Dopodomani sciopero generale di tutte le categorie, indetto da Usb, Cobas e Unicobas. Non è il primo, non sarà l’ultimo, ma una novità forte in questo caso c’è: il peso dei metalmeccanici – categoria di riferimento per tutto il mondo del lavoro, in Italia. Dopo un secolo di quasi monopolio da parte della Fiom Cgil (che ancora oggi ha più iscritti di Fim Cisl, Fismic e Uil messi insieme), una quota crescente di delegati e lavoratori sta passando nelle fila di Usb. Segno che la credibilità di questo sindacato, nel mondo del lavoro, è ormai cresciuta ben oltre i limiti “originari” del sindacalismo di base, prospettando così un ruolo da sindacato generale di classe. Di cui in effetti si sente decisamente bisogno.
Il coordinatore dei metalmeccanici Usb è Sergio Bellavita, ex membro della sergreteria nazionale Fiom, qui intervistato da Radio Città Aperta.
Con noi al telefono Sergio Bellavita, Unione Sindacale di base lavoro privato. Ciao Sergio, buongiorno, grazie della tua disponibilità innanzi tutto.
Ciao, buongiorno a voi.
L’argomento dell’approfondimento di oggi è una tendenza che stiamo registrando con sempre maggiore evidenza: cioè il passaggio di sempre più lavoratori che dai sindacati “normali”, concertativi, passano a Usb. E’ quasi una banalità dire che i tre grandi sindacati non svolgono più da anni il loro ruolo, però è sempre interessante verificare come poi alla fine, in una condizione di difficoltà dal punto di vista delle condizioni lavorative e dei diritti, sia indispensabile salvaguardarsi trovando un referente sindacale che si opponga a quella che è la tendenza.
Sì. Io penso che stiamo vivendo un autunno caldo della rappresentanza. Purtroppo non un autunno caldo di mobilitazioni sociali, anche se ovviamente siamo in campo per lo sciopero di venerdì e per la manifestazione dell’11, quindi ci aspettiamo un buon risultato di entrambi, sia di partecipazione allo sciopero, di adesione, che di partecipazione alla manifestazione. L’ho chiamato l’autunno caldo della rappresentanza perché probabilmente non abbiamo ancora bene la dimensione esatta dell’ampiezza e della profondità di questo processo di disgregazione di Cgil-Cisl-Uil, che sta portando una crescita enorme dell’Unione Sindacale di Base che è il sindacato che sta raccogliendo di più da questa disgregazione, soprattutto nell’industria. E’ un risultato straordinario, è un fenomeno che va approfondito perché evidentemente ogni legame che nel passato c’è stato rispetto al valore e alla struttura di Cgil-Cisl-Uil, alla loro quasi totale supremazia in ampi settori del mondo del lavoro è venuto meno. Ed è venuto meno anche l’attaccamento – un attaccamento diciamo di carattere politico – rispetto alla Cgil.
Ci sono quadri storici che hanno una lunga militanza alle spalle dentro la Cgil che la stanno abbandonando e che hanno deciso passare con noi Usb. Io posso citare, solo per dirne qualcuno, i delegati dell’acciaieria di Piombino, la ex Lucchini. Cito la Gd di Bologna, un’azienda di 1800 dipendenti, la più grande della regione, un’azienda simbolo, roccaforte della Fiom che oggi ha visto in poche settimane perdere centinaia di adesioni con l’irruzione di Usb e di questo protagonismo nuovo dei lavoratori su un terreno-chiave che è quello della democrazia, prima ancora dei contenuti di un accordo che gli è stato imposto. Ma potrei citarne tante altre, ormai sono innumerevoli.
E’ un vero e proprio processo. C’è una domanda di sindacato straordinaria che non trova ovviamente riposta in Cgil-Cisl-Uil per mille motivi che al momento non è neanche opportuno approfondire... Ma quello che ci preme sottolineare è la profondità di questo processo di crescita, soprattutto nel privato e nell’industria. Devo dire poi che anche l’ottimo risultato, in alcune realtà straordinario, di Usb nelle Rsu dell’igiene ambientale, testimonia esattamente questa crescita.
Siamo di fronte a qualcosa che dobbiamo approfondire e studiare bene perché c’è bisogno di un sindacato che riesca ad accogliere, quindi anche Usb ha questa sfida davanti, questa domanda, questo bisogno di sindacato, di dargli organizzazione, di dargli delle risposte.
Volendo darcela adesso, probabilmente la prima risposta è relativa al peggioramento, al deterioramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori. Uno spostamento ormai radicale ed evidente della bilancia da parte del datore di lavoro, dalla parte del padrone, che ha bisogno di qualcuno che riequilibri questa bilancia. Potrebbe essere questa la prima risposta che ci viene in mente?
Certo, su questo non c’è dubbio. E’ chiaro che da una parte c’è una contraddizione sempre più insostenibile in capo a Cgil-Cisl-Uil. Cioè il mantenimento di una pratica sindacale che continua a vantare “straordinari risultati” e la condizione dei lavoratori che peggiora costantemente.
In realtà sono molti anni che c’è in capo questa contraddizione insostenibile. Il problema è però che le cose si accumulano, si stratificano, e che dal punto di vista generale – penso allo stesso tavolo aperto con il governo sulle pensioni – si discute di dettagli minimali, perfino imbarazzanti rispetto alla dimensione della legge Fornero e la cancellazione delle pensioni da lavoro. Si discute solo come esentare una parte di lavoratori dal prossimo innalzamento...
Non c’è più un ruolo politico di Cgil-Cisl-Uil sul piano generale. Questo processo di progressiva spoliazione di diritti e salario, in molti casi è subito passivamente da parte di Cgil-Cisl-Uil. In altri casi vede queste organizzazioni addirittura protagoniste. Penso al contratto dei metalmeccanici. La Fiom non ha subìto l’accordo con Federmeccanica del novembre 2016, che ha sancito la resa sulla ultradecennale battaglia in difesa del contratto nazionale, ma è stata protagonista di un accordo tutto basato su enti bilaterali, che non dà salario, che ha concesso ai padroni il totale potere sugli orari e sul salario. Questo ovviamente non può che avere delle conseguenze nel rapporto tra Cgil-Cisl-Uil e lavoratori, e apre degli spazi enormi.
Ripeto, è una sfida molto alta, la posta in gioco è quella di costruire una vera alternativa. Usb si sta candidando a questo. I primi risultati straordinari cominciano ad arrivare.
Un’ultima battuta sull’Ilva di Genova, occupata ormai da 2 giorni, se non sbaglio, dai lavoratori.
Sì. Ovviamente siamo solidali e complici di quei lavoratori e siamo contenti che la Fiom di Genova abbia deciso di fare una iniziativa di lotta così importante. Vorremmo si facesse anche a Taranto, stiamo proponendo a tutte le altre organizzazioni di prendere a modello e a riferimento la lotta dei lavoratori di Genova. Noi abbiamo già fatto uno sciopero lo scorso 31 ottobre, c’è stato un incontro al Ministero. Siamo stati da soli, purtroppo il nostro appello all’unità nelle lotte è caduto nel vuoto... Ma abbiamo intenzione, in accordo con gli altri o anche senza accordo, di continuare sul terreno delle mobilitazioni perché è evidente che Arcelor Mittal non è la soluzione per Taranto, non è la soluzione per Genova, non è la soluzione per l’acciaio.
C’è bisogno di un piano straordinario, di un intervento pubblico in economia, in questo caso in un settore strategico come quello dell’acciaio. C’è bisogno che si torni a parlare di nazionalizzazione. Nazionalizzare l’acciaio vuol dire mettere insieme dalle ferriere di Trieste alle acciaierie di Piombino – dopo che è stata svenduta ad un imprenditore algerino che non ha un centesimo da investire, e che sta tenendo tutti i lavoratori in cassa integrazione – all’Ilva di Taranto e alle acciaierie speciali di Terni.
Si pone il problema di un intervento di altro tipo. Il 16 faremo un convegno nazionale a Terni sulla nazionalizzazione del settore perché crediamo che oggi, come non mai, c’è bisogno di cambiare radicalmente la politica industriale in questo paese.
Grazie Sergio, grazie e buon lavoro.
Grazie a voi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/11/2017
21/04/2017
“Macché paese post-industriale, qui ci sono tanti operai quanto in Germania”
Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Un saluto a Sergio Bellavita, dell'Usb Lavoro Privato. Buongiorno Sergio...
Ciao, buongiorno a tutte e tutti...
Partirei dalla presentazione di un’inchiesta che avverrà questo fine settimana, qui a Roma (Centro Congressi Cavour, domenica 23, ore 10), un’inchiesta sul lavoro in fabbrica in Italia, “La grande fabbrica”, e soprattutto concentrarci su alcuni dati che ci hanno un po’ colpito. Da questa inchiesta emerge ad esempio che l’Italia è il secondo paese per produzione manifatturiera d’Europa, con un numero di addetti, di lavoratori, di operai, di poco inferiore alla Germania. E già questi due dati fotografano una realtà – condizione dei lavoratori, salari, livelli occupazionali – in cui forse c’è qualcosa che non funziona...
Questa inchiesta è molto importante... Erano anni che non si affrontava il tema della nuova composizione di classe nei luoghi di lavoro e, soprattutto, anche del ruolo che viene assegnato all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, come ricordavi, emerge con nettezza il fatto che l’Italia non è un paese post-industriale, è un paese manifatturiero; che esiste un’occupazione significativa e c’è una produzione altrettanto significativa. Il problema in realtà è che siamo nel pieno di un processo di valorizzazione, nel senso che pur mantenendo questo ruolo di assoluto primo piano, però c’è una fase di parcellizzazione del ciclo produttivo; quindi la catena del valore ha condotto con sé anche il processo di esternalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, con un’aggressione formidabile ai diritti dei lavoratori che è, in parte, anche conseguenza di questo processo. E’ un processo un po’ sinergico, purtroppo. Il lavoro operaio oggi non è solo il lavoro operaio classico, perché ci sono anche processi di proletarizzazione di alcune figure che tradizionalmente potevano essere considerata non operaie, e quindi che si ritrovano invece spinti verso il basso, diciamo. Quindi è un’inchiesta molto importante, perché la mappatura, il quadro, un’analisi precisa di quella che è la situazione del tessuto produttivo di questo paese diventa uno strumento decisivo, se si vuole mettere in piedi un’iniziativa sindacale adeguata, che abbia come obiettivo la riunificazione del mondo del lavoro a prescindere dal colore del camice o dalla tuta che si indossa, perché mette al centro la ricostruzione dei diritti dei lavoratori e la valorizzazione dei salari. L’inchiesta è dunque molto importante e ci serve davvero, soprattutto nella fase congressuale e in quella post-congressuale, che sarà anche più impegnativa, vista la crescita di Usb nel lavoro privato.
Parto da una tua considerazione: l’Italia non è un paese post industriale. Quindi quali sono le differenze con i lavoratori in Germania, da dove nasce questa differenza, visto il livelli di importanza di quantità e il livello di produzione più o meno non siamo così distanti? Quindi la narrazione di un’Italia che avrebbe abbandonato la fase industriale è una narrazione tossica, ci viene dato da pensare. Le differenze dove sono? Solo nelle condizioni trattamento dei lavoratori o ci sono anche gli altri elementi?
Parte di questo processo riguarda direttamente le classi dimensionali di impresa, che non è un dato irrilevante per un’analisi corretta... La Germania è un paese che ha ancora una grande impresa industriale e questo, evidentemente, determina il fatto che ci siano per i lavoratori dei benefici di derivazione contrattuale superiori rispetto ai livelli dei lavoratori delle piccole imprese. L’Italia continua ad essere un paese che assolutamente non è postindustriale, ed è azzeccata la definizione di questa narrazione tossica che da tanti anni ci accompagna in tutta una serie di sconfitte e di arretramenti, molte volte anche utilizzando a pretesto questa narrazione per dire che “il mondo è cambiato”. Quindi, la differenza con la Germania innanzitutto riguarda la grande impresa e il ruolo che queste imprese hanno a livello globale. L’Italia, con la crisi, ha visto la frammentazione colpire soprattutto la grande impresa, per cui ci troviamo un tessuto industriale di dimensioni più piccole. Penso all’Emilia Romagna, dove pure siamo cresciuti molto, considerando grande già un’azienda che ha 500-600 dipendenti, mentre in passato la “grande impresa” ne occupava 10 mila, o comunque nell’ordine di migliaia di lavoratori. Un’altra differenza tra Italia e Germania? Anche qui, parte della narrazione tossica è sul fatto che in Germania comunque, a fronte di questa supremazia assoluta sul terreno industriale, ci sia una condizione dei diritti tendenzialmente superiore a quella dei lavoratori che sono in Italia. In parte è vero, ma in parte non è così; perché in Germania, a partire dal 2003, con l’introduzione dei mini jobs, questo strumento cosiddetto di “lavoro atipico” che ha consentito alle aziende di avere grandi quote di lavoratori con salari più bassi e condizioni lavorative peggiori, è alla base del cosiddetto miracolo economico della Germania, Quindi, in realtà, i processi di precarizzazione sono del tutto simili a quelli che stanno vivendo anche i lavoratori italiani. A differenza dei lavoratori tedeschi, buona parte dei lavoratori italiani ha goduto di una contrattazione di conquista, di crescita dagli anni ’60 fino agli anni ’80; ma negli ultimi 10-15 anni sono costantemente sotto attacco in un processo che abbiamo chiamato desindacalizzazione, cioè di restituzione di tutto quello che avevano guadagnato, portato a casa, strappato con le lotte importanti di un ventennio. Questo è un processo che in Germania è meno presente, perché è stato meno presente il sindacato conflittuale, e molto più presente il sindacato invece, tra virgolette, che “codeterminava” i processi insieme alle imprese; anni che quindi sono stati vissuti con un conflitto di tipo assolutamente diverso o proprio senza conflitto, in Germania. Tutto viene scaricato sulle nuove figure... Si parla molto del carrellista della Volkswagen che guadagna più di 2.000 euro al mese, ma poco si dice sui milioni di lavoratori mini jobs. Una parte non piccola di questi lavora anche per Volkswagen e tutta l’industria automobilistica; e questi lavoratori, evidentemente, non hanno gli stessi salari che hanno quelli portati a modello della Germania.
Chiarissimo. Volevo chiederti: ma quanto, secondo te, il lavoro migrante può incidere sulla nuova categoria operaia che si sta formando qui anche in Italia? Parlo non soltanto dell’agricoltura, o del bracciantato, ma anche di grande distribuzione e via dicendo...
