Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta GNL. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GNL. Mostra tutti i post

22/06/2026

L’Europa schiava del costoso gas stelle-e-strisce

Un grafico molto significativo sta girando sui social, in particolare su X. Elaborato sulla base del dataset European LNG Tracker del think tank statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), mostra in maniera evidente come, al primo trimestre del 2026, si possa tranquillamente dire che l’Europa si è diventata schiava del gas statunitense.

Il 63% del gas complessivo consumato nel Vecchio Continente (per la precisione, UE a 27, Regno Unito e Turchia) proviene dagli Stati Uniti. Già nel 2025 il GNL statunitense rappresentava il 58,4% di tutte le importazioni europee di questo tipo di bene: quasi 74 milioni di tonnellate, quando appena otto anni prima il dato superava appena i 10 milioni.

Si tratta di una metamorfosi radicale della geopolitica delle forniture europee. In particolare, la Germania, che aveva puntato sul famoso NordStream poi distrutto dal terrorismo ucraino, oggi importa il 92,4% del GNL dagli USA. Berlino è seguita da Atene (la Chevron sta portando avanti importanti attività esplorativi nelle acque greche) e da Helsinki, rispettivamente al 90% e all’85,5%. Ci sono poi i Paesi Bassi, il Regno Unito e la Polonia (75,8%, 75,6% e 72,1%); l’Italia è “solo” al 47,2%, più o meno come la Francia e poco sopra la Spagna.

Questo spostamento dell’asse del gas verso l’Atlantico invece che sulle relazioni euroasiatiche è il frutto della proverbiale “zappa sui piedi” che le classi dominanti europee hanno deciso di darsi dichiarando Mosca un nemico, e dovendo così trovare un’alternativa ai 150 miliardi di metri cubi di gas russo importate nel 2021.

Allo shock della chiusura dello Stretto di Hormuz, con la conseguente interruzione delle forniture dal Qatar, molti paesi europei hanno aumentato le importazioni dalla Russia, tanto che sempre la IEEFA, nella prima metà di maggio, ha evidenziato che il primo trimestre del 2026 ha registrato il picco di import dal 2022. Ma la UE rimane salda nell’idea di abbandonare definitivamente il gas russo nel 2027, e perciò cercare un sostituto anche per i restanti miliardi di metri cubi.

Inoltre, secondo i dati elaborati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda di quest’anno sarebbe persino in aumento, con la richiesta di importazioni nella UE di ben 185 miliardi di metri cubi (altro che Green Deal). Tutto il mercato mondiale è in crescita, e gli USA hanno puntato sull’ampliamento della capacità produttiva.

Il problema non risiede solo nella dipendenza strategica, dato che è evidente come la diversificazione dell’approvvigionamento energetico, propugnata da Bruxelles e promossa anche da Roma come elemento fondamentale del Piano Mattei, ma anche nei prezzi. I contratti basati su gasdotti, in genere, sono più a lungo termine e garantiscono maggiore prevedibilità delle forniture. Il gas stelle-e-strisce arriva invece in Europa come gas liquido sulle navi, che possono essere indirizzate in navigazione dove è più conveniente.

Inoltre, il GNL risente pesantemente delle tensioni geopolitiche o anche delle semplici condizioni climatiche, il che significa un aumento della volatilità per fattori esterni, e anche aumenti di prezzi. Nel caso italiano, dove il gas ha ancora un ruolo determinante nella composizione dei prezzi energetici, ciò rappresenta un problema di non poco conto per le tasche di tanti lavoratori e pensionati.

Qualche tempo fa avevamo pubblicato un’interessante analisi del giornalista Richard Medhurst, che parlava della sostituzione del petrodollaro con un nuovo regime, in cui l’ancoraggio al GNL e alle riserve dell’emisfero occidentale era fondamentale. L’obiettivo di Washington non sarebbe solo quello di vendere più gas, ma di preservare l’egemonia globale della valuta americana.

I dati qui riportati sembrano confermare la spinta statunitense a mantenere alta la domanda di dollari per comprare il gas prodotto dagli States, e di certo lo spostamento dell’asse delle vendite sull’Atlantico è stata una strategia perseguita chiaramente nel caso dei riverberi della guerra in Ucraina (probabilmente un po’ meno in quello dell’aggressione all’Iran).

Tuttavia, bisogna ricordare che il trasporto e la rigassificazione del GNL richiede infrastrutture miliardarie che impiegano anni per essere costruite, e anche il gas via gasdotto rimane dipendente dalla geografia e dalla geopolitica. Questa rigidità del mercato del gas genera importanti scompensi regionali che non rendono il gas uno strumento in un certo senso “valutario” come lo è stato il petrolio.

Detto con i termini dei processi storici, gli Stati Uniti stanno di certo approfittando del mercato del gas anche per ridare fiato al dollaro, in un processo di dedollarizzazione che continua, ma lo strumento usato in questo caso esprime un netto indebolimento della posizione statunitense.

Senza considerare che il rafforzamento sul mercato del gas è stato ottenuto tramite guerre, che, come detto, rendono più instabile il mercato del gas stesso: una strategia imperiale si può basare su di una supremazia militare, ma non sulla guerra continua, tanto meno sulla sommatoria di azioni disordinate e impulsive, come spesso appaiono quelle di Trump.

Se sul medio termine il controllo USA sulle esportazioni globali di GNL è lo specchio dell’ennesimo fallimento delle velleità imperialistiche della UE, dal punto di vista strategico esprime anche il forte indebolimento degli Stati Uniti sullo scenario mondiale. Dinamiche che è bene continuare a studiare, tenendole insieme.

Fonte

29/10/2025

Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino

Il 28 ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha fatto tappa a Tokyo. Era uno dei momenti più attesi dei suoi cinque giorni di viaggio in Asia, anche per l’incontro con Sanae Takaichi, primo capo di governo nipponico donna… ultraconservatrice, ammiratrice di Margaret Thatcher e promotrice del rilancio militare del Giappone.

Ma al di là dell’apparentamento ideologico tra i due leader, rimaneva il nodo di cosa Tokyo può fare per Washington. La seconda amministrazione Trump, prima ancora che i suoi nemici strategici, sta facendo pagare lo scotto della sua egemonia in crisi innanzitutto ai suoi ‘alleati’, a cui viene chiesto di ripagare decenni di protezione.

La prima prova di Takaichi di fronte al padrone oltreoceano è andata bene, perché la prima ministra giapponese aveva tre carte da mettere sul tavolo: la conferma degli investimenti promessi negli Stati Uniti, l’aumento delle spese militari, un accordo sulle terre rare. Quest’ultimo tema è uno strumento dirimente nel braccio di ferro con la Cina.

Domani Trump dovrebbe vedere Xi Jinping a Seoul. Sul terreno delle terre rare si è consumato lo scontro commerciale delle ultime settimane, e il tycoon sta mettendo in campo una serie di intese per garantirsi una maggiore indipendenza dalle filiere cinesi. I piani concordati recentemente con l’Australia vanno in questa direzione.

Il “Quadro di Tokyo” appena stipulato prevede nuovi investimenti pubblici e privati per “rafforzare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento di minerali critici e terre rare”, oltre alla creazione di un Gruppo di Risposta Rapida USA–Giappone per gestire eventuali situazioni emergenziali.

Questo “Quadro” assume particolare importanza in vista dello sfruttamento dell’enorme giacimento di terre rare scoperte al largo di Minamitorishimo, per il quale gli Stati Uniti contribuiranno, finanziariamente e con le proprie tecnologie, alle operazioni di estrazione che dovrebbero partire il prossimo anno.

Accanto a questo dossier, c’era quello degli investimenti giapponesi negli States, per finanziarne la reindustrializzazione. Il Segretario al Commercio USA Howard Lutnick ha confermato un pacchetto di 550 miliardi di investimenti giapponesi su vari settori. Significativo è il fatto che la casa automobilistica Toyota dovrebbe spendere fino a 10 miliardi di dollari per aprire nuovi stabilimenti negli Stati Uniti.

Di grande valore è anche l’investimento nipponico per la cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti di gas naturale dell’Alaska, per la produzione di GNL. Tutto questo per il mantenimento dei dazi al 15%. L’intesa tra Tokyo e Washington, però, prevede anche che la prima smetta di acquistare GNL da Mosca: le pressioni statunitense non hanno solo risvolti economici, ma anche geopolitici e strategici.

Non a caso, dopo l’incontro al Palazzo di Akasaka, Trump ha deciso di incontrare le famiglie dei cittadini giapponesi rapiti decenni fa: un messaggio per Pyongyang. I due capi di governo si sono poi diretti verso la base navale di Yokosuka, dove Takaichi ha ribadito l’impegno a difendere “un Indo-Pacifico libero e aperto”.

Ancora una volta, il riferimento che rimane sullo sfondo è al ruolo della Cina. La prima ministra nipponica ha confermato che il Giappone aumenterà le spese militari al 2% del PIL. Trump, da parte sua, ha annunciato il via libera alla fornitura di missili per gli F-35 giapponesi, altro equipaggiamento militare che andrà a ingrassare il complesso militare-industriale stelle-e-strisce.

I punti su cui USA e Giappone si sono accordati confermano l’atteggiamento di Washington, e stabilizzano – almeno per il momento – il quadro dei dazi e degli investimenti richiesti a Tokyo, mentre rafforzano la tendenza alla guerra generale. L’attenzione alle terre rare va ad aggiungere un ulteriore tassello alla cornice di pressione che gli Stati Uniti stanno costruendo intorno alla Cina, attendendo di vedere su quali base domani si muoverà la ricomposizione (solo momentanea, è evidente) degli interessi divergenti delle due superpotenze.

Fonte

08/09/2025

Gasdotto game changer

di Michelangelo Cocco

Dopo una trattativa durata un decennio, la firma di Pechino e Mosca al “memorandum d’intesa vincolante” su Power of Siberia2 è stata apposta il 2 settembre scorso, alla vigilia della parata militare di piazza Tiananmen per la Giornata della vittoria, alla quale ha presenziato il presidente russo, Vladimir Putin. Un momento scelto per sottolineare che il nuovo impianto – che, a partire dal 2030, porterà dalla Russia alla Cina 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per trent’anni – ha anche un valore politico: contribuisce a cementare quella che è, di fatto, un’alleanza tra i due vicini, coltivata a lungo da Xi Jinping e in linea con la direttiva putiniana di “guardare a oriente”.

L’annuncio dell’accordo in grado di cambiare (a danno degli Stati Uniti) gli equilibri del mercato globale del gas è stato dato solo dalla parte russa, mentre i cinesi rimangono silenti, uno dei tanti segnali degli attuali rapporti di forza tra i due paesi: Mosca è ansiosa di compensare le perdite subite a causa del blocco delle importazioni europee in risposta all’invasione dell’Ucraina, Pechino non ha fretta e punta a strappare il prezzo più basso. C’è chi evidenzia che il memorandum non è ancora l’accordo definitivo. I russi, intanto, se lo sono venduto come tale.

Nel documento siglato però sono esplicitati solo i termini generali dell’intesa e non si fa menzione del prezzo. «Le trattative ora si concentreranno sul finanziamento della costruzione del gasdotto e sulle condizioni commerciali della fornitura», ha dichiarato martedì a Pechino l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, secondo l’agenzia di stampa statale Tass.

