Da quasi 60 anni le cariche contro gli operai in una manifestazione con CgilCislUil segnano il superamento di una linea rossa che quasi nessun governo ha osato oltrepassare.
L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia...
Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.
Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.
L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino...
Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.
Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.
Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.
E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).
Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.
Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.
Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.
Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.
Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.
Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.
Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.
Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.
È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/12/2025
La forza operaia resiste come l’acciaio nel silenzio assordante del Governo
La giornata di sciopero dei metalmeccanici e degli operai dell’ex Ilva di Genova si chiude con una certezza: dal governo non è arrivata una sola risposta. Nessuna indicazione sul futuro produttivo, nessuna garanzia per l’occupazione, nessuna parola chiara su un settore strategico che continua a essere lasciato nell’incertezza più totale. Un silenzio assordante che ha alimentato la rabbia e l’esasperazione dei lavoratori.
A rendere ancora più grave la situazione è quanto accaduto ieri in piazza Corvetto dove il prefetto ha scelto di barricarsi e gli operai in protesta sono stati colpiti da lanci copiosi di lacrimogeni. Una scena che parla da sola: invece di ascoltare chi chiede dignità e futuro, si risponde con la forza. È un segnale preoccupante, che racconta meglio di mille dichiarazioni la distanza tra chi governa e chi ogni giorno manda avanti le fabbriche di questo Paese.
In piazza ieri è esploso un messaggio chiaro: i lavoratori non accettano più rinvii, silenzi e promesse vuote. La crisi della siderurgia, il destino dell’ex Ilva, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro non possono essere trattati come questioni secondarie né affidati al caso. Serve un confronto vero, trasparente e immediato, capace di affrontare una crisi che sta logorando territori interi e la cui soluzione, come USB lo diciamo da tempo, è la nazionalizzazione dell’ex Ilva e il rilancio di un piano industriale serio.
Con 35 miliardi di riarmo troviamo assurdo non trovarne meno di un terzo per il piano industriale nazionale.
Questa giornata si chiude con la determinazione di chi sa che nulla è stato risolto e che l’incontro di domani al Ministero dovrà finalmente fare chiarezza. I lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro forza e sono determinati a proseguire sciopero e blocchi anche nella giornata di domani.
Non un passo indietro, la lotta dei lavoratori dell’ex Ilva è la lotta di tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Fonte
A rendere ancora più grave la situazione è quanto accaduto ieri in piazza Corvetto dove il prefetto ha scelto di barricarsi e gli operai in protesta sono stati colpiti da lanci copiosi di lacrimogeni. Una scena che parla da sola: invece di ascoltare chi chiede dignità e futuro, si risponde con la forza. È un segnale preoccupante, che racconta meglio di mille dichiarazioni la distanza tra chi governa e chi ogni giorno manda avanti le fabbriche di questo Paese.
In piazza ieri è esploso un messaggio chiaro: i lavoratori non accettano più rinvii, silenzi e promesse vuote. La crisi della siderurgia, il destino dell’ex Ilva, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro non possono essere trattati come questioni secondarie né affidati al caso. Serve un confronto vero, trasparente e immediato, capace di affrontare una crisi che sta logorando territori interi e la cui soluzione, come USB lo diciamo da tempo, è la nazionalizzazione dell’ex Ilva e il rilancio di un piano industriale serio.
Con 35 miliardi di riarmo troviamo assurdo non trovarne meno di un terzo per il piano industriale nazionale.
Questa giornata si chiude con la determinazione di chi sa che nulla è stato risolto e che l’incontro di domani al Ministero dovrà finalmente fare chiarezza. I lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro forza e sono determinati a proseguire sciopero e blocchi anche nella giornata di domani.
Non un passo indietro, la lotta dei lavoratori dell’ex Ilva è la lotta di tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Fonte
04/12/2025
A Genova lacrimogeni contro gli operai in sciopero
Oggi a Genova è una giornata di sciopero generale dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Usb. Lo sciopero era iniziato con il concentramento degli operai in piazza Massena, raggiunta dai lavoratori dell’ex Ilva, che da lunedì presidiano piazza Savio con i mezzi da lavoro bloccando via Guido Rossa. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro.
Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.
I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.
La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.
La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.
A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.
Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.
In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.
Guarda qui il video degli scontri
Fonte e foto dello sciopero
Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.
I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.
La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.
La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.
A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.
Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.
In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.
Guarda qui il video degli scontri
Fonte e foto dello sciopero
27/11/2025
Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre
di Giorgio Cremaschi
Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.
Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.
Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.
Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.
L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.
All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.
Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.
Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.
L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.
La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.
Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.
I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.
Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.
Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.
Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.
Fonte
Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.
Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.
Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.
Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.
L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.
All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.
Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.
Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.
L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.
La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.
Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.
I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.
Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.
Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.
Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.
Fonte
15/07/2025
Metalmeccanici: tanto rumore per nulla. Le chiacchiere (ri)cominciano, ma gli operai restano senza contratto
Dopo mesi di silenzio, oggi a Roma si è finalmente tornati a parlare di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. O almeno, così dicono. In realtà, di concreto non c’è nulla sul piano dei contenuti: nessuna proposta sul salario, nessuna prospettiva credibile di avanzamento. Solo l’annuncio che da settembre riprenderanno le "consultazioni" ristrette tra pochi addetti ai lavori.
I metalmeccanici aspettano da oltre un anno il rinnovo del contratto ma, evidentemente, possono continuare ad aspettare. È estate, fa caldo e per molti il confronto può anche slittare ancora. Gli operai, intanto, continueranno a sudare in fabbrica, con il contratto bloccato e il potere d’acquisto in picchiata.
Di salario, nemmeno l’ombra. Eppure è proprio lì che si gioca la partita vera: mentre tutto aumenta, mentre l’inflazione divora le buste paga, si continua a evitare il nodo centrale con una leggerezza inaccettabile.
In tutto questo, colpisce la nota di Federmeccanica, che apre il confronto evocando i dazi come fattore di crisi, per poi invocare un contratto “sostenibile e innovativo”. È la solita retorica che giustifica tutto – compresi gli arretramenti – in nome dell’export, della competitività e della congiuntura. Un copione già visto, che rischia di preparare il terreno a un contratto al ribasso, piegato alle esigenze aziendali e scollegato dalla realtà dei lavoratori.
Ma il punto non è solo il ritardo. È che, ancora una volta, non si mette in discussione un modello contrattuale ormai logoro, incapace di rispondere alle esigenze materiali dei lavoratori e alle trasformazioni profonde in atto nel mondo della produzione.
Se non si apre davvero una discussione sul contratto nazionale come strumento di redistribuzione, riduzione dell’orario e tutela reale dei diritti, allora tutto questo è solo una presa in giro. Soprattutto per chi, in questi anni, ha scioperato, ha resistito, ha lottato per un contratto più giusto.
Non si può costruire un contratto nazionale credibile senza salario, senza conflitto e senza una prospettiva di trasformazione reale.
Se il tavolo rimane chiuso nei palazzi, noi lo apriremo nelle fabbriche, con le assemblee, con la mobilitazione, e con una proposta alternativa che rimetta al centro salario, orario, diritti e democrazia.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
Fonte
I metalmeccanici aspettano da oltre un anno il rinnovo del contratto ma, evidentemente, possono continuare ad aspettare. È estate, fa caldo e per molti il confronto può anche slittare ancora. Gli operai, intanto, continueranno a sudare in fabbrica, con il contratto bloccato e il potere d’acquisto in picchiata.
Di salario, nemmeno l’ombra. Eppure è proprio lì che si gioca la partita vera: mentre tutto aumenta, mentre l’inflazione divora le buste paga, si continua a evitare il nodo centrale con una leggerezza inaccettabile.
In tutto questo, colpisce la nota di Federmeccanica, che apre il confronto evocando i dazi come fattore di crisi, per poi invocare un contratto “sostenibile e innovativo”. È la solita retorica che giustifica tutto – compresi gli arretramenti – in nome dell’export, della competitività e della congiuntura. Un copione già visto, che rischia di preparare il terreno a un contratto al ribasso, piegato alle esigenze aziendali e scollegato dalla realtà dei lavoratori.
Ma il punto non è solo il ritardo. È che, ancora una volta, non si mette in discussione un modello contrattuale ormai logoro, incapace di rispondere alle esigenze materiali dei lavoratori e alle trasformazioni profonde in atto nel mondo della produzione.
Se non si apre davvero una discussione sul contratto nazionale come strumento di redistribuzione, riduzione dell’orario e tutela reale dei diritti, allora tutto questo è solo una presa in giro. Soprattutto per chi, in questi anni, ha scioperato, ha resistito, ha lottato per un contratto più giusto.
Non si può costruire un contratto nazionale credibile senza salario, senza conflitto e senza una prospettiva di trasformazione reale.
Se il tavolo rimane chiuso nei palazzi, noi lo apriremo nelle fabbriche, con le assemblee, con la mobilitazione, e con una proposta alternativa che rimetta al centro salario, orario, diritti e democrazia.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
Fonte
26/06/2025
Via Stalingrado. Il corteo dei metalmeccanici emiliani sulla tangenziale di Bologna
Quello che è successo il 20 giugno, sotto un caldo torrido, lungo il tratto della tangenziale di Bologna compreso tra l’uscita n.7 di via Stalingrado e quella successiva di viale Europa, merita un momento di riflessione più approfondita.
Stiamo parlando del corteo dei metalmeccanici emiliani, convenuti a Bologna nell’ambito della giornata nazionale di sciopero per il rinnovo contrattuale – agitazione sfociata nella marcia in tangenziale che ha conquistato tutte le prime pagine nazionali. A corteo ancora in corso, infatti, la questura di Bologna aveva diramato una nota rabbiosa in cui si avvisava che tutti i lavoratori entrati in tangenziale erano passibili di denuncia penale, in virtù del nuovo decreto sicurezza.
Il giorno dopo i commenti mainstream sono stati all’insegna del sensazionalismo – gli operai rischiano il carcere! –, oppure dello sdegno “per i disagi provocati agli utenti”. Qualcuno si è persino accorto che esiste una cosa che si chiama contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici – una fastidiosa e desueta sopravvivenza del passato.
Qualche altro osservatore, invece, ha minimizzato: le minacce giudiziarie erano state solo l’uscita improvvida di un questore zelante, che ha agitato un polverone per un azione, più o meno concordata, che altrimenti sarebbe passata inosservata.
E così sono state pubblicate paginate con le dichiarazioni dei leader sindacali, dei politici che si sono schierati un po’ di qua, un po’ di là – ripetendo le loro prevedibili banalità –, dei giuristi che hanno puntigliosamente esaminato il decreto sicurezza alla voce “blocco stradale”.
Più o meno tutti si sono dimenticati di parlare dei protagonisti della giornata: gli operai metalmeccanici e la loro soggettività. Chi erano quei diecimila? Che facce avevano? Che dicevano? Erano consapevoli che stavano violando in forma di massa una legge dello Stato – che è tra l’altro l’unico provvedimento di segno identitario che il governo di destra può vantare? O sono stati condotti in via Stalingrado come bestie al pascolo? Volevano andarci in tangenziale, loro: si o no? E come vedono la propria condizione, davanti a quaranta ore di sciopero accumulate e una prospettiva di rinnovo sempre più complicata? Ed erano davvero lì solo per il contratto?
Allora fotografiamoli, un po’, questi metalmeccanici “illegalisti” che hanno passeggiato in tangenziale. Età media: altina (ma lo sapevamo). I giovani accedono con difficoltà al lavoro, visto che in trent’anni l’età di pensionamento si è alzata di un decennio. E comunque i ragazzi giovani sono invischiati dentro percorsi di stabilizzazione ardui e lunghi come una via crucis (stage, tirocini formativi, apprendistato, contratti a tempo indeterminato privi dell’art. 18). Quando, dopo quattro o cinque anni, diventi un lavoratore fatto e finito, non sai un ostia di sindacato, assemblee e scioperi, perché te ne sei sempre tenuto coscienziosamente alla larga.
Il livello professionale di quelli in piazza, così, a naso, non sembra molto alto. Colpa del paradosso per cui più le mansioni tecnico-intellettuali si standardizzano (e si proletarizzano) più facilmente sorgono muri invisibili basati sulla gerarchia di produzione. E ovviamente, salendo anche di poco i gradini della piramide delle gratifiche e delle responsabilità, è raro imbattersi in un lavoratore consapevole in sciopero. Le catene di comando si stanno allungando artificialmente, i ruoli e le mansioni si moltiplicano, il prefisso “capo” (capoteam, caposquadra, caporeparto, capoturno) si elargisce al di là di ogni funzionalità organizzativa, tanto per fidelizzare.
Le donne invece sono molte, mediamente più giovani e vitali dei maschi – diverse le ragazze intorno ai venticinque. Ben curate, più in forma dei colleghi maschi, non hanno l’aspetto un po’ arcigno e casalingo delle rezdore di fabbrica di qualche anno fa – del resto per scarpinare a trentotto gradi sotto il sole rovente di via Stalingrado, bisogna essere atleticamente competitivi.
Tutti, maschi e femmine, sembrano disabituati alla pratica di piazza, non conoscono slogan – al massimo scandiscono “contratto, contratto” o soffiano negli odiosi fischietti da manifestazione. Tutti però esprimono una gioia e un protagonismo che non si vedeva da anni. Si applaudono tra loro, rispondono ai clacson dei camionisti che salutano l’anomalo corteo, scherzano come ragazzi in gita con i colleghi.
Un conoscente, pio imam solitamente molto compassato, saltella sull’asfalto appiccicoso tutto contento. Sanno perfettamente che stare in quel pezzo di orrenda periferia bolognese, costeggiando l’autostrada, li sta proiettando dentro una ribalta mediatica di cui non hanno mai goduto. Questa generazione operaia è figlia, anche anagraficamente, della mitica figura dell’operaio professionale emiliano, il testimonial benpensante e socialmente integrato del rinomato modello emiliano – protagonista di una “centralità operaia” un po’ pelosa che rappresentava la base di legittimazione del potere PCI.
Trenta anni dopo, questi figli ignoti conoscono poco o niente di quella storia, perché abituati in generale a contare zero. Possono al massimo testimoniare la fine dell’emilian dream, il mito del welfare perfetto e della mobilità sociale perpetua.
Intanto, però, in questo venerdì mattina afoso e soleggiato, i nostri se la stanno godendo. Sono soddisfatti e orgogliosi. E quelli della Fim e della Uilm sono identici ai loro colleghi con le bandiere rosse – e questo riporta a un dato banale, spesso ignorato: i proletari sono proletari al di là del colore della tesserina che hanno in tasca.
La voce che il percorso non è stato concordato né autorizzato dalla Questura e si sta muovendo dentro una forzatura di piazza, si è sparsa subito, ringalluzzendo il serpentone colorato e madido. Adesso tutti capiscono perché il plotoncino di celerini con caschi e manganelli si è aperto all’altezza dell’uscita 7 per farli passare.
Non è stata una concessione. È stato un rapporto di forza. Questo ha aumentato la soddisfazione collettiva. Stanno violando il decreto sicurezza, stanno violando una legge dello Stato: stanno violando l’ordine costituito e questo per la stragrande maggioranza di loro è una gioiosa novità.
Questa generazione operaia è cresciuta all’ombra di grandi sconfitte storiche e ne ha ricevuto l’imprinting in maniera naturale. Sono lavoratori abituati a non uscire dal seminato, solitamente sfiduciati. Le loro manifestazioni sindacali sono spesso segnate da passività e ritualismi fuori tempo. Se delocalizzazioni o crisi aziendali, mettono a rischio il posto di lavoro si agitano un po’, ma il più delle volte finiscono con l’implorare interventi dall’alto. Insomma: una psicologia di massa da sconfitti dignitosi.
Invece quella mattina, questo popolo operaio si è ritrovato all’improvviso al centro della scena. E i marciatori sembravano dirsi: non siamo gli ultimi, siamo importanti, e se ci incazziamo diventiamo pure pericolosi, perché anche solo per l’inerzia dei nostri corpi sudati, possiamo bloccare l’Italia.
Per molti di loro il rientro in fabbrica lunedì sarà più interessante, racconteranno ai colleghi pigri o crumiri che bella giornata hanno vissuto; forse terranno la schiena dritta con più decisione, davanti alla sfilza di capi, capetti e sottocapi – che del resto, quando sentono puzza di incazzatura operaia, lanciano sempre segnali di accondiscendenza o complicità.
E poi gli economisti ce lo dicevano tutti, negli anni duri della crisi: se non facciamo la fine della Grecia è perché abbiamo la manifattura, che è il nerbo dell’economia italiana. E allora che qualcuno cominci a chiedere il conto, di cotanta importanza sociale.
Qualcuno ha inquadrato la vicenda della tangenziale bolognese, nella dimensione del paradosso: potrebbero essere proprio i confederali, ultra legalitari e concertativi, le prime vittime del decreto sicurezza. Si, in certi tornanti della vicenda italiana può capitare anche che venga fuori il lato surreale o ironico.
Ma davvero, le sigle e le affiliazioni non sono la lente principale attraverso cui leggere il conflitto e la composizione di classe. Del resto, i sindacati non sono moloch immutabili; sono corpi sociali sottoposti alle contraddizioni interne e alle tensioni esterne. E in certi passaggi la dialettica della trasformazione è inesorabile.
Non c’è bisogno di riesumare il Presidente Mao né di scambiare la Uil per il Kuomitang; semplicemente quando cambiano le condizioni sociali e politiche il tuo ruolo muta e diventi altro, sei costretto a fare cose che prima non avresti mai osato, ed è la storia che agisce attraverso te. E sono i proletari che ti usano come strumento momentaneo, perché da sempre usano quello che trovano davanti – madonne, preti, jaquerie, brigantaggio, partiti e sindacati – per attivare la propria difesa di classe.
