Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2021

La crisi di civiltà si palesa nei brevetti-merce

“Io penso che non sia assolutamente possibile identificare un settore produttivo della conoscenza separato dal resto di tutte le altre attività produttive e di erogazione dei servizi”.

Parte da questa affermazione Luciano Vasapollo nella sua analisi in materia dei brevetti, la cui caratteristica di intangibilità “permette di arrivare a tutte le sfere della vita dell’oggi dell’essere umano, in particolare le sfere della comunicazione e della conoscenza”.

I brevetti affondano le loro radici in “tutti i fattori, perfino quelli organizzativi ed istituzionali”, continua l’economista, che mette in risalto come il Capitalismo in questo frangente risulta sempre il vincitore.

Ciò avviene in quanto, “attraverso la brevettabilità, il Capitalismo internazionale determina la competizione internazionale fra settori, fra aziende, tra multinazionali e fra Paesi” creando in tal guisa una vera e propria “economia della conoscenza”.

Appare lampante questo processo “nei nuovi settori quali quelli della logistica, della nuova catena del valore, della distribuzione, delle piattaforme nelle quali si usa la telematica della conoscenza”.

Infatti il lavoro mentale è un nuovo strumento del controllo del capitale.

Vasapollo ci tiene a sottolineare che la dicitura “lavoro mentale” non è usata in alcun modo per discriminare in quanto “il cervello applicato al lavoro l’aveva anche mio padre, contadino e conciatore di pelli”. Non esiste “attività dell’uomo senza l’applicazione della conoscenza e dell’attività del cervello”.

Per “lavoro mentale” egli intende che “in questa nuova società la conoscenza diventa fattore produttivo e diventa quindi elemento decisivo anche per l’occupazione”.

“Quelle che una volta erano attività intellettuali super pagate, o meglio pagate, vengono ora messe nella catena del valore e della crescita economica a lungo termine”.

Il lavoratore può anche possedere tre lauree, ma “diventa, di fatto, un nuovo operaio, una nuova classe operaia”.

Questa tipologia di lavoratore “necessita ovviamente di conoscenza, di una forma di apprendimento e di formazione, che sia continua”. Una conoscenza però che “si trasforma in elemento centrale per il miglioramento della produttività del lavoro e della competitività” e non al servizio del sociale come dovrebbe.

“In una società basata sul modo di produzione capitalistico – ribadisce lo studioso – in cui prevale il cosiddetto capitale intangibile e immateriale quindi il capitale della comunicazione, dell’informazione, della conoscenza, la produttività totale dei fattori non viene più estratta soltanto dai fattori tradizionali, bensì dal cervello messo a produzione”.

Un fattore importante della nostra società, osserva l’economista, “consiste nel fatto che accelera la velocità della diffusione della conoscenza, attraverso la comunicazione, attraverso l’informazione, attraverso l’uso produttivo bestiale a fini solo di profitto dei brevetti. Diviene mera cultura d’impresa”.

La reazione a catena è inevitabile: “Questo contamina classi, contamina geografia produttiva, geografia del territorio, giungendo a un dominio globale che non si era mai avuto prima, in quanto non più limitato alla sola sfera della produzione”.

“Per questo quando io parlo di crisi sistemica del capitale dico che è anche una crisi di civiltà, perché i valori etici e morali sono imperniati e contaminati dalla teoria del valore”.

Questa è una trasformazione profonda che “avviene con il passaggio dalla Seconda alla Terza Rivoluzione industriale per la quale la conoscenza si applica non solo al processo produttivo, ma essa stessa diventa valore”.

A titolo di esempio Vasapollo porta il cellulare: “l’uso spropositato che facciamo del telefonino, se da una parte aumenta la velocità nell’applicazione dei progressi scientifici, dall’altra ci dà anche un senso forte di dipendenza dalla conoscenza altrui, una conoscenza che non è popolare, ma del capitale. Diventa così uno strumento di controllo incredibile sulla nostra vita”.

L’impatto delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione, della telematica è enorme: “rivoluzionano tutto il concetto di informazione, di diritti, di diritti d’autore, di diritti di cittadinanza, all’interno di un Paese e di una comunità”.

Un altro esempio è la fibra ottica, la quale “ha elevato enormemente la velocità di trasmissione dei dati, rendendo possibile le cosiddette ‘autostrade dell’informazione’ attraverso Paesi continenti e oceani”. Bisogna però chiedersi: “questi cambiamenti quale informazione veicolano? Quale comunicazione trasportano? Quali interessi di brevettabilità individuano?”

Si pensi al caso dei Coronavirus, con la battaglia sui brevetti e la corsa per i vaccini.

“Dicono che Cuba è più lenta – critica l’economista – ma Cuba non persegue il profitto bensì l’interesse collettivo e il benessere delle persone”.

Nella società capitalistica invece governano “i titoli speculativi in Borsa”.

E quindi bisogna sempre porsi la questione: “Quanti hanno già scommesso da mesi su quale sarà il vaccino più efficiente e quindi, che incremento di valore fittizio si daranno ai titoli di una determinata multinazionale? Si creerà alla fine una bolla speculativa che poi, ovviamente, scoppierà”.

Il Capitalismo misura da sempre il contenuto della sua ricchezza “a partire dal tempo di lavoro, e quindi tenta in ogni modo di conservarlo, per raggiungere l’accumulazione, l’auto-accrescimento”.

Lo studioso si sente chiamato in causa perché, come tutti i critici dell’economia, ha “la responsabilità di sviscerare le condizioni di come si diffondono la logica della brevettabilità e del diritto d’autore”.

Eppure, assicura, “noi non siamo contro i diritti d’autore, quando riconosce il giusto merito alla scientificità di una scoperta e all’autore. Noi – sottolinea – siamo contro l’uso commerciale del diritto d’autore e dei brevetti”.

Questo perché “se la conoscenza è frutto di un investimento sociale nella cultura, in apprendimento, in formazione, in ricerca, allora significa che la conoscenza e, quindi anche i brevetti, sono patrimonio intangibile dell’umanità”.

Il brevetto è dunque “un patrimonio collettivo e ha carattere sociale”.

Questo è il motivo per il quale “la conoscenza non può essere mercificata, non può essere una nuova forma di sfruttamento”.

Mentre così avviene: “un intellettuale, quindi un lavoro fortemente intellettuale, è nuova classe operaia. Questo perché è sottoposta a un nuovo modo di estorsione di plusvalore, al pari della catena di montaggio degli anni Cinquanta o degli anni Settanta. Quando si negozia, infatti si trattano sul mercato anche i brevetti, e dunque la conoscenza si vende come merce, diventa merce”.

Parlando in termini produttivi, “la conoscenza appare come un prodotto finale che si chiama brevetto. Sorge a questo punto però una contraddizione – continua Vasapollo – tra la trasformazione della conoscenza in valore e il valore della conoscenza come merce. C’è un ritardo nella teoria del valore lavoro marxista perché si deve trovare un modo per spiegare con più convinzione il significato della conoscenza nella creazione del valore nelle condizioni attuali”.

Infatti si deve illustrare in modo chiaro come, “dietro lo scambio di nuove tecnologie e di nuovi prodotti, di nuove conoscenze, ci sono uomini, ci sono relazioni economiche, ci sono relazioni sociali. E queste generano un insieme di diseguaglianze per via del dominio monopolistico, oligopolistico, etico, dei grandi centri di potere tra cui anche – e soprattutto – le multinazionali”.

Conclude lo studioso: “In questo scenario internazionale quindi l’economia della conoscenza genera un nuovo paradigma, un paradigma tecnico-economico e finanche di civiltà. Non è più possibile pensare alla conoscenza distaccata dal settore produttivo: le nuove conoscenze sono un fattore determinante per il vantaggio competitivo tra nazioni”.

Noi che aspiriamo a una pianificazione socialista sosteniamo la possibilità dei “vantaggi complementari” (in alternativa ai “vantaggi competitivi”) che trova le basi nella “cooperazione, nella solidarietà di complementarietà”.

L’appello mosso è risoluto e spera risolutivo: “I diritti della conoscenza sono patrimonio dell’umanità e per questo bisogna nazionalizzare immediatamente, specialmente in questa fase di pandemia, la conoscenza e far sì che i brevetti siano patrimonio collettivo gratuito. La nazionalizzazione significa – esplicita – che tutti i processi immateriali della conoscenza siano disponibili per la risoluzione dei bisogni delle persone e siano patrimonio di interesse sociale. Così come fanno a Cuba, in Venezuela, in Cina”.

Solo così “si potrà combattere meglio questa battaglia contro il Coronavirus”.

Fonte

20/05/2020

L’ipoteca dello smart working. Più subalterni ma con la convinzione del contrario

Con il lockdown durato per settimane c’è stato il boom del lavoro in smart working. Le stime parlano di circa 8 milioni di persone che hanno lavorato da casa o comunque da remoto. Lo rivela una indagine promossa dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio, secondo cui, prima dell’epidemia, erano circa 500mila le persone che lavoravano in questa modalità.

È evidente che questa trasformazione in un pezzo così rilevante del mondo del lavoro non potrà che avere conseguenze e, nonostante il gradimento espresso da molte lavoratrici e lavoratori, riteniamo che non saranno affatto tutte positive, al contrario.

Si sta palesando davanti a noi, in tutta evidenza, quel processo di sussunzione nel capitale di quel lavoro mentale che tende a caratterizzare la nuova fase del mondo in cui ci è toccato di vivere.

L’indagine è stata condotta attraverso un questionario online al quale hanno risposto 6.170 persone, di cui il 94% lavoratrici e lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Dall’analisi emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche quando l’emergenza sarà finita, mentre il 20% non vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità. I più propensi al lavoro agile sono gli uomini.

Nel 37% dei casi il lavoro a distanza è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro. Nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro; nel 27% dei casi in modo negoziato attraverso intervento del sindacato.

Il 69% di chi sta lavorando in smart working aveva già competenze informatiche mentre il 31% non ne era in possesso. Solo il 31% ha risposto di poter disporre di una stanza per sé per poter lavorare da casa in relativa tranquillità (per il telelavoro ad esempio è un requisito obbligatorio). Gli altri si sono dovuti arrangiare. Nella maggior parte dei casi gli spazi per lavorare sono stati ricavati (50%) oppure si è proceduto ad un “nomadismo domestico” (19%).
Nel lavoro da casa gli intervistati risultano prestare poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%) e al controllo a distanza (55%). Si presta invece abbastanza o molta attenzione al ricircolo d’aria (85%), alla tutela della privacy (73%), alla correttezza della postazione di lavoro (66%), alle pause di lavoro (54%).