Tuttavia, anche se non c’è ancora il prezzo al metro cubo, Power of Siberia2 – con i suoi 2.600 chilometri di tubazioni dalla Russia alla Cina, attraverso la Mongolia – rappresenta potenzialmente un game changer, una svolta per il mercato globale del gas. Infatti è in grado di raddoppiare l’offerta russa via gasdotto e ridurre quella di gas naturale liquefatto (Gnl) da parte di Stati Uniti, Australia e Qatar. Nello stesso tempo, la Cina aumenterà la sua quota di gas importato dalla Russia attraverso gasdotti ben oltre l’attuale 40 per cento.

Il fatto è che la tensione con gli Stati Uniti è salita a tal punto che, pur di fare, anche se non formalmente, blocco con la Russia, la Cina (ufficialmente contraria alla politica dei blocchi) accetta di diventare per il gas sempre più dipendente dalla Russia, contraddicendo la sua tradizionale politica di accentuata diversificazione energetica (mentre l’economia Russa diventa, nel complesso, più dipendente dalla Cina).

Mercoledì la TASS ha riferito che la russa Gazprom (che sarà la proprietaria di Power of Siberia2) e la cinese China National Petroleum Corporation hanno firmato anche altri accordi, per potenziare le forniture attraverso due gasdotti. Il volume attraverso Power of Siberia (entrato in funzione a dicembre 2019) aumenterà da 38 a 44 miliardi di metri cubi all’anno, e la capacità annuale della prevista rotta dell’Estremo Oriente salirà da 10 a 12 miliardi di metri cubi. In questo modo, quando tutti e tre gli impianti funzioneranno a pieno regime, la Russia esporterà in Cina 106 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ancora solo la metà dei 200 miliardi di metri cubi che – dati Gazprom – esportava in Europa prima dell’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.

E così, mentre la Russia potrà assorbire in parte i contraccolpi causati dallo stop delle importazioni dall’Unione Europea, la Cina potrà ridurre quelle di Gnl, che viene trasportato via mare, dunque più soggetto all’instabilità geopolitica.

Nel 2024, il gas naturale liquefatto costituiva il 58 per cento dei 181,7 miliardi di metri cubi di importazioni cinesi di gas, con l’80 per cento delle forniture provenienti da Australia, Qatar, Russia, Malesia e Stati Uniti; mentre quello via gasdotto rappresentava il 42 per cento, quota dominata da Turkmenistan e Russia.

L’accordo Cina-Russia su Power of Siberia2 potrebbe far cambiare progetti alle compagnie che stanno attualmente valutando se investire ulteriormente nella costruzione di terminali di esportazione di Gnl, in particolare negli Stati Uniti, ha spiegato al Financial Times Anne-Sophie Corbeau, ricercatrice presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University: «Questo è un segnale molto chiaro... improvvisamente stiamo togliendo 50 miliardi di metri cubi [di domanda] dall’equazione. Se fossi tra coloro che devono prendere decisioni finali di investimento adesso, sarei un po' preoccupata».

L’annuncio dell’intesa è arrivato proprio mentre Donald Trump – che ha già punito per questo l’India con dazi addizionali ad hoc del 25 per cento – potrebbe colpire altri paesi che acquistano energia dalla Russia, mentre, secondo quanto riferito da funzionari della Casa Bianca, il presidente Usa ha invitato l’Europa a sospendere del tutto l’acquisto di petrolio dalla Russia e i leader europei a «esercitare pressioni economiche sulla Cina, che finanzia lo sforzo bellico russo».

Alle parole di Trump è arrivata la risposta del portavoce del ministero degli esteri di Pechino, Guo Jiakun, che il 5 settembre ha dichiarato che la Cina non ha né creato la crisi (la guerra in Ucraina, ndr), né vi è coinvolta. «Ci opponiamo con fermezza alla pratica di accusare in continuazione la Cina e alle cosiddette “pressioni economiche” contro la Cina», ha protestato Guo.

Pechino insomma ostenta sicurezza di fronte alle pressioni Usa. È significativo che la settimana precedente l’accordo su Power of Siberia2 la Cina abbia importato il suo primo carico di Gnl dall’impianto russo Arctic LNG 2, nonostante le pesanti sanzioni statunitensi, minando così i tentativi di Trump di isolare Mosca e fare pressione su Putin. Altri carichi provenienti dall’impianto potrebbero essere diretti in Cina, proprio mentre gli Usa, nell’ambito dei nuovi accordi strappati ai loro partner commerciali, stanno imponendo a diversi paesi l’aumento delle importazioni di Gnl Usa.

Fonte

28/07/2025

Sui dazi la UE alza le mani, come l’ultimo dei vassalli

Appena un’ora di “udienza”, nella pausa tra una partita di golf e un pennichella, è bastata all’imperatore statunitense per registrare la resa totale dei valvassini europei, ben rappresentati dal peggior esempio di “politico” selezionato in base al “pilota automatico” della UE.

Perciò viene chiamato “accordo sui dazi” quello che a tutti gli effetti è un’estorsione in stile mafioso. Bisogna ricordare infatti che si partiva da dazi pressoché zero negli scambi commerciali tra Usa e Unione Europea, fin quando Trump non ha annunciato una tariffa del 30% a partire dal 1 agosto.

Un atto unilaterale e di imperio, senza altra giustificazione che la crisi devastante che stanno vivendo gli Usa, la cui unica “industria” davvero redditizia è la finanza di rapina, seguita dagli armamenti e dall’estrazione di idrocarburi con la tecnica del fracking (che equivale a raschiare il fondo del barile...).

Il “successo” europeo consisterebbe teoricamente nella riduzione dello schiaffo al 15%, cui va però aggiunto – ai fini del calcolo dei danni – anche una svalutazione competitiva del dollaro di circa il 13% da quando The Donald è tornato alla Casa Bianca. In pratica il livello del 30% è raggiunto lo stesso.

Ma non è finita qui. “In cambio” di tanta generosità la UE si impegna ad acquistare armi statunitensi per centinaia di miliardi di euro, in pratica quasi tutto il “Ream Europe” appena abbozzato. In aggiunta ci si impegna ad acquistare gas e petrolio da Washington per circa 750 miliardi, con il vincolo ulteriore di farlo entro la scadenza del mandato di Trump, ossia entro tre anni e mezzo. Gli idrocarburi russi venivano pagati un terzo di quel prezzo, ma chissenefrega, no?

Siccome non bastava ancora, ecco che dall’Europa sotto un treno usciranno altri 600 miliardi per investimenti negli Usa. Per non far sudare le povere menti del Vecchio Continente, quei 600 miliardi verranno gestiti direttamente da Washington, che deciderà in quali settori impiegarli per sistemare i propri problemi. Se poi non saranno redditizi, beh, in fondo sono soldi europei, mica statunitensi...

Altri dettagli verranno fuori nei prossimi giorni, probabilmente, ma intanto è sicuro che le piattaforme più importanti (Amazon, Facebook, Microsoft, Google, ecc.) saranno esentate da qualsiasi forma di tassazione anche “mini” da parte europea (era stata pensata una “web tax”, subito archiviata).

Resta poi aperta la partita oscura sulle stablecoin, le criptomonete denominate in dollari che Trump vorrebbe imporre come regola inter-occidentale, vietando al contempo l’eventuale utilizzo dell’“euro digitale” cui sta lavorando da anni la Bce.

Per saperne di più basta rileggere quello che ne scriveva persino un atlantista sordocieco come il vicedirettore del Corriere, Federico Fubini, costretto per una volta a diventare “anti-americano”.

Per l’economia capitalistica europea, stagnante da quasi un ventennio per il prevalere delle politiche mercantiliste tedesche (bassi salari, zero investimenti pubblici, produzione orientata alle esportazioni e distruzione della domanda interna) è una mazzata di proporzioni post-belliche.

Ossia equivalente a quel che accade quando si perde una guerra e si devono accettare condizioni devastanti che riducono a ben poco il futuro di un paese o di un’area economica.

Di fatto viene incentivata l’aggressività europea nei confronti del resto del mondo “non euro-atlantico” (Russia, Medio Oriente, Africa, ecc.) per recuperare le risorse e i capitali che vengono “regalati” sotto ricatto agli Stati Uniti. Da questo punto di vista il “Rearm Europe” assume una valenza non solo tattica (la guerra in Ucraina e l’enfatizzazione dell’inesistente “minaccia russa”), ma diventa l’ultima soluzione a un declino inarrestabile.

Peccato che sia anche una soluzione suicida...

Fonte

18/01/2025

Lo stop al gas russo non basta. Dieci paesi UE vogliono sanzioni sul GNL

L’inizio dell’anno è cominciato con il copione a cui siamo abituati da un paio d’anni: il rialzo del prezzo del gas, a causa della decisione di fermare il transito di quello russo attraverso l’Ucraina. Una misura di guerra, insomma, che pagano di tasca propria i lavoratori e i comuni cittadini con l’atteso rialzo delle bollette, lasciati oltretutto inermi nelle mani della speculazione.

Ma sembra che il tentativo di colpire le entrate che Mosca ottiene dall’esportazione di combustibili fossili stia spingendo alcuni membri della UE a chiedere di fare un passo ulteriore. Stando a un documento visionato da Bloomberg News, c’è una cordata che vuole sanzioni anche sul GNL, il gas liquefatto.

Un gruppo di dieci paesi (Svezia, Danimarca, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Irlanda, Polonia e le nazioni baltiche) vuole rafforzare il meccanismo per l’applicazione del tetto al prezzo del petrolio, ma vuole anche chiudere una volta per tutte col gas russo. Tema sul quale l’unanimità richiesta dalla UE aveva per ora trovato il veto di Ungheria e Slovacchia.

“Come obiettivo finale, è necessario vietare l’importazione di gas e GNL russi il prima possibile”, scrivono nel documento citato da Bloomberg. “Un’alternativa al divieto totale potrebbe essere quella di ridurre gradualmente l’uso di gas e GNL russi, come è già stato stabilito nella Roadmap RePowerEU”.

E tuttavia, dal febbraio 2022 nella UE sarebbero stati importati dalla Russia petrolio, gas e carbone per un valore di 200 miliardi di euro, scrivono i dieci paesi nel testo condiviso. Se comunque le forniture complessive sono diminuite, il GNL ha raggiunto il record di importazione proprio nella prima metà dello scorso anno, e reputano dunque necessario mettere mano a questo dossier.

Scrivono infatti che “la flotta russa di navi gasiere deve essere soggetta a sanzioni mirate che proibiscano l’attracco e i servizi marittimi sul territorio dell’UE”. Il target sono dunque quelle imbarcazioni che, per mezzo di transazioni effettuate attraverso paesi terzi, hanno permesso fino ad ora di aggirare parte delle limitazioni imposte a Mosca.

Queste proposte sono state stilate in vista del sedicesimo pacchetto di sanzioni di cui in questi giorni si sta discutendo nella UE, e nel documento si chiedono anche ulteriori divieti e sanzioni per vari settori. La Commissione, inoltre, dovrebbe presentare il prossimo mese un piano più dettagliato per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.

