Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Meledugno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meledugno. Mostra tutti i post

11/01/2019

A Melendugno la “talpa” per il Tap. In clandestinità...

Tutto ciò è successo ieri.

“Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio.

Oggi i media non parleranno di quello che è successo questa notte tra Lecce, Melendugno, Vernole e Calimera. Quello che è successo stanotte ha dell’inverosimile: sembravano prove di regime, pur di difendere la distruzione. Poche persone, circa 40, erano lì, ad assistere inermi all’arrivo della talpa che distruggerà irreversibilmente questo territorio. Mentre il paese dormiva, inconsapevole del buio che ci attende.

Le televisioni non diranno nulla dei 200 poliziotti in assetto antisommossa che hanno sequestrato tre paesi del Salento e istituito uno stato d’assedio autorizzato da un’ordinanza prefettizia giunta all’ultimo minuto.

I tg non parleranno di uno Stato servile, in totale balia del volere di una multinazionale, piegato alle logiche di un profitto che non guarda in faccia alle popolazioni.

I giornali non racconteranno che la giustizia è stata messa da parte e stracciata nel momento in cui lo Stato si schiera dalla parte di chi è pluri-indagato, consentendogli arbitrariamente di distruggere un territorio ancor prima che si abbia una sentenza.

Oggi nessun media ne parlerà, e passerà tutto nel silenzio. Intanto, è stata decretata la morte di questa terra, e questa volta gli assassini si conoscono.”



Fonte

30/10/2018

Questioni in merito ai “costi” (o “penali”) connessi all’opera Tap

L’altra mattina a San Foca, la frazione di Melendugno (LE) dove si prevede l’approdo del Trans Adriatic Pipeline, centinaia di persone hanno dimostrato la loro indignazione nei confronti del voltafaccia dei 5 stelle (per i dettagli: Tap, da “lo blocchiamo in 15 giorni” a “fermarlo costerebbe troppo”: la giravolta del M5s sul gasdotto in Salento).

Il governo “del cambiamento” ha infatti cambiato posizione di 180° sul gasdotto TAP, accampando l’esistenza di penali smentite non solo da Calenda (!!!), ma dallo stesso MISE presieduto da Di Maio (!!!) come dimostra la risposta alla FOIA di circa un mese fa (vedi qui e qui).

Per orientarsi in mezzo al mare di balle sparate a più voci da parte governativa, consiglio la lettura di questo quadro riassuntivo, ad opera di Michele Carducci, Raffaele Cesari ed Elena Papadia.

Buona lettura da Alexik.

*****

OGGETTO:
QUESTIONI IN MERITO AI “COSTI” (O “PENALI”) CONNESSI ALL’OPERA TAP

Le domande da porsi per rispondere correttamente agli interrogativi sui “costi” di abbandono di TAP, sono sostanzialmente 5.

1. se esistano contratti fra lo Stato italiano e TAP, che contemplano clausole penali o se questi contratti possano essere tenuti “segreti”;

2. quali altre fonti possano contemplare tali “penali” a favore di TAP;

3. a che titolo TAP può rivendicare “penali” o altre forme di “risarcimento” verso lo Stato;

4. quale funzione svolge, in tema di c.d. “penali”, l’Accordo intergovernativo trilaterale fra Italia, Albania e Grecia, ratificato dal Parlamento italiano nel 2013 e riferito all’opera TAP;

5. quali costi e quali benefici sono da ricomprendere nella valutazione dell’opera TAP.

In merito alle domande del gruppo 1, si osserva quanto segue.

A) Non esistono contratti fra TAP e Stato italiano, che direttamente fondino o legittimino c.d. “penali” (le quali ovviamente non possono essere meramente presupposte o sottratte all’onere della forma scritta). Di conseguenza, continuare a parlare di “penali” nei rapporti tra Italia e TAP è fuorviante e impreciso.

B) Non è possibile che esistano contratti “segreti”, stipulati dallo Stato italiano con TAP, non accessibili ai parlamentari o al pubblico, né è possibile che i Ministeri, interpellati dai Cittadini, si rifiutino di produrre documenti e ne limitino l’accesso. Si è più che certi di questo, in ragione delle disposizioni legislative sulla c.d. “trasparenza”, che presidiano l’azione amministrativa pubblica e la disciplina del c.d. “accesso civico” e di quello “generalizzato” (c.d. “FOIA”), al quale, tra l’altro, i sottoscritti hanno fatto ricorso proprio per avere riscontro sulle dichiarazioni dei Ministri in tema di “penali” e “risparmi di bolletta” connessi all’opera TAP.

In merito alle domande del gruppo 2, si osserva quanto segue.

A) TAP non è un’opera pubblica, ma un’opera privata che accede a finanziamenti non solo privati ma anche di provenienza pubblica (come quelli della BEI) e che gestisce interessi pubblici primari (il gas come energia per il fabbisogno pubblico e privato e per la transizione energetica nell’era dei cambiamenti climatici).

