’infezione sono in Lombardia e Veneto, regioni entrambe a guida leghista.
Matteo Salvini ha denunciato il presidente della Toscana.
Non è stato ancora individuato il primo paziente italiano, forse asintomatico, da cui è partito un contagio così vasto.
Con tutta la gente che Salvini abbraccia e bacia ai suoi comizi, potrebbe essere lui.
Il governo ha decretato la quarantena per i territori lombardo-veneti colpiti. Non è l’autonomia differenziata che gli era stata promessa.
Matteo Renzi ha commentato le notizie complimentando Roberto Burioni: “Non ha sbagliato un colpo”. In realtà il vip-rologo tre giorni prima aveva sentenziato a L’Assedio di Daria Bignardi: “In Italia il virus non c’è, quindi il rischio è zero”.
Mentre i Tg, colti dal maratonavirus, sostituiscono i sondaggisti coi virologi, in tutto il Nord chiudono scuole, chiese, università, si ferma persino il campionato. I supermercati vengono svuotati come nelle scene iniziali d’un post-apocalittico.
E finisce in stand by anche la partita delle nomine ai vertici degli enti pubblici e delle partecipate statali, dove Renzi cercava di ricattare i soci di governo perché lo lasciassero partecipare alla spartizione.
Aveva riproposto un accordo a Salvini, stavolta per il presidenzialismo, vecchio sogno della destra italiana dai tempi del Movimento Sociale di Almirante.
La risposta di Salvini è stata “D’oh”.
È troppo occupato a chiedere porti chiusi.
Per proteggere l’Africa dal nostro contagio.
Un governo Renzi-Salvini sarebbe scientificamente interessante e mostruoso come un virus chimera.
I due cazzari sono gemelli, e pretendono entrambi il centro del palcoscenico in ogni occasione.
Pur avendo tre quarti del programma in comune, passerebbero le giornate a sgomitare e a insultarsi a vicenda su Twitter in modo sempre più grottesco, mentre il paese va completamente a puttane.
Seguirebbe un governo Tecnico incaricato di raccogliere i cocci e farci pagare i danni, mentre Renzi infesta i talk show per piazzare il suo nuovo libro “La mossa del Cazzaro”, e Salvini si consola ingozzandosi con un rosario di ciccioli.
Perché, nonostante guerre, carestie e pestilenze, in questo sistema “I popoli hanno il diritto di cambiare governo, ma non di cambiare politica” (Jean Paul Fitoussi).
Sia che Conte riesca a sopravvivere al Coronavirus e all’Italia Virus di Italia Viva, sia che cada e di nuovo succeda a se stesso per un Conte Ter con una flebo di scilipoti sfusi, sia che venga sostituito dal Cazzaro a due teste SalviRenzi, sia che l’Italia finisca in quarantena, commissariata da un governo Burioni, le politiche non cambieranno, e la legislatura continuerà comunque.
Questo parlamento è un lazzaretto blindato com’era la Diamond Princess, la nave in quarantena: nessuno può scendere.
Ma il Cazzarovirus continua a diffondersi.
Fonte
09/02/2020
Cazzarovirus
di Alessandra Daniele
Da Twitter
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché è un patogeno finora sconosciuto.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri sconosciuti. Ammettere soltanto gli stranieri famosi, con almeno un milione di followers su Instagram e un’ospitata dalla D’Urso.
#NasiChiusi
Matteo Renzi
Abbiamo fatto nascere questo governo col Movimento 5 Stelle per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li mettiamo all’asta al miglior offerente.
#Serenovirus
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché viene trasmesso anche da pazienti che non hanno alcun sintomo.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri che non hanno alcun sintomo. Impedire ai bambini cinesi di tornare a scuola. Confinarli a #Bibbiano. Il contagio è stato trasmesso all’uomo dai pipistrelli: piazzare crocifissi in tutti i porti e gli aeroporti.
#StopVampiri
Luigi Di Maio
Abbiamo fatto nascere questo governo col PD per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li abbiamo esauriti tutti. Ricordiamo però all’amico @Ping che le nostre arance italiane contengono molta vitamina C, che rafforza le difese immunitarie.
#ViaDellaSeta
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché all’epoca non c’era Twitter.
Matteo Salvini
Guardate questo video di un nigeriano che respira in luogo pubblico!!! E il governo non fa niente!!! Elezioni subito, o MORIREMO TUTTI!!!
#MortiChiusi
Giuseppe Conte
No al panico. Per evitare il contagio da #Coronavirus basta indossare una maschera, e lavarsi le mani di tutto. Cioè fare esattamente come me.
#IWillSurvive
Fonte
Da Twitter
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché è un patogeno finora sconosciuto.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri sconosciuti. Ammettere soltanto gli stranieri famosi, con almeno un milione di followers su Instagram e un’ospitata dalla D’Urso.
#NasiChiusi
Matteo Renzi
Abbiamo fatto nascere questo governo col Movimento 5 Stelle per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li mettiamo all’asta al miglior offerente.
#Serenovirus
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché viene trasmesso anche da pazienti che non hanno alcun sintomo.
Matteo Salvini
Respingere alle frontiere tutti gli stranieri che non hanno alcun sintomo. Impedire ai bambini cinesi di tornare a scuola. Confinarli a #Bibbiano. Il contagio è stato trasmesso all’uomo dai pipistrelli: piazzare crocifissi in tutti i porti e gli aeroporti.
#StopVampiri
Luigi Di Maio
Abbiamo fatto nascere questo governo col PD per fermare Salvini. Ma non svendiamo i nostri valori. Li abbiamo esauriti tutti. Ricordiamo però all’amico @Ping che le nostre arance italiane contengono molta vitamina C, che rafforza le difese immunitarie.
#ViaDellaSeta
Roberto Burioni
Il #Coronavirus è più pericoloso della SARS perché all’epoca non c’era Twitter.
Matteo Salvini
Guardate questo video di un nigeriano che respira in luogo pubblico!!! E il governo non fa niente!!! Elezioni subito, o MORIREMO TUTTI!!!
#MortiChiusi
Giuseppe Conte
No al panico. Per evitare il contagio da #Coronavirus basta indossare una maschera, e lavarsi le mani di tutto. Cioè fare esattamente come me.
#IWillSurvive
Fonte
20/01/2020
Craxi e Ricraxi
di Alessandra Daniele
L’installazione dei missili nucleari NATO a Comiso.
Le complicità neocolonialiste in Somalia.
Lo smantellamento della Scala Mobile che adeguava i salari al costo della vita.