Io penso che il lavoro migrante, così come l’avevamo connotato un po’ di anni fa, nella stagione dei movimenti in cui c’era la fase di costruzione del protagonismo del lavoro migrante, ancora oggi sia un fattore decisivo per la ripresa delle lotte. Faccio un paragone che per certi versi è un po’ azzardato, ma ci sta. Le grandi lotte delle fabbriche dei metalmeccanici, ma non solo, che ci sono state in Italia negli anni ’60 e ’70 – nel nord Italia soprattutto – hanno avuto come motore il lavoro migrante; in quel caso era il lavoro migrante dal sud Italia verso il nord. Sono state le condizioni soggettive di chi pagava un prezzo doppio, la condizione di fabbrica e la condizione di lavoratore strappato dal suo paese e costretto a vivere in condizioni ultra precarie di vita, a costituire la molla anche per cambiare in profondità un sindacato che invece parlava il dialetto del nord ed era ostico ad aprirsi alle nuove soggettività. Questa carica di ribellione, questa rabbia per quella condizione, è stata decisiva per le lotte di quegli anni. Io penso che possa essere decisiva anche oggi. In parte, nella logistica, lo vediamo già, almeno nel nord, perché buona parte della logistica al sud è fatta da lavoratori del sud e non da lavoratori migranti; ossia non italiani, non nativi.
In chiusura, parliamo un attimo della questione voucher. Il Senato ha approvato l’abrogazione dei voucher, disattivando così di fatto il referendum proposto dalla Cgil. Una tua valutazione su questa questione...
Intanto una valutazione su tutto il pacchetto che la Cgil aveva preparato per il referendum. All’epoca, quando si era discusso, io ero ancora componente del direttivo nazionale Cgil; mi ero contrapposto non tanto alla scelta dei referendum, quanto ad alcuni particolari quesiti che non volevano in realtà smontare l’impianto del diritto del lavoro per come era stato descritto, ma semplicemente accompagnare la proposta della Cgil alla “carta dei diritti”, che non è esattamente il ripristino dello Statuto dei lavoratori. Ad esempio, sull’art. 18; la Cgil, nella sua “carta dei diritti”, non propone tout court, così come erano, le stesse modalità tutelanti nell’art. 18 con la reintegra piena. Prende atto, invece, di un mondo ultra precario e decide di dare diritti anche ai lavoratori autonomi; quindi è la fine di una lunga battaglia, se mai l’avesse fatta davvero fino in fondo, rispetto al contrasto del lavoro atipico e il lavoro precario, per riportarlo nell’alveo del lavoro subordinato. Detto questo, si spiega anche perché non sia stato approvato il quesito sull’art. 18. Dal punto di vista formale – quanto meno sulla cancellazione dei voucher – la vittoria per la Cgil c’è, ed è innegabile. Ma è una vittoria di Pirro, perché la cancellazione dei voucher ha lasciato un vuoto che verrà colmato. E addirittura l’intenzione del governo è di riprendere vecchi tipologie contrattuali mai utilizzate fino in fondo, perché un po’ troppo “rigide”, come il lavoro a chiamata, e di introdurre anche in Italia i mini jobs di cui parlavo prima, che ormai in Germania riguardano 6-7 milioni di lavoratori dipendenti. Quindi non è una vittoria sul terreno sociale; è una vittoria semplicemente d’immagine, con la cancellazione dei voucher, ma il governo sta già studiando insieme alle parti – e qui Gentiloni fa una piccola discontinuità con Renzi, perché ha riaperto il dialogo con Cgil-Cisl-Uil, un dialogo che non è più neanche concertazione, ma è perfino peggio, a livello quasi di complicità – per poter dare risposte alle imprese, che hanno protestato per l’abolizione dei voucher. Confindustria chiede di consentire di utilizzare il lavoro precario con una riduzione di costi. Faccio presente che i mini jobs, così come in Germania, prevedono che tutta una serie di oneri indiretti – che però sono salario effettivo per il lavoratore – non vengano riconosciuti; e quindi è una sorta di paga globale, con tutto ciò che comporta questo per i salari dei lavoratori e la condizione lavorativa. In più c’è anche il lavoro a chiamata... Hanno intenzione di modificarlo rendendolo più flessibile, senza tenere il lavoratore a disposizione dell’impresa e garantendo un minimo di 400 giornate lavorative nel triennio. Quindi in realtà questa operazione del governo non reintroduce dei paletti a tutela del lavoro garantito e stabile, ma semplicemente è un maquillage per un nuovo attacco e un nuovo sfondamento – invece – rispetto a tutto il lavoro precario che ancora c’è e sempre di più intacca il lavoro cosiddetto stabile.
Bene Sergio, molto chiara la tua analisi. Grazie e buon lavoro, grazie della tua disponibilità.
Grazie a voi.
Fonte
Un saluto a Sergio Bellavita, dell'Usb Lavoro Privato. Buongiorno Sergio...
Ciao, buongiorno a tutte e tutti...
Partirei dalla presentazione di un’inchiesta che avverrà questo fine settimana, qui a Roma (Centro Congressi Cavour, domenica 23, ore 10), un’inchiesta sul lavoro in fabbrica in Italia, “La grande fabbrica”, e soprattutto concentrarci su alcuni dati che ci hanno un po’ colpito. Da questa inchiesta emerge ad esempio che l’Italia è il secondo paese per produzione manifatturiera d’Europa, con un numero di addetti, di lavoratori, di operai, di poco inferiore alla Germania. E già questi due dati fotografano una realtà – condizione dei lavoratori, salari, livelli occupazionali – in cui forse c’è qualcosa che non funziona...
Questa inchiesta è molto importante... Erano anni che non si affrontava il tema della nuova composizione di classe nei luoghi di lavoro e, soprattutto, anche del ruolo che viene assegnato all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, come ricordavi, emerge con nettezza il fatto che l’Italia non è un paese post-industriale, è un paese manifatturiero; che esiste un’occupazione significativa e c’è una produzione altrettanto significativa. Il problema in realtà è che siamo nel pieno di un processo di valorizzazione, nel senso che pur mantenendo questo ruolo di assoluto primo piano, però c’è una fase di parcellizzazione del ciclo produttivo; quindi la catena del valore ha condotto con sé anche il processo di esternalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, con un’aggressione formidabile ai diritti dei lavoratori che è, in parte, anche conseguenza di questo processo. E’ un processo un po’ sinergico, purtroppo. Il lavoro operaio oggi non è solo il lavoro operaio classico, perché ci sono anche processi di proletarizzazione di alcune figure che tradizionalmente potevano essere considerata non operaie, e quindi che si ritrovano invece spinti verso il basso, diciamo. Quindi è un’inchiesta molto importante, perché la mappatura, il quadro, un’analisi precisa di quella che è la situazione del tessuto produttivo di questo paese diventa uno strumento decisivo, se si vuole mettere in piedi un’iniziativa sindacale adeguata, che abbia come obiettivo la riunificazione del mondo del lavoro a prescindere dal colore del camice o dalla tuta che si indossa, perché mette al centro la ricostruzione dei diritti dei lavoratori e la valorizzazione dei salari. L’inchiesta è dunque molto importante e ci serve davvero, soprattutto nella fase congressuale e in quella post-congressuale, che sarà anche più impegnativa, vista la crescita di Usb nel lavoro privato.
Parto da una tua considerazione: l’Italia non è un paese post industriale. Quindi quali sono le differenze con i lavoratori in Germania, da dove nasce questa differenza, visto il livelli di importanza di quantità e il livello di produzione più o meno non siamo così distanti? Quindi la narrazione di un’Italia che avrebbe abbandonato la fase industriale è una narrazione tossica, ci viene dato da pensare. Le differenze dove sono? Solo nelle condizioni trattamento dei lavoratori o ci sono anche gli altri elementi?
Parte di questo processo riguarda direttamente le classi dimensionali di impresa, che non è un dato irrilevante per un’analisi corretta... La Germania è un paese che ha ancora una grande impresa industriale e questo, evidentemente, determina il fatto che ci siano per i lavoratori dei benefici di derivazione contrattuale superiori rispetto ai livelli dei lavoratori delle piccole imprese. L’Italia continua ad essere un paese che assolutamente non è postindustriale, ed è azzeccata la definizione di questa narrazione tossica che da tanti anni ci accompagna in tutta una serie di sconfitte e di arretramenti, molte volte anche utilizzando a pretesto questa narrazione per dire che “il mondo è cambiato”. Quindi, la differenza con la Germania innanzitutto riguarda la grande impresa e il ruolo che queste imprese hanno a livello globale. L’Italia, con la crisi, ha visto la frammentazione colpire soprattutto la grande impresa, per cui ci troviamo un tessuto industriale di dimensioni più piccole. Penso all’Emilia Romagna, dove pure siamo cresciuti molto, considerando grande già un’azienda che ha 500-600 dipendenti, mentre in passato la “grande impresa” ne occupava 10 mila, o comunque nell’ordine di migliaia di lavoratori. Un’altra differenza tra Italia e Germania? Anche qui, parte della narrazione tossica è sul fatto che in Germania comunque, a fronte di questa supremazia assoluta sul terreno industriale, ci sia una condizione dei diritti tendenzialmente superiore a quella dei lavoratori che sono in Italia. In parte è vero, ma in parte non è così; perché in Germania, a partire dal 2003, con l’introduzione dei mini jobs, questo strumento cosiddetto di “lavoro atipico” che ha consentito alle aziende di avere grandi quote di lavoratori con salari più bassi e condizioni lavorative peggiori, è alla base del cosiddetto miracolo economico della Germania, Quindi, in realtà, i processi di precarizzazione sono del tutto simili a quelli che stanno vivendo anche i lavoratori italiani. A differenza dei lavoratori tedeschi, buona parte dei lavoratori italiani ha goduto di una contrattazione di conquista, di crescita dagli anni ’60 fino agli anni ’80; ma negli ultimi 10-15 anni sono costantemente sotto attacco in un processo che abbiamo chiamato desindacalizzazione, cioè di restituzione di tutto quello che avevano guadagnato, portato a casa, strappato con le lotte importanti di un ventennio. Questo è un processo che in Germania è meno presente, perché è stato meno presente il sindacato conflittuale, e molto più presente il sindacato invece, tra virgolette, che “codeterminava” i processi insieme alle imprese; anni che quindi sono stati vissuti con un conflitto di tipo assolutamente diverso o proprio senza conflitto, in Germania. Tutto viene scaricato sulle nuove figure... Si parla molto del carrellista della Volkswagen che guadagna più di 2.000 euro al mese, ma poco si dice sui milioni di lavoratori mini jobs. Una parte non piccola di questi lavora anche per Volkswagen e tutta l’industria automobilistica; e questi lavoratori, evidentemente, non hanno gli stessi salari che hanno quelli portati a modello della Germania.
Chiarissimo. Volevo chiederti: ma quanto, secondo te, il lavoro migrante può incidere sulla nuova categoria operaia che si sta formando qui anche in Italia? Parlo non soltanto dell’agricoltura, o del bracciantato, ma anche di grande distribuzione e via dicendo...
Io penso che il lavoro migrante, così come l’avevamo connotato un po’ di anni fa, nella stagione dei movimenti in cui c’era la fase di costruzione del protagonismo del lavoro migrante, ancora oggi sia un fattore decisivo per la ripresa delle lotte. Faccio un paragone che per certi versi è un po’ azzardato, ma ci sta. Le grandi lotte delle fabbriche dei metalmeccanici, ma non solo, che ci sono state in Italia negli anni ’60 e ’70 – nel nord Italia soprattutto – hanno avuto come motore il lavoro migrante; in quel caso era il lavoro migrante dal sud Italia verso il nord. Sono state le condizioni soggettive di chi pagava un prezzo doppio, la condizione di fabbrica e la condizione di lavoratore strappato dal suo paese e costretto a vivere in condizioni ultra precarie di vita, a costituire la molla anche per cambiare in profondità un sindacato che invece parlava il dialetto del nord ed era ostico ad aprirsi alle nuove soggettività. Questa carica di ribellione, questa rabbia per quella condizione, è stata decisiva per le lotte di quegli anni. Io penso che possa essere decisiva anche oggi. In parte, nella logistica, lo vediamo già, almeno nel nord, perché buona parte della logistica al sud è fatta da lavoratori del sud e non da lavoratori migranti; ossia non italiani, non nativi.
In chiusura, parliamo un attimo della questione voucher. Il Senato ha approvato l’abrogazione dei voucher, disattivando così di fatto il referendum proposto dalla Cgil. Una tua valutazione su questa questione...
Intanto una valutazione su tutto il pacchetto che la Cgil aveva preparato per il referendum. All’epoca, quando si era discusso, io ero ancora componente del direttivo nazionale Cgil; mi ero contrapposto non tanto alla scelta dei referendum, quanto ad alcuni particolari quesiti che non volevano in realtà smontare l’impianto del diritto del lavoro per come era stato descritto, ma semplicemente accompagnare la proposta della Cgil alla “carta dei diritti”, che non è esattamente il ripristino dello Statuto dei lavoratori. Ad esempio, sull’art. 18; la Cgil, nella sua “carta dei diritti”, non propone tout court, così come erano, le stesse modalità tutelanti nell’art. 18 con la reintegra piena. Prende atto, invece, di un mondo ultra precario e decide di dare diritti anche ai lavoratori autonomi; quindi è la fine di una lunga battaglia, se mai l’avesse fatta davvero fino in fondo, rispetto al contrasto del lavoro atipico e il lavoro precario, per riportarlo nell’alveo del lavoro subordinato. Detto questo, si spiega anche perché non sia stato approvato il quesito sull’art. 18. Dal punto di vista formale – quanto meno sulla cancellazione dei voucher – la vittoria per la Cgil c’è, ed è innegabile. Ma è una vittoria di Pirro, perché la cancellazione dei voucher ha lasciato un vuoto che verrà colmato. E addirittura l’intenzione del governo è di riprendere vecchi tipologie contrattuali mai utilizzate fino in fondo, perché un po’ troppo “rigide”, come il lavoro a chiamata, e di introdurre anche in Italia i mini jobs di cui parlavo prima, che ormai in Germania riguardano 6-7 milioni di lavoratori dipendenti. Quindi non è una vittoria sul terreno sociale; è una vittoria semplicemente d’immagine, con la cancellazione dei voucher, ma il governo sta già studiando insieme alle parti – e qui Gentiloni fa una piccola discontinuità con Renzi, perché ha riaperto il dialogo con Cgil-Cisl-Uil, un dialogo che non è più neanche concertazione, ma è perfino peggio, a livello quasi di complicità – per poter dare risposte alle imprese, che hanno protestato per l’abolizione dei voucher. Confindustria chiede di consentire di utilizzare il lavoro precario con una riduzione di costi. Faccio presente che i mini jobs, così come in Germania, prevedono che tutta una serie di oneri indiretti – che però sono salario effettivo per il lavoratore – non vengano riconosciuti; e quindi è una sorta di paga globale, con tutto ciò che comporta questo per i salari dei lavoratori e la condizione lavorativa. In più c’è anche il lavoro a chiamata... Hanno intenzione di modificarlo rendendolo più flessibile, senza tenere il lavoratore a disposizione dell’impresa e garantendo un minimo di 400 giornate lavorative nel triennio. Quindi in realtà questa operazione del governo non reintroduce dei paletti a tutela del lavoro garantito e stabile, ma semplicemente è un maquillage per un nuovo attacco e un nuovo sfondamento – invece – rispetto a tutto il lavoro precario che ancora c’è e sempre di più intacca il lavoro cosiddetto stabile.