B) TAP autonomamente firma (o ha firmato) contratti con terzi di due tipi: il primo è con aziende fornitrici che portano avanti la costruzione del gasdotto; il secondo è con i c.d. «shipper» che vogliono acquistare il gas che arriverà dall’Azerbaijan.

C) Questi sono contratti privati fra TAP e terzi, non fra TAP e lo Stato italiano.
Non conosciamo direttamente il contenuto e il tenore di tutti questi contratti né quali clausole o condizioni che contengano, proprio perché non sono con lo Stato. In ogni caso, essi non riguardano direttamente lo Stato, il che significa che TAP non può far valere tali impegni contrattuali al di sopra o in sostituzione di obblighi di legge, costituzionali e internazionali ai quali, come qualsiasi soggetto operante in Italia, è vincolata.

D) Questo dato è importante, perché significa che non si può parlare di “penali” in capo allo Stato italiano, come conseguenza di questi contratti privati fra TAP e terzi.

In merito alle domande del gruppo 3, si osserva quanto segue.

In caso di abbandono dell’opera, TAP ha solo titolo a chiedere un risarcimento del danno emergente e del lucro cessante, connesso all’affidamento maturato con l’autorizzazione ricevuta dal MISE, ma da computare e provare sulla base di una serie di diversi elementi probatori, fattuali, normativi nazionali e internazionali.

Questo significa che il danno deve essere quantificato attraverso l’onere della prova (per es. alla luce delle clausole contrattuali sottoscritte da TAP con i terzi), la considerazione globale degli adempimenti delle parti e dei tempi (TAP e Stato), gli interessi pubblici prioritari da tutelare con l’abbandono dell’opera (per esempio, gli interessi prioritari climatici rispetto al calo dei consumi energetici e rispetto alla sostenibilità della domanda di energia fossile nel medio e lungo periodo, i contenziosi pendenti, le indagini penali in corso ecc...).

Di conseguenza, sia i conteggi formulati dalla stampa, circolanti da mesi, sia le dichiarazioni pubbliche di queste ultime settimane sulla quantificazione dell’ammontare delle c.d. “penali”, appaiono poco plausibili e metodologicamente non corretti, proprio perché prescindono da questa complessità di analisi.

In particolare, il calcolo dei 20 mld. di Euro, comunicato solo verbalmente dal Sottosegretario al MISE, Sen. Andrea Cioffi, al Sindaco di Melendugno (dato che il Sottosegretario si è rifiutato di esporre o consegnare documenti di riscontro), è molto discutibile sul piano metodologico: esso parte dalla considerazione che l’opera costa 4,5 miliardi, ma non specifica i costi direttamente riferiti al territorio italiano né considera quanto effettivamente è stato realizzato in base a report ufficiali. Presume invece che occorrerebbe risarcire circa 3,5 miliardi dell’intero gasdotto. Dopo di che, stima in 11 miliardi di Euro i danni derivanti dalle mancate consegne di gas da parte di Tap agli acquirenti, a cui si aggiungerebbero l’utile a cui Tap dovrebbe rinunciare e i costi che ricadrebbero sui produttori azeri relativi al gas estratto e non venduto. Con ulteriori 7 miliardi complessivi stimati, si arriverebbe così a circa 20 miliardi, sempre in una prospettiva di mancato utilizzo del gasdotto nei prossimi 25 anni. Nulla fornisce sui titoli giuridici a fondamento delle pretese azere (che non risultano da nessuna parte nei confronti dello Stato italiano) né contestualizza i presunti mancati guadagni al costante calo dei consumi di gas, certificato dallo stesso MISE, in Italia, e a quello altrettanto calante in Europa.

In una parola, quello del Sen. Cioffi è un calcolo presuntivo pro TAP, non un calcolo probatorio pro contesto italiano.

Sostenere poi – come si legge sul sito “scenari economici.it” – che la fonte di tali conteggi risiederebbe addirittura nell’Accordo intergovernativo trilaterale fra Albania, Grecia e Italia è del tutto erroneo, in quanto tale Accordo non è un contratto fra Stato italiano e TAP, bensì un patto fra Stati, che si impegnano a cooperare per permettere la realizzazione dell’opera TAP.

In merito alle domande del gruppo 4, si osserva quanto segue.

Va subito precisato che l’Accordo intergovernativo fra Albania, Grecia e Italia (ratificato in Italia con la legge n. 153/2013) non è un contratto fra gli Stati e TAP, ma è un patto fra Stati finalizzato alle attività transfrontaliere di realizzazione dell’opera.

In quanto mero Accordo di realizzazione dell’opera, esso deve essere conforme alla Costituzione, alle leggi dello Stato italiano e ai Trattati stipulati dallo Stato italiano nonché ai Trattati e alle fonti del diritto europeo.

Tale Accordo non contempla i c.d. “HGA” (Host Government Agreement) fra Stato italiano e TAP, il che significa che non è corredato da specifici ulteriori impegni negoziali diretti fra Italia e TAP.

Infine, tale Accordo richiama, nel Preambolo, la c.d. “Carta dell’energia” (un trattato in tema di imprese e forniture di energia) che stabilisce alcune condizioni di correttezza nei rapporti tra Stato e imprese private multinazionali.

