Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/04/2026

Confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale: entrambi sono convincenti quando sbagliano

Oggi mi lancio in un volo pindarico e confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale (IA), suggerendo una caratteristica che li accomuna: entrambi producono risposte convincenti. Di fronte a problemi complessi, non dicono quasi mai “non lo so”. Offrono invece spiegazioni coerenti, plausibili, ben costruite. Funziona, soprattutto con chi non ha gli strumenti per verificare. È ormai evidente che, esibendo lo stesso grado di sicurezza, l’IA può fornire risposte corrette, ma anche sbagliate. Non è un errore occasionale, è una caratteristica strutturale. Il problema non è l’errore, ma quanto sia credibile. Una risposta espressa con cautela si espone al dubbio, mentre si tende a credere ad una risposta espressa con sicurezza, se non si hanno strumenti conoscitivi per riconoscerne la fallacia.

Ed è qui che il parallelo tra l’IA e Cingolani diventa illuminante. Nel caso di Cingolani, il meccanismo si è costruito nel tempo. L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce con finanziamenti pubblici ingenti e una promessa chiara: trasformare buona scienza in tecnologia, in industria, in sviluppo. Una promessa che ha giustificato un trattamento eccezionale rispetto al resto del sistema della ricerca. La promessa non è stata mantenuta in modo proporzionato agli investimenti. I risultati ci sono stati: pubblicazioni, brevetti, startup. Ma il punto non è questo: è la distanza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato realizzato. Critiche interne al mondo della ricerca hanno sottolineato proprio questo scarto, mettendo in discussione trasparenza, produttività e ricadute effettive dell’Istituto rispetto alle risorse ricevute. Quando la promessa è tecnologica, il criterio non è accademico. È industriale. Basta un confronto empirico.

Ho visitato il Technion di Haifa e non mi hanno mostrato brevetti, ma prodotti, aziende, tecnologie entrate nel mercato. La differenza non è retorica, è strutturale. È la differenza tra conoscenza e trasformazione della conoscenza in realtà economica. Cingolani ha costruito la propria figura proprio su questo passaggio: dalla scienza alla tecnologia. Ed è stato molto efficace nel raccontarlo. Mostrando il suo piccolo robot che dà la mano a Mattarella ma che non è mai andato in produzione (il robot, non Mattarella).

Poi Cingolani passa alla politica, come ministro della transizione ecologica. Anche qui il problema non è personale, ma strutturale: un ministero che richiede una visione ecologica è stato guidato con un’impostazione prevalentemente tecnologica, spesso accompagnata da affermazioni semplificate o controverse su temi ecologici complessi, di cui i suoi sponsor politici non erano evidentemente esperti. Non è un caso che il suo mandato sia stato segnato da polemiche e contestazioni pubbliche. Quando lo sentivo parlare di ecologia, da ecologo, faticavo a riconoscermi in quel linguaggio. Volevano affidargli anche lo Human Technopole di Milano, se è per questo. Il salto successivo è Leonardo, cioè l’industria della difesa. E qui il percorso si chiude, per ora. In un contesto di crescita della domanda di armamenti, i risultati economici possono essere positivi indipendentemente dalla qualità del management. Le guerre fanno crescere le industrie belliche.

Attribuire automaticamente questi risultati a chi guida l’azienda è una scorciatoia interpretativa. Ma se, oltre a questo, le capacità dei sistemi vengono raccontate in modo troppo ottimistico, se la promessa supera ciò che è realisticamente dimostrabile, come nel caso del Michelangelo Dome, allora il problema non è più tecnico, è reputazionale.

Se chi si è fidato scopre che la promessa era gonfiata, entra in gioco la dissonanza cognitiva. Se ho dato fiducia a qualcuno e quella fiducia mi porta a scelte sbagliate, ho due possibilità: riconoscere l’errore o difendere la scelta. La seconda è la più frequente. Non perché siamo irrazionali, ma perché difendere la scelta significa difendere noi stessi. Ed è qui che il parallelo con l’IA diventa completo. Se uso un sistema che mi dà risposte convincenti e, in base a quelle, costruisco le mie decisioni, mi trovo nella stessa situazione. Se emergono errori, non difendo il sistema: difendo la mia scelta di averlo usato. Il rischio non è di essere ingannati, ma di continuare a crederci. Nel caso di Cingolani, quello che sta emergendo potrebbe essere il contrario della dissonanza cognitiva: chi si era fidato smette di difendere la propria scelta. Spesso il sistema si auto-protegge. Ma quando non lo fa, la caduta è rapida (pur con un paracadute milionario). E Cingolani, infatti, è stato licenziato. Per la prima volta nella sua carriera non aver mantenuto promesse mirabolanti gli è costato il posto.

A questo punto può nascere, e sta nascendo, la narrazione del martire: non è stato lui a sbagliare, è il potere che non lo ha capito. È una reinterpretazione che evita di affrontare la questione più scomoda: la distanza tra promessa e risultato. Il punto, ancora una volta, non è personale. È sistemico. Viviamo in un mondo in cui la capacità di costruire narrazioni convincenti conta spesso più della capacità di produrre risultati verificabili. Questo vale per la politica, per la tecnologia, e sempre di più per gli strumenti che utilizziamo per capire il mondo. L’IA e Cingolani, in questo senso, non sono eccezioni. Sono sintomi di un sistema che premia chi ha una risposta per tutto e penalizza chi ammette i limiti della conoscenza.

E allora la domanda non è se fidarsi o meno. La domanda è: siamo ancora capaci di verificare? Perché il vero problema non è essere indotti in errore ma continuare a difendere quell’errore per non ammettere di esserci fidati eccessivamente.

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20/12/2025

La crescita di Leonardo SpA non è una soluzione, ma parte del problema

“Sono in conflitto di interesse, ma vi dico chiaramente che se c’è un momento in cui bisogna investire sulla difesa, è questo, perché non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova. (...) Dobbiamo mettere su queste tecnologie (gentilmente offerte da Leonardo, ndr), sennò ci sterminano...
Da Mosca a Roma in tre minuti arriva un missile non ipersonico balistico che porta più di una testata nucleare. Per riconoscere la minaccia e valutarla ci vogliono 12 minuti, neanche il tempo di salutare i familiari... Ho paura come padre di tre figli, come cittadino, come europeo”


Questo è un estratto dalle ultime farneticazioni apocalittiche di Roberto Cingolani, l’ad di Leonardo.

Cingolani, dopo una carriera accademica come ricercatore e professore universitario, è diventato man mano uno dei più potenti lobbisti della Difesa e dei più spericolati trasformisti in circolazione: appena 3 anni fa era ministro della Transizione ecologica (benedetto anche da Grillo) nel governissimo tecnopolitico dell’ammucchiata Draghiana.

Da un paio d’anni è l’ad di Leonardo SpA e Senior Board Director del NATO Innovation Fund (perfino nel PD si levarono critiche su questa nomina).

Peccato che sia stato recentemente calcolato che il riarmo folle della Nato produrrà in media un aumento di 200 milioni di tonnellate di emissioni l’anno. No problem, dalla “green economy” alla “war economy”, per il Nostro, è stato un attimo.

L’acrobatico ex ministro ora lavora per la “transizione bellica” dell’economia perché ha capito che garantisce extraprofitti molto più alti di quella green e poi chissà, potrà sempre lanciare i “cingolati elettrici di Cingolani” per ricomporre le sue divergenti passioni.

Ma il dramma è un altro e riguarda il cortocircuito perverso che si è instaurato tra l’attuale irresistibile propulsione speculativa e finanziaria del riarmo e le complicate manovre con cui Trump e Putin stanno cercando di trovare un compromesso negoziale, nonostante l’ostruzionismo europeo, per porre fine all’immane carneficina di questa sporca guerra (si parla di 1.600.000 giovani militari uccisi in 4 anni).

Ebbene 3 settimane fa fu sufficiente l’annuncio del piano di pace americano che il titolo di Leonardo perse il 4% del suo valore a Piazza Affari. A quel punto i “No Pax” di Leonardo si sono attivati e hanno rilanciato una “strategia della tensione” sia sul piano della comunicazione alzando i toni apocalittici sulla guerra imminente e sulla incombente invasione russa, sia in termini di trattative e accordi commerciali con Kiev sulla coproduzione di armi.

Il ministro degli esteri ucraino Sibiha in visita in Italia con Zelensky ha confermato esplicitamente che Kiev vuole avviare una coproduzione di droni con l’azienda italiana: “Sì, siamo pronti a coprodurre, condividendo esperienza e tecnologie con l’Italia”, ha dichiarato. “La cooperazione industriale deve essere un vantaggio per entrambi”. E sottolinea come per Kiev sia strategico “diversificare” la produzione militare all’interno dell’Europa.

Il tema sarebbe già stato affrontato nel bilaterale tra Zelensky e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella di “localizzare parte della produzione direttamente in Italia”. In una intervista al Messaggero, dopo aver confermato la trattativa in corso, il ministro aggiunge: “I prodotti possono essere testati sul campo di battaglia, questo garantisce qualità”.

Musica per le orecchie di Leonardo ma anche di Rutte, Ursula, Kallas e degli eurovolenterosi-per-la-guerra.

In pratica Leonardo SpA finanziariamente cresce quando il clima di tensione bellica viene artatamente surriscaldato, quando i falchi di Nato e UE alzano il livello dell’allarmismo emergenziale e delle loro provocazioni (come i continui “prepariamoci alla guerra”, l’ipotesi degli “attacchi preventivi” di Cavo Dragone o i “piani segreti” antirussi della Germania lasciati trapelare) o quando evocano attacchi imminenti del nemico russo (“siamo il prossimo bersaglio”, “dopo l’Ucraina Putin punterà ai paesi dell’Est Europa e infine colpirà noi”).

Viceversa Leonardo SpA decresce quando ci si avvicina alla pace, quando progrediscono i tavoli negoziali, quando sembra si concretizzi un accordo o si possa finalmente raggiungere un compromesso.

Questa logica infame vale per tutte le aziende del settore attualmente in piena euforia speculativa e furia produttiva. La differenza da altre multinazionali degli armamenti sta nel fatto che Leonardo è un’azienda a controllo pubblico, di cui lo Stato italiano è il principale azionista (e dunque il governo, lo stesso in cui l’ex consulente di Leonardo Crosetto è ministro della Difesa).

Dunque nel suo caso lo slancio produttivo in ambito tecnologico-militare viene incentivato dai colossali ordinativi di Stato, ovvero grazie alla più imponente operazione di esproprio di denaro pubblico e drenaggio di risorse dal welfare al warfare che si ricordi in Italia dalla nascita della Repubblica.

Eppure – contrariamente a quanto martellato dalla litania propagandistica sulla “deterrenza” – questo investimento al netto degli extraprofitti che garantisce agli azionisti dell’azienda e ai suoi manager produrrà – in concorso con lo sforzo produttivo generale del settore europeo e americano – solo un aumento della instabilità generale, un ulteriore controriarmo della Russia (e della Cina), una percezione comune sempre più alta del pericolo di guerra con tutti i contraccolpi economici sul livello dei consumi e del congelamento di risparmi che ogni clima di terrore e di guerra fredda porta con sé (che innescherà ulteriore calo della domanda, + recessione, aumento dei prezzi, + depauperamento dei ceti medio-bassi e quindi – secondo il più classico dei circoli viziosi – ulteriore necessità di drogare il sistema economico con “terapie anticicliche” garantite da un riarmo costante e crescente che – come la storia insegna – avvicinerà sempre di più la prospettiva della guerra calda).

E non sto a parlarvi della complicità di Leonardo con il business del genocidio palestinese e della distruzione di Gaza perché questo collegamento lo ha già chiarito Francesca Albanese con accuse mirate, circostanziate e documentate.

Ora capite perché Leonardo non è quel fiore all’occhiello dell’industria italiana che viene decantato da molti in Italia (e perfino da Ursula Bomber Leyen qualche tempo fa a proposito dei benefici economico-produttivi del piano di riarmo per l’Italia) ma uno dei cancri del nostro Paese?