Bene Sergio, molto chiara la tua analisi. Grazie e buon lavoro, grazie della tua disponibilità.
Grazie a voi.
Fonte
03/04/2017
No Tap, un movimento che cresce a vista d’occhio
Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Prosegue la “battaglia di Melendugno”, per resistere alla prepotenza con cui il governo cerca di far passare comunque il gasdotto Tap. Ne parliamo con Sergio Bellavita, dell’Unione sindacale di Base. Ciao Sergio...
Ciao, buongiorno a tutti e tutte...
Fine settimana di sospensione dei lavori. Quale è la situazione oggi?
Dopo il blitz che hanno tentato sabato, dovendo poi alla fine riportare gli ulivi espiantati dentro il cantiere – quindi una vittoria del movimento – oggi c’è stata una grandissima partecipazione al presidio, ma non c’è nessun agente delle forze dell’ordine. La calma più totale. Anche oggi sono stati sospesi di fatto i lavori. Ovviamente non crediamo che abbiano intenzione di rivedere per il momento il piano prestabilito ma, semplicemente, stanno riorganizzando un po’ le forze. Qui il consenso al movimento contro la Tap è enorme; ogni giorno si estende, ogni giorno riesce a raccogliere nuove adesioni. Ormai sono circa 82-83 i sindaci che hanno sottoscritto le ragioni della contrarietà a questo progetto. Stamane c’è stata una grande assemblea direttamente al presidio per decidere anche come si prosegue l’iniziativa, tra chi ovviamente e giustamente spinge anche per fare iniziative esterne, che non siano confinate quindi solo alla difesa degli ulivi, in quel pezzo che è sostanzialmente l’avvio concreto dei lavori della Tap che parte dal Salento. Quindi il movimento sta crescendo molto bene, la risposta è grande, nonostante il maltempo al momento non c’è nessun segno di stanchezza. Ieri sera c’è stata una grande assemblea popolare in piazza San’Oronzo a Lecce, eravamo davvero migliaia… Ci sono bei segnali di resistenza.
Quello che colpisce è questa grande partecipazione da parte della popolazione, unita dal documento firmato, appunto, da decine di sindaci del Salento. Eppure quando si va a leggere sui principali quotidiani, di questa vicenda se ne fa sempre un problema di democrazia. “I soliti del No che vogliono bloccare tutto”. Ma più democrazia di così come bisogna fare? C’è tutta la popolazione, ci sono i sindaci... Quale è la democrazia, se non questa?
Infatti... Come spesso accade in queste vicende, non esiste la legalità formale da parte del potere costituito e degli interessi che ci sono dietro quest’opera. Si fa tutto in sfregio anche alla basilare democrazia nel rapporto con le popolazioni locali, addirittura con le amministrazioni. Da questo punto di vista c’è come in tutti i movimenti che si aprono su queste vicende, una riflessione in corso anche sui limiti dell’atteggiamento nei confronti della legalità da parte del movimento; perché, ovviamente, noi invochiamo democrazia, rispetto delle comunità, rispetto dei popoli, ma dall’altra parte invece tutto questo non c’è. E’ chiaro che dentro le amministrazioni, tra tutti gli 82 sindaci che hanno firmato, ma non solo, anche il presidente della Regione, si avverte un po’ l’essere parte di qualcosa che ha un grande consenso popolare, ma poi si limita ad una presa di posizione. Quello di cui ci sarebbe bisogno è invece una scesa in campo diretta anche del presidente della Regione, con atti concreti e formali, che al momento ancora non ci sono. Ci sono stati, in passato, ma a questo punto sono assolutamente fermi. Hai detto giustamente che c’è un grande consenso della popolazione, ma ovviamente la parte degli attivisti ha bisogno però anche di un supporto che tenga insieme la lotta; che, come in altre esperienze, a partire dalla Val di Susa, tenga insieme anche gli atteggiamenti più resistenti con quelli, invece, della vera e propria parte politica. Che utilizzi insomma anche le istituzioni locali come elemento di scontro rispetto al potere centrale dello Stato. Anzi, in questo caso, dei privati; perché l’opera è assolutamente e totalmente privata.
In chiusura... Cosa ci possiamo aspettare nei prossimi giorni? Soprattutto, quale strade intende percorrere il movimento da qui in avanti?
Il movimento adesso è in una fase di forte crescita e si sta organizzando. Bisogna tenere conto che i primi attivisti No Tap non sono dell’ultima ora. Adesso, con gli onori delle cronache e con il grande consenso che c’è, è esploso il movimento e tutti conoscono le ragioni della protesta. Ci dobbiamo aspettare anche iniziative esterne, perché ovviamente tutti convengono sul fatto che non si può rimanere solo in quel cantiere. I tempi non saranno brevi però c’è grande determinazione a voler vincere questa battaglia. Io l’ho sentito, sono intervenuto, sono stato in questi giorni al presidio e conosco molti compagni che stanno operando tutti i giorni per tenere insieme le fila. C’è veramente un bel clima di unità e di determinazione. E credo che andranno avanti molto.
Bene, speriamo di sì... Anche perché, lo dico ogni volta che parliamo di questo argomento, quella è una terra veramente meravigliosa, e per produrre ricchezza...
...è anche la mia terra...
...che certamente non ha bisogno di un gasdotto ma può puntare su quello che già ha e su quello che è, credo...
Certo.
Grazie Sergio per il tuo contributo.
Grazie a voi.
Fonte
Prosegue la “battaglia di Melendugno”, per resistere alla prepotenza con cui il governo cerca di far passare comunque il gasdotto Tap. Ne parliamo con Sergio Bellavita, dell’Unione sindacale di Base. Ciao Sergio...
Ciao, buongiorno a tutti e tutte...
Fine settimana di sospensione dei lavori. Quale è la situazione oggi?
Dopo il blitz che hanno tentato sabato, dovendo poi alla fine riportare gli ulivi espiantati dentro il cantiere – quindi una vittoria del movimento – oggi c’è stata una grandissima partecipazione al presidio, ma non c’è nessun agente delle forze dell’ordine. La calma più totale. Anche oggi sono stati sospesi di fatto i lavori. Ovviamente non crediamo che abbiano intenzione di rivedere per il momento il piano prestabilito ma, semplicemente, stanno riorganizzando un po’ le forze. Qui il consenso al movimento contro la Tap è enorme; ogni giorno si estende, ogni giorno riesce a raccogliere nuove adesioni. Ormai sono circa 82-83 i sindaci che hanno sottoscritto le ragioni della contrarietà a questo progetto. Stamane c’è stata una grande assemblea direttamente al presidio per decidere anche come si prosegue l’iniziativa, tra chi ovviamente e giustamente spinge anche per fare iniziative esterne, che non siano confinate quindi solo alla difesa degli ulivi, in quel pezzo che è sostanzialmente l’avvio concreto dei lavori della Tap che parte dal Salento. Quindi il movimento sta crescendo molto bene, la risposta è grande, nonostante il maltempo al momento non c’è nessun segno di stanchezza. Ieri sera c’è stata una grande assemblea popolare in piazza San’Oronzo a Lecce, eravamo davvero migliaia… Ci sono bei segnali di resistenza.
Quello che colpisce è questa grande partecipazione da parte della popolazione, unita dal documento firmato, appunto, da decine di sindaci del Salento. Eppure quando si va a leggere sui principali quotidiani, di questa vicenda se ne fa sempre un problema di democrazia. “I soliti del No che vogliono bloccare tutto”. Ma più democrazia di così come bisogna fare? C’è tutta la popolazione, ci sono i sindaci... Quale è la democrazia, se non questa?
Infatti... Come spesso accade in queste vicende, non esiste la legalità formale da parte del potere costituito e degli interessi che ci sono dietro quest’opera. Si fa tutto in sfregio anche alla basilare democrazia nel rapporto con le popolazioni locali, addirittura con le amministrazioni. Da questo punto di vista c’è come in tutti i movimenti che si aprono su queste vicende, una riflessione in corso anche sui limiti dell’atteggiamento nei confronti della legalità da parte del movimento; perché, ovviamente, noi invochiamo democrazia, rispetto delle comunità, rispetto dei popoli, ma dall’altra parte invece tutto questo non c’è. E’ chiaro che dentro le amministrazioni, tra tutti gli 82 sindaci che hanno firmato, ma non solo, anche il presidente della Regione, si avverte un po’ l’essere parte di qualcosa che ha un grande consenso popolare, ma poi si limita ad una presa di posizione. Quello di cui ci sarebbe bisogno è invece una scesa in campo diretta anche del presidente della Regione, con atti concreti e formali, che al momento ancora non ci sono. Ci sono stati, in passato, ma a questo punto sono assolutamente fermi. Hai detto giustamente che c’è un grande consenso della popolazione, ma ovviamente la parte degli attivisti ha bisogno però anche di un supporto che tenga insieme la lotta; che, come in altre esperienze, a partire dalla Val di Susa, tenga insieme anche gli atteggiamenti più resistenti con quelli, invece, della vera e propria parte politica. Che utilizzi insomma anche le istituzioni locali come elemento di scontro rispetto al potere centrale dello Stato. Anzi, in questo caso, dei privati; perché l’opera è assolutamente e totalmente privata.
In chiusura... Cosa ci possiamo aspettare nei prossimi giorni? Soprattutto, quale strade intende percorrere il movimento da qui in avanti?
Il movimento adesso è in una fase di forte crescita e si sta organizzando. Bisogna tenere conto che i primi attivisti No Tap non sono dell’ultima ora. Adesso, con gli onori delle cronache e con il grande consenso che c’è, è esploso il movimento e tutti conoscono le ragioni della protesta. Ci dobbiamo aspettare anche iniziative esterne, perché ovviamente tutti convengono sul fatto che non si può rimanere solo in quel cantiere. I tempi non saranno brevi però c’è grande determinazione a voler vincere questa battaglia. Io l’ho sentito, sono intervenuto, sono stato in questi giorni al presidio e conosco molti compagni che stanno operando tutti i giorni per tenere insieme le fila. C’è veramente un bel clima di unità e di determinazione. E credo che andranno avanti molto.
Bene, speriamo di sì... Anche perché, lo dico ogni volta che parliamo di questo argomento, quella è una terra veramente meravigliosa, e per produrre ricchezza...
...è anche la mia terra...
...che certamente non ha bisogno di un gasdotto ma può puntare su quello che già ha e su quello che è, credo...
Certo.
Grazie Sergio per il tuo contributo.
Grazie a voi.
Fonte
29/11/2016
“Contratto dei metalmeccanici. Una svolta verso il passato”
Intervista a Sergio Bellavita, di Usb Lavoro Privato
Buongiorno, Sergio. Parliamo di questo contratto dei metalmeccanici siglato tre giorni fa. Un contratto che è destinato ad aprire quella che voi definire una “nuova era nelle relazioni industriali nel nostro paese”. Quali sono gli aspetti più critici del contratto siglato, tra gli altri, dalla Fiom?
Diciamo innanzitutto che il contratto metalmeccanico ha sempre segnato, nel bene e nel male, dei momenti importanti, anche dei passaggi di svolta, nelle relazioni industriali e anche sul piano sociale del paese. Questa volta li segna in negativo. Più che di perplessità parlerei di punti che sono di totale contrarietà rispetto al giudizio che diamo noi. In particolare viene concesso alle imprese, quindi a Federmeccanica, una cosa che nessun contratto di categoria aveva finora mai concesso; e cioè l’assorbimento degli aumenti dati attraverso il contratto nazionale. In sostanza, i lavoratori che lottano dal 1° gennaio 2017 per avere il salario fisso non potranno chiederlo perché le imprese e i sindacati firmatari Cgil-Cisl-Uil hanno concordato di chiedere solo premi variabili e premi in natura. Ma quando anche i lavoratori riuscissero a spuntare il salario fisso, le aziende potranno assorbirlo e quindi in qualche modo questa lotta per il salario verrà vanificata dal fatto che gli aumenti dal contratto nazionale non arriveranno più. Questo è il vero punto di svolta nelle relazioni. In sostanza Federmeccanica incassa che i due livelli contrattuali non si sommano più, ma c’è un unico livello salariale centralizzato, misero e autoritario. Misero perché legato all’indicatore Ipca, che è ben al di sotto dell'inflazione rilevata dall’Istat, tra l’altro depurato anche dai costi esterni al sistema. Autoritario perché incentrato sul modello dell’esigibilità degli accordi (le regole stabilite nel contratto diventano rigide e immodificabili fino al rinnovo successivo, ndr), che sostanzialmente vuole impedire che ci sia il conflitto, che ci sia l’organizzazione dei bisogni nei luoghi di lavoro. Centralizzato perché lo scambio che hanno fatto Cgil-Cisl-Uil è quello di firmare un contratto nazionale che gli consente di incassare cospicue risorse dagli enti bilaterali e dalle quote, ma centralizza il sistema di relazioni e impedisce ai lavoratori di poter migliorare la propria condizione. Nei fatti siamo davanti ad un blocco salariale.
In effetti le reazioni positive, se non addirittura entusiaste, sono arrivate dal governo e dalle imprese. Dovrebbero essere un segnale chiaro sulla direzione in cui va un accordo di questo tipo... Tu facevi riferimento a tre aspetti nuovi del contratto, mettendo in evidenza quello autoritario che è quello, probabilmente, che più mi ha colpito. Quale è la possibilità, quali son gli strumenti che oggi i lavoratori hanno in mano per difendersi da attacchi che sono ormai all’ordine del giorno?
Il modello diventa autoritario innanzitutto per la ragione che bloccando le dinamiche salariali impedisci che ci sia la libera contrattazione, in qualche modo. L’unica contrattazione possibile è quella sulla prestazione lavorativa, perché – diciamoci la verità – oggi siamo davanti alla contrattazione di ricatto: il padrone ti dà un centesimo, ma te lo dà a fronte del fatto che gli produci di più, quindi sgobbi di più; a fronte del fatto che chiudi un occhio sulle condizioni di sicurezza, che tagli il diritto alla malattia, che accetti di lavorare su più turni fino ai 21 (settimanali, ndr). Ci sono molte imprese che ormai stanno abbondantemente attingendo al massimo utilizzo degli impianti, che è poi il massimo sfruttamento del lavoro umano. E il modello è poi autoritario anche perché è costruito intorno all'accordo del “10 gennaio” (il 10 gennaio 2014 è stato siglato l'Accordo Interconfederale tra CGIL CISL UIL e Confindustria in merito al Testo Unico sulla rappresentanza, ndr) che ovviamente per i sindacati firmatari ha un impatto rilevante. Nel momento in cui accettano tutte le clausole contrattuali si impegnano a rispettarle fino in fondo. Quindi i lavoratori oggi non avranno più la possibilità di rivolgersi a queste organizzazioni sindacali per migliorare la propria condizione, perché dovranno soggiacere alle singole clausole contrattuali. Questo è l’aspetto più devastante in assoluto.