Almeno quattro di cinque condizioni vanno ricordate:
a) il rapporto tra questa “Carta” e altri Trattati, che devono prevalere su di essa (per esempio quelli europei e le loro fonti) (è l’art. 16 della “Carta”);
b) l’impresa multinazionale deve garantire che la sua azione sia finalizzata allo “sviluppo sostenibile dei Paesi” in cui opera e deve rispettare gli Accordi internazionali in materia ambientale, ai quali lo Stato aderisce (per es. l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015 e le norme conseguenti in Italia ed Europa) (è l’art. 19 della “Carta”);
c) la soluzione delle controversie non deve essere necessariamente contenziosa, ma anche diplomatica e solo residualmente contenziosa attraverso un tribunale arbitrale (è l’art. 26 della “Carta”);
d) in caso di recesso di uno Stato dalla “Carta”, le disposizioni della “Carta” (tutte, non solo alcune) continuano ad essere applicate per gli investimenti in corso, per un periodo di venti anni (è l’art. 47 della “Carta”, noto anche come “Zombie Clause”);
e) quindi, continua ad essere applicato all’impresa anche la clausola dell’art. 19 sulla valutazione del suo operato per lo “sviluppo sostenibile” del Paese ospitante.

Tutto questo è molto importante, perché l’Italia ha formalizzato il recesso dalla “Carta” dal 2016, ma l’Accordo intergovernativo trilaterale, che riguarda TAP, è del 2013.

Che cosa significa tutto questo? La risposta è molto semplice. In caso di abbandono dell’opera, TAP può invocare azioni di risarcimento verso lo Stato italiano, attraverso forme contenziose, arbitrali o di transazione, ma resta comunque vincolata alle condizioni della “Carta dell’energia” e soprattutto al rispetto degli altri Trattati dello Stato italiano (come quello di Parigi sul clima), della Costituzione italiana e del Diritto europeo.

Il che significa che TAP, per vedersi dar ragione delle proprie pretese risarcitorie, deve dimostrare di aver rispettato tutte le norme italiane ed europee: tutte, non solo alcune, compresi i Trattati internazionali in materia ambientale.

In merito alle domande del gruppo 5, si osserva quanto segue.

Ecco il punto nevralgico della questione.

Il Governo italiano, per decidere se portare avanti o meno l’opera TAP, si è limitato a una verifica della sola regolarità procedurale della Valutazione di Impatto Ambientale, dimenticando di considerare gli ulteriori vincoli imposti dall’ordinamento europeo: in particolare, si è dimenticato del Regolamento UE n. 347/2013 sui c.d. PIC (Progetti di interesse comune), che si applica anche a TAP.

Questo Regolamento impone il rispetto di diritti procedurali e sostanziali dei cittadini dei Paesi che promuovono l’opera:

– diritti procedurali di c.d. “democrazia ambientale”, attraverso la implementazione specifica della Convenzione di Aarhus su accesso alle informazioni, alla giustizia e partecipazione dei cittadini affinché, si legge testualmente, le «preoccupazioni del pubblico» siano « prese in considerazione, in maniera aperta e trasparente» (ed è stata proprio il Ministro Barbara Lezzi, in sede di sottoscrizione dell’ “Impegno per la promozione della democrazia ambientale nel Salento e in Italia, in merito al gasdotto TAP” come candidata del collegio salentino al Senato, ad aver denunciato, nel marzo 2018, la «negligenza dello Stato nell’implementare la democrazia ambientale» su TAP (pag. 1 del documento sottoscritto);

– diritti sostanziali di analisi costi-benefici dell’opera, nella considerazione «degli obiettivi energetici e climatici entro il 2020, nonché, più a lungo termine,
all’avanzamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050», nella valutazione completa della «resilienza a breve e a lungo termine del sistema del gas» e degli «impatti economici, sociali e ambientali, ivi compresi in particolare i costi esterni come quelli correlati alle emissioni di gas a effetto serra».

Questa analisi costi-benefici non è mai stata fatta né dai Governi della precedente Legislatura né da quello attuale (come dimostrano le risposte negative di tutti i Ministeri interpellati con i c.d. “FOIA” dei Cittadini salentini, tra agosto e settembre di quest’anno), con la conseguenza di aver di fatto disapplicato il Reg. UE n. 347/2013, riferito a TAP come opera di emissione di gas climalterante, e di aver così eluso anche la “Carta dell’Energia”, in cui le pretese creditizie dell’investitore privato devono essere valutate alla luce del rispetto dei Trattati internazionali in materia ambientale.

Giova però ricordare che il Reg. UE n. 347/2013, in quanto fonte euro-unitaria
immediatamente applicabile in Italia e prevalente su altre fonti statali non conformi, vincola direttamente pure TAP e le sue aspettative e pretese giuridiche.