Allo stesso tempo, però, non si può ignorare che le previsioni parlano di una domanda di GNL che sarà maggiore dell’offerta fino al 2027: il che rischia di portare al rialzo anche i prezzi di questo tipo di gas. Un altro duro colpo che forse non tutti sono pronti a far pagare ai proprio cittadini – non per “magnanimità”, ma per brutale calcolo elettorale.

Staremo a vedere, ma nel frattempo va sottolineato come nella UE vi siano opinioni nettamente divergenti, che passano lungo la maggiore o minore fedeltà a Washington, e agli affari che questa permette di fare. Sul GNL ha grandi mire la Polonia, e non è dunque un caso che sia tra i firmatari del documento qui ripercorso a grandi linee.

Si preannuncia un anno tutt’altro che equilibrato, sia che si parli di prezzi sia che si parli di contraddizioni del progetto europeo.

Fonte

25/02/2024

L’Europa ha aumentato le importazioni di gas russo. Il flop delle sanzioni

Il quotidiano economico tedesco Handesblatt rileva come, nonostante le sanzioni, le importazioni di gas russo in Europa siano aumentate. Le Monde registra, invece, come le sanzioni in un mondo non più dominato dalle potenze occidentali abbiano perso la loro efficacia. E l’Unione Europea, convertitasi “nell’imperialismo della virtù” si trascina nella bassa crescita economica.

Handesblatt scrive in un articolo di due giorni fa che “L’esercito ucraino non solo soffre per la lentezza delle consegne di armi ma anche perchè le sanzioni contro la Russia sono tiepide. L’esempio migliore sono le importazioni ancora elevate di gas russo da parte dell’UE, che non sono state affatto sanzionate. Il Cremlino genera così profitti che può mettere a frutto per il suo bottino di guerra”.

Secondo la Commissione europea, l’anno scorso l’UE ha ricevuto quasi il 15% delle sue importazioni di gas dalla Russia. Si tratta di un livello significativamente inferiore rispetto a prima della guerra in Ucraina, quando la Russia forniva circa la metà del fabbisogno di gas dell’Europa.

Ma, secondo i dati dell’Istituto per l’Economia e l’Analisi finanziaria dell’energia (IEEFA) mentre il calo è dovuto principalmente al sabotaggio di gasdotti chiave come il Nordstream 1, l’anno scorso la Russia è stata ancora il terzo esportatore di gas naturale liquefatto spedito via nave.

Inoltre l’Austria, l’Ungheria e la Slovacchia continuano a utilizzare il gas russo da gasdotto su larga scala.

A differenza del petrolio russo, i membri dell’UE non hanno infatti vietato l’importazione di gas dalla Russia a causa dell’elevata dipendenza di alcuni paesi nelle loro forniture energetiche. In Austria per esempio siamo al 98%.

“La mancanza di un divieto sulle importazioni di gas ha fatto sì che alcuni paesi dell’UE stiano ora importando più gas naturale liquefatto dalla Russia rispetto a prima dell’inizio della guerra” scrive Handesblatt.

Secondo i dati dell’IEEFA, l’anno scorso la Spagna ha raddoppiato le sue importazioni rispetto al 2021, mentre il Belgio le ha addirittura triplicate. Anche la Francia è uno dei maggiori importatori. L‘80% delle importazioni di gas naturale liquefatto della Russia è andato solo a questi tre paesi l’anno scorso.

In termini di volume, la Spagna è al primo posto: l’anno scorso il Paese ha acquistato 6,7 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto dalla Russia. A differenza della Germania, la Spagna non è mai stata dipendente dal gas russo. Prima della guerra in Ucraina, questo rappresentava appena il 9% delle importazioni totali di gas, oggi la quota è il doppio.

Teresa Ribera, la ministra spagnola per la Transizione ecologica, ha scritto agli importatori spagnoli chiedendo loro di smettere di acquistare gas dalla Russia. Le aziende, invece, fanno riferimento a contratti di fornitura a lungo termine che dovrebbero rispettare. Senza un divieto europeo di importazione, dovrebbero pagare sanzioni contrattuali.

Il gruppo francese Total Energies che ha una partecipazione del 20% nel progetto Yamal LNG in Siberia e collabora con il produttore russo di GNL Novatek, la pensa allo stesso modo.

Come azienda, Total Energies è contrattualmente legata alla produzione di GNL della joint venture Yamal in Russia. Il CEO di Total Energies Patrick Pouyanné ha dichiarato ad Handelsblatt alcuni mesi fa che: “Legalmente, non abbiamo modo di uscire senza pagare decine di miliardi di euro di sanzioni ai russi. I russi continuerebbero a ricevere denaro senza fornire gas. Sarebbe assurdo!”

Gli Stati dell’UE fino a oggi non hanno proceduto nelle sanzioni in questo settore, anche per evitare che i prezzi dell’energia per i cittadini europei aumentassero ulteriormente.

“L’Europa non ha più bisogno di gas dalla Russia”, ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica presso l’IEEFA.

Da un lato, l’anno scorso la domanda in Europa è diminuita di circa il 20%, in parte a causa della maggiore efficienza, della rapida conversione alle pompe di calore e dell’aumento dell’uso di energie rinnovabili. D’altra parte, i membri dell’UE hanno diversificato le loro fonti di approvvigionamento e ora acquistano più gas naturale liquefatto da altri paesi, in particolare dagli Stati Uniti. Con un dettaglio: il gas statunitense costa molto di più di quello russo.

Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa sta mostrando una notevole resilienza. Nel suo ultimo Economic Outlook pubblicato il 30 gennaio, il Fondo monetario internazionale ha alzato le sue previsioni di crescita per la Russia al 2,6% nel 2024, più del doppio di quelle fissate nell’ottobre 2023 (1,1%). Una revisione al rialzo che solleva interrogativi sull’efficacia delle sanzioni.

“Mosca ha aumentato la sua spesa di 30 miliardi di dollari (27,74 miliardi di euro) nel 2023, senza allargare pericolosamente il suo deficit di bilancio grazie ai proventi petroliferi, nonostante sia sotto sanzioni occidentali. Ma gli effetti di queste ultime sono limitati in un’economia globale che non è più dominata dalle sole potenze occidentali” ammette venerdì il quotidiano francese Le Monde.

E neanche dal fronte della guerra in Ucraina arrivano le notizie che vorrebbero da Bruxelles: anche il piano militare si sta rivelando un flop sia per Kiev che per la Nato.

Fonte

18/08/2023

Gas naturale - La Russia è ancora il terzo fornitore europeo, l'Algeria il secondo

Esistono le notizie date come cortine fumogene ed esiste la situazione reale. Nonostante gli attentati ai gasdotti o gli innumerevoli pacchetti di sanzioni comminati dall’Unione Europea alla Russia, questa è ancora il terzo fornitore di gas per l’economia europea. Ed è preceduta da un altro paese non sempre bendisposto verso gli europei come l’Algeria, salita al secondo posto.

Al primo c’è la Norvegia, paese membro della Nato

Secondo la ben informata Agenzia Nova, questo è quanto emerso dai dati più recenti pubblicati il 13 agosto, su X (ex piattaforma Twitter), da Wael Hamed Abdel-Moati, esperto dell’industria del gas presso l’Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio (Oapec).

Abdel-Moati ha pubblicato una mappa dei flussi di importazione di gas tramite gasdotti verso i Paesi dell’Unione Europea, basata sugli ordini di acquisto registrati fino a domenica 13 agosto 2023. Questi ordini coprono esclusivamente il gas esportato attraverso i gasdotti, mentre le spedizioni di gas naturale liquefatto non sono incluse.

Secondo la stessa mappa, la Norvegia si è posizionata al primo posto con un flusso massimo di 252,9 milioni di metri cubi al giorno, seguita dall’Algeria al secondo posto con una portata giornaliera di 92 milioni di metri cubi.

Nella classifica la Russia si è posizionata al terzo posto con una portata giornaliera di 82 milioni di metri cubi, segnando uno dei valori più elevati dall’inizio dell’anno.

L’Azerbaigian si colloca al quarto posto con un flusso di 21 milioni di metri cubi al giorno, un dato inferiore rispetto ai suoi livelli consueti, come rilevato dall’esperto Wael Hamed Abdel-Moati. Per quanto riguarda la quinta posizione, la Libia contribuisce con una portata giornaliera di gas pari a 5,3 milioni di metri cubi.

In merito al volume totale di gas che scorre verso i Paesi dell’Unione Europea, la cifra si attesta a 453 milioni di metri cubi al giorno, come evidenziato dall'esperto dell’Oapec (165 miliardi di metri cubi all’anno).

L’accordo appena siglato dall’Unione Europea con l’Amministrazione Biden prevede un aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti fino ad arrivare ad un import di 50 miliardi di metri cubi entro il 2030. Fatevi due conti su quanto le sanzioni alla Russia abbiano danneggiato l’approvvigionamento energetico della UE.

Fonte

19/02/2023

Il prezzo del gas scende, ma il futuro prossimo non è rassicurante

In molti hanno brindato allo scampato pericolo. I prezzi del gas dopo la corsa pazza dell’ultimo anno, hanno cominciato a scendere. I futures sul gas naturale al famigerato TTF di Amsterdam, alla chiusura della settimana – venerdì – sono scesi a 48,8 euro per megawattora (-6%), il livello giornaliero più basso dal 1° settembre 2021, il calo settimanale dovrebbe essere del 7%.

Occorre rammentare che prima della guerra aperta in Ucraina, il gas in Europa veniva scambiato a 75 euro (raggiungendo il massimo di 340 euro ad agosto 2022), ma occorre anche ricordare che nel 2021 il prezzo medio del gas in Europa si aggirava attorno ai 25 euro il megawattora, ossia la metà di oggi. Dunque siamo tornati solo sotto il prezzo precedente alla guerra in Ucraina.

La guerra è ancora in corso e anzi promette di continuare e incarognirsi ancora di più, eppure il prezzo del gas è diminuito. Le variabili che sono intervenute a determinare questo trend sono riconducibili sia a dati oggettivi (un inverno più mite di quelli precedenti) che a scelte soggettive dei vari governi.

Andando verso la fine della stagione invernale nei paesi europei risulta uno stoccaggio pieno per il 65%, al di sopra della media decennale del 54%. Poi ci sono state importazioni record di gas liquefatto e un aumento della produzione di energia da fonti alternative.

I paesi europei, tra cui l’Italia, continuano a cercare forniture di gas alternative a quelle russe in Algeria, Azerbaijan, Congo, Qatar e Oman, ma ad avvantaggiarsi sono anche e soprattutto gli Stati Uniti, ossia il secondo maggiore esportatore di Gnl.

Le esportazioni russe di gas naturale verso l’Europa sono ormai marginali rispetto al passato, mentre la UE sta aumentando la sua dipendenza dal Nord Africa e dalle petromonarchie del Golfo Persico.

Ma già nel 2022, la domanda di Gnl in Europa è aumentata del 35% rispetto ai livelli pre-pandemici e pre-bellici. La cosa ha consentito ai paesi europei – soprattutto Germania e Italia – di compensare almeno la metà del calo delle forniture di gas russo. Ma, secondo il quotidiano economico Milano Finanza, l’espansione delle importazioni europee di Gnl è stata resa possibile anche da un calo della domanda cinese grazie alla sua strategia zero-Covid e alla forte espansione dell’offerta globale.