Com'è stata bloccata la contrattazione salariale in miglioramento al contratto?
Nell’accordo dei metalmeccanici firmato sabato 26 è stata cancellato dal testo la parola “anche” sul capitolo che riguarda il premio di risultato; quindi quando si diceva che il lavoratore può contrattare salario “anche” variabile, quell’“anche” significava che c’era spazio anche per contrattare, conquistare, salario fisso, garantito, strutturale.
Uno spazio che ora non c’è più.
Aver cancellato la parola “anche” consegna la contrattazione da una parte solo ai buoni benzina e quant’altro, dall’altra alla “contrattazione di ricatto”; quindi tutto è giocato sulla prestazione lavorativa. Ed è evidente che siccome i sindacati firmatari fanno obbligatoriamente rispettare ogni singola clausola del contratto per quello che prevede il Testo unico di gennaio, è chiaro che questo intreccio non può più consentire ai lavoratori di organizzarsi con i sindacati per migliorare la propria condizione.
Sembra decisamente chiaro e terribile...
C’è un punto che voglio aggiungere però. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post è stato proposto in realtà dalla Fiom, in particolare, che è stata l’organizzazione decisiva per questo salto indietro dei metalmeccanici; perché non è un’innovazione, ha molto di stantio e di muffa... Decisivo è quello che viene sottratto ai lavoratori: la possibilità di costruire una rivendicazione salariale. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post, è chiamato così perché annualmente tutte le parti si incontrano e dovrebbero allineare i salari sulla base dell’indicatore Ipca. Ciò significa che le piattaforme non potranno più essere costruite sulla base di valutazioni autonome del sindacato. I lavoratori non potranno più sapere quale è la richiesta economica e la piattaforma. Il contratto si riduce ad una scala mobile misera, a perdere, dei salari.
Quindi salari sempre più ridotti e soprattutto lo spazio per la contrattazione che si fa sempre più stretto. Ringraziamo Sergio Bellavita di Usb lavoro privato. Grazie Sergio per essere stato con noi.
Grazie a voi, ciao.
Fonte
Buongiorno, Sergio. Parliamo di questo contratto dei metalmeccanici siglato tre giorni fa. Un contratto che è destinato ad aprire quella che voi definire una “nuova era nelle relazioni industriali nel nostro paese”. Quali sono gli aspetti più critici del contratto siglato, tra gli altri, dalla Fiom?
Diciamo innanzitutto che il contratto metalmeccanico ha sempre segnato, nel bene e nel male, dei momenti importanti, anche dei passaggi di svolta, nelle relazioni industriali e anche sul piano sociale del paese. Questa volta li segna in negativo. Più che di perplessità parlerei di punti che sono di totale contrarietà rispetto al giudizio che diamo noi. In particolare viene concesso alle imprese, quindi a Federmeccanica, una cosa che nessun contratto di categoria aveva finora mai concesso; e cioè l’assorbimento degli aumenti dati attraverso il contratto nazionale. In sostanza, i lavoratori che lottano dal 1° gennaio 2017 per avere il salario fisso non potranno chiederlo perché le imprese e i sindacati firmatari Cgil-Cisl-Uil hanno concordato di chiedere solo premi variabili e premi in natura. Ma quando anche i lavoratori riuscissero a spuntare il salario fisso, le aziende potranno assorbirlo e quindi in qualche modo questa lotta per il salario verrà vanificata dal fatto che gli aumenti dal contratto nazionale non arriveranno più. Questo è il vero punto di svolta nelle relazioni. In sostanza Federmeccanica incassa che i due livelli contrattuali non si sommano più, ma c’è un unico livello salariale centralizzato, misero e autoritario. Misero perché legato all’indicatore Ipca, che è ben al di sotto dell'inflazione rilevata dall’Istat, tra l’altro depurato anche dai costi esterni al sistema. Autoritario perché incentrato sul modello dell’esigibilità degli accordi (le regole stabilite nel contratto diventano rigide e immodificabili fino al rinnovo successivo, ndr), che sostanzialmente vuole impedire che ci sia il conflitto, che ci sia l’organizzazione dei bisogni nei luoghi di lavoro. Centralizzato perché lo scambio che hanno fatto Cgil-Cisl-Uil è quello di firmare un contratto nazionale che gli consente di incassare cospicue risorse dagli enti bilaterali e dalle quote, ma centralizza il sistema di relazioni e impedisce ai lavoratori di poter migliorare la propria condizione. Nei fatti siamo davanti ad un blocco salariale.
In effetti le reazioni positive, se non addirittura entusiaste, sono arrivate dal governo e dalle imprese. Dovrebbero essere un segnale chiaro sulla direzione in cui va un accordo di questo tipo... Tu facevi riferimento a tre aspetti nuovi del contratto, mettendo in evidenza quello autoritario che è quello, probabilmente, che più mi ha colpito. Quale è la possibilità, quali son gli strumenti che oggi i lavoratori hanno in mano per difendersi da attacchi che sono ormai all’ordine del giorno?
Il modello diventa autoritario innanzitutto per la ragione che bloccando le dinamiche salariali impedisci che ci sia la libera contrattazione, in qualche modo. L’unica contrattazione possibile è quella sulla prestazione lavorativa, perché – diciamoci la verità – oggi siamo davanti alla contrattazione di ricatto: il padrone ti dà un centesimo, ma te lo dà a fronte del fatto che gli produci di più, quindi sgobbi di più; a fronte del fatto che chiudi un occhio sulle condizioni di sicurezza, che tagli il diritto alla malattia, che accetti di lavorare su più turni fino ai 21 (settimanali, ndr). Ci sono molte imprese che ormai stanno abbondantemente attingendo al massimo utilizzo degli impianti, che è poi il massimo sfruttamento del lavoro umano. E il modello è poi autoritario anche perché è costruito intorno all'accordo del “10 gennaio” (il 10 gennaio 2014 è stato siglato l'Accordo Interconfederale tra CGIL CISL UIL e Confindustria in merito al Testo Unico sulla rappresentanza, ndr) che ovviamente per i sindacati firmatari ha un impatto rilevante. Nel momento in cui accettano tutte le clausole contrattuali si impegnano a rispettarle fino in fondo. Quindi i lavoratori oggi non avranno più la possibilità di rivolgersi a queste organizzazioni sindacali per migliorare la propria condizione, perché dovranno soggiacere alle singole clausole contrattuali. Questo è l’aspetto più devastante in assoluto.
Com'è stata bloccata la contrattazione salariale in miglioramento al contratto?
Nell’accordo dei metalmeccanici firmato sabato 26 è stata cancellato dal testo la parola “anche” sul capitolo che riguarda il premio di risultato; quindi quando si diceva che il lavoratore può contrattare salario “anche” variabile, quell’“anche” significava che c’era spazio anche per contrattare, conquistare, salario fisso, garantito, strutturale.
Uno spazio che ora non c’è più.
Aver cancellato la parola “anche” consegna la contrattazione da una parte solo ai buoni benzina e quant’altro, dall’altra alla “contrattazione di ricatto”; quindi tutto è giocato sulla prestazione lavorativa. Ed è evidente che siccome i sindacati firmatari fanno obbligatoriamente rispettare ogni singola clausola del contratto per quello che prevede il Testo unico di gennaio, è chiaro che questo intreccio non può più consentire ai lavoratori di organizzarsi con i sindacati per migliorare la propria condizione.
Sembra decisamente chiaro e terribile...
C’è un punto che voglio aggiungere però. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post è stato proposto in realtà dalla Fiom, in particolare, che è stata l’organizzazione decisiva per questo salto indietro dei metalmeccanici; perché non è un’innovazione, ha molto di stantio e di muffa... Decisivo è quello che viene sottratto ai lavoratori: la possibilità di costruire una rivendicazione salariale. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post, è chiamato così perché annualmente tutte le parti si incontrano e dovrebbero allineare i salari sulla base dell’indicatore Ipca. Ciò significa che le piattaforme non potranno più essere costruite sulla base di valutazioni autonome del sindacato. I lavoratori non potranno più sapere quale è la richiesta economica e la piattaforma. Il contratto si riduce ad una scala mobile misera, a perdere, dei salari.
Quindi salari sempre più ridotti e soprattutto lo spazio per la contrattazione che si fa sempre più stretto. Ringraziamo Sergio Bellavita di Usb lavoro privato. Grazie Sergio per essere stato con noi.
Grazie a voi, ciao.
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12/06/2016
Incompatibili con la Cgil, non con i lavoratori. Un pezzo della Cgil va nell’Usb
Si è consumata la rottura fra la minoranza interna della CGIL de “Il sindacato è un’altra cosa-Opposizione CGIL” e la CGIL stessa. Una parte cospicua dei delegati e delle delegate aderenti a questa componente – che, non a caso, hanno scelto di chiamarsi “incompatibili” – ha infatti deciso di mollare definitivamente gli ormeggi.
Ma parlare di una rottura non sarebbe corretto. In realtà si tratta di una vera e propria espulsione, anche se camuffata dietro ad un paravento formale. Il comitato centrale della FIOM-CGIL in particolare, sulla base di una delibera del collegio statutario nazionale, ha infatti decretato come incompatibili ad assumere incarichi direttivi o di rappresentanza all’interno della CGIL tutti/e coloro che “aderiscono a forme associative sindacali o parasindacali in competizione con la rappresentatività generale alla quale tende la Cgil, ovvero promuovono azioni organizzate che di fronte alle controparti del sindacato rompono l’unita’ della Cgil come soggetto contrattuale”.
Si tratta, come è evidente, di un escamotage per non parlare dichiaratamente di espulsione. Il provvedimento ha colpito molti delegati, locali e nazionali, in primis Sergio Bellavita, fino a pochi mesi fa membro del direttivo nazionale della CGIL e del Comitato centrale della FIOM nonché portavoce nazionale dell’area, che una mattina di un paio di mesi fa si è trovato sulla sua scrivania la lettera con cui il segretario della FIOM, Landini, gli comunicava che poteva pure fare i bagagli e tornarsene in fabbrica perché il rapporto di fiducia con la FIOM e la CGIL era venuto meno.
Stessa sorte, più o meno, è toccata ad alcuni delegati del gruppo FCA (Fiat-Chrysler-Automobiles) degli stabilimenti di Termoli, Melfi, Val di Sangro e Cassino “colpevoli” di aver promosso un coordinamento di lavoratori indipendente da tutte le sigle sindacali. Anche loro si sono visti recapitare quella lettera in cui sono stati dichiarati “incompatibili”.
“E’ l’ultimo atto dell’inevitabile frattura con un sindacato come la CGIL che non rappresenta più i lavoratori ma soltanto la burocrazia interna”, spiega Mimmo De Stradis, operaio della Fiat di Melfi e fra i promotori del coordinamento, intervenuto oggi all’affollata assemblea nazionale che si è svolta al Centro congressi Cavour di Roma organizzata dagli “Incompatibili”.
“Perché la CGIL ci caccia? Semplice. Perché noi scioperiamo e lottiamo per i nostri diritti e la Fiat non vuole, e la CGIL è del tutto prona ai suoi diktat. Quello del coordinamento è stato solo un pretesto per buttarci fuori e per eliminare il dissenso e allora ci ha dichiarati “incompatibili”. Ma una cosa è certa, possiamo essere incompatibili per la CGIL ma non certo per gli altri lavoratori”.
E’ lo stesso concetto espresso da Giuseppe Tiano, dirigente e funzionario della CGIL calabrese. Per lui la scelta di lasciare il sindacato significa anche la perdita del posto di lavoro. Un atto di grandissimo coraggio e coerenza che deve essere evidenziato in tutto il suo valore. “Non si può tardare ancora – spiega – vogliamo tornare ad essere compatibili, sì, ma con gli operai, vogliamo tornare a fare sindacalismo vero, autentico, a dare risposte concrete ai bisogni e alla richiesta di rappresentanza da parte dei lavoratori. Stiamo costruendo all’interno dell’università un osservatorio sulle lotte e sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. Noi diciamo a quei compagni che sono rimasti e che non hanno ancora maturato la nostra scelta, che li aspettiamo, perché è questione solo di tempo, e si renderanno conto che non ci sono spazi all’interno della CGIL per fare una vera e autentica attività sindacale”.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento di Mario Maddaloni, delegato della Napoletana Gas, dove il sindacato di base è quello che gode del sostegno della maggioranza dei lavoratori e che ha staccato di diverse lunghezze, per numero di iscritti, tutti le altre sigle sindacali. “Dobbiamo batterci contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche – spiega – non solo per tutelare i diritti dei lavoratori delle aziende ma anche per tutelare quelli dei cittadini”. “E’ necessario uscire dai confini nazionali – continua – e pensare a un sindacato autentico, conflittuale, di classe, che unisca tutte le esperienze europee e che rifugga dai politicismi e dalle logiche arrendevoli nei confronti della controparte e del padronato”.
Antonello Colaiacomo, dipendente Atac, l’azienda dei trasporti di Roma, uno dei promotori dell’assemblea, va giù ancora più duro. “Anche all’ATAC – racconta – abbiamo fatto come alla Fiat di Melfi, abbiamo dato vita ad un coordinamento fra tutti i lavoratori, indipendentemente dalle sigle, perché chi ha fatto seriamente attività sindacale sa perfettamente che ciò che conta, ciò che fa la differenza, è chi effettivamente sta fino in fondo dalla parte dei lavoratori e non chi firma accordi senza neanche averli consultati, come da tempo immemore fa anche la CGIL, che in nulla e per nulla si differenzia ormai dalla Cisl e dalla Uil. Chi fa sindacato onestamente non deve mai smarrire la bussola, non deve mai dimenticare di fare sempre gli interessi dei lavoratori; questa deve essere la sua stessa polare. La CGIL è ormai ridotto a un “sindacato dei servizi”, a cui ci si rivolge per compilare il 740 e nulla più. Ormai la CGIL ha detto con molta chiarezza che chi fa reale opposizione alle politiche neoliberiste delle aziende e del governo è fuori, è incompatibile con l’organizzazione. Del resto in quel contesto, non ci sono più spazi. Restano alcuni gruppi in rappresentanza di micro partitini che raccolgono lo 0,0 e rotti e che in questo modo mantengono i loro posti in questo o in quel direttivo, ma si tratta di opportunismo di piccolissimo cabotaggio. Oggi invece è necessario rimetterci tutti in gioco e affrontare la sfida della costruzione di una nuovo grande sindacato di classe, antagonista e di massa. Per questo scegliamo oggi di aderire alla USB, perché consapevoli di portare un grande patrimonio di lotte e di esperienze all’interno di questa organizzazione con cui da anni combattiamo assieme”.