Di conseguenza, e conclusivamente, TAP ha titolo giuridico a richiedere “risarcimenti”, non solo provando il danno emergente e il lucro cessante nella contestualizzazione di tempi e modi di realizzazione della sua opera (comprendendo quindi le diverse variabili richiamate: dai tempi di
esecuzione ai contenziosi pendenti ecc...), ma anche dimostrando di rispettare tutte le previsioni ambientali europee e internazionali, non solo quindi la Valutazione di impatto ambientale interna, alle quali fanno rinvio tanto l’Accordo intergovernativo trilaterale del 2013, quanto la “Carta dell’Energia”, quanto la Costituzione e il Diritto europeo.

Se tutti questi oneri probatori non sono adempiuti, le pretese risarcitorie di TAP diventano fortemente ridimensionate e non sono certo computabili nella discutibile formula proposta, ma non documentata, dal Sen. Andrea Cioffi (i mancati profitti privati).

Sembra utile ricordare che, dopo l’Accordo di Parigi sul clima (sovraordinato rispetto all’Accordo intergovernativo del 2013 su TAP e alle aspettative di investimento di TAP, come dichiara appunto l’art. 19 della “Carta dell’energia”), l’interesse pubblico alla tutela climatica è ormai indiscutibilmente prioritario e preminente, sia a livello nazionale che europeo, rispetto a qualsiasi
aspettativa di profitto privata, sicché qualsiasi analisi di eventuali pretese risarcitorie private non può essere effettuata prescindendone.

L’opera TAP non garantisce lo “sviluppo sostenibile” dell’Italia (condizione di legittimazione dell’opera n base sia alla citata “Carta dell’energia” sia al Reg. UE n. 347/2013 e ss.mm).

Da qui, si sarebbe dovuti partire per una seria, completa e realistica analisi costi-benefici nella prosecuzione dell’opera; non dai conteggi non documentati del Sottosegretario Cioffi.

Anche per tali ragioni, i Cittadini salentini hanno promosso una apposita diffida climatica sia nei confronti del Governo che nei confronti di TAP, affinché si dimostri che l’opera del gasdotto e il nuovo gas garantiscano realmente il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, soprattutto dopo l’allarmante Report di questo mese, reso dall’IPCC dell’ONU (“Global Warming of 1.5° C”: http://www.ipcc.ch/report/sr15/).

Tale rivendicazione si fonda su diverse fonti, che anche TAP deve rispettare; se ne citano alcune:

– la “Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 53/144, 8 marzo 1999,

– le “Linee guida sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani dell’OSCE”,

– la giurisprudenza della Corte EDU (dal caso “Taşkın e altri c. Turchia” in poi),

– la decisione della Corte di Giustizia UE 26 luglio 2017-Cause riunite C-196/16 e C- 197/16,

– i Regolamenti UE n. 1367/2006 (diritto all’informazione sulle emissioni climalteranti) e n. 347/2013 (già cit. sui PIC),

– Accordi di Parigi sul clima, del 2015.

Poiché lo Stato italiano è purtroppo ancora privo:

– della necessaria revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata dal precedente Governo e fondata sull’equivoco di tradurre l’inglese “decarbonization” in “decarbonizzazione” (in modo da non includere il metano come fonte da dismettere) invece che “de-fossilizzazione” (da carbonio, con evidente inclusione anche del metano),

– dell’adozione del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”,

– della istituzione della “Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”,

– dell’adeguamento al “Goal 7” degli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile 2030, come certificato dal Rapporto ASVIS 2018,

– della effettiva messa in atto del “Piano nazionale sulla biodiversità”,

il suo dovere non può non risiedere nel valutare i “costi” di TAP anche sul fronte climatico, quindi non tanto a favore di TAP, come compiuto dal Sottosegretario Sen. Cioffi, ma soprattutto a tutela dei diritti delle presenti e future generazioni di fronte al dramma dei cambiamenti climatici e della ormai certa inutilità del gas come “energia ponte” per il controllo del riscaldamento climatico (come si desume dal citato Report IPCC).

In questi termini, è riassumibile la posizione metodologicamente corretta in tema di “costi”/”penali”/”benefici” dell’opera TAP.

Fonte

07/12/2017

No Tap! Sciopero generale a Melendugno



Ieri, mercoledì 6 dicembre, sciopero generale a Melendugno. Tutto il paese si è fermato e un corteo si è mosso fino a San Foca, per dire NO al Tap e alla repressione contro il movimento popolare che difende gli ulivi centenari e rifiuta la “grande opera” che serve tanto alla Germania e a chi la costruisce.

Almeno tremila persone hanno sfilato oggi in corteo a Melendugno nel giorno dello “sciopero” contro il contestato gasdotto Tap che prevede l’approdo a San Foca. La manifestazione è stata aperta dai bambini e dagli studenti, poi ci sono intere famiglie, persone giunte dai paesi limitrofi, cittadini di ogni età. Lungo tutto il tragitto era impossibile trovare un’attività aperta, nemmeno un bar per un caffè: sportelli fruibili solo nell’ufficio postale. Il centro di Melendugno è tappezzato di manifesti: “chiudo per dignità”.

