Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/09/2025

Gasdotto game changer

di Michelangelo Cocco

Dopo una trattativa durata un decennio, la firma di Pechino e Mosca al “memorandum d’intesa vincolante” su Power of Siberia2 è stata apposta il 2 settembre scorso, alla vigilia della parata militare di piazza Tiananmen per la Giornata della vittoria, alla quale ha presenziato il presidente russo, Vladimir Putin. Un momento scelto per sottolineare che il nuovo impianto – che, a partire dal 2030, porterà dalla Russia alla Cina 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per trent’anni – ha anche un valore politico: contribuisce a cementare quella che è, di fatto, un’alleanza tra i due vicini, coltivata a lungo da Xi Jinping e in linea con la direttiva putiniana di “guardare a oriente”.

L’annuncio dell’accordo in grado di cambiare (a danno degli Stati Uniti) gli equilibri del mercato globale del gas è stato dato solo dalla parte russa, mentre i cinesi rimangono silenti, uno dei tanti segnali degli attuali rapporti di forza tra i due paesi: Mosca è ansiosa di compensare le perdite subite a causa del blocco delle importazioni europee in risposta all’invasione dell’Ucraina, Pechino non ha fretta e punta a strappare il prezzo più basso. C’è chi evidenzia che il memorandum non è ancora l’accordo definitivo. I russi, intanto, se lo sono venduto come tale.

Nel documento siglato però sono esplicitati solo i termini generali dell’intesa e non si fa menzione del prezzo. «Le trattative ora si concentreranno sul finanziamento della costruzione del gasdotto e sulle condizioni commerciali della fornitura», ha dichiarato martedì a Pechino l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, secondo l’agenzia di stampa statale Tass.

Tuttavia, anche se non c’è ancora il prezzo al metro cubo, Power of Siberia2 – con i suoi 2.600 chilometri di tubazioni dalla Russia alla Cina, attraverso la Mongolia – rappresenta potenzialmente un game changer, una svolta per il mercato globale del gas. Infatti è in grado di raddoppiare l’offerta russa via gasdotto e ridurre quella di gas naturale liquefatto (Gnl) da parte di Stati Uniti, Australia e Qatar. Nello stesso tempo, la Cina aumenterà la sua quota di gas importato dalla Russia attraverso gasdotti ben oltre l’attuale 40 per cento.

Il fatto è che la tensione con gli Stati Uniti è salita a tal punto che, pur di fare, anche se non formalmente, blocco con la Russia, la Cina (ufficialmente contraria alla politica dei blocchi) accetta di diventare per il gas sempre più dipendente dalla Russia, contraddicendo la sua tradizionale politica di accentuata diversificazione energetica (mentre l’economia Russa diventa, nel complesso, più dipendente dalla Cina).

Mercoledì la TASS ha riferito che la russa Gazprom (che sarà la proprietaria di Power of Siberia2) e la cinese China National Petroleum Corporation hanno firmato anche altri accordi, per potenziare le forniture attraverso due gasdotti. Il volume attraverso Power of Siberia (entrato in funzione a dicembre 2019) aumenterà da 38 a 44 miliardi di metri cubi all’anno, e la capacità annuale della prevista rotta dell’Estremo Oriente salirà da 10 a 12 miliardi di metri cubi. In questo modo, quando tutti e tre gli impianti funzioneranno a pieno regime, la Russia esporterà in Cina 106 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ancora solo la metà dei 200 miliardi di metri cubi che – dati Gazprom – esportava in Europa prima dell’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.

E così, mentre la Russia potrà assorbire in parte i contraccolpi causati dallo stop delle importazioni dall’Unione Europea, la Cina potrà ridurre quelle di Gnl, che viene trasportato via mare, dunque più soggetto all’instabilità geopolitica.

Nel 2024, il gas naturale liquefatto costituiva il 58 per cento dei 181,7 miliardi di metri cubi di importazioni cinesi di gas, con l’80 per cento delle forniture provenienti da Australia, Qatar, Russia, Malesia e Stati Uniti; mentre quello via gasdotto rappresentava il 42 per cento, quota dominata da Turkmenistan e Russia.

L’accordo Cina-Russia su Power of Siberia2 potrebbe far cambiare progetti alle compagnie che stanno attualmente valutando se investire ulteriormente nella costruzione di terminali di esportazione di Gnl, in particolare negli Stati Uniti, ha spiegato al Financial Times Anne-Sophie Corbeau, ricercatrice presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University: «Questo è un segnale molto chiaro... improvvisamente stiamo togliendo 50 miliardi di metri cubi [di domanda] dall’equazione. Se fossi tra coloro che devono prendere decisioni finali di investimento adesso, sarei un po' preoccupata».

L’annuncio dell’intesa è arrivato proprio mentre Donald Trump – che ha già punito per questo l’India con dazi addizionali ad hoc del 25 per cento – potrebbe colpire altri paesi che acquistano energia dalla Russia, mentre, secondo quanto riferito da funzionari della Casa Bianca, il presidente Usa ha invitato l’Europa a sospendere del tutto l’acquisto di petrolio dalla Russia e i leader europei a «esercitare pressioni economiche sulla Cina, che finanzia lo sforzo bellico russo».

Alle parole di Trump è arrivata la risposta del portavoce del ministero degli esteri di Pechino, Guo Jiakun, che il 5 settembre ha dichiarato che la Cina non ha né creato la crisi (la guerra in Ucraina, ndr), né vi è coinvolta. «Ci opponiamo con fermezza alla pratica di accusare in continuazione la Cina e alle cosiddette “pressioni economiche” contro la Cina», ha protestato Guo.

Pechino insomma ostenta sicurezza di fronte alle pressioni Usa. È significativo che la settimana precedente l’accordo su Power of Siberia2 la Cina abbia importato il suo primo carico di Gnl dall’impianto russo Arctic LNG 2, nonostante le pesanti sanzioni statunitensi, minando così i tentativi di Trump di isolare Mosca e fare pressione su Putin. Altri carichi provenienti dall’impianto potrebbero essere diretti in Cina, proprio mentre gli Usa, nell’ambito dei nuovi accordi strappati ai loro partner commerciali, stanno imponendo a diversi paesi l’aumento delle importazioni di Gnl Usa.

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23/12/2024

Fico e Putin a colloquio, cartina tornasole delle contraddizioni UE sull'Ucraina

di Francesco Dall'Aglio

Si è da poco concluso l'incontro a Mosca tra Putin e il capo del Governo slovacco Robert Fico. Mistero sui temi del colloquio: i due non hanno rilasciato dichiarazioni e anche Peskov non ha voluto dire nulla, limitandosi a fare la faccia vaga. Sembra abbastanza ovvio che i due abbiano discusso di questioni energetiche, vista la polemica abbastanza accesa che si è scatenata tra Fico e Zelensky a proposito della decisione ucraina di sospendere dal 1 gennaio 2025 ogni transito di gas russo sul suo territorio (transito per il quale riceve tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari l'anno, a fronte di un guadagno per la Russia di 3 miliardi. Nell'articolo Reuters alcune cifre. Per quanto riguarda il petrolio invece il transito dovrebbe essere garantito fino alla scadenza del contratto nel 2029).

L'interruzione delle forniture sarebbe un problema abbastanza grave per la Slovacchia, che dalla Russia riceve 2/3 del suo fabbisogno di gas, oltre che per l'Ungheria la quale, sebbene sia riuscita ad ottenere dagli USA una proroga di tre mesi per poter continuare a versare soldi sul conto della Gazprombank, non potrà versare nulla se il gas sarà interrotto tra pochi giorni.

La Commissione Europea non pare interessata al problema (e questo anche se l'ultima volta che ho controllato sia la Slovacchia che l'Ungheria facevano ancora parte dell'UE) e se ne lava le mani, dicendo che possono comprare gas altrove: il che è certamente vero, ma lo pagherebbero molto di più di quanto lo pagano ora, sia perché quello trasportato per nave ha un costo sensibilmente maggiore sia perché i paesi che lo trasferirebbero, tipo la Croazia, hanno immediatamente alzato le tariffe del transito in un'alto slancio di commovente solidarietà. Inoltre Fico è abbastanza preoccupato che il gasdotto possa essere considerato un obiettivo militare una volta che avrà esaurito la sua funzione ed essere distrutto, non tornando in funzione nemmeno dopo la fine della guerra.

Né la questione del gas è l'unico problema per l'Europa centro-orientale. Continua infatti a tenere banco la questione agricola, di cui ha parlato Orbán sabato mattina, nella conferenza stampa di fine anno: oltre a lamentarsi anche lui della situazione del gas, ha detto che l'importazione di prodotti agricoli ucraini deve essere regolamentata o il settore agricolo ungherese ed europeo verrebbe distrutto, e che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione "farebbe chiudere il negozio" (qui tutta la conferenza stampa, e un ringraziamento al mio agente a Budapest, Davide Galluzzi).

Dell'agricoltura si preoccupano anche Moldavia, Polonia, Romania e Bulgaria, e quest'ultima anche del destino della Lukoil che a Varna ha la più grande raffineria al di fuori del territorio russo e tra assunti, indotto e rete di distribuzione dà lavoro a qualche migliaio di persone. E infatti qualcosa si muove anche sul fianco sud: al di là del circo a tre piste romeno, dove si è scoperto che la maligna rete di influencer russi che hanno portato alla vittoria di Georgescu al primo turno è stata in realtà pagata dai liberali per colpire i socialdemocratici e che poi, quando la cosa gli è esplosa in mano, si sono affrettati a buttarla in caciara dando la colpa ai russi che tanto così non sbagli mai, un po' a sorpresa (viste le dichiarazioni sempre iper-atlantiste dei partiti di governo, se la Bulgaria avesse un governo) Dimităr Glavčev, primo ministro a interim in attesa delle ennesime elezioni anticipate, non ha firmato l'accordo decennale di sicurezza con l'Ucraina che era stato annunciato con grande entusiasmo qualche tempo fa, dal quale si era già sfilato Boyko Borisov, capo del partito di maggioranza relativa GERB.

Per chiudere in bellezza, pare che anche Scholz e Duda abbiano litigato per bene, con Scholz che ha accusato il presidente polacco di non capire che la decisione, sostenuta dalla Polonia, di impiegare a favore dell'Ucraina i famosi quasi 300 miliardi di euro di fondi russi congelati in Europa devasterebbe i mercati finanziari europei e che sarebbe appunto un problema nostro, visto che in Polonia l'euro non è in uso (e non è forse un caso che i paesi più disinvolti sulla questione siano appunto quelli che l'Euro non ce l'hanno, tipo appunto la Polonia o la Gran Bretagna, tanto che un sospetto, diciamo, uno se lo potrebbe anche far venire).

Pare insomma evidente che un bel po' di paesi del "fronte orientale" della NATO/UE, che tanto non c'è più alcuna differenza, si stanno sganciando o stanno almeno provando a farlo. Ora è molto facile, come fa la nostra stampa, dire che lo fanno perché sono preda della propaganda russa, oppure perché amano i modi dittatoriali di Putin – in fondo questi popoli sono a noi inferiori, forse solo culturalmente o forse proprio geneticamente, e hanno dunque un deficit di democrazia che non si è ancora riuscito a colmare.