La retorica delle Riforme adoperata per cancellare diritti e garanzie.
Il doppio accordo spartitorio con la Democrazia Cristiana a livello nazionale, e col PCI a livello locale, per l’occupazione bulimica di tutti i posti di potere raggiungibili, la cosiddetta “politica dei due forni”.
L’epurazione del Partito Socialista Italiano da qualsiasi traccia di socialismo, e la sua trasformazione in lista personale, Cerchio Magico di fedelissimi, cortigiani e miracolati.
Il minaccioso disprezzo per critiche e dissenso. La vanagloria faraonica.
La corruzione elevata a sistema, a infrastruttura statale, e rivendicata come imprescindibile strumento di azione politica.
Bettino Craxi non è soltanto una delle più perniciose incarnazioni dell’arroganza del potere che la Storia d’Italia ricordi. È anche l’origine dell’orrido timeloop nel quale siamo prigionieri.
Come quello di Donnie Darko, il nostro sub-universo si forma negli anni ’80. Risvegliando il nefasto archetipo mussoliniano del cosiddetto “uomo forte”, Bettino Craxi il Decisionista dà inizio a quella serie di Cazzari, a quella spirale discendente di spocchiosi Re Sòla che arriva fino a Matteo Salvini.
Negli anni ’80, Craxi consegna tutta la televisione commerciale a quello che sarà il primo dei suoi successori nella spirale, Silvio Berlusconi, facendone il Demiurgo del sub-universo italico appena formato. Mentre i viceré craxiani alla Rai, per una barzelletta, ordinano il Daspo TV per Beppe Grillo, accreditandolo come martire della satira, dell’onestà e del libero pensiero agli occhi dei futuri grillini.
Craxi è il punto d’origine.
Per questo il suo spettro continua ad apparire per indicare la strada (sbagliata) ai suoi successori, gusci sempre più vuoti.
Matteo Salvini non lavora per i russi.
Non lavora per gli americani.
Matteo Salvini non lavora.
Si esibisce.
Ha cominciato come concorrente Mediaset de Il Pranzo è Servito, adesso batte le campagne – elettorali – baciando mortadelle e rosari (in quest’ordine) e mangiando tutto quello che gli passa davanti, nell’attesa spasmodica di tornare Re Sòla.
Anche Matteo Renzi, che di Craxi si ritiene l’unico erede legittimo, non si rassegna che il suo giro di giostra come Cazzaro in carica sia già finito, e continua ad azzannare le caviglie del bisConte.
Mentre la spirale decade però le iterazioni diventano sempre più rapide, il sub-universo s’avvia all’implosione.
Che sia salvino o sardino, il prossimo a svegliarsi al richiamo dello spettro del Duce Decisionista potrebbe non fare neanche in tempo ad alzarsi dal letto.
Fonte
L’installazione dei missili nucleari NATO a Comiso.Le complicità neocolonialiste in Somalia.
Lo smantellamento della Scala Mobile che adeguava i salari al costo della vita.
La retorica delle Riforme adoperata per cancellare diritti e garanzie.
Il doppio accordo spartitorio con la Democrazia Cristiana a livello nazionale, e col PCI a livello locale, per l’occupazione bulimica di tutti i posti di potere raggiungibili, la cosiddetta “politica dei due forni”.
L’epurazione del Partito Socialista Italiano da qualsiasi traccia di socialismo, e la sua trasformazione in lista personale, Cerchio Magico di fedelissimi, cortigiani e miracolati.
Il minaccioso disprezzo per critiche e dissenso. La vanagloria faraonica.
La corruzione elevata a sistema, a infrastruttura statale, e rivendicata come imprescindibile strumento di azione politica.
Bettino Craxi non è soltanto una delle più perniciose incarnazioni dell’arroganza del potere che la Storia d’Italia ricordi. È anche l’origine dell’orrido timeloop nel quale siamo prigionieri.
Come quello di Donnie Darko, il nostro sub-universo si forma negli anni ’80. Risvegliando il nefasto archetipo mussoliniano del cosiddetto “uomo forte”, Bettino Craxi il Decisionista dà inizio a quella serie di Cazzari, a quella spirale discendente di spocchiosi Re Sòla che arriva fino a Matteo Salvini.
Negli anni ’80, Craxi consegna tutta la televisione commerciale a quello che sarà il primo dei suoi successori nella spirale, Silvio Berlusconi, facendone il Demiurgo del sub-universo italico appena formato. Mentre i viceré craxiani alla Rai, per una barzelletta, ordinano il Daspo TV per Beppe Grillo, accreditandolo come martire della satira, dell’onestà e del libero pensiero agli occhi dei futuri grillini.
Craxi è il punto d’origine.
Per questo il suo spettro continua ad apparire per indicare la strada (sbagliata) ai suoi successori, gusci sempre più vuoti.
Matteo Salvini non lavora per i russi.
Non lavora per gli americani.
Matteo Salvini non lavora.
Si esibisce.
Ha cominciato come concorrente Mediaset de Il Pranzo è Servito, adesso batte le campagne – elettorali – baciando mortadelle e rosari (in quest’ordine) e mangiando tutto quello che gli passa davanti, nell’attesa spasmodica di tornare Re Sòla.
Anche Matteo Renzi, che di Craxi si ritiene l’unico erede legittimo, non si rassegna che il suo giro di giostra come Cazzaro in carica sia già finito, e continua ad azzannare le caviglie del bisConte.
Mentre la spirale decade però le iterazioni diventano sempre più rapide, il sub-universo s’avvia all’implosione.
Che sia salvino o sardino, il prossimo a svegliarsi al richiamo dello spettro del Duce Decisionista potrebbe non fare neanche in tempo ad alzarsi dal letto.
Fonte
06/01/2020
L’avvocato del dialogo
di Alessandra Daniele
C’era una volta... – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori, sbagliandosi, perché le favole sulla monarchia sono morte con Lady Diana.
C’era una volta un burattino di premier di nome Giuseppinocchio, che serviva da testa di legno ai suoi cosiddetti vice, il Ratto e la Iena (ridens) i quali l’obbligavano sempre a ripulire le loro porcate.
“Ma quella non era Cenerentola?” Chiedeva Giuseppi. “Non dire stronzate da intellettuale radical chic” lo zittivano i due compari, e continuavano a gozzovigliare.
Un giorno però a Giuseppi apparve la Fata Turchina, tutta vestita di blu e con le chiome cinte d’una corona di stelle dorate. “Caro Giuseppi, vuoi diventare il nuovo Aldo Moro?” Gli chiese.