Al termine del corteo la gente si è radunata in piazza dove si sono succeduti gli interventi. Il sindaco Potì ha letto un messaggio di solidarietà e vicinanza inviato anche dai parroci del comprensorio, con l’autorizzazione del vescovo di Lecce, Michele Seccia, che ha subito preso una posizione di contrarietà rispetto all’infrastruttura energetica, i cui lavori stanno entrando in fase operativa con un lungo muro cinto di filo spinato che circonda il cantiere.

Centrale anche il discorso contro la repressione delle lotte. che vuole imporre una nuova dittatura.

Fonte

14/08/2017

Oltre duemila contro la Tap e con Angelica nel cuore


Oltre duemila manifestanti hanno sfilato nel pomeriggio di ieri, 13 agosto, a San Foca (LE) con le bandiere listate a lutto con rabbia contro l’imposizione di un’altra grande opera che il territorio non vuole e con le lacrime agli occhi per la perdita di Angelica.

Fino a tarda mattinata si era incerti se confermare il corteo a causa dell’incidente avvenuto all’alba in cui ha perso la vita una delle attiviste del movimento No Tap, Angelica Greco, 25 anni. La famiglia di Angelica ha espresso la volontà che il corteo si svolgesse e così è stato. Con una partecipazione importante di cittadini di Melendugno e comuni limitrofi, ma anche di militanti venuti da lontano, il corteo si è mosso in silenzio e con la foto di Angelica in prima fila, lì dove lei sarebbe stata.

Il corteo è stato indetto contro la repressione e la libertà di espressione soprattutto a seguito delle oltre 100 notifiche consegnate nei giorni scorsi, con multe tra 2.500 e 10.000 euro in seguito alle contestazioni, nelle notti del 16 maggio e del 5 luglio, per fermare il trasferimento degli ulivi estirpati dal cantiere di San Basilio verso il sito di stoccaggio.

Tra occhi curiosi e numerosi applausi di villeggianti e turisti ai bordi delle strade e affacciati ai balconi, i manifestanti hanno sfilato dal lungomare di San Foca, snodandosi nelle campagne tra gli ulivi, fino al cantiere della TAP e al vicino presidio No Tap. Nel cantiere, preparato con l’estirpazione degli oltre 200 ulivi, i lavori di escavazione del tunnel per il gasdotto non sono mai cominciati, non sono autorizzati! Infatti, la procedura di assoggettabilità a Via al momento è ancora in corso con scadenza di eventuali osservazioni il 23 settembre.

La Tap (Trans Adriatic Pileline) rientra tra le opere di interesse nazionale, ha inoltre “carattere d’urgenza” e la Snam sta cercando di accelerare i tempi per gli espropri, o comunque per l’acquisizione dei terreni. La condotta sottomarina del gasdotto, proveniente dall’Albania, approderà nella bellissima spiaggia di San Basilio a San Foca, comune di Melendugno. L’infrastruttura energetica che porterà appena 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno a una pressione di 145 bar, prevede anche la costruzione di una centrale di depressurizzazione di 12 ettari a ridosso di 4 centri abitati. Da San Foca il metanodotto Snam attraverserà le campagne con ulivi secolari, agrumeti e antiche masserie per oltre 55 chilometri fino a Mesagne (BR) per agganciarsi alla rete di distribuzione nazionale. Il percorso del gasdotto continuerà lungo l’Appennino per altri 850 km e poi proseguirà fino all’Austria. La Tap interesserà quindi numerose regioni e comuni del territorio italiano e l’imponente e smisurato dispiegamento di forze e la repressione messe in atto contro il dissenso della popolazione del territorio non fanno pensare a nulla di positivo.

Il corteo No Tap ha ribadito l’inutilità e anzi la dannosità di quest’opera che, oltre al rischio ambientale, all’approdo e al passaggio in zone di interesse naturalistico e paesaggistico, non porterà alcun vantaggio dal punto di vista energetico ed economico. Alla popolazione qui è chiaro ciò che è in ballo e non accetta repressione e intimidazioni di chi vuole intervenire in modo arrogante e deleterio su queste terre. Anche il sindaco di Melendugno, insieme ad altri primi cittadini dei comuni interessati, è intervenuto al corteo. Ha contestato la “militarizzazione” e la repressione ed ha portato anche la solidarietà del sindaco di Mesagne, comune che, come altri, si è espresso con una delibera del consiglio comunale contro Tap.

Se e quando ci sarà l’autorizzazione per i lavori la lotta sarà dura. Questo a San Foca è chiaro e pare che si cominci a lavorare affinché il fronte No Tap si allarghi, si unisca e agisca a livello nazionale.

Fonte

03/04/2017

No Tap, un movimento che cresce a vista d’occhio

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Prosegue la “battaglia di Melendugno”, per resistere alla prepotenza con cui il governo cerca di far passare comunque il gasdotto Tap. Ne parliamo con Sergio Bellavita, dell’Unione sindacale di Base. Ciao Sergio...

Ciao, buongiorno a tutti e tutte...