La realtà è molto più semplice, e la vediamo anche col caso della Georgia, paese che solo uno sciocco potrebbe definire "filorusso": a differenza nostra qualche ragioniere da quelle parti è evidentemente rimasto, e passata la sbornia due conti hanno iniziato a farseli. Senza la Russia le loro economie collasseranno, con l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione peggio ancora, visto che lì finirebbero anche tutti i fondi di sviluppo, e l'unico meccanismo di solidarietà europeo è la concessione di comprare altrove a prezzi maggiorati. Che ricorda un po' le brioches di Maria Antonietta.

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29/09/2022

I gasdotti sabotati inutilizzabili per sempre? Un atto di guerra


Nonostante la disinformazione diffusa sui e dai media occidentali, il quadro delle responsabilità sul sabotaggio ai gasdotti che portavano il gas russo in Germania ed Europa si va definendo fin troppo chiaramente.

Il livello dei danni causati da sabotaggi condotti con “estrema professionalità”, in zone marine controllate dalla Nato, è coerente con l’obiettivo dichiarato di paesi come Usa, Polonia, Gran Bretagna e Repubbliche Baltiche di interrompere irreversibilmente le arterie energetiche tra Russia e Germania/Europa, una dinamica che non lascia troppi dubbi.

Il sabotaggio di una infrastruttura strategica come i due gasdotti presenta tutte le caratteristiche di un’azione bellica operata da “una parte della Nato” contro la Russia, ma anche un punto di non ritorno contro ogni “tentennamento europeo” sulle forniture di gas russo.

La guardia costiera svedese ha confermato una quarta perdita di gas nei due gasdotti Nord Stream. Lo riferisce al quotidiano Svenska Dagbladet il portavoce della guardia costiera, Jenny Larsson, secondo cui la quarta falla si trova nel gasdotto Nord Stream 2, a un livello intermedio fra le altre due riscontrate nel Nord Stream 1.

Secondo Larsson, delle quattro perdite di gas, due si trovano nella zona economica esclusiva della Svezia e le altre in quella danese, due aree sotto stretto controllo della Nato. Come dimostra la mappa in pratica è “il cortile di casa” della Nato.

A Berlino le orecchie fischiano dolorosamente. Fonti degli apparati di sicurezza tedeschi affermano che tre delle quattro condotte dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico potrebbero essere inutilizzabili per sempre a seguito delle falle che si sono aperte nelle tubature. Il primo è operativo da anni, il secondo è stato bloccato unilateralmente dalla Germania su esplicita pressione degli Stati Uniti.

Secondo tali fonti, se l’infrastruttura non verrà riparata rapidamente, le condotte saranno corrose dall’acqua del mare. Il ministero degli Esteri tedesco ha costituito una specifica unità di crisi per indagare e seguire le conseguenze dei sabotaggi ai due gasdotti che collegano la Russia con la Germania. Come primo passo, sono stati intensificati i controlli della Polizia federale nelle acque della Germania, in particolare lungo le rotte rilevanti per le infrastrutture critiche.

Gli incidenti sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 sono avvenuti in una zona controllata dall’intelligence statunitense ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa russa Ria Novosti.

La Zacharova ha ricordato che gli incidenti si sono verificati nella zona economica esclusiva di Danimarca e Svezia, due paesi “legati alla Nato” e “completamente controllati dai servizi speciali statunitensi”. La Zakharova ha espresso la sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero “il pieno controllo della situazione”.

La Procura generale russa ha comunicato l’apertura di un’indagine per terrorismo internazionale sui danni subiti dai gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico. Sul proprio canale Telegram, la magistratura ha affermato che, “non più tardi del 26 settembre 2022, presso l’isola di Bornholm, sono stati commessi atti intenzionali volti a danneggiare” le due infrastrutture. Tali incidenti hanno “inflitto alla Russia notevoli danni economici”.

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10/09/2021

Terminati i lavori al North Stream 2

Il gasdotto della discordia Nord Stream 2 che collega la Russia e la Germania è terminato, ha detto Aleksey Miller Presidente del Consiglio di Amministrazione della Gazprom questa mattina durante una riunione operativa.

Aleksey Miller, Presidente del Consiglio di Amministrazione della società Gazprom, ha oggi riferito durante una riunione operativa che il gasdotto che collega la Russia e la Germania è stato terminato alle ore 8.45 ora di Mosca. Il gasdotto della discordia è finalmente arrivato al suo termine.

Gli Stati Uniti si sono da sempre opposti alla costruzione del Nord Stream 2 arrivando a porre delle sanzioni a tutte le aziende che partecipavano alla costruzione comprese le compagnie di assicurazione e di certificazione dell’opera. Le amministrazioni statunitensi presiedute da Donald Trump e Joe Biden hanno fatto di tutto per impedire che la costruzione del gasdotto arrivasse al termine.

Le preoccupazioni degli Stati Uniti riguardavano in primo luogo l’aspetto geopolitico che l’opera avrebbe rivestito. Infatti, secondo le amministrazioni statunitensi, acquistare il gas russo da parte dell’Unione Europea avrebbe significato avvicinarsi troppo alla Russia con la conseguente dipendenza dalle sue forniture. In realtà dietro le riluttanze degli Stati Uniti verso il Nord Stream 2 c’era anche il fatto che acquistando il gas russo l’Unione Europea non avrebbe acquistato il gas liquefatto statunitense che, per inciso, ha un costo maggiore dati gli alti costi di trasporto.

Anche l’Ucraina, per paura di perdere gli introiti riguardanti il passaggio del gas dai suoi gasdotti, si era sempre opposta alla costruzione del Nord Stream 2. Dietro questa posizione però si celava anche la scelta da parte del governo ucraino di assecondare qualunque posizione politica statunitense.

La conclusione della costruzione del Nord Stream 2 rappresenta inoltre una grande sconfitta delle politiche sanzionatorie messe in atto dagli Stati Uniti per impedirne la realizzazione. La caparbietà della Germania e della Russia, che hanno messo avanti agli aspetti geopolitici i propri interessi economici, dimostra che è possibile non sottostare ai diktat imposti dalla Casa bianca. Basta volerlo e non inginocchiarsi sempre allo Zio Sam.

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06/08/2019

Il grande gioco del gas nell'Egeo: nuove alleanze e conflitti

di Alberto Negri

In vacanza alle Cicladi o nel Dodecaneso probabilmente i turisti italiani ed europei si rilassano giustamente senza pensieri. Eppure il Mare Egeo è al centro di uno dei più grandi e strategici programmi energetici mondiali che tra l’altro ci riguarda direttamente.

Non solo. La Grecia, un tempo assai filo-araba e filo-palestinese, appare sempre più legata a Israele, alleato di primo piano per contenere le ambizioni della Turchia di Erdogan che, sfidando la minaccia di sanzioni europee, rivendica senza limiti il diritto a esplorare i giacimenti di gas della piattaforma sottomarina di Cipro e della Grecia. E da qualche giorno è scattato da parte greca l’allarme per l’annuncio della Turchia di volere cominciare a metà agosto le esplorazioni in un’area marina che va da Sud di Rodi alla mitica Castellorizo, che per noi significa una parte della nostra storia e anche un Oscar per il film di Salvatores, Mediterraneo.

A niente, per ora, sembra siano serviti gli avvertimenti europei sulla “zona esclusiva” di sfruttamento degli idrocarburi di Cipro e neppure le rassicurazioni del segretario di stato Usa Mike Pompeo: le relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia, membro storico della Nato, attraversano una fase tempestosa per la fornitura dei missili russi S-400 e il contemporaneo congelamento della consegna dei caccia F-35 americani ad Ankara.

La posta in gioco nel Mediterraneo sud-orientale è alta. A dicembre del 2017, Israele, Italia, Grecia e Cipro hanno firmato un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto East-Med. Se realizzato il gasdotto sottomarino East-Med sarà il più esteso e più profondo al mondo: lungo 2.200 chilometri e profondo 3 chilometri. Il costo previsto dell’infrastruttura è di circa 6-7 miliardi di dollari, alto ma certo non impossibile.

Il progetto East-Med è ancora più ampio.

Soprattutto se si considerano le connessioni con l’Egitto dove l’Eni ha scoperto il giacimento di gas di Zohr, il maggiore del Mediterraneo. Ma a essere coinvolti sono anche il Libano e la stessa piattaforma marittima palestinese. E ovviamente in primo piano sono anche la Turchia e gli Stati Uniti. La prima è fermamente intenzionata a reclamare la propria “profondità strategica” nel Mediterraneo orientale e a ribadire le sue rivendicazioni perla comunità turco-cipriota. Washington segue con attenzione tutti gli sviluppi per capire come l’Europa può ridurre la sua dipendenza dalle forniture di gas della Russia, in particolare adesso che Mosca e Ankara appaiono intenzionate a concludere il gasdotto del Turkish Stream per aggirare il passaggio in Ucraina, il nodo internazionale più intricato per Putin che, dopo l’annessione della Crimea, costa alla Russia sanzioni, isolamento e una guerra per procura nel Donbass.

Dobbiamo ricordare che l’Europa produce solo un quarto del gas che consuma e ne importa il 75 percento, al punto che la Germania ha da qualche tempo concluso un accordo per la realizzazione del Nord Stream, un altro gasdotto con la Russia che non è per niente piaciuto agli americani. Così osteggiato da Washington che gli Usa hanno costretto la cancelliera Angela Merkel ad acquistare gas liquido americano (più caro e meno competitivo) come compensazione.

Insomma davanti alle isole delle vacanze si sta giocando il Great Game, il Grande Gioco del gas e si decidono gli equilibri strategici ed energetici di un futuro che è alle porte. Da noi se ne parla poco o per niente, si preferisce dibattere di una gita galeotta con una moto d’acqua della polizia o di una crociera in pedalò. I nostri protagonisti sono questi. Che tenerezza.

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25/02/2018

Afghanistan, nuovi attentati per la supremazia jihadista

I taliban nelle province di Helmand e Farah, l’Isis afghano a Kabul. Dopo neppure un mese riprende la sfida a distanza fra i due gruppi che si contendono la supremazia jihadista nel Paese. E dunque un commando talib ha attaccato stamane una base militare a Humvee e successivamente ha fatto esplodere un’autobomba presso il fortino dell’Intelligence locale a Lashkar Gah, una delle città fortemente insidiate dal contropotere territoriale talebano. Altro agguato dei turbanti a Bala Boluk, ed è il più sanguinoso. Solo qui si contano diciotto morti, tutti militari di guardia al check point preso di mira dalla guerriglia. In totale le vittime accertate della mattinata s’aggirano sulle doppia dozzina, comprese le tre o quattro vittime civili registrate nella capitale. Lì nei pressi della zona verde, area diplomatica centrale e teoricamente controllatissima, un attentatore suicida s’è fatto esplodere coinvolgendo alcuni passanti. Era stato notato dai militari di vedetta per l’insolito abbigliamento: portava al collo una cravatta che lo stesso personale diplomatico sul territorio omette. All’intimare delle guardie di farsi riconoscere, l’uomo azionava l’ordigno che indossava sotto la giacca. Deflagrazione e sangue a fiotti. Secondo un copione consolidatissimo si registrano anche diversi feriti, due in condizioni critiche.