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18/10/2025

La denuncia contro Meloni, Tajani, Crosetto e Cingolani è alla Corte Penale Internazionale

Martedì scorso è stata inviata al Procuratore della Corte penale internazionale la versione inglese della denuncia per complicità in genocidio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e dell’amministratore delegato di “ Leonardo” SpA, Roberto Cingolani.

I Giuristi e Avvocati per la Palestina fanno sapere che il testo della denuncia che è stato inviato al Procuratore a nome dei 51 firmatari insieme a 51 allegati di documentazione probatoria, è stato pubblicato sul sito www.giuristiavvocatiperlapalestina.org, dove chiunque può aderirvi.

Le adesioni finora pervenute sono più di 41mila, ma la raccolta proseguirà ad oltranza nei prossimi mesi, almeno fino alla fine dell’anno, e verranno organizzate iniziative in merito su tutto il territorio nazionale per presentare e spiegare la denuncia.

“Con tale denuncia intendiamo dare espressione alla volontà della stragrande maggioranza del popolo italiano di ripudiare il genocidio del popolo palestinese e tutti coloro che in qualsiasi modo vi concorrano” scrivono i Giuristi e Avvocati per la Palestina.

Nessuna pace può fondarsi sull’ impunità dei carnefici e dei loro complici. “L’Italia interrompa immediatamente ogni fornitura di armi verso Israele ed ogni collaborazione militare col regime genocida”, affermano i firmatari.

Contro questa denuncia si è parecchio “innervosita” la premier Meloni, mentre giornali della destra come Libero evocano addirittura l’interrogativo se “i 51 firmatari si possono definire come nemici del popolo italiano”.

Il procedimento è dunque ormai avviato a livello di Corte Penale Internazionale, dove non è immaginabile trovare un cancelliere amico che magari mette la cartellina in fondo al mucchio o un ministro della Giustizia che manda gli ispettori a intimidire i giudici.

A quello ci stanno già pensando Trump con le sanzioni e Israele con le minacce. Ma non è detto che funzionino e se non funzionano prima o poi occorrerà dare spiegazioni convincenti in sede di giustizia internazionale delle scelte fatte mentre si consumava il genocidio del popolo palestinese.

Ad aumentare le preoccupazioni degli esponenti del governo italiano arriva anche la decisione della Corte Penale Internazionale che ha respinto una richiesta di Israele di annullare il mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, come anche dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

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07/10/2025

Governo Meloni e Leonardo denunciati alla Corte Penale Internazionale per genocidio

Verrebbe da dire: “era ora!” Per mesi il governo italiano ha rappresentato, insieme a quello tedesco tra quelli europei, il più strenuo difensore del terrorismo sionista, sostenendo e armando il genocidio dei palestinesi. A guadagnarne, come mostrato anche dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese, è stata anche Leonardo S.p.A. Ora, finalmente, sta per arrivare la denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), col sostegno di tante firme di varie personalità, ha presentato due azioni legali ai giudici dell’Aja: una riguarda la mancanza di protezione della Global Sumud Flotilla, colpita con atti assimilabili alla pirateria, l’altra è per la complicità con i vertici di Tel Aviv in crimini di guerra, contro l’umanità e, ovviamente, genocidio.

Nel testo disponibile online si legge che “la denuncia si sofferma su alcune delle complicità internazionali, in particolare quelle del governo italiano, che hanno reso presumibilmente possibile la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità dell’indagine sui quali questa Corte è da tempo incaricata, come pure l’attuazione del piano genocida sul quale è in corso il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia”.

La CPI persegue singole persone, e i nomi scritti sui documenti presentati dai GAP sono quelli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, di quello della Difesa Guido Crosetto e, infine, quello dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. Ricordiamo che Leonardo è un’azienda che ha come maggior azionista il ministero dell’Economia, e dunque rappresenta, in un certo senso, il ‘braccio armato’ imprenditoriale di Palazzo Chigi.

Bisogna inoltre sottolineare che Cingolani, in un’intervista organizzata con Federico Fubini sul Corriere della Sera per rispondere proprio alle accuse di complicità col genocidio, pubblicata lo scorso 30 settembre, è finito con lo smentire il governo e ammettere che le forniture di armamenti a Israele sono continuate anche dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le disposizioni della legge 185/1990 che prevedono la sospensione o la revoca delle licenze con paesi in conflitto o che violino i diritti umani.

Due casi in cui Israele rientra perfettamente, ma la filiera di morte non è stata fermata. E allora era inevitabile che i vertici del governo e di Leonardo venissero deferiti alla CPI. Gli estensori della denuncia hanno raccolto una lunga serie di elementi probatori per supportare la denuncia, che non si fonda solo sui commerci di armi, ma anche sulla funzione indispensabile avuta da Sigonella, ad esempio, come hub per far arrivare a Tel Aviv gli aiuti militari statunitensi.

Ma c’è di più, e di peggio. Sono stati i portuali di Genova, Livorno e Ravenna a identificare l’invio di armi ‘supplementari’ per un valore di circa 638 mila euro: ‘armi non letali’ e pezzi di ricambio tra cui componentistica per gli aerei F-35 israeliani, che sono usati per uccidere inermi civili nella Striscia di Gaza.

Soprattutto, è vergognoso e inaccettabile – al punto che le dimissioni sarebbero il minimo – che i ministri Tajani e Crosetto abbiano tentato in tutti i modi di occultare i vari trasferimenti verso Israele applicando il segreto politico, diplomatico e militare sulle transazioni di armi e componentistica, in barba alla legge. Del resto, l’ha detto Tajani, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”.

Se la legge dei tribunali internazionali verrà fatta rispettare “fino a un certo punto”, sappiamo bene che il tribunale della storia sarà meno clemente.

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20/12/2024

Leonardo factotum della difesa europea, parla Cingolani

Il 15 dicembre Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, ha rilasciato a La Repubblica un’intervista che mette in fila tutti i tavoli su cui Leonardo sta lavorando. In epoca di guerra, più o meno dichiarata, è necessario dare parola ai produttori di armi, affinché legittimino il loro operato nell’opinione pubblica.

Il quadro delineato da Cingolani è quello che vede Leonardo assumere sempre più la funzione di pilastro del riarmo europeo, nell’orizzonte di un ruolo maggiormente attivo di Bruxelles nella competizione globale, e della sua proiezione negli scenari di tensione in tutto il mondo. Il ruolo, insomma, che vuole assumere una compiuta potenza imperialista.

Il conflitto in Ucraina ha segnato una svolta in questa direzione, perché ha rotto lo stallo, pur sempre dinamico e non privo di conflitti, che aveva segnato le relazioni tra le grandi potenze fino a pochi anni fa. “Multidominio interoperabile” è la definizione che il dirigente d’azienda ha dato all’approccio di sicurezza globale onnicomprensivo che il colosso italiano vuole seguire.

Significa fare la propria parte in un modello integrato, sempre più declinato sulle esigenze di guerra, in cui vanno di pari passo sviluppi bellici, cybersicurezza, autonomia energetica e alimentare.

Su quest’ultima la UE, che non possiede grandi risorse, sta lavorando tra accordi con paesi africani e il Mediterraneo allargato, dal Sahel al Golfo Persico.

Sui primi punti, invece, Leonardo vuole essere la punta di diamante di una comunità europea che, per Cingolani, deve comunque fare i conti al più presto con i soliti problemi di frammentazione delle politiche e delle filiere.

Anche per questo il colosso di piazza Monte Grappa vuole diventare “un’azienda sempre più internazionale e interconnessa che come prodotto centrale avrà la sicurezza globale”.

L’ex ministro italiano ha fatto degli esempi, che rendono tutto più chiaro: se “l’esigenza attuale è garantire che tutte le piattaforme dialoghino”, allora accanto ad aerei ed elicotteri ci sono i servizi spaziali e satellitari che garantiscono le comunicazioni, le strumentazioni elettroniche e i supercomputer per lo sviluppo digitale e la cybersicurezza.

Ma la protezione dei dati informatici vale anche in periodo di pace, i satelliti permettono importanti salti di qualità anche in usi civili, come nell’agricoltura di precisione e nella climatologia. “Abbiamo messo in piedi una tecnologia che opera su tutti i domini, ossia in terra, in cielo e spazio, nel mare e nel digital continuum”, ha detto Cingolani.

Se volessimo dirlo in altri termini, meno spendibili forse per i media mainstream, Leonardo ha messo in piedi una serie di divisioni di lavoro che toccano in maniera diffusa ognuno dei settori fondamentali della vita civile e militare della UE, mettendoli in sinergia per rispondere alle mire strategiche di Bruxelles.

Quella che è apparsa su La Repubblica è la rappresentazione plastica migliore di cosa implica il dual use che abbiamo avuto negli ultimi mesi. Con in più l’esplicitazione dell’elemento politico-strategico, che non è compreso nel semplice riconoscimento della possibilità di utilizzo sia per fini civili che militari di alcune tecnologie e strumentazioni.

Perché dire che questa intersezione tra vari settori e ambiti può essere riassunta in “sicurezza globale”, e farlo dire al vertice di un’impresa bellica significa, da una parte, che l’intero modello sociale e produttivo verrà ripensato intorno al complesso militare-industriale; dall’altra, che le priorità politiche saranno decise in base alla politica estera.

Ripensare l’economia continentale secondo una prospettiva di guerra e spingere sul keynesismo anche per dare legittimità all’avventurismo bellico contro coloro che sono identificati come nemici. E dunque tutte quelle realtà che, in forme varie, vogliono perseguire relazioni e percorsi di sviluppo differenti da quelli imposti dall’imperialismo euroatlantico.

Ad ogni modo, Leonardo si occupa innanzitutto di armi e armamenti, e dunque Cingolani elenca i progetti che rappresenteranno la spina dorsale dell’attività dell’azienda per i prossimi anni, e che avranno un ruolo fondamentale anche nel disegnare la fisionomia della difesa europea, dalla terra allo spazio. Una breve disamina può essere utile per non perdersi le prossime notizie in merito.

L’accordo con Rheinmetall per un nuovo carro armato, secondo Cingolani, “è la prima chiara dimostrazione che si può creare uno spazio europeo della difesa a livello industriale”.

Il Panther tedesco e il digitale italiano verranno uniti per creare un mezzo nuovo e capace di competere sui campi di battaglia del futuro, almeno per come sono immaginati dopo l’esperienza ucraina.

C’è poi una frase che, di nuovo, parla di come lo sviluppo tecnologico sia tutt’altro che neutrale. Per quanto riguarda la mancanza di competenze necessarie, Cingolani afferma: “quando mi occupavo di scienza prendevo ricercatori dalla Cina o dall’Iran: sulla tecnologia di Leonardo non lo puoi fare per questioni di sicurezza”, perché serve a muovere guerra proprio a quei paesi.

Ora, che prima non ci fossero preoccupazioni rispetto alla condivisione di informazioni e studi con i paesi citati non è vero, ci sono sempre state. Semmai è interessante che vengano citati proprio quei due paesi, Iran e Cina, a ribadire che la fase è cambiata e i legami con essi vanno considerati, appunto, una questione di sicurezza nazionale e che la scienza non è un terreno dove la politica non ha casa.

Per quanto riguarda i cieli, Cingolani ammette che sui droni sono rimasti indietro, anche se stanno mettendo a disposizioni le capacità digitali di Leonardo in programmi di collaborazione con altri produttori. C’è poi il convertiplano AW 609 (un ibrido tra un aereo e un elicottero).

Oggi solo la statunitense Bell e l’azienda di piazza Monte Grappa possiedono questo tipo di tecnologia, e il prototipo italiano dovrebbe ottenere presto la certificazione come mezzo civile. “Poi valuteremo le applicazioni militari”, aggiunge ovviamente Cingolani, perché ormai non c’è conquista che non debba essere messa a disposizione di una politica di potenza.

Ma il vero fiore all’occhiello, nel dominio dell’aria, sarà il Global Combat Air Programme (GCAP). Si tratta di un caccia stealth di sesta generazione, che sarà invisibile ai radar e attraverso il quale si potrà controllare in remoto una flotta di droni senza pilota: una “portaerei che sta in cielo”, ha detto Cingolani.