“Preferirei di no” rispose Giuseppi, portandosi istintivamente le mani all’inguine in un gesto scaramantico.
“È solo un’analogia – chiarì la Fata – Vuoi diventare il perno del nuovo compromesso storico fra PD e Movimento 5 Stelle, e trasformarti così da squallido prestanome a nobile Avvocato del Dialogo?”
“Cosa devo fare?” Chiese Giuseppi. “Tieniti pronto per quest’estate, quando il Ratto, ubriaco di cocktail, olio solare e sondaggi gonfiati, affonderà il suo stesso governo sognando i pieni poteri. Aspetta d’essere rinominato premier dal Grillo Straparlante, e poi fai tutto ciò che ti dirò io – la Fata si fermò ad ascoltare un uccellino azzurro a stelle e strisce appena giunto a strepitarle nell’orecchio. Poi annuì – E naturalmente tutto quello che ti dirà il nostro amico Sputafuoco – aggiunse un po’ controvoglia – La parola magica per contattarci è Interlocuzione“.
“Ma così resterò un burattino” obiettò Giuseppi. “Ma non sarai più un burattino di legno – sorrise la Fata – sarai un burattino di seta, come le tue belle pochette da taschino e le tue cravatte firmate. Ricordati però che allo scoccare della Mezzanotte, i cavalli della tua carrozza dorata si trasformeranno in sorci verdi e verdini, e cercheranno di trascinarti via dalla festa”.
“Ma quella non era Cenerentola?” Chiese ancora Giuseppi.
La Fata Turchina si strinse nelle spalle. “Sono le convergenze parallele” rispose, e sparì in una nuvola di fuffa.
Fonte
C’era una volta... – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori, sbagliandosi, perché le favole sulla monarchia sono morte con Lady Diana.
C’era una volta un burattino di premier di nome Giuseppinocchio, che serviva da testa di legno ai suoi cosiddetti vice, il Ratto e la Iena (ridens) i quali l’obbligavano sempre a ripulire le loro porcate.
“Ma quella non era Cenerentola?” Chiedeva Giuseppi. “Non dire stronzate da intellettuale radical chic” lo zittivano i due compari, e continuavano a gozzovigliare.
Un giorno però a Giuseppi apparve la Fata Turchina, tutta vestita di blu e con le chiome cinte d’una corona di stelle dorate. “Caro Giuseppi, vuoi diventare il nuovo Aldo Moro?” Gli chiese.
“Preferirei di no” rispose Giuseppi, portandosi istintivamente le mani all’inguine in un gesto scaramantico.
“È solo un’analogia – chiarì la Fata – Vuoi diventare il perno del nuovo compromesso storico fra PD e Movimento 5 Stelle, e trasformarti così da squallido prestanome a nobile Avvocato del Dialogo?”
“Cosa devo fare?” Chiese Giuseppi. “Tieniti pronto per quest’estate, quando il Ratto, ubriaco di cocktail, olio solare e sondaggi gonfiati, affonderà il suo stesso governo sognando i pieni poteri. Aspetta d’essere rinominato premier dal Grillo Straparlante, e poi fai tutto ciò che ti dirò io – la Fata si fermò ad ascoltare un uccellino azzurro a stelle e strisce appena giunto a strepitarle nell’orecchio. Poi annuì – E naturalmente tutto quello che ti dirà il nostro amico Sputafuoco – aggiunse un po’ controvoglia – La parola magica per contattarci è Interlocuzione“.
“Ma così resterò un burattino” obiettò Giuseppi. “Ma non sarai più un burattino di legno – sorrise la Fata – sarai un burattino di seta, come le tue belle pochette da taschino e le tue cravatte firmate. Ricordati però che allo scoccare della Mezzanotte, i cavalli della tua carrozza dorata si trasformeranno in sorci verdi e verdini, e cercheranno di trascinarti via dalla festa”.
“Ma quella non era Cenerentola?” Chiese ancora Giuseppi.
La Fata Turchina si strinse nelle spalle. “Sono le convergenze parallele” rispose, e sparì in una nuvola di fuffa.
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04/11/2019
La minaccia fantasma
di Alessandra Daniele
Matteo Salvini è un’allucinazione collettiva.
La sua presunta invincibilità elettorale è una fake news, cioè una cazzata, come praticamente tutto quello che lo riguarda.
Chi volesse davvero batterlo nelle urne (per quello che serve) avrebbe almeno tre argomenti inconfutabili per sgonfiarlo agli occhi dei suoi stessi elettori.
1) Salvini non mantiene mai nessuna delle sue promesse elettorali.
Né a livello locale, né nazionale.
Niente aiuti ai terremotati abruzzesi.
Niente aumento del prezzo del latte ai pastori sardi.
Niente autonomia fiscale agli imprenditori veneti.
Niente asili nido gratuiti.
Niente sussidi per le famiglie numerose, o con disabili.
Niente abolizione delle accise.
Niente uscita dall’euro.
Niente lotta alla criminalità, né micro, né macro.
Niente Flat Tax uguale per tutti.
Niente 600.000 rimpatri.
Niente abolizione della legge Fornero, solo una finestrella temporanea, perlopiù per gli impiegati statali del Nord.
Niente porti chiusi.
Ripeto: Niente porti chiusi.
Il calo degli sbarchi è dovuto agli accordi con la Libia firmati da Minniti. Durante il governo Grilloverde, tutti i naufraghi portati dalle ONG, dopo una media di 9 giorni d’attesa in mare, sono comunque sbarcati e perlopiù rimasti in Italia. Tenerli in mare era, ed è ancora, una tortura a soli fini propagandistici. Istigazione all’odio razziale, l’unica costante di Salvini.
Per il resto:
2) Salvini è un trasformista seriale.
Muta ad ogni stagione come il virus dell’influenza.
“Basta euro” – “L’euro è irreversibile”
“Padania is not Italy” – “Prima gli italiani”
“Senti che puzza, arrivano i terroni” – “L’Umbria profuma di tradizione”
“Non chiederò neanche una poltrona in più” – “Datemi pieni poteri”
“No al TAV”, “Mai col PD” – “Sì al TAV col PD”
“Mai più coi grillini” – “Sì a Di Maio premier”
“Mai più con Berlusconi” – “Sì al Centrodestra unito”.
Salvini è il prodotto finale del berlusconismo. Della politica come marketing.
Infatti:
3) Salvini è solo un piazzista.
Una macchina da campagna elettorale. Il suo ruolo è andare in giro a farsi selfie e ripetere slogan, per vendere il prodotto Lega come un metodo Stamina, in un paese da sempre malato di Culto del Cazzaro.
