Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/06/2026
«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo
«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.
Cos’è SAFE, Security Action For Europe
Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.
Bruxelles ora preme su Roma
Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.
Il riarmo diventa ferita politica
Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».
Per i colossi delle armi?
Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».
Spunta il ‘Michelangelo Dome’
Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.
Fonte
13/04/2026
Confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale: entrambi sono convincenti quando sbagliano
Oggi mi lancio in un volo pindarico e confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale (IA), suggerendo una caratteristica che li accomuna: entrambi producono risposte convincenti. Di fronte a problemi complessi, non dicono quasi mai “non lo so”. Offrono invece spiegazioni coerenti, plausibili, ben costruite. Funziona, soprattutto con chi non ha gli strumenti per verificare. È ormai evidente che, esibendo lo stesso grado di sicurezza, l’IA può fornire risposte corrette, ma anche sbagliate. Non è un errore occasionale, è una caratteristica strutturale. Il problema non è l’errore, ma quanto sia credibile. Una risposta espressa con cautela si espone al dubbio, mentre si tende a credere ad una risposta espressa con sicurezza, se non si hanno strumenti conoscitivi per riconoscerne la fallacia.
Ed è qui che il parallelo tra l’IA e Cingolani diventa illuminante. Nel caso di Cingolani, il meccanismo si è costruito nel tempo. L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce con finanziamenti pubblici ingenti e una promessa chiara: trasformare buona scienza in tecnologia, in industria, in sviluppo. Una promessa che ha giustificato un trattamento eccezionale rispetto al resto del sistema della ricerca. La promessa non è stata mantenuta in modo proporzionato agli investimenti. I risultati ci sono stati: pubblicazioni, brevetti, startup. Ma il punto non è questo: è la distanza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato realizzato. Critiche interne al mondo della ricerca hanno sottolineato proprio questo scarto, mettendo in discussione trasparenza, produttività e ricadute effettive dell’Istituto rispetto alle risorse ricevute. Quando la promessa è tecnologica, il criterio non è accademico. È industriale. Basta un confronto empirico.
Ho visitato il Technion di Haifa e non mi hanno mostrato brevetti, ma prodotti, aziende, tecnologie entrate nel mercato. La differenza non è retorica, è strutturale. È la differenza tra conoscenza e trasformazione della conoscenza in realtà economica. Cingolani ha costruito la propria figura proprio su questo passaggio: dalla scienza alla tecnologia. Ed è stato molto efficace nel raccontarlo. Mostrando il suo piccolo robot che dà la mano a Mattarella ma che non è mai andato in produzione (il robot, non Mattarella).
Poi Cingolani passa alla politica, come ministro della transizione ecologica. Anche qui il problema non è personale, ma strutturale: un ministero che richiede una visione ecologica è stato guidato con un’impostazione prevalentemente tecnologica, spesso accompagnata da affermazioni semplificate o controverse su temi ecologici complessi, di cui i suoi sponsor politici non erano evidentemente esperti. Non è un caso che il suo mandato sia stato segnato da polemiche e contestazioni pubbliche. Quando lo sentivo parlare di ecologia, da ecologo, faticavo a riconoscermi in quel linguaggio. Volevano affidargli anche lo Human Technopole di Milano, se è per questo. Il salto successivo è Leonardo, cioè l’industria della difesa. E qui il percorso si chiude, per ora. In un contesto di crescita della domanda di armamenti, i risultati economici possono essere positivi indipendentemente dalla qualità del management. Le guerre fanno crescere le industrie belliche.
Attribuire automaticamente questi risultati a chi guida l’azienda è una scorciatoia interpretativa. Ma se, oltre a questo, le capacità dei sistemi vengono raccontate in modo troppo ottimistico, se la promessa supera ciò che è realisticamente dimostrabile, come nel caso del Michelangelo Dome, allora il problema non è più tecnico, è reputazionale.
Se chi si è fidato scopre che la promessa era gonfiata, entra in gioco la dissonanza cognitiva. Se ho dato fiducia a qualcuno e quella fiducia mi porta a scelte sbagliate, ho due possibilità: riconoscere l’errore o difendere la scelta. La seconda è la più frequente. Non perché siamo irrazionali, ma perché difendere la scelta significa difendere noi stessi. Ed è qui che il parallelo con l’IA diventa completo. Se uso un sistema che mi dà risposte convincenti e, in base a quelle, costruisco le mie decisioni, mi trovo nella stessa situazione. Se emergono errori, non difendo il sistema: difendo la mia scelta di averlo usato. Il rischio non è di essere ingannati, ma di continuare a crederci. Nel caso di Cingolani, quello che sta emergendo potrebbe essere il contrario della dissonanza cognitiva: chi si era fidato smette di difendere la propria scelta. Spesso il sistema si auto-protegge. Ma quando non lo fa, la caduta è rapida (pur con un paracadute milionario). E Cingolani, infatti, è stato licenziato. Per la prima volta nella sua carriera non aver mantenuto promesse mirabolanti gli è costato il posto.
A questo punto può nascere, e sta nascendo, la narrazione del martire: non è stato lui a sbagliare, è il potere che non lo ha capito. È una reinterpretazione che evita di affrontare la questione più scomoda: la distanza tra promessa e risultato. Il punto, ancora una volta, non è personale. È sistemico. Viviamo in un mondo in cui la capacità di costruire narrazioni convincenti conta spesso più della capacità di produrre risultati verificabili. Questo vale per la politica, per la tecnologia, e sempre di più per gli strumenti che utilizziamo per capire il mondo. L’IA e Cingolani, in questo senso, non sono eccezioni. Sono sintomi di un sistema che premia chi ha una risposta per tutto e penalizza chi ammette i limiti della conoscenza.
E allora la domanda non è se fidarsi o meno. La domanda è: siamo ancora capaci di verificare? Perché il vero problema non è essere indotti in errore ma continuare a difendere quell’errore per non ammettere di esserci fidati eccessivamente.