Una settimana fa è stata firmata la joint venture tra l’italiana Leonardo, la britannica BAE Systems e la nipponica Mitsubishi, mostrando la volontà di assecondare un assetto euroatlantico (allargato al Giappone) per l’aereo che dovrebbe sostituire il parco dei mezzi dei paesi coinvolti, a partire dal 2035.

I costi previsti per lo sviluppo dei droni e del software che dovrà gestire lo sciame di dispositivi si aggirano sui 100 miliardi di euro, per questo per Cingolani i sauditi sarebbero i benvenuti nel progetto: “hanno voglia di creare un’industria aeronautica, che può legarsi al programma GCAP e metterli al centro del grande mercato mediorientale”, e hanno molti soldi da spendere.

C’è anche la concorrenza del FCAS, un consorzio tra Francia, Germania e Spagna per creare un caccia dalle caratteristiche simili al GCAP. Ma per l’amministratore delegato italiano gli altri alleati europei sono in ritardo rispetto alla nuova joint venture che coinvolge Leonardo, e inoltre, come detto già tempo fa, in realtà i due programmi non sono necessariamente in contraddizione tra di loro.

Infine, la space economy, in particolare i servizi satellitari con usi “che vanno dalla difesa alla geologia, all’agricoltura alla geolocalizzazione”. Per questo settore, Cingolani auspica una maggiore apertura al privato e più ampie e forti alleanze europee, facendo a meno di particolarismi nazionali.

Il messaggio di fondo è ancora quello: serve creare un complesso militare-industriale europeo, che non sia poi solamente militare ma metta in collegamento tutti i settori principali e maturi del ciclo capitalistico così come funziona oggi. Non c’è nessuna divisione tra civile e militare, tutto serve unicamente a vincere lo scontro della competizione globale.

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05/01/2024

Cambieranno le leggi, per favorire il complesso militare-industriale europeo

Il futuro e le ambizioni della Difesa sono oggetto di molteplici spinte verso la configurazione di un complesso militare-industriale europeo. A questa esigenza dovranno piegarsi sia le leggi giustamente restrittive sul commercio di armi, sia le leggi europee in materia di concorrenza e aiuti di stato. Il clima di guerra e il boom delle spese militari sta avviluppando come una inquietante ragnatela le prospettive industriali, tecnologiche e politiche dei paesi aderenti all’Unione Europea.

In una intervista al Financial Times, l’attuale amministratore delegato della Leonardo – l’ex ministro Cingolani – ha spiegato come la guerra in Ucraina sia servita ad aprire una discussione su come realizzare partnership tra i gruppi europei nel settore della difesa. Secondo l’ex ministro, l’Ue dovrebbe razionalizzare un’industria della difesa frenata dall’attenzione degli Stati membri per i propri campioni nazionali. A dicembre Leonardo e il consorzio franco-tedesco Knfs hanno annunciato una partnership per costruire una nuova generazione di carri armati, (un progetto inizialmente lanciato da Germania e Francia) che andranno a sostituire i loro carri armati Leopard 2 e Leclerc.

Cingolani ha auspicato una modifica delle normative europee che con la loro eccessiva attenzione ai principi della concorrenza rischiano di non consentire ai gruppi industriali della difesa di avere successo né individualmente né insieme. Infine ha sottolineato come i costi dell’energia, le norme sulle emissioni e il costo del lavoro in Europa, se confrontati con Usa e Cina, finiranno per pesare sulle aziende europee quotate perché gli investitori andranno altrove. “Dobbiamo iniziare a costruire una massa critica in Europa. Dobbiamo gettare le basi per centri della difesa continentali”.

Per rispondere all’urgenza su queste tematiche si è tenuto recentemente un convegno “Europa della difesa: regolazione export militare, scenari globali di innovazione strategica e space warfare”. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Icsa (Intelligence Culture and Strategic Analysis) e dalla rivista Fortune Italia.

Il Generale Leonardo Tricarico, presidente di Icsa, ha chiarito che: “il piatto forte del confronto è la legge 185/90”, la norma che regolamenta la vendita degli armamenti a livello internazionale, che riecheggia scenari del passato senza alcuna rispondenza col presente”.

“Un primo passo è stato fatto dall’attuale compagine di Governo, che ha anche annunciato la reintroduzione del Cisd”, ha aggiunto il Generale Tricarico, riferendosi alla ricostituzione del Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamenti per la Difesa, istituito contestualmente alla legge e poi soppresso nella successiva modifica del 1993.

L’esperto giuridico del Centro Alti Studi Difesa, Nicola Colacino, ha criticato che “La visione dominata dalla lettura liberale di un sistema di valori globali comuni si è sgretolata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, fino ai conflitti armati oggi drammaticamente attuali in Europa e Medio Oriente”, invitando ad un ripensamento della legge italiana sul commercio e l’export di armamenti.

La ormai prossima revisione della 185/90 dovrà dunque tenere conto della dimensione europea e comune della Difesa e dell’industria militare. Il contrammiraglio Pietro Alighieri, direttore nazionale degli Armamenti del ministero della Difesa ha affermato che “I conflitti in atto hanno riportato in campo la guerra convenzionale, ma hanno fatto emergere l’inadeguatezza della nostra industria della difesa nel supportare uno sforzo bellico di tale portata”.

Il Generale Davide Cipelletti, capo ufficio generale Spazio del ministero della Difesa, ha invece sottolineato la proiezione nello spazio della competizione militare e tecnologica. “Cyber e spazio sono domini pervasivi, trasversali e interconnessi tra loro, capaci di generare effetti sul campo di battaglia, ma soprattutto sulla nostra società, con una chiara minaccia ai servizi essenziali dei Paesi”, continua Cipelletti. “Per l’Italia – secondo Paese europeo in termini di attività in orbita e terzo per investimenti nel settore – proteggere gli interessi nazionali nel dominio spaziale, anche da attacchi cyber, contribuisce alla resilienza dell’intero sistema-Paese”.

Secondo Massimo Comparini, amministratore delegato di Thales Alenia Space: “Le soluzioni di sicurezza informatica sono un must in qualunque segmento spaziale, che siano legacy o di nuova concezione”. Bisognerebbe quindi progettare un sistema spaziale futuro che acceleri l’implementazione di sicurezza informatica di modelli aperti, continua l’Ad di Thales Alenia Space, “soprattutto se facciamo riferimento a modelli commerciali – l’esempio di Starlink per operazioni militari – bisogna valutare la minaccia insita nell’utilizzo di un’architettura aperta”.

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02/11/2022

IIT - Tecnici senza contratto e ricercatori precari a vita

Ricercatori e dipendenti dell’Istituto Italiano di Tecnologia, la fondazione privata (ma lautamente finanziata dallo Stato) da cui ha preso il volo Roberto Cingolani, impegnati nella ricerca su robotica, nanomateriali e scienze computazionali, chiedono stabilità e un vero contratto di lavoro. Troppo? Pare di sì.

Chiedono semplicemente un contratto come qualunque altro lavoratore. Sono 600 dipendenti, amministrativi e tecnici, dell’IIT, l’Istituto Italiano di Tecnologia, fondazione di ricerca privata finanziata dallo Stato e sotto il controllo del Ministero dell’Economia e di quello dell’Università e Ricerca, vera e propria creatura di Roberto Cingolani, che ne è stato direttore scientifico per 15 anni, dalla nascita fino al 2019, prima di entrare in Leonardo e di diventare ministro nel governo di Mario Draghi e ora consulente per il nuovo esecutivo di centrodestra diretto da Giorgia Meloni.

Per tecnici e amministrativi contratto fai da te

“Sono lavoratori che svolgono funzioni di supporto ai ricercatori e il cui rapporto di lavoro, a differenza che per i loro dirigenti, non è normato da contratto collettivo ma un regolamento interno adottato in modo unilaterale dalla Fondazione e in cui, ad esempio, non sono previste le relazioni sindacali” ci spiega Maurizio Rimassa responsabile dell’Unione Sindacale di Base a Genova, dove hanno sede il cuore dell’Istituto – 11 sedi in Italia e due negli USA, che collaborano con istituzioni prestigiose come il MIT e la Harvard University – e il grosso dei dipendenti e dei ricercatori, oltre 1.900, di cui circa un quinto sono studenti di dottorato.

Il regolamento non nomina mai la parola “sindacato”, ma prevede la possibilità di eleggere una “Rappresentanza dei Dipendenti”, che è stata rinnovata circa un anno fa. Subito dopo le elezioni FLC CGIL e USB hanno tenuto fede agli impegni presi coi lavoratori, avviando un confronto con la Fondazione con l’obiettivo di sostituire il regolamento con un vero e proprio contratto, frutto di un negoziato con l’Istituto e non più “per gentile concessione”.

A giugno – ci raccontano i rappresentanti di CGIL e USB – le organizzazioni sindacali avevano incontrato i rappresentanti della Fondazione. Questi in un primo momento si erano mostrati abbastanza disponibili ad affrontare la discussione, compatibilmente con la situazione economica dell’Istituto, ma avevano respinto la proposta dei sindacati di creare un contratto ad hoc, partendo da quello della Ricerca e provando ad “armonizzarlo” con la situazione dell’IIT. E avevano scelto, in alternativa, di affidare a uno studio legale di Roma l’incarico di studiare quale tra i contratti collettivi già in vigore – metalmeccanici, chimici, commercio – fosse il più confacente alle proprie esigenze. A settembre, non avendo più ricevuto alcuna comunicazione, CGIL e USB sollecitano una risposta e il 10 ottobre ricevono una lettera in cui i vertici dell’Istituto scrivono che nessuno dei testi vagliati “presenta una struttura e disposizioni compatibili con l’attività, con l’organizzazione, con la natura giuridica e con la stessa funzione peculiarmente propria del nostro Istituto” e concludono che “il fatto che ad oggi non vi sia un contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento per operai, impiegati e quadri degli Istituti di ricerca privati rende allo stato di fatto impossibile adottarne uno, pur nella consapevolezza che alcune peculiarità del nostro Istituto potrebbero essere normate attraverso un processo negoziale di secondo livello”. La Fondazione, infatti, è un istituto di diritto privato, anche se riceve due terzi dei finanziamenti dallo Stato – nel 2021 circa 91 milioni di euro, contro 53 provenienti da “fonti esterne”, in larga misura anch’esse pubbliche o comunitarie – e soprattutto qualche anno fa, quando ci fu il blocco dei salari nella Pubblica Amministrazione, non ebbe esitazioni ad applicarlo ai propri collaboratori come se fossero dipendenti statali.

“L’attuale Regolamento del Personale, seppure tecnicamente sia di natura unilaterale, è frutto di oltre dieci anni di consuetudini di dialogo continuo con i dipendenti, i quali si sono dotati ormai da molto tempo di forme di rappresentanza, e resta dunque il miglior strumento di normazione dei rapporti di lavoro attuali e futuri, contenendo nella forma aggregata di fatto istituti economici e regolatori di gran lunga migliorativi – anche analiticamente valutato – rispetto alla totalità delle fonti esaminate” concludono i rappresentanti della Fondazione. Insomma “accontentatevi di quel che avete”.

Il problema è – replica Stefano Boero, segretario della FLC CGIL di Genova – che “siccome parliamo di concessioni unilaterali oggi tu potresti godere delle condizioni migliori del mondo, ma domani l’IIT potrebbe cambiarle senza chiedere niente a nessuno”. Ragione per cui il sindacato ha avviato le procedure di raffreddamento e ora attende una convocazione dal Prefetto insieme alla Fondazione e “se non ci saranno risposte dovremo inevitabilmente pensare allo sciopero”.

Al tema del contratto e delle relazioni sindacali nelle scorse settimane si è aggiunta una comunicazione i cui l’IIT annuncia l’intenzione di chiudere alcune sedi nei fine settimana e in altri periodi per ragioni di risparmio energetico, mettendo i dipendenti in ferie forzate. Un annuncio che ha fatto lievitare ulteriormente la tensione.