Certo, la lezione bolognese è stata fulminante. Il decreto sicurezza – come qualsiasi altra legge stupida o oppressiva – è un’arma vuota davanti alle masse. Se un pezzo di popolo si organizza e dice no, nessuna minaccia o sbarramento produce effetti concreti. E il fatto che siano stati proprio i metalmeccanici – quelli degli scioperi del ’43, dell’autunno caldo, dello Statuto, delle grandi mobilitazioni antifasciste e antistragiste – che siano stati proprio i metalmeccanici, dicevo, a insegnare questa cosa, dà un sapore ancora più intenso ai fatti di via Stalingrado.
Il governo non farà l’errore di insistere sul terreno giudiziario; neanche la procura di Bologna, credo. Chi vorrebbe prendere una simile patata bollente in mano? Chi vorrebbe gestire una faccenda tanto compromettente? Se hanno ancora un qualche rapporto con la realtà, tutti i diversi soggetti interessati lasceranno cadere la cosa. Il che rafforzerà nel popolaccio l’idea che le “leggi canaglia” si possono violare, quando hai la forza del numero e un bel po’ di ragioni da mettere sul piatto.
Sempre a Bologna, un anno fa, in occasione delle mobilitazioni pro-Gaza, decine di studenti e attivisti occuparono la stazione cittadina provocando trambusto e ritardi. In questi giorni sta cominciando il processo a chi venne identificato. A difesa degli occupanti, un collegio difensivo “militante” si è costituito e ha reso pubblica la linea che porterà in tribunale: rivendicare l’occupazione dei binari come forma legittima di protesta sulla base dell’urgenza, della necessità e dell’alta moralità di tale azione, volta al contrasto di crimini di guerra di cui il governo italiano sarebbe complice.
Una linea coerente e coraggiosa, che si potrebbe estendere pari pari ai metalmeccanici. Basterebbe portare una busta paga in tribunale e le alte motivazioni etiche, nonché l’urgenza indifferibile, non potrebbero essere negate da nessun pubblico ministero in buona fede. Lo stipendio medio italiano non consente livelli dignitosi di vita a nessuno, specie nelle grandi città del Nord. Cioè, la struttura retributiva italiana costituisce nel suo complesso una violazione palese dell’art. 36 della Costituzione.
Questo significa che le decisioni assunte da più di un tribunale circa la non costituzionalità di alcuni CCNL – vedi la vigilanza privata nel 2024 – andrebbero estese alla stragrande maggioranza dei contratti e degli stipendi di questo paese, in cui si può essere poveri in canna passando la maggior parte del proprio tempo di vita dentro un capannone, su un ponteggio di cantiere o dietro le casse di un supermercato.
In via Stalingrado non è successo niente di epocale, certo. Ma non è stato neanche un passaggio banale. Leggiamolo piuttosto come il segno dei nuvoloni cupi in arrivo, di tempi che saranno sempre meno concertativi ed educatamente collaborativi – mentre dietro l’angolo della storia si avverte il rumore sordo e incessante delle esplosioni.
Sul popolo delle fabbriche arriveranno prima i benefici del keynesismo di guerra, o le macerie sociali di un ordine che non regge più?
Fonte
Stiamo parlando del corteo dei metalmeccanici emiliani, convenuti a Bologna nell’ambito della giornata nazionale di sciopero per il rinnovo contrattuale – agitazione sfociata nella marcia in tangenziale che ha conquistato tutte le prime pagine nazionali. A corteo ancora in corso, infatti, la questura di Bologna aveva diramato una nota rabbiosa in cui si avvisava che tutti i lavoratori entrati in tangenziale erano passibili di denuncia penale, in virtù del nuovo decreto sicurezza.
Il giorno dopo i commenti mainstream sono stati all’insegna del sensazionalismo – gli operai rischiano il carcere! –, oppure dello sdegno “per i disagi provocati agli utenti”. Qualcuno si è persino accorto che esiste una cosa che si chiama contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici – una fastidiosa e desueta sopravvivenza del passato.
Qualche altro osservatore, invece, ha minimizzato: le minacce giudiziarie erano state solo l’uscita improvvida di un questore zelante, che ha agitato un polverone per un azione, più o meno concordata, che altrimenti sarebbe passata inosservata.
E così sono state pubblicate paginate con le dichiarazioni dei leader sindacali, dei politici che si sono schierati un po’ di qua, un po’ di là – ripetendo le loro prevedibili banalità –, dei giuristi che hanno puntigliosamente esaminato il decreto sicurezza alla voce “blocco stradale”.
Più o meno tutti si sono dimenticati di parlare dei protagonisti della giornata: gli operai metalmeccanici e la loro soggettività. Chi erano quei diecimila? Che facce avevano? Che dicevano? Erano consapevoli che stavano violando in forma di massa una legge dello Stato – che è tra l’altro l’unico provvedimento di segno identitario che il governo di destra può vantare? O sono stati condotti in via Stalingrado come bestie al pascolo? Volevano andarci in tangenziale, loro: si o no? E come vedono la propria condizione, davanti a quaranta ore di sciopero accumulate e una prospettiva di rinnovo sempre più complicata? Ed erano davvero lì solo per il contratto?
Allora fotografiamoli, un po’, questi metalmeccanici “illegalisti” che hanno passeggiato in tangenziale. Età media: altina (ma lo sapevamo). I giovani accedono con difficoltà al lavoro, visto che in trent’anni l’età di pensionamento si è alzata di un decennio. E comunque i ragazzi giovani sono invischiati dentro percorsi di stabilizzazione ardui e lunghi come una via crucis (stage, tirocini formativi, apprendistato, contratti a tempo indeterminato privi dell’art. 18). Quando, dopo quattro o cinque anni, diventi un lavoratore fatto e finito, non sai un ostia di sindacato, assemblee e scioperi, perché te ne sei sempre tenuto coscienziosamente alla larga.
Il livello professionale di quelli in piazza, così, a naso, non sembra molto alto. Colpa del paradosso per cui più le mansioni tecnico-intellettuali si standardizzano (e si proletarizzano) più facilmente sorgono muri invisibili basati sulla gerarchia di produzione. E ovviamente, salendo anche di poco i gradini della piramide delle gratifiche e delle responsabilità, è raro imbattersi in un lavoratore consapevole in sciopero. Le catene di comando si stanno allungando artificialmente, i ruoli e le mansioni si moltiplicano, il prefisso “capo” (capoteam, caposquadra, caporeparto, capoturno) si elargisce al di là di ogni funzionalità organizzativa, tanto per fidelizzare.
Le donne invece sono molte, mediamente più giovani e vitali dei maschi – diverse le ragazze intorno ai venticinque. Ben curate, più in forma dei colleghi maschi, non hanno l’aspetto un po’ arcigno e casalingo delle rezdore di fabbrica di qualche anno fa – del resto per scarpinare a trentotto gradi sotto il sole rovente di via Stalingrado, bisogna essere atleticamente competitivi.
Tutti, maschi e femmine, sembrano disabituati alla pratica di piazza, non conoscono slogan – al massimo scandiscono “contratto, contratto” o soffiano negli odiosi fischietti da manifestazione. Tutti però esprimono una gioia e un protagonismo che non si vedeva da anni. Si applaudono tra loro, rispondono ai clacson dei camionisti che salutano l’anomalo corteo, scherzano come ragazzi in gita con i colleghi.
Un conoscente, pio imam solitamente molto compassato, saltella sull’asfalto appiccicoso tutto contento. Sanno perfettamente che stare in quel pezzo di orrenda periferia bolognese, costeggiando l’autostrada, li sta proiettando dentro una ribalta mediatica di cui non hanno mai goduto. Questa generazione operaia è figlia, anche anagraficamente, della mitica figura dell’operaio professionale emiliano, il testimonial benpensante e socialmente integrato del rinomato modello emiliano – protagonista di una “centralità operaia” un po’ pelosa che rappresentava la base di legittimazione del potere PCI.
Trenta anni dopo, questi figli ignoti conoscono poco o niente di quella storia, perché abituati in generale a contare zero. Possono al massimo testimoniare la fine dell’emilian dream, il mito del welfare perfetto e della mobilità sociale perpetua.
Intanto, però, in questo venerdì mattina afoso e soleggiato, i nostri se la stanno godendo. Sono soddisfatti e orgogliosi. E quelli della Fim e della Uilm sono identici ai loro colleghi con le bandiere rosse – e questo riporta a un dato banale, spesso ignorato: i proletari sono proletari al di là del colore della tesserina che hanno in tasca.
La voce che il percorso non è stato concordato né autorizzato dalla Questura e si sta muovendo dentro una forzatura di piazza, si è sparsa subito, ringalluzzendo il serpentone colorato e madido. Adesso tutti capiscono perché il plotoncino di celerini con caschi e manganelli si è aperto all’altezza dell’uscita 7 per farli passare.
Non è stata una concessione. È stato un rapporto di forza. Questo ha aumentato la soddisfazione collettiva. Stanno violando il decreto sicurezza, stanno violando una legge dello Stato: stanno violando l’ordine costituito e questo per la stragrande maggioranza di loro è una gioiosa novità.
Questa generazione operaia è cresciuta all’ombra di grandi sconfitte storiche e ne ha ricevuto l’imprinting in maniera naturale. Sono lavoratori abituati a non uscire dal seminato, solitamente sfiduciati. Le loro manifestazioni sindacali sono spesso segnate da passività e ritualismi fuori tempo. Se delocalizzazioni o crisi aziendali, mettono a rischio il posto di lavoro si agitano un po’, ma il più delle volte finiscono con l’implorare interventi dall’alto. Insomma: una psicologia di massa da sconfitti dignitosi.
Invece quella mattina, questo popolo operaio si è ritrovato all’improvviso al centro della scena. E i marciatori sembravano dirsi: non siamo gli ultimi, siamo importanti, e se ci incazziamo diventiamo pure pericolosi, perché anche solo per l’inerzia dei nostri corpi sudati, possiamo bloccare l’Italia.
Per molti di loro il rientro in fabbrica lunedì sarà più interessante, racconteranno ai colleghi pigri o crumiri che bella giornata hanno vissuto; forse terranno la schiena dritta con più decisione, davanti alla sfilza di capi, capetti e sottocapi – che del resto, quando sentono puzza di incazzatura operaia, lanciano sempre segnali di accondiscendenza o complicità.
E poi gli economisti ce lo dicevano tutti, negli anni duri della crisi: se non facciamo la fine della Grecia è perché abbiamo la manifattura, che è il nerbo dell’economia italiana. E allora che qualcuno cominci a chiedere il conto, di cotanta importanza sociale.
Qualcuno ha inquadrato la vicenda della tangenziale bolognese, nella dimensione del paradosso: potrebbero essere proprio i confederali, ultra legalitari e concertativi, le prime vittime del decreto sicurezza. Si, in certi tornanti della vicenda italiana può capitare anche che venga fuori il lato surreale o ironico.
Ma davvero, le sigle e le affiliazioni non sono la lente principale attraverso cui leggere il conflitto e la composizione di classe. Del resto, i sindacati non sono moloch immutabili; sono corpi sociali sottoposti alle contraddizioni interne e alle tensioni esterne. E in certi passaggi la dialettica della trasformazione è inesorabile.
Non c’è bisogno di riesumare il Presidente Mao né di scambiare la Uil per il Kuomitang; semplicemente quando cambiano le condizioni sociali e politiche il tuo ruolo muta e diventi altro, sei costretto a fare cose che prima non avresti mai osato, ed è la storia che agisce attraverso te. E sono i proletari che ti usano come strumento momentaneo, perché da sempre usano quello che trovano davanti – madonne, preti, jaquerie, brigantaggio, partiti e sindacati – per attivare la propria difesa di classe.
Certo, la lezione bolognese è stata fulminante. Il decreto sicurezza – come qualsiasi altra legge stupida o oppressiva – è un’arma vuota davanti alle masse. Se un pezzo di popolo si organizza e dice no, nessuna minaccia o sbarramento produce effetti concreti. E il fatto che siano stati proprio i metalmeccanici – quelli degli scioperi del ’43, dell’autunno caldo, dello Statuto, delle grandi mobilitazioni antifasciste e antistragiste – che siano stati proprio i metalmeccanici, dicevo, a insegnare questa cosa, dà un sapore ancora più intenso ai fatti di via Stalingrado.
Il governo non farà l’errore di insistere sul terreno giudiziario; neanche la procura di Bologna, credo. Chi vorrebbe prendere una simile patata bollente in mano? Chi vorrebbe gestire una faccenda tanto compromettente? Se hanno ancora un qualche rapporto con la realtà, tutti i diversi soggetti interessati lasceranno cadere la cosa. Il che rafforzerà nel popolaccio l’idea che le “leggi canaglia” si possono violare, quando hai la forza del numero e un bel po’ di ragioni da mettere sul piatto.
Sempre a Bologna, un anno fa, in occasione delle mobilitazioni pro-Gaza, decine di studenti e attivisti occuparono la stazione cittadina provocando trambusto e ritardi. In questi giorni sta cominciando il processo a chi venne identificato. A difesa degli occupanti, un collegio difensivo “militante” si è costituito e ha reso pubblica la linea che porterà in tribunale: rivendicare l’occupazione dei binari come forma legittima di protesta sulla base dell’urgenza, della necessità e dell’alta moralità di tale azione, volta al contrasto di crimini di guerra di cui il governo italiano sarebbe complice.
Una linea coerente e coraggiosa, che si potrebbe estendere pari pari ai metalmeccanici. Basterebbe portare una busta paga in tribunale e le alte motivazioni etiche, nonché l’urgenza indifferibile, non potrebbero essere negate da nessun pubblico ministero in buona fede. Lo stipendio medio italiano non consente livelli dignitosi di vita a nessuno, specie nelle grandi città del Nord. Cioè, la struttura retributiva italiana costituisce nel suo complesso una violazione palese dell’art. 36 della Costituzione.
Questo significa che le decisioni assunte da più di un tribunale circa la non costituzionalità di alcuni CCNL – vedi la vigilanza privata nel 2024 – andrebbero estese alla stragrande maggioranza dei contratti e degli stipendi di questo paese, in cui si può essere poveri in canna passando la maggior parte del proprio tempo di vita dentro un capannone, su un ponteggio di cantiere o dietro le casse di un supermercato.
In via Stalingrado non è successo niente di epocale, certo. Ma non è stato neanche un passaggio banale. Leggiamolo piuttosto come il segno dei nuvoloni cupi in arrivo, di tempi che saranno sempre meno concertativi ed educatamente collaborativi – mentre dietro l’angolo della storia si avverte il rumore sordo e incessante delle esplosioni.
Sul popolo delle fabbriche arriveranno prima i benefici del keynesismo di guerra, o le macerie sociali di un ordine che non regge più?
Fonte
21/06/2025
La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil
L’esordio operativo di una legge inqualificabile sulla cosiddetta “sicurezza” è sempre un esperimento “in corpore vili” che dimostra più di quello che sarebbe stato logico attendersi.
L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.
In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.
E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.
Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.
Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.
Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.
La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.
La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.
E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.
Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.
Un’altra parola ed era subito 1977, no?...
Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.
Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.
Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.
“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile...
Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.
Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.
Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.
Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –.
Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.
Fonte
L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.
In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.
E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.
Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.
Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.
Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.
La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.
La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.
E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.
Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.
Un’altra parola ed era subito 1977, no?...
Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.
Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.
Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.
“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile...
Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.
Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.
Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.
Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –.
Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.
Fonte
23/06/2021
Note metalmeccaniche (con Adil nel cuore)
In queste ore, in molte fabbriche meccaniche dell’ Emilia Romagna, sta maturando uno scenario politicamente interessante ed emotivamente coinvolgente. In decine di aziende – solo nel modenese almeno una cinquantina di tutte le dimensioni – le Rsu stanno proclamando ore di sciopero “in memoria di Adil e contro lo squadrismo padronale”.
Non sono scioperi totalmente spontanei, le strutture Fiom di territorio hanno spinto sui delegati: ma l’adesione di questi ultimi è stata pronta e rapida. E questo in misura superiore alle aspettative, considerando lo scenario inedito: Adil non solo era attivista di un organizzazione “concorrente” in forte polemica con la CGIL, ma apparteneva anche ad un segmento produttivo, almeno apparentemente, non in stretta relazione con il profilo tipico dell’iscritto/delegato metalmeccanico emiliano.
Evidentemente l’impatto della tragedia è stato così profondo, da spiazzare schemi mentali, posizionamenti ed abitudini consolidate. La figura di Adil è stata riconosciuta con naturalezza parte di un medesimo schieramento di classe e di questi tempi non era un esito scontato.
Nel territorio modenese hanno promosso ore di sciopero le grandi aziende – vedi Ferrari e tutto il gruppo ex-Fiat – come le medie e le piccole; diverse rappresentanze di fabbrica hanno prodotto comunicati di segno politicamente avanzato.
Comunque, la gravissima vicenda novarese è stata giocoforza posta al centro dell’attenzione e della discussione in moltissimi stabilimenti, tra assemblee improvvisate e capannelli in sala mensa.
Certo, proclamare lo sciopero ed essere sicuri della sua buona riuscita, sono due cose molto diverse. La categoria, dal punto di vista del conflitto, è ferma sostanzialmente al 2016.
Anche l’ultimo contratto nazionale con Federmeccanica è stato appena rinnovato “spendendo” solo 4 ore di sciopero (zero ore per il rinnovo Unionmeccanica). Quindi nessuno oggi ha il polso per capire quale sarà l’adesione reale alle fermate.