L’attacco a Kabul, rivendicato dall’Isis, pur non riuscendo a colpire direttamente il quartier generale della Nato e l’ambasciata statunitense, sembrerebbe diretto simbolicamente proprio a essi, visto che nel corso del mese di fuoco (28 dicembre 2017-27 gennaio 2018) l’amministrazione Trump aveva annunciato di attuare l’incremento di militari statunitensi, sebbene il numero resti circoscritto alle 3.000 unità proposte. Il governo locale ha lanciato solo laconici comunicati sui nuovi luttuosi eventi che vedono le forze di sicurezza incapaci non solo di prevenirli, ma spesso di gestire l’emergenza sulla linea di fuoco. Mostrando, d’altro canto, una pseudo normalità grande enfasi in questi giorni viene data all’avvìo dei lavori sul territorio afghano del famoso gasdotto denominato TAPI, acronimo ripreso dalle nazioni attraversate dall’opera (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India). Cosicché nella provincia di Herat, delegazioni provenienti da varie località sono intervenute alla cerimonia d’inaugurazione, vestendo costumi tradizionali e inscenando intermezzi musicali e danzanti. Secondo dichiarazioni raccolte da Tolo-tv il governatore, un rappresentante del comitato della cittadinanza, un esponente tribale hanno parlato di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro grazie a quest’opera.

C’è un piccolo particolare. Il gasdotto, già nei piani statunitensi ai tempi delle presidenze Clinton che vedeva (e vede assieme alla saudita Delta Oil) la Unocal al vertice dell’impresa, attraversa per quasi 800 km il territorio afghano lungo le province di Herat, Kandahar, Helmand. Le ultime due se non ufficialmente a guida talebana poco ci manca. Dunque i talebani nel bene e nel male, rappresentati da sabotaggi d’ogni tipo, sono un soggetto con cui le imprese costruttrici devono fare i conti. Per anni, lo stesso conflitto e la via dell’oppio hanno insegnato come il business pur di procedere paga qualsiasi prezzo, perciò l’accordo è e dovrebbe essere possibile almeno con l’interlocutore talebano, interessato alle sorti del territorio e dello stato afghano addirittura con mire di governo. Ora, però, è spuntato un terzo incomodo: l’Isis locale, che sia nelle figure della diaspora talib, sia nelle nuove leve dell’Islamic State Khorasan Province, sembra disinteressato ai patteggiamenti e potrebbe seguire direttive diverse. Insomma la partita dell’acclamato investimento del TAPI – che rispetto alle altre nazioni coinvolte porta all’Afghanistan una quota ridotta sia di consumi di metano (4 milioni di metri cubi giornalieri dagli iniziali 14), sia d’introiti per l’attraversamento – non è affatto scontata sul fronte della sicurezza. E gli obiettivi simbolici che i jihadisti d’ogni fronte continuano a colpire, potranno rivolgere il mirino anche sull’investimento del gas, quale ennesimo tassello d’instabilità duratura.

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18/12/2017

Il tentato colpo di mano del governo contro i No Tap

Ale’, il governo del “pacato” Gentiloni ha inserito un emendamento alla manovra di bilancio che dichiara il #TAP “opera di interesse nazionale” e prevede, pertanto, l’arresto immediato per chiunque manifesti nei pressi dei cantieri del costruendo gasdotto.

Dopo la truffa a marchio #UE della “Xilella” ed il conseguente espianto di migliaia di ulivi secolari, arriva ora il bastone contro la popolazione che non accetta la devastazione del proprio territorio e dell’economia locale.

E’ un film già visto con la #TAV, la musica non cambia. E allora occorre rompere con questo governo che ha goduto di ampie complicità anche da chi oggi cerca frettolosamente di rifarsi una verginità elettorale “a sinistra”.

Ma soprattutto occorre rompere con un’#UnioneEuropea che ha scelto di stare nella competizione globale calpestando popoli, territori, democrazia e di affidare ai governi nazionali mere funzioni di polizia e di repressione del dissenso e di chiunque si frapponga alla costruzione di “grandi opere” che fanno solo grandi i profitti di quei grandi gruppi finanziari che praticano il lobbismo selvaggio a Bruxelles.

#NoTAP

p.s.

L’emendamento, “al fine di garantire il regolare svolgimento dei lavori e tutelare la sicurezza del personale impegnato per la realizzazione dell’infrastruttura”, avrebbe applicato le pene previste dal codice penale a chi senza autorizzazione avesse travalicato i confini del cantiere o ne avesse impedito l’accesso: il Codice prevede anche l’arresto, da tre mesi a un anno.

Non è poi passato, in Commissione Bilancio della Camera, per l’opposizione dei Cinque Stelle e dei bersaniani. Ma per qualificare la “statura democratica” del governo targato Pd-Verdini-Berlusconi… basta l’intenzione.

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07/12/2017

No Tap! Sciopero generale a Melendugno



Ieri, mercoledì 6 dicembre, sciopero generale a Melendugno. Tutto il paese si è fermato e un corteo si è mosso fino a San Foca, per dire NO al Tap e alla repressione contro il movimento popolare che difende gli ulivi centenari e rifiuta la “grande opera” che serve tanto alla Germania e a chi la costruisce.

Almeno tremila persone hanno sfilato oggi in corteo a Melendugno nel giorno dello “sciopero” contro il contestato gasdotto Tap che prevede l’approdo a San Foca. La manifestazione è stata aperta dai bambini e dagli studenti, poi ci sono intere famiglie, persone giunte dai paesi limitrofi, cittadini di ogni età. Lungo tutto il tragitto era impossibile trovare un’attività aperta, nemmeno un bar per un caffè: sportelli fruibili solo nell’ufficio postale. Il centro di Melendugno è tappezzato di manifesti: “chiudo per dignità”.

Al termine del corteo la gente si è radunata in piazza dove si sono succeduti gli interventi. Il sindaco Potì ha letto un messaggio di solidarietà e vicinanza inviato anche dai parroci del comprensorio, con l’autorizzazione del vescovo di Lecce, Michele Seccia, che ha subito preso una posizione di contrarietà rispetto all’infrastruttura energetica, i cui lavori stanno entrando in fase operativa con un lungo muro cinto di filo spinato che circonda il cantiere.

Centrale anche il discorso contro la repressione delle lotte. che vuole imporre una nuova dittatura.

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14/08/2017

O c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Intervista a Elena Gerebizza sul Trans Adriatic Pipeline (TAP)


L’associazione Re:Common da sempre si occupa di grandi opere inutili, distruzione dei territori, politiche energetiche.

Recentemente ha curato la pubblicazione di “L’alleato azero”, una graphic novel illustrata da Claudia Giuliani in cui è raccontata la storia di Khadija Ismayilova, giornalista che ha patito il carcere a causa del suo lavoro di inchiesta sugli interessi e i traffici di Ilham Aliyev, presidente azero, e della sua famiglia. Il 20 giugno scorso abbiamo intercettato Elena Gerebizza, che di Re:Common è parte integrante, al CSOA Gabrio di Torino e le abbiamo posto delle domande sulla questione TAP e su “L’alleato azero”.

AM: Del TAP si è molto parlato a proposito del suo approdo sulle coste pugliesi, ma il progetto prevede di rifornire Nord Italia e Centro Europa, passando inevitabilmente per l’Appennino. A che stato di avanzamento è il progetto su questa parte, e quali sono gli impatti previsti? È vero che il gasdotto passa nell’area interessata dal sisma in centro Italia?

EG: Il TAP si ferma a Melendugno, almeno secondo la descrizione “istituzionale”, cioè la descrizione del progetto data dai governi e dal consorzio TAP. La verità è che se uno guarda veramente cosa stanno costruendo, questo corridoio che nasce in Azerbaigian – e che dovrebbe nascere addirittura in Turkmenistan, ma per ora non sono riusciti a trovare un accordo – arrivato in Italia, da Melendugno prosegue verso nord e cambia nome e quindi la VIA (Valutazione di impatto ambientale) ha un iter diverso, però di fatto è un corridoio unico che quindi punta a prendere gas dall’Azerbaigian – e da altri luoghi forse, perché l’Azerbaigian non ha le riserve che sostiene d’avere – e trasportarlo verso l’Europa. Un’Europa abbastanza indefinita, perché di fatto non c’è un bisogno reale che motivi la richiesta di questo gas. C’è l’idea di costruire un grande mercato del gas in Europa, idea guidata non dalla valutazione reale di quel che serve in Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea, ma piuttosto dall’idea del “costruiamolo così ci facciamo i soldi”, facciamolo perché siccome sta finendo il petrolio abbiamo bisogno di trovare un’altra merce da rendere una commodity, come viene denominata, in modo che possa essere una sorta di base materiale per costruire poi un ulteriore sviluppo dei mercati finanziari radicati sul commercio di gas.

Il problema qual è, però? Mentre il petrolio è facilmente trasportabile, infatti una volta estratto e caricato su una nave lo muovi come vuoi, il gas ha bisogno di essere liquefatto e rigassificato se lo trasporti via mare, o se lo trasporti su terra abbisogna di infrastrutture di un certo tipo, per cui l’investimento che va fatto è enorme. In più, quello che il privato vuole è che questo investimento sia pagato dal pubblico, perché questi soggetti privati sostengono “noi ci preoccupiamo, per il bene di tutti, di trovare il gas, voi dovete costruire le vie di trasporto e tutte le infrastrutture necessarie”. Non si tratta solo di gasdotti, ma vediamo – sia nella tratta sud, che va dall’Azerbaigian a Melendugno, che nella tratta appenninica – che è prevista anche la realizzazione di centrali a compressione spinta e depositi del gas, quindi è una cosa molto articolata. La domanda vera è: ammesso che questo pubblico decida di pagare, ha i soldi per farlo? Perché comunque queste sono tutte risorse che se mettiamo lì non mettiamo da altre parti. Nel caso del TAP si sta vedendo che in realtà queste risorse, al momento, ancora non sono state messe sul tavolo. Le richieste sono state fatte, a diverse banche pubbliche europee, ma ancora i prestiti non sono stati concessi.

Per la tratta appenninica la vicenda è iniziata più o meno nello stesso periodo storico, perché il momento in cui si è pensato il TAP è anche il momento in cui si iniziava a sviluppare, come idea, la rete adriatica, poi quest’ultima è partita prima, perché l’hanno astutamente divisa in blocchi e quindi hanno provato ad avviare la realizzazione nelle tratte dove era più semplice costruire questo tubo, sempre partendo dal fatto che nessuno è stato realmente informato su quello che si stava costruendo in quel territorio. È mancata l’informazione su cos’era, quale livello di rischio comportava, a chi serviva o meglio, se serviva o non serviva a qualcuno.

AM: Il primo promotore dell’opera chi è stato?