Per i ricercatori precarietà strutturale

Sullo sfondo resta il nodo altrettanto spinoso dei ricercatori. A giugno un gruppo di loro, riuniti sotto la sigla Comitato Ricercatrici e Ricercatori Precari IIT, aveva inviato una lettera aperta a Draghi e ai titolari del MEF e del MIUR, senza firme individuali, denunciando che “IIT basa la produzione scientifica sul lavoro precario di personale ad altissima formazione. La stragrande maggioranza dei ricercatori di IIT è infatti assunta come para-subordinato con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co). Per ogni nuovo contratto, l’istituto chiede ai ricercatori di dichiarare in prima persona la natura puramente collaborativa del rapporto di lavoro presso un ente certificatore terzo” senza neppure assicurare loro alcuna prospettiva di carriera sia interna che esterna, anche perché “i contratti che IIT usa per Post-Doc e Ricercatori non figurano nelle procedure concorsuali quali requisiti di accesso o esperienza pregressa”. Nella lettera il Comitato chiede al Governo di intervenire affinché “IIT assuma il personale scientifico con contratti di lavoro conformi al contratto nazionale di ricerca; i precari storici di IIT (impiegati con continuità come parasubordinati da più di 3 o 5 se non 10 anni) possano beneficiare di provvedimenti di stabilizzazione analoghi a quelli implementati presso gli enti pubblici di ricerca; gli anni spesi in IIT siano equiparati agli anni di ricerca presso le Università e gli Enti Pubblici di Ricerca sia per l’accesso ai concorsi sia per le progressioni di carriera, in modo da favorire la mobilità nel panorama della ricerca nazionale”, oltre a un tavolo analogo a quello aperto con tecnici e amministrativi.

Del resto che essere precario per un ricercatore sia lo stimolo necessario a rinnovarsi costantemente è sempre stato uno dei pallini di Roberto Cingolani, che nel giugno 2007, in un’intervista pubblicata sulla newsletter dell’INSME, il network internazionale delle PMI, aveva rivendicato apertamente quella scelta. E così, mentre nel contratto collettivo della ricerca adottato negli istituti pubblici l’articolo 83 fissa per i contratti a tempo determinato o in somministrazione un tetto massimo pari al 20% del personale stabile, all’IIT, invece, secondo i dati del bilancio 2021, alla fine dell’anno scorso il personale con contratto a tempo o di collaborazione ammontava a 931 addetti (di cui ben 895 nel personale di ricerca), contro 533 dipendenti a tempo indeterminato. Il raffronto con altri istituti di ricerca ci fornisce alcuni spunti di riflessione. Nel 2021 il CNR su uno staff di 9.770 addetti ne contava 8.327 a tempo indeterminato. Ancor più basso il tasso di precarietà all’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove secondo i dati del Rendiconto generale 2021 i precari erano soltanto 65 su 913, meno del 10%. Che questa dovrebbe essere la norma ce lo conferma anche Francesco Sylos Labini, direttore di ricerca del Centro di Ricerca Enrico Fermi: “La questione è semplice. Come funziona nel resto del pianeta terra? Se vai a vedere scopri che non esistono altri posti come l’IIT perché tu, certo, puoi avere una certa percentuale di assegnisti o di contratti a tempo determinato, ma poi devi mettere in piedi delle linee di ricerca strutturate. Sennò come fai a fare ricerca? La ricerca si fa con ricercatori dotati di una posizione stabile”. Lo stesso Sylos Labini, in un articolo scritto con Angelo Leopardi e intitolato “Enti di ricerca e IIT: dov’è l’eccellenza” (2011) aveva argomentato, numeri alla mano, che i risultati concreti smentiscono le ricette di Cingolani.

D’altra parte i dati indicano che il ricorso al precariato, nella ricerca come nei settori di lavoro più tradizionali, influisce soprattutto sui conti. Nel bilancio del CNR il costo del lavoro annuo è scorporato tra i dipendenti fissi e i precari e questo ci permette di calcolare il costo del lavoro medio annuo di ciascuno, che ammonta rispettivamente a circa 68.000 euro e meno di 25.000. Insomma chi ha una posizione stabile guadagna quasi tre volte un precario. All’IIT, secondo la relazione 2020 della Corte dei Conti sull’IIT, il gap tra la retribuzione unitaria dei dipendenti a tempo indeterminato e non (rispettivamente 66.000 e 68.000 euro) e quella dei co.co.co. (47.000) è più ridotto ma comunque rilevante. “I ricercatori più giovani toccano a malapena 1250 euro al mese, no buoni pasto, no alloggi, e niente parcheggi. Carico di lavoro da 10-12 ore al giorno di media. Poi se gli dici che non producono abbastanza, s’incazzano.” scriveva Andrea Cammarata nel 2011 (Dentro l’IIT. Un giorno con i ricercatori, Agoravox). “Con questo mito del tenure track all’americana mascherano semplicemente lo sfruttamento dei giovani ricercatori” ci sintetizza la situazione uno scienziato con quarant’anni di esperienza nei laboratori di ricerca pubblici.

Eppure, come rivendica nella Lettera di introduzione al Bilancio, il presidente della Fondazione Gabriele Galateri di Genola, manager di lungo corso con un passato in FIAT, Mediobanca e Generali, nel 2021, nonostante gli strascichi della pandemia la Fondazione non se l’è passata male: “In IIT il trasferimento tecnologico ha realizzato il numero massimo di contratti e l’importo più alto di sempre di ricavi da licenze. Sono stati registrate 76 nuove invenzioni e 57 prime domande di deposito di brevetto, portando il portafoglio IIT a 372 invenzioni per un totale di 1210 titoli di brevetto”.

MIT o mito italiano?

Quando nei primi anni 2000 a Genova, città colpita pesantemente dalla deindustrializzazione e dalla ristrutturazione dell’IRI, che mietono decine di migliaia di posti di lavoro, viene lanciato il MIT italiano i toni sono entusiastici: nel 2005, due anni dopo la nascita della Fondazione, Prodi assicura che l’IIT sarà “un vantaggio strategico enorme”, mentre l’allora presidente di Confindustria Genova Marco Bisagno ne parla addirittura come l’alternativa all’acciaio dell’ILVA di Cornigliano. Vittorio Grilli, commissario unico e poi primo presidente dell’IIT, all’epoca anche direttore generale del Tesoro, spiega che negli USA “Il MIT ha prodotto più di tremila imprese, quasi tutte nel Massachussets, ed esperienze analoghe si sono realizzate anche in Olanda e in Germania”.

Vent’anni dopo la parabola dell’IIT sembra snodarsi lungo una traiettoria molto più modesta. Lo scorso 30 settembre Giorgio Metta, successore di Cingolani alla guida della Fondazione, dichiarava che con quelle del 2022 il numero di start-up lanciate dall’IIT nel 2022 raggiunge le 33 unità (IndustriaItaliana300922); il declino della siderurgia a Genova è andato avanti senza trovare alcun contrappeso nelle pretesa ascesa di un’industria high-tech e nella città dell’ex ministro della transizione energetica persino Ansaldo Energia, come abbiamo visto nei giorni scorsi, viene messa in discussione. E chi col proprio lavoro ha permesso la nascita di iCub, il robot umanoide progettato nei laboratori dell’Istituto, per citare solo una delle sue creazioni più celebrate, è costretto a entrare in agitazione o a scrivere al governo proteggendosi dietro l’anonimato per poter ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a qualunque lavoratore. Comprese regole e accordi vigenti per tutti i lavoratori, anche quelli non contrattualizzati, ad esempio gli accordi tra sindacati e Confindustria, a cui l’IIT è associato; lo Statuto dei Lavoratori, che tutela l’agibilità sindacale; la Carta Europea dei Ricercatori e le relative raccomandazioni della Commissione Europea.

Nel 2003 la CGIL commentava i massicci investimenti destinati all’IIT (e sotratti alla ricerca pubblica) parlando della “ennesima riproposizione del modello di agenzia per il trasferimento tecnologico, modello che già in ripetute occasioni è più o meno rapidamente fallito, ma che è coerente con l’idea prevalente in questo governo di una necessaria e immediata finalizzazione di ogni investimento pubblico in ricerca alla realizzazione di un vantaggio immediato per il sistema privato”. Nel 2004 anche Carlo Rubbia dichiarava al Corriere della Sera i propri dubbi sulla decisione di investire tanti soldi sul “fantomatico MIT italiano” senza neanche sapere esattamente cosa dovesse fare. Ed esortava a investire, invece, sul lavoro: “Nei discorsi che si ascoltano negli ultimi tempi ci si dimentica degli uomini e delle donne che fanno ricerca. Inseguiamo modelli stranieri ma intanto da tre anni sono bloccate le assunzioni e oggi l’età media di chi lavora è intorno ai 50 anni, quindi fuori gioco. Nel frattempo ci sfuggono le nuove generazioni dalle quali nascono i risultati. In altre parole, si è perso il fulcro della discussione”. Insomma persino nei settori di maggiore rilevanza strategica il capitalismo italiano non riesce a sottrarsi all’impulso di fare le nozze coi fichi secchi. Sulle spalle di chi lavora.

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27/10/2022

Da Draghi a Meloni sotto il velo della scienza neutrale

L’ex ministro per la Transizione Ecologica, Cingolani, è ora consigliere per l’energia per il nuovo ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica. Era stato indicato da Grillo come l’uomo della conversione ecologica nel governo Draghi: una conquista definita epocale.

Cingolani è un fisico e pertanto molti, all’inizio, avevano sperato che con lui venisse finalmente realizzata la svolta green, tanto più in questa fase storica caratterizzata da una minacciosa crisi climatica.

Ora è al servizio del nuovo governo a guida Fratelli d’Italia (pur riprendendo il suo lavoro a “Leonardo”), non come politico, ma come esperto, a titolo gratuito, di problemi ambientali. Questo confermerebbe ancora una volta quella vecchia concezione della neutralità della scienza e della tecnica.

Pochi giorni fa (18 ottobre) si sono celebrati, all’Accademia dei Lincei, i 10 anni di anniversario della morte di Marcello Cini, alla presenza, oltre che di Giorgio Parisi, di collaboratori che, guidati da Cini, scrissero nel 1976, quel famoso libello: L’ape e l’architetto, che, appunto, contestava la cosiddetta neutralità della scienza e della tecnica.

Sarà una perfida coincidenza che oggi, dimenticata quella severa lezione, si torna a riaffermare quella falsa mitologia. Un tecnico può dare consigli a qualsiasi governo, sia a sinistra che a destra. Perché in fondo la ricetta è unica: gassificatori, inceneritori, trivellazioni, uso di fossili, carbone, nucleare e qualche pannello solare; insomma una spolverata di greenwashing.

Vele la pena di ricordare, attualissimo, qualche passo dell’introduzione di Cini a quel famoso libro: “Questo tipo di sviluppo della scienza e della tecnologia è perciò intimamente interconnesso allo sviluppo della società capitalistica e, mentre ne condiziona e ne determina alcuni aspetti fondamentali, aprendo nel suo seno nuove contraddizioni nel momento stesso in cui permette di superarne altre, ne è a sua volta condizionato e subordinato.

Entra in crisi perciò la concezione che considera la scienza e la tecnica strumenti neutrali di progresso della società, indipendentemente dai rapporti sociali e che postula un processo di sviluppo scientifico che segue una propria dinamica interna, soggetta a proprie leggi.

Si tratta invece di riconoscere che la scienza non è soltanto un processo di soluzioni di problemi determinati, ma soprattutto una continua formulazione e posizione di problemi da risolvere e che pertanto in questa fase essenziale dello sviluppo scientifico entrano non solo fattori intrinseci ma anche fattori esterni alla scienza stessa”
.

Marcello Cini, il “cattivo maestro”come fu definito da Giorgio Bocca, continuerà per tutta la vita a ribadire questa verità epistemologica in tanti e successivi libri, convegni, saggi e conferenze (è stato anche uno dei fondatori di questo giornale).

Transizione ecologica/energetica e modello economico non possono essere disaccoppiati; i cambiamenti climatici sono un fenomeno complesso che richiede una visione politica capace di cogliere le interconnessioni tra ambiente, economia e benessere. Molto al di là di quella visione miope delle classi dirigenti (anche di sinistra) che continuano a considerare lo sviluppo solo una funzione della crescita.