Il fatto che 8 milioni di lavoratrici e lavoratori in questi mesi abbia assicurato la produzione (talvolta anche con incrementi) attraverso lo smart working, sta indubbiamente indicando una modalità lavorativa che aziende e amministrazioni pubbliche potrebbero sfruttare al massimo. Con tante conseguenze.

Di solito si tende a mettere in evidenza quelle positive (meno traffico, meno assembramenti sui luoghi di lavoro, risparmi aziendali su consumi energetici, risparmi sui benefit dei lavoratori etc.). Si tende invece a nascondere il bicchiere mezzo vuoto: dispersione e isolamento delle lavoratrici e lavoratori dai necessari rapporti sociali che intervengono sui luoghi di lavoro, allungamento fattuale della giornata lavorativa, estensione e sanzione definitiva del controllo a distanza, reintroduzione del cottimo, riduzione delle retribuzioni.

Sullo smart working è bene alzare un muro adesso per poterlo contrattare al meglio. Una ulteriore atomizzazione del mondo del lavoro è foriera di sventura, anche nelle sue ricadute sociali complessive che evocano la Shut in economy e la società del distanziamento/autosiolamento.

Se si lascia andare oggi lo smart working senza stabilire subito e più che bene parametri, limiti e caratteristiche delle prestazioni da remoto, ci si troverà di fronte ad un fatto compiuto che ipotecherà il mondo del lavoro e la società del futuro, rendendo lavoratrici e lavoratori immensamente più deboli e subalterni e magari con l’impressione di essere più felici.

Fonte

27/08/2018

Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata

"In America la razionalizzazione del lavoro e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita intima degli operai, i servizi di ispezione creati da alcune aziende per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro.

Chi irridesse a queste iniziative (anche se andate fallite) e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanismo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo. La espressione «coscienza del fine» può sembrare per lo meno spiritosa a chi ricorda la frase del Taylor sul «gorilla ammaestrato». Il Taylor infatti esprime con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Ma in realtà non si tratta di novità originali: si tratta solo della fase più recente di un lungo processo che si è iniziato col nascere dello stesso industrialismo, fase che è solo più intensa delle precedenti e si manifesta in forme più brutali, ma che essa pure verrà superata con la creazione di un nuovo nesso psico-fisico di un tipo differente da quelli precedenti e indubbiamente di un tipo superiore. Avverrà ineluttabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court"

(A. Gramsci, Quaderni del Carcere,
Q 22,11: Americanismo e fordismo)
Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata, edizioni Efesto

Prologo alla seconda edizione.

Tutto nasce da una riflessione politico-culturale di questi mesi nel collettivo del CESTES (centro studi dell'USB, Unione Sindacale di Base) e in particolare, insieme agli Autori, con Massimo Gabella e Lorenzo Giustolisi che vogliamo sentitamente ringraziare per la vicinanza umana, politica, professionale, per il fondamentale lavoro di ricerca e i preziosi suggerimenti che hanno permesso questa nuova elaborazione del testo.

In questi due decenni, dalla prima edizione, quelle che allora erano in parte tendenze sono diventate realtà conclamate.

Questo Prologo cerca, attraverso un percorso che riprende nostri precedenti studi del CESTES, e di altri studiosi marxisti molto vicini come metodo e impostazione di scuola alle nostre strutture politico-culturali, di mostrare come il “lavoro mentale” sia divenuto nei paesi a capitalismo maturo uno dei terreni, non certo l’unico o necessariamente il principale, di appropriazione di pluslavoro nella dinamica dello sfruttamento capitalista della fabbrica sociale diffusa e totalizzante della nuova catena del valore.

Lo sottolineiamo perché anche al tempo della sua prima pubblicazione, il 2000, il libro ebbe una buona accoglienza, suscitando una discussione che si inseriva all’interno di un dibattito che si stava già allora aprendo con molte ambiguità su nozioni come “capitale umano”, “società della conoscenza”, “capitalismo cognitivo” e sui “lavoratori della conoscenza”. Dibattito orientato prevalentemente su posizioni cosiddette negriane e post-operaiste, o meglio del postoperaismo di moda del dire e non fare, con le quali entravamo in discussione duramente polemica, non essendoci mai appartenute per storia e cultura politica.

Non crediamo si possa offendere o risentire nessuno se rivendichiamo che i fatti ci hanno dato ragione nel tempo: le mode passano ma la scienza resta, e il metodo e modello scientifico marxiano si conferma e consolida con il divenire storico della crisi sistemica capitalista, mentre quel dibattito scontava molti limiti in buona fede ma anche continui tentativi di affossamento del metodo scientifico marxiano – come tutte le mode culturali di un inesistente post-marxismo –. Pur cogliendo con acutezza un elemento di novità assolutamente reale, questo dibattito tendeva ad una acritica esaltazione del nuovo soggetto dello sfruttamento capitalistico, il presunto “cognitariato”, perdendosi totalmente il collegamento con gli altri pezzi della classe ormai spezzettata nella fabbrica sociale generalizzata, diffusa, come cercavamo di spiegare con metodo scientifico e allo stesso tempo divulgativo già in questa pubblicazione di circa venti anni fa e in molte altre precedenti e successive in una battaglia delle idee che spesso si è rivelata appunto fuori moda. Ma il tempo o meglio il divenire dei soggetti di classe nella crisi e le dinamiche del conflitto capitale-lavoro ci hanno dato ragione facendo giustizia del chiacchiericcio profondamente contrario, anzi nemico del materialismo dialettico.

Oggi quel processo di proletarizzazione del lavoro intellettuale si è tutt’altro che arrestato, e costringe a ripensare i luoghi classici dell’elaborazione marxiana, leniniana e gramsciana sul rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla teoria dell’egemonia e sugli intellettuali.

La citazione scelta per aprire questa nuova edizione e inserita prima di questo Prologo è tratta dai Quaderni gramsciani, in particolare da quello su Americanismo e Fordismo in cui Gramsci coglie le caratteristiche di fondo della nuova fase di accumulazione capitalistica, basata sulla fabbrica fordista e la produzione di massa, di cui proprio negli Stati Uniti si stavano compiendo sperimentazioni destinate ad allargarsi a tutto l’Occidente.

In particolare, per quanto ci interessa qui, Gramsci analizza l’americanismo come progetto di costruzione di un nuovo soggetto lavoratore, e in definitiva di un nuovo tipo di uomo, adatto alla produzione di tipo tayloristico, fortemente parcellizzata e meccanizzata; gli sforzi della classe dominante sono allora diretti a controllare e limitare gli eccessi compiuti dal lavoratore fuori dall’orario di lavoro, affinché il suo rendimento in fabbrica sia massimo.

Si tratta quindi della formazione di un uomo e di un lavoratore, di un soggetto di classe, corrispondente a una certa fase storica del modo di produzione capitalistico. Con il corretto adattamento di contesto storico, sociale, politico, economico e produttivo, vi è un forte parallelismo con ciò che è in corso da circa 30 anni a questa parte nei cosiddetti paesi a capitalismo maturo, con processi e modelli di accumulazione capitalistica che si fondano maggiormente che in precedenza sull’utilizzo della conoscenza e sulla flessibilità e precarietà della forza-lavoro, e sulla messa diretta a produzione di conoscenza e comunicazione. Insomma, si attuano e sperimentano nuove modalità per “ammaestrare il gorilla” – per usare la terminologia di Gramsci, mutuata proprio da Taylor – ovvero per costruire un lavoratore produttivamente e ideologicamente subalterno agli interessi della ristrutturazione capitalistica nel tentativo di risolvere la crisi globale in una nuova e più feroce dimensione del conflitto di classe, nel dispiegarsi delle modalità della guerra capitalista, militare, economica, sociale, psicologica, massmediatica.

Le pagine che seguono provano a costruire un percorso che colleghi quella pubblicazione del 2000 al nostro oggi.

Per ricostruire compiutamente quello che potremmo definire un filone della teoria marxiana, si deve necessariamente fare un passo indietro.

Siamo in una nuova rivoluzione industriale, dove si generalizza l’applicazione dei progressi scientifici tecnologici, si cambia il modello di accumulazione capitalista, si massifica la sfera dei servizi e delle tecnologie dell’informazione e le comunicazioni raggiungono livelli mai conosciuti nella vita economica e sociale delle grandi nazioni capitaliste.

La fase di sviluppo capitalistico che così si apre si caratterizza per l’uso intensivo della scienza e della tecnologia nella produzione, a un livello qualitativamente e quantitativamente nuovo rispetto al passato, e per un’implementazione della conoscenza come fattore produttivo fondamentale, come elemento di vantaggio competitivo su cui si basa la posizione di dominio globale di multinazionali e poli imperialisti.

Oggi la nuova fase della mondializzazione capitalistica, caratterizzata dall’emergere di diversi soggetti imperialisti su scala globale, è caratterizzata dall’emergere di un nuovo livello che non tempera, ma anzi esacerba le contraddizioni dello sviluppo capitalistico; un livello che richiede e stimola uno sviluppo delle forze produttive, e della scienza e della tecnica applicata alla produzione, ancora maggiore che in passato. Al tempo stesso, i diversi capitalismi in lotta contraddicono sé stessi, non generalizzando questo maggiore sviluppo; la differenziazione nei gradi di accumulazione capitalista si eleva così a condizione necessaria e al tempo stesso dirompente contraddizione nello sviluppo capitalistico e nelle nuove dinamiche imperialistiche.

Questa sintetica scansione storica non deve però far pensare che l’uso della conoscenza sia un novum della fase attuale.

Va sottolineato che la conoscenza si è sempre applicata al sistema produttivo e di per sé essa non rappresenta una “novità epocale” della fase attuale. Tuttavia, la differenza è segnata dalla sua applicazione istantanea ora permessa dalla tecnologia, dalla sua portata globale, e dal fatto che le nuove conoscenze ora rappresentano il fattore determinante del vantaggio competitivo.

Questo provoca ovviamente una ridefinizione non solo dei sistemi produttivi ma anche di quelli formativi nei paesi che per la loro posizione nella competizione globale sono in grado di poter effettivamente puntare sulla conoscenza.