Nel 2023, secondo un analista di Unicredit sentito da Milano Finanza, “non è previsto alcun aumento significativo della produzione ed è probabile che la domanda della Cina aumenti rispetto allo scorso anno”. L’analista consultato si attende che la concorrenza per la fornitura di Gnl eserciterà pressioni al rialzo sui prezzi del gas naturale, in particolare verso l’inizio del secondo semestre 2023.

Fonte

27/12/2022

Fusione nucleare e guerra gas&oil

Fusione nucleare, solo quella del Sole è sostenibile e rinnovabile

Abbiamo una comprensione teorica della fusione nucleare da oltre un secolo, ma siamo ben lontani dal poterla impiegare come fonte elettrica continua e controllabile. Eppure, Repubblica, lo scorso 14 Dicembre, titolava: “Viaggio nel futuro, un bicchiere d’acqua ci scalderà per un anno. Nessun governo potrà più ricattare gli altri usando il petrolio o il gas come pistole”. Banalizzando e dando corpo a scenari irrealizzabili al presente e perfino scientificamente azzardati, una voce importante si è unita al coro fastidioso e incosciente di prostrazione del giornalismo nostrano all’annuncio che “l’Occidente” per definizione (gli Stati Uniti) è vicino, in solitaria, a realizzare il miracolo dell’energia del sole, così abbondante da tracimare da enormi impianti e da procrastinare il mito della crescita per un futuro senza limiti di contenimento.

“Ci vorranno almeno 30 anni” afferma invece Stefano Atzeni, dell’Università La Sapienza di Roma ed io ritengo che sia un grave errore da parte dei media tentare di capovolgere la sensazione diffusa che, invece, con la pandemia la guerra e il clima il tempo venga a mancare, se non si muta al presente, non fra 30 anni, il paradigma energetico dei fossili e del nucleare, rigidamente centralizzato ed a grande spreco.

E’ vero che il test realizzato al NIF (i laboratori di Livermore) ha prodotto più energia con la fusione di quella fornita ai laser utilizzati per provocare la reazione stessa. Ma è pur vero che, se si considera tutta l’energia impiegata e non solo quella che incide sul target, anzichè un guadagno netto, si ha un rendimento da numero decimale. E non sarebbe inutile osservare che, dopo ogni singola “iniezione”, occorre raffreddare il sistema ottico e ripristinarne le condizioni normali, con tempi non inferiori al giorno.

Il profluvio di sciocchezze date alla stampa risulta fuorviante e di non trascurabile danno, in particolare nella fase in cui siamo. Si è scritto e detto che “il processo avviene a velocità superiore a quella della luce" (“Repubblica”), che si impiega “acqua pesante, cioè non distillata da usarsi come materia prima: anche quella di mare” (Rampini sul Corriere) e, ancora, che “una mezza palla da basket” – evidentemente magica – sarebbe dovuta entrare nel «cilindretto lungo pochi millimetri» (Ansa), oppure, che “la fusione inerziale non genera radioattività, non produce scorie” (Descalzi, CEO ENI) (vedi qui.)

Questo modo di procedere tra scienza a spanne e tecnologia un tanto al chilo, ha innescato un processo politico di coinvolgimento e informazione dei cittadini con l’obbiettivo di mettere sotto il tappeto le emergenze cui dobbiamo porre adesso riparo, a partire dal ripristino della pace e dall’eccessivo riscaldamento climatico.

Un popolo incolpevolmente disinformato, una casta di giornalisti incompetenti ma pronti a propalare il mainstream predicato dall’Amministrazione Usa, una diffusione di miti energetici venturi, hanno occultato la “strada verso l’inferno” che stiamo percorrendo “col piede sull‘acceleratore”, come ha affermato il presidente dell’ONU Gutierrez alla Cop 27 in Egitto.

Sono tantissime le sfide tecnologiche che devono ancora essere superate, sia per la fusione a contenimento inerziale con i laser (quella che ha portato al risultato ottenuto a Livermore) sia per la fusione a confinamento magnetico (la tecnica del reattore ITER in costruzione a Cadarache in Francia).

Per averne un’idea, vale la pena di confrontare quello che davvero avviene nel nucleo del Sole a 150 milioni di Km da noi rispetto a quanto possiamo disporre sulla piccola Terra che gli ruota attorno. All’interno della nostra stella c’è un plasma di protoni, che, a quattro per volta, si fondono per dare un nucleo di elio, con un difetto di massa di 0,007 (che si traduce in energia secondo la famosa formula di Einstein E=mc^2) grazie ad una temperatura di 16 milioni di gradi e, soprattutto, grazie ad una pressione elevatissima, intorno a 500 miliardi di atmosfere, dovuta all’enorme massa del Sole. Queste condizioni sono estreme su scala umana e pertanto non possono essere riprodotte.

Qui, nei nostri laboratori più avanzati, cerchiamo di ovviare alla impossibile replicabilità del processo di fusione solare, imitandone il principio, ma ricorrendo a due rari isotropi dell’idrogeno – deuterio e trizio – i cui nuclei arrivano a fatica a compenetrarsi alle temperature e pressioni massime cui può giungere la nostra tecnologia più raffinata. L’esperimento a Livermore ha per la prima volta registrato un ritorno di energia, ma la continuità del processo non è affatto all’orizzonte, nonostante l’imponenza degli impianti e l’intensità dei finanziamenti.

Si pensi che il NIF – situato in California – ha le dimensioni di uno stadio ed è costato oltre 4 miliardi di dollari. Il suo ruolo nella ricerca di armi nucleari ne ha fatto un progetto controverso tant’è vero che il Sole 24 ore si chiede se “gli annunci dell’amministrazione Biden sulla fusione nucleare non siano un messaggio diretto a Vladimir Putin, che non ha niente a che fare con la crisi energetica in corso, ma, piuttosto, con i continui riferimenti del Cremlino a un attacco nucleare” (vedi qui).

E si rifletta sul fatto che ITER, il progetto concorrente a confinamento magnetico, è dotato di enormi toroidi percorsi da correnti di elevatissima intensità ed ha dimensioni di 20 metri di diametro e 10 metri di altezza con una capienza di circa 1000 m3. Se dovesse fornire energia con continuità, produrrebbe tonnellate di materiale radioattivo, essendo una intensissima sorgente di neutroni, che si arrestano solo sulla prima parete solida che incontrano.

Crea una certa apprensione la costruzione di “miraggi e società sempre più tecnocratiche, all’interno delle quali si starebbero perdendo i vincoli d’appartenenza e la possibilità di essere artigiani di legami e rompere le spirali che annebbiano i sensi”, come afferma Bergoglio (vedi qui). Temo che le mistificazioni sul “grande” risultato della fusione nucleare USA rischino di allontanarci da quel che occorre fare già da ora con le fonti rinnovabili, accontentandoci del reattore a fusione che rimane a 150 milioni di chilometri di distanza: il Sole.

*****

Oil & Gas e gli interessi per una guerra permanente

C’è una chiave anche lessicale per valutare l’approccio del governo delle destre alla lotta contro il cambiamento climatico: l’introduzione del concetto di “sicurezza energetica” abbinato alla funzione del Ministero per l’Ambiente. Un concetto che puntualizza la garanzia di potenza e velocità di fornitura delle fonti energetiche a cui si ricorrerà anche in futuro, assicurandone la prelevabilità da qualsiasi giacimento raggiungibile, purché in un Paese “amico”. Giacimento, ovviamente, richiama immediatamente la nozione di fossile, assai più che l’enorme disponibilità di fonti naturali diffuse, rinnovabili, non esauribili. E questo anche quando il bilancio di materia e energia risulti svantaggioso rispetto a soluzioni locali ormai tecnologicamente accessibili. Eppure, le rinnovabili sono a portata di mano ed a costi assai minori delle fonti fossili, ma sono talmente deprecate e scoraggiate dall’azione delle lobby Oil &Gas, potentissime a livello delle istituzioni e della comunicazione mainstream, da oscurare la necessità di una immediata conversione energetica, impostata sul decentramento e il risparmio in un assetto comunitario e cooperativo che solo vento, acqua, sole e biomasse possono sviluppare.

La sicurezza energetica e climatica che i governi continuano a perseguire è un concetto a carattere prevalentemente nazionale, che rafforza le dinamiche a favore della militarizzazione dei confini e descrive la migrazione su larga scala come “il problema più preoccupante associato all’aumento delle temperature e del livello del mare” (vedi qui). I piani di sicurezza climatica si nutrono di narrazioni di paura e di un mondo a somma zero in cui non tutti possano sopravvivere. Il modello fossile risponde a questo schema tutto sommato liberista e non può che essere sollecitato da cospicui interessi, che hanno oggi la loro base nell’industria militare e nella filiera del gas. Ad esso, purtroppo, si va orientando l’attuale governo in carica, a meno che si riorganizzi un’opposizione sociale e politica con un progetto alternativo di chiaro stampo ecologista. Occorre, cioè, contrastare una transizione energetica infinita e una definitiva concentrazione finanziaria e produttiva nelle mani dei soliti noti, attorniati magari da nuovi interessati, affini alla maggioranza parlamentare in corso.

E così, sotto la supervisione di Crosetto e di Cingolani, il governo Meloni associa l’invio di armi all’Ucraina ad un revival della combustione a elevate emissioni (e, in futuro, chissà… reattori nucleari!), a conferma del fatto che i profitti delle industrie delle armi e di Oil&Gas si sono impennati da Marzo 2022. Quindi, carbone a pieno ritmo nelle centrali, sfruttamento estensivo di tutti i possibili giacimenti nazionali fossili e decisa e duratura ripresa della filiera del metano, che contribuisce ad un improvvido aumento della CO2 – dispersa in atmosfera o infilata sottoterra – con bilanci di energia e materia insostenibili e incomparabili con la riduzione prevista dal ricorso a cicli rinnovabili.

La crisi scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina avrebbe dovuto essere l’occasione per un cambiamento radicale di approccio e per la ripresa del controllo pubblico sul settore energetico. Anche se la “terza guerra mondiale a pezzi” si va estendendo per una ragione di cause molto articolata, non può sfuggire quanto in questa fase accelerata dell’Antropocene gli interessi del settore energetico vadano messi sotto osservazione speciale e siano all’origine del deteriorarsi del conflitto climatico in particolare.

Si può stabilire un legame tra la guerra – quella in Ucraina in particolare – la procrastinazione dell’uso del gas, il brusco cambio del clima da una parte e le manifestazioni di insofferenza degli studenti, la coscienza sicura e diffusa del degrado della biosfera e del pericolo nucleare dall’altra, che incominciano a rimarcarsi nelle mobilitazioni per la pace, razionalmente non violente e senza bandiere. Si incomincia ad intendere, anche sotto le atrocità della guerra e alle minacce della bomba, che c’è un “taglio militare” che sostiene la “sicurezza energetica e climatica” contrapponendola alla “giustizia climatica”, nel momento in cui stiamo valicando il limite di 1,5 °C per attestarci oltre 2,5°C. È pertanto ancora accettabile l’annientamento di popoli, territori, coltivazioni, animali, in oltre 200 territori in armi nel mondo, uno dei quali dentro l’Europa? Non solo gli eserciti usano allo stremo alti livelli di combustibili fossili, ma si combattono con armi e artiglieria sempre più tossiche e inquinanti, infrastrutture mirate soggette a distruzione, con danni ambientali durevoli.