Non esiste più alcun legame sentimentale dei metalmeccanici con il “loro” storico sindacato di riferimento, l’epoca in cui bastava fare un fischio per trovarsi i lavoratori davanti ai cancelli: quel legame si è consumato negli anni della pacificazione coatta e non si riattiva con una semplice chiamata allo sciopero, dopo che per un lunghissimo periodo le polveri della mobilitazione sono state sapientemente bagnate.
Però già vedere in tante bacheche sindacali il nome di Adil e le ragioni del suo mondo, impugnate con sincera partecipazione dalle rappresentanze storiche della classe operaia emiliana, è un segnale da cogliere, comprendere e valorizzare.
La tragedia di Biandrate evoca comunque una serie di considerazioni, a monte e a valle dell’evento luttuoso. Il fatto che ci meravigliamo della convocazione diffusa degli scioperi, rende la misura dell’arretratezza in cui siamo caduti tutti noi, che in qualche modo ci riconosciamo dentro le diverse espressioni del movimento operaio organizzato.
In altri tempi sarebbe stato un passaggio scontato e la mobilitazione non avrebbe coinvolto solo le fabbriche più sindacalizzate, ma avrebbe avuto un eco civile e di massa.
Inoltre, la presunta “estraneità” delle figure come Adil rispetto alla composizione operaia più tradizionale, a guardare bene è solo un illusione ottica.
Basta studiare la forza di penetrazione con cui, dentro il tessuto produttivo italiano – al di là della nuova oggettiva co-centralità della logistica, che proprio negli hub di questi territori è lampante – la logica degli appalti “interni” e dello spezzettamento delle filiere, è passata ovunque in forme devastanti.
Nella maggior parte delle grandi aziende meccaniche, le fasi di stoccaggio, movimentazione ed altri processi, sono state già da anni assegnate in appalto a cooperative o finte RSL eterodirette dalle proprietà. E il sindacato assai raramente è riuscito a contrastare questi processi, agitando la parola d’ordine della contrattazione di sito o della reinternalizzazione.
Nel modenese si segnalano alcune vertenze importanti in tal senso, ma sempre con la caratterizzazione della “vertenza-pilota”, mai con l’approccio sistematico della campagna a tappeto.
Quindi il tema logistica, anche nell’immaginario operaio, non è più in alcun modo riconducibile “a quel mondo là” – quello dei facchini, dei rider e “dei pacchi”: è già elemento centrale di disarticolazione del corpo di classe, fin dentro i reparti degli insediamenti più consolidati – quelli che conservano ancora qualche residuo margine di garanzia salariale o contrattuale.
Ma non solo di disarticolazione, si tratta: anche di prossimità fisica e sociale.
In che senso “prossimità”? Lo capiamo mediante qualche riflessione sulle figure sociali del lavoro, nel “nuovo triangolo industriale” veneto-lombardo emiliano.
La vecchia classe operaia della grande/media industria italiana – aziende a forte vocazione esportatrice, disposte a usare le risorse di questa fase storica per ristrutturarsi e insediarsi meglio in qualche linea di fornitura sovranazionale – è destinata nell’immediato futuro a frenetiche dinamiche di ricambio tecnico-generazionale.
Le fabbriche sono piene di operai 50/60enni, abbastanza professionalizzati, sindacalizzati ma fortemente delusi e di difficile mobilitazione.
I giovani che li sostituiranno sono figure tecniche, ben scolarizzate, forza lavoro più flessibile nella gestione delle macchine integrate dai linguaggi digitali, con qualche aspettativa di carriera, pienamente sottoposti ai meccanismi di fidelizzazione delle aziende (tirocini formativi, apprendistato, corsi interni, anche di tipo motivazional-ideologico).
Nel 1969 una generazione di ragazzi uscite dalle scuole tecniche entrò in fabbrica – in ruoli non operai – e sposò le lotte dell’operaio massa che esprimevano egemonia, sopra e oltre le ragioni della carriera o delle gerarchie funzionali.
Oggi sarebbe folle aspettarsi qualcosa di simile. Però, dentro i cancelli delle aziende, sotto i medesimi capannoni, si stanno sedimentando i nodi di una nuova “operaietà”, precaria, povera, poco fedele e più disponibile alla lotta, quella appunto degli appalti interni.
L’incontro potrà avvenire solo se le RSU assumeranno la ricomposizione di sito, come il primo elemento del proprio agire sindacale: interinali e appalti interni devono essere assunti dentro ogni processo decisionale o di mobilitazione – e questo deve diventare il primo terreno di pratica sindacale dentro ogni azienda.
Forse la morte di Adil – al di là degli elementi autoconsolatori che, umanamente, poniamo a margine delle tragedie – contribuirà a superare quelle linee di faglia tra figure e condizioni operaie, che il capitalismo fittiziamente ha prodotto in questi anni.
La Fiom emiliana, sotto la spinta dell’adesione dei suoi quadri di fabbrica, si è decisa a proclamare, come organizzazione regionale, due ore di sciopero per il 23/06. Anche questo è un segnale positivo che non va sottovalutato: le lotte esprimono egemonia, aprono contraddizioni e costringono tutti allo schieramento.
Peccato solo che Landini, qua e là, tra una dichiarazione costernata e l’altra, continui a infilare il tema della “legge sulla rappresentanza” (l’ha chiesta praticamente a tutti i presidenti del consiglio, da Letta in avanti).
Una volta questa parola d’ordine serviva ad evitare che la Fiom venisse messa in un angolo dagli accordi separati; adesso potrebbe significare altro: discipliniamo con forza di legge la rappresentanza ed evitiamo le spinte “irresponsabili” dal basso, di cui il sindacato confederale, oggi, nelle sue illusioni neo-concertative, non sente affatto il bisogno.
Fonte
Non sono scioperi totalmente spontanei, le strutture Fiom di territorio hanno spinto sui delegati: ma l’adesione di questi ultimi è stata pronta e rapida. E questo in misura superiore alle aspettative, considerando lo scenario inedito: Adil non solo era attivista di un organizzazione “concorrente” in forte polemica con la CGIL, ma apparteneva anche ad un segmento produttivo, almeno apparentemente, non in stretta relazione con il profilo tipico dell’iscritto/delegato metalmeccanico emiliano.
Evidentemente l’impatto della tragedia è stato così profondo, da spiazzare schemi mentali, posizionamenti ed abitudini consolidate. La figura di Adil è stata riconosciuta con naturalezza parte di un medesimo schieramento di classe e di questi tempi non era un esito scontato.
Nel territorio modenese hanno promosso ore di sciopero le grandi aziende – vedi Ferrari e tutto il gruppo ex-Fiat – come le medie e le piccole; diverse rappresentanze di fabbrica hanno prodotto comunicati di segno politicamente avanzato.
Comunque, la gravissima vicenda novarese è stata giocoforza posta al centro dell’attenzione e della discussione in moltissimi stabilimenti, tra assemblee improvvisate e capannelli in sala mensa.
Certo, proclamare lo sciopero ed essere sicuri della sua buona riuscita, sono due cose molto diverse. La categoria, dal punto di vista del conflitto, è ferma sostanzialmente al 2016.
Anche l’ultimo contratto nazionale con Federmeccanica è stato appena rinnovato “spendendo” solo 4 ore di sciopero (zero ore per il rinnovo Unionmeccanica). Quindi nessuno oggi ha il polso per capire quale sarà l’adesione reale alle fermate.
Non esiste più alcun legame sentimentale dei metalmeccanici con il “loro” storico sindacato di riferimento, l’epoca in cui bastava fare un fischio per trovarsi i lavoratori davanti ai cancelli: quel legame si è consumato negli anni della pacificazione coatta e non si riattiva con una semplice chiamata allo sciopero, dopo che per un lunghissimo periodo le polveri della mobilitazione sono state sapientemente bagnate.
Però già vedere in tante bacheche sindacali il nome di Adil e le ragioni del suo mondo, impugnate con sincera partecipazione dalle rappresentanze storiche della classe operaia emiliana, è un segnale da cogliere, comprendere e valorizzare.
La tragedia di Biandrate evoca comunque una serie di considerazioni, a monte e a valle dell’evento luttuoso. Il fatto che ci meravigliamo della convocazione diffusa degli scioperi, rende la misura dell’arretratezza in cui siamo caduti tutti noi, che in qualche modo ci riconosciamo dentro le diverse espressioni del movimento operaio organizzato.
In altri tempi sarebbe stato un passaggio scontato e la mobilitazione non avrebbe coinvolto solo le fabbriche più sindacalizzate, ma avrebbe avuto un eco civile e di massa.
Inoltre, la presunta “estraneità” delle figure come Adil rispetto alla composizione operaia più tradizionale, a guardare bene è solo un illusione ottica.
Basta studiare la forza di penetrazione con cui, dentro il tessuto produttivo italiano – al di là della nuova oggettiva co-centralità della logistica, che proprio negli hub di questi territori è lampante – la logica degli appalti “interni” e dello spezzettamento delle filiere, è passata ovunque in forme devastanti.
Nella maggior parte delle grandi aziende meccaniche, le fasi di stoccaggio, movimentazione ed altri processi, sono state già da anni assegnate in appalto a cooperative o finte RSL eterodirette dalle proprietà. E il sindacato assai raramente è riuscito a contrastare questi processi, agitando la parola d’ordine della contrattazione di sito o della reinternalizzazione.
Nel modenese si segnalano alcune vertenze importanti in tal senso, ma sempre con la caratterizzazione della “vertenza-pilota”, mai con l’approccio sistematico della campagna a tappeto.
Quindi il tema logistica, anche nell’immaginario operaio, non è più in alcun modo riconducibile “a quel mondo là” – quello dei facchini, dei rider e “dei pacchi”: è già elemento centrale di disarticolazione del corpo di classe, fin dentro i reparti degli insediamenti più consolidati – quelli che conservano ancora qualche residuo margine di garanzia salariale o contrattuale.
Ma non solo di disarticolazione, si tratta: anche di prossimità fisica e sociale.
In che senso “prossimità”? Lo capiamo mediante qualche riflessione sulle figure sociali del lavoro, nel “nuovo triangolo industriale” veneto-lombardo emiliano.
La vecchia classe operaia della grande/media industria italiana – aziende a forte vocazione esportatrice, disposte a usare le risorse di questa fase storica per ristrutturarsi e insediarsi meglio in qualche linea di fornitura sovranazionale – è destinata nell’immediato futuro a frenetiche dinamiche di ricambio tecnico-generazionale.
Le fabbriche sono piene di operai 50/60enni, abbastanza professionalizzati, sindacalizzati ma fortemente delusi e di difficile mobilitazione.
I giovani che li sostituiranno sono figure tecniche, ben scolarizzate, forza lavoro più flessibile nella gestione delle macchine integrate dai linguaggi digitali, con qualche aspettativa di carriera, pienamente sottoposti ai meccanismi di fidelizzazione delle aziende (tirocini formativi, apprendistato, corsi interni, anche di tipo motivazional-ideologico).
Nel 1969 una generazione di ragazzi uscite dalle scuole tecniche entrò in fabbrica – in ruoli non operai – e sposò le lotte dell’operaio massa che esprimevano egemonia, sopra e oltre le ragioni della carriera o delle gerarchie funzionali.
Oggi sarebbe folle aspettarsi qualcosa di simile. Però, dentro i cancelli delle aziende, sotto i medesimi capannoni, si stanno sedimentando i nodi di una nuova “operaietà”, precaria, povera, poco fedele e più disponibile alla lotta, quella appunto degli appalti interni.
L’incontro potrà avvenire solo se le RSU assumeranno la ricomposizione di sito, come il primo elemento del proprio agire sindacale: interinali e appalti interni devono essere assunti dentro ogni processo decisionale o di mobilitazione – e questo deve diventare il primo terreno di pratica sindacale dentro ogni azienda.
Forse la morte di Adil – al di là degli elementi autoconsolatori che, umanamente, poniamo a margine delle tragedie – contribuirà a superare quelle linee di faglia tra figure e condizioni operaie, che il capitalismo fittiziamente ha prodotto in questi anni.
La Fiom emiliana, sotto la spinta dell’adesione dei suoi quadri di fabbrica, si è decisa a proclamare, come organizzazione regionale, due ore di sciopero per il 23/06. Anche questo è un segnale positivo che non va sottovalutato: le lotte esprimono egemonia, aprono contraddizioni e costringono tutti allo schieramento.
Peccato solo che Landini, qua e là, tra una dichiarazione costernata e l’altra, continui a infilare il tema della “legge sulla rappresentanza” (l’ha chiesta praticamente a tutti i presidenti del consiglio, da Letta in avanti).
Una volta questa parola d’ordine serviva ad evitare che la Fiom venisse messa in un angolo dagli accordi separati; adesso potrebbe significare altro: discipliniamo con forza di legge la rappresentanza ed evitiamo le spinte “irresponsabili” dal basso, di cui il sindacato confederale, oggi, nelle sue illusioni neo-concertative, non sente affatto il bisogno.
Fonte
16/02/2021
Il nuovo contratto dei metalmeccanici? Una resa alle aziende
Sulla recente firma del contratto nazionale dei metalmeccanici abbiamo sentito Sasha Colautti, dirigente del settore industria dell’USB.
*****
Il contratto dei metalmeccanici ha da sempre un peso, l’intesa raggiunta il 10 febbraio tra FIM, FIOM, UILM e Federmeccanica arriva in un contesto caratterizzato dalla crisi economica, pandemica e della classe politica. L’USB come valuta questa firma sull’ipotesi di accordo?
Questa firma va senza dubbio valutata negativamente, perché è l’ennesimo arretramento sul piano dei diritti dei lavoratori, una firma che giunge non a caso poco prima dell’insediamento del nuovo governo e che consegna a Mario Draghi la categoria dei metalmeccanici completamente pacificata.
È evidente che questa firma apre anche sul piano politico-sindacale un nuovo periodo concertativo che come al solito vedrà la classe lavoratrice colpita da operazioni ultra-liberiste affiancate da un modello sindacale ormai al completo disarmo.
L’intesa raggiunta è presentata da Fim, Fiom e Uilm come il contratto metalmeccanico che riconquista il salario, cosa c’è di vero?
Fim Fiom Uilm hanno sottoscritto già, nei contratti precedenti, l’indice IPCA come base di calcolo per gli aumenti contrattuali ed è stato un abbraccio mortale. Per portare a casa meno della metà di quanto richiesto hanno dovuto inseguire Federmeccanica e subordinarsi alla logica aberrante del “patto per la Fabbrica” e “industria 4.0”.
Hanno imbrogliato i lavoratori parlando di 112 euro di aumento parametrati sul 5° livello, senza spiegare ai lavoratori che questi aumenti arriveranno in 4 anni e non nei soliti 3. Questa cifra divisa per i mesi di vigenza contrattuale (54 mesi) e moltiplicata sul trienno su cui era previsto il rinnovo (36 mesi) dà un aumento lordo di 74,66 euro pagabili in comodo rate.
Il settore dell’industria e quello della metalmeccanica vedono l’impiego diffuso di appalti e lavoratori precari questo accordo cosa porta per loro?
Poteva essere un punto importante quello dell’inserimento della clausola sociale per il cambio d’appalto, ma nel testo questa logica viene ribaltata in chiave aziendale, accettando sempre le esigenze dell’impresa subentrante e rendendo possibile derogare in peggio i diritti dei lavoratori in cambio della tutela occupazionale.
Leggendo l’ipotesi di accordo c’è anche un punto che riconferma l’alternanza scuola-lavoro, qual è la vostra valutazione?
Su questo punto sono confuso, se ripenso alla FIOM e alle sue manifestazioni fatte assieme agli studenti contro l’alternanza scuola lavoro... Oggi nel contratto questo tema se lo bevono tutto d’un fiato, senza mettere alcun vincolo sull’utilizzo degli studenti che potrebbero potenzialmente essere utilizzati anche duranti periodi di ammortizzatori sociali da parte di un’azienda.
La riforma dell’inquadramento professionale è uno dei pilastri dell’accordo siglata da Fim, Fiom e Uilm, lo è davvero?
Lo è sicuramente per Federmeccanica che l’aveva messa al centro delle sue richieste. Il testo firmato mette nero su bianco uno scambio esplicito tra l’elemosina salariale ottenuta e la riforma sull’inquadramento.
L’inquadramento unico era una conquista del 1973 ed era blindato, in quanto le declaratorie contrattuali permettevano i passaggi di livello sulla base della mansione effettivamente svolta.
Oggi nel contratto sono state introdotte le cosiddette “softs skill”, mutuate da Industria 4.0 ovvero polifunzionalità, polivalenza e competenze trasversali che si aggiungono alla valutazione sulla mansione che ovviamente non è più oggettiva e su cui l’azienda potrà invece imporre la sua soggettività: “parli l’inglese?” “conosci bene excel?” diventeranno un buon modo per non fare i passaggi di livello, rendendo del tutto inutili i contenziosi legali e le vertenze per vedersi riconosciuto il giusto inquadramento.
Questo contratto vede una valutazione positiva da parte imprenditoriale anche per quanto riguarda la fabbrica 4.0, per quali ragioni e quali sono per l’USB le rivendicazioni di fronte all’innovazione tecnologica?
La cosiddetta quarta rivoluzione industriale mette al centro gli investimenti sull’automazione e l’implementazione di nuovi sistemi produttivi, con lo scopo di aumentare competitività e produttività aziendale. In Italia di investimenti non ce ne sono e le imprese pensano che l’unica innovazione da fare sia quella di far lavorare di più le persone, comprimendone possibilmente il salario.