EG: Un primo promotore è difficile trovarlo, però sicuramente chi vuole costruire questi gasdotti, ma anche le altre infrastrutture che si stanno costruendo oggi in Europa, sono principalmente società di distribuzione del gas e società che fanno trading di gas. Comprano e vendono sui mercati finanziari europei e globali. Nel caso di TAP, ad esempio, tutto è partito da una società svizzera, che oggi si chiama Axpo Trading e all’epoca si chiamava EGL, che aveva poi una EGL Produzione Italia, che principalmente fa compravendita di gas, era cioè il ramo dedicato al trading di quella società. Da lì è partita l’idea. Nel caso della rete adriatica è la SNAM, la nostra società di bandiera, a partecipazione pubblica, che principalmente però fa distribuzione del gas in Italia ma che si interessa anche di comprare e vendere gas sui mercati, quindi c’è proprio questa distinzione netta tra quella che è la distribuzione vera, quella che porta il gas nelle nostre case, e invece tutto quello che sono solamente transazioni finanziarie che sono completamente distinte dal mondo reale nostro.

AM: Dicevi prima che ci sono delle sezioni per cui i lavori sono stati già avviati.

EG: Già nel 2012 era partita la macchina per iniziare a costruire alcune tratte di quella che si chiama rete adriatica, questo gasdotto che dovrebbe attraversare quasi tutto l’Appennino, per una lunghezza di circa 740 chilometri. La parte più complessa, che infatti è quella dove non è partita la costruzione, è quella che interessa principalmente l’Appennino e va da Sulmona a Foligno, attraversa le zone sismiche. Lì oltre al gasdotto si deve costruire anche una centrale a compressione spinta, perché c’è un dislivello significativo da superare, con un rischio serio per chi vive in quel territorio.

Incidenti relativi a gasdotti ce ne sono, anche abbastanza frequenti, non è una cosa rara. Il punto è dove si trovano questi gasdotti e che tipo di sistema di sicurezza è stato messo in atto. Se tu riesci a dirmi che un gasdotto riesce a essere costruito in esenzione della Direttiva Seveso – la normativa europea che guarda al rischio industriale e anche a quello cumulativo – significa che comunque tu lo consideri a rischio molto basso. Però se questo gasdotto attraversa zone dove ci sono altri tipi di produzioni industriali, oppure se fai una centrale che di fatto contiene del gas e quindi diventa un impianto industriale vero e proprio, e mi dici che lo fai in esenzione della Direttiva Seveso allora sì che mi preoccupo. Mi preoccupo perché significa che non è stato studiato nulla per prevenire il rischio e anche per intervenire nel momento di un incidente, per cui questo è uno dei temi caldi posti sia dalle comunità salentine che da tutti gli altri sulla dorsale appenninica, come anche da chi vive in Grecia o altri paesi coinvolti.

Non è chiaro come la vicenda verrà gestita a livello complessivo, per adesso il progetto del TAP è stato fatto tutto in esenzione alla direttiva Seveso, perché dicono che la direttiva non serve applicarla. E considerando le molte forzature nell’autorizzazione del TAP, questo non è per niente rassicurante.

AM: Questo gas ci serve realmente?

EG: No, non ci serve e non ci serviva neanche quando hanno iniziato a pensare di costruire questi gasdotti. Non ci serve perché i consumi del gas sono diminuiti nel tempo, adesso stiamo a livelli più bassi del 2008, non ci serve anche perché di fatto in Europa le infrastrutture per trasportare gas già ci sono, così come i depositi di gas. Il punto è che quel che si cerca di costruire adesso è un altro sistema di distribuzione e stoccaggio che di fatto dovrebbe essere quello più funzionale ai mercati finanziari o a come loro vedono il mercato del gas, che appunto è ancora tutto in divenire. A noi non serve, ma a qualcun altro potrebbe servire. Il punto è chi è questo qualcun altro e se è giusto che l’intero territorio europeo, e anche fuori dai confini dell’Europa, venga ridefinito completamente in funzione di interessi che di fatto sono speculativi, sono interessi privati e privatistici e non hanno niente a che fare con quello che noi desideriamo per il nostro presente né per il nostro futuro.

AM: I territori interessati dal gasdotto avrebbero dei benefici, fosse anche in termini di compensazioni?

EG: I soldi sono stati offerti, c’è chi li ha presi e chi li ha rifiutati. E comunque il punto è tu cosa stai compensando, cioè mi compensi perché? Perché avevo una terra e adesso ci passa un gasdotto e io non posso coltivare più, oppure mi compensi per l’impatto complessivo che il passaggio di quel gasdotto comporterà su tutto il territorio? Per cui nel caso del Salento è proprio la vocazione complessiva di un territorio che adesso è orientato alla tutela dell’ambiente sia per un certo modello agricolo che di sviluppo turistico e che invece verrebbe completamente stravolto se si inizia a costruire un progetto che non è solo il gasdotto, ma è proprio tutto lo sviluppo industriale che porterà con sé. La stessa cosa vale per l’Appennino, quindi sono compensazioni che non compensano per niente. E poi la domanda vera è se veramente pensiamo che dei soldi che possono essere offerti in realtà sono quello che le persone vogliono quando si trovano a perdere tutto il resto, cioè a perdere il loro modo di vivere, a perdere tutto quello che è stato costruito lì negli anni perché qualcosa di nuovo arriva e stravolge tutto.

AM: Si tratterebbe sostanzialmente di una lunghissima ferita, con una fascia di rispetto e tutta una serie di impianti...

EG: Certo, sì. Perché comunque la fascia di media è una fascia di 40 metri dove assolutamente non si può fare niente, ma che poi si allarga, perché c’è la fascia di sicurezza, dove non ci possono essere edifici, non ci possono essere coltivazioni di tipo permanente, cioè tutte le attività che si svolgono su quel territorio vengono influenzate da questo progetto, che non va assolutamente nell’interesse di chi il territorio lo vive, anzi... se guardi all’Appennino, se già c’è un problema di spopolamento, o comunque di come un po’ alla volta le persone vengono allontanate, un progetto di questo tipo una volta che tu inizi o ad affittare la terra con concessioni di 20/30 anni, o addirittura a fare espropri, un po’ alla volta forza le persone ad allontanarsi.

AM: A che punto è la realizzazione del gasdotto nelle altre nazioni toccate dal progetto?

EG: In Grecia e in Albania sono avanzati molto in quella che è tutta la fase di pre-costruzione che vuol dire acquisire le terre, togliere quello che si trova in superficie e iniziare a preparare per la posa dei tubi. La costruzione vera e propria non è ancora realmente iniziata, se non un po’ a macchia di leopardo. In Grecia l’abbiamo visto nella prima decina di chilometri nei pressi del confine turco, dove di fatto non vive quasi nessuno.

Però sia in Grecia che in Albania ci sono ancora problemi seri proprio rispetto all’acquisizione delle terre. Nella provincia di Kavala in Grecia c’è una striscia di dieci chilometri dove i contadini non sono in nessuna maniera intenzionati a vendere o a concedere affitti o passaggi sulle loro terre. Per adesso quella zona lì non è stata toccata. Loro hanno addirittura fatto denuncia contro le società che hanno cercato di entrare con le macchine e quindi è tutto fermo.

[Vedi qui il reportage di Re:Common sulla recente visita in Grecia]

In Albania ci sono un sacco di contadini che hanno cercato di denunciare acquisizione di terre fatte a prezzi bassissimi o pagando le compensazioni a persone che non erano i reali proprietari. Ci sono un sacco di questioni aperte. Io non me la sentirei di dire che la costruzione è iniziata.

AM: Hai cominciato ad accennarlo: ci sono altre opposizioni al Tap oltre a quella di Melendugno e queste che hai appena menzionato?

EG: In Grecia un’opposizione al progetto c’è e ha anche una storia abbastanza lunga. Nasce dal periodo in cui c’era ancora la campagna elettorale di Syriza. In quel periodo sono state fatte molte promesse e una delle promesse era che si sarebbe trovato un percorso alternativo per questo gasdotto e che quindi non avrebbe toccato la piana più fertile del nord della Grecia. Poi nella disillusione complessiva rispetto a Syriza che i greci stanno vivendo adesso c’è anche questo: quelle promesse non sono state mantenute, hanno cercato di cominciare comunque e quindi questa dinamica che prima era di dialogo con i contadini adesso è conflittuale. Ora c’è proprio un blocco totale della costruzione in quella zona.

In altre zone c’è un’opposizione che continua con ricorsi eccetera, ma c’è meno forza complessiva. Questo rientra nella complessità un po’ più ampia della Grecia di oggi dove il livello di pressione sui movimenti e sulle comunità è talmente alto che non ce la stanno facendo a tenere testa a tutto.

In Albania è un po’ più difficile opporsi, come anche in Turchia, perché il livello di repressione da parte dello stato è molto più forte. Si parla di persone che hanno paura a fare domande o a opporsi in maniera netta al progetto perché subiscono minacce da vari soggetti non ben identificati.

In Turchia c’è proprio pressione da parte dello stato, il gasdotto è stato presentato come un progetto di priorità nazionale e quindi chiunque è contrario al gasdotto è anche nemico dello stato. Nonostante questo anche lì, in regioni come Bursa, la regione al confine con la Georgia, ci sono state proteste molto forti sempre legate alla questione dell’acquisizione delle terre, però è più complesso contattare le persone, riuscire a parlare in maniera sicura con loro. I rischi a cui sono esposti sono molto alti.

AM: “L’alleato azero” punta i riflettori sulla condizione dei giornalisti in Azerbaigian, hai voglia di spendere due parole su questo e sulla questione della comunicazione riguardo al progetto.

EG: Noi abbiamo scelto di raccontare la storia di questa giornalista, Khadija Ismayilova, che è stata arrestata proprio perché aveva provato a indagare seriamente sugli interessi diretti degli Aliyev. Ha guardato a come sono state fatte le privatizzazioni in Azerbaigian e ha visto che quelle che di fatto prima erano aziende di stato nel settore minerario e nel settore delle comunicazioni poi sono diventate società private che però facevano riferimento direttamente alle figlie del presidente Aliyev. Questo ovviamente le è costato la libertà.

È stata incarcerata e detenuta per un anno e mezzo circa. È stata liberata nel marzo dello scorso anno e ancora oggi sta a casa sua, ma di fatto la sua libertà è ancora molto limitata: non ha il passaporto, non può andare all’estero, è costantemente tenuta sotto controllo. La sua storia è abbastanza emblematica, ma non è l’unica.

In Azerbaigian sono stati messi sotto attacco anche gli avvocati, gli attivisti per i diritti umani, i blogger, i cantanti. Chiunque in qualche maniera critichi il regime degli Aliyev diventa nemico dello stato. Uno stato che però si presenta come una democrazia, un paese moderno e con cui l’Europa ha relazioni sempre più strette e fondate sul petrolio prima e sul gas oggi.

La denuncia forte riguarda proprio questo: è un regime autoritario a cui l’Europa si sta legando sempre più strettamente. L’Italia anche: le relazioni commerciali che abbiamo con l’Azerbaigian sono in aumento e c’è tutta una macchina orientata a creare relazioni sempre più strette. La domanda è se guardiamo o no all’impatto complessivo che tutto questo ha e se siamo consapevoli che da un lato alcuni dittatori sono cattivi e altri dittatori sono buoni, a seconda di quella che è la convenienza.