Per avere un’idea dei consumi dei mezzi militari, un carro armato leggero consuma 300 litri di combustibile per 100 chilometri e immette oltre 600 kg di CO2 in atmosfera. Un caccia F-35 utilizza oltre 400 litri di carburante ogni 100 chilometri e immette in atmosfera circa 28.000 chilogrammi di CO2 per ogni missione di volo. Le stime ci dicono che un mese di guerra tra Russia ed Ucraina potrebbe portare ad emissioni di anidride carbonica nell’aria pari a quelle emesse in un intero anno da una città come Napoli o Firenze (vedi qui).

La giustizia climatica, al contrario, non contempla la guerra e impegna invece ad uno sforzo preventivo anche economico per evitare eventi catastrofici e distribuire capacità di resilienza e solidarietà laddove questi si manifestano.

Perché allora l’opinione pubblica non reagisce a questo stato di cose rovinoso?

Perché pace e rinnovabili sono così lontane dall’azione politica che non sia quella ormai spossata di Bergoglio? Perché – aggiungiamo qui – la UE non è protagonista di un’azione di tregua sul bordo dei suoi confini e non rilancia il significato in questa fase rivoluzionario del Next Generation EU? Non è certo secondaria un’accondiscendenza dei vertici di Bruxelles alle pressioni lobbistiche di Big Oil che hanno vinto su tasse e una tassonomia aperta a gas e nucleare.

L’italiana Eni, la spagnola Repsol, la francese Total e l’anglo-olandese Shell hanno sostenuto ben centotredici incontri con la Commissione europea dall’inizio di febbraio alla fine di settembre. Le pressioni esercitate sulle istituzioni europee hanno permesso alle società del settore di “uscire dal dibattito sulla tassazione degli extra-profitti con danni minimi” e di “sfruttare la crisi a proprio vantaggio costringendo l’Ue a sostenere investimenti infrastrutturali che ci legheranno ulteriormente al consumo di metano” (v. qui). Per quanto riguarda l’industria armiera, non a caso in connubio con le big company del gas, l’obbiettivo è quello di espandere l’industria della difesa nei mercati ambientali, come più significativo mercato adiacente, in un afflato di green-washing, che nasconda una predisposizione ai combustibili fossili e al nucleare.

Già il 22 Ottobre scorso Federico Fubini poneva sul Corriere della Sera il dubbio se la transizione energetica, proiettata al 2030 dal Green Deal UE come “fit for 55- rinnovabili – efficienza – idrogeno verde”, fosse invece stata convertita, in seguito alla piega presa dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni alla Russia, in ricerca affannosa di un approvvigionamento d’emergenza di gas, reso sollecitamente accessibile dagli Stati Uniti di Biden. La potenza militare più temuta al mondo, già egemone tecnologicamente e autonoma energeticamente, avrebbe così posto l’Italia “in uno stato di inferiorità strategica, competitiva e industriale rispetto al mondo di oltreoceano con pochi precedenti recenti”. (vedi qui).

Fubini fa riferimento all’implementazione delle consegne di gas liquido da oltreoceano via nave: una trasformazione epocale dell’approvvigionamento del metano che mette alle corde i tradizionali gasdotti, geopoliticamente vincolati ai territori da attraversare. Oltre Atlantico, infatti, viene estratto il gas di scisto, trasferito ad impianti di liquefazione e trasportato dalle metaniere che, oltre alla Spagna ed ai Paesi Baltici, dove già approdano, potrebbero ormeggiare lungo le nostre coste presso grandi impianti rigassificatori, a complemento del gas residuo di pochi metanodotti: non più russi, ma provenienti dall’Africa e dall’Azerbaijan.

Il ciclo del gas liquido (GNL) è molto inquinante: passa infatti da estrazioni rovinose sotto il profilo ambientale (shale gas e sabbie bituminose), dal successivo processo di liquefazione, dal trasporto via mare a lunga distanza in grandi serbatoi, dalla successiva rigassificazione e dall’aggancio finale ai tubi dei gasdotti locali. In questi passaggi complessi risulta ancor più rilevante la dispersione in atmosfera di quantità di CH4 puro, fortemente climalterante.

La guerra e le sanzioni stanno, di fatto, favorendo la sostituzione gas-gas, non, come si prospettava, gas-rinnovabili e ad un prezzo che per noi vale sei volte quel che si paga negli States. La fornitura di gas liquido via nave, in effetti, rappresenta una rivoluzione silente, ma molto perniciosa e, di fatto, contiene la risposta di Gas &Oil per ritardare la “transizione ecologica”, con un protrarsi del ricorso al metano ben oltre i termini fissati dalla UE.

Questo ribaltamento si ostacola se, anziché la via della sicurezza energetica, viene sostenuta e praticata quella della giustizia climatica – ovvero l’ecologia integrale della Laudato Sì – che non contempla la guerra e impegna invece ad uno sforzo preventivo anche economico per evitare eventi catastrofici e distribuire capacità di resilienza e solidarietà laddove questi si manifestano. Ho la speranza che cominci a manifestarsi un bisogno di democratizzazione del processo decisionale e l’emergere di nuove forme di sovranità che richiederebbero necessariamente una riduzione del potere e del controllo dei militari e delle corporazioni e un aumento del potere e della responsabilità nei confronti dei cittadini e delle comunità. Lo considero uno dei compiti principali della ricostruzione della sinistra.

20/12/2022

L'UE ha un altro problema con il gas: quello del Qatar

Occorre ammettere che le classi dirigenti europee hanno una abilità speciale nell’infilarsi in un vicolo cieco dopo l’altro. Prima adottano sanzioni autolesioniste alla Russia, adesso stanno mettendo in sollecitazione le relazioni appena avviate con un fornitore di gas sostitutivo della Russia. L’unico terreno sul quale si sono mosse con solerzia è stato quello dell’acquisto di gas liquefatto dagli Stati Uniti ad un prezzo superiore di diverse volte al gas che arrivava, tramite condutture, dalla Russia. Complimenti!

I guai della miopia europea questa volta vengono dal Golfo. Le misure prese dal Parlamento europeo contro il Qatar, a cui è stato revocato l’accesso all’assemblea in relazione a un presunto caso di corruzione, “avranno un impatto negativo sulle relazioni con l’emirato del Golfo e i rifornimenti globali di gas”. La nota, che suona come monito, è arrivata da fonti diplomatiche del Qatar.

“La decisione di imporre una tale restrizione discriminatoria al Qatar, limitando il dialogo e la cooperazione prima della fine del procedimento giudiziario, avrà un effetto negativo sulla cooperazione in materia di sicurezza regionale e globale, nonché sulle discussioni in corso sulla crisi energetica globale e sulla sicurezza”, si legge nella nota dell’emirato del Golfo con cui alcuni paesi europei – soprattutto l’Italia – hanno recentemente rafforzato i legami per aumentare la fornitura di gas in sostituzione di quello russo sottoposto a sanzioni.

“Respingiamo fermamente le accuse che associano il nostro governo a cattiva condotta”, continua il comunicato delle autorità di Doha. “Il Qatar non è stata l’unica parte nominata nelle indagini, eppure esclusivamente il nostro Paese è stato criticato e attaccato”, prosegue il messaggio, parlando di “condanna selettiva”.

“È profondamente deludente che il governo belga non abbia fatto alcuno sforzo per impegnarsi con il nostro governo per stabilire i fatti una volta venuti a conoscenza delle accuse”, afferma il comunicato del Qatar, in cui si sottolineano i rapporti “stretti” con le autorità del Belgio.

“Le nostre nazioni hanno collaborato durante la pandemia di Covid-19 e il Qatar è un importante fornitore di Lng per il Belgio”, ha tenuto a ricordare Doha.

Secondo il New York Times, il Qatar sta diventando l’Arabia Saudita del gas, un fornitore di energia indispensabile con vaste riserve e costi molto bassi. “Il Qatar è in una posizione migliore di chiunque altro per trarre vantaggio dalla situazione in Europa”, ha dichiarato Chakib Khelil, ex presidente dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio ed ex ministro dell’energia algerino. “I concorrenti del Qatar sono bloccati da problemi politici, come l’Iran e la Libia, oppure, come la Nigeria o l’Algeria, non hanno le risorse per fornire i volumi aggiuntivi necessari”.

Il Qatar da tempo è diventato un grande esportatore di gas verso i Paesi asiatici, e in questi mesi di guerra in Ucraina si era detto pronto a diventare una fonte energetica fondamentale per l’Europa che ha interrotto le forniture dalla Russia. Oltre che con l’Italia e il Belgio, il Qatar ha negoziato un accordo di 15 anni per la fornitura di gas alla Germania, alla quale fornirà 2 milioni di tonnellate di gas all’anno, non certo sufficienti per sostituire quello russo.

Fonte

11/11/2022

Non acquistiamo più gas russo tramite gasdotti... ma con navi gasiere

Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore ci regala una perla di notizia, emblematica per confermare l’ipocrisia dell’Unione Europea e delle autorità italiane ma anche l’assurdità delle sanzioni alla Russia.

“Per sostituire le forniture da Gazprom – più che dimezzate nei primi nove mesi di quest’anno – ci siamo rivolti anche a Mosca: nello stesso periodo l’export di Gnl russo nella Ue è aumentato del 46%” riporta il quotidiano.

“L’Europa consuma sempre meno gas russo e proclama di volersene liberare al più presto. Se però è in forma liquefatta, allora sembra disposta a chiudere un occhio: crollano solo le importazioni via tubo, mentre gli acquisti di Gnl – nonostante la guerra in Ucraina e le sanzioni – sono aumentati addirittura del 46% nei primi nove mesi di quest’anno” – scrive Il Sole 24 Ore“A bordo di navi metaniere tra gennaio e settembre la Ue ha ricevuto da Mosca l’equivalente di 16,5 miliardi di metri cubi di gas, contro gli 11,3 Bcm dello stesso periodo del 2021. È quasi un quinto del totale delle nostre importazioni in forma di Gnl, che a loro volta si sono spinte ai massimi storici: 98 Bcm al 30 settembre (+66%)”.

In un inserto speciale dedicato alla questione, lo stesso Sole 24 Ore alcuni mesi fa spiegava come fosse “intuitivo”, che il gas liquefatto sia generalmente più caro di quello che arriva (o arrivava) attraverso le tubature dei gasdotti. Oltre le spese di estrazione, per avere del GNL bisogna anche trasferire il gas in impianti che lo portano allo stato liquido (va raggiunta una temperatura di -162 °C); dopodiché il gas viene caricato sulle apposite navi per il trasporto. Una volta giunto a destinazione, il GNL deve essere rigassificato per poter essere immesso nella rete di distribuzione.

Il prezzo del GNL pagato dall’acquirente dipende da tanti fattori, come ad esempio la modalità d’acquisto: i contratti a lungo termine (dalla durata anche di venti-trent’anni) oppure il mercato spot (dove la compravendita è occasionale). I dettagli dei contratti non sono, però, noti perché coperti dal segreto commerciale.