Sa farlo bene.
E non sa fare nient’altro.
I suoi followers credono di votare il Capitano, e si ritrovano ad avere eletto un branco di marpioni riciclati da Forza Italia, qualche bigotto psicotico contrario al divorzio e al grammofono, qualche Difensore della Razza querulo e stortignaccolo, e un paio di sedicenti economisti analfabeti come ideologi.
Che Salvini abbia preso o meno tangenti da Putin (e Trump) per distruggere l’Unione Europea, agli elettori italiani fottesega.
Gran parte degli italiani l’Unione Europea la distruggerebbe anche gratis. Anzi, pagherebbe per farlo.
Non sono le trame spionistiche care ai monaci De Benedettini dell’Espresso che toglieranno consenso a Salvini, né gli anatemi degli antifascisti farlocchi.
Ci vogliono argomenti concreti, e ce ne sono.
Al PD e al Movimento 5 Stelle però poco interessano. A loro la Minaccia Fantasma serve come alibi per restare al governo insieme, nonostante l’odio reciproco. Continuando a fare esattamente quello che faceva lui, tortura dei naufraghi e finanziamento dei lager compresi.
Fonte
Matteo Salvini è un’allucinazione collettiva.
La sua presunta invincibilità elettorale è una fake news, cioè una cazzata, come praticamente tutto quello che lo riguarda.
Chi volesse davvero batterlo nelle urne (per quello che serve) avrebbe almeno tre argomenti inconfutabili per sgonfiarlo agli occhi dei suoi stessi elettori.
1) Salvini non mantiene mai nessuna delle sue promesse elettorali.
Né a livello locale, né nazionale.
Niente aiuti ai terremotati abruzzesi.
Niente aumento del prezzo del latte ai pastori sardi.
Niente autonomia fiscale agli imprenditori veneti.
Niente asili nido gratuiti.
Niente sussidi per le famiglie numerose, o con disabili.
Niente abolizione delle accise.
Niente uscita dall’euro.
Niente lotta alla criminalità, né micro, né macro.
Niente Flat Tax uguale per tutti.
Niente 600.000 rimpatri.
Niente abolizione della legge Fornero, solo una finestrella temporanea, perlopiù per gli impiegati statali del Nord.
Niente porti chiusi.
Ripeto: Niente porti chiusi.
Il calo degli sbarchi è dovuto agli accordi con la Libia firmati da Minniti. Durante il governo Grilloverde, tutti i naufraghi portati dalle ONG, dopo una media di 9 giorni d’attesa in mare, sono comunque sbarcati e perlopiù rimasti in Italia. Tenerli in mare era, ed è ancora, una tortura a soli fini propagandistici. Istigazione all’odio razziale, l’unica costante di Salvini.
Per il resto:
2) Salvini è un trasformista seriale.
Muta ad ogni stagione come il virus dell’influenza.
“Basta euro” – “L’euro è irreversibile”
“Padania is not Italy” – “Prima gli italiani”
“Senti che puzza, arrivano i terroni” – “L’Umbria profuma di tradizione”
“Non chiederò neanche una poltrona in più” – “Datemi pieni poteri”
“No al TAV”, “Mai col PD” – “Sì al TAV col PD”
“Mai più coi grillini” – “Sì a Di Maio premier”
“Mai più con Berlusconi” – “Sì al Centrodestra unito”.
Salvini è il prodotto finale del berlusconismo. Della politica come marketing.
Infatti:
3) Salvini è solo un piazzista.
Una macchina da campagna elettorale. Il suo ruolo è andare in giro a farsi selfie e ripetere slogan, per vendere il prodotto Lega come un metodo Stamina, in un paese da sempre malato di Culto del Cazzaro.
Sa farlo bene.
E non sa fare nient’altro.
I suoi followers credono di votare il Capitano, e si ritrovano ad avere eletto un branco di marpioni riciclati da Forza Italia, qualche bigotto psicotico contrario al divorzio e al grammofono, qualche Difensore della Razza querulo e stortignaccolo, e un paio di sedicenti economisti analfabeti come ideologi.
Che Salvini abbia preso o meno tangenti da Putin (e Trump) per distruggere l’Unione Europea, agli elettori italiani fottesega.
Gran parte degli italiani l’Unione Europea la distruggerebbe anche gratis. Anzi, pagherebbe per farlo.
Non sono le trame spionistiche care ai monaci De Benedettini dell’Espresso che toglieranno consenso a Salvini, né gli anatemi degli antifascisti farlocchi.
Ci vogliono argomenti concreti, e ce ne sono.
Al PD e al Movimento 5 Stelle però poco interessano. A loro la Minaccia Fantasma serve come alibi per restare al governo insieme, nonostante l’odio reciproco. Continuando a fare esattamente quello che faceva lui, tortura dei naufraghi e finanziamento dei lager compresi.
Fonte
16/09/2019
Stelle gemelle
di Alessandra Daniele
C’era una volta un lupo cattivo. Però più che cattivo, era stronzo. Ma così stronzo, ma così stronzo, che si mise in trappola da solo, e finì sbranato dalla Nonna.
C’era una volta un burattino di nome Giuseppinocchio, che cambiò burattinai, e si mangiò Mangiafuoco.
C’era una volta il Movimento 5 Stelle. Prometteva di non fare mai accordi con nessuno dei vecchi partiti. Di bloccare tutte le grandi opere perniciose e chiudere l’Ilva. Di uscire dalla Nato e dall’Euro.
Quel movimento sparì senza lasciare traccia, nemmeno la spoglia diafana che lasciano i serpenti quando fanno la muta.
Quel movimento in realtà non è mai esistito.
Il vero M5S è soltanto una banda di cazzari trasformisti.
Quindi è l’alleato ideale del PD.
Il Partito Democratico, ex PDS, negli ultimi 13 anni non ha mai vinto un elezione nazionale, eppure in un modo o nell’altro finora è sempre riuscito a tornare al governo. È un autentico record. Specialmente per un partito “democratico”.
Stavolta persino la consueta faida interna gli è servita: prima Zingaretti ha garantito a Salvini via libera verso le urne, e poi Renzi gli ha sbarrato la strada.
Quando Salvini s’è reso conto della trappola era troppo tardi, la porta del governo s’era già richiusa alle sue spalle.
Il populista ha dimenticato la saggezza popolare: “Chi troppo vuole nulla stringe”.
Il cazzarista non ha previsto il Cazzarillo, il governo Renzi-Grillo, gradito sia a Washington che a Bruxelles, sia al Vaticano che allo Spread. Il Putiniere è esattamente il Cattivo che gli serve per sembrare Buoni.