Il disinvolto ex ministro che criticò l’insegnamento delle scuole per le ripetute volte in cui, a suo giudizio, si discuteva delle guerre puniche, ovvero (sempre secondo il Cingolani-pensiero) di niente, è il più illustre rappresentante del mantenimento dello statu quo ambientale arrivando ad affermare che una riconversione dell’economia in senso ecologico costerebbe “bagni di sangue”, dunque tanto vale favorire quelle tecnologie che, al massimo, rallenterebbero l’emissione della CO2, senza azzerarle, naturalmente.

L’ex ministro si vantava ancora di avere un atteggiamento “realista” rispetto alle “strampalate utopie” di Greta Thunberg e dei movimenti ambientalisti. Peccato che il tempo a disposizione per evitare la catastrofe climatica non sia lui a deciderlo ma è già stabilito dalle condizioni oggettive di degrado della biosfera.

I “bagni di sangue” paventati dall’ex ministro, e ora consulente di Palazzo Chigi, ci aspettano realmente se la transizione ecologica (sparita dal nuovo ministero dell’Ambiente) non si realizza nel più breve tempo possibile, tanto più che gli obiettivi della COP di Parigi, di contenimento dell’aumento massimo di temperatura di 1,5°C, sono stati da tempo archiviati.

Dopo la morte di Cini, l’analisi di approfondimento teorico dell’interazione uomo-natura e rapporti sociali di produzione, come risulta già dalle opere di Marx, è sparita dall’orizzonte di qualsiasi sinistra e così viene riesumata quella vecchia concezione della “neutralità della scienza” proprio confermata dalla nomina di Cingolani ad uno dei ministeri del nuovo governo a guida Fratelli d’Italia. Una riflessione che aspetta ancora una risposta, da sinistra naturalmente.

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09/09/2022

Consigli al ministro Cingolani e al governo per risparmiare

Il ministro Cingolani (Cingolo, per noi che lo conosciamo da prima per i suoi trascorsi da armaiolo) ha fatto emanare una serie di raccomandazioni agli italiani per risparmiare sul gas quest’inverno. Fate le docce fredde e brevi, abbassate il riscaldamento, eccetera. Poi ci sono quelli che vogliono cuocere la pasta riscaldandola col bue e l’asinello.

Ridurre gli sprechi di energia è sempre sacrosanto. Chiunque tranne un piddino capisce però che, fatti adesso, questi provvedimenti – più che al risparmio energetico – puntano a risparmiare gas che improvvisamente, non si sa per quale motivo (ironia: ON), non arriverà più in Italia a buon mercato dalla Russia, ma a carissimo prezzo da alcuni borsaneristi internazionali, in primis gli amici americani o quelli della borsanera di Amsterdam. Sono quindi dei provvedimenti da economia di guerra, in modo da consentire all’Italia di continuare la guerra in Ucraina.

Questo è un fatto, al di là di come la pensiamo su questa guerra: non facciamo gli ipocriti, già erano insopportabili i pacifisti con l’elmetto favorevoli a mandare armi, ora però gli ecologisti con l’elmetto, no, non ce la beviamo. O no? (mi guardo attorno speranzoso, ma timoroso anche).

Il Cingolo, essendo un ministro “Grillino” (ironia: ON, ma non poi tanto, ricordate come ce lo vendette Beppe?) ed ecologista (stendiamo un velo) è un ottimista di natura, e stima che i suoi rimedi miracolosi potranno ridurre i consumi di gas “fino al 10% e forse più” se faremo altri sforzi per donare oro alla patria e rinunciare al burro per i cannoni.

Stime realistiche, anche se verranno tacciate di essere putiniane, ci parlano al massimo di un 3% e sarebbe già grasso che cola. Alcuni stimano meno, ma sorvoliamo.

Vediamo un poco alcuni dati, allora.

Le famiglie italiane (circa 24 milioni) hanno consumato nel 2019 (ultimo dato prima del covid e quindi non perturbato) circa 31 miliardi di metri cubi di gas, ossia un consumo medio di 1309 Smc a famiglia (se volete prevalere nelle discussioni al bar, tirate fuori gli Smc – Standard metri cubi, e passerete subito per semidei).

Quanto costa? Beh il prezzo del gas per usi domestici (di quello si parla, avete notato che nulla si dice delle industrie?) varia, cresce, cala (incredibilmente, nell’ultima settimana, del 10%), viene calmierato, dipende dall’ora, etc. etc. Non fermiamoci alla apparente complessità, tagliamo dritti: 1 euro al Smc è una buona partenza.

Allora, se il programma del Cingolo “gas alla Patria” ottiene il massimo credibile (meno 3%, un gran risultato in controtendenza) si risparmierebbe una bella cifretta, diciamo 900 milioni di euro. Non male. Ci sto. Al di là dei motivi biechi, va bene, non stiamo lì a fare i difficili: decrescita felice sia.

Però, per essere credibile, un governo deve sì chiedere sacrifici, ma anche farne, se no scade al livello di Maria Antonietta che se al popolo manca il pane, mangi brioches.

Massimino vostro ha la passione dei numeri, e crede che sacrifici “simbolici” (riducetevi lo stipendio! basta auto blu!) siano lodevoli ma poco significativi, un po’ grillini vecchio stile. Un governo, se vuole, ha in mano delle leve potentissime: e allora diamoli noi, dei consigli al governo per risparmiare. Ecco alcuni esempi che rispecchiano le mie idee, poi ognuno può trovare i propri.

Ci chiedi di far economia di gas e ridurre del 3% i consumi? OK, ma tu, nel contempo:

1) Riduci del 3% le spese militari, invece che aumentarle a dismisura. Nel 2022 saranno purtroppo di oltre 26 miliardi. Sì, avete capito bene. Riducendole del 3% si potrebbe volendo continuare a fare i muscolari inutili in giro per il mondo, ma si risparmierebbero quasi 800 milioni secchi.

2) Riduci del 3% l’evasione fiscale da parte non già del verduriere, ma dei vostri amici oligarchi, confindustriali, finanzieri e briatori assortiti. L’evasione assomma alla cifra record di oltre 80 miliardi di euro ogni anno. Tre per cento in meno è un risultato facile, ci sono casi eclatanti che non han bisogno di tanti accertamenti, sono lì, palesi, davanti agli occhi di tutti: sono 2400 milioni di euro belli secchi che arrivano. Basta volerlo. Basterebbe volerlo.

3) In omaggio ai miei sodali pacifisti (veri, senza elmetto): acquista 3 F-35 in meno. Potete continuare a fare i Top Gun a spese nostre anche con tre F-35 in meno, dai. Fanno 500 milioni di euro non sprecati.

Mi fermo qui. Tassa gli extraprofitti, potrei dire. Evita di abbassare le tasse agli straricchi con la flat tax, potrei dire. Se vuoi essere credibile, e non un maiale della Fattoria degli Animali, e noi tanti cavalli Gondrano.

Ma chi me sente, ma chi me sente (sempre cit. Rino Gaetano).

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04/05/2022

I prezzi del gas saliranno ancora. L’Italia non può fare a meno di quello russo

Standard&Poor ha aumentato le proprie stime sui prezzi del gas naturale a breve e medio termine. “Abbiamo innalzato le nostre ipotesi sui prezzi del Title Transfer Facility (Ttf) per il 2023 e le nostre attese sui prezzi a lungo termine del 2024”, hanno scritto gli analisti in un report ripreso da Milano Finanza.

“Prevediamo che i prezzi del gas naturale rimarranno elevati nei prossimi due anni poiché i paesi europei cercheranno di ridurre la dipendenza dal gas naturale russo e di aumentare l’approvvigionamento di gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti. Inoltre, la riapertura delle economie a livello globale e la progressiva transizione verso fonti energetiche più rispettose del clima continueranno a sostenere l’aumento dei prezzi del gas”, è scritto nel report di S&P.

“In genere”, continua il report di S&P Global Ratings, “la domanda e i prezzi del gas naturale diminuiscono con l’arrivo delle stagioni calde. Tuttavia, nel Nord America i prezzi del gas continuano ad aumentare a causa di diversi fattori, i cui effetti perdureranno nel prossimo biennio.

Dopo due anni di pandemia l’economia del Nord America ha visto un forte rimbalzo e ciò, unitamente a una risposta insufficiente dell’offerta, ha contribuito a creare negli Usa livelli di scorte di gas naturale ai minimi da tre anni e corrispondenti a un valore inferiore del 25% rispetto alla media annua calcolata su cinque anni.

Allo stesso modo, lo stoccaggio di gas naturale del Canada è di circa 220 miliardi di piedi cubi (bcf), oltre 100 bcf in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, supportando l’attuale incremento dei prezzi”
.

In una informativa alle Camere, il ministro della Transizione ecologica Cingolani ha affermato che l’Italia non potrà fare a meno delle forniture di gas dalla Russia almeno per tutto il 2022, salvo ricorrere a misure draconiane per la riduzione dei consumi per superare l’inverno.

“Se interrompessero ora il gas russo avremmo un serio problema con lo stoccaggio, un’interruzione immediata renderebbe critico il superamento dell’inverno prossimo in assenza di rilevanti misure di contenimento della domanda, perché a inizio 2023 potrebbero mancare 10-15 miliardi di metri cubi su 76 miliardi di metri cubi totali”, ha spiegato Cingolani.

“Un’interruzione a fine 2022 garantirebbe il riempimento degli stoccaggi, insieme al concorso di nuove forniture internazionali”. Allo stesso modo, è d’obbligo che il primo dei nuovi rigassificatori, galleggiante e temporanei, entri in funzione già dal 2023.

Sull’immediato grava però l’ipoteca di uno stop prematuro dell’import di gas russo derivante dall’imminente scadenza del prossimo pagamento dovuto da Eni alla russa Gazprom.

Questa scadenza sarà anche la prima a dover sottostare al sistema del doppio conto in euro e rubli. La mancata accettazione della nuova clausola, infatti, è già costata la chiusura delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria.

L’Eni e il governo italiano sono in attesa una risposta dai legali dell’Unione europea, per capire se accettare le condizioni di Mosca implichi o meno una violazione delle sanzioni.

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14/01/2022

Arriva la “stangata” sulle bollette di luce e gas. Sarà “solo” del 55% e del 42%

Come noto dallo scorso 1° gennaio 2022 è entrato in vigore l’aggiornamento delle condizioni tariffarie di luce e gas annunciato dall’authority per l’eneregia (ARERA) a fine dicembre. Per effetto del nuovo aggiornamento, la “famiglia tipo” (consumo annuo di 2700 kWh di energia elettrica e 1400 Smc di gas naturale) dovrà fare i conti con un rincaro del +55% per la bolletta dell’energia elettrica e del +41,8% per la bolletta del gas. Nonostante si tratti di una vera e propria stangata sui redditi delle famiglie (e i costi delle imprese), i rincari delle bollette del primo trimestre 2022 sono stati per ora attenuati dall’intervento del Governo.

Stando ai dati diffusi da ARERA, senza l’intervento del Governo, il rincaro sulle bollette per la “famiglia tipo” in tutela sarebbe stato pari a +65% per l’elettricità e +59.2% per il gas naturale.

Draghi ha sul suo tavolo un documento elaborato dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che prevede un pacchetto di dieci misure per contenere la stangata sulle bollette di luce e gas. Il documento di Cingolani sarà la base per un decreto legge in materia che il governo intende emanare entro la fine di gennaio. Al momento non è dato di sapere quali conigli abbia tirato fuori dal cilindro il più improbabile dei ministri del “governo dei migliori”.

Il problema, ad esempio, è capire quanto andrà alle imprese (come al solito) e quanto invece alle famiglie. Non sembra avere dubbi il Pd secondo cui “Servono risorse a sostegno dei settori economici più colpiti, della manifattura energivora e delle Pmi, anche prevedendo uno scostamento di bilancio, destinando in modo strutturale i proventi delle aste ETS e lavorando su ipotesi percorribili di compartecipazione da parte dei produttori e della finanza che in questa fase stanno realizzando extraprofitti”.