Il gas liquido che riceve il nostro Paese a settembre ammontava a 9,97 miliardi di metri cubi annui, corrispondenti al 13% del fabbisogno totale, meno della metà di quanto ce ne fornisce Gazprom, 29 mmc.

Dunque lo scenario imposto dalle sanzioni europee alla Russia è che l’Italia (e la Ue) non si fanno più arrivare il gas dai russi cattivi attraverso i gasdotti... ma attraverso le navi, pagandolo ovviamente di più. Per compensare il buco lo faremo arrivare con le navi anche dagli Stati Uniti, ovviamente a costi più alti di quello che arrivava dai gasdotti.

Si rimane decisamente indecisi se invocare un TSO o un tribunale speciale per i decisori italiani ed europei in materia di sanzioni e di energia.

Fonte

13/10/2022

La guerra distrugge l’economia europea

L’”asse euro-atlantico” mostra qualche crepa. Non sullo schieramento pro-Ucraina e contro la Russia, ma ancora più seriamente sul senso stesso di questa guerra e sulle sue conseguenze nella struttura del sistema mondiale.

Diversi osservatori, tra cui noi stessi, con orientamenti politici molto differenti, da tempo rilevano che la prosecuzione tendenzialmente infinita della guerra – inevitabile se si pone come obiettivo la “vittoria dell’Ucraina” o un cambio di regime a Mosca – metta l’Europa in una posizione impossibile.

Il Vecchio Continente, infatti, è ormai poverissimo di risorse energetiche proprie, ma ospita una poderosa struttura industriale, inevitabilmente energivora. È insomma una “economia di trasformazione” che deve importare materie prime (idrocarburi, minerali, ecc.) e tirarne fuori merci di ogni tipo (dai macchinari più complessi alle merci di lusso) da vendere sul mercato globale.

È insomma un continente che avrebbe bisogno – anche in un regime capitalistico – di una situazione di pace, senza troppe tensioni internazionali che possano mettere a rischio le importazioni e le esportazioni. Ossia ha tutto da perdere nella situazione che si è venuta a creare.

L’adozione di sanzioni su input statunitense “vieta” le importazioni dai fornitori più vicini (la Russia, per il gas e il petrolio), restringe il mercato dei clienti potenziali per i propri prodotti, alza verticalmente i costi di produzione e dunque mette in dubbio la sopravvivenza stessa di una parte rilevante del sistema industriale.

Oggi possiamo constatare che questa analisi è confermata da membri autorevoli del peggior establishment neoliberista europeo, che dopo otto mesi di guerra e inflazione galoppante indicano negli Stati Uniti un “alleato infame”, che sta usando la guerra per demolire il principale competitore all’interno dello stesso sistema neoliberista: l’Europa.

“Non possiamo accettare che il nostro partner americano venda il suo GNL a un prezzo quattro volte superiore a quello pagato dagli industriali americani“. Lo aveva detto, discretamente, Emmanuel Macron qualche giorno fa, e i media italiani si erano ben guardati dal riprendere un’affermazione che getta parecchi dubbi sulla compattezza della “santa alleanza neoliberista”. Guai a spargere il sospetto che non tutto stia filando d’amore e d’accordo…

Ora la “sofferenza” economica europea è stata certificata da tutti gli istituti di statistica, dal Fondo monetario internazionale, dalle associazioni imprenditoriali (tacciono i sindacati complici, come sempre, in attesa di ordini superiori), e dunque persino i servi obbedienti delle redazioni si sentono obbligati a riportare le parole di fuoco usate dal ministro dell’economia francese Bruno Le Maire nel corso di un dibattito all’Assemblea Nazionale a Parigi: “il conflitto in Ucraina non deve sfociare in una dominazione economica americana e in un indebolimento della UE“.

Per questa ragione – ha spiegato l’esponente del governo francese – “dobbiamo trovare rapporti economici più equilibrati tra i nostri alleati americani e il continente europeo”.

Non è il solo. Nel corso della riunione dei capi di stato e di governo della UE a Praga, la scorsa settimana, il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva parlato della necessità di creare un’alleanza tra UE, Giappone e Corea del Sud per evitare una corsa competitiva al rialzo con i produttori di gas alternativi alla Russia e avviare discussioni con Stati Uniti, Canada e Norvegia allo scopo di ridurre i prezzi dei nuovi contratti.

Nei primi sei mesi del 2022 gli Usa hanno consegnato all’Europa il 68% del loro export di GNL, per un totale di 39 miliardi di metri cubi di metano da rigassificare. In calo invece quello diretto verso Asia ed America Latina.

Ma non si tratta di un gesto dettato da generosità. Dopo gli aumenti fisiologici legati alla ripresa post-pandemia, in estate i prezzi sono ulteriormente aumentati, fino a sfiorare i 60 dollari per mmBtu in Europa. Che, però, negli USA è solo di 8 dollari.

Si capisce dunque che Le Maire abbia voluto essere piuttosto drastico, accusando gli Usa di vendere il loro Gnl «a un prezzo quattro volte più alto rispetto agli industriali americani».

Naturalmente non si tratta di una vera e propria rottura, visto che l’affondo è stato attenuato cercando di far capire agli Usa che «un indebolimento economico dell’Europa non è nell’interesse degli Stati Uniti».

Se si potesse ragionare solo in termini politici, Le Maire avrebbe molte ragioni. Ma siamo in un sistema capitalistico in crisi almeno da un ventennio (già prima della crisi dei mutui subprime e del fallimento di Lehamn Brothers), in palese crisi di sovrapproduzione (troppi capitali in cerca di valorizzazione, gonfiati dalla speculazione finanziaria senza un “sottostante” proporzionato).

E marxianamente dovremmo sapere che la via d’uscita "istintiva" da una situazione del genere viene cercata distruggendo il capitale in eccesso. Naturalmente questo non avviene secondo “un piano”, ma in modo disordinato e devastante. Tramite le guerre, in genere.

E infatti siamo nel pieno di una guerra mondiale, per ora concentrata nell’est europeo. Ma le conseguenze sono comunque mondiali, perché la massa di capitale da distruggere – sempre quello altrui, nelle speranze di ogni soggetto capitalistico – non ha confini insuperabili.

Se la guerra va avanti ancora a lungo il primo sistema industriale a frantumarsi sarà insomma quello europeo (anche qui in modo conflittuale e selettivo: prima i paesi più deboli, sollo alla fine Francia e Germania).

Bisogna essere proprio idioti per continuare a stare in una “alleanza” che mira a riportarti indietro di cento anni...

Fonte

12/09/2022

Indipendenza energetica ed altre panzane /3

di Alexik

Continua dal capitolo precedente.

Durante il mandato presidenziale di Barack Obama la produzione statunitense di petrolio passò dai 5,1 milioni di barili al giorno del gennaio 2010 agli 8,8 del gennaio 2016. Nello stesso periodo, la produzione statunitense di gas naturale crebbe da 3.000 a 17.000 miliardi di piedi cubi all’anno.

Un risultato che avrebbe avuto pesanti conseguenze oltre i confini degli Stati Uniti.
Come disse all’epoca Thomas Donilon, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Obama, “l’aumento della produzione energetica statunitense permette di ridurre la nostra vulnerabilità alle interruzioni di approvvigionamento nel mondo e (…) ci dà delle carte migliori per perseguire e per raggiungere i nostri obiettivi di sicurezza internazionale”.1

Energy weapons

Il primo paese a fare le spese di questo aumento della produzione energetica statunitense e delle sue conseguenze in termini di “ sicurezza internazionale” fu l’Iran.

Fino al 2011 le sanzioni delle amministrazioni USA contro Teheran, imposte formalmente per bloccare lo sviluppo del nucleare iraniano, si erano concentrate principalmente sul settore nucleare e militare più che su quello petrolifero.
Dal 1995 l’amministrazione Clinton aveva vietato alle società americane ogni transazione che riguardasse il petrolio iraniano, ma è con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e di Hillary Clinton alla Segreteria di Stato che si venne a determinare un salto di qualità, spostando l’asse principale delle misure punitive sugli idrocarburi e sulle banche (in particolare quelle utilizzate per i pagamenti delle esportazioni petrolifere iraniane), ed estendendo le sanzioni contro l’Iran a tutto il mondo.

Un salto di qualità che sarebbe stato più difficile se gli USA non avessero potuto contare sulla produzione interna di gas e petrolio di scisto, tale da ammortizzare gli esiti di una contrazione dell’offerta sui mercati internazionali.

Nel dicembre 2011 gli Stati Uniti imposero l’embargo internazionale sulle esportazioni di greggio iraniano2, seguiti pedissequamente dagli europei che decretarono un mese dopo il blocco totale dell’import di petrolio e gas da Teheran3.
L’embargo venne assicurato anche grazie alle sanzioni secondarie, quelle che colpiscono i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con il paese bersaglio, e che possono venir puniti con l’imposizione di multe pesanti o con l’esclusione dal mercato degli USA4.

È in questo modo, infatti, che gli Stati Uniti declinano il concetto di “indipendenza energetica” applicabile al resto del mondo.

Le esportazioni di petrolio iraniano in due anni vennero dimezzate a causa delle sanzioni, con conseguenze sulla popolazione del paese colpito, sul prezzo internazionale del petrolio e sulle economie importatrici5. Conseguenze che in parte toccarono anche agli Stati Uniti, dove l’aumento della produzione ancora non riusciva a soddisfare completamente il consumo interno.

Ma ormai il meccanismo era stato inaugurato, e andava solamente messo a punto dalle amministrazioni successive, che dimostrarono in maniera bipartisan una straordinaria continuità in merito allo sviluppo della produzione interna di idrocarburi ed al suo uso come “energy weapon”.

Donald Trump spinse ulteriormente avanti le trivelle, abrogando normative di protezione ambientale e tutelando il fracking a colpi di ordini esecutivi6. Sotto la sua amministrazione gli USA diventarono esportatori netti di idrocarburi, superando l’Arabia Saudita sui mercati internazionali del petrolio.7 

Per non essere da meno del suo predecessore, nel 2018 Trump scatenò contro l’Iran la politica della “massima pressione”, una nuova campagna punitiva che venne aperta dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano, rendendo esplicito come il vero obiettivo di Washington non fosse la minaccia nucleare ma la caduta del regime degli ayatollah8.

Le nuove sanzioni petrolifere, ancora più pesanti delle vecchie, determinarono un’altra impennata del prezzo del petrolio di cui però, questa volta, gli Stati Uniti poterono avvantaggiarsi grazie alla loro nuova condizione di esportatori netti9.

Le premesse per guadagnare dalla guerra dell’energia, dunque, erano state poste, ed è per questo che da allora la prospettiva di scatenarla agli USA non fa più paura.

Rileggendone la storia a distanza di qualche anno, le sanzioni contro l’Iran assumono le forme di una prova generale, di una sperimentazione, da parte degli Stati Uniti, di nuove inedite potenzialità offensive.

Una prova generale che preludeva all’uso dell’arma dell’energia nel contesto di un livello più alto dello scontro, che oggi vediamo dispiegarsi.