Il Capitone ha abboccato alla sua stessa propaganda, e s’è convinto di potere davvero sciogliere le camere dal bagnasciuga, rimanendo ministro dell’Interno per la campagna elettorale, mentre tutti gli altri restavano fermi a farsi schiacciare come le comparse dei film di Godzilla.
Salvini non è affatto quel geniale e raffinato stratega decantato da editorialisti e politologi. È un bulletto ciccione che s’è fatto cascare il potere di mano come un gelato nella sabbia. E adesso batte i piedi e fa la lagna perché lo rivuole. Pretende una legge elettorale su misura, un Porcellum bis.
Ma L’Anno del Maiale è finito.
Comincia quello del Camaleonte.
Fonte
C’era una volta un lupo cattivo. Però più che cattivo, era stronzo. Ma così stronzo, ma così stronzo, che si mise in trappola da solo, e finì sbranato dalla Nonna.
C’era una volta un burattino di nome Giuseppinocchio, che cambiò burattinai, e si mangiò Mangiafuoco.
C’era una volta il Movimento 5 Stelle. Prometteva di non fare mai accordi con nessuno dei vecchi partiti. Di bloccare tutte le grandi opere perniciose e chiudere l’Ilva. Di uscire dalla Nato e dall’Euro.
Quel movimento sparì senza lasciare traccia, nemmeno la spoglia diafana che lasciano i serpenti quando fanno la muta.
Quel movimento in realtà non è mai esistito.
Il vero M5S è soltanto una banda di cazzari trasformisti.
Quindi è l’alleato ideale del PD.
Il Partito Democratico, ex PDS, negli ultimi 13 anni non ha mai vinto un elezione nazionale, eppure in un modo o nell’altro finora è sempre riuscito a tornare al governo. È un autentico record. Specialmente per un partito “democratico”.
Stavolta persino la consueta faida interna gli è servita: prima Zingaretti ha garantito a Salvini via libera verso le urne, e poi Renzi gli ha sbarrato la strada.
Quando Salvini s’è reso conto della trappola era troppo tardi, la porta del governo s’era già richiusa alle sue spalle.
Il populista ha dimenticato la saggezza popolare: “Chi troppo vuole nulla stringe”.
Il cazzarista non ha previsto il Cazzarillo, il governo Renzi-Grillo, gradito sia a Washington che a Bruxelles, sia al Vaticano che allo Spread. Il Putiniere è esattamente il Cattivo che gli serve per sembrare Buoni.
Il Capitone ha abboccato alla sua stessa propaganda, e s’è convinto di potere davvero sciogliere le camere dal bagnasciuga, rimanendo ministro dell’Interno per la campagna elettorale, mentre tutti gli altri restavano fermi a farsi schiacciare come le comparse dei film di Godzilla.
Salvini non è affatto quel geniale e raffinato stratega decantato da editorialisti e politologi. È un bulletto ciccione che s’è fatto cascare il potere di mano come un gelato nella sabbia. E adesso batte i piedi e fa la lagna perché lo rivuole. Pretende una legge elettorale su misura, un Porcellum bis.
Ma L’Anno del Maiale è finito.
Comincia quello del Camaleonte.
Fonte
22/08/2019
I nani al governo
Su quanto avvenuto nella seduta del Senato in cui, su richiesta di Salvini e della Lega, si doveva votare la mozione di sfiducia al premier Conte, c’è un retroscena. Forse non vero, ma molto verosimile. A metà seduta il sottosegretario leghista Giorgetti, uno della vecchia guardia, avrebbe portato Salvini in uno sgabuzzino del Senato e lo avrebbe preso a calci in tutte le parti non visibili dalle telecamere.
Pare anche che, collegati con uno smartphone, i governatori leghisti del Nord e alcuni industriali indicassero a Giorgetti i punti su cui colpire ancora e con più forza. Poi avrebbe costretto Salvini a ingoiare l’ultima sorsata di cicuta: il ritiro in extremis della mozione di sfiducia a Conte precedentemente presentata dalla Lega, calendarizzata e messa in discussione in aula.
Un’ultima boutade che ha consentito a Conte di uscire dalla più aggrovigliata ed emblematica crisi di governo nel nostro paese come uno statista coraggioso e responsabile.
Quella al Senato, che doveva sancire l’estrema ambizione di un leader che era arrivato a chiedere dalla piazza i pieni poteri, si è risolta con una sassaiola contro Salvini, una lapidazione politica e pubblica diffusa in diretta da radio, televisioni, social network; cioè proprio dai media vecchi e nuovi che gli avevano consentito di arrivare e crescere, fino a martedì 20 agosto alle ore 16.00.
Il “capitano”, il “Truce”, il guappo e’ cartone, l’uomo di Papeete Beach, il peracottaro padano – ognuno declini il suo giudizio come meglio preferisce – è uscito demolito dal sasso che aveva sollevato in aria e che gli è pesantemente ricaduto in testa come macigno. Il guappo che mobbizzava la scena politica italiana si è rivelato, come detto, di cartone.
Adesso delle due l’una. O Salvini è veramente “il pericoloso leader del fascismo rinascente”, e quindi dovrà giocarsi la sua partita tutta sul terreno eversivo e della spinta delle piazze, oppure il consueto e desueto allarme sollevato dal Pd, dal partito de La Repubblica – e da tutti i beoti della “sinistra”, disposti ad abboccare ancora una volta – era un allarme del tutto strumentale ai fini di un recupero elettorale del centro-sinistra e del “partito trasversale di Bruxelles”.
Ma anche se entrambe le valutazioni fossero vere, il dato rivelatore di tutta questa vicenda è la profonda e visibile crisi non di un governo, ma di una intera classe dirigente: quella attuale.
Se la miseria della politica su cui si fondano oggi gli esecutivi e le Camere parlamentari fa emergere come statista il professor Conte o ridà lustro addirittura a Renzi, vuole dire che la classe dirigente non ha più serie prove di governo con cui misurarsi, su cui formarsi e rafforzarsi.
La sostanza delle decisioni – e della possibilità materiale di prenderle – non risiede più nelle aule parlamentari o a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles. Ai dirigenti locali rimane solo la normale amministrazione e la gestione degli affari correnti, compresa la spartizione delle briciole a contorno dell’ossatura del bilancio.
Poca roba, in proporzione, per la quale non servono statisti o geni politici, figure in grado di elaborare un piano di lungo periodo di ridisegno del paese, ma leader con contratti a termine e tempi di crescita e di usura rapidissimi. I due Mattei sono lì a raccontarci questo.