Dal 2012 in poi in Azerbaigian la situazione ha cominciato a deteriorarsi sempre di più. Nel 2013, quando ci sono state le elezioni presidenziali, l’unico candidato alternativo ad Aliyev è stato incarcerato durante la campagna elettorale e sta ancora in carcere. Hanno chiuso tutti i giornali, le televisioni indipendenti, hanno iniziato ad arrestare gli attivisti, chiuso le associazioni. La situazione è sempre in costante peggioramento.

Nel momento in cui tu cominci a costruire il gasdotto non solo ti vincoli all’Azerbaigian, perché da lì viene il gas, ma con la Socar che è la società di stato azera che estrae petrolio e gas che è il principale azionista di tutte le tratte di questo gasdotto, anche di quella che arriva in Italia; il tipo di vincolo e di interconnessione che si stabilisce è veramente enorme.

La Socar sta cercando di entrare nel mercato della distribuzione del gas anche in Europa, sta entrando in Grecia dove sta negoziando la privatizzazione della società di stato per la distribuzione del gas greca. È come se si fosse avviata una macchina per cui l’Azerbaigian è stato scelto come partner privilegiato e tutto il resto non conta. Invece secondo noi conta eccome.

È questo il motivo per cui ne parliamo ed è per questo motivo che cerchiamo di aprire spazi in cui si riesca in qualche maniera a essere in contatto con chi lì sta cercando di portare un cambiamento nel paese.

Negli altri paesi chi vuole questo gasdotto ha cercato di utilizzare tutti i mezzi per comprarsi la stampa e l’opinione pubblica. In Grecia il tema Tap è un tema quasi tabù, non se ne parla su nessun giornale a distribuzione nazionale. In Albania è più o meno lo stesso con l’aggravante che i giornalisti ricevono minacce serie se toccano alcuni temi. Il Tap è uno di questi temi intoccabili.

Nell’insieme l’Italia è il paese dove se ne è parlato di più. Lo si è fatto in tante maniere e nel momento in cui la resistenza pacifica di queste comunità si è trovata di fronte la violenza dello stato, con la polizia che è andata in forze a difendere l’impresa – perché questo hanno fatto, hanno protetto i veicoli dell’impresa che volevano iniziare a fare le eradicazioni degli ulivi – in quel momento lì la resistenza ha avuto a livello nazionale la visibilità che prima non ha avuto. Ma è una storia che inizia nel 2011-2012, sta andando avanti da molto.

AM: La cornice utilizzata per parlare dei No Tap è molto simile a quella che si usava qualche tempo fa per i No Tav. Qua erano quattro montanari e là quattro salentini che difendono quattro olivi.

EG: Sì, e anche con i No TAP il tentativo è stato quello di dire è tutto per gli ulivi, stanno difendendo quattro ulivi.

AM: “Sono contro il progresso, hanno una visione miope”... lì non è “ce lo chiede l’Europa”, ma siamo sullo stesso tipo di narrazione...

EG: Sì, la narrazione è molto simile. Infatti anche la paura che anche lì si arrivi a una situazione di scontro netto è molto forte. Anche lì le amministrazioni locali stanno con le persone. Nel 2014 erano 43 i consigli comunali che avevano espresso mozioni contro il Tap, non chiedendo lo spostamento del gasdotto, ma esprimendo proprio la contrarietà all’opera. Adesso, dopo marzo e aprile, dopo questa massiccia presenza di polizia sul territorio e l’attacco forte subito dalla popolazione, i sindaci contrari sono diventati 93.

Questa cosa gli si sta rigirando contro. La presenza dello stato che si sta manifestando così in Salento viene vissuta proprio come un’invasione, un’imposizione dal di fuori, non solo da Roma, ma addirittura dall’Europa e lo spazio per trovare una soluzione non c’è. Se non cancellare il progetto. Nel momento in cui le persone si sono informate in maniera autonoma, come è avvenuto in Val Susa, perché nessuno le ha informate, si sono autoinformate, hanno preso coscienza di ciò che stava accadendo, hanno provato a usare tutti canali possibili per esprimere il loro no, secco, non sono state ascoltate e adesso la situazione è questa.

È una situazione in cui, come in Val Susa, le persone esprimono un no motivato, non è un no ideologico, è un no radicato che porta con sé anche tanti sì. È un no a un certo tipo di modello, ma è un sì a un modello diverso che peraltro è quello che loro stanno già costruendo.

L’Appennino secondo me è la parte in cui la sfida è più alta, perché è molto meno popolato, ma chi oggi vive l’appennino lo fa perché ha fatto una scelta e quindi sta cercando di costruire e portare avanti un modello economico; che è anche una visione complessiva della montagna, di cosa significa vivere in montagna e mantenere un certo tipo di ambiente, che è proprio in netto contrasto con tutto quello che questo progetto porterebbe.

AM: Da una parte si tratta di vivere la montagna e dall’altra di attraversarla e distruggerla.

EG: Sì, anche perché quel tipo di attività non è assolutamente compatibile con tutto il resto. Non è il tubo del gas che passa nella strada sotto casa nostra, è un progetto di un’entità completamente diversa e quindi la scelta è: o c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Di fronte a questo bivio è ovvio che riuscire a esprimere un no secco ha delle implicazioni. Nel caso dell’Appennino, in ballo c’è il futuro che quelle comunità si immaginano per quelle montagne.

Re:Common, con il movimento No Tap, ha scritto una lettera aperta alle istituzioni europee, si può leggere e sottoscrivere a questo link

*intervista pubblicata su Alpinismo Molotov

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15/07/2017

Medio Oriente: per chi ha voglia di capire

Per chi ha voglia di capire, la realtà di ciò che sta accadendo in Medio Oriente è la seguente: destabilizzazione, guerre e distruzione. Basta ripercorrere gli avvenimenti e collegare gli eventi a piacimento. Tutto ciò che verrà ricordato forse ci aiuterà a comprendere la sporca dimensione della demonizzazione praticata contro i popoli oppressi della regione.

Questo è un manuale in punti per capire e forse comprendere le dinamiche delle alleanze in quella martoriata regione, troppo vicina a noi per ignorarla.

*****

1. Storicamente, le guerre non sono un fine, ma il mezzo per il controllo e l’egemonia sui mezzi di produzione e sulle fonti di energia che sono la chiave dell’economia globale.

2. Le guerre del ventesimo secolo ruotavano intorno ai giacimenti di petrolio in Medio Oriente.

3. Nel 1992 l’Europa ha firmato l’accordo di Kyoto, che obbliga gli Stati a ridurre l’inquinamento atmosferico.

4. Ciò richiede che si trovi un’alternativa al petrolio, che sembra in diminuzione a causa del declino della quantità di riserve globali; inoltre l’inquinamento causato dal consumo di petrolio infrange l’accordo di Kyoto, e pertanto non incentiva l’acquisto da parte delle potenze europee.

5. Il gas o la cosiddetta “energia pulita” è l’alternativa vincente, che sarà la chiave per controllare l’economia mondiale.

6. La Russia occupa il primo posto nella produzione mondiale di gas: 430 miliardi di tonnellate all’anno; seguono Iran, Qatar e Turkmenistan.

7. Per gli Stati del mondo, in particolare quelli europei, l’importazione di gas equivale all’installazione della Russia sul trono del pianeta e alla morte clinica degli Usa.

8. Gli Usa hanno cercato un rimedio, con l’accordo, insieme a diversi paesi, sulla costruzione di un gasdotto conosciuto come “Nabucco”, che porterà il gas turkmeno (quarta potenza a livello mondiale) attraverso il Mar Caspio e l’Azerbaigian, la Turchia e l’Austria, senza passare per la Russia; in tal modo la Russia sarà nella morsa del collare del Nabucco, sostenuto dagli Stati Uniti e protetto dalla NATO.

9. La Russia ha risposto con la forza del diritto, dimostrando che il Caspio è un lago e non un mare, il che significa impedire al Turkmenistan la messa in posa del gasdotto attraverso di esso. Non solo: la Russia ha anche comprato tutto il gas turkmeno e azerbaigiano, con contratti a lungo termine, il che significa che i paesi che dovevano finanziare il progetto occidentale “Nabucco” sono nella morsa dei russi.

10. L’America rinuncia al gas turkmeno e cerca un nuovo finanziatore per il progetto Nabucco, che è il Qatar (terza potenza mondiale), attraverso la costituzione di un altro gasdotto (Qatar – Arabia Saudita – Giordania – Siria – Turchia – Europa).

11. Nel 2009 il Qatar e la comunità internazionale hanno provato a convincere Assad per consentire il passaggio del gasdotto del Qatar attraverso il territorio siriano, ma Assad ha rifiutato perché avrebbe compromesso gli alleati russi.

12. Nello stesso anno, l’Iran firma un accordo con Iraq e Siria per un gasdotto che passi dall’Iran attraverso l’Iraq, poi in Siria, poi in Turchia, per alimentare il progetto Nabucco e l’apertura al mercato europeo, e così ridurre le sanzioni e avere una carta di pressione nei negoziati sul nucleare. Ma il problema è che il gasdotto iraniano e quello del Qatar, se questo riesce a costruirlo, si incrociano nella periferia di Homs.

13. Ora, il regime di Assad, che rifiuta la costruzione del gasdotto di Stati Uniti – Qatar, è diventato un ostacolo che deve essere rimosso, al fine di realizzare il sogno del Qatar di rifornire l’Europa di gas, e quello degli Stati Uniti, determinati a battere il mercato del gas russo, l’avversario tradizionale.

14. Nel 2010 si incendiano le strade siriane contro il regime al potere; Qatar, Stati Uniti e Occidente finanziano gruppi di opposizione per rovesciare Assad e realizzare il progetto del secolo. I russi sostengono Assad per sopravvivere ed evitare la realizzazione del condotto concorrente del Qatar, gli iraniani stanno sostenendo Assad per i loro comuni interessi nella regione e per il gasdotto, interessi che si spegneranno per sempre, in caso di sconfitta, a favore delle potenze del Golfo.

15. Erdogan sostiene il progetto di Qatar/Usa, al fine di ottenere la fiducia e quindi avvicinarsi a realizzare il sogno turco di entrare nell’UE. Erdogan è il vincitore in tutti i casi: i tre progetti (Russia, Qatar, Iran) passano attraverso la Turchia, che quindi sarà il crocevia del gas asiatico per l’Europa. Qui va sottolineata l’oscillazione delle sue alleanze tra le forze in conflitto, per raccogliere un maggior numero di guadagni.

16. Il conflitto in Siria non accetta compromessi: la vittoria dei russi è la sconfitta degli americani, significa la loro morte a livello internazionale, e la vittoria degli americani e del Qatar significa l'accerchiamento della Russia, colpita sotto la cintura nel bene più caro che hanno, il gas. Pertanto, l’opzione della guerra, per indebolire l’uno o l’altro, potrebbe essere la soluzione per imporre la volontà del vincitore.

17. La guerra ha bisogno di combustibile da entrambe le parti, e le parti non sono disposte a indebolire i loro eserciti e le loro strutture militari; così sono andate alla guerra per procura.

18. I paesi del Golfo praticano una settaria mobilitazione takfiri sotto le parole d’ordine di sostenere la Sunna e sbarazzarsi dell’ingiustizia dell’alawita Assad, e gli iraniani praticano mobilitazione settaria sciita a sostegno di Assad e per le dimensioni del pericolo takfiri in Siria e nella regione, e qui si incontrano le parti.