Ne risulta un'economia o società della conoscenza che, in ogni caso, non deve far dimenticare la permanenza e anzi la necessità strutturale di tutta una serie di lavori a basso o bassissimo valore aggiunto e più o meno alto tasso di sfruttamento che convivono a fianco delle nuove professioni molto qualificate, in un quadro di generale precarizzazione dei rapporti lavorativi e della vita stessa.

Questa compresenza è un dato caratterizzante della fase attuale, come ci siamo sforzati di mostrare in maniera più sistematica nel Trattato di economia applicata, in particolare in quelle parti volte alla verifica della vigenza delle leggi di funzionamento del Modo di produzione capitalistico (MPC) nell’economia applicata. Collegando paradigma postfordista e nuova rivoluzione industriale, è inevitabile imbattersi in quella che in quelle stesse pagine abbiamo chiamato “configurazione socio-produttiva dell’economia della conoscenza”.

L’idea, che alcuni hanno ventilato, di una società interamente terziarizzata, in cui la produzione vede venir meno la propria centralità, è un’assurdità, come appare chiaro se si considerano le centinaia di milioni di persone a oggi impiegate nell’industria o nell’agricoltura a livello globale. In tutta Europa, come negli Stati Uniti, il settore secondario è ancora oggi il core business della produzione capitalista.

Uno studioso marxista attento e di grandi capacità analitiche e coerenza di metodo come Mino Carchedi notava già nel 2004 in un saggio pubblicato sulla rivista Proteo che:
“Contrariamente a quanto proposto dai sostenitori di nozioni quali ‘La Nuova Economia’, o ‘La Società dell’Informazione’ o la ‘Società dei Servizi’, che presumibilmente sarebbero basate sul potere e sulla creatività del lavoro mentale, la stragrande maggioranza dei lavoratori mentali non sono produttori indipendenti, liberi di creare teorie, scienze, tecniche ecc. Piuttosto, essi sono soggetti al dominio del capitale. Più precisamente, sono i capitalisti che decidono quale creazioni mentali devono essere prodotte dai lavoratori mentali e i lavoratori mentali non solo devono produrre quanto loro richiesto ma sono anche assoggettati al controllo e alla sorveglianza dei capitalisti (o chi per loro) e quindi alle nuove e vecchie forme di dominazione menzionate più sopra. Per esempio, il lavoro mentale, come quello materiale, è assoggettato a continue ondate di innovazioni tecnologiche e ristrutturazioni che, tendenzialmente, dequalificano le mansioni dei lavoratori mentali. Ciò è molto distante dalla ‘realizzazione di se stessi attraverso il lavoro’, che sarebbe una prerogativa del lavoro mentale. La cosiddetta ‘Società dell’Informazione’, o meglio detto questa nuova fase del capitalismo, è ben lontana dall’aver reso obsolete le relazioni di produzione capitalistiche”.
Di fronte a tutto questo torna prepotentemente a imporsi la questione del ruolo degli intellettuali organici alla classe, che è quello di evidenziare le condizioni di ampia diffusione della conoscenza e della sua mercificazione, sviscerare le basi metodologiche e concettuali per le quali transita la creazione del valore.

Parlare di “società della conoscenza”, dunque, può essere accettabile solo nella misura in cui non si metta in secondo piano la permanenza dei rapporti capitalistici di produzione su cui si impianta la nuova centralità della conoscenza.

Come ha scritto un serio e attento intellettuale cubano, Jorge Nunez Jover,
“caratterizzando la società contemporanea come ‘società della conoscenza’ sembrano suggerirci che si tratta di una qualità planetaria, qualcosa che ci riguarda tutti, quasi per diritto di civiltà. È ovvio che la conoscenza non si spande per il mondo a macchia d’olio. Al contrario la conoscenza, collocata al centro della concorrenza economica e delle relazioni di potere, sperimenta una chiara tendenza alla sua appropriazione privata ed alla concentrazione in imprese, regioni e paesi. Soprattutto nel contesto del dominio neoliberale, la conoscenza è stata sommersa in un tessuto legale, istituzionale, economico, militare, che cancella la condizione di bene pubblico che le venne attribuita tradizionalmente... Perciò appare concettualmente più corretto parlare dell’esistenza di una società capitalista della conoscenza”.
Esistono, in ogni caso, alcuni elementi che possono definire sinteticamente le caratteristiche di una economia basata sulla conoscenza. Nel Trattato li schematizzavamo così:

- nascita di nuovi settori produttivi che coinvolgono produzione, distribuzione e utilizzo della conoscenza;

- la conoscenza stessa si trasforma in un fattore produttivo e in un prodotto, divenendo così elemento decisivo per l’occupazione, la creazione di valore e la crescita economica a lungo termine;

- l’investimento in conoscenza ha rendimenti crescenti e può controbilanciare il rendimento decrescente di altri fattori;

- necessità dell’apprendistato, della formazione continua e dell’innovazione;

- la conoscenza si trasforma nell’elemento centrale del miglioramento della produttività del lavoro e della competitività.

In una economia basata sulle risorse del capitale intangibile, la produttività totale non proviene essenzialmente dai fattori tradizionali, ma dalla conoscenza, mentre cresce l’importanza della produzione non materiale, intangibile.

È la stessa concorrenza spietata tra i capitali a rendere necessaria la ricerca di nuove tecniche di produzione, di meccanismi di ottimizzazione dell’organizzazione del processo lavorativo e in generale di innovazione tecnologica, in modo da aumentare la produttività del lavoro e abbassare i costi di produzione per potenziare le proprie abilità concorrenziali.

La novità della cosiddetta “società della conoscenza” consiste nel fatto che essa accelera la velocità della sua diffusione e la sua portata globale anche attraverso cultura, scuola, formazione, realizzando una espansione globale che comporta anche, in una nuova centralità della comunicazione a tutti i livelli della società, un ambito di dominio sociale complessivo e non limitato alla sola sfera della produzione. È qui che si pone, come si vedrà nel libro, la questione della comunicazione come risorsa strategica nella produzione ma allo stesso tempo proiettata nella totalità del corpo sociale, per l’imposizione di un modello di conformismo funzionale alle esigenze della cultura di impresa, e quindi “deviante”.

I paesi sviluppati, che rappresentano il 20% dell’umanità, sono responsabili di più del 90% della creazione dell’attuale conoscenza scientifica mondiale, mentre il restante 80% degli abitanti del pianeta dispone di una capacità di generazione di conoscenza inferiore al 10%.

È quanto osserviamo anche nella costruzione del polo imperialista europeo, che tende alla concentrazione della ricerca alta in alcune aree, in modo specifico la Germania e i paesi suoi satelliti, tendendo al sostanziale ridimensionamento da questo punto di vista di aree che diventano periferiche, si specializzano in prodotti o fasi del ciclo produttivo a basso valore aggiunto e diventano serbatoi di manodopera a basso costo; è quanto sta avvenendo ad esempio con tutta l’Europa meridionale, i cosiddetti paesi PIIGS.

Ci sembra utile ricordare qui che proprio con Comunicazione deviante iniziava una collaborazione intellettuale per noi di grande importanza, quella con Alessandro Mazzone, amico, compagno e maestro nostro e di tutta la nostra area politica per un decennio pieno, in cui l’elaborazione politica e teorica ha certamente fatto un salto di qualità. Insistiamo tanto su questo punto perché crediamo che il riconoscimento dei maestri sia un passaggio politico fondamentale per ogni generazione che si affaccia sulla scena della produzione teorica e dell’attività politica stessa. Scegliere in alto i propri maestri significa alzare il livello della asticella, forzare il limite, cercare di porsi obiettivi elevati, in poche parole avere un progetto e non vivere alla giornata.

Scrive Alessandro Mazzone nella Prefazione alla prima edizione di questo libro, che abbiamo scelto di ripresentare anche in questa seconda edizione:
“Ma allora, la “fabbrica sociale generalizzata”, come “impresa”, da un lato si estende: perché la tendenza è appunto quella di inglobare la produzione immediata di uomini. Produzione di uomini: non solo come consumatori (c’è anche questo: dall’allevamento e cura dei piccoli mediante merci e servizi vendibili, alla aziendalizzazione della scuola, etc.): ma anche come produttori. Infatti, il fine sia della scuola “aziendalizzata”, in realtà semplice addestramento al lavoro flessibile”, sia della “comunicazione esterna” e “sociale” deviante, è precisamente questo – “produrre” vendendo e condizionare comunicando, quel tipo di forza-lavoro che via via meglio “serve” alla ”accumulazione flessibile”. Per questo lato, dunque, la “impresa” sembra allargarsi nel “territorio” scilicet fisico e umano.

Dall’altro lato, l’impresa (singola) si restringe: perché questa forza-lavoro, così “prodotta” vendendo e condizionata “comunicando”, non è più una grandezza data in un intervallo di tempo più o meno grande  ma può essere ridotta secondo le esigenze della produzione flessibile, e lo sarà sempre di nuovo e meglio progredendo la flessibilizzazione e territorializzazione della ‘fabbrica sociale generalizzata’”.
Tutto ciò semplicemente evidenzia l’esplicitarsi dello stesso modo di produzione capitalistico nella sua attuale fase di sviluppo, considerata a livello globale, nella sua totalità, e così si pongono questioni centrali che le soggettività politiche impegnate nella ricostruzione di una prospettiva di ricomposizione di classe non possono in alcun modo eludere. Sono questioni che chiamano in causa nodi centrali della teoria marxista e che allo stesso tempo presentano decisive implicazioni politiche.

Molti sedicenti marxisti, o post-marxisti, nella foga di cercare “il” soggetto rivoluzionario, hanno assegnato questa posizione al “lavoratore cognitivo” del capitalismo maturo, in grado di costruire una conoscenza collettiva per definizione autonoma dal capitale.

Speculare è la posizione di chi considera obsoleta la divisione della società in classi perché l’operaio-massa non rappresenta più, almeno nei paesi imperialisti, la figura sociale di riferimento per quanto riguarda il proletariato. “In realtà – scrive Roberto Fineschi – Marx parla di ‘lavoratore complessivo’, che è appunto cooperazione, parcellizzazione ed automazione progressiva del lavoro necessario, sussunzione sotto uno scopo transindividuale; è questo il nuovo ‘contenuto materiale’ che si instaura grazie al modo di produzione capitalistico e come tale non è legato alla ‘fabbrica’ più di quanto non lo sia qualunque altro tipo di attività che rispetti le determinazioni formali indicate. Che invece di lavorare al tornio ci si trovi davanti ad un monitor con una cuffia alla bocca non fa differenza da questo punto di vista”.