Per USB è necessaria in primis una vera politica industriale accompagnata dalla nazionalizzazione delle aziende strategiche, da una politica di investimento che attraverso l’innovazione dei sistemi di produzione porti a nuove competenze e soprattutto una riduzione dell’orario di lavoro con conseguente aumento dell’occupazione.
Lo smart working, il lavoro agile così come sono affrontati nell’accordo tuteleranno i lavoratori?
In questo contratto il tema dello smart working è stato demandato all’ennesima commissione, senza che vi siano vincoli o paletti. Nelle aziende però questa tipologia di lavoro ormai è imperante ed è necessario che si discuta al più presto dei paletti per le imprese e dei diritti dei lavoratori: orario di lavoro e orario di non contattabilità, diritto alla disconnessione, garanzia della privacy e accollo da parte dell’azienda di tutte quelle spese che oggi stanno sostenendo gli smartworker, come acqua, elettricità, connessione internet e spese per mangiare a casa ogni giorno.
Abbiamo faticato un po’ a trovare elementi sulla salute e sicurezza, eppure gli infortuni, i morti e le malattie professionali crescono.
Nel contratto nazionale firmato Fim Fiom Uilm e Federmeccanica si parla dell’ormai famosissimo sistema di implementazione della sicurezza basato su “near miss”, “quasi infortuni”. Questo modello se utilizzato bene può portare a dei risultati, ma rimane il fatto che vada sviluppato un modello proattivo alla sicurezza, che veda una reale partecipazione dei lavoratori e non solo sulla carta. Staremo a vedere.
Sanità privata nei contratti in tempi di pandemia è la risposta più adeguata? E come valuti la possibilità di far aderire anche lavoratori pensionati?
Io trovo davvero desolante che, in un momento del genere, delle organizzazioni sindacali decidano di sottoscrivere il rafforzamento della sanità privata, per di più spingendo affinché questa si incroci con la previdenza sociale.
Non so con che coraggio poi vadano in giro a sbandierare la difesa della sanità pubblica mentre si continuano a sottoscrivere a livello nazionale e nelle aziende accordi come questo.
Stesso discorso vale per l’ennesimo incremento della quota dedicata alla Pensione Integrativa?
Certo. Davanti agli occhi dei lavoratori difendono – per modo di dire – le pensioni ed il diritto ad andare in pensione prima. Nel frattempo però sottoscrivono accordi che portano sempre più risorse alle pensioni integrative aziendali.
In generale la logica del welfare integrativo è completamente sbagliata perché i lavoratori finiscono per pagare due volte un servizio di cui ha diritto. Alle aziende conviene incrementare le economie del welfare perché ci risparmiano in termini di tasse e quelle minori entrate nelle casse dello Stato indeboliscono il sistema di welfare universale dedicato al cittadino.
Quali iniziative metterete in campo e che ruolo vi proponete di assumere in un contesto che ha riportato al centro la questione del lavoro di fabbrica e del lavoro operaio?
Per prima cosa sarà necessario andare nelle aziende e parlare coi lavoratori affinché ci sia una forte opposizione a questo accordo, che deve essere respinto.
Stiamo organizzando una assemblea nazionale dei delegati che avrà lo scopo di discutere di questo e avviare una forte campagna contro il contratto appena sottoscritto.
USB oggi rappresenta l’unica vera alternativa conflittuale in campo ed è l’unica organizzazione che vuole rimettere al centro per davvero il tema della confederalità. La fabbrica oggi è “smart”, multinazionale, spesso sovranazionale ed i suoi confini quasi svaniscono e partono dalla logistica, passando per l’industria fino alla grande distribuzione, il terziario e l’e-commerce.
Questo mondo non può più essere oggetto di una scomposizione ed il nostro obiettivo è quello di riunificarlo anche sul piano organizzativo, dei percorsi e ovviamente sul piano delle lotte.
Fonte
07/02/2021
Contratto Metalmeccanici, Fim Fiom Uilm firmano un rinnovo a sfavore dei lavoratori
Fim Fiom Uilm sottoscrivono assieme a Federmeccanica il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici e tentano di far passare questa firma come un grandissimo risultato, sottolineando l’ottimo accordo raggiunto sul salario ed evidenziando come punto di valore la riforma sull’inquadramento e l’aver tolto il primo livello contrattuale.
Un primo commento a caldo ci fa dire però che in questo rinnovo c’è stato un vero e proprio scambio tutto a sfavore dei lavoratori. Di fatto la triplice sindacale metalmeccanica, per portarsi a casa qualche commissione che puzza da ente bilaterale, si è bevuta tutta d’un fiato un peggioramento complessivo della normativa contrattuale a fronte di una vera e propria elemosina.
I 112 euro LORDI riparametrati sui livelli, in 54 mesi, significano che l’aumento complessivo su base triennale è di 74,66 euro, ovvero il 50% della richiesta complessiva. Meno di un misero caffè al giorno che non giustifica i peggioramenti normativi apportati.
Non è sfuggito a nessuno, infatti, il passaggio messo nero su bianco in cui si afferma che l’indicizzazione IPCA viene superata “in considerazione della rilevante innovazione organizzativa determinata dalla riforma sull’inquadramento, come indicato dal Patto per la Fabbrica”.
Il nuovo sistema sull’inquadramento, infatti, introducendo le cosiddette “soft skill” nei livelli più bassi permetterà alle aziende di avere sempre l’ultima parola sui passaggi di livello, rendendo per di più inutili le cause legali da parte dei lavoratori in situazioni di sotto-inquadramento. Un bel lavoro davvero!
Varrebbe la pena soffermarsi su tutte le altre novità che sanno di farsa, come la formazione continua e la questione di genere, elementi assunti in accezione completamente padronale.
Incommentabile ed incomprensibile inoltre, l’aver accettato in un contratto nazionale l’alternanza scuola-lavoro: anche qui, in particolare la Fiom, si è rimangiata le battaglie condotte assieme agli studenti nel 2017. Ora vedremo proprio questi ultimi utilizzati dalle aziende per la sostituzione di manodopera con lavoro gratuito ed in assenza di tutele vere e proprie.
Prepariamoci quindi nelle aziende a parlare con i lavoratori, esprimendo la nostra rabbia nelle assemblee. Questo contratto va respinto senza se e senza ma!
Fonte
Un primo commento a caldo ci fa dire però che in questo rinnovo c’è stato un vero e proprio scambio tutto a sfavore dei lavoratori. Di fatto la triplice sindacale metalmeccanica, per portarsi a casa qualche commissione che puzza da ente bilaterale, si è bevuta tutta d’un fiato un peggioramento complessivo della normativa contrattuale a fronte di una vera e propria elemosina.
I 112 euro LORDI riparametrati sui livelli, in 54 mesi, significano che l’aumento complessivo su base triennale è di 74,66 euro, ovvero il 50% della richiesta complessiva. Meno di un misero caffè al giorno che non giustifica i peggioramenti normativi apportati.
Non è sfuggito a nessuno, infatti, il passaggio messo nero su bianco in cui si afferma che l’indicizzazione IPCA viene superata “in considerazione della rilevante innovazione organizzativa determinata dalla riforma sull’inquadramento, come indicato dal Patto per la Fabbrica”.
Il nuovo sistema sull’inquadramento, infatti, introducendo le cosiddette “soft skill” nei livelli più bassi permetterà alle aziende di avere sempre l’ultima parola sui passaggi di livello, rendendo per di più inutili le cause legali da parte dei lavoratori in situazioni di sotto-inquadramento. Un bel lavoro davvero!
Varrebbe la pena soffermarsi su tutte le altre novità che sanno di farsa, come la formazione continua e la questione di genere, elementi assunti in accezione completamente padronale.
Incommentabile ed incomprensibile inoltre, l’aver accettato in un contratto nazionale l’alternanza scuola-lavoro: anche qui, in particolare la Fiom, si è rimangiata le battaglie condotte assieme agli studenti nel 2017. Ora vedremo proprio questi ultimi utilizzati dalle aziende per la sostituzione di manodopera con lavoro gratuito ed in assenza di tutele vere e proprie.
Prepariamoci quindi nelle aziende a parlare con i lavoratori, esprimendo la nostra rabbia nelle assemblee. Questo contratto va respinto senza se e senza ma!
Fonte
04/11/2020
Scontro per il rinnovo del Contratto Nazionale dei metalmeccanici – Intervista a Dario Salvetti
Il 7 ottobre scorso, a distanza di pochi mesi dall’interruzione delle trattative sul contratto collettivo dell’agroindustria, è saltato il tavolo tra sindacati confederali e Federmeccanica per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di categoria. A seguito della rottura sono stati annunciati dei pacchetti di ore di sciopero. A margine di una di queste manifestazioni, L’Ordine Nuovo ha intervistato Dario Salvetti, lavoratore della GKN di Firenze, azienda del settore automotive che produce semiassi. Salvetti, attualmente RSU, fa parte dell’assemblea generale nazionale della FIOM e del direttivo provinciale FIOM Firenze.
Cosa pensi della rottura delle trattative sul CCNL metalmeccanico?
“Era solo questione di tempo. La piattaforma presentata da Fiom, Fim e Uilm chiede l’8% di aumenti salariali. Federmeccanica non ha nessuna intenzione di concederli. Né ora né in futuro. L’impostazione di Federmeccanica e di Confindustria è chiara. E non è nuova. È in linea con tutto quanto è stato firmato fino ad oggi: con il Patto per la Fabbrica e con lo stesso Contratto Nazionale dei metalmeccanici 2016. Per questo la richiesta di aumenti salariali non può che scontrarsi con una resistenza feroce del fronte aziendale.
Almeno sulla richiesta salariale, quindi, questo contratto nazionale si prospetta diverso dai precedenti. Ma una rondine non fa primavera. E soprattutto non può sopravvivere a un “autunno freddo”. Se l’impostazione sindacale generale non cambia, tale richiesta non regge. Rimane isolata e fine a sé stessa. E di conseguenza non genera il grado di mobilitazione di cui avremmo bisogno.
I lavoratori non sono un rubinetto che si apre e si chiude a proprio piacimento. Ovviamente sappiamo di avere bisogno di questi aumenti salariali. Non c’è bisogno che nessuno ci spieghi quanto ci siamo impoveriti. Ma ci siamo impoveriti anche a causa di anni di moderazione contrattuale e sindacale. Tale moderazione si è costruita le proprie argomentazioni negli anni: “di più di questo non si poteva chiedere”, “c’è la crisi”, “i lavoratori non ci stanno ad ascoltare” ecc. Va rotta complessivamente questa narrazione delle “compatibilità”, della “resa” e della rassegnazione.
Nel 2016 si è firmato un contratto pessimo, accettando di fatto di scambiare gli aumenti salariali con i “buoni carrello” e con il welfare aziendale. Le aziende ci hanno detto nel 2016 che “con la crisi non si possono dare aumenti”. E di fatto l’abbiamo accettato. Oggi non è forse addirittura peggiorato il contesto? Non è sufficiente quindi “sparare alto” sulla parte salariale. È necessario invertire una tendenza di anni.
Non lo diciamo per pedanteria, ma per finalità strettamente pratiche e necessarie alla lotta. Solo così è possibile mettere in campo i rapporti di forza di cui avremmo bisogno. Il 5 novembre è convocato lo sciopero generale dei metalmeccanici di quattro ore. Tale data è necessaria ma insufficiente. Deve essere una tappa verso una stagione di scioperi articolati, improvvisi, blocchi, picchetti, casse di resistenza, coordinamenti di delegati, unità tra lavoratori e altri settori colpiti dalla crisi.
Non dare un seguito adeguato al 5 novembre sarebbe un gesto di irresponsabilità politica e sindacale incredibile. Tutta la mobilitazione perderebbe di credibilità e il contratto nazionale finirebbe per impantanarsi.”
E per di più ci ritroviamo in un contesto di piena pandemia...
“Trovo impossibile portare avanti una lotta dura sul contratto nazionale senza intrecciarla con la questione della pandemia e della conseguente ricaduta sul piano sanitario e sociale.
E qua la mobilitazione rischia di avere il piombo nelle ali. Non si può essere radicali nello scontro contrattuale e moderati sul tema della pandemia e delle responsabilità di Governo e aziende.
Portare avanti scioperi e mobilitazione in mezzo a possibili focolai, lockdown parziali, restrizioni alla protesta, è possibile solo se ci dotiamo di un programma generale e di classe sul tema.
Ma qua lo scoglio è il rapporto con il Governo. C’è stata una timidezza enorme nel denunciare i limiti dell’azione di Governo. E anche il ruolo giocato da Confindustria sul tema della zona rossa in provincia di Bergamo.
Anzi, mi pare che all’interno dei vertici sindacali si sia vissuta anche nei confronti di Conte la sindrome del “Governo amico”. Mi sembra anche sia stata enfatizzata eccessivamente l’idea che la pandemia fosse affrontabile semplicemente con comportamenti individuali corretti e con i protocolli anti-contagio azienda per azienda.
Gel e mascherine sono importanti, ma – come tutte le misure di protezione individuali – hanno una efficacia solo se combinate con un contesto di misure sociali. È una considerazione di natura elementare.
Non sto sminuendo l’importanza del rispetto individuale delle misure di sicurezza, sia chiaro. Né della lotta nelle singole aziende per le misure di sicurezza. Tra l’altro, la piena applicazione del Testo Unico sulla Sicurezza già contiene e conteneva a mio modo di vedere tutto il necessario per pretendere misure di sicurezza adeguate. Spesso invece ci si è dimenticati di questa banale verità, ripetendo nei protocolli aziendali ciò che è già contenuto nel Testo Unico, rischiando così di pasticciarlo o derogarlo.
Sto dicendo semplicemente che questa pandemia mette a nudo un intero sistema sociale e necessita anche e soprattutto di misure sociali generali. I nodi sono almeno quattro: a) il blocco dei licenziamenti e il sostegno al reddito; b) la difesa e il rilancio della sanità pubblica; c) la lotta per l’istruzione pubblica; d) la patrimoniale e far pagare chi si è arricchito e si continua ad arricchire senza limite e pudore in piena pandemia.
Questi sono i temi al momento determinanti e prioritari nella testa di milioni di lavoratori. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici rischia di rimanere sospesa, quasi surreale, in questo contesto se non si intreccia a tali temi.
Le organizzazioni sindacali sono chiamate a mettere in campo un programma complessivo e di conseguenza una mobilitazione complessiva. Sono stati persi mesi, usando una narrazione criminale e stracciona che ha posto tutta l’attenzione sul capro espiatorio di turno: “runners”, i “giovani”, la movida ecc.
I nostri colleghi nel comparto dell’istruzione si sono visti scaricare addosso una situazione di totale impreparazione. I nostri colleghi nella sanità sono mandati ancora una volta al macello. Ci sono lavoratori che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione. Mezzo milione di lavoratori hanno già perso il posto di lavoro, nonostante il presunto blocco dei licenziamenti. Ma di cosa altro c’è bisogno per mettere in campo una mobilitazione generale?
E la nostra parola d’ordine non può essere il lockdown, negli stessi termini di marzo. Non possiamo nemmeno però accettare l’idea, avanzata da Conte su pressione evidente di Confindustria, che sia necessario tutelare “la salute e l’economia”. Questa affermazione è vergognosa e ipocrita. Vergognosa perché chiarisce definitivamente che per il capitalismo la salute è una variabile legata all’economia, cioè ai profitti. Nel discorso di Conte i due termini “salute e economia” stanno lì, uno a fianco all’altro, senza priorità e gerarchia.
Ed è un discorso ipocrita perché in verità quando si dice che bisogna tutelare l’economia non si pensa di certo ai piccoli esercenti o alle partite Iva o ai precari. Si pensa ai grandi gruppi economici e industriali. Si sta semplicemente dicendo che non si può fermare il grande capitale, anche a discapito della salute.
Per noi la salute viene prima di qualsiasi considerazione economica. Noi pretendiamo che l’economia risponda alla logica della tutela della salute. E questo vuol dire fare tutto il necessario per affrontare la pandemia: requisire le cliniche private, i mezzi di trasporto privati, le strutture alberghiere per permettere l’isolamento e limitare i focolai ecc.”
Cosa pensi delle dichiarazioni di Bonomi e del ruolo che sta svolgendo?
“C’è grossa indignazione per le dichiarazioni di Bonomi e per l’attacco frontale di cui si sta facendo portatore. Bonomi si atteggia a novello “Thatcher”. Il fronte padronale dietro di lui però sembra diviso. Attenzione, però, non è diviso sul “cosa fare”, ma sul “come”. Un settore di aziende non vede necessario ingaggiare con l’organizzazione sindacale uno scontro diretto e immediato.
Anzi, io credo che un pezzo di aziende si renda conto di come Bonomi stia offrendo involontariamente un terreno unificante alla mobilitazione operaia. Gli obiettivi sono chiari: abolire il salario-orario, procedere a una serie di licenziamenti e ristrutturazioni, estendere ancora di più il precariato, svuotare definitivamente i contratti nazionali, estendere il welfare aziendale in sostituzione degli aumenti salariali ecc. ecc.
Bonomi vuole ottenerli con uno scontro frontale, dove si dimostri una volta per tutte che l’organizzazione sindacale non è in grado di contrapporre alcuna resistenza. Appunto, alla Thatcher...