19. La propaganda iraniana e dei paesi del Golfo è riuscita a deviare la “lettura” della guerra a livello mediatico da guerra per il gas a guerra confessionale.

20. La questione siriana è divenuta la questione del secolo, e il vincitore dominerà il mondo; per questo nessuna delle parti in conflitto è pronta a rinunciare e a lasciare il ring; sembra che le cose rimarranno così come sono per un tempo indeterminato.

21. Finiremo in una devastante terza guerra mondiale, o ci sarà un accordo tra le parti per aprire nuovi orizzonti per loro, ma a danno di un altro popolo, cui toccherà la stessa morte passata sul Levante e in Iraq per tanti anni?

22. Il confessionalismo in Siria è un confessionalismo economico, basato su due dottrine in contrasto fra loro, pur legate alla questione del gas, una occidentale, il progetto Nabucco, e il suo rivale russo. E prevarrà chi si aggrappa di più al suo progetto di gasdotto.

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27/04/2017

Salento. Blitz della polizia rimuove le barricate dei No Tap


Nella notte le ruspe della polizia hanno rimosso le barricate che bloccano le strade intorno ai cantieri del Tap, il gasdotto che deve attraversare il Salento. Guarda il video.

A San Basilio, San Foca, Marina di Melendugno le ruspe hanno abbattute le barricate erette nelle strade a ridosso della zona Tap e che ostruivano il transito veicolare. Le barricate erano state erette nei giorni scorsi dagli attivisti che protestano contro la realizzazione del gasdotto e l'espianto degli ulivi. Finora sono stati espiantati 211 alberi nell’area del cantiere dove è previsto lo scavo per la realizzazione dell’interramento del gasdotto per farlo passare sotto la spiaggia di San Foca, sul litorale di Melendugno, per poi connettersi con la tubazione sottomarina a circa 800 metri al largo del litorale.

Gli attivisti No Tap, che da settimane presidiano notte e giorno l'area sono stati colti di sorpresa dal blitz della polizia e sono stati confinati in una zona in prossimità dell'ingresso del cantiere dando vita ad una protesta. Gli attivisti hanno cercato di bloccare l'uscita di cinque camion del Tap dal cantiere forzando il cordone dei poliziotti.

Fonte

09/04/2017

Terremoto a L’Aquila. Uno speciale di RCA

Sono passati esattamente otto anni dal 6 aprile 2009. Alle 3.32 un sisma di magnitudo 6 causò 309 vittime, migliaia di feriti e decine di migliaia di sfollati. Da subito la richiesta delle popolazioni colpite fu quella di far ripartire la ricostruzione da loro, dalle esigenze di chi i territori li viveva e li rendeva vivi. Le cose sono andate in modo diverso, purtroppo, e ad oggi la ricostruzione è ancora lontana dall’essere completata, tra errori, speculazioni e austerity.

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Mancata ricostruzione, speculazioni e devastazione sociale

La mancata ricostruzione non riguarda solo il territorio, le case, le infrastrutture. Da ricostruire, dopo il terremoto, ci sarebbe stato il tessuto sociale ed economico di una comunità che era stata duramente colpita. Questi i temi affrontati insieme a Fabio Carosone, del comitato 3e32 de L’Aquila, nella prima parte del nostro speciale.

Come annunciato speciale su quanto avvenne ormai 8 anni fa, la notte del 6 aprile 2009, alle 3e32, il terremoto che colpì l’Abruzzo, che costò la vita ad oltre 300 persone e mise in ginocchio un territorio. Con noi al telefono come primo ospite di questo nostro speciale di approfondimento Fabio Carosone, del Comitato 3e32 de L'Aquila. Ciao Fabio

Ciao, buongiorno a tutti e tutte.

Il 3e32 è un’esperienza che nacque all’indomani di quel tragico evento e ha seguito, con attenzione, quello che è avvenuto durante, prima ovviamente, e dopo. A noi interessa parlare del dopo, quello che doveva essere fatto e che non è stato fatto per restituire vita a un territorio su cui è stata anche fatta molta speculazione. E’ un po’ così quello che è successo in questi anni o siamo forse eccessivamente pessimisti?

No, no, assolutamente. Innanzitutto ringrazio voi perché almeno da stamattina siete di fatto gli unici che ci state filando... Sinceramente, vedendo pure Rainews, Sky news, nessuno parla di questo ottavo anniversario del terremoto. Per carità, noi siamo i primi a dire che non possiamo fare i terremotati tutta la vita, però... Quindi vi ringraziamo per questo interesse che ci state dedicando. Come dicevi, ci apprestiamo a vivere questo ottavo anniversario con tantissima rabbia in corpo e anche frustrazione, purtroppo, derivante anche dal fatto che tutto ciò che avevamo detto nell’immediato post-sisma e denunciato poi si è puntualmente verificato. Molti al tempo non ci ascoltarono, tantissimi – soprattutto la stampa, i mass media, al tempo c’era la dittatura Bertolaso-Berlusconi che era fortissima – ci diedero addirittura dei non aquilani, provarono anche a dire che noi non eravamo aquilani, perché magari qualcuno aveva studiato fuori... La ricostruzione de L'Aquila è partita, questo sì, bisogna essere ottimisti. Sicuramente ci sono tantissime gru, tantissimi cantieri, poi – insomma – molta gente di Roma lo sa perché siamo vicini, quindi sicuramente ci sarete passati almeno una volta negli ultimi anni... Però purtroppo presenta tutte le criticità delle cosiddette grandi opere. L’Aquila, si può dire, è una sorta di Expo in grande, un Mose in grande, una Tav in grande. Girano tantissimi soldi, è vero, girano miliardi, questa è la città più finanziata d’Italia, è il più grande cantiere d’Europa al momento... Però ha prodotto pochissimi posti di lavoro, tantissimi appalti, la maggior parte degli appalti finiti in mano a poche grandi ditte, che poi spesso si costituiscono in Ati – Associazioni temporanee di Imprese – ma, insomma, bene o male sono sempre quelle due o tre grosse ditte che poi spesso non portano neanche a termine i lavori. Ad esempio c’è il gruppo Mantovani, che è anche indagato per il Mose, che qui ha abbandonato 30 o 40 appalti lasciando palazzi completamente rotti, si è intascata i soldi e non ha portato a termine i lavori. E quindi immaginate i proprietari, che stanno tuttora subendo ulteriori anni di ritardi, come possono stare... Ma la cosa più grave è che gli operai edili aquilani, quelli locali, sono in cassa integrazione, non lavorano se non ogni tanto... Un mesetto ti fai qualche pavimento, qualche rifinitura, così... C’è una disoccupazione dilagante. Tra l’altro lo stato ha pensato bene di fare anche una legge infame – quella della “sostituzione edilizia” – per cui ai proprietari che avevano casa gravemente danneggiata nel centro storico de L’Aquila (e il centro storico de L'Aquila, potrà sembrare strano, ma è uno dei primi sette d’Italia; sono 360 ettari, peraltro il progetto casa è 400 ettari, l’hanno fatto ancora più grande delle new town) è stata data, sin da dopo il terremoto, la possibilità di rivendere la casa al Comune de L'Aquila. Ricevendo però i soldi in base al valore di prima del terremoto, perché altrimenti rotte varrebbero pochissimo e spesso sono centinaia di migliaia di euro, perché erano anche appartamenti di 2-300 mq, con la possibilità di ricomprarsela dovunque volevano. E qui c’è la battuta: gli aquilani si sono rifatti la casa a Courmayeur. Perché è vero, alcuni se la sono comprata a Courmayeur. Quindi abbiamo una città ormai spopolata, perché giustamente, con la “sostituzione edilizia” molti se la sono comprata a Roma, a Siena, a Bologna, a Firenze, dove studiavano i figli. Credo che almeno 2-3000 persone nel centro storico hanno usufruito di questa sostituzione edilizia; quindi ci ritroviamo adesso con una città in cui si scoperchiano i palazzi, perché vengono portati a termine, ma senza abitanti dentro... Abbiamo cifre ufficiose, quindi non ufficiali, 20-25 mila abitanti in meno; poi magari hanno mantenuto la residenza però si sono trasferite comunque, anche perché il lavoro manca, quindi... Ecco, viviamo questo ottavo anno con tanta rabbia. Quella che poteva essere un’opportunità di rinascita – è brutto dirlo perché, per carità, le vittime ce l’abbiamo nel cuore, le conoscevamo tante, però purtroppo poi uno deve anche andare avanti, non può solo piangersi addosso e quindi... – poteva essere un’opportunità quella della ricostruzione. Invece abbiamo subito una sorta di dittatura, per cui sono calati gli speculatori qui su L’Aquila, anche con la complicità dell’amministrazione locale di centrosinistra a guida Pd, e la popolazione è stata estromessa. Una parte, bisogna dire, si è venduta completamente, per cui c’è un livello di corruzione elevatissimo. Ma l’ho detto: una sorta di Tav in grande, di Mose in grande... Là rubacchiano in pochi, qui in tanti, perché ovviamente è molto più grande come opera.

Fabio, una domanda. Tutto questo ci colpisce. Ricordo perfettamente – come radio frequentammo spesso dopo il terremoto quelle zone perché volevamo proprio capire da subito cosa sarebbe successo – mi parli di persone che se ne sono andate, di altre persone che si sono vendute e cercano di speculare su loro stesse, praticamente... Questo ci sembra l’indice del danno peggiore che è stato fatto alla città de L'Aquila e, paradossalmente, non dal terremoto, ma da chi l’ha gestito dopo.

Indubbiamente. Le parole che ha detto dopo il terremoto di Amatrice il Vescovo di Rieti – siamo atei, però... – “fa più danni l’uomo... quello che distrugge è l’uomo e non tanto il terremoto che, di fatto, è un evento naturale”. In molti altri paesi non produce neanche tutti questi danni, se ce la vogliamo dire tutta. Sì, la devastazione peggiore è stata quella dell’uomo. Già si iniziò con le new towns, che purtroppo furono applaudite da tanti, anche a sinistra, con la complicità dell’amministrazione comunale che oggi dice di non volerle più. Però noi abbiamo ancora le foto in cui tagliavano il nastro assieme e si facevano la foto all’inaugurazione di queste new town; tra l’altro le zone erano state fatte scegliere ad architetti de L'Aquila... E ci chiediamo come abbia potuto, gente de L'Aquila, scegliere zone addirittura ai piedi del Gran Sasso, a 1000 metri. Qui siamo a 700... a volte se qui piove, lì nevica, sta proprio sotto il Gran Sasso. O addirittura in zone sperdute... Spesso le hanno messe di fronte al paese, però appunto il paese sta dall’altro lato della strada, quindi poi per andarci devi attraversare una strada un po’ brutta. Un progetto case vicino Paganica, o in una zona che si chiama Roio, ha sicuramente provocato tanta depressione, perché ci hanno messo persone anziane, sole, disperse tra le montagne qui vicino... ha sicuramente prodotto conseguenze psicologiche rilevanti. La comunità si è un po’ frantumata. Con queste 19 new town, oltre che i villaggi Map (i map sono i moduli abitativi provvisori, quelli che adesso si cominciano a vedere ad Amatrice...) spesso costruiti a due km da un paese. Per carità, per Roma 2 km non sono molti, ma immaginate un paese, piccolo... A due km è già tutto distante... Comunque la cosa principale è stata la mancanza totale di lavoro... Dopo un terremoto, soprattutto in una città universitaria, come è L’Aquila, dovrebbe veramente favorire un po’ tutte le mansioni, compreso l’antropologo... Qui abbiamo la facoltà di lettere e anche antropologia, per esempio... Al giorno d’oggi che uno magari si chiede a che può servire l’antropologo... Ecco, qui serve. Infatti c’è un prof. di antropologia che negli anni subito dopo il terremoto ha indicato tutti i rischi che si potevano correre con le new town. Insomma, può servire tutto. E invece niente. Pochi grandi gruppi si sono presi la città con la complicità delle autorità locali e una parte di popolazione che lucra... Perché comunque i soldi girano... Io sono rimato colpito da questa cosa e purtroppo, è brutto dirlo, avverrà anche ad Amatrice, ad Accumuli, a Visso...