Di grandissima lucidità politica l’intervento di Maria Pia Zanni, ex membro del direttivo nazionale CGIL Funzione Pubblica. “Il dispositivo di incompatibilità azionato dalla FIOM con la bollinatura della CGIL – spiega – contro i delegati e le delegate FCA di Termoli e Melfi, colpevoli di aver organizzato la resistenza e il conflitto al modello Marchionne, ovvero a quel sistema di rapporti sociali e di produzione che azzerano la vita in nome del profitto; quel dispositivo segna una mutazione genetica nella vita organizzativa e nella stessa CGIL. L’incompatibilità sancita contro quei delegati è il riflesso di una precipitazione che non è confinabile in FCA ma è il frutto avvelenato di un processo degenerativo e di “cislizzazione” della CGIL e che non conosce altra regola se non espungere il conflitto. Ciò che viene dichiarata incompatibile è l’idea stessa della costruzione dal basso della resistenza e della lotta rispetto alla propria condizione di lavoro; è niente altro che l’applicazione del Testo unico del 10 gennaio 2014 sulla Rappresentanza, la garanzia dell’esigibilità dei rapporti. Ovvero un modello di rappresentanza sindacale speculare e funzionale al sistema di potere incardinato nel Jobs act e la cui concezione è presente in tutte le devastanti riforme del governo Renzi fino a quelle che riguardano l’assetto politico e costituzionale del paese”.
“Siamo ad una svolta epocale – prosegue – ciò che viene messo in discussione non sono solo i diritti del lavoro e dello stato sociale ma la stessa democrazia rappresentativa nelle sue forme ed istituzioni, le conquiste che il Movimento operaio ha realizzato dal dopoguerra ad oggi. Per questo è oggi necessario porsi il problema di unificare e ricomporre soggettività diverse (oltre ai lavoratori, i precari, i giovani, i migranti, i disoccupati, gli occupanti di case) per superare la frammentazione del lavoro prodotta dalla ristrutturazione capitalistica, a cui ha corrisposto una inadeguatezza del sindacato”.
Nico Vox, pensionato ed anch’egli ex membro del direttivo nazionale della CGIL Funzione Pubblica sottolinea “la ricchezza dell’esperienza e del patrimonio che gli “incompatibili” portano oggi all’interno dell’USB, un bagaglio enorme che deve esser concepito come una sorta di “dote” che questi compagni portano con loro in quello che deve essere una sorta di matrimonio”. In Italia – prosegue – manca un vero sindacato di classe, democratico e di massa. In realtà nella CGIL non c’è mai stato un tasso particolarmente elevato di democrazia, neanche nei momenti più alti dello scontro di classe. E in quei momenti erano le lotte, la forza del conflitto e dei lavoratori che elevava e ampliava il livello di democrazia interna. Davanti a noi abbiamo dunque una scommessa, che è quella di costruire, insieme ai compagni dell’USB un sindacato di massa che deve diventare la casa di tanti, dei lavoratori più diversi per costruire un sindacato effettivamente democratico. Per questo obiettivo è necessario contaminarsi e proprio questa contaminazione va nella direzione opposta e contraria a quelle logiche che hanno portato alla nostra emarginazione e messa nell’angolo”.
Altri interventi molto significativi sono stati quelli di Domenico Conte (Sic Bologna), di Calimaco Cantoni della RSU FIOM di Parma, di Dario Filippini della Direzione nazionale dello SPI e di Ernesto Masullo dell’INPS di Napoli.
Presente ai lavori, naturalmente, Giorgio Cremaschi, fra i promotori di Ross@, storico leader sindacale nonché ex segretario della FIOM poi anch’egli fuoriuscito, che ha esordito dichiarando la sua grande soddisfazione per la scelta fatta dai compagni ex CGIL. “Non si può fare sindacato – ha spiegato – se non si è onesti con se stessi e con i lavoratori”. E’ bene chiarire subito un aspetto – ha affermato con molta determinazione – il processo di normalizzazione interna alla CGIL porta innanzitutto il nome di Landini, non della Camusso. Ho sempre visto Landini come un burocrate in erba, per di più decisamente autoritario, e non mi sbagliavo. Quanto accaduto a Termoli e a Melfi è altamente significativo. La CGIL ha scelto di fatto come controparte i lavoratori, gli operai, che lottano per i loro diritti e per migliorare la loro condizione. Quando si arriva a questo punto, al punto cioè in cui tu fai del male ai lavoratori, allora vuol dire che la rottura è totale, che non c’è più possibilità di ritorno. Oggi nella CGIL hai la libertà di fare i convegni su Marx e sul socialismo ma non puoi fare la lotta di classe, quella vera, perché se la fai, ti cacciano. Bisogna cambiare completamente rotta. E’ necessario uscire dalle logiche minoritarie dei micro partitini che insistono a stare nella CGIL, come ad esempio Lotta Comunista, che in attesa della rivoluzione proletaria approvano tutto quello che c’è da approvare, e rompere, lasciarsi alle spalle queste logiche e avere l’ambizione di conquistare la maggioranza dei lavoratori, perchè oggi ci sono le condizioni per “sfondare”, ci sono milioni di lavoratori che “ringhiano” perchè vivono uno stato di profondo disagio e l’assenza di una grande sindacato conflittuale e di massa che li rappresenta”.
I lavori dell’assemblea sono stati naturalmente aperti da Sergio Bellavita, il quale ha esordito dicendo che “quella della CGIL è una segreteria formata e fondata sulla fedeltà. La critica non è ammessa, gli iscritti e i delegati sindacali che portano avanti le lotte vengono cacciati”. “In realtà – ha spiegato Bellavita – abbiamo tentato con forza non tanto di cambiare la CGIL, perché sapevamo che era irriformabile, quanto costruire le condizioni per ricreare il conflitto. Ma anche questa possibilità è andata scemando. Siamo arrivati alla rottura perché non abbiamo accettato gli steccati e i diktat che volevano imporci. Siamo colpevoli di aver lottato per un sindacato democratico, per aver voluto riaprire il conflitto, per non aver accettato la pace sociale. E’ necessario smascherare l’ipocrisia della FIOM e della CGIL che a parole dice di difendere i diritti dei lavoratori ma di fatto collabora con l’azienda. Lo abbiamo visto alla Fiat dove lo scontro è durissimo, dove l’azienda segna su un taccuino i nomi e i cognomi dei lavoratori che non si piegano al “modello”, e non li dimentica. La CGIL li ha lasciati soli, li ha abbandonati. Per questo la CGIL non può essere più la nostra casa. Voglio dire ai compagni dell’USB ”Scusate il ritardo!”, però è fondamentale ribadire che in questi anni le nostre lotte sono state le stesse e anche se ci trovavamo in organizzazioni diverse, eravamo comunque dalla stessa parte, quella dei lavoratori. Molti ci chiedono:”Ma se tutto il sindacalismo di base fosse stato all’interno della CGIL come sarebbero andate le cose?”. La risposta è che saremmo stati tutti cacciati... Ora è fondamentale lavorare assieme alla costruzione di un grande sindacato di classe, di massa e alternativo alla CGIL, alla CISL e alla UIL”.
Uno degli ultimi interventi è stato quello di Pierpaolo Leonardi dell’Esecutivo nazionale dell’USB che ha sottolineato la straordinaria importanza dell’evento. “Per la prima volta – ha detto – un pezzo della CGIL rompe con quell’organizzazione e non torna a casa ma continua la lotta, in vista della costruzione di un grande sindacato di classe di dimensioni nazionali. Questa scelta dimostra come sia giusto non essere mai autoreferenziali, e infatti noi non lo siamo mai stati perché siamo sempre stati animati dalla volontà di ampliare la nostra area di consenso, non di creare orticelli e steccati. Certo, questa scelta cambierà completamente la prospettiva per questi compagni che oggi scelgono di entrare nell’USB. Noi infatti non siamo mai stati all’interno di quell’organizzazione, il nostro è un “sindacato di strada”, abbiamo un’altra storia e un’esperienza diversa dalla loro e siamo sempre stati convinti che non ci fossero le condizioni minime in quel contesto per fare della vera e autentica attività sindacale. Siamo anche persuasi che oggi si debba fare un salto di qualità. Si tratta di abbandonare determinate logiche che hanno reso debole e insufficiente un certo sindacalismo di base e lavorare alla costruzione di un grande sindacato nazionale di classe, antagonista e di massa, capace di rappresentare e coordinare tutti i vari e diversi soggetti sociali. L’USB ha scelto da tempo di incontrare i lavoratori non solo nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro ma anche fuori, dove vivono milioni di persone che oggi non incontrano più il sindacato a causa dei grandi processi di ristrutturazione capitalista che hanno portato alla disgregazione e alla frammentazione del tessuto sociale”. “E’ nostra intenzione – ha proseguito – chiamare i lavoratori a uno sciopero generale nazionale da tenersi a ridosso del referendum con il quale si vuole modificare la Carta Costituzionale. E’ fondamentale che i lavoratori facciano capire con chiarezza che non accettano in alcun modo l’attacco alla democrazia portato avanti dal governo Renzi”.
Per quanto ci riguarda non possiamo che salutare con soddisfazione la scelta dei lavoratori e delle lavoratrici “incompatibili” e la loro decisione di aderire all’Unione Sindacale di Base. Ci sembra ancora più importante la volontà, ribadita da tutti gli intervenuti, di lavorare per la costruzione di un grande sindacato di classe alternativo alla CGIL, alla CISL e alla UIL. Certo, come ha ribadito anche Leonardi, un sindacato non può fare un lavoro di supplenza. Resta quindi il problema del grande assente, cioè di un grande soggetto politico in grado di essere punto di riferimento del mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni e la sua complessità.
Ma questo potrebbe essere un inizio.
Fonte
Ma parlare di una rottura non sarebbe corretto. In realtà si tratta di una vera e propria espulsione, anche se camuffata dietro ad un paravento formale. Il comitato centrale della FIOM-CGIL in particolare, sulla base di una delibera del collegio statutario nazionale, ha infatti decretato come incompatibili ad assumere incarichi direttivi o di rappresentanza all’interno della CGIL tutti/e coloro che “aderiscono a forme associative sindacali o parasindacali in competizione con la rappresentatività generale alla quale tende la Cgil, ovvero promuovono azioni organizzate che di fronte alle controparti del sindacato rompono l’unita’ della Cgil come soggetto contrattuale”.
Si tratta, come è evidente, di un escamotage per non parlare dichiaratamente di espulsione. Il provvedimento ha colpito molti delegati, locali e nazionali, in primis Sergio Bellavita, fino a pochi mesi fa membro del direttivo nazionale della CGIL e del Comitato centrale della FIOM nonché portavoce nazionale dell’area, che una mattina di un paio di mesi fa si è trovato sulla sua scrivania la lettera con cui il segretario della FIOM, Landini, gli comunicava che poteva pure fare i bagagli e tornarsene in fabbrica perché il rapporto di fiducia con la FIOM e la CGIL era venuto meno.
Stessa sorte, più o meno, è toccata ad alcuni delegati del gruppo FCA (Fiat-Chrysler-Automobiles) degli stabilimenti di Termoli, Melfi, Val di Sangro e Cassino “colpevoli” di aver promosso un coordinamento di lavoratori indipendente da tutte le sigle sindacali. Anche loro si sono visti recapitare quella lettera in cui sono stati dichiarati “incompatibili”.
“E’ l’ultimo atto dell’inevitabile frattura con un sindacato come la CGIL che non rappresenta più i lavoratori ma soltanto la burocrazia interna”, spiega Mimmo De Stradis, operaio della Fiat di Melfi e fra i promotori del coordinamento, intervenuto oggi all’affollata assemblea nazionale che si è svolta al Centro congressi Cavour di Roma organizzata dagli “Incompatibili”.
“Perché la CGIL ci caccia? Semplice. Perché noi scioperiamo e lottiamo per i nostri diritti e la Fiat non vuole, e la CGIL è del tutto prona ai suoi diktat. Quello del coordinamento è stato solo un pretesto per buttarci fuori e per eliminare il dissenso e allora ci ha dichiarati “incompatibili”. Ma una cosa è certa, possiamo essere incompatibili per la CGIL ma non certo per gli altri lavoratori”.
E’ lo stesso concetto espresso da Giuseppe Tiano, dirigente e funzionario della CGIL calabrese. Per lui la scelta di lasciare il sindacato significa anche la perdita del posto di lavoro. Un atto di grandissimo coraggio e coerenza che deve essere evidenziato in tutto il suo valore. “Non si può tardare ancora – spiega – vogliamo tornare ad essere compatibili, sì, ma con gli operai, vogliamo tornare a fare sindacalismo vero, autentico, a dare risposte concrete ai bisogni e alla richiesta di rappresentanza da parte dei lavoratori. Stiamo costruendo all’interno dell’università un osservatorio sulle lotte e sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. Noi diciamo a quei compagni che sono rimasti e che non hanno ancora maturato la nostra scelta, che li aspettiamo, perché è questione solo di tempo, e si renderanno conto che non ci sono spazi all’interno della CGIL per fare una vera e autentica attività sindacale”.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento di Mario Maddaloni, delegato della Napoletana Gas, dove il sindacato di base è quello che gode del sostegno della maggioranza dei lavoratori e che ha staccato di diverse lunghezze, per numero di iscritti, tutti le altre sigle sindacali. “Dobbiamo batterci contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche – spiega – non solo per tutelare i diritti dei lavoratori delle aziende ma anche per tutelare quelli dei cittadini”. “E’ necessario uscire dai confini nazionali – continua – e pensare a un sindacato autentico, conflittuale, di classe, che unisca tutte le esperienze europee e che rifugga dai politicismi e dalle logiche arrendevoli nei confronti della controparte e del padronato”.
Antonello Colaiacomo, dipendente Atac, l’azienda dei trasporti di Roma, uno dei promotori dell’assemblea, va giù ancora più duro. “Anche all’ATAC – racconta – abbiamo fatto come alla Fiat di Melfi, abbiamo dato vita ad un coordinamento fra tutti i lavoratori, indipendentemente dalle sigle, perché chi ha fatto seriamente attività sindacale sa perfettamente che ciò che conta, ciò che fa la differenza, è chi effettivamente sta fino in fondo dalla parte dei lavoratori e non chi firma accordi senza neanche averli consultati, come da tempo immemore fa anche la CGIL, che in nulla e per nulla si differenzia ormai dalla Cisl e dalla Uil. Chi fa sindacato onestamente non deve mai smarrire la bussola, non deve mai dimenticare di fare sempre gli interessi dei lavoratori; questa deve essere la sua stessa polare. La CGIL è ormai ridotto a un “sindacato dei servizi”, a cui ci si rivolge per compilare il 740 e nulla più. Ormai la CGIL ha detto con molta chiarezza che chi fa reale opposizione alle politiche neoliberiste delle aziende e del governo è fuori, è incompatibile con l’organizzazione. Del resto in quel contesto, non ci sono più spazi. Restano alcuni gruppi in rappresentanza di micro partitini che raccolgono lo 0,0 e rotti e che in questo modo mantengono i loro posti in questo o in quel direttivo, ma si tratta di opportunismo di piccolissimo cabotaggio. Oggi invece è necessario rimetterci tutti in gioco e affrontare la sfida della costruzione di una nuovo grande sindacato di classe, antagonista e di massa. Per questo scegliamo oggi di aderire alla USB, perché consapevoli di portare un grande patrimonio di lotte e di esperienze all’interno di questa organizzazione con cui da anni combattiamo assieme”.