Un pezzo di aziende invece sa che può ottenere gli stessi obiettivi lavorando sotto traccia, scardinando i diritti dei lavoratori azienda per azienda, trattativa per trattativa, contratto per contratto. Qualcuno tra i dirigenti sindacali forse si era illuso che con il Patto per la Fabbrica o con i recenti rinnovi contrattuali si fosse raggiunto un nuovo punto di equilibrio con le aziende. Ma ogni arretramento chiama nuovi arretramenti. Il modello del welfare aziendale e degli enti bilaterali è un veleno che entra in circolo e distrugge l’idea stessa di organizzazione sindacale generale.
Perché rinnovare i contratti nazionali, magari con aumenti salariali generali, quando le aziende che tirano sono in grado di concedere premi di risultato, una tantum o pezzi di welfare aziendale con cui fidelizzare i propri dipendenti mentre il resto del mondo del lavoro – aziende in crisi, appalti, precari – è talmente schiacciato da disoccupazione e precarietà da non riuscire nemmeno a porsi il problema del contratto nazionale? Questo è il gioco che dobbiamo scardinare.
Ripeto, Bonomi pone la questione in forma diretta e immediata. Molte aziende sanno di poterci arrivare per altre vie. Vogliono ad esempio usare lo smart working per una serie di licenziamenti silenziosi e introdurre forme di lavoro a progetto.
Noi non ci dobbiamo mobilitare semplicemente contro l’“arroganza” di Bonomi ma contro l’intero modello confindustriale. Sia che esso abbia i modi rudi di Bonomi o quelli educati di qualche multinazionale “politically correct”.
A luglio è stato lanciato un percorso unitario che cerca di superare i limiti del sindacalismo di base e di quello confederale, per costruire una forma adatta ai tempi e ai rapporti di forza attuali. Cosa ne pensi di questo processo? L’area variegata dell’opposizione CGIL in parte ha partecipato sin dall’inizio, è auspicabile un maggiore coinvolgimento?
“L’area “Riconquistiamo Tutto” ha giustamente una propria fluidità e dialettica. Non è in discussione l’idea che siano necessarie forme di unità tra lavoratori, vertenze o settori del sindacalismo di base o conflittuale. Esistono enfasi diverse sul Patto d’Azione.
Io ad esempio credo di avere una idea ancora diversa da quella di molti compagni che partecipano a quel percorso. Per me il percorso del Patto d’Azione dovrebbe mettere apertamente a tema la questione del soggetto politico.
Di che cosa abbiamo bisogno? Di un Coordinamento di lotte? Tali coordinamenti sono utili. Ma spesso nascono rapidamente attorno a vertenze chiave e muoiono quando manca una lotta significativa o unificante. Di un fronte tra le organizzazioni sindacali? Ovviamente è auspicabile superare le divisioni sindacali, se esse non hanno ragione di merito.
Ma la verità è che esistono una miriade di differenze potenziali nell’attività sindacale. Di natura tattica, legata alle categorie di appartenenza, alla situazione delle singole aziende. Quale è il terreno unificante su cui tali differenze possono essere discusse? Quale è il punto unificante del percorso del Patto d’Azione al momento?
La combattività? La radicalità? Ma queste discendono a loro volta da una visione. La visione politica anticapitalista è il terreno unificante che guida quel percorso. Tra l’altro faccio notare che il percorso è aperto, giustamente, a realtà non strettamente sindacali. Faccio anche notare che a volte lo si definisce Fronte Unico di classe, altre volte Fronte Unico anticapitalista e altre volte ancora Patto d’azione.
Io credo che oggi l’assenza di un soggetto politico che sappia proporre un punto di vista di classe alternativo nell’intero dibattito politico sia un macigno enorme che pesa su qualsiasi mobilitazione sindacale. Si dice giustamente che non c’è un muro invalicabile tra attività sindacale e politica. Non c’è. Ma sono comunque due forme di lotta diverse. Si influenzano ma non si sostituiscono. E non si può pensare che l’azione politica emerga da una serie di convergenze sindacali, né che un’azione sindacale combattiva finisca per sostituire l’azione politica.
So perfettamente che il partito di classe non nasce a freddo. E nasce a seguito di mobilitazioni di massa che determinino una presa di coscienza profonda nella società. Ma questo soggetto non è all’orizzonte. Quello che invece è possibile, ed auspicabile, è superare la frammentazione della sinistra anticapitalista e radicale. Tutte le argomentazioni che vengono opposte a questa unificazione, astrattamente corrette in altri periodi, sono oggi intollerabili.
Un soggetto politico che abbia il minimo di massa critica per portare un punto di vista antisistema nel dibattito pubblico è un’urgenza irrimandabile. Questo è il compito su cui è necessario fare fronte. Ed è difficile immaginare un’altra forma organizzativa per un simile percorso che non sia di natura costituente.”
Fonte
Cosa pensi della rottura delle trattative sul CCNL metalmeccanico?
“Era solo questione di tempo. La piattaforma presentata da Fiom, Fim e Uilm chiede l’8% di aumenti salariali. Federmeccanica non ha nessuna intenzione di concederli. Né ora né in futuro. L’impostazione di Federmeccanica e di Confindustria è chiara. E non è nuova. È in linea con tutto quanto è stato firmato fino ad oggi: con il Patto per la Fabbrica e con lo stesso Contratto Nazionale dei metalmeccanici 2016. Per questo la richiesta di aumenti salariali non può che scontrarsi con una resistenza feroce del fronte aziendale.
Almeno sulla richiesta salariale, quindi, questo contratto nazionale si prospetta diverso dai precedenti. Ma una rondine non fa primavera. E soprattutto non può sopravvivere a un “autunno freddo”. Se l’impostazione sindacale generale non cambia, tale richiesta non regge. Rimane isolata e fine a sé stessa. E di conseguenza non genera il grado di mobilitazione di cui avremmo bisogno.
I lavoratori non sono un rubinetto che si apre e si chiude a proprio piacimento. Ovviamente sappiamo di avere bisogno di questi aumenti salariali. Non c’è bisogno che nessuno ci spieghi quanto ci siamo impoveriti. Ma ci siamo impoveriti anche a causa di anni di moderazione contrattuale e sindacale. Tale moderazione si è costruita le proprie argomentazioni negli anni: “di più di questo non si poteva chiedere”, “c’è la crisi”, “i lavoratori non ci stanno ad ascoltare” ecc. Va rotta complessivamente questa narrazione delle “compatibilità”, della “resa” e della rassegnazione.
Nel 2016 si è firmato un contratto pessimo, accettando di fatto di scambiare gli aumenti salariali con i “buoni carrello” e con il welfare aziendale. Le aziende ci hanno detto nel 2016 che “con la crisi non si possono dare aumenti”. E di fatto l’abbiamo accettato. Oggi non è forse addirittura peggiorato il contesto? Non è sufficiente quindi “sparare alto” sulla parte salariale. È necessario invertire una tendenza di anni.
Non lo diciamo per pedanteria, ma per finalità strettamente pratiche e necessarie alla lotta. Solo così è possibile mettere in campo i rapporti di forza di cui avremmo bisogno. Il 5 novembre è convocato lo sciopero generale dei metalmeccanici di quattro ore. Tale data è necessaria ma insufficiente. Deve essere una tappa verso una stagione di scioperi articolati, improvvisi, blocchi, picchetti, casse di resistenza, coordinamenti di delegati, unità tra lavoratori e altri settori colpiti dalla crisi.
Non dare un seguito adeguato al 5 novembre sarebbe un gesto di irresponsabilità politica e sindacale incredibile. Tutta la mobilitazione perderebbe di credibilità e il contratto nazionale finirebbe per impantanarsi.”
E per di più ci ritroviamo in un contesto di piena pandemia...
“Trovo impossibile portare avanti una lotta dura sul contratto nazionale senza intrecciarla con la questione della pandemia e della conseguente ricaduta sul piano sanitario e sociale.
E qua la mobilitazione rischia di avere il piombo nelle ali. Non si può essere radicali nello scontro contrattuale e moderati sul tema della pandemia e delle responsabilità di Governo e aziende.
Portare avanti scioperi e mobilitazione in mezzo a possibili focolai, lockdown parziali, restrizioni alla protesta, è possibile solo se ci dotiamo di un programma generale e di classe sul tema.
Ma qua lo scoglio è il rapporto con il Governo. C’è stata una timidezza enorme nel denunciare i limiti dell’azione di Governo. E anche il ruolo giocato da Confindustria sul tema della zona rossa in provincia di Bergamo.
Anzi, mi pare che all’interno dei vertici sindacali si sia vissuta anche nei confronti di Conte la sindrome del “Governo amico”. Mi sembra anche sia stata enfatizzata eccessivamente l’idea che la pandemia fosse affrontabile semplicemente con comportamenti individuali corretti e con i protocolli anti-contagio azienda per azienda.
Gel e mascherine sono importanti, ma – come tutte le misure di protezione individuali – hanno una efficacia solo se combinate con un contesto di misure sociali. È una considerazione di natura elementare.
Non sto sminuendo l’importanza del rispetto individuale delle misure di sicurezza, sia chiaro. Né della lotta nelle singole aziende per le misure di sicurezza. Tra l’altro, la piena applicazione del Testo Unico sulla Sicurezza già contiene e conteneva a mio modo di vedere tutto il necessario per pretendere misure di sicurezza adeguate. Spesso invece ci si è dimenticati di questa banale verità, ripetendo nei protocolli aziendali ciò che è già contenuto nel Testo Unico, rischiando così di pasticciarlo o derogarlo.
Sto dicendo semplicemente che questa pandemia mette a nudo un intero sistema sociale e necessita anche e soprattutto di misure sociali generali. I nodi sono almeno quattro: a) il blocco dei licenziamenti e il sostegno al reddito; b) la difesa e il rilancio della sanità pubblica; c) la lotta per l’istruzione pubblica; d) la patrimoniale e far pagare chi si è arricchito e si continua ad arricchire senza limite e pudore in piena pandemia.
Questi sono i temi al momento determinanti e prioritari nella testa di milioni di lavoratori. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici rischia di rimanere sospesa, quasi surreale, in questo contesto se non si intreccia a tali temi.
Le organizzazioni sindacali sono chiamate a mettere in campo un programma complessivo e di conseguenza una mobilitazione complessiva. Sono stati persi mesi, usando una narrazione criminale e stracciona che ha posto tutta l’attenzione sul capro espiatorio di turno: “runners”, i “giovani”, la movida ecc.
I nostri colleghi nel comparto dell’istruzione si sono visti scaricare addosso una situazione di totale impreparazione. I nostri colleghi nella sanità sono mandati ancora una volta al macello. Ci sono lavoratori che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione. Mezzo milione di lavoratori hanno già perso il posto di lavoro, nonostante il presunto blocco dei licenziamenti. Ma di cosa altro c’è bisogno per mettere in campo una mobilitazione generale?
E la nostra parola d’ordine non può essere il lockdown, negli stessi termini di marzo. Non possiamo nemmeno però accettare l’idea, avanzata da Conte su pressione evidente di Confindustria, che sia necessario tutelare “la salute e l’economia”. Questa affermazione è vergognosa e ipocrita. Vergognosa perché chiarisce definitivamente che per il capitalismo la salute è una variabile legata all’economia, cioè ai profitti. Nel discorso di Conte i due termini “salute e economia” stanno lì, uno a fianco all’altro, senza priorità e gerarchia.
Ed è un discorso ipocrita perché in verità quando si dice che bisogna tutelare l’economia non si pensa di certo ai piccoli esercenti o alle partite Iva o ai precari. Si pensa ai grandi gruppi economici e industriali. Si sta semplicemente dicendo che non si può fermare il grande capitale, anche a discapito della salute.
Per noi la salute viene prima di qualsiasi considerazione economica. Noi pretendiamo che l’economia risponda alla logica della tutela della salute. E questo vuol dire fare tutto il necessario per affrontare la pandemia: requisire le cliniche private, i mezzi di trasporto privati, le strutture alberghiere per permettere l’isolamento e limitare i focolai ecc.”
Cosa pensi delle dichiarazioni di Bonomi e del ruolo che sta svolgendo?
“C’è grossa indignazione per le dichiarazioni di Bonomi e per l’attacco frontale di cui si sta facendo portatore. Bonomi si atteggia a novello “Thatcher”. Il fronte padronale dietro di lui però sembra diviso. Attenzione, però, non è diviso sul “cosa fare”, ma sul “come”. Un settore di aziende non vede necessario ingaggiare con l’organizzazione sindacale uno scontro diretto e immediato.
Anzi, io credo che un pezzo di aziende si renda conto di come Bonomi stia offrendo involontariamente un terreno unificante alla mobilitazione operaia. Gli obiettivi sono chiari: abolire il salario-orario, procedere a una serie di licenziamenti e ristrutturazioni, estendere ancora di più il precariato, svuotare definitivamente i contratti nazionali, estendere il welfare aziendale in sostituzione degli aumenti salariali ecc. ecc.
Bonomi vuole ottenerli con uno scontro frontale, dove si dimostri una volta per tutte che l’organizzazione sindacale non è in grado di contrapporre alcuna resistenza. Appunto, alla Thatcher...
Un pezzo di aziende invece sa che può ottenere gli stessi obiettivi lavorando sotto traccia, scardinando i diritti dei lavoratori azienda per azienda, trattativa per trattativa, contratto per contratto. Qualcuno tra i dirigenti sindacali forse si era illuso che con il Patto per la Fabbrica o con i recenti rinnovi contrattuali si fosse raggiunto un nuovo punto di equilibrio con le aziende. Ma ogni arretramento chiama nuovi arretramenti. Il modello del welfare aziendale e degli enti bilaterali è un veleno che entra in circolo e distrugge l’idea stessa di organizzazione sindacale generale.
Perché rinnovare i contratti nazionali, magari con aumenti salariali generali, quando le aziende che tirano sono in grado di concedere premi di risultato, una tantum o pezzi di welfare aziendale con cui fidelizzare i propri dipendenti mentre il resto del mondo del lavoro – aziende in crisi, appalti, precari – è talmente schiacciato da disoccupazione e precarietà da non riuscire nemmeno a porsi il problema del contratto nazionale? Questo è il gioco che dobbiamo scardinare.
Ripeto, Bonomi pone la questione in forma diretta e immediata. Molte aziende sanno di poterci arrivare per altre vie. Vogliono ad esempio usare lo smart working per una serie di licenziamenti silenziosi e introdurre forme di lavoro a progetto.
Noi non ci dobbiamo mobilitare semplicemente contro l’“arroganza” di Bonomi ma contro l’intero modello confindustriale. Sia che esso abbia i modi rudi di Bonomi o quelli educati di qualche multinazionale “politically correct”.
A luglio è stato lanciato un percorso unitario che cerca di superare i limiti del sindacalismo di base e di quello confederale, per costruire una forma adatta ai tempi e ai rapporti di forza attuali. Cosa ne pensi di questo processo? L’area variegata dell’opposizione CGIL in parte ha partecipato sin dall’inizio, è auspicabile un maggiore coinvolgimento?
“L’area “Riconquistiamo Tutto” ha giustamente una propria fluidità e dialettica. Non è in discussione l’idea che siano necessarie forme di unità tra lavoratori, vertenze o settori del sindacalismo di base o conflittuale. Esistono enfasi diverse sul Patto d’Azione.
Io ad esempio credo di avere una idea ancora diversa da quella di molti compagni che partecipano a quel percorso. Per me il percorso del Patto d’Azione dovrebbe mettere apertamente a tema la questione del soggetto politico.
Di che cosa abbiamo bisogno? Di un Coordinamento di lotte? Tali coordinamenti sono utili. Ma spesso nascono rapidamente attorno a vertenze chiave e muoiono quando manca una lotta significativa o unificante. Di un fronte tra le organizzazioni sindacali? Ovviamente è auspicabile superare le divisioni sindacali, se esse non hanno ragione di merito.
Ma la verità è che esistono una miriade di differenze potenziali nell’attività sindacale. Di natura tattica, legata alle categorie di appartenenza, alla situazione delle singole aziende. Quale è il terreno unificante su cui tali differenze possono essere discusse? Quale è il punto unificante del percorso del Patto d’Azione al momento?
La combattività? La radicalità? Ma queste discendono a loro volta da una visione. La visione politica anticapitalista è il terreno unificante che guida quel percorso. Tra l’altro faccio notare che il percorso è aperto, giustamente, a realtà non strettamente sindacali. Faccio anche notare che a volte lo si definisce Fronte Unico di classe, altre volte Fronte Unico anticapitalista e altre volte ancora Patto d’azione.
Io credo che oggi l’assenza di un soggetto politico che sappia proporre un punto di vista di classe alternativo nell’intero dibattito politico sia un macigno enorme che pesa su qualsiasi mobilitazione sindacale. Si dice giustamente che non c’è un muro invalicabile tra attività sindacale e politica. Non c’è. Ma sono comunque due forme di lotta diverse. Si influenzano ma non si sostituiscono. E non si può pensare che l’azione politica emerga da una serie di convergenze sindacali, né che un’azione sindacale combattiva finisca per sostituire l’azione politica.
So perfettamente che il partito di classe non nasce a freddo. E nasce a seguito di mobilitazioni di massa che determinino una presa di coscienza profonda nella società. Ma questo soggetto non è all’orizzonte. Quello che invece è possibile, ed auspicabile, è superare la frammentazione della sinistra anticapitalista e radicale. Tutte le argomentazioni che vengono opposte a questa unificazione, astrattamente corrette in altri periodi, sono oggi intollerabili.
Un soggetto politico che abbia il minimo di massa critica per portare un punto di vista antisistema nel dibattito pubblico è un’urgenza irrimandabile. Questo è il compito su cui è necessario fare fronte. Ed è difficile immaginare un’altra forma organizzativa per un simile percorso che non sia di natura costituente.”