Fine settimana di sospensione dei lavori. Quale è la situazione oggi?

Dopo il blitz che hanno tentato sabato, dovendo poi alla fine riportare gli ulivi espiantati dentro il cantiere – quindi una vittoria del movimento – oggi c’è stata una grandissima partecipazione al presidio, ma non c’è nessun agente delle forze dell’ordine. La calma più totale. Anche oggi sono stati sospesi di fatto i lavori. Ovviamente non crediamo che abbiano intenzione di rivedere per il momento il piano prestabilito ma, semplicemente, stanno riorganizzando un po’ le forze. Qui il consenso al movimento contro la Tap è enorme; ogni giorno si estende, ogni giorno riesce a raccogliere nuove adesioni. Ormai sono circa 82-83 i sindaci che hanno sottoscritto le ragioni della contrarietà a questo progetto. Stamane c’è stata una grande assemblea direttamente al presidio per decidere anche come si prosegue l’iniziativa, tra chi ovviamente e giustamente spinge anche per fare iniziative esterne, che non siano confinate quindi solo alla difesa degli ulivi, in quel pezzo che è sostanzialmente l’avvio concreto dei lavori della Tap che parte dal Salento. Quindi il movimento sta crescendo molto bene, la risposta è grande, nonostante il maltempo al momento non c’è nessun segno di stanchezza. Ieri sera c’è stata una grande assemblea popolare in piazza San’Oronzo a Lecce, eravamo davvero migliaia… Ci sono bei segnali di resistenza.

Quello che colpisce è questa grande partecipazione da parte della popolazione, unita dal documento firmato, appunto, da decine di sindaci del Salento. Eppure quando si va a leggere sui principali quotidiani, di questa vicenda se ne fa sempre un problema di democrazia. “I soliti del No che vogliono bloccare tutto”. Ma più democrazia di così come bisogna fare? C’è tutta la popolazione, ci sono i sindaci... Quale è la democrazia, se non questa?

Infatti... Come spesso accade in queste vicende, non esiste la legalità formale da parte del potere costituito e degli interessi che ci sono dietro quest’opera. Si fa tutto in sfregio anche alla basilare democrazia nel rapporto con le popolazioni locali, addirittura con le amministrazioni. Da questo punto di vista c’è come in tutti i movimenti che si aprono su queste vicende, una riflessione in corso anche sui limiti dell’atteggiamento nei confronti della legalità da parte del movimento; perché, ovviamente, noi invochiamo democrazia, rispetto delle comunità, rispetto dei popoli, ma dall’altra parte invece tutto questo non c’è. E’ chiaro che dentro le amministrazioni, tra tutti gli 82 sindaci che hanno firmato, ma non solo, anche il presidente della Regione, si avverte un po’ l’essere parte di qualcosa che ha un grande consenso popolare, ma poi si limita ad una presa di posizione. Quello di cui ci sarebbe bisogno è invece una scesa in campo diretta anche del presidente della Regione, con atti concreti e formali, che al momento ancora non ci sono. Ci sono stati, in passato, ma a questo punto sono assolutamente fermi. Hai detto giustamente che c’è un grande consenso della popolazione, ma ovviamente la parte degli attivisti ha bisogno però anche di un supporto che tenga insieme la lotta; che, come in altre esperienze, a partire dalla Val di Susa, tenga insieme anche gli atteggiamenti più resistenti con quelli, invece, della vera e propria parte politica. Che utilizzi insomma anche le istituzioni locali come elemento di scontro rispetto al potere centrale dello Stato. Anzi, in questo caso, dei privati; perché l’opera è assolutamente e totalmente privata.

In chiusura... Cosa ci possiamo aspettare nei prossimi giorni? Soprattutto, quale strade intende percorrere il movimento da qui in avanti?

Il movimento adesso è in una fase di forte crescita e si sta organizzando. Bisogna tenere conto che i primi attivisti No Tap non sono dell’ultima ora. Adesso, con gli onori delle cronache e con il grande consenso che c’è, è esploso il movimento e tutti conoscono le ragioni della protesta. Ci dobbiamo aspettare anche iniziative esterne, perché ovviamente tutti convengono sul fatto che non si può rimanere solo in quel cantiere. I tempi non saranno brevi però c’è grande determinazione a voler vincere questa battaglia. Io l’ho sentito, sono intervenuto, sono stato in questi giorni al presidio e conosco molti compagni che stanno operando tutti i giorni per tenere insieme le fila. C’è veramente un bel clima di unità e di determinazione. E credo che andranno avanti molto.

Bene, speriamo di sì... Anche perché, lo dico ogni volta che parliamo di questo argomento, quella è una terra veramente meravigliosa, e per produrre ricchezza...

...è anche la mia terra...

...che certamente non ha bisogno di un gasdotto ma può puntare su quello che già ha e su quello che è, credo...

Certo.

Grazie Sergio per il tuo contributo.

Grazie a voi.

Fonte

01/04/2017

Melendugno. “La polizia si sta riorganizzando per attaccare in forze”


Intervista a Boris, attivista No Tap, di Melendugno – Realizzata ieri da Radio Città Aperta.