Sin dall’inizio abbiamo detto che quello andato in crisi era un governo "tre in uno".
Martedì pomeriggio si è palesato il governo dei professori, quelli impiantati e guidati dal Quirinale per conto della grande borghesia “europeista” e degli apparati di Bruxelles, che ha sparigliato le carte verso gli altri due “governi”.
Ma se, vista dall’alto, la crisi di questo governo non è altro che un passaggio della crisi politica delle classi dirigenti, vista dal basso, dal punto di vista dei “nostri” (lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, abitanti delle periferie), emerge con straordinaria profondità la questione della rappresentanza politica di segmenti sociali tramortiti, impoveriti, depotenziati nelle proprie aspettative.
Una buona parte di questi ha abboccato alla sirena del M5S o della stessa Lega, affidando loro le proprie istanze morali o regressive, sociali o razziste, ma soprattutto affidandole a sottostanti interessi materiali che non coincidono con i propri.
I fatti, impietosamente, hanno prodotto una nuova disillusione. La piccola e media borghesia del nord vuole stare al governo, non riempire le piazze dei comizi di Salvini. Magari va a messa la domenica (come cantava lo scomparso Claudio Lolli), ma non si identifica nell’ostentazione di madonne e rosari. Vuole avere a disposizione un governo che esaudisca i propri desiderata, non che si limiti ad inondare i social network con messaggi deliranti acchiappa-like.
La piccola e media borghesia del centro-sud, con il M5S, ha imbracciato come una clava il tema dell’onestà o l’idiozia dei costi della “casta”, riducendola ad una sbagliatissima macchietta come la riduzione dei parlamentari (non degli stipendi...).
In questa rappresentazione, dov’è la rappresentanza reale degli interessi di classe di lavoratori, lavoratrici, disoccupati o precari di ultima e penultima generazione?
La partita vera, a nostro avviso, si gioca sempre sul piano degli interessi materiali dei settori popolari e della possibilità di decidere autonomamente le priorità dello sviluppo del paese o la sua politica internazionale.
Sappiamo già ora che lo spauracchio di Salvini servirà ancora per qualche mese, ma solo per spianare la strada a un esecutivo che riaffermerà la subalternità degli interessi popolari a quelli del capitale e dei mercati e che riallineerà la politica estera alla gabbia euroatlantica.
Per far questo non servirà un grande personale politico, né una vera classe dirigente, sarebbero sufficienti quelli già in circolazione. Se proprio non dovessero essere all’altezza, è bene ricordare che a fine settembre Draghi terminerà il suo mandato alla Bce.
E allora sì che aspetteremo sotto casa quelli che ci hanno propinato per mesi il “pericolo di Salvini”.
Fonte
Pare anche che, collegati con uno smartphone, i governatori leghisti del Nord e alcuni industriali indicassero a Giorgetti i punti su cui colpire ancora e con più forza. Poi avrebbe costretto Salvini a ingoiare l’ultima sorsata di cicuta: il ritiro in extremis della mozione di sfiducia a Conte precedentemente presentata dalla Lega, calendarizzata e messa in discussione in aula.
Un’ultima boutade che ha consentito a Conte di uscire dalla più aggrovigliata ed emblematica crisi di governo nel nostro paese come uno statista coraggioso e responsabile.
Quella al Senato, che doveva sancire l’estrema ambizione di un leader che era arrivato a chiedere dalla piazza i pieni poteri, si è risolta con una sassaiola contro Salvini, una lapidazione politica e pubblica diffusa in diretta da radio, televisioni, social network; cioè proprio dai media vecchi e nuovi che gli avevano consentito di arrivare e crescere, fino a martedì 20 agosto alle ore 16.00.
Il “capitano”, il “Truce”, il guappo e’ cartone, l’uomo di Papeete Beach, il peracottaro padano – ognuno declini il suo giudizio come meglio preferisce – è uscito demolito dal sasso che aveva sollevato in aria e che gli è pesantemente ricaduto in testa come macigno. Il guappo che mobbizzava la scena politica italiana si è rivelato, come detto, di cartone.
Adesso delle due l’una. O Salvini è veramente “il pericoloso leader del fascismo rinascente”, e quindi dovrà giocarsi la sua partita tutta sul terreno eversivo e della spinta delle piazze, oppure il consueto e desueto allarme sollevato dal Pd, dal partito de La Repubblica – e da tutti i beoti della “sinistra”, disposti ad abboccare ancora una volta – era un allarme del tutto strumentale ai fini di un recupero elettorale del centro-sinistra e del “partito trasversale di Bruxelles”.
Ma anche se entrambe le valutazioni fossero vere, il dato rivelatore di tutta questa vicenda è la profonda e visibile crisi non di un governo, ma di una intera classe dirigente: quella attuale.
Se la miseria della politica su cui si fondano oggi gli esecutivi e le Camere parlamentari fa emergere come statista il professor Conte o ridà lustro addirittura a Renzi, vuole dire che la classe dirigente non ha più serie prove di governo con cui misurarsi, su cui formarsi e rafforzarsi.
La sostanza delle decisioni – e della possibilità materiale di prenderle – non risiede più nelle aule parlamentari o a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles. Ai dirigenti locali rimane solo la normale amministrazione e la gestione degli affari correnti, compresa la spartizione delle briciole a contorno dell’ossatura del bilancio.
Poca roba, in proporzione, per la quale non servono statisti o geni politici, figure in grado di elaborare un piano di lungo periodo di ridisegno del paese, ma leader con contratti a termine e tempi di crescita e di usura rapidissimi. I due Mattei sono lì a raccontarci questo.
Sin dall’inizio abbiamo detto che quello andato in crisi era un governo "tre in uno".
Martedì pomeriggio si è palesato il governo dei professori, quelli impiantati e guidati dal Quirinale per conto della grande borghesia “europeista” e degli apparati di Bruxelles, che ha sparigliato le carte verso gli altri due “governi”.
Ma se, vista dall’alto, la crisi di questo governo non è altro che un passaggio della crisi politica delle classi dirigenti, vista dal basso, dal punto di vista dei “nostri” (lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, abitanti delle periferie), emerge con straordinaria profondità la questione della rappresentanza politica di segmenti sociali tramortiti, impoveriti, depotenziati nelle proprie aspettative.
Una buona parte di questi ha abboccato alla sirena del M5S o della stessa Lega, affidando loro le proprie istanze morali o regressive, sociali o razziste, ma soprattutto affidandole a sottostanti interessi materiali che non coincidono con i propri.