È chiaro che il lavoro “mentale”, o intellettuale, quello ad alto contenuto di conoscenza, rappresenta oggi un elemento strategico per il processo di valorizzazione capitalistico, in misura nuova nel divenire storico di questo modo di produzione; è altrettanto chiaro che oggi il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale si presenta in forme diverse dai secoli o dai decenni passati e va analizzato con attenzione, anche per non cadere in errori e semplificazioni che potrebbero rivelarsi disastrosi per concepire strategie politiche adeguate alla fase storica.

A questo tema, Mazzone ha dedicato alcuni lavori fondamentali. Mazzone sottolinea il fatto che non esiste un'attività esclusivamente manuale in senso stretto, perché peculiarità fondamentale del lavoro umano è quella di porre uno scopo e di conseguenza dirigersi verso tale scopo. Se un’attività esclusivamente manuale non esiste, ne deriva per Mazzone che “la distinzione di ‘lavoro manuale’ e ‘intellettuale’ è di grado, non di qualità”, e dunque sempre storica.

Non si dà rapporto tra lavoro manuale e intellettuale in astratto, indipendentemente dal modo di produzione in cui si compie la Riproduzione sociale complessiva (RSC), ovvero il processo complessivo con cui una totalità sociale produce e riproduce i mezzi di sussistenza e dunque sé stessa, e all’interno di questa dal rapporto di produzione fondamentale che la contraddistingue.

È dunque all’interno del processo del capitale che le classi fondamentali producono e riproducono sé stesse, contribuendo alla riproduzione dello stesso moto generale del capitale; quello di “classe” è allora prima di tutto un concetto, al di fuori delle figure di movimento specifiche in cui si può incarnare nelle fasi storiche e nei contesti particolari.

Grano, macchine o programmi per computer, non importa: al livello della relazione fondamentale di classe, l’oggetto e i mezzi della produzione, materiali o immateriali, non contano. La relazione di classe prescinde dalla modalità del lavoro. È fondamentale porsi sempre al livello della comprensione della Riproduzione sociale complessiva, che avviene in forma capitalistica nella formazione economico-sociale contraddistinta dal modo di produzione capitalistico.

Abbiamo bisogno, prima di scendere verso il concreto, di un ulteriore passaggio teorico. Analizziamo infatti adesso un’altra questione centrale nell’analisi dei processi attuali di valorizzazione capitalistica, quella relativa alla distinzione elaborata da Marx tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Anche su questo rimandiamo al Trattato, in particolare al paragrafo su “La centralità del dibattito tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo”, perché i confini tra i due non sono scritti una volta per sempre nella tavola delle leggi.

Secondo la definizione di lavoro produttivo che Marx fornisce, il lavoro dell’impiegato pubblico, della polizia, dei soldati, dei sacerdoti non ha nulla a che vedere con il lavoro produttivo. Non perché questo lavoro sia “inutile” o perché non si materializzi in “cose” e in erogazione di servizi, bensì solo perché è organizzato su principi di diritto pubblico e non nella forma di imprese capitaliste private. La distinzione è infatti relativa al conseguimento del profitto e dunque la produttività del lavoro si misura con riferimento alla legge del valore.

Già l’economia classica aveva considerato l’attività economica come attività produttrice di merci. “Che tutto ciò che esiste nella società attuale abbia la sua ragione d’essere e quindi la sua utilità è ovvio, altrimenti non esisterebbe; ma che tutta la società debba materialmente vivere sul flusso dei beni materiali prodotti è pure un’altra affermazione indiscutibile. Perciò ben facevano i classici a studiare il prodotto, a vedere quello che essi chiamavano prodotto netto e studiare come esso si distribuiva nelle categorie sociali non produttive di merci: ben facevano a parlare di valore e a distinguere il lavoro produttivo di valore da quello che non produceva valore”.

Un impiegato delle poste non è un lavoratore produttivo, ma se la posta fosse organizzata nella forma di un’impresa capitalista privata che riscuotesse denaro per la consegna di lettere e pacchetti, i lavoratori salariati di quelle imprese sarebbero lavori produttivi. È chiaro che le attuali liberalizzazioni e privatizzazioni degli ex servizi pubblici nei paesi a capitalismo maturo, al di là della forma apparente disciplinata in molti casi ancora dal diritto pubblico, in termini reali concretizzano forme di lavoro il cui fine è l’estrazione di plusvalore, e pertanto vanno sicuramente identificate come la nuova frontiera di un lavoro comunque produttivo.

Quando Marx definisce il lavoro produttivo, lo astrae totalmente dal suo contenuto, dal carattere e dal risultato concreto ed utile del lavoro. Egli considera il lavoro solo dal punto di vista della sua forma sociale. Il lavoro organizzato in un’impresa capitalista è lavoro produttivo. Questo aspetto è della massima importanza per una corretta impostazione della questione lavoro manuale/lavoro intellettuale: i valori d’uso prodotti, infatti, non devono essere necessariamente “cose” materiali. La critica all’economia politica di Marx non è assimilabile al materialismo volgare. Ciò che conta sono i rapporti di produzione.

Da questa prospettiva non può considerarsi come produttivo solamente il lavoro utile alla soddisfazione di necessità materiali, escludendo ad esempio quelle culturali, etico-morali, spirituali.

La natura delle necessità non ha nessuna importanza. Allo stesso modo, Marx non assegnò un significato decisivo alla differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In un passaggio del capitolo XIV del Capitale, egli suppone che i lavoratori intellettuali, o cosiddetti cognitivi, siano indispensabili per il processo di produzione e, quindi, che guadagnino retribuzioni derivate dai lavoratori materiali. Secondo Marx, essi creano valore e plusvalore, perché il capitalista si appropria di una eccedenza rispetto al tempo di lavoro necessario alla forza-lavoro per riprodursi.

Il lavoro intellettuale necessario per il processo di produzione materiale non differisce in nessun aspetto dal lavoro fisico. È produttivo se è organizzato su principi capitalisti. In questo caso, è assolutamente la stessa cosa che il lavoro intellettuale sia organizzato insieme al lavoro fisico in un’impresa, ufficio tecnico, laboratorio chimico o ufficio di contabilità, o che sia separato in un’impresa indipendente, un laboratorio chimico indipendente che abbia il compito di migliorare la produzione, ecc.

Il lavoro produttivo include dunque il lavoro che, benché non sia rappresentato in oggetti materiali, è organizzato su principi capitalisti. D’altra parte, il lavoro che produce ricchezza materiale ma non è organizzato nella forma della produzione capitalista non è lavoro produttivo dal punto di vista marxiano. La differenza dunque tra il lavoro che si concretizza in valori d’uso materiali e quello che produce valori d’uso immateriali è secondaria alla definizione di lavoro produttivo come lavoro che produce plusvalore.

Va ancora specificato che il lavoro produttivo, in Marx, si riferisce al lavoro utilizzato nella sfera della produzione, in opposizione a quello utilizzato nella sfera della circolazione. Produzione e circolazione sono trattate separatamente da Marx nel Capitale, benché contemporaneamente egli non perda di vista l’unità del processo complessivo di riproduzione del capitale.

La distinzione non ha nulla a che vedere, come si vede, con quella tra “lavoro che opera cambiamenti nei beni materiali” e lavoro che non possiede questa proprietà. È produttivo il lavoro utilizzato dal capitale produttivo, ovvero dal capitale nella fase della produzione. Il lavoro del venditore invece non è produttivo perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione (non apporta quindi trasformazioni al valore d’uso, né ne preserva l’integrità dal deterioramento).

Il lavoro dell’attore comico al servizio dell’impresario di teatro è produttivo, benché non provochi cambiamenti nei beni materiali e, dal punto di vista delle esigenze dell’economia sociale, sia meno utile che il lavoro del venditore. Il lavoro dell’attore è produttivo perché è usato dal capitale nella fase di produzione. Il risultato della produzione, in questo caso, non consiste in beni materiali, bensì in giochi, in barzellette, ma questo non modifica il problema. Le barzellette dell’attore hanno valore d’uso e valore di scambio. Il suo valore di scambio è maggiore del valore della riproduzione della forza lavoro dell’attore, cioè supera il suo salario e le spese in capitale costante. Quindi, l’impresario ottiene plusvalore. D’altra parte, il lavoro del bigliettaio di un teatro che vende l’ingresso per assistere allo spettacolo dell’attore è improduttivo, perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione, cioè aiuta solo a trasferire il diritto ad osservare lo spettacolo, il diritto di una persona a godere delle barzellette dell’attore (diritto acquistato con uno scambio di tipo mercantile, merce-denaro, contro merce-divertimento).

Riprendiamo per esteso un passaggio dei Quaderni di Gramsci che appare molto significativo per questi aspetti e per il ragionamento più generale che cerchiamo di fare in questo Prologo:
“Quando si distingue tra intellettuali e non-intellettuali in realtà ci si riferisce solo alla immediata funzione sociale della categoria professionale degli intellettuali, cioè si tiene conto della direzione in cui grava il peso maggiore della attività specifica professionale, se nell’elaborazione intellettuale o nello sforzo muscolare-nervoso. Ciò significa che se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non-intellettuali, perché non-intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo di elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non è sempre uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare.”
Si può dunque, per Gramsci, parlare di “intellettuali” quando la “direzione in cui grava il peso maggiore dell’attività specifica professionale” è quella dell’elaborazione intellettuale; ma mai di “non-intellettuali”, perché “non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale”. Lo stesso rapporto tra “elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso” non è sempre uguale, ma presenta gradi diversi e, ciò che più conta, è storico, anch’esso in costante divenire.