Fonte
15/06/2019
Forte sciopero dei metalmeccanici: ma qual è la piattaforma, chi è il nemico?
Lo sciopero dei metalmeccanici è stato un successo. Dai dati ufficiali della Federmeccanica un lavoratore su cinque avrebbe scioperato. Considerate le modalità di calcolo assolutamente riduttive delle imprese, si può tranquillamente affermare che un metalmeccanico su due si sia astenuto dal lavoro. Un risultato di tutto rispetto in questi tempi. Anche la partecipazione alle manifestazioni è stata buona, segno di una volontà di partecipazione, di farsi sentire.
Tuttavia questo sciopero, nonostante la generosità delle operaie e degli operai che hanno speso una giornata di paga e tanto impegno per farlo riuscire, rischia di non incidere sulla realtà e non solo per la chiusura del potere, ma anche per la debolezza e la contraddittorietà delle rivendicazioni e per l’incapacità, o la non volontà, di individuare le controparti.
Il primo atto di ogni lotta vera è definire con chiarezza cosa si vuole e a chi lo si chiede.
Nel linguaggio sindacale questo significa avere una piattaforma precisa ed individuare la o le controparti.
FIM FIOM UILM hanno proclamato lo sciopero con richieste così generiche che paiono più una lamentela che delle rivendicazioni.
Il primo degli obiettivi, impedire il massacro sociale che si profila con le tante chiusure di fabbriche già annunciate o in arrivo, viene tradotto dai sindacati confederali nella domanda di salvaguardia prioritaria del lavoro e di politiche industriali.
Detto così non vuol dire nulla. Queste parole infatti andrebbero declinate in misure precise. Blocco dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, nuovi ammortizzatori sociali per tutte e tutti, intervento pubblico diretto nelle crisi per impedire la chiusura delle aziende. Nessuna di queste tre misure fondamentali è nella piattaforma di CGILCISLUIL e dei sindacati metalmeccanici, che chiamano i lavoratori ad una lotta comune, ma non offrono loro una piattaforma comune, che costringa le controparti ad una risposta valida per tutte le realtà.
Così alla fine tutte le crisi vengono affrontate una per una con il fallimentare “modello EMBRACO”. Cioè l’azienda chiude la produzione e mette a disposizione lo stabilimento, mentre i lavoratori hanno un poco di cassaintegrazione. Le pubbliche autorità dovrebbero nel frattempo trovare i nuovi imprenditori salvatori del lavoro.
Oppure ci si affida al “modello ARCELORMITTAL”, regalando tutto ad una grande multinazionale sperando che sia buona. Questi modelli han fatto fatica a funzionare in periodi di grande espansione economica, NON FUNZIONANO ASSOLUTAMENTE OGGI in cui c’è stagnazione e crisi. Eppure CGILCISLUIL continuano ad accettarli, anzi a rivendicarli.
Il secondo obiettivo dello sciopero era altrettanto sacrosanto: più salario. Ma che vuol dire in concreto? Perché le imprese, con le quali si sono firmati contratti scadenti con aumenti salariali ridicoli, non vengono chiamate in causa? Perché non si chiede un salario minimo, magari più alto di quello proposto dai cinquestelle, per far salire tutto l’edificio delle retribuzioni? Al contrario invece si contrasta quella legge per “lesa maestà” dei tavoli contrattuali, ai quali per altro solo chi firma i contratti può sedere.
In realtà CGILCISLUIL chiedono l’aumento dei salari esclusivamente con gli sgravi fiscali: meno tasse sulla busta paga. Richiesta parziale e sbagliata perché lascia fuori le imprese, i cui rappresentanti oggi lamentano che l’introduzione del reddito di cittadinanza, 531 euro mensili medi, abbia ridotto la disponibilità dei lavoratori ad accettare paghe di fame.
Ma anche se si pensasse davvero a far crescere le paghe solo con il fisco, bisognerebbe chiarire due cose. Che la riduzione delle tasse non dovrebbe comportare riduzioni dei servizi pubblici, che anzi dovrebbero tornare a crescere. E che dovrebbero finire tutti gli sconti fiscali e contributivi alle imprese. Invece CGILCISLUIL continuano a fare accordi dove agevolano pensioni e sanità privata e a tagliare i contributi previdenziali sul salario flessibile, insomma a regalare agevolazioni al privato e alle imprese, sotto la copertura di finti guadagni per i lavoratori.
E poi si può rivendicare la centralità del lavoro senza dire nulla sulla precarietà, sul jobsact, sulla distruzione programmata dei diritti del lavoro?
Si può rivendicare una soluzione per le crisi che non affronti i vincoli dell’austerità europea e dei trattati? Cosa vuol dire allora cambiare politica economica?
Il solo messaggio chiaro dello sciopero è la generosa combattività dei lavoratori tradotta dai gruppi dirigenti confederali in: devono ascoltarci! Giusto, ma essi cosa dicono? Nulla.
Lo sciopero del 14 giugno si è svolto senza piattaforma e anche senza controparte. E questo non solo perché CGILCISLUIL sono schierate con le imprese, ma anche perché non possono schierarsi davvero contro il governo.
Non possono farlo perché la maggioranza degli operai al Nord sta con Salvini ed al sud sta con Di Maio e solo forti rigore e coerenza nelle rivendicazioni potrebbero portare il mondo del lavoro a non fare sconti a questo governo. Ma come fanno CGILCISLUIL, che hanno concesso tutti gli sconti possibili a Monti, Renzi e Confindustria, ad essere coerenti oggi? Non possono ed infatti chiamano i lavoratori alla lotta senza chiedere davvero e senza individuare nemici davvero.
Questo abbiamo il dovere di dire a chi nelle condizioni difficili attuali ha il coraggio di lottare: non fatevi portare in giro nel nulla, PRETENDETE UNA PIATTAFORMA e pretendete di deciderla VOI.
Fonte
Tuttavia questo sciopero, nonostante la generosità delle operaie e degli operai che hanno speso una giornata di paga e tanto impegno per farlo riuscire, rischia di non incidere sulla realtà e non solo per la chiusura del potere, ma anche per la debolezza e la contraddittorietà delle rivendicazioni e per l’incapacità, o la non volontà, di individuare le controparti.
Il primo atto di ogni lotta vera è definire con chiarezza cosa si vuole e a chi lo si chiede.
Nel linguaggio sindacale questo significa avere una piattaforma precisa ed individuare la o le controparti.
FIM FIOM UILM hanno proclamato lo sciopero con richieste così generiche che paiono più una lamentela che delle rivendicazioni.
Il primo degli obiettivi, impedire il massacro sociale che si profila con le tante chiusure di fabbriche già annunciate o in arrivo, viene tradotto dai sindacati confederali nella domanda di salvaguardia prioritaria del lavoro e di politiche industriali.
Detto così non vuol dire nulla. Queste parole infatti andrebbero declinate in misure precise. Blocco dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, nuovi ammortizzatori sociali per tutte e tutti, intervento pubblico diretto nelle crisi per impedire la chiusura delle aziende. Nessuna di queste tre misure fondamentali è nella piattaforma di CGILCISLUIL e dei sindacati metalmeccanici, che chiamano i lavoratori ad una lotta comune, ma non offrono loro una piattaforma comune, che costringa le controparti ad una risposta valida per tutte le realtà.
Così alla fine tutte le crisi vengono affrontate una per una con il fallimentare “modello EMBRACO”. Cioè l’azienda chiude la produzione e mette a disposizione lo stabilimento, mentre i lavoratori hanno un poco di cassaintegrazione. Le pubbliche autorità dovrebbero nel frattempo trovare i nuovi imprenditori salvatori del lavoro.
Oppure ci si affida al “modello ARCELORMITTAL”, regalando tutto ad una grande multinazionale sperando che sia buona. Questi modelli han fatto fatica a funzionare in periodi di grande espansione economica, NON FUNZIONANO ASSOLUTAMENTE OGGI in cui c’è stagnazione e crisi. Eppure CGILCISLUIL continuano ad accettarli, anzi a rivendicarli.
Il secondo obiettivo dello sciopero era altrettanto sacrosanto: più salario. Ma che vuol dire in concreto? Perché le imprese, con le quali si sono firmati contratti scadenti con aumenti salariali ridicoli, non vengono chiamate in causa? Perché non si chiede un salario minimo, magari più alto di quello proposto dai cinquestelle, per far salire tutto l’edificio delle retribuzioni? Al contrario invece si contrasta quella legge per “lesa maestà” dei tavoli contrattuali, ai quali per altro solo chi firma i contratti può sedere.
In realtà CGILCISLUIL chiedono l’aumento dei salari esclusivamente con gli sgravi fiscali: meno tasse sulla busta paga. Richiesta parziale e sbagliata perché lascia fuori le imprese, i cui rappresentanti oggi lamentano che l’introduzione del reddito di cittadinanza, 531 euro mensili medi, abbia ridotto la disponibilità dei lavoratori ad accettare paghe di fame.
Ma anche se si pensasse davvero a far crescere le paghe solo con il fisco, bisognerebbe chiarire due cose. Che la riduzione delle tasse non dovrebbe comportare riduzioni dei servizi pubblici, che anzi dovrebbero tornare a crescere. E che dovrebbero finire tutti gli sconti fiscali e contributivi alle imprese. Invece CGILCISLUIL continuano a fare accordi dove agevolano pensioni e sanità privata e a tagliare i contributi previdenziali sul salario flessibile, insomma a regalare agevolazioni al privato e alle imprese, sotto la copertura di finti guadagni per i lavoratori.
E poi si può rivendicare la centralità del lavoro senza dire nulla sulla precarietà, sul jobsact, sulla distruzione programmata dei diritti del lavoro?
Si può rivendicare una soluzione per le crisi che non affronti i vincoli dell’austerità europea e dei trattati? Cosa vuol dire allora cambiare politica economica?
Il solo messaggio chiaro dello sciopero è la generosa combattività dei lavoratori tradotta dai gruppi dirigenti confederali in: devono ascoltarci! Giusto, ma essi cosa dicono? Nulla.
Lo sciopero del 14 giugno si è svolto senza piattaforma e anche senza controparte. E questo non solo perché CGILCISLUIL sono schierate con le imprese, ma anche perché non possono schierarsi davvero contro il governo.
Non possono farlo perché la maggioranza degli operai al Nord sta con Salvini ed al sud sta con Di Maio e solo forti rigore e coerenza nelle rivendicazioni potrebbero portare il mondo del lavoro a non fare sconti a questo governo. Ma come fanno CGILCISLUIL, che hanno concesso tutti gli sconti possibili a Monti, Renzi e Confindustria, ad essere coerenti oggi? Non possono ed infatti chiamano i lavoratori alla lotta senza chiedere davvero e senza individuare nemici davvero.
Questo abbiamo il dovere di dire a chi nelle condizioni difficili attuali ha il coraggio di lottare: non fatevi portare in giro nel nulla, PRETENDETE UNA PIATTAFORMA e pretendete di deciderla VOI.
Fonte
14/06/2019
Metalmeccanici - Uno sciopero “a perdere”
Oggi, venerdì 14 Giugno CGIL, CISL e UIL hanno proclamato lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, l’ultima di una serie d’iniziative sindacali tutte interne al tentativo da parte della triplice Sindacale di riprendersi uno spazio politico nell’interlocuzione con il governo gialloverde.
In questo quadro l’elezione di Landini a segretario CGIL è servita appunto a dare una ripulita a quel vero e proprio patto neocorporativo stretto con Confindustria, come testimoniano le firme di Cgil Cisl Uil sul Patto per la Fabbrica e sul Patto per la Sicurezza sui posti di lavoro, oltre alle manifestazioni condivise a favore delle infrastrutture, inclusa la presa di posizione a favore della TAV, ed infine l’aperto sostegno all’UE resosi concreto nell’appello comune con la Confindustria alla partecipazione alle elezioni europee.
Passaggi politici significativi, che al netto della retorica di circostanza rivelano la condivisione delle scelte di politica economica tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL, nel medio e lungo periodo.
Ipocritamente lo sciopero dei metalmeccanici di oggi chiede l’aumento dei salari. Eppure tutti sanno che il crollo del 4,3% dei salari negli ultimi 7 anni, certificato dall’Istat, è il risultato diretto degli accordi sindacali sottoscritti con Confindustria. Basta prendere in esame l’ultimo CCNL dei metalmeccanici, che ha introdotto il salario in buoni spesa, che ha consentito la riassorbibilità degli aumenti, per di più sterilizzandoli dall’inflazione reale grazie al coefficiente di ricalcolo IPCA, come pure gli accordi sul Welfare aziendale che arricchiscono i padroni e i gestori di fondi privati e tolgono risorse al Servizio sanitario Nazionale. Tutti soldi tolti al salario reale, mentre le imprese oltre al blocco dei salari hanno incassato sgravi fiscali e super ammortamenti per l’innovazione tecnologica legata ai piani "industria 4.0".
Altrettanto scandaloso è l’attacco che di nuovo CGIL, CISL, UIL insieme a Confindustria fanno alla proposta di legge sul salario minimo con la richiesta di minimi tabellari orari da 9 € – la proposta USB parla di 10 – quando la media dei migliori contratti nazionali è di 7,5 €. In un paese dove il padronato ha reso i lavoratori sempre più poveri e sottopagati, l’introduzione del salario minimo tabellare si potrebbe tradurre in un aumento secco per tutti i lavoratori. Non solo mettendo un’ipoteca sul dumping contrattuale che vede minimi anche di 3€, ma stabilendo una soglia minima da cui far partire la contrattazione nazionale e di secondo livello.
Tra gli slogan dello sciopero del 14 giugno c’è la difesa del potere contrattuale, ma se la condizione dei lavoratori nelle aziende è peggiorata, in termini di diritti, di agibilità sindacale, di potere contrattuale è anche a causa del monopolio sulla rappresentanza blindato dagli accordi interconfederali, o dei contratti come quello in FCA, che impediscono ai lavoratori di scegliere le proprie RSU/RLS e riconoscono solo le organizzazioni sindacali che firmano contratti a qualunque prezzo, possibilmente sottocosto.
Sicuramente c’è bisogno di sindacato, c’è la necessità di lottare contro le politiche di rapina dell’UE, contro l’arroganza di Confindustria, di farsi organizzazione contro la criminalità mafiosa sempre più presente nei settori nevralgici come la logistica. C’è bisogno di dare una risposta di lotta a questo governo che criminalizza lotte e sfruttati, che non vuole smantellare la Fornero, che non introduce un reale sostegno al reddito, alle pensioni e ai disoccupati.
In un comunicato dedicato allo sciopero di oggi, l’Usb sottolinea come lo sciopero “lo abbiamo fatto con lo sciopero del 12 aprile dell’industria, della logistica e del commercio, con cui abbiamo scelto di rispondere con la mobilitazione al divieto arbitrario della Commissione di (non) Garanzia sul diritto di sciopero. Siamo scesi di un nuovo in sciopero con il pubblico impiego il 10 maggio, il 2 giugno Reggio Calabria nel ricordo di Sumaila Sacko, il 6 Giugno a Foggia con i braccianti migranti e non, e ancora il 3 giugno con lo sciopero del terzo settore. Lo facciamo ogni giorno sfidando lo status quo che difende l’ingiustizia e l’arbitrio che colpisce uomini e donne con vecchie e sempre più infami forme di sfruttamento, con licenziamenti di massa e ora con i licenziamenti politici, come nel caso del nostro delegato della Klevers di Arzano e della nostra RSU di Publiacque a Firenze. Per queste ragioni il 14 Giugno le bandiere dell’USB, i nostri militanti non sfileranno sotto i palchi di Landini, della Furlan, di Barbagallo, orgogliosi della nostra indipendenza di classe”.
Fonte
In questo quadro l’elezione di Landini a segretario CGIL è servita appunto a dare una ripulita a quel vero e proprio patto neocorporativo stretto con Confindustria, come testimoniano le firme di Cgil Cisl Uil sul Patto per la Fabbrica e sul Patto per la Sicurezza sui posti di lavoro, oltre alle manifestazioni condivise a favore delle infrastrutture, inclusa la presa di posizione a favore della TAV, ed infine l’aperto sostegno all’UE resosi concreto nell’appello comune con la Confindustria alla partecipazione alle elezioni europee.
Passaggi politici significativi, che al netto della retorica di circostanza rivelano la condivisione delle scelte di politica economica tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL, nel medio e lungo periodo.
Ipocritamente lo sciopero dei metalmeccanici di oggi chiede l’aumento dei salari. Eppure tutti sanno che il crollo del 4,3% dei salari negli ultimi 7 anni, certificato dall’Istat, è il risultato diretto degli accordi sindacali sottoscritti con Confindustria. Basta prendere in esame l’ultimo CCNL dei metalmeccanici, che ha introdotto il salario in buoni spesa, che ha consentito la riassorbibilità degli aumenti, per di più sterilizzandoli dall’inflazione reale grazie al coefficiente di ricalcolo IPCA, come pure gli accordi sul Welfare aziendale che arricchiscono i padroni e i gestori di fondi privati e tolgono risorse al Servizio sanitario Nazionale. Tutti soldi tolti al salario reale, mentre le imprese oltre al blocco dei salari hanno incassato sgravi fiscali e super ammortamenti per l’innovazione tecnologica legata ai piani "industria 4.0".