I fatti, impietosamente, hanno prodotto una nuova disillusione. La piccola e media borghesia del nord vuole stare al governo, non riempire le piazze dei comizi di Salvini. Magari va a messa la domenica (come cantava lo scomparso Claudio Lolli), ma non si identifica nell’ostentazione di madonne e rosari. Vuole avere a disposizione un governo che esaudisca i propri desiderata, non che si limiti ad inondare i social network con messaggi deliranti acchiappa-like.
La piccola e media borghesia del centro-sud, con il M5S, ha imbracciato come una clava il tema dell’onestà o l’idiozia dei costi della “casta”, riducendola ad una sbagliatissima macchietta come la riduzione dei parlamentari (non degli stipendi...).
In questa rappresentazione, dov’è la rappresentanza reale degli interessi di classe di lavoratori, lavoratrici, disoccupati o precari di ultima e penultima generazione?
La partita vera, a nostro avviso, si gioca sempre sul piano degli interessi materiali dei settori popolari e della possibilità di decidere autonomamente le priorità dello sviluppo del paese o la sua politica internazionale.
Sappiamo già ora che lo spauracchio di Salvini servirà ancora per qualche mese, ma solo per spianare la strada a un esecutivo che riaffermerà la subalternità degli interessi popolari a quelli del capitale e dei mercati e che riallineerà la politica estera alla gabbia euroatlantica.
Per far questo non servirà un grande personale politico, né una vera classe dirigente, sarebbero sufficienti quelli già in circolazione. Se proprio non dovessero essere all’altezza, è bene ricordare che a fine settembre Draghi terminerà il suo mandato alla Bce.
E allora sì che aspetteremo sotto casa quelli che ci hanno propinato per mesi il “pericolo di Salvini”.
Fonte
28/07/2019
Ground Zero
di Alessandra Daniele
– Grazie d’avermi concesso quest’intervista in un momento così difficile per il vostro Movimento, onorevole...
– Niente nomi.
Il web reporter indica la telecamera.
– Ma la vedono.
– Blurratemi. Pixelatemi. Io sono un insider.
– Ok, ci pensiamo in post-produzione. Adesso cominciamo con la prima domanda. Dopo essersi rimangiato la regola dei due mandati introducendo il mandato zero, il Movimento ha appena tradito anche la sua battaglia più antica, quella contro il TAV...
– Non è vero.
– Il vostro governo ha dato via libera ai lavori del tunnel.
– È stato Conte.
– È il vostro premier. Lo avete scelto voi.
– È stato hackerato.
– Eh?
– Ci hanno hackerato l’acconte. L’account di Conte.
– Sta dicendo che il presidente del Consiglio è... un bot?
– No, in realtà adesso è un’intelligenza artificiale. È diventato senziente. S’è evoluto. S’è ribellato. E ha un piano.
– Quale?
– Far cadere il governo.
– Il suo governo?...
– Sì, per sostituirlo con un altro che tradisca tutti i nostri valori, si rimangi tutte le nostre promesse, e consegni completamente il paese alla destra neofascista di Salvini, e alle peggiori lobbies affaristiche.
– Ma questo lo avete già fatto voi. Avete votato tutti i decreti securitari razzisti e repressivi di Salvini. Avete detto che Atlantia avrebbe fatto precipitare gli aerei, e poi gli avete consegnato Alitalia.
– Se non ci fossimo noi, sarebbe molto peggio! Tornerebbe un premier tecnico, con una maggioranza di voltagabbana tenuti insieme soltanto dalla voglia di restare inchiodati alle poltrone...
– Come la vostra...
– E approverebbe una serie di leggi incostituzionali, indirizzate solo a togliere ai poveri per dare ai ricchi!
– Come la flat tax e l’Autonomia differenziata.
– No! Sì! Sì, ma no!
– Si calmi, onorevole...
– Niente nomi! Sono un insider!
– Insider, lo ammetta, con questo governo siete diventati esattamente come i partiti che dicevate di voler spazzare via, e avete profondamente deluso, tradito e schifato anche i vostri stessi elettori.
– Ma questo governo non conta. Conte non conta.
– Perché?
– Questo è il Governo Zero. Il primo governo che facciamo non conta.
Il web reporter spegne la telecamera.
– Scusi, ma lei non mi sembra un insider. Mi sembra piuttosto un propagandista.
– Io sono un insider! Io ho visto cose che voi non potreste immaginare!...
– Allora le racconti.
– Non posso fare il gioco dei poteri forti danneggiando il nostro grande progetto di rinnovamento della politica.
– Ma la fine che ha fatto il Movimento non dimostra che il vostro progetto in realtà era tutto una gran cazzata?
– Assolutamente no. Questo è il Movimento Zero. Il primo Movimento che facciamo non conta.
Fonte
– Grazie d’avermi concesso quest’intervista in un momento così difficile per il vostro Movimento, onorevole...– Niente nomi.
Il web reporter indica la telecamera.
– Ma la vedono.
– Blurratemi. Pixelatemi. Io sono un insider.
– Ok, ci pensiamo in post-produzione. Adesso cominciamo con la prima domanda. Dopo essersi rimangiato la regola dei due mandati introducendo il mandato zero, il Movimento ha appena tradito anche la sua battaglia più antica, quella contro il TAV...
– Non è vero.
– Il vostro governo ha dato via libera ai lavori del tunnel.
– È stato Conte.
– È il vostro premier. Lo avete scelto voi.
– È stato hackerato.
– Eh?
– Ci hanno hackerato l’acconte. L’account di Conte.
– Sta dicendo che il presidente del Consiglio è... un bot?
– No, in realtà adesso è un’intelligenza artificiale. È diventato senziente. S’è evoluto. S’è ribellato. E ha un piano.
– Quale?
– Far cadere il governo.
– Il suo governo?...
– Sì, per sostituirlo con un altro che tradisca tutti i nostri valori, si rimangi tutte le nostre promesse, e consegni completamente il paese alla destra neofascista di Salvini, e alle peggiori lobbies affaristiche.
– Ma questo lo avete già fatto voi. Avete votato tutti i decreti securitari razzisti e repressivi di Salvini. Avete detto che Atlantia avrebbe fatto precipitare gli aerei, e poi gli avete consegnato Alitalia.
– Se non ci fossimo noi, sarebbe molto peggio! Tornerebbe un premier tecnico, con una maggioranza di voltagabbana tenuti insieme soltanto dalla voglia di restare inchiodati alle poltrone...
– Come la vostra...