Certo, è un modello...

Sì, le stesse manifestazioni che stanno facendo ora, le facevamo anche noi. Poi, quando arrivano i soldi tantissima gente, non si sa come, impazzisce. Al posto delle pupille c’è l’euro. Addirittura anche gente che ha avuto lutti. Io, in momenti di scoramento, dico: è finito il mondo, perché se addirittura pure i parenti delle vittime arrivano a rubacchiare siamo proprio alla frutta... Comunque ci sono forme di resistenza, questo bisogna dirlo. Stiamo portando avanti queste denunce, perché adesso una parte di popolazione per fortuna si è accorta che non può far andare la ricchezza in poche mani, nelle mani di pochi ingegneri, pochi tecnici... Qui vengono staccate parcelle di 3-400 mila euro al mese per i tecnici, non è che stiamo parlando di bazzecole. Non è possibile, anche perché poi non ridanno neanche nulla al territorio. Qui abbiamo lo sport in crisi totale. Siamo la patria del rugby e L’Aquila rugby è retrocessa, abbiamo il sociale completamente devastato. Neanche a dire che “stanno prendendo soldi, però un minimo lo ridanno con...” No. Tra l’altro si lavora anche al minimo di operai. Per esempio nei cantieri ci sono proprio i cartelli con scritto: personale al completo. Poi magari sono dentro in cinque...

Capiamo perfettamente Fabio. Il ritratto che hai dato è esaustivo ed è purtroppo quello che temevamo. Otto anni sono tanti, ti chiedo l’ultima battuta poi ci salutiamo. Otto anni sono veramente tanti. Non dico che si poteva ricostruire una città per intero, ma quasi. Che prospettive vedi adesso, sulla base della tua esperienza?

Secondo me c’è da provare a collegare tutta l’area del Centro Italia, perché di fatto Amatrice stava proprio qui dietro, in linea d’aria è vicinissima, così come Montereale, Capitignano, i centri del gennaio scorso. Quindi collegare le lotte delle aree interne, soprattutto. Noi, e non solo noi, pensiamo che ci sia ormai un disegno per un neourbanesimo: spopolare i piccoli centri. E lo stiamo vedendo con i nuovi crateri sismici dove, appunto, dopo otto mesi ancora non hanno una casetta, una piccola stalla... Insomma, cose ridicole... Quindi c’è questa strategia di spopolare, probabilmente, derivante anche dal fatto che, come saprete, la Tap passa qui tramite la Snam... Non so se c’è stato un ingegnere con la squadra e il righello... Ma quel progetto tocca tutti gli epicentri degli ultimi terremoti dal 6 aprile dal 2009 ad oggi, proprio tutti. Passa anche qui, e poi risale per Amatrice, Montereale, Visso, Norcia... Sembra fatto apposta... O l’ha fatto un criminale, oppure... Quindi è ovvio che è una strategia per mandarti via, perché non ci scordiamo che il 6 aprile del 2009 qui saltò il gasdotto. Quindi immaginatevi cosa può succedere... Perché qui i terremoti ormai sono una costante, non è che ci saranno tra 2-300 anni... Siamo tra le montagne, gli Appennini sono in movimento, poi insomma pure a Roma siete abbastanza impauriti perché è vicino...

Si sentono bene...

Anche ai Castelli. Ah, arriva anche in Emilia, la Snam... Quindi tocca anche il cratere sismico emiliano, l’hanno proprio fatto apposta...

Tutti se li fa...

È da unire queste lotte, questa unica battaglia per il diritto alla vita anche nelle aree interne. Non esistono solo le grandi città. Io ho vissuto a Roma, è una bellissima città, però penso che se uno poi vuole stare in un altro posto, ha il diritto... Non esistono solo Roma, Milano, Napoli... Ci sono tanti bei posti minori, forse anche più vivibili, e però non so, ci sarà questa strategia... Per carità, io non sono assolutamente complottista, ci mancherebbe... Però probabilmente esiste un qualche motivo che induce a spopolare, perché altrimenti non si capiscono tutti questi ritardi nel ricostruire, nel dare i soldi solo con il contagocce. Quindi si potrebbe provare a fare questo, rivendicare questo. Inoltre qui a L’Aquila l’11 giugno si vota, e pure quello è importante. Noi stiamo pensando, non tutti, di provare a costruire una coalizione sociale indipendente che punti abbastanza in alto. Anche perché qui il centrodestra non esiste più, perché ovviamente mangia con il centrosinistra... Mandano avanti loro, quindi che gliene importa di gestire, “tanto comanda il Pd, mangiamo assieme”. Il movimento 5 Stelle si è spaccato in due, non gli daranno neanche il simbolo, molto probabilmente, anche perché è una patata bollente, dopo Roma non se l’assumono... Noi non siamo elettoralisti convinti però, insomma, pure quello può essere un passaggio, almeno a livello comunale.. Guardiamo all’esperienza di Napoli che sta portando risultati positivi, pensiamo... Parlando con i compagni de L'Asilo Filangieri, o dell’ex Opg, ci hanno detto che è importante quell’esperienza...

Un tentativo forse merita di essere fatto. Noi Fabio ti ringraziamo, ci risentiremo sicuramente, questa ultima cosa che ci hai detto ci fa venire un po’ i brividi ma è lo spunto di indagine eccezionale questa questione del gasdotto della Snam che, guarda un po’, passa proprio per tutti i territori sismici. Buon lavoro. Grazie della corrispondenza.

Grazie a voi.

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Prevenzione e gestione dell’emergenza: una occasione persa

Il tema della prevenzione (la zona colpita dal sisma del sei aprile, come l’area intorno ad Amatrice, sono zone sismiche) e della gestione dell’emergenza è salito alla ribalta dell’attenzione mediatica immediatamente dopo il 6 aprile del 2009. Per poi sparire, e ricomparire dopo una nuova tragedia. Cosa si è imparato, e cosa si avrebbe dovuto apprendere, dall’esperienza drammatica del 2009? Ne abbiamo parlato con Stefano Zordano, Vigile del Fuoco e sindacalista dell’USB nella seconda parte dello speciale.

Intervista Stefano Zordano Vigili del Fuoco

Grazie Stefano Giordano, vigile del fuoco e sindacalista dell'Unione Sindacale di Base. Sono otto anni che l’Aquila e l’Abruzzo sono stati colpiti dal terremoto, abbiamo appena parlato con un abitante dell’Aquila, fa parte di uno dei vari comitati che ci ha raccontato dei ritardi incredibili, della speculazione ad altissimo livello che è in corso sulla città, sul capoluogo abruzzese, su tutti i territori del cratere. Per quello che riguarda la sicurezza... il centro Italia è stato colpito qualche mese fa da un altro sisma che ha avuto conseguenze altrettanto drammatiche, nonostante lo sforzo di chi ha prestato i soccorsi. Si parla moltissimo dell’effettiva competenza, del coraggio e della passione degli operatori, in primis i vigili del fuoco; si parla un po’ meno del fatto che forse c’è un problema alla base. Io ricordo che quando mi raccontarono del terremoto, della notte del 6 aprile in Abruzzo, parlavano di un numero esiguo di vigili del fuoco in servizio. Mi pare che da questo punto di vista la situazione non sia migliorata, anzi è forse anche peggiorata, visto che adesso abbiamo l’austerity. Dal punto di vista della sicurezza dei territori, l’esperienza del 6 aprile del 2009 ha insegnato qualcosa?

E’ un’analisi che corrisponde perfettamente a quella che è una situazione reale che attanaglia prima di tutto il cittadino, perché non bisogna dimenticare che comunque ci sono degli obblighi da parte dello Stato nei confronti del cittadino, anche se sono estremamente inadempienti dal punto di vista della previsione futura. L’Italia è un paese che utilizza le emergenze come un salvadanaio da poter spendere senza una regola ben precisa. Mi piacerebbe che ci fosse un’analisi dell’Ufficio grandi rischi, da cui i Vigili del Fuoco sono esclusi. Questa è un’altra contraddizione da sottolineare chiaramente...

Sembra assurdo...

Questa è un’analisi di quello che è l’emergenza, di quello che è costata l’emergenza degli ultimi 20 anni; e di quello che sarebbe costato, invece, un piano previsionale per la salvaguardia, la prevenzione e la previsione. Questi dovevano essere i pilastri fondamentali della politica. Mentre invece il pilastro scelto dalla politica è stringere anche i vigili del fuoco nella nella morsa della spending review, utilizzare continuamente delle opere depressive dal punto di vista economico, salariale, di assunzioni sul territorio nazionale. E’ veramente inaccettabile e vergognoso, politicamente, che ci sia un pompiere ogni 15 mila abitanti, con un’età media che supera i 49 anni. Questo è un omicidio politico, intendo dire, nel senso che comporta delle conseguenze estremamente gravi su tutto il territorio... Io sono operativo a Genova e l’altro giorno in una squadra in partenza, l’età media era 52 anni; e c’erano due partenze a fronte di 860 mila abitanti. In questa situazione come si può pretendere di impartire una prevenzione sul territorio? L’altro giorno parlavo di dissesto idrogeologico con un sindaco di un paese che mi diceva: “io avevo chiesto due milioni e mezzo per mettere un assetto idrogeologico di sicurezza nei confronti dei cittadini, non me l’hanno dato, poi la frana ha causato 12 milioni di spesa per l’emergenza". Allora la domanda sorge spontanea: non è che nell’emergenza ci siano dei poteri occulti, degli interessi che vanno oltre quello che è la sicurezza del cittadino? Noi è da anni che chiediamo la riforma della Protezione civile, dove i vigili del fuoco devono essere inseriti di diritto; abbandonando definitivamente quel luogo angusto che è il ministero dell’interno e non un comparto autonomo. In quell’ambito, praticamente, i vigili del fuoco sono falciati tutti i giorni sotto tutti gli aspetti; mentre invece, facendo una riforma della Protezione Civile vera, che guardi veramente negli occhi il cittadino dentro un progetto di prevenzione, previsione, salvaguardia e protezione, dove tutti gli organi non sono messi in competizione ma in una grande sinergia, finalizzata a proteggere il cittadino e il lavoratore... questa è la nostra soluzione. Però a volte le soluzioni in Italia vengono ascoltate come fossero irraggiungibili perché non ci sono i soldi, mentre in realtà i soldi ci sono. Perché rifaccio l’esempio del sindaco di prima: se poteva spendere 2 milioni e mezzo per mettere a posto il suo paesino, non succedeva nulla; e invece non sono stati dati e magari questo ha causato morte, disperazione e aumento della spesa pubblica.