Come sottolinea Carchedi:
“Ricordiamo che per Marx il lavoro è produttivo di plus-valore se impiegato dal capitale e se trasforma valori d’uso in nuovi valori d’uso. Dato che un processo lavorativo è diviso in sotto-processi lavorativi (la divisione tecnica del lavoro), lo stesso principio si applica a tutti questi sotto-processi. Se un sotto-processo è parte della trasformazione di valori d’uso, esso è produttivo di plus-valore. Per esempio, il trasporto delle merci è parte di tale trasformazione perché senza di esso il valore d’uso di tali merci non potrebbe essere tale (la merce non potrebbe essere consumata) nel luogo di destinazione. Per questa stessa ragione, il valore d’uso dell’acqua, ecc. non è pronto ad essere consumato, cioè non è stato completato, fino a quando non è stato fornito nel luogo di consumo. La fornitura di acqua, gas, elettricità, ecc. quindi è un esempio di produzione materiale e il lavoro necessario per la fornitura di tali servizi è produttivo di plus-valore, se fatto sotto relazioni di produzione capitalistiche.

Il lavoro per la fornitura dei servizi postali, del telefono, del telegrafo, ecc. è d’altra parte un esempio della trasmissione di conoscenza. Tale conoscenza deve essere trasmessa al fine di realizzare il suo valore d’uso. Questo è l’ultimo passo nella produzione mentale. Il lavoro necessario per trasmettere quella conoscenza (da non confondersi con la conoscenza stessa che deve essere trasmessa) produce plus-valore perché questo è l’ultimo passo nella trasformazione della conoscenza (come valore d’uso) se ciò accade sotto relazioni di produzione capitalistiche.

Il lavoro per la fornitura dei servizi sociali, per esempio la previdenza sociale, la sanità, pensioni di anzianità, ma anche spettacoli, avvenimenti culturali, ecc. questo lavoro è (parte della) produzione materiale per lo stesso motivo addotto da Marx per la manutenzione dei macchinari. La manutenzione previene il deterioramento dei valori d’uso ed è quindi equivalente alla loro produzione. La differenza è che in questo caso la merce il cui valore d’uso è preservato è la forza lavoro nel suo insieme. Di nuovo, la fornitura di tali servizi è produttrice di plus-valore se avviene sotto relazioni di produzione capitalistica”.
Il lavoratore salariato, dunque non deve essere necessariamente l’operaio classico della catena di montaggio – benché questi siano ancora largamente utilizzati, in quantità tutt’altro che trascurabili, anche nella fase attuale di sviluppo capitalistico–; la questione è la misura in cui il salariato deve vendere la propria forza-lavoro al capitalista, o in termini ancora più generici essere impiegato nel processo di valorizzazione. Il grado di “manualità” del lavoro compiuto non è il fattore decisivo ai fini di una individuazione dei soggetti sociali che compongono il proletariato in una fase data; ciò che conta sono i rapporti sociali antagonistici rispetto alla produzione.

Dobbiamo anche considerare che la ristrutturazione della catena del valore attualmente in corso segnala una chiara tendenza all’estrazione di plusvalore anche dalla sfera della circolazione, che in misura sempre maggiore diventa un settore decisivo nel processo di valorizzazione. Su questo con il Cestes abbiamo elaborato una prima parte di inchiesta sulla attuale composizione del lavoro operaio, dove per lavoro operaio non pensiamo certo alla riduttiva, rassicurante ed identitaria immagine delle tute blu.

La grande fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore non è un’evidenza sociologica, anche se è verificabile sociologicamente, ma la traduzione di una serie di ragionamenti e di modelli che riescono a cogliere le dinamiche profonde e non solo quelle di superficie. Va sottolineato che le modalità concrete di estrazione del plusvalore sono costantemente ridefinite dal capitale, che ha nella sua essenza la necessità di rinnovarsi continuamente. Stare dietro a queste modifiche è un compito complesso che richiede una grande capacità di astrazione agli intellettuali e alle soggettività politiche che si propongono di contrastarlo, ed una capacità di gestire i livelli diversi ma correlati dall’astratto al concreto.

Nell’organizzazione della produzione, la centralità della conoscenza ha comportato il passaggio da modelli aziendali fortemente gerarchici ad altri basati sul progressivo decentramento delle funzioni e su nuove forme di lavoro precario, flessibile, a scarso contenuto di garanzie, ma a fortissima carica ideologica, in un’esaltazione della creatività, della libertà dai vincoli e dalle costrizioni, dell’orizzontalità e della condivisione. Tutti aspetti certamente in sé positivi ma inseriti organicamente in un quadro generale di flessibilizzazione e precarizzazione che ha drammaticamente impattato sulle condizioni di vita di decine di milioni di lavoratori.

Più in generale, si tratta di una falsa libertà spacciata come un mito dalla cultura di impresa che, tramite la comunicazione deviante, in tendenza ricopre l’intero corpo sociale e plasma la stessa sfera valoriale degli individui, che interiorizzano i valori di impresa, la flessibilità, il culto del successo individuale ecc. come propri e risultano così strutturalmente impossibilitati a perseguire forme di solidarietà e azione collettiva.

Questo, in fondo, era il grido d’allarme lanciato da Comunicazione deviante. Questo è il nuovo quadro che abbiamo cercato di descrivere, come area politica, nelle nostre analisi successive, al cui centro possiamo ricordare la raccolta Lavoro contro capitale. Precarietà, sfruttamento, delocalizzazione.

Nella prefazione, intitolata Le ragioni di una sfida in atto, provavamo a descrivere i mutamenti strutturali, produttivi e localizzativi dello sviluppo del sistema economico: «Si viene definendo un nuovo ciclo produttivo legato alla produzione immateriale che mostra come l’impresa e l’economia post-industriale e post-fordista siano fondate sul trattamento del capitale informazione [...] Non si tratta, allora, nei paesi a capitalismo maturo, di un semplice processo di deindustrializzazione, di una delle tante crisi, ma di una radicale trasformazione degli assetti economico-produttivi che investe l’intera società...»

Queste novità richiedono di riprendere e aggiornare alcune questioni classiche. Un contributo importante ai fini di una analisi marxista della conoscenza è dato dalla recente pubblicazione di Carchedi, Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia. Lo sforzo di Carchedi è quello di analizzare le trasformazioni produttive portate dalle nuove tecnologie, in particolare da Internet, alla luce della teoria marxiana del valore.

Secondo Carchedi, “così come la produzione delle merci oggettive è l’operato di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione oggettiva con mezzi di trasformazione oggettiva appartenenti ai capitalisti, allo stesso modo la produzione di conoscenza è opera di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione mentale con mezzi di trasformazione mentale”. Gli oggetti di trasformazione mentale sono appunto a base di conoscenza, sia materializzata in oggetti (computer, libri ecc.) che acquisita dai lavoratori e incorporata nella loro forza-lavoro (e dunque non integralmente appropriabile dai capitalisti).

A proposito di Internet, Carchedi ritiene fondamentale distinguere tra agenti mentali e lavoratori mentali. Agenti mentali sono tutti coloro che, non essendo per questo retribuiti, utilizzano Internet per i fini più disparati, generando così quelle informazioni e quei dati che in effetti poi diventeranno profittevoli per i capitalisti, in particolare le grandi corporation che ormai dominano integralmente il settore, ma solo grazie al lavoro svolto dai lavoratori mentali.

Gli agenti mentali, infatti, sono improduttivi, non perché essi non producano valori d’uso materiali ma perché essi non sono inseriti direttamente nel processo di valorizzazione. La conoscenza da essi prodotta con l’attività su Internet, secondo Carchedi, è gratuita nel senso che, una volta prodotta, chiunque se ne può in via teorica appropriare gratuitamente. Per Carchedi ciò è precisamente quello che fa il capitale per mezzo dei lavoratori mentali, ovvero coloro che trasformano la ‘materia grezza’ prodotta dagli agenti mentali in conoscenza profittevole. I lavoratori mentali, coloro che raccolgono, elaborano, trasformano quei dati generando profitto per il capitale, rappresentano dunque a pieno titolo una parte della classe antagonista al capitale, perché con il loro lavoro producono il plusvalore estratto dal capitale.

L’innovazione tecnologica, la scienza non è neutrale, ma ha un contenuto di classe in quanto essa va sempre ricondotta al quadro generale dei rapporti di forza tra le classi rispetto ai quali essa si trova a intervenire. Questo va ricordato anche a proposito delle retoriche cui tanto abbiamo assistito in questi anni a proposito di Internet e delle possibilità democratizzanti ed emancipatrici che esso aprirebbe in quanto tale, in un’ottica che anzi giunge ad assegnare all’innovazione tecnologica potenzialità di trasformazione sociale che essa non ha. Rispetto alla società essa va invece concepita dialetticamente: le trasformazioni potenziali che lo sviluppo tecnologico apporta si possono trovare in contraddizioni con i rapporti sociali di produzione che contraddistinguono una formazione economico-sociale.

L’analisi critica dello stesso termine “rivoluzione scientifico-tecnica” mostra che, da un punto di vista marxista, profondi cambiamenti sociali non possono prendere il via solo a partire dalle rivoluzioni tecnologiche; si rendono necessarie trasformazioni nell’ordine delle relazioni di proprietà perché si produca un cambiamento sociale che modifichi la qualità del sistema di relazioni di produzione oggi dominante. I cambiamenti tecnologici, insomma, di per sé non modificano le relazioni di proprietà e quindi le relazioni di una società.

Questa tendenza alla produzione attiva del consenso tramite una “sovrabbondanza” comunicazionale, una produzione massiccia di “cultura” che in realtà assume le forme di cultura di impresa, di culto dell’individualismo, del libero mercato, ecc. rappresenta null’altro che, da un lato, il corrispettivo ideologico-culturale della nuova modalità di accumulazione che fa della conoscenza e del capitale intangibile una risorsa strategica, dall’altro il punto di arrivo di un processo secolare che è connesso ai fondamenti della società moderna, della società borghese.

Da questo deriva l’importanza del fronte culturale della lotta di classe, della formazione, delle concezioni del mondo, terreno questo su cui l’avversario ha vinto una battaglia decisiva negli ultimi decenni.

Ecco allora che la comunicazione deviante che piega l’intero vivere sociale alla cultura d'impresa rappresenta una vera e propria nuova modalità dell’egemonia, coerente con una nuova fase di sviluppo capitalistico a lei congrua su tutta la società, come scrive Mazzone nella prefazione a questo libro. Non semplicemente imputabile a “escogitazioni manageriali, né a tecniche di dominio aziendale e sociale, che pur ci sono, né a miserie sicofantiche di intellettuali asserviti e o politici da spettacolo”; ma vera e propria forma culturale e politica (o meglio, che procede alla svalutazione della stessa politica) appropriata alla nuova fase storica dell’accumulazione flessibile e dell’applicazione massiccia della conoscenza alla produzione e al vivere sociale.