Ciao Boris, buongiorno.

Ciao.

Sappiamo che è un momento questo di relativa tranquillità perché c'è una sospensione dei lavori fino a lunedì. Qual è la situazione in questo momento?

Molti mezzi di comunicazione hanno fatto passare questa sospensione come una mezza vittoria del movimento. Nella realtà dei fatti lo è, perché abbiamo messo un po' in difficoltà sia la società Tap sia chi la sostiene e consente di fare questi lavori, cioè le forze dell'ordine, che rispondono come le guardie bianche dell'America Latina agli ordini di una multinazionale. La quale non ha neanche i permessi per fare quello che sta facendo, perché li ha ottenuti dopo che aveva iniziato a fare i lavori. Nella realtà dei fatti siamo di fronte ad una tregua unilaterale proclamata dalle forze dell'ordine perché avevano bisogno di riorganizzarsi e rafforzarsi, quindi da lunedì avremo praticamente militarizzata tutta la zona di Tap del presidio. Noi ci stiamo organizzando da parte nostra per continuare la battaglia nel migliore dei modi. Una battaglia che finora è stata pacifica, nel senso che abbiamo fatto solo ed esclusivamente resistenza passiva; invece dall'altra parte abbiamo trovato le forze di polizia in assetto antisommossa, molto nervosi... Io ho un po' di esperienza in questo campo e veramente fanno paura, nel senso che partono senza motivo, provocano, tentanto di arrestare le persone che stanno sedute a terra, cercano di isolare le persone, le accerchiano e tentano di portarle via. E' una situazione molto delicata anche perché ci sono persone anziane e quelli non hanno nessuna pietà. Però questa è la situazione e noi ci stiamo organizzando per andare avanti, per rispondere a tutto questo con la forza di un popolo; perché è tutto il Salento, tutto il popolo del Salento che non vuole il Tap.

Chiaro. Quindi vi aspettate per la prossima settimana forse addirittura un livello di militarizzazione superiore a quello già imponente che abbiamo visto nei giorni scorsi?

Sì. Le motivazioni reali per cui sono stati sospesi i lavori sono quelle. Hanno detto: noi non abbiamo la capacità di fronteggiare quello che abbiamo di fronte quindi dobbiamo riorganizzarci con le forze di polizia per avere rinforzi. Nella realtà dei fatti, loro non erano pronti a questa cosa; hanno spostato poliziotti, finanzieri e carabinieri da tutte le province della Puglia pensando di dover far fronte a un giorno, massimo due di manifestazione. Evidentemente questi agenti erano sempre gli stessi, erano esausti... Ed anche noi eravamo stanchi... Quindi alla fine hanno detto “sospendiamo, facciamo arrivare qualcun altro”, perché hanno capito che comunque, giorno per giorno, il numero di persone al presidio aumentava e non diminuiva. Non ci siamo abbattuti quando hanno tagliato il primo albero, ma ci siamo arrabbiati di più; e quindi alla fine si stanno riorganizzando per essere più forti.

Possiamo sperare che però ci si riorganizzi anche da quest'altro lato e che quindi da lunedì ci possa essere un presidio anche questo più imponente, più numeroso...

Sì, sì, questo senza dubbio. Noi in questi giorni stiamo facendo volantinaggi, stiamo andando a parlare con la gente, con le persone che comunque sostengono la nostra lotta, che però non lo fanno ancora in maniera attiva. Perché alla fine il rischio è che anche noi, dopo una settimana, 10 giorni, 15 giorni, un mese, se non c'è un ricambio costante, alla fine finiamo per cedere. Ma non succederà, perché comunque la rabbia sta montando in tutta la provincia, perché è evidente il sopruso che stiamo subendo. Anche le istituzioni locali... Cioè, è stato caricato il sindaco mentre stava facendo un'intervista; è una cosa pazzesca, senza motivo. Sono cose che tutti stanno vedendo, che tutti collegano ad un disegno di cui noi non abbiamo nessuna contezza, nel senso neanche si sa bene chi sono questi di Tap. Sicuramente non stanno facendo il bene della nostra terra, sicuramente stanno danneggiando la nostra economia, sicuramente stanno distruggendo il nostro territorio. Qua tra xylella – questa fantomatica xylella che non si capisce neanche cosa sia, ma che fa seccare gli alberi di ulivo, però l'anno scorso c'è stato un grosso movimento intorno a questa cosa e c'è ancora – poi abbiamo Colacem, poi l’Ilva... Io abito in un paese in cui non c'è una fabbrica e in cui la gente muore di tumore a 40, 50 anni. Più o meno su tutto questo si sta lavorando da anni, si fa controinformazione. La gente è stanca. Stanca di dover subire queste operazioni colonialistiche da parte di multinazionali che non lasciano nulla al territorio, se non distruzione e morte.

Territorio che, tra l'altro, è tra i più belli nel nostro paese e quindi a maggior ragione andrebbe tutelato. Ti ringrazio Boris per il tuo contributo.