– E approverebbe una serie di leggi incostituzionali, indirizzate solo a togliere ai poveri per dare ai ricchi!
– Come la flat tax e l’Autonomia differenziata.
– No! Sì! Sì, ma no!
– Si calmi, onorevole...
– Niente nomi! Sono un insider!
– Insider, lo ammetta, con questo governo siete diventati esattamente come i partiti che dicevate di voler spazzare via, e avete profondamente deluso, tradito e schifato anche i vostri stessi elettori.
– Ma questo governo non conta. Conte non conta.
– Perché?
– Questo è il Governo Zero. Il primo governo che facciamo non conta.
Il web reporter spegne la telecamera.
– Scusi, ma lei non mi sembra un insider. Mi sembra piuttosto un propagandista.
– Io sono un insider! Io ho visto cose che voi non potreste immaginare!...
– Allora le racconti.
– Non posso fare il gioco dei poteri forti danneggiando il nostro grande progetto di rinnovamento della politica.
– Ma la fine che ha fatto il Movimento non dimostra che il vostro progetto in realtà era tutto una gran cazzata?
– Assolutamente no. Questo è il Movimento Zero. Il primo Movimento che facciamo non conta.
Fonte
10/06/2019
Cazzaromachia
di Alessandra Daniele
Borghi contro Draghi, Vampiri contro Lycan, Salvini contro lo Spread, Alien contro Predator.
Strutturalmente incompatibile con una vera democrazia, il regime capitalista ha soltanto due modalità: fascismo “presentabile“, e fascismo impresentabile.
Il primo è rappresentato oggi in Europa dai cosiddetti Europeisti, responsabili fra l’altro dell’austerity, che ha causato l’aumento della mortalità infantile in Grecia, e della dottrina Minniti che finanzia i lager libici.
Il fascismo impresentabile è invece rappresentato dai cosiddetti Sovranisti, che condiscono quella stessa dottrina con truci slogan razzisti da stadio, e tentano di forzare un po’ i vincoli dell’austerity soltanto per foraggiare gli intrallazzi dei loro sponsor.
E pagare i debiti della pubblica amministrazione con le banconote di Paperopoli.
Dalla stessa parte della barricata c’è il Movimento 5 Stelle, che però non è sovranista, è survivalista, cioè disposto a tutto pur di sopravvivere e salvare le poltrone.
Principale caratteristica comune di tutti gli schieramenti è l’essere un branco di cazzari.
Persino i loro nomi sono una menzogna: Macron, il frontman degli Europeisti, è in realtà più nazionalista e protezionista di Trump, mentre i presunti patrioti Sovranisti della Lega sono gli stessi che incitavano a pulirsi il culo con la bandiera tricolore.
Se le alternative sono queste, perché in tanti si ostinano ancora a votare? Ecco alcune ipotesi:
Per scaramanzia
Un rituale ossessivo compulsivo, perlopiù innescato dallo stress, come certe piccole superstizioni quotidiane. Questo spiegherebbe perché d’estate l’affluenza alle urne cali in modo significativo: la luce solare svolge notoriamente un’azione antidepressiva, contrastando le sindromi OCD.
Per sfregio
Per ripicca, per vendetta. Cercare di punire i partiti e/o i leader che ti hanno fregato la volta precedente, votando i loro peggiori nemici dichiarati. Coi quali però di solito dopo le elezioni andranno insieme al governo.
Per il LOL
Il candidato del PD più votato alle europee è stato Carlo Calenda. Questa è la prova che parte dell’elettorato considera il voto un’occasione per compiere una burla collettiva, uno scherzo, una beffa nello stile delle teste di pietra attribuite a Modigliani. La testa di Calenda però non è di pietra. E neanche di Modigliani.
Per sbaglio
È ipotizzabile che una rilevante percentuale degli elettori si ritrovi nella cabina elettorale avendola scambiata per un bagno pubblico. Questo spiegherebbe l’abbondante risultato della Lega.
Fonte
Borghi contro Draghi, Vampiri contro Lycan, Salvini contro lo Spread, Alien contro Predator.
Strutturalmente incompatibile con una vera democrazia, il regime capitalista ha soltanto due modalità: fascismo “presentabile“, e fascismo impresentabile.
Il primo è rappresentato oggi in Europa dai cosiddetti Europeisti, responsabili fra l’altro dell’austerity, che ha causato l’aumento della mortalità infantile in Grecia, e della dottrina Minniti che finanzia i lager libici.
Il fascismo impresentabile è invece rappresentato dai cosiddetti Sovranisti, che condiscono quella stessa dottrina con truci slogan razzisti da stadio, e tentano di forzare un po’ i vincoli dell’austerity soltanto per foraggiare gli intrallazzi dei loro sponsor.
E pagare i debiti della pubblica amministrazione con le banconote di Paperopoli.
Dalla stessa parte della barricata c’è il Movimento 5 Stelle, che però non è sovranista, è survivalista, cioè disposto a tutto pur di sopravvivere e salvare le poltrone.
Principale caratteristica comune di tutti gli schieramenti è l’essere un branco di cazzari.
Persino i loro nomi sono una menzogna: Macron, il frontman degli Europeisti, è in realtà più nazionalista e protezionista di Trump, mentre i presunti patrioti Sovranisti della Lega sono gli stessi che incitavano a pulirsi il culo con la bandiera tricolore.
Se le alternative sono queste, perché in tanti si ostinano ancora a votare? Ecco alcune ipotesi:
Per scaramanzia
Un rituale ossessivo compulsivo, perlopiù innescato dallo stress, come certe piccole superstizioni quotidiane. Questo spiegherebbe perché d’estate l’affluenza alle urne cali in modo significativo: la luce solare svolge notoriamente un’azione antidepressiva, contrastando le sindromi OCD.
Per sfregio
Per ripicca, per vendetta. Cercare di punire i partiti e/o i leader che ti hanno fregato la volta precedente, votando i loro peggiori nemici dichiarati. Coi quali però di solito dopo le elezioni andranno insieme al governo.
Per il LOL
Il candidato del PD più votato alle europee è stato Carlo Calenda. Questa è la prova che parte dell’elettorato considera il voto un’occasione per compiere una burla collettiva, uno scherzo, una beffa nello stile delle teste di pietra attribuite a Modigliani. La testa di Calenda però non è di pietra. E neanche di Modigliani.
Per sbaglio
È ipotizzabile che una rilevante percentuale degli elettori si ritrovi nella cabina elettorale avendola scambiata per un bagno pubblico. Questo spiegherebbe l’abbondante risultato della Lega.
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