Non si può comprendere, insomma, se non in rapporto alla totalità del capitale come rapporto e come processo, una modalità e tendenza comunicazionale che crediamo essere stata confermata dalla realtà nei 18 anni trascorsi dalla pubblicazione di questo testo.

E c’è ancora un nodo da sciogliere. È infatti evidente che questa centralità della conoscenza come fattore produttivo modifichi il ruolo dei sistemi formativi, e non certo nella direzione di una diffusione generalizzata o di un aumento condiviso della qualità dell’insegnamento; tutt’altro. Ma nel senso di una riduzione degli spazi di formazione critica e di un assoggettamento totale dei percorsi di studio alle esigenze d’impresa. Come Rete dei Comunisti abbiamo dedicato a questo tema negli ultimi anni una attenzione via via crescente. Ne è prova il convegno di Bologna del 2016 che è poi diventato un numero importante di Contropiano, quello dedicato a Formazione, ricerca e controriforme.

È qui che abbiamo parlato della “fabbrica capitalistica della conoscenza integrata”, che ha molto a che fare con quanto detto finora.
“Tutto sembra indicare che la nuova fase di sviluppo del capitalismo, con tutte le sue contraddizioni crescenti, si caratterizzerà per approfittare della valorizzazione della conoscenza, della formazione: si configura, insomma, la fabbrica della cultura del capitale come principale forza produttiva. Ciò presuppone una nuova forma di produzione sociale, un nuovo ciclo industriale ed una nuova dinamica economica, all’interno della quale lo sfruttamento del lavoro ha nuovi profili.”
Questa modifica struttura il processo di produzione di conoscenza e formazione sempre più sotto forma di relazione mercantile. L’attività formativa e culturale, pianificata e gestita dalle istituzioni, dal Profit State e dall’impresa, deve far convivere l’aspetto produttivo di elementi immateriali atti a qualificare i beni e servizi offerti, aumentandone l’appetibilità da parte del mercato. Chi oggi parla di Alternanza Scuola-Lavoro senza avere in mente questo quadro, si perde il pezzo decisivo, quello che determina in ultima istanza la trasformazione dei sistemi formativi.

Che cosa possiamo opporre a questo processo che tutto ingloba e trasforma? È necessario attuare un processo di rinnovamento prima di tutto culturale e sociale, una conoscenza che si formi e si accumuli a partire dall'importanza data ai valori d’uso, al benessere collettivo, ai diritti dell’umanità, alla solidarietà, all’equità, alla condivisione, alla reciprocità, alla compartecipazione ed elabori fin da subito la società alternativa.

Il senso di questa battaglia è culturale nell'accezione gramsciana del termine, passa da uno scontro egemoniale durissimo nei luoghi di lavoro e nell’intera società, occupa il compito politico per una intera fase storica.

Oggi una generazione di giovani, nata dentro il contesto della comunicazione deviante e sussunti dal capitale come “gorilla ammaestrati”, osteggiata profondamente dal contesto culturale e in totale contrasto col senso comune, si apre alla politica, sentendo forte dentro di sé la necessità di un cambiamento radicale. Con molta determinazione si sta dotando di strumenti di pensiero e di critica della realtà.

E se i “gorilla addomesticati” assumessero nel conflitto la determinazione di non volersi rassegnare a vivere passivamente il dominio della società della comunicazione deviante e della conoscenza messa a valore, e si giocassero la partita nei percorsi del divenire storico della soggettività di classe come gorilla rivoluzionari?

E allora: attenti ai gorilla!

Fonte

03/12/2017

La rivolta dei “lavoratori mentali” alla GD mette in crisi l’ideologia di padroni e sindacati complici.

Quanto avvenuto recentemente alla Gd-Coesia di Bologna, è un esempio significativo e una conferma di molte delle cose che andiamo segnalando da tempo sul nostro giornale.

Un lungo articolo del 1 dicembre su Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, continua a interrogarsi e cercare di capire come sia stato possibile che l’Usb sia esplosa nei consensi tra i lavoratori in una fabbrica a tecnologia avanzata (quelle 4.0 come si dice oggi), pacificata sindacalmente (le ore di sciopero erano crollate negli anni), con una regolazione contrattuale sostanzialmente decente e pienamente inserita nel quadrante produttivo “europeo” del nostro paese (l’Emilia-Romagna).

Su questa vicenda vengono a coincidere alcuni elementi importanti sul piano sindacale, politico e se volete anche strategico:

1) Il voto per vendetta dei lavoratori metalmeccanici verso una Fiom ritenuta ormai parte del sistema – e del problema – e non della soluzione delle loro esigenze nel rapporto di forza con la controparte padronale. Un voto che si è replicato in molte altre fabbriche metalmeccaniche;

2) Il sindacalismo conflittuale sta penetrando nelle fabbriche, anche in quelle tecnologicamente avanzate dove la conflittualità era stata ridotta ai minimi termini sia dalla complicità sindacale di Cgil Cisl Uil sia dai margini di distribuzione che vengono dal fatto che sono industrie “che tirano” e non in crisi;

3) In questo caso – la GD Coesia – a operare la rottura con questo scenario di pacificazione aziendale, non sono i settori salariati meno qualificati ma quelli ad alta competenza, più simili ai tecnici che agli operai di catena.

Se i primi due punti attengono alla dimensione del conflitto sociale e alle sue manifestazioni reali oggi (in cui spesso si esprime disagio con il voto più che con la lotta), l’ultimo punto offre materia di enorme interesse per l’analisi sviluppata nel recente libro di Guglielmo Carchedi su lavoro mentale e classe operaia.

Avviene infatti che a mandare a quel paese il padrone e i sindacati complici, siano soprattutto quei “lavoratori mentali” che dispongono di conoscenze avanzate del processo produttivo, quelli che in alcuni casi “ne sanno più del padrone”.

Quando quest’ultimo tira troppo la corda cercando di introdurre nella gestione dell’orario di lavoro meccanismi di controllo “intrusivi” (affidandosi spesso ad algoritmi), questi lavoratori reagiscono e si mettono di traverso, anche se il loro salario magari è più alto, se ci sono buoni premi di produzione e si lavora in una azienda che tira, che ha mercato e non è in crisi.

In sostanza alla GD di Bologna, è stato ostacolato – vedremo se si riuscirà a metterlo in crisi – quel modello di concertazione sindacato-azienda di tipo tedesco al quale la Fiom bolognese guarda da tempo. Ma il fatto che questa rottura dell’incantesimo sia avvenuta in una industria a tecnologia avanzata, indica una contraddizione interessante sul “lavoro mentale” dentro le condizioni del lavoro salariato oggi. Una contraddizione che l’elaborazione di Mino Carchedi e dei compagni della Rete dei Comunisti ha cercato di cogliere e socializzare con le molte iniziative fatte in giro per l’Italia nelle settimane scorse.

Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore del 1 dicembre

L’hi-tech rivoluziona anche i contratti di lavoro

Ilaria Visentini

È un contratto integrativo “disruptive” sotto tutti i punti di vista, quello firmato a Bologna due mesi fa dal gruppo GD-Coesia, il leader mondiale nelle macchine per il packaging di sigarette (1,6 miliardi di euro di fatturato, 98% export, e 6.800 collaboratori nel mondo di cui 1.850 nella casamadre): non solo ha costruito l’impalcatura più all’avanguardia nella meccanica italiana con cui smontare gradualmente i vecchi accordi e introdurre innovazione 4.0 anche sul fronte contrattuale; ma ha letteralmente spaccato in due i lavoratori (il referendum è passato con appena 27 voti di scarto) portando per la prima volta i delegati indipendenti e radicali dell’Usb (Unione sindacale di base) in maggioranza nella Rsu, dopo mezzo secolo di dominio Fiom.

A conferma che il cambiamento fa sempre paura e muove gli istinti primordiali di difesa, anche se nella packaging & motor valley emiliana il motivo del contendere non sono certo algoritmi messi al controllo delle prestazioni umane – sempre bloccati ex ante da accordi sindacali preventivi a ogni nuova installazione di software digitali – ma l’introduzione di un’estrema flessibilità di orari a discrezione del singolo e della squadra di lavoro, di una responsabilizzazione del lavoratore sul risultato e di formale riconoscimento del merito attraverso premi individuali che si sommano a quelli collettivi.

Tra innovazione e punti di rottura

E si parla di realtà come Gd Coesia – ma anche Ima, Bonfiglioli, Scm, le altre multinazionali della via Emilia che già hanno firmato clausole esplicite sul tema 4.0 – che sono da sempre molti gradini sopra la media di mercato per ricchezza delle retribuzioni, strumenti di welfare e diritti riconosciuti alle maestranze. Come racconta l’ultimo accordo passato sul filo di lana di GD-Cosia che a regime aumenta del 25% l’attuale premio di risultato e lo estende a tutta la popolazione aziendale (contratti a termine e somministrati compresi) integrando e potenziando tutti gli istituti di welfare e di formazione rispetto al Ccnl. E fin qui tutti d’accordo. Le divisioni iniziano quando si parla di moltiplicatore che parametra le performance individuali, e quindi il merito del singolo, e di libertà di entrata e uscita per 7° livelli e quadri con l’unico vincolo delle 40 ore settimanali, dal lunedì al sabato. «Un progetto pilota su base volontaria e reversibile che sarà monitorato per 6-8 mesi da un’apposita commissione mista e che risponde alle istanze che ci arrivano dai giovani profili qualificati, attirati dai grandi big dell’hi-tech, dove possono lavorare su progetti senza gerarchie né orari», spiega il direttore Risorse umane, Claudio Colombi.

I sindacati: il superamento del concetto di orario aumenta la responsabilità
«Continuiamo a rivendicare il salario strutturale, perché la conseguenza della fabbrica 4.0 e dell’interfaccia uomo-macchina è la tendenza a zero del tempo che non produce profitto. Badge, palmari, software da remoto permettono di controllare il dipendente in ogni movimento e anche se non vengono usati per fini disciplinari annullano la privacy. E il superamento del concetto di orario di lavoro sposta sul lavoratore tutta la responsabilità del risultato. La flessibilità diventa una gabbia dove spariscono gli straordinari per i sabati lavorati o i permessi per visite mediche. È in atto una proletarizzazione del lavoro, anche nelle fasce alte, e la nostra vittoria sindacale lo testimonia», ribatte Sergio Bellavita, segretario esecutivo nazionale Usb, che oggi esprime 16 dei 36 delegati in GD Coesia.