La resurrezione del GNL

Uno dei vari elementi di continuità che unisce trasversalmente le amministrazioni USA, repubblicane o democratiche che siano, è la tensione a dare profittevole sbocco sui mercati internazionali alla produzione degli Stati Uniti di gas naturale.

Abbiamo visto nella puntata precedente come Donald Trump abbia sfoderato tutte le sue innate capacità di persuasione affinché gli europei scegliessero volontariamente e liberamente fra l’alternativa di impiccarsi con i dazi e quella di comprare il suo gas naturale liquefatto (GNL).

Ma per creare un mercato del gas naturale liquefatto non basta la “persuasione”: ci vogliono, fra l’altro, infrastrutture e i capitali per costruirle. E i capitali si muovono in base a prospettive di profitto che non sempre il contesto garantisce.

Durante l’amministrazione Trump si sono moltiplicate le richieste di autorizzazione per la costruzione di nuovi terminal per l’export del GNL.

Fra queste, ventuno – ereditate da Biden – riguardano progetti ancora fermi, non solo perché in attesa della fine della procedura autorizzativa, ma perché in attesa di finanziatori10.

La scarsa propensione ad investire su questi impianti veniva motivata citando la volatilità del mercato del GNL (che mette in forse la remunerazione del capitale investito sul lungo termine); gli accordi internazionali sul clima; l’opposizione delle comunità locali; le oscillazioni del prezzo del gas, soprattutto dalla pandemia in poi.

O almeno, queste erano le problematiche prima della guerra in Ucraina.

Per gli stessi motivi, prima della guerra, nella vecchia Europa erano in forse diversi progetti per la costruzione di terminal di importazione di GNL.

Per esempio, nel settembre 2021, il progetto del Rostock LNG Terminal è stato annullato per “condizioni di mercato sfavorevoli”.11 

Nel novembre 2020, una società commerciale tedesca, citando la mancanza di interesse da parte degli acquirenti, aveva annunciato che stava rivalutando i suoi piani per costruire un nuovo terminal di importazione di GNL a Wilhelmshaven12.

Nel gennaio 2022 i tre terminali di importazione di GNL proposti dalla Germania, finalizzati alla ricezione del gas di scisto degli Stati Uniti, si trovavano ad affrontare ritardi a causa delle forti oscillazioni dei prezzi e, in generale, della continua incertezza sul futuro dei combustibili fossili13.

Dalla fine di febbraio la costruzione di questi impianti è tornata all’ordine del giorno.

La Germania ha appena programmato l’ormeggio di sei rigassificatori galleggianti14, che si aggiungono ai progetti per due Floating Storage and Regasification Units (FSRU) greche, per il Paldiski FSRU Terminal in Estonia, e per due rigassificatori olandesi (Gate LNG Terminal e Eemshaven FSRU). In Irlanda il terminal GNL di Shannon è in costruzione, mentre in Polonia viene allargato quello di Świnoujście. In Italia incombono nove progetti di cui le FSRU di Piombino e Ravenna sembrano i più imminenti.

Ci è voluta, insomma, la guerra per resuscitare le sorti delle esportazioni in Europa del GNL americano.

Ma, mentre il mercato resuscita, distruggendo col caro gas redditi proletari ed economie nazionali, si spalancano le porte su un’altra guerra.

L’altra guerra

“Il metano è il principale contributore alla formazione di ozono troposferico, un pericoloso inquinante la cui esposizione provoca 1 milione di morti premature ogni anno. Il metano è anche un potente gas serra. In un periodo di 20 anni è 80 volte più potente dell’anidride carbonica in termini di riscaldamento globale.
Il metano ha rappresentato circa il 30 per cento del riscaldamento globale dall’epoca preindustriale e sta proliferando più velocemente che in qualsiasi altro momento dall’inizio della registrazione negli anni ’80. Infatti, secondo i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, anche se le emissioni di anidride carbonica sono diminuite durante i blocchi legati alla pandemia del 2020, il metano atmosferico è aumentato vertiginosamente.
L’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C non può essere raggiunto senza ridurre le emissioni di metano del 40-45% entro il 2030. Una riduzione di questa entità eviterebbe quasi 0,3°C del riscaldamento entro il 2045 e integrerebbe gli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico a lungo termine”.
15

Fra le credenze più diffuse c’è quella che considera il metano come un combustibile di passaggio verso la riconversione ecologica dell’energia. Una panzana alimentata dalla decisione della Commissione Europea di inserire il gas naturale nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili che, sotto la spinta degli interessi legati agli idrocarburi, ha reso le infrastrutture del gas meta di investimenti “green”.

Per quanto completamente falso, questo assioma riecheggia in numerose campagne di greenwashing delle imprese dei combustibili fossili, compresi gli operatori del GNL.

Ora, intendiamoci: il metano (e in particolare quello incombusto) è devastante per il clima sia che venga trasportato tramite gasdotto sia via nave.

È devastante per il clima sia che arrivi dalla Russia, dall’Azerbaigian, dagli Stati Uniti, sia da qualsiasi altro luogo.

Sia che costi poco o molto.

Per questo ne va eliminato l’utilizzo a prescindere, come quello degli altri combustibili fossili, al di là di ogni considerazione economica o geopolitica.

Ma è anche vero che le particolari condizioni e tecniche di estrazione e di trasporto possono aumentarne la nocività e l’impatto ambientale. (Continua)

Note

  1. In: Michael Klare, Washington, game master Le Monde Diplomatique, giugno 2022, p.11. 

  2. Con poche eccezioni. Venne permesso solo a Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia di acquistare petrolio iraniano a un livello fisso. 

  3. Harvard Kennedy School, Belfer Center for Science and International Affairs, Sanctions Against Iran: A Guide to Targets, Terms, and Timetable, 2015, pp.60. 

  4. Marco Valsania, Sanzioni Usa a chi compra dall’Iran, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2012. 

  5. Il petrolio supera i 100 dollari al barile. Greggio alle stelle per le tensionicon l’Iran nel Golfo Persico, La Stampa, 03 Gennaio 2012. 

  6. Nadja Popovich, Livia Albeck-Ripka, Kendra Pierre-Louis, The Trump Administration Rolled Back More Than 100 Environmental Rules. Here’s the Full List, The New York Times, 20 gennaio 2021. Trump ha firmato un ordine esecutivo per tutelare il fracking in Pennsylvania, AGI, 31/10/20. 

  7. Riccardo Barlaam, Gli Usa di Trump superano i sauditi: primi al mondo per l’export di petrolio, Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2019. 

  8. Pompeo outlines ‘maximum pressure’ plan for Iran, Al Monitor, 21 maggio 2018. Annalisa Perteghella, Iran: tornano in vigore le prime sanzioni USA, Ispionline, 05 Agosto 2018 

  9. Gli impatti del barile in rialzo per le sanzioni Usa all’Iran, Quale Energia, 24 aprile 2019. 

  10. Global Energy Monitor, Gas Run Aground, marzo 2022, pp.35. 

  11. Global Energy Monitor, Europe Gas Tracker Report 2022, aprile 2022, pp.23. 

  12. Uniper to Reconsider Plans for LNG Terminal in Germany, Hydrocarbons Technology, November 9, 2020. 

  13. Vanessa Dezem and Anna Shiryaevskaya, German Natural Gas Import Terminal Delayed by Market Volatility, BNN Bloomberg, January 13, 2022. 

  14. Germania, arriva il sesto rigassificatore, Focus Energia, 2 settembre 2022. 

  15. Da: United Nations Environment Programme.

Fonte

30/08/2022

Yemen - La Legione Straniera a presidiare il GNL francese

La battaglia dei paesi europei per l’accaparramento del gas naturale e contro le bollette stratosferiche vede Parigi in prima linea, al punto da inviare la famigerata Legione straniera in Yemen per proteggere l’impianto di gas liquefatto di Balhaf, nella provincia di Shabwa, che è di proprietà della multinazionale francese TotalEnergies SE. Secondo Abubaker Alqirbi, ex ministro degli esteri del governo yemenita riconosciuto dalle monarchie arabe e dall’Occidente, i soldati che compongono la forza militare simbolo del colonialismo francese, si troverebbero già a Shabwa. Il loro compito, ha aggiunto, è quello di garantire il proseguimento dei preparativi per esportare il gas di Balhaf verso la Francia e gli altri paesi europei intenzionati a sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa.

Il passo conferma le difficoltà in cui manovra il presidente Macron, sostenitore accanito della produzione di energia nucleare ma che in questi ultimi mesi ha visto le centrali atomiche del suo paese rallentare per il calo del livello delle acque dei fiumi francesi, dovuto alla siccità. La Francia, nota potenza nucleare, già in passato, durante la calda e secca estate del 2003, ha dovuto frenare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per la scarsità di acqua. L’accademico Jeremy Rifkin, in una intervista di qualche tempo fa, spiegò che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche. E calcoli fatti da specialisti rivelano che un reattore da 1000 Megawatt ha bisogno di 2 milioni e mezzo di acqua al giorno per raffreddarsi.

Senza acqua abbondante per le sue centrali, messo sotto pressione dal gas insufficiente a coprire la domanda interna, Macron ha mandato la forza mercenaria che combatte sotto il tricolore francese, a garantire che l’impianto di Balhaf ritorni pienamente operativo. Lo Yemen non è un grande esportatore di gas in tempo di pace ma ora non esporta nulla a causa della guerra civile che vede i ribelli sciiti Houthi in controllo della capitale Sanaa e di altre ampie porzioni del paese scontrarsi con le forze yemenite governative appoggiate dall’Arabia saudita, dagli Emirati e altri paesi arabi. Parigi, scrive qualche giornale arabo, appare intenzionata a rilanciare l’esportazione del gas yemenita per riportarla per lo meno al livello anteguerra, premurandosi di negoziare con le varie fazioni nemiche e i paesi della regione coinvolti in vario modo nel conflitto (ad eccezione dell’Iran).

Ostacoli ai disegni di Macron non ne mancano. L’impianto di Balhaf è stato trasformato in una base delle milizie pagate dagli Emirati che nei mesi scorsi hanno tenuto a distanza i combattenti Houthi. E le esortazioni lanciate da Mohammed Saleh bin Adyo, l’ex governatore di Shabwa, per esortare i miliziani a lasciare il sito, sono caduti tutti nel vuoto. Abu Dhabi pur essendo alleata di Riyadh (e di Parigi) persegue anche la sua agenda in Yemen e sponsorizza il Consiglio di transizione meridionale e altri gruppi separatisti che cercano di stabilire uno Stato indipendente nel sud del paese. Separatisti che si sono scontrati di recente con le truppe governative non lontano dall’impianto di Balhaf, provocando decine di vittime.

Perciò, anche per la ben addestrata Legione straniera non sarà facile tenere il controllo di una regione tanto instabile nonostante l’accordo per la cooperazione energetica firmato il mese scorso da Parigi e Abu Dhabi che prevede la produzione congiunta di gas liquefatto. Intanto va avanti in un tribunale di Parigi la causa intentata lo scorso 2 giugno da una serie di gruppi per i diritti umani contro tre industrie militari francesi. Sono accusate di complicità in crimini di guerra avendo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati, usate poi, assieme a quelle di altri paesi, per bombardare nello Yemen dove hanno fatto numerose vittime civili.