Di grandissima lucidità politica l’intervento di Maria Pia Zanni, ex membro del direttivo nazionale CGIL Funzione Pubblica. “Il dispositivo di incompatibilità azionato dalla FIOM con la bollinatura della CGIL – spiega – contro i delegati e le delegate FCA di Termoli e Melfi, colpevoli di aver organizzato la resistenza e il conflitto al modello Marchionne, ovvero a quel sistema di rapporti sociali e di produzione che azzerano la vita in nome del profitto; quel dispositivo segna una mutazione genetica nella vita organizzativa e nella stessa CGIL. L’incompatibilità sancita contro quei delegati è il riflesso di una precipitazione che non è confinabile in FCA ma è il frutto avvelenato di un processo degenerativo e di “cislizzazione” della CGIL e che non conosce altra regola se non espungere il conflitto. Ciò che viene dichiarata incompatibile è l’idea stessa della costruzione dal basso della resistenza e della lotta rispetto alla propria condizione di lavoro; è niente altro che l’applicazione del Testo unico del 10 gennaio 2014 sulla Rappresentanza, la garanzia dell’esigibilità dei rapporti. Ovvero un modello di rappresentanza sindacale speculare e funzionale al sistema di potere incardinato nel Jobs act e la cui concezione è presente in tutte le devastanti riforme del governo Renzi fino a quelle che riguardano l’assetto politico e costituzionale del paese”.
“Siamo ad una svolta epocale – prosegue – ciò che viene messo in discussione non sono solo i diritti del lavoro e dello stato sociale ma la stessa democrazia rappresentativa nelle sue forme ed istituzioni, le conquiste che il Movimento operaio ha realizzato dal dopoguerra ad oggi. Per questo è oggi necessario porsi il problema di unificare e ricomporre soggettività diverse (oltre ai lavoratori, i precari, i giovani, i migranti, i disoccupati, gli occupanti di case) per superare la frammentazione del lavoro prodotta dalla ristrutturazione capitalistica, a cui ha corrisposto una inadeguatezza del sindacato”.
Nico Vox, pensionato ed anch’egli ex membro del direttivo nazionale della CGIL Funzione Pubblica sottolinea “la ricchezza dell’esperienza e del patrimonio che gli “incompatibili” portano oggi all’interno dell’USB, un bagaglio enorme che deve esser concepito come una sorta di “dote” che questi compagni portano con loro in quello che deve essere una sorta di matrimonio”. In Italia – prosegue – manca un vero sindacato di classe, democratico e di massa. In realtà nella CGIL non c’è mai stato un tasso particolarmente elevato di democrazia, neanche nei momenti più alti dello scontro di classe. E in quei momenti erano le lotte, la forza del conflitto e dei lavoratori che elevava e ampliava il livello di democrazia interna. Davanti a noi abbiamo dunque una scommessa, che è quella di costruire, insieme ai compagni dell’USB un sindacato di massa che deve diventare la casa di tanti, dei lavoratori più diversi per costruire un sindacato effettivamente democratico. Per questo obiettivo è necessario contaminarsi e proprio questa contaminazione va nella direzione opposta e contraria a quelle logiche che hanno portato alla nostra emarginazione e messa nell’angolo”.
Altri interventi molto significativi sono stati quelli di Domenico Conte (Sic Bologna), di Calimaco Cantoni della RSU FIOM di Parma, di Dario Filippini della Direzione nazionale dello SPI e di Ernesto Masullo dell’INPS di Napoli.
Presente ai lavori, naturalmente, Giorgio Cremaschi, fra i promotori di Ross@, storico leader sindacale nonché ex segretario della FIOM poi anch’egli fuoriuscito, che ha esordito dichiarando la sua grande soddisfazione per la scelta fatta dai compagni ex CGIL. “Non si può fare sindacato – ha spiegato – se non si è onesti con se stessi e con i lavoratori”. E’ bene chiarire subito un aspetto – ha affermato con molta determinazione – il processo di normalizzazione interna alla CGIL porta innanzitutto il nome di Landini, non della Camusso. Ho sempre visto Landini come un burocrate in erba, per di più decisamente autoritario, e non mi sbagliavo. Quanto accaduto a Termoli e a Melfi è altamente significativo. La CGIL ha scelto di fatto come controparte i lavoratori, gli operai, che lottano per i loro diritti e per migliorare la loro condizione. Quando si arriva a questo punto, al punto cioè in cui tu fai del male ai lavoratori, allora vuol dire che la rottura è totale, che non c’è più possibilità di ritorno. Oggi nella CGIL hai la libertà di fare i convegni su Marx e sul socialismo ma non puoi fare la lotta di classe, quella vera, perché se la fai, ti cacciano. Bisogna cambiare completamente rotta. E’ necessario uscire dalle logiche minoritarie dei micro partitini che insistono a stare nella CGIL, come ad esempio Lotta Comunista, che in attesa della rivoluzione proletaria approvano tutto quello che c’è da approvare, e rompere, lasciarsi alle spalle queste logiche e avere l’ambizione di conquistare la maggioranza dei lavoratori, perchè oggi ci sono le condizioni per “sfondare”, ci sono milioni di lavoratori che “ringhiano” perchè vivono uno stato di profondo disagio e l’assenza di una grande sindacato conflittuale e di massa che li rappresenta”.
I lavori dell’assemblea sono stati naturalmente aperti da Sergio Bellavita, il quale ha esordito dicendo che “quella della CGIL è una segreteria formata e fondata sulla fedeltà. La critica non è ammessa, gli iscritti e i delegati sindacali che portano avanti le lotte vengono cacciati”. “In realtà – ha spiegato Bellavita – abbiamo tentato con forza non tanto di cambiare la CGIL, perché sapevamo che era irriformabile, quanto costruire le condizioni per ricreare il conflitto. Ma anche questa possibilità è andata scemando. Siamo arrivati alla rottura perché non abbiamo accettato gli steccati e i diktat che volevano imporci. Siamo colpevoli di aver lottato per un sindacato democratico, per aver voluto riaprire il conflitto, per non aver accettato la pace sociale. E’ necessario smascherare l’ipocrisia della FIOM e della CGIL che a parole dice di difendere i diritti dei lavoratori ma di fatto collabora con l’azienda. Lo abbiamo visto alla Fiat dove lo scontro è durissimo, dove l’azienda segna su un taccuino i nomi e i cognomi dei lavoratori che non si piegano al “modello”, e non li dimentica. La CGIL li ha lasciati soli, li ha abbandonati. Per questo la CGIL non può essere più la nostra casa. Voglio dire ai compagni dell’USB ”Scusate il ritardo!”, però è fondamentale ribadire che in questi anni le nostre lotte sono state le stesse e anche se ci trovavamo in organizzazioni diverse, eravamo comunque dalla stessa parte, quella dei lavoratori. Molti ci chiedono:”Ma se tutto il sindacalismo di base fosse stato all’interno della CGIL come sarebbero andate le cose?”. La risposta è che saremmo stati tutti cacciati... Ora è fondamentale lavorare assieme alla costruzione di un grande sindacato di classe, di massa e alternativo alla CGIL, alla CISL e alla UIL”.
Uno degli ultimi interventi è stato quello di Pierpaolo Leonardi dell’Esecutivo nazionale dell’USB che ha sottolineato la straordinaria importanza dell’evento. “Per la prima volta – ha detto – un pezzo della CGIL rompe con quell’organizzazione e non torna a casa ma continua la lotta, in vista della costruzione di un grande sindacato di classe di dimensioni nazionali. Questa scelta dimostra come sia giusto non essere mai autoreferenziali, e infatti noi non lo siamo mai stati perché siamo sempre stati animati dalla volontà di ampliare la nostra area di consenso, non di creare orticelli e steccati. Certo, questa scelta cambierà completamente la prospettiva per questi compagni che oggi scelgono di entrare nell’USB. Noi infatti non siamo mai stati all’interno di quell’organizzazione, il nostro è un “sindacato di strada”, abbiamo un’altra storia e un’esperienza diversa dalla loro e siamo sempre stati convinti che non ci fossero le condizioni minime in quel contesto per fare della vera e autentica attività sindacale. Siamo anche persuasi che oggi si debba fare un salto di qualità. Si tratta di abbandonare determinate logiche che hanno reso debole e insufficiente un certo sindacalismo di base e lavorare alla costruzione di un grande sindacato nazionale di classe, antagonista e di massa, capace di rappresentare e coordinare tutti i vari e diversi soggetti sociali. L’USB ha scelto da tempo di incontrare i lavoratori non solo nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro ma anche fuori, dove vivono milioni di persone che oggi non incontrano più il sindacato a causa dei grandi processi di ristrutturazione capitalista che hanno portato alla disgregazione e alla frammentazione del tessuto sociale”. “E’ nostra intenzione – ha proseguito – chiamare i lavoratori a uno sciopero generale nazionale da tenersi a ridosso del referendum con il quale si vuole modificare la Carta Costituzionale. E’ fondamentale che i lavoratori facciano capire con chiarezza che non accettano in alcun modo l’attacco alla democrazia portato avanti dal governo Renzi”.
Per quanto ci riguarda non possiamo che salutare con soddisfazione la scelta dei lavoratori e delle lavoratrici “incompatibili” e la loro decisione di aderire all’Unione Sindacale di Base. Ci sembra ancora più importante la volontà, ribadita da tutti gli intervenuti, di lavorare per la costruzione di un grande sindacato di classe alternativo alla CGIL, alla CISL e alla UIL. Certo, come ha ribadito anche Leonardi, un sindacato non può fare un lavoro di supplenza. Resta quindi il problema del grande assente, cioè di un grande soggetto politico in grado di essere punto di riferimento del mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni e la sua complessità.
Ma questo potrebbe essere un inizio.
Fonte
10/06/2016
Via dalla Cgil
I militanti che lasciano la Cgil e che si riuniscono in assemblea a Roma l’11 giugno hanno fatto tutto ciò che era possibile per restare nell’organizzazione. Ovviamente per restarci restando sé stessi. Ma i gruppi dirigenti della Cgil e della FIOM hanno posto a loro esemplarmente, cioè in modo che risultasse da esempio per tutti, l’aut aut. Se quei militanti sindacali avessero continuato nel loro impegno, sarebbero divenuti incompatibili con il loro sindacato, se invece si fossero piegati all’organizzazione, allora questa li avrebbe ancora benignamente compresi nelle sue fila.
A Termoli e Melfi un gruppo di delegati della FIOM aveva deciso di organizzarsi per resistere all'oppressione dei ritmi sempre più intensi e della flessibilità selvaggia.
Una lotta semplice e giusta per diritti elementari del lavoro, che era parte della storia più antica e forte della Cgil e della FIOM. Una storia che i gruppi dirigenti hanno evidentemente messo in archivio, perché proprio per questo impegno contro la Fiat di Marchionne, i delegati FIOM di Termoli e Melfi sono andati sotto processo nell'organizzazione. Il resto è venuto di conseguenza, Sergio Bellavita è stato destituito per aver espresso solidarietà e sostegno ai delegati, e chiunque abbia fatto lo stesso è stato posto in liste di proscrizione a scadenza più o meno ravvicinata.
Mentre in Francia i militanti della CGT vengono accolti in trionfo al loro congresso, dove esibiscono il contatore elettrico tolto dalla villa del presidente della Confindustria di quel paese, da noi gli scioperi degli straordinari in Fiat sono sotto accusa in FIOM e in Cgil. Mentre la Francia dimostra cosa potrebbe ancora fare un movimento sindacale non totalmente compromesso con le compatibilità, CGIL e FIOM condannano chi lotta.
Quando una organizzazione sindacale colpisce chi è più attivo e coraggioso tra le sue file, dice che non vuole più lottare davvero. Questa è la sostanza e sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Qui non parliamo dei documenti, dei convegni, delle interviste o anche delle manifestazioni rituali fatte periodicamente, qui c’è il comportamento vero, quello che fa capire al padrone ed al potere cosa sia disposta a fare davvero la sua controparte. Dichiarando incompatibili coloro che scioperano in Fiat, i gruppi dirigenti della Cgil e della FIOM hanno dichiarato sé stessi indisponibili a riprendere a lottare davvero.
Chi cerca allora una via per la ripresa del conflitto fuori dalla Cgil, perché dentro non ne vede più nessuna, ha ragione. Dentro CGIL CISL UIL oggi non c’è alcuna possibilità di organizzare qualcosa di diverso dall’amministrazione dell’esistente. Chi cerca di forzare è incompatibile.
Non è detto che fuori dai grandi sindacati confederali si riesca a costruire quella ripresa del conflitto che è indispensabile al mondo del lavoro, ma è sicuro che dentro è impossibile.
Oggi la Cgil non riesce neppure a schierarsi per il NO al referendum sulla controriforma costituzionale di Renzi. Con quale credibilità si raccolgono firme per i diritti del lavoro, quando non si ha il coraggio di difendere la Costituzione fondata sul lavoro?
Le compagne e i compagni che lasciano la Cgil per organizzarsi fuori da essa fanno la scelta giusta per continuare, le difficoltà saranno enormi, ma il futuro di costruisce solo così.
Fonte
A Termoli e Melfi un gruppo di delegati della FIOM aveva deciso di organizzarsi per resistere all'oppressione dei ritmi sempre più intensi e della flessibilità selvaggia.
Una lotta semplice e giusta per diritti elementari del lavoro, che era parte della storia più antica e forte della Cgil e della FIOM. Una storia che i gruppi dirigenti hanno evidentemente messo in archivio, perché proprio per questo impegno contro la Fiat di Marchionne, i delegati FIOM di Termoli e Melfi sono andati sotto processo nell'organizzazione. Il resto è venuto di conseguenza, Sergio Bellavita è stato destituito per aver espresso solidarietà e sostegno ai delegati, e chiunque abbia fatto lo stesso è stato posto in liste di proscrizione a scadenza più o meno ravvicinata.