Questa seconda parte sarebbe interessante da approfondire perché tutti i dati indicano che le aziende di utilities (il “capitalismo bollettaro” per intenderci, ndr) stanno facendo quattrini a palate.

Ci sembra invece di capire che il nodo principale, più che le famiglie, siano infatti le imprese energivore, vale a dire le aziende che consumano grossi quantitativi di energia (dalle acciaierie alle cartiere, alla ceramica) e che rischiano un nuovo bagno di sangue dopo gli aumenti dei mesi scorsi. Un eventuale intervento diretto del governo di alleggerimento delle tariffe per queste imprese verrebbe però sanzionato da Bruxelles come distorsione delle concorrenza.

Con la Legge di Bilancio, infatti, risultano stanziati quasi 3 miliardi di euro di fondi per ridurre il più possibile i rincari.

Tra i provvedimenti del Governo si segnala l’annullamento transitorio degli oneri generali di sistema in bolletta e il taglio al 5% dell’IVA per le bollette del gas. È stato inoltre potenziato il Bonus Sociale per luce e gas, riservato alle famiglie meno abbienti ed erogato come sconto aggiuntivo in bolletta, per il primo trimestre del 2022.

Di questo pacchetto, 1,8 miliardi saranno destinati ad azzerare gli oneri di sistema per il settore elettrico andando ad annullare le aliquote applicate alle utenze domestiche e a quelle non domestiche (che, va ricordato, sono microimprese con potenza disponibile fino a 16,5 kilowatt). Seicento milioni, come già avvenuto tre mesi fa, serviranno poi a ridurre l’Iva sul gas al 5% (che spetterà, dunque, sia per i consumi per i quali l’aliquota ordinaria è pari al 10 per cento sia per quelli industriali, assoggettati invece al 22%).

Altri cinquecento milioni saranno utilizzati per azzerare gli oneri di sistema sul gas che, lo ricordiamo, a settembre erano stati fortemente ridimensionati ma non annullati del tutto e che comunque pesano molto meno sui costi complessivi della bolletta rispetto all’incidenza per l’elettrico. E, infine, 900 milioni per annullare l’aumento per i beneficiari del bonus sociale, cioè le famiglie in condizioni di disagio economico (con una Isee fino a 8.265 euro o fino a 20mila euro con almeno 4 figli a carico) e fisico. Nel 2019 del bonus elettrico hanno usufruito 970.277 famiglie, e di queste 829.209 per disagio economico e 41.068 per disagio fisico; 558.514 famiglie hanno invece avuto accesso al bonus sociale gas.

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08/01/2022

Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista

L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrari: ambientalismo capitalista è un esempio perfetto dell’uso di questa metafora proprio perché si tratta di un modello di produzione che non si pone in nessun caso il problema della riproduzione/salvaguardia della Natura e delle sue risorse.

Che sia un ossimoro si capisce, filosoficamente, dal fatto che la crescita infinita, a cui il modello di produzione capitalistico tende strutturalmente, cozza inevitabilmente contro il sistema fisicamente finito del nostro mondo.

Dal punto di vista economico, l’ossimoro si spiega perché la relazione tra capitale/Natura è un rapporto di sfruttamento nel quale l’ambiente viene ritenuto una merce dalla quale estrarre valore e sul quale il capitalista non ha altro interesse se non quello dell’accumulazione di profitto.

Quindi, salvare il capitalismo e salvare il pianeta e l’umanità, in quanto parte della Natura, sono due compiti che si escludono a vicenda.

La crisi ecologica che stiamo vivendo è la prova concreta dell’ossimoro capitale/Natura, una relazione arrivata ormai al suo limite.

Enormi disastri ambientali dovuti al cambiamento climatico dilaniano il nostro pianeta: i grandi incendi non sono più soltanto relegati a paesi lontani dall’Europa come Amazzonia e Australia, quest’estate abbiamo visto bruciare anche le regioni del Sud Italia, la Spagna e la Grecia, senza contare le copiosissime alluvioni da Catania a Napoli degli scorsi mesi autunnali.

Secondo il Sesto Rapporto dell’IPCC uscito nel 2021 sul cambiamento climatico, se la temperatura terrestre salirà con la velocità degli ultimi cinquant’anni, disastri ambientali come questi, prima della metà del nostro secolo, diventeranno la regola e le condizioni di vita delle giovani generazioni peggioreranno di sette volte rispetto a quelle della generazione precedente.

L’aumento della temperatura globale dovuta alle emissioni di CO2 da parte dell’utilizzo dei combustibili fossili e, evidentemente, da un uso non corretto e non sufficiente di fonti di energia pulite, pone il problema energetico come il tema fondamentale dei prossimi anni per affrontare la crisi ecologica attraverso una seria analisi scientifica da tradurre in un’efficace battaglia politica.

Di fronte a questo scenario distopico, le conferenze e le riunioni sul clima hanno prodotto accordi internazionali caduti nel vuoto oppure si sono concluse con un nulla di fatto: da ultima la Cop26 di Glasgow, il cui rapporto finale è intriso di retorica, propaganda e “bla bla bla” sull’impegno a mantenere al di sotto dei 1,5 gradi l’aumento della temperatura terrestre.

Insomma, gli appelli ai “leader mondiali” di cambiare le cose, di affrontare la crisi climatica e di rispettare quei minimi (ed insufficienti) obiettivi che si attendevano hanno dimostrato, ancora una volta, la loro inconsistenza.

Tuttavia, un elemento reale e di novità è emerso dalla cop26: il rinnovato slancio sull’energia a fissione nucleare.

Di fronte all’infarto ecologico e all’urgenza di un cambio di rotta radicale, quello su cui le nostre classi dirigenti puntano è una tecnologia energetica altamente impattante dal punto di vista di estrazione del combustibile, realizzazione, costi, trattamento e stoccaggio delle scorie.

Le dichiarazioni sul nucleare ci riguardano da vicino dato che sono state pronunciate sia da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia da Timmermans, responsabile del Green Deal europeo: entrambi la ritengono un’energia fondamentale per la transizione green.

Infatti, nelle ultime settimane del 2021 la Commissione Europea ha prodotto la bozza della tassonomia green, ossia le fonti energetiche ritenute sostenibili e indispensabili per la transizione ecologica, nella quale sono stati inseriti il gas naturale e il nucleare, che a breve andrà votata dal Parlamento Europeo.

Così, le parole del ministro italiano alla transizione ecologica, Roberto Cingolani quando ad ottobre aveva sostenuto la fissione nucleare come possibilità per uscire dalla crisi climatica, non erano pronunciate a vanvera, ma mostrano una chiara strategia non solo nostrana, ma addirittura europea.

Questo rende manifesto quanto la loro “transizione ecologica” sia una vera e propria truffa ecologica.

Così, le due figure ossimoriche prendono corpo e diventa palese quanto l’assetto economico dell’Unione Europea e la sostenibilità ambientale siano incompatibili e quanto l’economia verde sia una strategia per continuare a produrre profitti e tentare di rilanciare l’accumulazione capitalistica, dopo un periodo di forte crisi economica dovuta alla pandemia.

Con l’apertura al nucleare cade la maschera green con cui il capitale europeo cerca di ridipingersi. In un contesto generale di crisi energetica, accelerata dalla crisi pandemica ancora in corso, le scelte sul nucleare non sono meramente decisioni tecniche e di bilancio sui costi, ma riguardano il ruolo strategico di competizione del polo europeo, in cui sono in gioco la sua indipendenza e resilienza energetica e gli equilibri che l’UE deve mantenere al suo interno e verso l’esterno.

Un’eventuale conferma e affermazione del nucleare sarebbe, dunque, una scelta strategica dell’UE per non rimanere indietro nella competizione multipolare. La chiusura da parte del governo tedesco di tre delle ultime sei centrali nucleari attive in Germania non è un dato che deve farci pensare che il nucleare non sia strategico per tutta l’UE, oppure che si tratti di un banale scontro tra partiti e fazioni.

La tendenza all’implementazione dell’energia nucleare va vista in modo generale e non soltanto particolare, va analizzata dal punto di vista strategico e non soltanto a breve termine.

Senza contare che se la Germania dismette le centrali, la Francia le implementa; ed inoltre, se davvero il nucleare verrà inserito nella tassonomia green verranno elargiti finanziamenti ed è probabile che anche altri paesi membri ci punteranno.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese, aprendo a questa tecnologia, cerca di rendersi autonomo dal punto di vista energetico, tentando, così, di assicurarsi un posto tra i paesi a capitalismo forte dell’Unione Europea.

Nonostante i rumors degli ultimi giorni sulle possibili dimissioni del ministro Cingolani, ciò che conta è la tendenza a cui il governo Draghi punta, non il singolo esecutore. A conferma di ciò, è di pochi giorni fa l’ok di Confindustria attraverso le parole di Bonomi alla possibile costruzione di centrali nucleare in Italia.

È stata dimostrata più volte (in primis nei due referendum contro il nucleare avvenuti in Italia nel 1987 e nel 2011) la concreta insostenibilità del nucleare per l’impatto che ha sull’ambiente a monte e a valle della produzione energetica – in termini di ricadute sulla salute al momento dell’estrazione, consumo di suolo per la costruzione delle centrali, consumo di acqua per gli ingenti impianti di raffreddamento, di produzione di scorie nucleari impossibili da smaltire – e sulla collettività, in termini di costi.

Il “nucleare di quarta generazione” che propongono Cingolani e l’apparato della grande industria e dell’energia non ha fornito finora risultati sperimentali incoraggianti, e non potrà raggiungere un livello di sviluppo tale da essere applicabile su larga scala prima di venti anni.

A partire da questa riflessione vogliamo promuovere un momento di confronto con tutti quegli intellettuali, quelle organizzazioni sociali, politiche e civili che si contrappongono alla deriva ecocida che il capitalismo sta producendo.

La realtà ci impone una sfida: quella di costruire un’opposizione capace di cambiare radicalmente questo modello produttivo perché è questo l’unico modo per salvare il pianeta e, quindi, il futuro di noi giovani generazioni e di quelle future.

La narrazione con la quale siamo cresciuti ha dipinto questa società come “il migliore dei mondi possibili”, al quale non poteva esistere alternativa e che sarebbe riuscito a risollevarsi difronte ad ogni crisi.

Siamo cresciuti con una forma mentis improntata sull’individualismo sfrenato, la competizione e lo sfruttamento.

La realtà, però, è ben diversa: difronte all’infarto ecologico al quale stiamo andando incontro non esiste ritorno, il velo green si squarcia ogni giorno di più mostrando il peggiore dei mondi possibili nel quale non c’è spazio per le meravigliose sorti progressive della nostra generazione, contro il quale l’ambientalismo riformista ed individualista non ha alcuna efficacia.

Quest’ultima decisione a favore della fissione nucleare ci riporta con i piedi per terra: gli interessi della nostra generazione sono diametralmente contrapposti a quelli di chi ci governa. Non ci resta che prepararci con analisi scientifiche solide e scevre da ideologie “green” mistificatrici e costruire campagne di lotta concrete.

*****

22 Gennaio 2022, dalle ore 10.00 – Sapienza, Facoltà di Fisica, Roma.

Ne parliamo con: Angelo Baracca (militante ambientalista e ex docente di fisica all’Università degli studi di Firenze, Giorgio Ferrari (esperto di centrali nucleari), Angelo Tartaglia (ingegnere nucleare e professore emerito del Politecnico di Torino), Sandro De Cecco (docente di fisica nucleare alla Sapienza di Roma), Florence Poznanski (Parti de Gauche impegnato nella lotta contro le centrali nucleari in Francia). Lista ancora in aggiornamento!