Usb che ha dalla sua parte la quasi totalità dei 350 montatori trasfertisti del gruppo, tecnici di alta competenza che girano il mondo a installare impianti super-complessi «contrari a un premio individuale lasciato alla discrezionalità dei preposti, che misura la quantità di trasferte fatte, rendendoli di fatto cottimisti, senza tener conto di età, salute, carichi familiari», spiega l’Usb.

Se la digitalizzazione cambia (anche) la rappresentanza

La digitalizzazione di fabbrica e lavoro, sommata a recessione e globalizzazione, sta smantellando non solo la contrattazione ma anche il modello di rappresentanza. I sindacati confederali dal 2010 a oggi sono passati da organi di lotta a partner di governo nelle imprese della via Emilia e siedono nei comitati interaziendali, monitorando e discutendo le strategie innovative, in un modello di cogestione alla tedesca. Modello che non piace all’Usb ma che, ad esempio, in GD ha ridotto dall’8,2% al 6,4% l’assenteismo, quasi azzerato gli scioperi (198 ore dal 2010 contro 21.500 ore tra 2007 e 2010) e permesso di re-internalizzare l’officina con uno scambio tra investimenti e occupazione, da un lato, e lavoro notturno e nei sabati, dall’altro. Non a caso Fiom Emilia-Romagna, guidata da Bruno Papignani, sta tessendo da quattro anni un confronto costante con i cugini di IG Metall (prossimo incontro in gennaio), favorito dall’esperienza in gruppi tedeschi come Ducati e Lamborghini. Dove un sistema informatizzato quale il Mes (Manufacturing Execution System) è sinonimo di tracciabilità totale del prodotto e non della persona e la tecnologia (bracciali, monitor, palmari) è strumento addosso al lavoratore per aiutarlo a ridurre l’errore e a garantire manufatti eccellenti.

«La nostra industria guadagna posizioni nel mondo per la qualità dei suoi prodotti e la capacità di dare risposte personalizzate. Industria 4.0 significa perciò non intelligenza artificiale, ma intelligenza aumentata che si basa su competenze individuali e collettive da negoziare, partecipare e condividere con le persone e le rappresentanze», afferma Patrizio Bianchi, assessore regionale al Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo. E se l’Emilia-Romagna sta facendo da benchmark virtuoso nel Paese, ricorda Bianchi, è grazie al Patto per il lavoro che dal luglio 2015 ha creato un gioco di squadra tra forze sociali ed economiche dove al centro è il diritto per tutti a una buona occupazione non un algoritmo.

Fonte

06/11/2017

Le categorie di Marx applicate al capitalismo del XXI secolo

Il testo che segue, elaborato a partire da “Lavoro mentale e classe operaia” di Guglielmo Carchedi, costituisce il tentativo di sviluppare un punto di vista politico sull’argomento. Per questo abbiamo organizzato la presentazione di tale saggio dentro lo spazio occupato “Ci Siamo”, in via Esterle a Milano, come parte delle attività che vede coinvolta la Rete Solidale insieme ad un gruppo di immigrati arabi e africani, in un percorso di lotta sulle tematiche dell’immigrazione e del lavoro.

Portare questo dibattito all’interno di tale realtà non è stato semplice. Questo ci ha permesso un originale esperimento: provare a parlare, all’interno della scuola popolare di italiano che si tiene in quella sede, di alcune categorie base della teoria marxista, rendendole semplici e comprensibili, adatte ad essere oggetto di un dibattito tra italiani e immigrati. Il tutto tradotto simultaneamente in tre lingue, inglese francese ed arabo. I risultati di questo momento “propedeutico” hanno di gran lunga superato ogni aspettativa. Siamo partiti dall’esempio concreto del bracciante agricolo raccoglitore di frutta, per definire parole come “sfruttamento”, “plusvalore”, “capitalista”, “proletariato”. Da questa base abbiamo parlato degli effetti della meccanizzazione, della competizione al ribasso tra lavoratori, delle delocalizzazioni, dei licenziamenti, dello sciopero e delle lotte. Molte sono state le domande e i contributi venuti proprio dagli abitanti stessi. Un punto fondamentale è stato ovviamente quello di definire lo sfruttamento come categoria comune a tutto il lavoro salariato, che prescinde da divisioni di etnia, genere, territorio, provenienza geografica, inquadramento contrattuale e attività specifica svolta.

Il testo di Carchedi offre in tal senso svariati spunti. Proviamo a tracciarne alcuni nell’articolo che segue.

Appunti su
“LAVORO MENTALE E CLASSE OPERAIA”
Le categorie di Marx applicate al capitalismo del XXI secolo

Introduzione

La prima caratteristica della merce, analizzata nella principale opera di Marx come “forma elementare” e unità costitutiva del modo di produzione capitalistico, è di essere

Oggetto esterno, che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, il fatto che essi provengano dallo stomaco o dalla fantasia, non cambia nulla1.

Con questo, si sostiene che la produzione è al contempo materiale e immateriale; e che i bisogni umani più disparati vengono soddisfatti, nel capitalismo, soltanto attraverso lo scambio di merci di ogni tipo.

Ma la merce è solo la forma esteriore di qualcosa che attiene ai rapporti sociali stessi:

L’arcano della forma di merce consiste nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi [ … ] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.2

L’elemento determinante non è quindi la merce, ma il rapporto sociale che da essa viene celato. La caratteristica comune a tutte le merci, che permette loro di assumere questa funzione, è di essere depositarie di valore. E la scoperta fondamentale (già propria degli economisti classici come David Ricardo, ma approfondita e completata poi da Marx) è che il valore di tutte le merci è determinato dal tempo di lavoro sociale necessario alla loro produzione. Per questo esse sono comparabili e quindi scambiabili, per questo è possibile mettere in relazione attività dal contenuto così diverso, senza altro elemento in comune che non il tempo di lavoro astratto.

Di questo occorre tenere conto, in qualsiasi indagine abbia per oggetto l’evoluzione degli assetti produttivi con i loro effetti sullo sfruttamento. Qualsiasi merce va sempre considerata a partire dal rapporto sociale che essa sottende: nello specifico, la relazione tra capitale e lavoro.

La presentazione del saggio “Sulle orme di Marx, lavoro mentale e classe operaia” di Guglielmo Carchedi ci permette di approfondire ed analizzare proprio queste trasformazioni, determinate nuove tecnologie e moderna comunicazione. Vedremo come lo sfruttamento tragga oggi nuova linfa da tali modificazioni, e come i nuovi paradigmi dell’’accumulazione flessibile e dell’industria 4.0 altro non siano che versioni aggiornate dell’atavica necessità di massimizzare il profitto.

Partiremo collocando il cosiddetto “lavoro mentale” tra le attività lavorative a pieno titolo materiali, e approfondiremo la diffusione di Internet e dei mezzi informatici come strumenti di lavoro ed elaborazione di conoscenza, determinati e veicolati nella produzione capitalistica.

Lo sviluppo stesso di nuove professionalità, accompagnate dai relativi metodi di comando e gestione della forza lavoro, impongono questa riflessione. Organizzarci come lavoratori implica necessariamente la piena comprensione della nostra condizione di classe sfruttata, a partire dal modo con cui avviene la valorizzazione dei vari comparti della forza lavoro stessa.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito, nelle economie a capitalismo avanzato, alla contrazione del lavoro operaio in senso stretto, e al notevole aumento di settori legati alla produzione “immateriale” e ai servizi. Ben lungi dal determinare un’emancipazione delle classi subalterne, il mutamento del tessuto produttivo si è tradotto in maggiore sfruttamento per tutti i lavoratori; la crisi ha esacerbato tale tendenza, e alla deregolamentazione del mercato del lavoro sono seguiti a ruota intensificazione dei ritmi, abbassamento dei salari, aumento della giornata lavorativa e della vita lavorativa, taglio ai diritti e alla spesa sociale.

Una riflessione sugli attacchi in atto non può quindi prescindere dalla comprensione del livello raggiunto dalle forze produttive, e dalle modificazioni che il loro ulteriore sviluppo introduce; soprattutto nel momento in cui l’utilizzo di sistemi automatizzati e informatizzati, oltre a togliere contenuto all’attività lavorativa stessa, da un lato trasforma l’operaio in una mera appendice del macchinario, dall’altro diviene veicolo di disciplinamento e irreggimentazione della forza lavoro.

La scienza e la sua applicazione non sono mai forze “neutre”. Si sviluppano e agiscono all’interno del rapporto e dello scontro tra le classi. Non solo quindi determinano la base tecnica data entro la quale si decide “cosa si produce, come si produce e come si scambia”, ma esse stesse sono una forza viva dentro tale conflitto.

Comprenderne il movimento diventa quindi un aspetto fondamentale nelle lotte di tutti i lavoratori.

L’estrazione del valore

Le tematiche affrontate rimandano, in maniera diretta, ad una ben precisa analisi dei rapporti di produzione, delle classi sociali e della natura dei loro contrasti. Attraverso una “creativa” applicazione del marxismo, si riducono le più svariate forme assunte oggi dal lavoro salariato al tratto fondamentale che tutte accomuna. Quello di essere cioè fonte del valore, di tutto il valore, base del profitto capitalistico nel suo complesso.

Balza subito all’occhio la capacità dell’autore di definire con precisione, per tipologie di lavoro normalmente considerate agli antipodi, il tratto comune dello sfruttamento. E il “dato politico” che se ne desume non è di poco conto: la parola d’ordine della ricomposizione passa anche attraverso la collocazione e il riconoscimento delle più disparate modalità di valorizzazione della forza lavoro, che nel caso di determinati settori della classe lavoratrice assumono caratteri poco comprensibili, quasi indecifrabili. E’ il caso di coloro che producono merci “immateriali”, sovente con rapporti di lavoro che, rispetto alla classica subordinazione con relative tutele contrattuali, nulla hanno in comune.