Fonte

19/08/2022

L’indipendenza energetica ed altre panzane/2

di Alexik

A questo link il capitolo precedente.

Indipendenti con una pistola alla tempia

L’inizio delle pressioni statunitensi per imporre al vecchio continente le proprie forniture di Gas Naturale Liquefatto (GNL) ha una data precisa: il 25 luglio del 2018. Quel giorno il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker si presentò al cospetto di Donald Trump nel tentativo di scongiurare l’estendersi della guerra commerciale che il presidente U.S.A. aveva simpaticamente scatenato contro i propri alleati europei, definendoli come “uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti”, ed imponendogli dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio.

Con “la pistola alla tempia” – cioè la minaccia di estendere i dazi anche all’import di auto – Junker accettò il “rafforzamento della cooperazione strategica sull’energia”, cioè l’impegno ad aumentare le importazioni europee di Gas Naturale Liquefatto dagli Stati Uniti. [1]

In cambio, naturalmente, Trump NON tolse all’U.E. i dazi sull’alluminio e sull’acciaio [2], giusto per ricordare agli europei che la competizione interimperialista non guarda in faccia nessuno.

La svolta protezionista dell’irruento inquilino della Casa Bianca rappresentava un tentativo tardivo di invertire la rotta di quella globalizzazione neoliberista che per più di 20 anni gli Stati Uniti avevano imposto al mondo intero nell’illusione di poterla dominare, e che invece aveva dato avvio al declino della loro egemonia.

Il mondo gli sfuggiva di mano.

Dal suo ingresso nella W.T.O. nel 2001, la Cina si era trasformata nella più grande economia del pianeta [3], attestando il proprio primato mondiale nella produzione manifatturiera, nel commercio internazionale, nell’entità delle sue riserve valutarie e degli investimenti esteri diretti [4].

Emergeva – soprattutto – come primo detentore del debito pubblico statunitense e come primo esportatore di merci negli Stati Uniti, con un avanzo della bilancia dei pagamenti con gli U.S.A. intorno ai 400 miliardi di $ annui.

Attorno a lei, e alla sua alleanza con Brasile, Russia e India, si andava consolidando una nuova governance del mondo, capace di progettare una nuova divisione internazionale del lavoro, una nuova geografia degli scambi, nuove istituzioni finanziarie internazionali (parallele rispetto a quelle controllate dagli Stati Uniti), e la sostituzione del dollaro come moneta di riserva mondiale.

La perdita del controllo da parte degli U.S.A. veniva avvertita anche da una pletora di nuove potenze di media grandezza, che sgomitavano per ritagliarsi le proprie egemonie regionali senza più chiedere il permesso, mentre gli stessi alleati europei dimostravano velleità d’autonomia intensificando la cooperazione energetica con Mosca e proseguendo verso l’accordo sugli investimenti con Pechino.

Una ridefinizione degli equilibri che gli Stati Uniti – come è prassi in occasione di ogni cambio della guardia nell’egemonia mondiale – non potevano che tentare di contrastare con la guerra, che ai tempi di Trump era ancora limitata alla sua versione commerciale.

L’amministrazione Trump aveva riservato alla Cina le principali bordate della guerra dei dazi, con l’aumento delle tariffe doganali su 370 miliardi di dollari di merci cinesi importate. [5]

Ma anche l’Unione Europea (ed in particolare la Germania), troppo incline alla cooperazione col ‘nemico’ doveva essere disciplinata e richiamata all’ordine. L’aumento dei dazi serviva a ricordarle la sua condizione subordinata e, en passant, a ricondurre le sue politiche energetiche sulla retta via.

L’energia è un campo di battaglia

L’imposizione in Europa del GNL americano significava certamente garantire grosse iniezioni di profitti per le compagnie statunitensi dei combustibili fossili, che tradizionalmente determinano – negli States come altrove – le politiche dei governi di ogni colore. [6]

Ma non si trattava solo di questo.

Nella guerra globale l’energia è un campo di battaglia, e gli europei dovevano decidere da quale parte del campo schierarsi. Decidere se difendere l’egemonia americana rinunciando al gas russo, anche a costo di colpire le proprie popolazioni e i propri settori industriali, dilatare il debito pubblico e mandare in recessione le proprie economie.

Nel giugno 2017 – ben prima, dunque, che le truppe russe marciassero su Kiev – il Senato degli Stati Uniti votava a stragrande maggioranza l’approvazione di un disegno di legge che consentiva, fra l’altro, di sanzionare chi forniva capitali, servizi o altro sostegno a progetti per la costruzione, espansione, manutenzione di oleodotti o gasdotti per l’esportazione di energia russa. [7]

Il provvedimento rappresentava un attacco non troppo velato al gasdotto Nord Stream 2 (all’epoca già in costruzione), strategico per garantire l’approvvigionamento dell’industria tedesca in vista della dismissione delle centrali nucleari in Germania e dell’abbandono del carbone. [8]

Ufficialmente, le pressioni per rinunciare al gas russo venivano esercitate per il bene degli europei, per salvaguardarli dal potenziale uso delle forniture di gas come forma di pressione o rappresaglia (“energy weapon”) da parte di Putin.

Si citava a riguardo, come orrido precedente, la decisione presa da Gazprom nel 2014, dopo piazza Maidan, di annullare le agevolazioni sul prezzo del gas destinato all’Ucraina, contrattate in precedenza con l’ex presidente Viktor Yanukovych.

In quell’occasione il prezzo del gas per l’Ucraina salì da 268,5$ a 485 $ per migliaio di metri cubi (mcm). [9]

Oggi che il prezzo europeo sul mercato libero del gas definito all’hub di Amsterdam ha raggiunto i 2.500$ per mcm [10], nessuno grida contro il suo utilizzo come “energy weapon” da parte degli speculatori finanziari e delle imprese dei combustibili fossili.

Altro motivo di apprensione dell’amministrazione U.S.A. riguardava l’effetto potenzialmente dissuasivo che le abbondanti forniture di gas russo all’Europa potevano avere rispetto a nuovi investimenti nello sviluppo del GNL.

In Francia nel 2016 la Commission de Regulation de l’Energie aveva negato – analizzando le forniture già esistenti – la necessità economica di un nuovo gasdotto di interconnessione attraverso i Pirenei, capace di collegare la grande capacità di rigassificazione di GNL della Spagna con il più ampio mercato europeo. [11]

Fatti del genere non dovevano più accadere se si voleva che il GNL americano fluisse copioso attraverso la U.E., e a maggior ragione dopo che l’accordo fra Trump e Juncker cominciò a produrre i suoi effetti.

Da quell’incontro del luglio 2018 fino al gennaio 2022 le esportazioni di GNL USA verso l’Unione Europea sono cresciute di 22 volte.

Nel 2020 gli Stati Uniti sono diventati il primo fornitore in Europa di gas liquefatto. [12]


Probabilmente Trump non ammetterebbe mai di dovere buona parte di questo risultato alle politiche del suo predecessore, alla scelta, cioè, di Barak Obama – catastrofica dal punto di vista ambientale, sociale e climatico – di spingere sulla fratturazione idraulica per l’estrazione di gas e petrolio di scisto. Scelta che ha portato gli Stati Uniti ad uno status di sostanziale autosufficienza energetica.

Tale condizione ha permesso agli U.S.A. non solo un notevole vantaggio competitivo rispetto alle economie concorrenti, su cui pesa invece l’onere delle importazioni energetiche, ma anche di poter esercitare una maggiore aggressività nei rapporti internazionali.

Questo perchè, prima dello sviluppo dello scisto, la possibilità degli U.S.A. di imporre sanzioni contro paesi produttori di idrocarburi era limitata dal fatto che gli U.S.A. stessi ne avrebbero potuto subire le conseguenze, in termini di tensioni sui prezzi di gas e petrolio nei mercati internazionali.

Ora che la loro produzione interna li mette relativamente al riparo da tali tensioni, possono permettersi di far pagare anche questo particolare capitolo delle loro guerre a quella parte di mondo che non produce energia. (Continua)

Note

1) Cat Contiguglia, Trump: EU is one of United States’ biggest foes, www.politico.eu, 15 luglio 2018. Anna Mikulska, A Closer Look at the Trump and Juncker Agreement, Kleinman Center for Energy Policy, 31 luglio 2018.

2) I dazi da entrambe le parti vennero revocati alla fine di ottobre 2021, sotto la presidenza Biden. Brahim Maarad, La guerra dei dazi tra Usa e Ue è finita, 31 ottobre 2021.

3) Sulla base della “purchasing power parity“. Relativamente al PIL è ancora in seconda posizione dopo gli U.S.A.

4) China’s Economic Rise: History, Trends, Challenges, and Implications for the United States, EveryCRSReport, 12 luglio 2006. Rosaria Amato, La Cina primo Paese al mondo per investimenti esteri diretti, La Repubblica, 25 gennaio 2021.

5) Le cifre si riferiscono al periodo 2018/19. L’aumento dei dazi sulle merci cinesi venne attuato previa investigazione sulla base della sezione 301 del Trade Act – che autorizza il presidente ad adottare ritorsioni contro pratiche di governi stranieri che limitino il commercio degli U.S.A. In: Elena Dal Maso, Gli Usa rivedono dazi sulla Cina per 370 miliardi dopo i giochi di guerra su Taiwan. Che cosa accadrà ora, Milano Finanza, 11 agosto 2022.

6) Va detto che Donald Trump ne incarnava particolarmente gli interessi, sia come esponente del negazionismo climatico che come promotore, nel corso del suo mandato, di 112 provvedimenti di deregulation ambientale, in gran parte a favore dell’industria petrolifera e gasiera. Come, ad esempio, il piano per l’estrazione di petrolio e gas nell’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, l’apertura alla trivellazione su 18 milioni di acri nella National Petroleum Reserve, il via libera alla costruzione del Dakota Access pipeline, l’abrogazione di norme sull’inquinamento da fracking, l’alleggerimento di quelle sulla sicurezza delle perforazioni petrolifere offshore, e così via. Per la lista completa vedi: Nadja Popovich, Livia Albeck-Ripka, Kendra Pierre-Louis, The Trump Administration Rolled Back More Than 100 Environmental Rules. Here’s the Full List, The New York Times, 20 gennaio 2021.

7) Rice University, Baker Institute for Public Policy, Russia’s Use of the “Energy Weapon” in Europe, Issue Brief 18 luglio 2017, p. 1

8) Decisioni prese da Berlino in seguito alla catastrofe di Fukushima ed agli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici.

9) Rice University, Baker Institute for Public Policy, Russia’s Use of the “Energy Weapon” in Europe, Issue Brief 18 luglio 2017, p. 3.

10) Gazprom avverte l’Europa: con l’inverno il prezzo del gas potrebbe aumentare di un altro 60%, Rai News, 16 agosto 2022.

11) Rice University, Baker Institute for Public Policy, Russia’s Use of the “Energy Weapon” in Europe, Issue Brief 18 luglio 2017, p. 5.

12) Concerned Health Professionals of New York and the Science, Environmental Health Network, Physicians for Social Responsibility, Compendium of Scientific, Medical, and Media Findings Demonstrating Risks and Harms of Fracking and Associated Gas and Oil Infrastructure, Ottava edizione, aprile 2022, pp. 11/18.

Fonte