Mentre in Francia i militanti della CGT vengono accolti in trionfo al loro congresso, dove esibiscono il contatore elettrico tolto dalla villa del presidente della Confindustria di quel paese, da noi gli scioperi degli straordinari in Fiat sono sotto accusa in FIOM e in Cgil. Mentre la Francia dimostra cosa potrebbe ancora fare un movimento sindacale non totalmente compromesso con le compatibilità, CGIL e FIOM condannano chi lotta.
Quando una organizzazione sindacale colpisce chi è più attivo e coraggioso tra le sue file, dice che non vuole più lottare davvero. Questa è la sostanza e sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Qui non parliamo dei documenti, dei convegni, delle interviste o anche delle manifestazioni rituali fatte periodicamente, qui c’è il comportamento vero, quello che fa capire al padrone ed al potere cosa sia disposta a fare davvero la sua controparte. Dichiarando incompatibili coloro che scioperano in Fiat, i gruppi dirigenti della Cgil e della FIOM hanno dichiarato sé stessi indisponibili a riprendere a lottare davvero.
Chi cerca allora una via per la ripresa del conflitto fuori dalla Cgil, perché dentro non ne vede più nessuna, ha ragione. Dentro CGIL CISL UIL oggi non c’è alcuna possibilità di organizzare qualcosa di diverso dall’amministrazione dell’esistente. Chi cerca di forzare è incompatibile.
Non è detto che fuori dai grandi sindacati confederali si riesca a costruire quella ripresa del conflitto che è indispensabile al mondo del lavoro, ma è sicuro che dentro è impossibile.
Oggi la Cgil non riesce neppure a schierarsi per il NO al referendum sulla controriforma costituzionale di Renzi. Con quale credibilità si raccolgono firme per i diritti del lavoro, quando non si ha il coraggio di difendere la Costituzione fondata sul lavoro?
Le compagne e i compagni che lasciano la Cgil per organizzarsi fuori da essa fanno la scelta giusta per continuare, le difficoltà saranno enormi, ma il futuro di costruisce solo così.
Fonte
20/05/2016
Delegati Fiom-Cgil in Fca. Addio a “il sindacato è un’altra cosa”
Ai componenti dell’esecutivo nazionale e a tutti i compagni de "il sindacato è un altra cosa".
L’ultima assemblea ha evidenziato un distacco tra le diverse correnti politiche all’interno dell’area e una parte di delegati, in merito alle iniziative che la stessa avrebbe dovuto mettere in atto in un momento difficile come questo, ma che si erano palesate ormai da diverso tempo. Influenze politiche che nulla hanno a che fare con il sindacato e per cui l’area venne a crearsi.
A nostro avviso la giornata del 12 Maggio doveva essere un momento importante per altre questioni, per una in particolare. Ci saremmo aspettati che al primo appuntamento che vedeva coinvolta la base dopo l’epurazione del nostro portavoce, la discussione prioritaria si facesse su come intraprendere una vera azione di lotta nei confronti della Cgil, che portasse al ripristino della democrazia interna alla nostra Organizzazione.
Tanto eravamo convinti che queste fossero le ragioni dell’assemblea che alla prima occasione abbiamo lanciato l’occupazione a oltranza della sala Di Vittorio, un azione forte ma indispensabile quando in gioco c’è la libertà individuale e collettiva.
La risposta dei rappresentanti delle diverse correnti politiche è stata assente o contrastante, senza voler giudicare nessuno, non possiamo fare altro che prenderne amaramente atto. Noi abbiamo evidentemente un’idea del conflitto diverso dalla maggioranza dei compagni che compongono la nostra area, ed il 12 ne abbiamo avuto dimostrazione.
Restiamo convinti che solo con la lotta si possano ottenere risultati, che solo questa sia la linea di azione da mettere in campo quando il padrone ti attacca, e non fa alcuna differenza se l’aggressione arriva dal tuo datore di lavoro piuttosto che dal sindacato di appartenenza.
Non possiamo negare un velo di imbarazzo nel constatare che prima durante e dopo questo appuntamento, ci sia stato un gruppetto di persone appartenenti all’area che hanno deriso e denigrato il nostro portavoce, arrecando un danno a tutti noi e alle idee che portiamo avanti ormai da tempo.
Con dispiacere e incredulità abbiamo dovuto assistere al valzer dei documenti, piuttosto che praticare un azione di lotta si è preferita la solita via autoreferenziale, come se nulla di diverso dal solito fosse avvenuto. Ci siamo distratti, chi in buona fede e chi no, dall’obbiettivo, e la Cgil, sempre attenta alle nostre manovre, ne ha tratto grande beneficio.
Il prezzo della non battaglia ormai è chiaro a tutti, il fatto che a scegliere le future iniziative dell’area saranno i vertici dei partiti politici lo è altrettanto.
Noi siamo lavoratori che, al netto della nostra idea politica, cercano di fare conflitto e non documenti, quelli li lasciamo discutere a chi notoriamente ha fatto il male della classe operaia.
Siamo molto dispiaciuti di lasciare un percorso che ci ha permesso di conoscere tanti bravi lavoratori e compagni onesti, che come noi lottano per l’esclusivo protagonismo operaio, con i quali il rapporto di stima e affetto rimarrà indissolubile, ma non riusciamo a far finta che sia tutto come prima del 12 Maggio.
Per queste ragioni vi comunichiamo che da questo momento lasciamo l’area de "il sindacato è un altra cosa".
Saluti fraterni
Massimo Fierro rsa Fiom Fca (incompatibile), Stefania Fantauzzi rsa Fiom Fca (incompatibile), Felice Antenucci Commissione Nazionale Statuto Fiom (incompatibile), Principio Di Nanni rsa Fiom Fca (incompatibile), Giuseppina Imbrenda rsa Fiom Fca (incompatibile), De Stradis Domenico rsa Fiom Fca (incompatibile), Ernesto Marcovicchio rsa Fiom Fca (incompatibile), Domenico Cappella rsa Fiom Fca (incompatibile), Maria Labriola direttivo Fiom Fca (incompatibile), Antonio Genovese Fiom Fca (incompatibile), Marco Pignatelli direttivo Fiom Fca (incompatibile), Fabio D’Ilio rsa Fiom Fca (incompatibile), Antonio Langone rsa Fiom Fca (incompatibile), Silvano Fanelli direttivo Fiom Fca (incompatibile), Leonardo Di Maio direttivo Fiom Fca (incompatibile), Antonio De Stefano Fiom Fca (incompatibile).
Melfi/Termoli, 20 Maggio 2016
Fonte
L’ultima assemblea ha evidenziato un distacco tra le diverse correnti politiche all’interno dell’area e una parte di delegati, in merito alle iniziative che la stessa avrebbe dovuto mettere in atto in un momento difficile come questo, ma che si erano palesate ormai da diverso tempo. Influenze politiche che nulla hanno a che fare con il sindacato e per cui l’area venne a crearsi.
A nostro avviso la giornata del 12 Maggio doveva essere un momento importante per altre questioni, per una in particolare. Ci saremmo aspettati che al primo appuntamento che vedeva coinvolta la base dopo l’epurazione del nostro portavoce, la discussione prioritaria si facesse su come intraprendere una vera azione di lotta nei confronti della Cgil, che portasse al ripristino della democrazia interna alla nostra Organizzazione.
Tanto eravamo convinti che queste fossero le ragioni dell’assemblea che alla prima occasione abbiamo lanciato l’occupazione a oltranza della sala Di Vittorio, un azione forte ma indispensabile quando in gioco c’è la libertà individuale e collettiva.
La risposta dei rappresentanti delle diverse correnti politiche è stata assente o contrastante, senza voler giudicare nessuno, non possiamo fare altro che prenderne amaramente atto. Noi abbiamo evidentemente un’idea del conflitto diverso dalla maggioranza dei compagni che compongono la nostra area, ed il 12 ne abbiamo avuto dimostrazione.
Restiamo convinti che solo con la lotta si possano ottenere risultati, che solo questa sia la linea di azione da mettere in campo quando il padrone ti attacca, e non fa alcuna differenza se l’aggressione arriva dal tuo datore di lavoro piuttosto che dal sindacato di appartenenza.
Non possiamo negare un velo di imbarazzo nel constatare che prima durante e dopo questo appuntamento, ci sia stato un gruppetto di persone appartenenti all’area che hanno deriso e denigrato il nostro portavoce, arrecando un danno a tutti noi e alle idee che portiamo avanti ormai da tempo.
Con dispiacere e incredulità abbiamo dovuto assistere al valzer dei documenti, piuttosto che praticare un azione di lotta si è preferita la solita via autoreferenziale, come se nulla di diverso dal solito fosse avvenuto. Ci siamo distratti, chi in buona fede e chi no, dall’obbiettivo, e la Cgil, sempre attenta alle nostre manovre, ne ha tratto grande beneficio.
Il prezzo della non battaglia ormai è chiaro a tutti, il fatto che a scegliere le future iniziative dell’area saranno i vertici dei partiti politici lo è altrettanto.
Noi siamo lavoratori che, al netto della nostra idea politica, cercano di fare conflitto e non documenti, quelli li lasciamo discutere a chi notoriamente ha fatto il male della classe operaia.
Siamo molto dispiaciuti di lasciare un percorso che ci ha permesso di conoscere tanti bravi lavoratori e compagni onesti, che come noi lottano per l’esclusivo protagonismo operaio, con i quali il rapporto di stima e affetto rimarrà indissolubile, ma non riusciamo a far finta che sia tutto come prima del 12 Maggio.
Per queste ragioni vi comunichiamo che da questo momento lasciamo l’area de "il sindacato è un altra cosa".
Saluti fraterni
Massimo Fierro rsa Fiom Fca (incompatibile), Stefania Fantauzzi rsa Fiom Fca (incompatibile), Felice Antenucci Commissione Nazionale Statuto Fiom (incompatibile), Principio Di Nanni rsa Fiom Fca (incompatibile), Giuseppina Imbrenda rsa Fiom Fca (incompatibile), De Stradis Domenico rsa Fiom Fca (incompatibile), Ernesto Marcovicchio rsa Fiom Fca (incompatibile), Domenico Cappella rsa Fiom Fca (incompatibile), Maria Labriola direttivo Fiom Fca (incompatibile), Antonio Genovese Fiom Fca (incompatibile), Marco Pignatelli direttivo Fiom Fca (incompatibile), Fabio D’Ilio rsa Fiom Fca (incompatibile), Antonio Langone rsa Fiom Fca (incompatibile), Silvano Fanelli direttivo Fiom Fca (incompatibile), Leonardo Di Maio direttivo Fiom Fca (incompatibile), Antonio De Stefano Fiom Fca (incompatibile).
Melfi/Termoli, 20 Maggio 2016
Fonte
17/05/2016
Fuori dalla Cgil. A chi interessa minimizzare?
Troppi silenzi, troppa poca generosità e forse troppa paura accompagnano la decisione di Sergio Bellavita, Maria Pia Zanni, Stefania Fantauzzi di annunciare l’abbandono della Cgil. Che i palazzi e i palazzetti più o meno legati al partito democratico, al governo Renzi, ma anche alla finta opposizione contro di essi di CGILCISLUIL, abbiano interesse a tacere su tutta questa vicenda è comprensibile. Ma questa storia è stata messa sostanzialmente in sordina anche da buona parte di quella sinistra radicale che nel passato avrebbe speso paginate di discussione.
Pare quasi che la questione in sé non sia considerata rilevante, quando invece essa è fondamentale.
Alcuni delegati della FIOM degli stabilimenti Fiat hanno deciso di organizzare lotte contro il supersfruttamento del lavoro, e per farlo si sono uniti a militanti dei sindacati di base. Maurizio Landini e il suo gruppo dirigente, invece che premiare questi militanti, che rischiano il posto di lavoro per affermare i principi su cui è stata costruita la FIOM, invece che considerarli come esempio per tutti, li ha fatti dichiarare incompatibili con l’organizzazione. Sergio Bellavita ha pubblicamente espresso il proprio sostegno a questi lavoratori, e per questo è stato destituito da dirigente nazionale della FIOM e rimandato in fabbrica.
Non siamo di fronte ad una questione di carattere personale, ma alla repressione del dissenso su come ci si comporta rispetto alla Fiat di Marchionne. La FIOM di Landini ha deciso che la guerra è finita e che chi vuole continuarla viene cacciato. In nome del realismo si può anche essere d’accordo con questa scelta, in ben più grande dimensione in Grecia Tsipras ha fatto lo stesso con la Troika, ma non si può certo ridimensionarne l’importanza.
E invece dopo che Sergio e le altre compagne e compagni hanno annunciato che continueranno la lotta fuori da quella Cgil che impedisce loro di organizzarla da dentro, la gravità del fatto è scomparsa.
Da un lato ci sono coloro che spiegano che in fondo il mondo è sempre uguale a sé stesso, che la Cgil è sempre stata una organizzazione moderata e non si capisce perché qualcuno lo scopra solo ora. Dal lato opposto c’è chi accusa Bellavita e gli altri di aver alzato apposta lo scontro con Landini e Camusso, per farsi cacciare da una Cgil da cui da tempo avevano deciso di andarsene. In questo modo si evita opportunisticamente di affrontare la questione reale.
Chi crede nel sindacalismo conflittuale e di classe può restare in una Cgil e in una FIOM ove si colpiscono i lavoratori? Perché questo è il punto di fondo. Allontanamenti autoritari di dirigenti scomodi in Cgil e FIOM ci sono sempre stati, ma è la prima volta che si cacciano operai che scioperano. E non si venga a dire che non sono queste le ragioni. Se i delegati della FIOM di Melfi e Termoli con i militanti dei sindacati di base avessero organizzato convegni sul socialismo mondiale, nulla sarebbe accaduto. Invece hanno proclamato scioperi contro gli straordinari al sabato, riusciti per altro, e per questo sono andato sotto processo.
Questa è la vera normalizzazione in atto nella Cgil, non la cancellazione del dissenso nelle tavole rotonde, ma l'omologazione di tutti i comportamenti concreti a quelli dei vertici confederali e di categoria. E questa normalizzazione si scatena oggi perché è la Fiom di Landini a operarla per prima.
Lasciando la Cgil avevo scritto:
Con coraggio i compagni della Fiat e Bellavita hanno sfidato questa normalizzazione e ne sono stati colpiti. Ora decidono di continuare fuori dalla Cgil per non rinunciare a tutto ciò che hanno fatto. Bisognerebbe sostenerli e basta.
Chi vuole restare in Cgil ovviamente merita rispetto, deve sapere però che non rimane per dissentire, ma per consentire. Il dissenso vero non sarà più ammesso, la vicenda Fiat è e verrà considerata come esemplare. Quindi chi resta dovrà adeguarsi, magari nel nome della rivoluzione futura, oppure incorrere nelle stesse sanzioni.
In questi giorni abbiamo visto in Francia sindacati sicuramente non rivoluzionari come la CGT promuovere giornate e giornate di sciopero contro la versione locale del Jobs act. E quei sindacati si sono incontrati con un poderoso movimento di giovani e studenti. In Grecia contro il nuovo cedimento di Tsipras ci sono stati poco tempo fa due giorni di sciopero generale, indetti non solo da parte dei comunisti e radicali del PAME, ma da tutti i sindacati.