Grazie a voi, perché ci state facendo parlare.

E assolutamente ti volevo dire che magari ci risentiamo la prossima settimana quando i lavori dovrebbero riprendere per continuare a seguire insieme quello che sta accadendo.

Sì, sì, noi siamo disponibilissimi sempre. Solo un appello, perché tante persone stanno al presidio in questi giorni, stanno succedendo un sacco di cose... Molto probabilmente avremo bisogno di un sostegno anche per portare avanti eventuali spese giudiziarie, quindi se oltre alla controinformazione e alla solidarietà, ci sta qualcuno che vuole fare una serata ogni tanto per sostenere queste battaglie, è ben accetto.

Un sostegno a questa battaglia. Assolutamente. Grazie ancora Boris.

Grazie a te, grazie a voi.

Fonte

30/03/2017

A Melendugno la polizia carica anche i sindaci

Anche oggi proteste e violenza poliziesca a Melendugno, per imporre con la forza l’espianto degli ulivi e la realizzazione del gasdotto chiamato Tap. Cittadini e attivisti hanno presidiato il cancello d'ingresso del cantiere fin dall’alba. Gli agenti hanno prelevato uno alla volta i manifestanti portandoli lontano dal cantiere, tra le proteste degli altri manifestanti. Una persona è stata colta da malore nell'area antistante il cantiere. Il sindaco di Melendugno, Marco Potì, stava rilasciando un'intervista ad una tv locale quando è stato invitato da funzionari di polizia ad allontanarsi per consentire il transito di camion. Quindi i poliziotti hanno circondato sindaco e alcuni manifestanti, spingendoli di forza fuori dall'area del cantiere.

Sulla lotta riferisce qui Ivano, del movimento No Tap Melendugno. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Buongiorno Ivano

Buongiorno a tutti voi

Grazie per essere con noi. Che sta succedendo? Sappiamo che c’è stata anche stamattina tensione con la polizia.

La questione è molto complessa. Cominciamo a dire che il gas che viene dall’Azerbaigian è insufficiente. In circa 10 anni quel gas verrà esaurito. Quindi lo stesso gas, lo stesso impianto, servirà poi a collegarsi con il gas della Russia e quindi lo pagheremo molto di più. Tra l’altro questo gasdotto ha un impatto ambientale su una delle coste più belle del Salento; devasterà la nostra terra, che già è sotto attacco di varie speculazioni. Questo gasdotto approderà a San Foca, spaccherà tutta la nostra penisola per andare in Germania. Parte di questo gas andrà in Germania, da noi arriverà ben poco. Quindi non si tratta soltanto dell’espianto di quei 211 ulivi, così come dicono la società del Tap e gli organi di informazione; gli ulivi in questione sono migliaia, perché si tratta di rimuovere tutti gli ulivi lungo il tracciato. E’ un’opera inutile, che andremo a pagare noi cittadini italiani in bolletta, così come stiamo pagando in bolletta l’eolico, il fotovoltaico, senza avere nulla in cambio, perché comunque il Cerano – la più grande centrale termoelettrica a carbone del mezzogiorno d’Italia – continua a bruciare carbone. Così quell’impianto di gas non gioverà a tutti gli italiani. E’ un impianto che, ripeto, sarà dannoso per la nostra terra, non solo per San Foca ma per tutta l’Italia.

Tra l’altro in una zona a forte vocazione turistica, con un turismo fortemente basato proprio sull’aspetto territoriale e naturale dell’area... Probabilmente un intervento di questo tipo è completamente contrario all’idea di sviluppo che questa terra si è data negli anni...

La nostra idea di sviluppo è mantenere il nostro territorio così come i nostri avi ce l’hanno consegnato. Andare ad alterare il nostro territorio significa industrializzarlo ora che, ripeto, è già compromesso, molto compromesso, dalla cementificazione, dalla speculazione edilizia, dai “Briatori” di turno, che stanno venendo qui in massa. Sarebbe un territorio snaturato. Gli ulivi sono la nostra memoria, sono la nostra cultura.

Chiaro... Senti, invece dal presidio che notizie ci puoi dare? Quale è la situazione adesso?

Io ho lasciato il presidio ieri sera. Ti dico soltanto che ieri mattina c’è stata una carica della polizia inspiegabile. Tra l’altro sono stati bastonati dai celerini i sindaci che si oppongono a tale opera, compreso Marco Potì, il sindaco di Melendugno, ed anche il sindaco di Martano, consiglieri regionali come Cristian Casilli, donne, persone inermi... Praticamente stiamo cercando di fronteggiare un esercito. Sul posto c’è: polizia, carabinieri, finanza, addirittura i contractor, quelli che pagano per combattere in Iraq, e persino la marina militare. Quindi una zona militarizzata dove si sta calpestando la democrazia. Lo Stato contro lo Stato e la popolazione...

E’ incredibile... Ivano ti ringrazio per il tuo contributo. Se possibile magari ci aggiorneremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni per continuare a seguire questa vicenda.

Fonte