Qui l’evento Facebook

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26/12/2021

“Nucleare di quarta generazione? Non esiste. Includerlo nel piano Green della Ue è un suicidio”. Il prof Tartaglia smonta le teorie pro-atomo: “Non è né sicuro né pulito”

“Includere il nucleare nella Tassonomia verde dell’Ue è un suicidio“. La decisione ufficiale della Commissione Ue è attesa entro la metà di gennaio, anche se è stato già anticipato che si includerà l’energia atomica. Per Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare e professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, quella dell’atomo non è energia “pulita e sicura”, come dicono i sostenitori della ‘quarta generazione’. E neppure è “inesauribile”. Intervistato da ilfattoquotidiano.it spiega: “Al momento non c’è soluzione al problema delle scorie, i costi sono altissimi, la sicurezza è un’illusione”. E i minireattori di cui parla il ministro della Transizione energetica? “Non si capisce se Roberto Cingolani fa lo scienziato o il paladino di un modello di economia. Questi nuovi minireattori sarebbero da fare, non ci sono. La quarta generazione di nucleare non c’è. Abbiamo un’emergenza climatica che ci chiede di dimezzare le emissioni di Co2 entro dieci anni. Non so come il nucleare possa rappresentare uno strumento utile, se richiede decenni per sviluppare le nuove tipologie”.

Rispetto ai primi prototipi costruiti tra gli anni ’40 e ’50, a quelli di seconda (fino agli anni ’80) e terza generazione, però, ci dicono che da quelli di quarta generazione potremmo ricavare energia ‘pulita e sicura’.

“L’energia nucleare non emette Co2, ma non si può definire ‘pulita’, perché ha impatti negativi sull’ambiente circostante. Le centrali oggi in funzione sfruttano solo energia liberata nelle reazioni di fissione. Nonostante ci siano diversi esperimenti in corso, infatti, non esistono ancora reattori a fusione che riescano a liberare più energia di quanta non ne assorbano. Ma i reattori a fissione, di qualunque generazione e dimensione, si basano su una reazione che produce dei frammenti di fissione, isotopi di elementi chimici più leggeri dell’uranio da cui si era partiti e che sono instabili, radioattivi. Immaginiamo il nucleo di un atomo di un elemento pesante (uranio, torio, plutonio) come un petardo carico al quale basta un colpetto perché scoppi. Il colpetto lo dà un neutrone. Scoppiando, si producono delle schegge che interagiscono con quello che c’è intorno e la loro energia si trasforma in calore utilizzato, come in una centrale termica, per produrre vapore ed energia elettrica”.

E cosa bisogna fare con le scorie radioattive?

“Possiamo solo metterle da qualche parte, ma il problema è capire dove e per quanto tempo visto che sono nocive alla biosfera e, in particolare, agli esseri umani. Trovato un sito, non si può avere la certezza che, nelle prossime centinaia o migliaia di anni, non arrivi l’acqua che scioglie le cose e le porta in giro o che nessuno vada a metterci il naso. Soluzioni definitive non sono mai state trovate: la maggior parte delle scorie prodotte finora nel mondo si trova in depositi temporanei. Anche se i reattori funzionassero alla perfezione, avremmo un vantaggio per qualche decennio, lasciando un’eredità per secoli o millenni alle future generazioni. È demenziale, significa ammazzare il futuro con il presente”.

Dopo l’incidente di Three Mile Island, in Pennsylvania, del ’79 e il disastro di Chernobyl, puntano a una maggiore sicurezza i reattori di terza generazione e, con il nuovo millennio, di terza generazione plus, che prevedono un sistema di spegnimento passivo in caso di emergenza.

“Non esistono macchine sicure o che non si guastano mai. A Chernobyl non è che il reattore non ha funzionato bene, ma hanno condotto un esperimento non previsto, pensando di controllare a mano quello che succedeva. Chi è in grado di progettare un reattore a prova di imbecille? Nessuno. Chi può progettare una macchina che non si guasta mai? Nessuno. Sento parlare di una probabilità di incidente su centomila. Non è corretto, come dimostrano anche Chernobyl, Fukushima, Three Mile Island e Windscale, in Inghilterra e la scala del danno, in caso di incidente, è molto al di sopra delle dimensioni del reattore. Sono considerati ‘sicuri’ quelli che tendono a spegnersi da sé e contengono il danno al loro interno, ma non si risolve il problema del reattore che resta lì, come monumento alla stupidità umana. A Three Mile Island il reattore è stato smantellato, ci sono voluti oltre vent’anni per decidere cosa fare e i residui sono in uno dei depositi provvisori utilizzati per le scorie. Per i posteri. La distinzione per generazione è più una narrazione. I reattori si differenziano a seconda del materiale fissile che viene posto nel nocciolo (il combustibile, ndr), del moderatore (acqua, acqua pesante e grafite) che rallenta la velocità dei neutroni, aumentando le probabilità di produrre una reazione a catena o del refrigerante che raccoglie il calore prodotto. A gas, ad acqua leggera, pesante, in ebollizione, in pressione, a metalli liquidi (sodio o piombo) o a sali fusi.

Non chiamiamoli, allora, di terza generazione plus, ma a che punto sono i cantieri dei nuovi reattori in costruzione in Europa?

“Faccio due esempi di reattori nucleari ad acqua pressurizzata. Quello francese di Flamanville doveva essere pronto da 6 anni e ora si dice che entrerà in funzione nel 2022. Doveva costare 4 miliardi, lievitati fino a 19. In Finlandia, a Olkiluoto, un altro reattore doveva entrare in funzione nel 2009 e ora si parla del 2022. Durate di costruzione indefinite e costi lievitati sono caratteristiche anche delle ultime generazioni”.

I sostenitori del nucleare, però, ricordano tutti gli altri reattori costruiti operativi in giro per il mondo. 

“Sono 440 i reattori nucleari nel mondo (in una trentina di Paesi, circa 100 negli Usa, 56 in Francia e un’altra cinquantina in Giappone, ndr) e c’è di tutto. Tuttora sono operativi diversi reattori definiti di seconda generazione, perché la dismissione è un problema serio, logistico ed economico. Si cerca di farli durare più a lungo, anche perché l’evoluzione della tecnologia consente di utilizzarli, sfruttando meglio il combustibile (prima la quota utilizzata variava da un 3 a un 5%, il resto erano scorie, mentre per il futuro si parla di un ribaltamento delle percentuali, ndr) e rendendo l’involucro più resistente a temperature, pressioni e flussi di radiazioni che provengono dal nocciolo. La maggior parte dei reattori, però, è stata costruita tra gli anni ’80 e ’90 ed è ad acqua in pressione (secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica sono quasi 300 i reattori di tipo Pwr, ndr). Questi reattori hanno bisogno di uranio arricchito. Quelli che si vogliono costruire in Francia e Finlandia sono di questo tipo, ma si vorrebbe migliorarne efficienza, sicurezza, durata utile e gestione delle scorie. Dunque sì, ci sono molti reattori che funzionano, bisogna capire a che prezzo”.

La quarta generazione non sarà pronta prima di dieci anni: l’acqua viene sostituita come refrigerante da fluidi che consentono di lavorare a temperature più alte e pressioni più basse. Si studiano reattori refrigerati a elio, a sali fusi, a metalli liquidi (sodio e piombo) che puntano a riciclare le scorie per produrre combustibile. E c’è molto interesse per i reattori a neutroni ‘veloci’ che dovrebbero bruciare le scorie. 

“La principale caratteristica dei reattori di quarta generazione è quella di non esistere. Si tratta di progetti, di varie tipologie, in cui si penserebbe di mettere in atto determinati accorgimenti per renderli più sicuri. Ma sempre di fissione si parla, nessuno dei problemi di cui abbiamo parlato scompare, oltre al fatto che i reattori veloci hanno più problemi di controllo e sicurezza”.

Cingolani ha spesso citato gli Small Modular Reactors sotto i 300 megawatt (contro i 1600 di una centrale) già utilizzati nei sommergibili. Alcuni sono operativi e ci sono i nuovi progetti un po’ ovunque. Più compatti, potrebbero essere fabbricati in serie, abbattendo i costi e utilizzando combustibili che durano di più e riducono le scorie. I modelli del futuro sarebbero reattori veloci, raffreddati a elio o a sali fusi. 

“Immaginiamo una rete di piccoli reattori che serve a coprire i fabbisogni di energia dell’Italia. Servono un centro di produzione del combustibile e impianti per arricchire l’uranio, per i reattori oggi economicamente più facili da realizzare. Se si utilizzasse l’uranio naturale, invece, occorrerebbero più acqua pesante e impianti per ricavarla dal mare, mentre l’uranio (che non è una risorsa illimitata) va tirato fuori dalle miniere. E bisognerebbe conoscere le condizioni di lavoro nei luoghi dove si estrae questo materiale debolmente radioattivo, magari anche sfruttando i bambini. Un’alternativa è il torio, altro isotopo radioattivo naturale, ma che richiede reattori veloci più difficili da controllare. E poi c’è il plutonio che, però, serve a fare le bombe. Andrebbe poi attivata una rete di trasporti di sostanze radioattive per portare le barre di combustibile al reattore e quello esaurito nei centri dove possa essere riprocessato (a meno che non resti in tanti piccoli depositi, vicino a tante piccole centrali) per poi riportarlo indietro. Solo che anche le reti di trasporto si guastano e sono a rischio di incidenti. Immaginiamo un incidente durante il trasporto di scorie nucleari. Follia”.

L’altra ‘speranza’ è nella fusione. Ci sono diversi progetti portati avanti nel mondo. Il più grande si chiama Iter. La costruzione del reattore è in corso a Cadarache, in Francia, ma partecipano Ue, Usa, Russia, Cina, Giappone, India e Corea del Sud. 

“Al contrario della fissione, la fusione avviene tra gli elementi più leggeri e compatti della tavola periodica. Due isotopi dell’idrogeno, deuterio e trizio, si possono avvicinare tra loro, ma i nuclei degli atomi carichi elettricamente non ne vogliono sapere di accostarsi. Con ‘la forza’ posso far scattare un meccanismo fisico: gli isotopi perdono gli elettroni e si fondono nel plasma, che va portato a temperature di decine di milioni di gradi contenendolo in campi magnetici. Alla fine, come dicevamo, l’energia liberata è minore di quella assorbita. Sono favorevole alla ricerca per capire come controllare il plasma, ma non a sottrarre fondi ad ambiti più utili, né a vendere la fusione come soluzione operativa al problema, alimentando l’illusione di una sorgente di energia infinita e pulita. Anche se si trovasse il modo di produrre più energia rispetto a quella assorbita, la reazione è basata su deuterio (in natura c’è all’incirca un atomo di deuterio ogni 6400 di idrogeno, ndr) e trizio, che in natura non c’è anche se lo si trova in tracce, è instabile e decade in pochi anni. Per far funzionare una macchina a fusione, servirebbe una filiera di produzione. Un modo per ottenerlo è quello di spezzare il nucleo di un isotopo di un elemento un po’ più pesante, il litio, che si scinde in un nucleo di elio e in uno di trizio”.

Una fissione per ottenere trizio, che poi servirebbe (insieme al deuterio) nella fusione. 

“È patologico. Il litio è molto meno abbondante del deuterio e viene utilizzato per diversi scopi (dalle batterie delle auto elettriche a quelle degli smartphone, ndr). E le condizioni delle miniere di litio, non sono molto diverse da quelle di uranio. Una volta avvenuta la fusione, poi, si emettono anche i neutroni, assorbiti da quello che c’è nella macchina. Anche per questi materiali radioattivi si creerebbe il problema dello smantellamento e del deposito, da lasciare a chi verrà dopo di noi. Basta non mettere in discussione i meccanismi alla base dell’economia, che spingono i governi a trattare l’energia come una merce che si compra e si vende. E siccome ce n’è una gran fame, conviene produrla comunque. Ma l’energia è una risorsa vitale e va utilizzata a partire da fonti di lunga durata, sole, maree, eolico, geotermia. Bisogna puntare su stabilizzazione dei volumi di energia e riduzione dei consumi, perché qualunque altra mitica soluzione porta a esaurire il serbatoio del pianeta con impatti sulle condizioni di vita dell’intera umanità e delle generazioni future”.

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14/12/2021

Cingolani spiana la strada al ritorno al nucleare

Hanno “abbozzato” per dieci anni le lobby del nucleare. Il referendum del 2011, quasi venticinque anni dopo quello del 1987, aveva confermato – anche a distanza di tanti anni – il “No” al nucleare da parte della popolazione italiana.