O si capisce e si affronta la specifica gravità della situazione sindacale italiana, ove CgilCislUil non ci hanno neppure provato a contrastare le politiche liberiste dei governi e delle imprese, o si finisce per essere parte del degrado di quello che una volta era il movimento sindacale più forte d’Europa.
Per fortuna non è vero che fuori da questo degrado non ci sia nulla. Ci sono invece lotte ancora insufficienti, ma sempre più diffuse, che richiedono rappresentanza ed organizzazione. Fanno bene Bellavita, Zanni, Fantauzzi e spero anche altri con loro a cercare nuove vie per continuare. Anche perché a me pare che, dietro tanti discorsi sul bene dei lavoratori e sulla necessità di restare in Cgil per contestare i gruppi dirigenti, ci sia una certa dose di paura, che non è mai stata buona consigliera.
Fonte
Pare quasi che la questione in sé non sia considerata rilevante, quando invece essa è fondamentale.
Alcuni delegati della FIOM degli stabilimenti Fiat hanno deciso di organizzare lotte contro il supersfruttamento del lavoro, e per farlo si sono uniti a militanti dei sindacati di base. Maurizio Landini e il suo gruppo dirigente, invece che premiare questi militanti, che rischiano il posto di lavoro per affermare i principi su cui è stata costruita la FIOM, invece che considerarli come esempio per tutti, li ha fatti dichiarare incompatibili con l’organizzazione. Sergio Bellavita ha pubblicamente espresso il proprio sostegno a questi lavoratori, e per questo è stato destituito da dirigente nazionale della FIOM e rimandato in fabbrica.
Non siamo di fronte ad una questione di carattere personale, ma alla repressione del dissenso su come ci si comporta rispetto alla Fiat di Marchionne. La FIOM di Landini ha deciso che la guerra è finita e che chi vuole continuarla viene cacciato. In nome del realismo si può anche essere d’accordo con questa scelta, in ben più grande dimensione in Grecia Tsipras ha fatto lo stesso con la Troika, ma non si può certo ridimensionarne l’importanza.
E invece dopo che Sergio e le altre compagne e compagni hanno annunciato che continueranno la lotta fuori da quella Cgil che impedisce loro di organizzarla da dentro, la gravità del fatto è scomparsa.
Da un lato ci sono coloro che spiegano che in fondo il mondo è sempre uguale a sé stesso, che la Cgil è sempre stata una organizzazione moderata e non si capisce perché qualcuno lo scopra solo ora. Dal lato opposto c’è chi accusa Bellavita e gli altri di aver alzato apposta lo scontro con Landini e Camusso, per farsi cacciare da una Cgil da cui da tempo avevano deciso di andarsene. In questo modo si evita opportunisticamente di affrontare la questione reale.
Chi crede nel sindacalismo conflittuale e di classe può restare in una Cgil e in una FIOM ove si colpiscono i lavoratori? Perché questo è il punto di fondo. Allontanamenti autoritari di dirigenti scomodi in Cgil e FIOM ci sono sempre stati, ma è la prima volta che si cacciano operai che scioperano. E non si venga a dire che non sono queste le ragioni. Se i delegati della FIOM di Melfi e Termoli con i militanti dei sindacati di base avessero organizzato convegni sul socialismo mondiale, nulla sarebbe accaduto. Invece hanno proclamato scioperi contro gli straordinari al sabato, riusciti per altro, e per questo sono andato sotto processo.
Questa è la vera normalizzazione in atto nella Cgil, non la cancellazione del dissenso nelle tavole rotonde, ma l'omologazione di tutti i comportamenti concreti a quelli dei vertici confederali e di categoria. E questa normalizzazione si scatena oggi perché è la Fiom di Landini a operarla per prima.
Lasciando la Cgil avevo scritto:
“La Cgil ha sempre avuto una dialettica interna. Tra linee politiche, tra esperienze, tra luoghi di lavoro, territori e centro, tra categorie e confederazione. Dagli anni '90 il confronto tra maggioranza e minoranze si è intrecciato con quello tra la FIOM e la confederazione. In questi confronti e conflitti si aprivano spazi di esperienze ed iniziative controcorrente. Oggi tutto questo non c’è più. Una normalizzazione profonda percorre tutta l’organizzazione e l’ultimo congresso le ha conferito sanzione formale. Non facciamoci ingannare dalle polemiche televisive e dalle imboscate di qualche voto segreto. Fanno parte di scontri di potere tra cordate di gruppi dirigenti, mentre tutte le decisioni più importanti son state assunte all’unanimità, salvo il voto contrario della piccola minoranza di cui ho fatto parte e di cui non si è mai tenuto alcun conto...”Alcuni anni fa, quando ancora ero segretario della FIOM, il segretario della Cisl Bonanni in una intervista aveva rimproverato la maggioranza della Cgil di non avere il coraggio di liberarsi degli “antagonisti”. La CISL lo ha fatto in casa sua, sostenne allora il segretario di cui si è poi parlato per la pensione favolosa, ha pagato dei prezzi, ma ora è una organizzazione coerente. Ora la Cgil segue quel consiglio e lo può fare proprio perché è Maurizio Landini che lo mette in pratica: Susanna Camusso da sola non ci sarebbe riuscita.
Con coraggio i compagni della Fiat e Bellavita hanno sfidato questa normalizzazione e ne sono stati colpiti. Ora decidono di continuare fuori dalla Cgil per non rinunciare a tutto ciò che hanno fatto. Bisognerebbe sostenerli e basta.
Chi vuole restare in Cgil ovviamente merita rispetto, deve sapere però che non rimane per dissentire, ma per consentire. Il dissenso vero non sarà più ammesso, la vicenda Fiat è e verrà considerata come esemplare. Quindi chi resta dovrà adeguarsi, magari nel nome della rivoluzione futura, oppure incorrere nelle stesse sanzioni.
In questi giorni abbiamo visto in Francia sindacati sicuramente non rivoluzionari come la CGT promuovere giornate e giornate di sciopero contro la versione locale del Jobs act. E quei sindacati si sono incontrati con un poderoso movimento di giovani e studenti. In Grecia contro il nuovo cedimento di Tsipras ci sono stati poco tempo fa due giorni di sciopero generale, indetti non solo da parte dei comunisti e radicali del PAME, ma da tutti i sindacati.
O si capisce e si affronta la specifica gravità della situazione sindacale italiana, ove CgilCislUil non ci hanno neppure provato a contrastare le politiche liberiste dei governi e delle imprese, o si finisce per essere parte del degrado di quello che una volta era il movimento sindacale più forte d’Europa.
Per fortuna non è vero che fuori da questo degrado non ci sia nulla. Ci sono invece lotte ancora insufficienti, ma sempre più diffuse, che richiedono rappresentanza ed organizzazione. Fanno bene Bellavita, Zanni, Fantauzzi e spero anche altri con loro a cercare nuove vie per continuare. Anche perché a me pare che, dietro tanti discorsi sul bene dei lavoratori e sulla necessità di restare in Cgil per contestare i gruppi dirigenti, ci sia una certa dose di paura, che non è mai stata buona consigliera.
Fonte
13/05/2016
#occupycgil. La protesta della opposizione in Cgil
Il licenziamento di Sergio Bellavita, ex segretario nazionale della Fiom, appena confermato dalla confederazione guidata da Susanna Camusso, rischia di minare la residua credibilità della Cgil.
La minoranza interna – l’area “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha proprio in Bellavita il coordinatore nazionale principale – ha lanciato ieri lo slogan #occupyCgil, occupando simbolicamente il salone “Di Vittorio”, nella sede nazionale del sindacato, con un’assemblea cui hanno partecipato “150 persone”. I promotori hanno annunciato che aggiungono “non ce ne andremo fino a quando il segretario Susanna Camusso non verrà a parlarci. La mobilitazione è scattata dopo che la segreteria Landini ha revocato all’unanimità il distacco sindacale rispedendolo di fatto in fabbrica, la bolognese Cei.
“Abbiamo deciso di occupare la sede della Cgil nazionale – si legge sul Facebook di Bellavita – a oltranza. Non possiamo permettere che la maggioranza della Cgil chiuda ogni spazio di opposizione defenestrando il portavoce nazionale Sergio Bellavita e i delegati Fca del comitato di lotta. Aspettiamo che Susanna Camusso venga qui e ripristini la dignità dell’unica area di opposizione interna. Non non molliamo. Noi non ci stiamo”.
A Camusso, dopo l’incontro della scorsa settimana sul caso Bellavita, la minoranza muove un’accusa precisa: “Ha tenuto a esplicitare (allo stesso incontro, ndr) che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali”, riportava la stessa area critica interna.
Fonte
La minoranza interna – l’area “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha proprio in Bellavita il coordinatore nazionale principale – ha lanciato ieri lo slogan #occupyCgil, occupando simbolicamente il salone “Di Vittorio”, nella sede nazionale del sindacato, con un’assemblea cui hanno partecipato “150 persone”. I promotori hanno annunciato che aggiungono “non ce ne andremo fino a quando il segretario Susanna Camusso non verrà a parlarci. La mobilitazione è scattata dopo che la segreteria Landini ha revocato all’unanimità il distacco sindacale rispedendolo di fatto in fabbrica, la bolognese Cei.
“Abbiamo deciso di occupare la sede della Cgil nazionale – si legge sul Facebook di Bellavita – a oltranza. Non possiamo permettere che la maggioranza della Cgil chiuda ogni spazio di opposizione defenestrando il portavoce nazionale Sergio Bellavita e i delegati Fca del comitato di lotta. Aspettiamo che Susanna Camusso venga qui e ripristini la dignità dell’unica area di opposizione interna. Non non molliamo. Noi non ci stiamo”.
A Camusso, dopo l’incontro della scorsa settimana sul caso Bellavita, la minoranza muove un’accusa precisa: “Ha tenuto a esplicitare (allo stesso incontro, ndr) che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali”, riportava la stessa area critica interna.
Fonte
11/05/2016
Camusso conferma Landini: Bellavita licenziato
È una sentenza difficile da digerire quella che la segreteria nazionale Cgil ha emesso nei miei confronti. Secondo Susanna Camusso non posso più ricoprire incarichi in nessuna struttura della Cgil, né di categoria, né confederale, né nazionale ne’ di territorio. Sergio Bellavita non potrà più fare il sindacalista. La sentenza, dopo che nei giorni scorsi l’esecutivo nazionale dell’area ha posto il problema alla segreteria Cgil, è stata emessa ieri.
Una laconica telefonata in tarda serata ci ha comunicato che l’unica disponibilità della Cgil è quella di contrattare con l’azienda, in cui rientrerò il primo giugno, un pacchetto di ore di permessi sindacali.
Cioè quanto prevede lo statuto per consentire la partecipazione alle sedute degli organismi dirigenti di cui si è componenti. Una proposta indecente, avanzata con l’evidente scopo di infliggere un’umiliazione collettiva all’unica area di opposizione in Cgil. Un fatto di una gravità senza precedenti.
È un boccone amaro da ingoiare anche perché nessuno mi ha ancora esposto le ragioni della cacciata che non siano legate al ruolo di rappresentanza collettiva che ho ricoperto dal congresso ad oggi. Un tempo i dirigenti Cgil avevano il coraggio di espellere, oggi si riduce al silenzio destituendo da ogni incarico chi non si piega. Sta succedendo ai delegati Fiat condannati all’incompatibilità perché praticano e vorrebbero praticare le lotte ed è successo al sottoscritto. Pago il prezzo di aver difeso insieme ai compagni dell’area, senza se e senza ma, i delegati e le delegate Fiat dalla ignobile persecuzione di meschini funzionari la cui unica preoccupazione è mantenere il posto di lavoro in Fiom conquistato con la fedeltà e il servilismo al capo padrone. Non mi pento di averlo fatto, anzi ne sono orgoglioso. Difficile però non farsi travolgere dalla tristezza davanti a chi pretende di rappresentare questa come una vicenda personale del tutto separata dalle scelte di fondo della Cgil. Non è così.
Susanna Camusso nell’incontro della scorsa settimana ci ha tenuto a esplicitare che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali. Nulla accade per caso. La mia cacciata, l’incompatibilità assurta a ordinamento interno servono a dire come e a quale prezzo si sta nell’organizzazione. Un’ulteriore svolta, il tentativo di chiudere il cerchio della cislizzazione della Cgil. Per queste ragioni bisogna chiudere, espellere il dissenso.
Il primo giugno rientro in fabbrica e da lì riparto.
Sergio Bellavita
Fonte
Una laconica telefonata in tarda serata ci ha comunicato che l’unica disponibilità della Cgil è quella di contrattare con l’azienda, in cui rientrerò il primo giugno, un pacchetto di ore di permessi sindacali.
Cioè quanto prevede lo statuto per consentire la partecipazione alle sedute degli organismi dirigenti di cui si è componenti. Una proposta indecente, avanzata con l’evidente scopo di infliggere un’umiliazione collettiva all’unica area di opposizione in Cgil. Un fatto di una gravità senza precedenti.
È un boccone amaro da ingoiare anche perché nessuno mi ha ancora esposto le ragioni della cacciata che non siano legate al ruolo di rappresentanza collettiva che ho ricoperto dal congresso ad oggi. Un tempo i dirigenti Cgil avevano il coraggio di espellere, oggi si riduce al silenzio destituendo da ogni incarico chi non si piega. Sta succedendo ai delegati Fiat condannati all’incompatibilità perché praticano e vorrebbero praticare le lotte ed è successo al sottoscritto. Pago il prezzo di aver difeso insieme ai compagni dell’area, senza se e senza ma, i delegati e le delegate Fiat dalla ignobile persecuzione di meschini funzionari la cui unica preoccupazione è mantenere il posto di lavoro in Fiom conquistato con la fedeltà e il servilismo al capo padrone. Non mi pento di averlo fatto, anzi ne sono orgoglioso. Difficile però non farsi travolgere dalla tristezza davanti a chi pretende di rappresentare questa come una vicenda personale del tutto separata dalle scelte di fondo della Cgil. Non è così.
Susanna Camusso nell’incontro della scorsa settimana ci ha tenuto a esplicitare che ritiene non più possibile la costruzione di un’area di opposizione interna alla Cgil. Ed ha preannunciato nuove regole congressuali. Nulla accade per caso. La mia cacciata, l’incompatibilità assurta a ordinamento interno servono a dire come e a quale prezzo si sta nell’organizzazione. Un’ulteriore svolta, il tentativo di chiudere il cerchio della cislizzazione della Cgil. Per queste ragioni bisogna chiudere, espellere il dissenso.
Il primo giugno rientro in fabbrica e da lì riparto.
Sergio Bellavita
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