Altrettanto scandaloso è l’attacco che di nuovo CGIL, CISL, UIL insieme a Confindustria fanno alla proposta di legge sul salario minimo con la richiesta di minimi tabellari orari da 9 € – la proposta USB parla di 10 – quando la media dei migliori contratti nazionali è di 7,5 €. In un paese dove il padronato ha reso i lavoratori sempre più poveri e sottopagati, l’introduzione del salario minimo tabellare si potrebbe tradurre in un aumento secco per tutti i lavoratori. Non solo mettendo un’ipoteca sul dumping contrattuale che vede minimi anche di 3€, ma stabilendo una soglia minima da cui far partire la contrattazione nazionale e di secondo livello.
Tra gli slogan dello sciopero del 14 giugno c’è la difesa del potere contrattuale, ma se la condizione dei lavoratori nelle aziende è peggiorata, in termini di diritti, di agibilità sindacale, di potere contrattuale è anche a causa del monopolio sulla rappresentanza blindato dagli accordi interconfederali, o dei contratti come quello in FCA, che impediscono ai lavoratori di scegliere le proprie RSU/RLS e riconoscono solo le organizzazioni sindacali che firmano contratti a qualunque prezzo, possibilmente sottocosto.
Sicuramente c’è bisogno di sindacato, c’è la necessità di lottare contro le politiche di rapina dell’UE, contro l’arroganza di Confindustria, di farsi organizzazione contro la criminalità mafiosa sempre più presente nei settori nevralgici come la logistica. C’è bisogno di dare una risposta di lotta a questo governo che criminalizza lotte e sfruttati, che non vuole smantellare la Fornero, che non introduce un reale sostegno al reddito, alle pensioni e ai disoccupati.
In un comunicato dedicato allo sciopero di oggi, l’Usb sottolinea come lo sciopero “lo abbiamo fatto con lo sciopero del 12 aprile dell’industria, della logistica e del commercio, con cui abbiamo scelto di rispondere con la mobilitazione al divieto arbitrario della Commissione di (non) Garanzia sul diritto di sciopero. Siamo scesi di un nuovo in sciopero con il pubblico impiego il 10 maggio, il 2 giugno Reggio Calabria nel ricordo di Sumaila Sacko, il 6 Giugno a Foggia con i braccianti migranti e non, e ancora il 3 giugno con lo sciopero del terzo settore. Lo facciamo ogni giorno sfidando lo status quo che difende l’ingiustizia e l’arbitrio che colpisce uomini e donne con vecchie e sempre più infami forme di sfruttamento, con licenziamenti di massa e ora con i licenziamenti politici, come nel caso del nostro delegato della Klevers di Arzano e della nostra RSU di Publiacque a Firenze. Per queste ragioni il 14 Giugno le bandiere dell’USB, i nostri militanti non sfileranno sotto i palchi di Landini, della Furlan, di Barbagallo, orgogliosi della nostra indipendenza di classe”.
Fonte
16/07/2018
Contratto nazionale metalmeccanici: aumenti ridicoli e solo virtuali
Molte grandi aziende, anche con elevati volumi produttivi e grandi profitti, in questi giorni hanno assorbito gli incrementi ridicoli contrattati da Fim-Fiom-Uilm e Ugl con Federmeccanica.
Ciò è reso possibile dallo scandaloso contratto nazionale sottoscritto sempre da Fim-Fiom-Uilm che per la prima volta nella storia dei metalmeccanici concede alle aziende la possibilità di assorbire gli aumenti del contratto nazionale nei superminimi individuali.
Le enormi risorse tolte al CCNL e quindi alla disponibilità di tutti verranno utilizzate dalle aziende per premiare e punire secondo criteri insindacabili e discriminatori.
Le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di CGIL CISL UIL hanno regalato alle aziende il blocco salariale, concedendo loro una libertà assoluta sui salari e sui rapporti in azienda.
Bloccano i salari ma crescono i fondi per gli enti bilaterali e le trattenute sindacali.
Per ironia della sorte, l’incremento dei minimi tabellari avrà come riflesso l’aumento della trattenuta sindacale per gli iscritti di questi sindacati che non portano un centesimo ai lavoratori, mentre trovano conferma i fondi destinati agli enti bilaterali condivisi tra Federmeccanica, Fim, Fiom, Uilm e Ugl.
A due anni di distanza il salario in natura (Welfare) e la previdenza integrativa si sono dimostrati un affare solo per le aziende e per le piattaforme e-commerce. I lavoratori vogliono salari reali, che pesino su contributi e TFR ed un sistema sanitario e previdenziale pubblico che funzioni.
USB non ha sottoscritto questo vergognoso contratto nazionale dei metalmeccanici ed è impegnata in tutte le aziende in cui è presente per contrastare l’applicazione delle parti più negative a partire da:
- fine del riassorbimento degli aumenti;
- aumenti salariali reali e in busta paga;
- l’eliminazione del Jobs Act.
TORNARE A LOTTARE PER UN FUTURO DI DIGNITÀ
Il CCNL scadrà nel 2019, dobbiamo costruire sin da ora le condizioni per un rinnovo che riconquisti aumenti di salario reali e diritti contro la precarietà e lo sfruttamento.
Fonte
Ciò è reso possibile dallo scandaloso contratto nazionale sottoscritto sempre da Fim-Fiom-Uilm che per la prima volta nella storia dei metalmeccanici concede alle aziende la possibilità di assorbire gli aumenti del contratto nazionale nei superminimi individuali.
Le enormi risorse tolte al CCNL e quindi alla disponibilità di tutti verranno utilizzate dalle aziende per premiare e punire secondo criteri insindacabili e discriminatori.
Le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di CGIL CISL UIL hanno regalato alle aziende il blocco salariale, concedendo loro una libertà assoluta sui salari e sui rapporti in azienda.
Bloccano i salari ma crescono i fondi per gli enti bilaterali e le trattenute sindacali.
Per ironia della sorte, l’incremento dei minimi tabellari avrà come riflesso l’aumento della trattenuta sindacale per gli iscritti di questi sindacati che non portano un centesimo ai lavoratori, mentre trovano conferma i fondi destinati agli enti bilaterali condivisi tra Federmeccanica, Fim, Fiom, Uilm e Ugl.
A due anni di distanza il salario in natura (Welfare) e la previdenza integrativa si sono dimostrati un affare solo per le aziende e per le piattaforme e-commerce. I lavoratori vogliono salari reali, che pesino su contributi e TFR ed un sistema sanitario e previdenziale pubblico che funzioni.
USB non ha sottoscritto questo vergognoso contratto nazionale dei metalmeccanici ed è impegnata in tutte le aziende in cui è presente per contrastare l’applicazione delle parti più negative a partire da:
- fine del riassorbimento degli aumenti;
- aumenti salariali reali e in busta paga;
- l’eliminazione del Jobs Act.
TORNARE A LOTTARE PER UN FUTURO DI DIGNITÀ
Il CCNL scadrà nel 2019, dobbiamo costruire sin da ora le condizioni per un rinnovo che riconquisti aumenti di salario reali e diritti contro la precarietà e lo sfruttamento.
Fonte
03/12/2017
La rivolta dei “lavoratori mentali” alla GD mette in crisi l’ideologia di padroni e sindacati complici.
Quanto avvenuto recentemente alla Gd-Coesia di Bologna, è un esempio significativo e una conferma di molte delle cose che andiamo segnalando da tempo sul nostro giornale.
Un lungo articolo del 1 dicembre su Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, continua a interrogarsi e cercare di capire come sia stato possibile che l’Usb sia esplosa nei consensi tra i lavoratori in una fabbrica a tecnologia avanzata (quelle 4.0 come si dice oggi), pacificata sindacalmente (le ore di sciopero erano crollate negli anni), con una regolazione contrattuale sostanzialmente decente e pienamente inserita nel quadrante produttivo “europeo” del nostro paese (l’Emilia-Romagna).
Su questa vicenda vengono a coincidere alcuni elementi importanti sul piano sindacale, politico e se volete anche strategico:
1) Il voto per vendetta dei lavoratori metalmeccanici verso una Fiom ritenuta ormai parte del sistema – e del problema – e non della soluzione delle loro esigenze nel rapporto di forza con la controparte padronale. Un voto che si è replicato in molte altre fabbriche metalmeccaniche;
2) Il sindacalismo conflittuale sta penetrando nelle fabbriche, anche in quelle tecnologicamente avanzate dove la conflittualità era stata ridotta ai minimi termini sia dalla complicità sindacale di Cgil Cisl Uil sia dai margini di distribuzione che vengono dal fatto che sono industrie “che tirano” e non in crisi;
3) In questo caso – la GD Coesia – a operare la rottura con questo scenario di pacificazione aziendale, non sono i settori salariati meno qualificati ma quelli ad alta competenza, più simili ai tecnici che agli operai di catena.
Se i primi due punti attengono alla dimensione del conflitto sociale e alle sue manifestazioni reali oggi (in cui spesso si esprime disagio con il voto più che con la lotta), l’ultimo punto offre materia di enorme interesse per l’analisi sviluppata nel recente libro di Guglielmo Carchedi su lavoro mentale e classe operaia.
Avviene infatti che a mandare a quel paese il padrone e i sindacati complici, siano soprattutto quei “lavoratori mentali” che dispongono di conoscenze avanzate del processo produttivo, quelli che in alcuni casi “ne sanno più del padrone”.
Quando quest’ultimo tira troppo la corda cercando di introdurre nella gestione dell’orario di lavoro meccanismi di controllo “intrusivi” (affidandosi spesso ad algoritmi), questi lavoratori reagiscono e si mettono di traverso, anche se il loro salario magari è più alto, se ci sono buoni premi di produzione e si lavora in una azienda che tira, che ha mercato e non è in crisi.
In sostanza alla GD di Bologna, è stato ostacolato – vedremo se si riuscirà a metterlo in crisi – quel modello di concertazione sindacato-azienda di tipo tedesco al quale la Fiom bolognese guarda da tempo. Ma il fatto che questa rottura dell’incantesimo sia avvenuta in una industria a tecnologia avanzata, indica una contraddizione interessante sul “lavoro mentale” dentro le condizioni del lavoro salariato oggi. Una contraddizione che l’elaborazione di Mino Carchedi e dei compagni della Rete dei Comunisti ha cercato di cogliere e socializzare con le molte iniziative fatte in giro per l’Italia nelle settimane scorse.
Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore del 1 dicembre
Ilaria Visentini
È un contratto integrativo “disruptive” sotto tutti i punti di vista, quello firmato a Bologna due mesi fa dal gruppo GD-Coesia, il leader mondiale nelle macchine per il packaging di sigarette (1,6 miliardi di euro di fatturato, 98% export, e 6.800 collaboratori nel mondo di cui 1.850 nella casamadre): non solo ha costruito l’impalcatura più all’avanguardia nella meccanica italiana con cui smontare gradualmente i vecchi accordi e introdurre innovazione 4.0 anche sul fronte contrattuale; ma ha letteralmente spaccato in due i lavoratori (il referendum è passato con appena 27 voti di scarto) portando per la prima volta i delegati indipendenti e radicali dell’Usb (Unione sindacale di base) in maggioranza nella Rsu, dopo mezzo secolo di dominio Fiom.
A conferma che il cambiamento fa sempre paura e muove gli istinti primordiali di difesa, anche se nella packaging & motor valley emiliana il motivo del contendere non sono certo algoritmi messi al controllo delle prestazioni umane – sempre bloccati ex ante da accordi sindacali preventivi a ogni nuova installazione di software digitali – ma l’introduzione di un’estrema flessibilità di orari a discrezione del singolo e della squadra di lavoro, di una responsabilizzazione del lavoratore sul risultato e di formale riconoscimento del merito attraverso premi individuali che si sommano a quelli collettivi.
Tra innovazione e punti di rottura
E si parla di realtà come Gd Coesia – ma anche Ima, Bonfiglioli, Scm, le altre multinazionali della via Emilia che già hanno firmato clausole esplicite sul tema 4.0 – che sono da sempre molti gradini sopra la media di mercato per ricchezza delle retribuzioni, strumenti di welfare e diritti riconosciuti alle maestranze. Come racconta l’ultimo accordo passato sul filo di lana di GD-Cosia che a regime aumenta del 25% l’attuale premio di risultato e lo estende a tutta la popolazione aziendale (contratti a termine e somministrati compresi) integrando e potenziando tutti gli istituti di welfare e di formazione rispetto al Ccnl. E fin qui tutti d’accordo. Le divisioni iniziano quando si parla di moltiplicatore che parametra le performance individuali, e quindi il merito del singolo, e di libertà di entrata e uscita per 7° livelli e quadri con l’unico vincolo delle 40 ore settimanali, dal lunedì al sabato. «Un progetto pilota su base volontaria e reversibile che sarà monitorato per 6-8 mesi da un’apposita commissione mista e che risponde alle istanze che ci arrivano dai giovani profili qualificati, attirati dai grandi big dell’hi-tech, dove possono lavorare su progetti senza gerarchie né orari», spiega il direttore Risorse umane, Claudio Colombi.
I sindacati: il superamento del concetto di orario aumenta la responsabilità
«Continuiamo a rivendicare il salario strutturale, perché la conseguenza della fabbrica 4.0 e dell’interfaccia uomo-macchina è la tendenza a zero del tempo che non produce profitto. Badge, palmari, software da remoto permettono di controllare il dipendente in ogni movimento e anche se non vengono usati per fini disciplinari annullano la privacy. E il superamento del concetto di orario di lavoro sposta sul lavoratore tutta la responsabilità del risultato. La flessibilità diventa una gabbia dove spariscono gli straordinari per i sabati lavorati o i permessi per visite mediche. È in atto una proletarizzazione del lavoro, anche nelle fasce alte, e la nostra vittoria sindacale lo testimonia», ribatte Sergio Bellavita, segretario esecutivo nazionale Usb, che oggi esprime 16 dei 36 delegati in GD Coesia.
Usb che ha dalla sua parte la quasi totalità dei 350 montatori trasfertisti del gruppo, tecnici di alta competenza che girano il mondo a installare impianti super-complessi «contrari a un premio individuale lasciato alla discrezionalità dei preposti, che misura la quantità di trasferte fatte, rendendoli di fatto cottimisti, senza tener conto di età, salute, carichi familiari», spiega l’Usb.
Se la digitalizzazione cambia (anche) la rappresentanza
La digitalizzazione di fabbrica e lavoro, sommata a recessione e globalizzazione, sta smantellando non solo la contrattazione ma anche il modello di rappresentanza. I sindacati confederali dal 2010 a oggi sono passati da organi di lotta a partner di governo nelle imprese della via Emilia e siedono nei comitati interaziendali, monitorando e discutendo le strategie innovative, in un modello di cogestione alla tedesca. Modello che non piace all’Usb ma che, ad esempio, in GD ha ridotto dall’8,2% al 6,4% l’assenteismo, quasi azzerato gli scioperi (198 ore dal 2010 contro 21.500 ore tra 2007 e 2010) e permesso di re-internalizzare l’officina con uno scambio tra investimenti e occupazione, da un lato, e lavoro notturno e nei sabati, dall’altro. Non a caso Fiom Emilia-Romagna, guidata da Bruno Papignani, sta tessendo da quattro anni un confronto costante con i cugini di IG Metall (prossimo incontro in gennaio), favorito dall’esperienza in gruppi tedeschi come Ducati e Lamborghini. Dove un sistema informatizzato quale il Mes (Manufacturing Execution System) è sinonimo di tracciabilità totale del prodotto e non della persona e la tecnologia (bracciali, monitor, palmari) è strumento addosso al lavoratore per aiutarlo a ridurre l’errore e a garantire manufatti eccellenti.
«La nostra industria guadagna posizioni nel mondo per la qualità dei suoi prodotti e la capacità di dare risposte personalizzate. Industria 4.0 significa perciò non intelligenza artificiale, ma intelligenza aumentata che si basa su competenze individuali e collettive da negoziare, partecipare e condividere con le persone e le rappresentanze», afferma Patrizio Bianchi, assessore regionale al Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo. E se l’Emilia-Romagna sta facendo da benchmark virtuoso nel Paese, ricorda Bianchi, è grazie al Patto per il lavoro che dal luglio 2015 ha creato un gioco di squadra tra forze sociali ed economiche dove al centro è il diritto per tutti a una buona occupazione non un algoritmo.
Fonte
Un lungo articolo del 1 dicembre su Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, continua a interrogarsi e cercare di capire come sia stato possibile che l’Usb sia esplosa nei consensi tra i lavoratori in una fabbrica a tecnologia avanzata (quelle 4.0 come si dice oggi), pacificata sindacalmente (le ore di sciopero erano crollate negli anni), con una regolazione contrattuale sostanzialmente decente e pienamente inserita nel quadrante produttivo “europeo” del nostro paese (l’Emilia-Romagna).
Su questa vicenda vengono a coincidere alcuni elementi importanti sul piano sindacale, politico e se volete anche strategico:
1) Il voto per vendetta dei lavoratori metalmeccanici verso una Fiom ritenuta ormai parte del sistema – e del problema – e non della soluzione delle loro esigenze nel rapporto di forza con la controparte padronale. Un voto che si è replicato in molte altre fabbriche metalmeccaniche;
2) Il sindacalismo conflittuale sta penetrando nelle fabbriche, anche in quelle tecnologicamente avanzate dove la conflittualità era stata ridotta ai minimi termini sia dalla complicità sindacale di Cgil Cisl Uil sia dai margini di distribuzione che vengono dal fatto che sono industrie “che tirano” e non in crisi;
3) In questo caso – la GD Coesia – a operare la rottura con questo scenario di pacificazione aziendale, non sono i settori salariati meno qualificati ma quelli ad alta competenza, più simili ai tecnici che agli operai di catena.