Una domanda. Scopro adesso il fatto che i vigili del fuoco siano esclusi dalla commissione grandi rischi, non riesco a capire il motivo. Ma esiste un motivo pratico perché questo avviene? Perché è una cosa completamente priva di senso, al mio occhio di cittadino...

Se uno pensa a come sono stati organizzati i vigili del fuoco... I vigili del fuoco sono un ufficio di collocamento delle cariche prefettizie. Noi siamo il più grande collocamento delle cariche prefettizie. Se io vado da un cittadino e dico: scusa, ma i prefetti cosa ci stanno a fare nei vigili del fuoco? I vigili del fuoco devono essere un corpo tecnico, altamente specializzato, dove praticamente la burocrazia viene abbandonata definitivamente per dare professionalità e servizio al cittadino. Mentre invece noi siamo blindati in una tra le più grosse concentrazioni prefettizie di tutto il pubblico impiego; abbiamo 180 prefetti nei vigili del fuoco, dove tirano le fila di quello che è l’organizzazione del soccorso. Capite bene che così diventa “normale” che non ci sia nessuno di noi ai “grandi rischi”, perché siamo comandati da cariche prefettizie. La massima aspirazione di un dirigente è quella di diventare prefetto nei vigili del fuoco. Non è quello di diventare un tecnico altamente specializzato, ma diventare prefetto. Veramente è un corpo che sta prendendo una forma assolutamente non conforme a quello che dovrebbe essere il supporto tecnico. Siamo blindati dentro questa struttura e negli ultimi terremoti abbiamo dato la più brutta espressione di soccorso... In prima battuta, nell’ultimo terremoto, avevamo 450 unità presenti. E sappiate che le unità presenti vengono selezionate secondo alla fascia: prima fascia, seconda fascia, terza fascia... Quindi anche nel terremoto ci sono differenziazioni economiche nei confronti dei lavoratori, pure se poi, quando sono lì, i vigili del fuoco sappiamo tutti come si comportano. Abbandonano l’orologio e magari dormono in un sacco a pelo, per strada; perché comunque logisticamente abbiamo perso anche quella autonomia che, tanti anni fa, avevamo; allora noi utilizzavamo dei camper, ecc... In Francia, ad esempio, hanno copiato assolutamente la nostra posizione di qualche tempo fa, utilizzando delle roulotte. Noi invece abbiamo abbandonato i camper e abbiamo esternalizzato la logistica a terzi; e così ci siamo ritrovati a dormire per strada, durante l’ultimo terremoto...

Questa è un’altra notizia che la dice lunga. Un’ultima domanda, Stefano. Se fosse stato utilizzato meglio quello che poteva insegnare il terremoto del 2009 in Abruzzo, si sarebbero risparmiate delle vittime? Parlo in primis di prevenzione nei territori colpiti, Amatrice, Accumoli, ecc. E’ possibile dire una cosa del genere?

Dire che non sarebbe morto nessuno o che ne sarebbero morti di più non si può dire. Ma le percentuali di quanti rimangono in vita si innalzano, sicuramente. Ad esempio qua in Liguria, con il dissesto idrogeologico, abbiamo attivato una convenzione. Noi siamo contrari alle convenzioni, ma dovete sapere che per una nostra particolare “grammatica burocratica” non era permesso ai vigili del fuoco di andare a lavorare in servizio preventivo, secondo un regolamento che ha stabilito l’indice di mortalità nella nostra regione; quindi questo abbassa sicuramente le percentuali. Nei terremoti abbassa la percentuale. Se si parla di previsione e prevenzione e di una sinergia tra la ricerca, tra la mente e chi opera manualmente sul territorio, sicuramente si raggiunge l’obiettivo principale che è quello di salvaguardare i nostri cittadini.

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La situazione, otto anni dopo

Frammentazione del territorio, scomposizione della compagine sociale: sconfitta delle istanze di chi vuole, o voleva, ricostruire dal basso? Ne abbiamo discusso con Alfonso De Amicis, attivista e residente all’interno del “cratere”, nella terza ed ultima parte dello speciale.

Intervista ad Alfonso De Amicis
Con noi al telefono Alfonso de Amicis. Buon giorno...

Buongiorno pure a te...

Sono otto anni che l'Aquila è stata colpita dal terremoto devastante: oltre 300 vittime, tantissimi feriti e la distruzione di un territorio e forse anche di un tessuto sociale. Quello che è venuto fuori è anche questo: la ricostruzione, che doveva essere, nelle parole dell'allora premier Berlusconi insieme all'allora capo della Protezione Civile Bertolaso, “rapida” e anche “rivoluzionaria” dal punto di vista delle modalità, si è trasformata in una speculazione incredibile sul territorio e, di fatto, nella perdita di un importante pezzo di tessuto sociale dell'Aquila e dei paesi intorno. E' un po' questa la situazione ad oggi o stiamo esagerando nella visione pessimistica?

No, no, non state esagerando. La situazione purtroppo è questa, ma per essere corretti e precisi la responsabilità non è solo di Berlusconi ma anche di chi è venuto dopo...

Certo, assolutamente...

Lo dico perché se no ci limitiamo a fare il tifo, come spesso avviene qui a L'Aquila. La responsabilità è che prima Berlusconi veniva qui a L'Aquila perché lui aveva questa vocazione ad incentrare se stesso e quindi spettacolarizzava tutto. Ma dopo, quando è venuto soprattutto il Pd, e in grazia di dio di Fabrizio Barca, in pratica siamo passati dal linguaggio dell'olgettina al linguaggio della finanza, in pratica. Adesso la sequenza, sia dal punto vista legislativo che dal punto di vista politico, è che oggi obbediamo più di ieri all'austerità europea, quindi non si possono spendere più di determinate cifre. In un anno, i finanziamenti devono essere centellinati, le pratiche devono passare per alcune strutture che stanno lì – loro dicono – per risparmiare o per evitare che ci sia la malversazione. Ma, fondamentalmente, il discorso è questo e quindi la situazione è molto molto più pesante. Io abito in un paese a 7 km da L'Aquila, dove la ricostruzione non è mai partita; le frazioni sono tutte quante abbandonate e sono 8 anni che io passo davanti alla mia casa che sta lì, immobile, come nella canzone di Guccini. Questa è la realtà.

Quanto hanno influito le politiche di austerity intervenute già dal governo Monti sui percorsi di ricostruzione dei territori colpiti dal sisma? Immaginiamo che abbiano avuto un intervento rilevante rispetto alla caduta delle prospettiva di ricostruire la città come era...

Hanno influito tantissimo... Intanto è stata usata la vicenda della ricostruzione, dal punto di vista urbanistico, per spostare praticamente la rendita ancora di più verso le classi agiate, i grossi proprietari. Perché il centro storico lo stanno ricostruendo, ma stanno ricostruendo le case appartenenti a questi grossi immobili... Invece con questa storia del terremoto in pratica c'è stata tutto un movimento, che non è stato per nulla carsico, ma abbastanza evidente, che ha spostato gli interventi verso la rendita e quindi allontanando la ricostruzione dei quartieri più poveri e delle frazioni. Ma soprattutto i soldi non vengono stanziati con dei flussi finanziari continui; ogni anno devi passare attraverso le forche caudine del Cipe... Naturalmente c'è tutto un armamentario ideologico-amministrativo per cui adesso, a otto anni dalla botta, non solo la ricostruzione fisica delle case tarda ma, soprattutto, è sul piano sociale, sul piano degli interventi produttivi, che manca tutto. Quello che sta subendo Amatrice, purtroppo, noi lo stiamo subendo già da prima.

La collettività sta sviluppando una consapevolezza rispetto a questo? Ci hanno raccontato, in interviste precedenti, che c'è addirittura chi preferisce speculare sulla ricostruzione. Parliamo proprio di cittadini de L'Aquila. Ci si rende conto di quanto sia necessario, forse, ripartire dal basso per dare una scossa e riappropriarsi dei percorsi di ricostruzione della città oppure c'è meno consapevolezza rispetto a questa esigenza?

Io penso che sia stata una sconfitta forte di tutti noi, dai movimenti organizzati e anche dei soggetti come me, che la penso in maniera un po' diversa da come in generale la pensano tutti. Diciamo che adesso noi andremo a votare l'11 giugno, ma tutto il movimento che c'è stato, che si era sviluppato subito dopo il sisma, ora è parcellizzato, polverizzato. Non risente solo di una situazione locale... Devi immaginare che adesso la città si è allungata ulteriormente, mentre prima era un centro che fungeva da elemento coordinatore, sia sul piano urbanistico che sul piano politico; oggi non c'è più nulla e quindi è una situazione di grave crisi economica, la situazione che si è aggiunta con il terremoto, c'è una polverizzazione pazzesca e su tutto questo purtroppo non esiste una forza – né organizzata, né di movimento – capace di offrire un percorso alternativo. Non la voglio buttare in politica, ma se tu non metti in discussione le politiche che ci sono verso le autonomie locali – che è uno degli elementi su cui per esempio la Bundesbank aveva chiamato la Comunità europea ad accelerare alcuni processi di privatizzazione, di interventi perché alcune spese venissero assorbite dal sistema finanziario, ecc – se tu non metti in discussione queste cose qui, sai benissimo che anche con il problema del terremoto aggraveremo la situazione. Purtroppo è questa la realtà e anche nei processi istituzionali, purtroppo, non c'è una forza politica capace ormai di opporsi a questa devastazione sociale, economica e culturale. Io la vedo in maniera molto molto pessima, negativa. Purtroppo siamo in una situazione deficitaria sul piano politico, culturale e sociale.

Grazie per il tuo intervento e il tuo contributo. Grazie e buon lavoro, ci sentiamo presto.

Grazie a voi.

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06/04/2017

Gasdotto Tap. Il Tar blocca i lavori


Il presidente del Tar del Lazio ha accolto con decreto l'istanza della Regione Puglia per l'annullamento, previa sospensione, delle note del Ministero dell'Ambiente con le quali veniva dichiarata pienamente ottemperata la prescrizione A.44 riferita alla cosiddetta fase 0 dei lavori, autorizzando TAP all'espianto degli ulivi nell'area del cantiere di Melendugno. Il Tar ha sospeso l'efficacia dei provvedimenti in attesa della discussione dell'istanza cautelare fissata per il 19 aprile. Lo comunica la Regione Puglia.

La notizia è stata diffusa dal sindaco di Melendugno, Marco Potì, dietro comunicazione della stessa Regione. Secondo l'interpretazione delle due amministrazioni (regionale e comunale), tale pronuncia significa che i lavori sono sospesi fino all'udienza di merito, fissata per il 18 aprile.


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