Ma adesso, complice un governo padronale come quello di Draghi, l’Unione Europea e la campagna mediatica sulla “transizione ecologica in versione business”, la potente e fin qui sconfitta lobby filonucleare è tornata alla carica affidando al ministro preposto, Cingolani, il compito di fare da apripista.

E il ministro del quale ancora ignoriamo le competenze in materia di tecnologie ambientali, si presta molto volenterosamente a questo ruolo. Un po’ come ha fatto l’ex leader di Lega Ambiente, Chicco Testa, passato poi nelle file dell’industria e del greenwashing.

Cingolani aveva “testato” il clima qualche mese fa con una sorta di battuta “fuori dal sen fuggita”, ma adesso ha cominciato a martellare sistematicamente a sostegno dell’opzione nucleare come energia green e decarbonizzata.

Intervenendo all’evento, Cosmopolites dedicato agli studenti delle scuole superiori, si è detto “assolutamente certo, ci metterei la firma, che la fusione nucleare sarà la soluzione di tutto. Il concetto è: nel 2050-2070, non so quando riusciremo, avere una piccola stella in miniatura, di diametro 30 cm, che in una grande città produce energia per tutti e non fa scorie radioattive”.

Facendo non poca e strumentale confusione tra fusione e fissione, Cingolani ha ammesso che “Poi c’è la fissione che è quella che crea problemi ed è un po' più critico”, sottolineando che con “la fusione si fa come la natura, si copia l’universo, e sicuramente quella è la strada. Anche per questo nella tassonomia non può non esserci il nucleare perché tutto l’universo funziona con la fusione e prima o poi anche noi. Sicuramente è un settore dove bisogna fare grandi investimenti e studiare molto”.

Relativamente alla fissione, suggeriamo al ministro e a chi vuole saperne di più di leggersi la pubblicazione “Il nostro futuro non sarà a fissione nucleare” curata da Cambiare Rotta con il contributo del prof. Massimo Zucchetti, del prof. Angelo Baracca, di Francesco Piccioni e Giorgio Ferrari.

Per fugare le preoccupazioni di ritrovarsi nuovamente con le grandi centrali nucleari sui territori (scenario respinto con ben due referendum ma anche con mobilitazioni popolari e di massa, ndr) Cingolani ha affermato che: “Noi non possiamo decidere oggi sul nucleare perché, anche se avessimo 100 miliardi in tasca, oggi non c’è una soluzione nucleare pronta. La mia posizione tecnica, non politica, è che assolutamente non farei delle centrali di prima e seconda generazione, perché sono complesse, costose e hanno problemi”.

Ragione per cui il ministro ciurla nel manico dicendosi “assolutamente convinto che vada studiata la nuova generazione di reattori, i cosiddetti reattori piccoli modulari, non producono grandissima potenza però sono più sicuri”. Ma se questi reattori di nuova generazione sono ancora alla fase di studio (e non sembra che vadano benissimo) perché questo spudorato endorsement per il nucleare?

Tra l’altro, nel frattempo, è scomparso in questo paese il know how, e persino le aziende dell’indotto nucleare. Dunque, se anche fosse “prontamente disponibile”, dovremmo importare tutto.

È probabile che anche stavolta le lobby nucleari metteranno in campo una costosa e pervasiva campagna mediatica per piegare ogni resistenza. Lo avevano fatto fino al 1986 e nuovamente nei primi anni del nuovo secolo.

Il caso ha voluto che gli incidenti alle centrali nucleari di Chernobyl (demonizzata perché “vecchia” tecnologia sovietica) e di Fukushima (“moderna” tecnologia giapponese e francese) abbiano coinciso con i momenti in cui la popolazione italiana era stata chiamata a pronunciarsi.

Ma se tanto ci dà tanto quegli incidenti sono avvenuti e le conseguenze sono state devastanti. Non solo. Entro il 2022 bisognerà stoccare in Italia le scorie radioattive accumulate nei decenni precedenti. Questo è un dato certo.

Gli altri sono tutti da dimostrare e non basterà il modello nucleare francese a rassicurare le persone o a ispirare nuovi diktat dell’Unione Europea in materia di energia nucleare.

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10/12/2021

Con il nucleare gli italiani sono finiti in bolletta

Una volta presa la decisione per il nucleare non si torna indietro. Non si smette mai di pagare il conto, anche di tasca propria. L’Italia – nonostante un ministro rilanci il tema, in barba a due referendum che sembravano aver chiuso la partita – lo sa bene.

La produzione energetica delle quattro centrali (Trino, Latina, Caorso e Garigliano) è stata storicamente esigua, pari a 91 miliardi di KWh (poco meno di quattro anni di fotovoltaico), ma i costi per smantellarle e mettere in sicurezza le scorie sono esorbitanti. E il cosiddetto decommissioning (disattivazione) viene pagato in bolletta dagli utenti italiani, attraverso voci più o meno nascoste inserite nel calderone degli oneri generali di sistema, le cifre destinate a specifici obiettivi collettivi che riguardano il sistema elettrico.

Abbiamo provato a calcolarne l’impatto attingendo dai dati dalle relazioni annuali dell’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente. Sommando il gettito annuale dell’aliquota A2Rim (chiamata A2 fino al 2017), destinata al finanziamento delle attività nucleari residue, si arriva in dieci anni, dal 2010 al 2020, a 3,7 miliardi di euro spesi dagli italiani. Che significa 127 euro a utente domestico (circa 29 milioni) in dieci anni, 12 euro l’anno.

A cui si aggiunge l’aliquota AmtcRim (ex Mtc), che finanzia le misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare: negli ultimi dieci anni è arrivata a un totale di 514 milioni di euro.

Gli oneri sono stati per quest’ultimo trimestre transitoriamente azzerati dall’Arera per contrastare i progressivi rincari in bolletta, ma se prendiamo la bolletta di un anno fa, quarto trimestre 2020, pesavano per il 22% e la quota per la messa in sicurezza del nucleare e le compensazioni territoriali era del 6,66%. «Gli oneri nucleari non sono differenziati sulla base del reddito ma del consumo, una ripartizione scorretta», nota Mario Agostinelli, che è stato sindacalista Cgil e ricercatore Enea.

Gli oneri nucleari sono stati introdotti intorno al 2000 (decreto Legislativo 79/99 e, per la loro specifica individuazione, decreto del Ministero dell’Industria del 26 gennaio 2000) e per buona parte alimentano le tasche della Sogin, la società dello Stato italiano responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani, nata nel 1999 – in contemporanea alla liberalizzazione del settore elettrico – da una costola dell’Enel.

Il passaggio da bolletta a Sogin è così spiegato: Arera determina l’entità degli oneri nucleari da addebitare sulla tariffa elettrica (componente A2RIM) garantendo attraverso erogazioni specifiche della Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea) la copertura dei bisogni finanziari di Sogin.

Interpellata, Sogin precisa: «Il piano a vita intera di Sogin per raggiungere il green field degli impianti nucleari in dismissione prevede un costo complessivo di 7,9 miliardi di euro. Al 31 dicembre 2020 la spesa è stata di 4,2 miliardi con una incidenza media per utente domestico elettrico inferiore ai 5 euro l’anno».

La tabella di marcia del decommissioning è proceduta in venti anni a rilento con un lievitare esponenziale dei costi. La Commissione bicamerale Ecomafie, in una relazione dello scorso marzo sulla gestione dei rifiuti radioattivi, ha criticato la gestione di Sogin sottolineando come «i costi associati a ogni anno di ritardo nelle attività di decommissioning siano stimati tra 8 e 10 milioni di euro per sito».

Alle quattro centrali nucleari si aggiungono gli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare (Saluggia il più importante e il più a rischio per la vicinanza al fiume Dora Baltea). Mercoledì 15 dicembre si concluderà il Seminario nazionale sul Deposito nazionale delle scorie, con la pubblicazione del resoconto dei lavori. Sogin – ma forse sarebbe stato meglio che il dibattito fosse stato condotto da un soggetto terzo – si è confrontata in nove incontri con enti, associazioni, comitati e cittadini delle 67 aree ritenute potenzialmente idonee.

Finito questo step, si apre la fase della consultazione pubblica, della durata di trenta giorni, durante la quale potranno essere inviate a Sogin e al Ministero della Transizione ecologica eventuali altre osservazioni e proposte tecniche finalizzate alla predisposizione della proposta di Carta nazionale aree idonee (Cnai). Difficile si possa trovare facilmente una quadra, viste anche le opposizioni territoriali all’insediamento. L’investimento di circa 900 milioni di euro per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico annesso sarà finanziato dalla componente tariffaria A2Rim della bolletta elettrica.

Prima del 2001, i costi sono stati coperti dai fondi «smantellamento impianti nucleari» e «trattamento e smaltimento del combustibile nucleare» accumulati da Enel nel periodo 1962-1999, attraverso l’accantonamento di una percentuale sul prezzo di vendita del kWh prodotto. Un dossier di Legambiente sui «costi nascosti» del nucleare, pubblicato nel 2008, riportava che dal 1987 al 2001 erano stati spesi oltre 2 miliardi di dollari per la sicurezza delle centrali nucleari italiane.

Insomma, una volta che ci si è legati all’atomo non si smette di pagarne le conseguenze. Il nucleare è un pozzo di San Patrizio ed è difficile trovarne il bandolo della matassa anche per i suoi legami con il militare, che impongono segretezza.

Comunque, quello che sappiamo è che non è affatto economico come spesso si dice. Secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020, produrre 1 kWh di energia elettrica con il fotovoltaico è costato 3,7 centesimi di dollaro, con l’eolico 4,0, con il carbone 11,2 e con il nucleare 16,3 (dati di Lazard, società di consulenza finanziaria).

«È infatti una bufala che il nucleare costi meno – sostiene Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – anche in Francia il prezzo delle bollette è schizzato in alto, nonostante la presenza di siti nucleari. Dove ci sono molte rinnovabili, come in Germania, i prezzi sono scesi con la ripresa della stagione eolica. Sul suo essere scarsamente conveniente, è interessante guardare Oltremanica, dove il governo del Regno Unito, per convincere la francese Edf (proprietaria dei siti nucleari britannici) a costruire due reattori Epr a Hinkley Point, ha siglato nel 2012 un contratto che prevede un prezzo garantito di ritiro dell’elettricità dai reattori per 35 anni, indicizzato all’inflazione. Ai valori attuali questo prezzo è di 106 sterline/MWh pari a una cifra tra il doppio e il triplo del prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità registrato negli anni scorsi in quel Paese».

E così in Italia il ministro della Transizione ecologica sembra, per ora a parole, volersi ributtare sul nucleare. Invita a prestare attenzione alla cosiddetta quarta generazione e sostiene l’introduzione dell’energia atomica nella tassonomia europea sugli investimenti verdi, una novità spinta dalla Francia e contrastata dalla Germania (e, proprio durante la Cop26, Roma si è smarcata da Berlino).

«È in atto – commenta Massimo Scalia, fisico, già parlamentare, tra i padri dell’ambientalismo scientifico – una campagna di confusione di massa messa in piedi, in Italia, dal ministro Cingolani per far sì che nessuno tocchi gli asset dell’Eni, che vuole farci restare nell’era dei fossili avendo l’obiettivo di un taglio dei gas climalteranti entro il 2030 del 25%, quando l’Europa lo chiede del 55%. È bene sottolineare che sia per i reattori di terza generazione plus, che Sarkozy voleva rifilare a Berlusconi, sia per quelli di quarta generazione non esiste una vera innovazione impiantistica. Grande o mini il nucleare resta vecchio come il cucco, sempre altamente rischioso e inutile rispetto agli obiettivi climatici fissati. D’altronde, il Nobel Giorgio Parisi assumendo la presidenza della commissione scientifica sul decommissioning aveva detto giustamente che il nucleare è più vecchio del transistor».

Discutere di energia atomica in una situazione di crisi climatica come quella attuale è, secondo il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, «tempo perso». Per Mario Agostinelli «se devi affrontare un’emergenza climatica è imprudente avanzare una tecnologia incerta nei tempi ma con rischi certi e sicure emissioni di CO2, quando, invece, fonti rinnovabili come eolico e solare potrebbero affrontare molto meglio gli obiettivi su un ordine di 3 o 4 anni».

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