Se i primi due punti attengono alla dimensione del conflitto sociale e alle sue manifestazioni reali oggi (in cui spesso si esprime disagio con il voto più che con la lotta), l’ultimo punto offre materia di enorme interesse per l’analisi sviluppata nel recente libro di Guglielmo Carchedi su lavoro mentale e classe operaia.
Avviene infatti che a mandare a quel paese il padrone e i sindacati complici, siano soprattutto quei “lavoratori mentali” che dispongono di conoscenze avanzate del processo produttivo, quelli che in alcuni casi “ne sanno più del padrone”.
Quando quest’ultimo tira troppo la corda cercando di introdurre nella gestione dell’orario di lavoro meccanismi di controllo “intrusivi” (affidandosi spesso ad algoritmi), questi lavoratori reagiscono e si mettono di traverso, anche se il loro salario magari è più alto, se ci sono buoni premi di produzione e si lavora in una azienda che tira, che ha mercato e non è in crisi.
In sostanza alla GD di Bologna, è stato ostacolato – vedremo se si riuscirà a metterlo in crisi – quel modello di concertazione sindacato-azienda di tipo tedesco al quale la Fiom bolognese guarda da tempo. Ma il fatto che questa rottura dell’incantesimo sia avvenuta in una industria a tecnologia avanzata, indica una contraddizione interessante sul “lavoro mentale” dentro le condizioni del lavoro salariato oggi. Una contraddizione che l’elaborazione di Mino Carchedi e dei compagni della Rete dei Comunisti ha cercato di cogliere e socializzare con le molte iniziative fatte in giro per l’Italia nelle settimane scorse.
Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore del 1 dicembre
L’hi-tech rivoluziona anche i contratti di lavoro
Ilaria Visentini
È un contratto integrativo “disruptive” sotto tutti i punti di vista, quello firmato a Bologna due mesi fa dal gruppo GD-Coesia, il leader mondiale nelle macchine per il packaging di sigarette (1,6 miliardi di euro di fatturato, 98% export, e 6.800 collaboratori nel mondo di cui 1.850 nella casamadre): non solo ha costruito l’impalcatura più all’avanguardia nella meccanica italiana con cui smontare gradualmente i vecchi accordi e introdurre innovazione 4.0 anche sul fronte contrattuale; ma ha letteralmente spaccato in due i lavoratori (il referendum è passato con appena 27 voti di scarto) portando per la prima volta i delegati indipendenti e radicali dell’Usb (Unione sindacale di base) in maggioranza nella Rsu, dopo mezzo secolo di dominio Fiom.
A conferma che il cambiamento fa sempre paura e muove gli istinti primordiali di difesa, anche se nella packaging & motor valley emiliana il motivo del contendere non sono certo algoritmi messi al controllo delle prestazioni umane – sempre bloccati ex ante da accordi sindacali preventivi a ogni nuova installazione di software digitali – ma l’introduzione di un’estrema flessibilità di orari a discrezione del singolo e della squadra di lavoro, di una responsabilizzazione del lavoratore sul risultato e di formale riconoscimento del merito attraverso premi individuali che si sommano a quelli collettivi.
Tra innovazione e punti di rottura
E si parla di realtà come Gd Coesia – ma anche Ima, Bonfiglioli, Scm, le altre multinazionali della via Emilia che già hanno firmato clausole esplicite sul tema 4.0 – che sono da sempre molti gradini sopra la media di mercato per ricchezza delle retribuzioni, strumenti di welfare e diritti riconosciuti alle maestranze. Come racconta l’ultimo accordo passato sul filo di lana di GD-Cosia che a regime aumenta del 25% l’attuale premio di risultato e lo estende a tutta la popolazione aziendale (contratti a termine e somministrati compresi) integrando e potenziando tutti gli istituti di welfare e di formazione rispetto al Ccnl. E fin qui tutti d’accordo. Le divisioni iniziano quando si parla di moltiplicatore che parametra le performance individuali, e quindi il merito del singolo, e di libertà di entrata e uscita per 7° livelli e quadri con l’unico vincolo delle 40 ore settimanali, dal lunedì al sabato. «Un progetto pilota su base volontaria e reversibile che sarà monitorato per 6-8 mesi da un’apposita commissione mista e che risponde alle istanze che ci arrivano dai giovani profili qualificati, attirati dai grandi big dell’hi-tech, dove possono lavorare su progetti senza gerarchie né orari», spiega il direttore Risorse umane, Claudio Colombi.
I sindacati: il superamento del concetto di orario aumenta la responsabilità
«Continuiamo a rivendicare il salario strutturale, perché la conseguenza della fabbrica 4.0 e dell’interfaccia uomo-macchina è la tendenza a zero del tempo che non produce profitto. Badge, palmari, software da remoto permettono di controllare il dipendente in ogni movimento e anche se non vengono usati per fini disciplinari annullano la privacy. E il superamento del concetto di orario di lavoro sposta sul lavoratore tutta la responsabilità del risultato. La flessibilità diventa una gabbia dove spariscono gli straordinari per i sabati lavorati o i permessi per visite mediche. È in atto una proletarizzazione del lavoro, anche nelle fasce alte, e la nostra vittoria sindacale lo testimonia», ribatte Sergio Bellavita, segretario esecutivo nazionale Usb, che oggi esprime 16 dei 36 delegati in GD Coesia.
Usb che ha dalla sua parte la quasi totalità dei 350 montatori trasfertisti del gruppo, tecnici di alta competenza che girano il mondo a installare impianti super-complessi «contrari a un premio individuale lasciato alla discrezionalità dei preposti, che misura la quantità di trasferte fatte, rendendoli di fatto cottimisti, senza tener conto di età, salute, carichi familiari», spiega l’Usb.
Se la digitalizzazione cambia (anche) la rappresentanza
La digitalizzazione di fabbrica e lavoro, sommata a recessione e globalizzazione, sta smantellando non solo la contrattazione ma anche il modello di rappresentanza. I sindacati confederali dal 2010 a oggi sono passati da organi di lotta a partner di governo nelle imprese della via Emilia e siedono nei comitati interaziendali, monitorando e discutendo le strategie innovative, in un modello di cogestione alla tedesca. Modello che non piace all’Usb ma che, ad esempio, in GD ha ridotto dall’8,2% al 6,4% l’assenteismo, quasi azzerato gli scioperi (198 ore dal 2010 contro 21.500 ore tra 2007 e 2010) e permesso di re-internalizzare l’officina con uno scambio tra investimenti e occupazione, da un lato, e lavoro notturno e nei sabati, dall’altro. Non a caso Fiom Emilia-Romagna, guidata da Bruno Papignani, sta tessendo da quattro anni un confronto costante con i cugini di IG Metall (prossimo incontro in gennaio), favorito dall’esperienza in gruppi tedeschi come Ducati e Lamborghini. Dove un sistema informatizzato quale il Mes (Manufacturing Execution System) è sinonimo di tracciabilità totale del prodotto e non della persona e la tecnologia (bracciali, monitor, palmari) è strumento addosso al lavoratore per aiutarlo a ridurre l’errore e a garantire manufatti eccellenti.
«La nostra industria guadagna posizioni nel mondo per la qualità dei suoi prodotti e la capacità di dare risposte personalizzate. Industria 4.0 significa perciò non intelligenza artificiale, ma intelligenza aumentata che si basa su competenze individuali e collettive da negoziare, partecipare e condividere con le persone e le rappresentanze», afferma Patrizio Bianchi, assessore regionale al Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo. E se l’Emilia-Romagna sta facendo da benchmark virtuoso nel Paese, ricorda Bianchi, è grazie al Patto per il lavoro che dal luglio 2015 ha creato un gioco di squadra tra forze sociali ed economiche dove al centro è il diritto per tutti a una buona occupazione non un algoritmo.
Fonte
17/11/2017
Acciai Speciali di Terni. Proposta per una nuova fabbrica
A partire dal 2007, la produzione mondiale di acciaio sta subendo il più importante processo di ristrutturazione mai registrato fino ad ora, stravolgendo il comparto siderurgico europeo e quindi anche quello italiano. La sovrapproduzione mondiale, con la relativa importazione di semilavorati dalla Cina e dall’India nei paesi europei, che arriva a toccare quasi il 30% dell’acciaio consumato, ha abbassato la redditività dei produttori del vecchio continente che hanno messo in campo riorganizzazioni a tutto campo con una perdita stimata in 60.000 unità di addetti. Il tutti aggravato dalla miopia delle scelte degli ultimi governi italiani che stanno portando ad una desertificazione delle produzioni industriali.
L’accordo sottoscritto al Mise nel 2014 ha mostrato fin da subito i suoi limiti e pericoli: un riassetto di bilancio frutto soprattutto della fuoriuscita di più di 400 lavoratori e dei tagli netti al salario tramite l’annullamento dei premi di produzione e le fasce di merito. Il tutto aggravato dalla completa chiusura del reparto TITANIA contravvenendo allo stesso accordo.
L’assestamento produttivo su di un milione di tonnellate (di per sé insufficiente) non è stato mai raggiunto, tanto che i dati circa la produzione di fuso si attestano intorno alle 800 mila tonnellate, pari alla capacità produttiva di una linea a caldo.
L’intera area a caldo sembra abbandonata a se stessa e le condizioni attuali dello stabilimento fanno pensare ad un disimpegno, in prospettiva, nei confronti del cuore produttivo dell’azienda, mentre le dichiarazioni circa il futuro di SDF, gettano preoccupazioni riguardo la chiusura della produzione dei fucinati.
Il progetto di recupero delle scorie, che sconta continui rinvii e che costituisce requisito fondamentale per l’adempimento AIA, ancora non è stato portato a compimento, nonostante il lavoro della fantomatica commissione speciale e dei tanti proclami giornalistici.
Le ricadute dell’accordo hanno colpito anche le ditte appaltatrici che sono state lasciate allo sbando e per le quali i tagli hanno coinvolto direttamente i lavoratori, con riduzioni superiori al 30% dello stipendio.
Tutto questo ha portato a conseguenze fin da subito visibili e che come sindacato abbiamo sempre sottolineato fin dal nostro insediamento: un controllo totale della fabbrica, nella gestione del lavoro e della forza produttiva, completamente posta nelle mani dell’azienda, che sta provocando uno stato di repressione con la conseguente esasperazione del clima all’interno dei reparti.
Si assiste ad una politica di diminuzione dei tempi, che ha agito sulla catena di produzione e che mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori nonché la salubrità dei reparti e a politiche commerciali che fanno perdere importanti quote di mercato.
L’irrisolta obsolescenza dei macchinari, con la quasi mancanza di manutenzioni programmate, creano una condizione di scarsità qualitativa della produzione, con relativa perdita di quote di mercato italiano ed estero.
I lavoratori si trovano quindi sempre più soli di fronte all’azienda ed il sindacato pare abbia rinunciato al suo ruolo di difesa e di soggetto propulsivo per l’avanzamento della classe. Per questo, per tentare di contrastare questa deriva mettiamo in campo una serie di proposte per il rafforzamento del ruolo della RSU, che in questi anni si è vista relegare troppo spesso in un angolo, a causa di un coinvolgimento degli organismi dirigenti territoriali che di fatto ne hanno snaturato ed esautorato il ruolo. Per questo, avanziamo delle proposte che, se eletti nella RSU, vedranno il nostro massimo sforzo affinché vengano realizzate:
1) salvaguardia del ciclo continuo, dalla fusione fino ai reparti di verticalizzazione del sito, attraverso il rafforzamento della parte a caldo in tutta la sua interezza, investimenti finalizzati all’ammodernamento impiantistico. Anche per questo chiediamo l’immediata realizzazione dell’impianto trattamento scorie visto che nelle condizioni attuali la discarica potrebbe garantire solo 5 anni di produzione. L’implementazione della produzione di freddo con un nuovo laminatoi, poiché l’installazione della linea 6 non è sufficiente come più volte da noi dichiarato;
2) nuovo contratto di secondo livello: per il secondo anno consecutivo il bilancio chiude in positivo ed è ora quindi di ridiscutere di una nuova piattaforma integrativa che parta dalla redistribuzione dell’utile d’azienda per tutti i lavoratori, contro le politiche dei premi ad personam tanto cari all’azienda. Retribuzione dello straordinario su lavori programmati e non più a recupero;
3) rimessa in discussione totale dell’accordo del 2014 per quanto riguarda gli organici tecnologici oramai ridotti ai minimi termini, mettendo a rischio salute e sicurezza. Le difficoltà dei lavoratori nel fare le ferie sono inaccettabili e tutto si basa sui ritmi incessanti del ciclo produttivo;
4) nuova definizione dei ruoli e delle procedure circa l’organizzazione del lavoro, che cancelli il presupposto del Flexible Working;
5) rafforzamento e attualizzazione del ruolo degli RLS, in un contesto più ampio della sicurezza lavorativa che parta dalla catena di produzione fino alle POS ed alla salubrità dei reparti;
6) stabilizzazione dei lavoratori interinali con un massimo di rinnovi per un periodo di 24 mesi;
7) rafforzamento del ruolo della RSU e partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni della stessa.
Fonte
L’accordo sottoscritto al Mise nel 2014 ha mostrato fin da subito i suoi limiti e pericoli: un riassetto di bilancio frutto soprattutto della fuoriuscita di più di 400 lavoratori e dei tagli netti al salario tramite l’annullamento dei premi di produzione e le fasce di merito. Il tutto aggravato dalla completa chiusura del reparto TITANIA contravvenendo allo stesso accordo.
L’assestamento produttivo su di un milione di tonnellate (di per sé insufficiente) non è stato mai raggiunto, tanto che i dati circa la produzione di fuso si attestano intorno alle 800 mila tonnellate, pari alla capacità produttiva di una linea a caldo.
L’intera area a caldo sembra abbandonata a se stessa e le condizioni attuali dello stabilimento fanno pensare ad un disimpegno, in prospettiva, nei confronti del cuore produttivo dell’azienda, mentre le dichiarazioni circa il futuro di SDF, gettano preoccupazioni riguardo la chiusura della produzione dei fucinati.
Il progetto di recupero delle scorie, che sconta continui rinvii e che costituisce requisito fondamentale per l’adempimento AIA, ancora non è stato portato a compimento, nonostante il lavoro della fantomatica commissione speciale e dei tanti proclami giornalistici.
Le ricadute dell’accordo hanno colpito anche le ditte appaltatrici che sono state lasciate allo sbando e per le quali i tagli hanno coinvolto direttamente i lavoratori, con riduzioni superiori al 30% dello stipendio.
Tutto questo ha portato a conseguenze fin da subito visibili e che come sindacato abbiamo sempre sottolineato fin dal nostro insediamento: un controllo totale della fabbrica, nella gestione del lavoro e della forza produttiva, completamente posta nelle mani dell’azienda, che sta provocando uno stato di repressione con la conseguente esasperazione del clima all’interno dei reparti.
Si assiste ad una politica di diminuzione dei tempi, che ha agito sulla catena di produzione e che mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori nonché la salubrità dei reparti e a politiche commerciali che fanno perdere importanti quote di mercato.
L’irrisolta obsolescenza dei macchinari, con la quasi mancanza di manutenzioni programmate, creano una condizione di scarsità qualitativa della produzione, con relativa perdita di quote di mercato italiano ed estero.
I lavoratori si trovano quindi sempre più soli di fronte all’azienda ed il sindacato pare abbia rinunciato al suo ruolo di difesa e di soggetto propulsivo per l’avanzamento della classe. Per questo, per tentare di contrastare questa deriva mettiamo in campo una serie di proposte per il rafforzamento del ruolo della RSU, che in questi anni si è vista relegare troppo spesso in un angolo, a causa di un coinvolgimento degli organismi dirigenti territoriali che di fatto ne hanno snaturato ed esautorato il ruolo. Per questo, avanziamo delle proposte che, se eletti nella RSU, vedranno il nostro massimo sforzo affinché vengano realizzate:
1) salvaguardia del ciclo continuo, dalla fusione fino ai reparti di verticalizzazione del sito, attraverso il rafforzamento della parte a caldo in tutta la sua interezza, investimenti finalizzati all’ammodernamento impiantistico. Anche per questo chiediamo l’immediata realizzazione dell’impianto trattamento scorie visto che nelle condizioni attuali la discarica potrebbe garantire solo 5 anni di produzione. L’implementazione della produzione di freddo con un nuovo laminatoi, poiché l’installazione della linea 6 non è sufficiente come più volte da noi dichiarato;
2) nuovo contratto di secondo livello: per il secondo anno consecutivo il bilancio chiude in positivo ed è ora quindi di ridiscutere di una nuova piattaforma integrativa che parta dalla redistribuzione dell’utile d’azienda per tutti i lavoratori, contro le politiche dei premi ad personam tanto cari all’azienda. Retribuzione dello straordinario su lavori programmati e non più a recupero;
3) rimessa in discussione totale dell’accordo del 2014 per quanto riguarda gli organici tecnologici oramai ridotti ai minimi termini, mettendo a rischio salute e sicurezza. Le difficoltà dei lavoratori nel fare le ferie sono inaccettabili e tutto si basa sui ritmi incessanti del ciclo produttivo;
4) nuova definizione dei ruoli e delle procedure circa l’organizzazione del lavoro, che cancelli il presupposto del Flexible Working;
5) rafforzamento e attualizzazione del ruolo degli RLS, in un contesto più ampio della sicurezza lavorativa che parta dalla catena di produzione fino alle POS ed alla salubrità dei reparti;
6) stabilizzazione dei lavoratori interinali con un massimo di rinnovi per un periodo di 24 mesi;
7) rafforzamento del ruolo della RSU e partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni della stessa.
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