Cionondimeno, questi settori del lavoro salariato sono soggetti ad una pressione continua, con ritmi di lavoro massacranti e stabilità inesistente; talvolta, la più totale flessibilità di impieghi saltuari fa il paio con gli stipendi da fame. Per i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” valgono le stesse dinamiche della fabbrica; ma a differenza del lavoro operaio, la mistificazione alla quale soggiacciono li rende meno disponibili all’elaborazione di una loro coscienza collettiva, che rigetti il rapporto individualizzato imposto dall’azienda di turno. Vecchi metodi di sfruttamento per nuove professionalità. Non c’è da stupirsi; il padronato ha sempre fatto leva su ogni possibile elemento sovrastrutturale per dividere la classe dei lavoratori. Dalla contrapposizione tra chi lavora e chi è disoccupato, passando per divisioni di etnia, provenienza geografica, genere, territorio, inquadramento contrattuale, livello di salario. A maggior ragione sfrutta anche la diversa natura dell’attività lavorativa e del suo scopo, e ne fa un feticcio. Per questo percepiamo come tanto diverso un impiegato di banca da un bracciante agricolo. E sotto molteplici aspetti lo sono, tranne che per l’unico carattere che realmente conta nel modo di produzione capitalistico: il loro utilizzo per un tempo specifico, sufficiente a produrre una quantità di merci ben superiori a quelle necessarie per riprodursi come forza lavoro. E’ la produzione del plusvalore, carattere comune a tutto il lavoro salariato.

I costi giornalieri di mantenimento della forza lavoro e il dispendio giornaliero di questa sono due grandezze del tutto distinte. La prima determina il suo valore di scambio, l’altra costituisce il suo valore d’uso. Che sia necessaria una mezza giornata lavorativa per tenerlo in vita per ventiquattro ore, non impedisce affatto all’operaio di lavorare pe una giornata intera. Dunque il valore della forza lavoro e la sua valorizzazione nel processo lavorativo sono due grandezze differenti. A questa differenza di valore mirava il capitalista quando comperava forza lavoro. Decisivo era il valore d’uso specifico di questa merce, che è quello di essere fonte di valore, e di più valore di quanto ne abbia essa stessa.3

Se la forza lavoro venisse utilizzata solo per aggiungere ai fattori produttivi tanto valore quanto essa costa, il suo impiego si limiterebbe ad una minima frazione della giornata lavorativa. La sua caratteristica è proprio quella di costare molto meno in quanto necessita di mezzi di sussistenza di un valore molto inferiore rispetto a quanto essa stessa può produrre, sempre in termini di valore, in una giornata lavorativa completa.

Il valore di scambio della forza lavoro, somministrato all’operaio per la perpetuazione della sua esistenza, è una grandezza molto più piccola della grandezza del valore che egli crea col suo lavoro giornaliero. Ciò sta alla base dello scarto esistente tra D e D’, nella relazione D-M-D’.

Lo sfruttamento di tutto il lavoro salariato costituisce dunque la base attorno alla quale si articola questa formazione economico sociale.

Ne deriva che anche per i lavoratori della conoscenza non è tanto l’oggetto della loro attività a doversi considerare, quanto il tipo di rapporto entro cui avviene l’espletamento di tale attività. Detto in altri termini, non conta il processo lavorativo, conta il processo di valorizzazione.

Il punto centrale della teoria valore/lavoro fissa un concetto chiaro: il profitto si basa sulla differenza tra il valore della merce forza lavoro e il valore che essa produce in una giornata lavorativa. Gli elementi sovrastrutturali vanno considerati in un secondo momento: non sono un criterio di classificazione utile, per ora.

Rilevare questo aspetto porta a definire con precisione le caratteristiche del lavoro produttivo e di quello improduttivo.

La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. L’operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l’operaio produca in generale, deve produrre plusvalore. E’ produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all’autovalorizzazione del capitale. Se ci è permesso scegliere un esempio fuori dalla sfera della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare la testa dei bambini, ma se si logora di lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione tra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificatamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, essere operaio produttivo non è una fortuna, ma una disgrazia.4

Questo passaggio definisce quindi con precisione il lavoro produttivo: esso costituisce ogni attività svolgentesi come lavoro salariato. Da notare come Marx stesso non prenda un esempio tratto dalla produzione materiale di merci, ma da quello che oggi potremmo definire come lavoro mentale, cognitivo. La differenza tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo è che mentre il primo viene scambiato con capitale, il secondo viene scambiato con reddito. Questo è il parametro per distinguere ciò che è produttivo da ciò che non lo è. Un operaio manutentore, ad esempio, è produttivo se impiegato, insieme ad altri operai, alle dipendenze di un capitale che viene per ciò a valorizzarsi; ma diventa improduttivo (di plusvalore) se vende in autonomia la sua forza lavoro. Ciò che viene posto al centro dell’analisi non sono le apparenze immediate del risultato tangibile e quindi il carattere materiale o immateriale della merce prodotta. E’ il rapporto sottostante che conta, che è prima di tutto un rapporto tra classi. Così il libero professionista artigiano, produttore di merci materiali vendute sul mercato non produce plusvalore: il suo lavoro si scambia con reddito, costituito da salari o da profitti; mentre il grafico pubblicitario precario che lavora per un’agenzia di marketing scambia il suo lavoro con capitale. Egli è in tal senso produttivo, produce plusvalore. Come nuova figura del nuovo sfruttamento del nuovo capitalismo cognitivo, la sua esistenza altro non fa che comprovare la vecchia e logora legge del valore/lavoro; l’unica, peraltro, che oltre a permetterci di comprendere tutte le trasformazioni in atto in ambito produttivo fornisce anche una compiuta teoria della crisi.

Teoria della conoscenza e teoria della crisi

La produzione di conoscenza viene quindi ricompresa nella più generale produzione di merci. Ciò essenzialmente per due aspetti complementari. Primo, la conoscenza ha un valore di scambio: viene venduta e comprata sul mercato come qualsiasi altra merce. Secondo, la conoscenza si traduce in tecnica applicata alla produzione: essa trapassa nel mezzo di produzione, e costituisce oggi la base dei processi di automazione e informatizzazione dell’industria. Ciò implica l’aumento della composizione organica del capitale, cioè del rapporto tra capitale costante (macchine e materie prime) e capitale variabile (forza lavoro). Tale rapporto sta alla base della spiegazione marxista della crisi. Chiamiamo costante quella parte del capitale che entra nel processo produttivo e non muta il suo valore al termine di esso. Mentre per le materie prime la cosa è semplice, in quanto costituiscono il materiale grezzo del prodotto finito e pertanto ritroveremo il loro esatto valore come frazione di quello della merce finale, per i mezzi di produzione la questione è leggermente più complicata. Il loro valore trapassa nel prodotto mano a mano che l’utilizzo ne determina l’usura. Se una macchina dura 10 anni, in ogni unità di prodotto verrà trasferita una parte aliquota del suo valore iniziale. Il suo valore complessivo lo ritroveremo spalmato dentro il valore dei prodotti da essa generati nei suoi 10 anni di vita; al termine del suo ciclo vitale, il valore di tale macchina è diventato pari a zero.

Il capitale variabile è quella parte del capitale iniziale che, al termine del processo di produzione si ritrova accresciuto. Esso viene convertito in forza lavoro, che come abbiamo visto, è l’unica merce il cui utilizzo determina una creazione di valore maggiore di quanto essa costi, e proprio per questo “variabile”. Non vi è altra origine al profitto, solo il lavoro “vivo” crea valore.

Introduciamo ora la concorrenza e vediamo cosa accade. Con l’obiettivo di conquistare più mercati, ogni capitalista cercherà di aumentare la produttività del lavoro, per poter vendere la singola unità di prodotto a un prezzo inferiore e sbaragliare i competitori. Ciò è possibile in vari modi: dal pagare meno l’operaio al farlo lavorare più a lungo o più intensamente. Ma il metodo maggiormente efficace è dotare l’operaio di mezzi di produzione più efficienti: la sega circolare in luogo della vecchia sega a mano, il martello pneumatico al posto del piccone, il pc al posto delle scartoffie. Risultato, la stessa giornata lavorativa ora restituisce al suo termine una massa incomparabilmente superiore di prodotti, che incorporano, ognuno, un valore nettamente inferiore (poiché risultato di tempi di lavoro inferiori) e che possono essere venduti sul mercato a prezzi più bassi. Ma il mercato è dato (non è infinito, evidentemente); conseguentemente, all’aumento di produttività per addetto si dovrà espellere dalla produzione coloro che, dato il nuovo assetto maggiormente tecnologico e dunque più produttivo, non saranno più necessari.

Da un lato quindi, l’innovazione tecnologica permette ad ogni singola azienda di avvantaggiarsi nel breve periodo, a discapito delle aziende concorrenti nel medesimo settore; ciò sta alla base del mantra dell’economia borghese per il quale più investimenti significa più occupazione. Dall’altro lato, sul medio/lungo periodo e in termini aggregati, questo produce un abbassamento della redditività dei capitali investiti in quel settore (serve molto più capitale per mantenere invariato il livello dei profitti) e alla nuova base tecnica più avanzata consegue l’espulsione di parte della forza lavoro.

La “legge in quanto tale” risulta così sintetizzabile:

s = p/c+v

Dove s è il saggio di profitto, cioè il rapporto tra il plusvalore e tutto il capitale anticipato; p indica il plusvalore; c il capitale costante, quindi macchine e materie prime; v il capitale variabile, quindi la forza lavoro.

Innovazione, ricerca e investimento si traducono in un aumento spropositato della parte costante (c) del capitale investito.

La cosiddetta disoccupazione tecnologica è il risultato più visibile di questo processo. L’applicazione del patrimonio tecnico scientifico alla produzione implica quindi, in termini generali, l’espulsione di parte dei lavoratori dalle unità produttive. La macchina incorpora funzioni precedentemente svolte dall’operaio, e più grande la scala della produzione, più è visibile tale processo. Settori ad altissima concentrazione di capitali come quello automobilistico o siderurgico ne sono all’avanguardia. Interessante notare che è proprio la ricerca scientifica e tecnologica, con l’aumento degli investimenti, a determinare questa tendenza. Perché dunque nella realtà mistificata dell’ideologia dominante, più investimenti significa crescita dell’occupazione?

Questa opinione diffusa deriva da un fatto vero ma assolutamente parziale. Nel breve periodo, e per singole aziende, innovazione e investimento possono anche determinare un aumento degli addetti. Il prezzo della merce finale si riduce, le vendite schizzano alle stelle e la percezione immediata è che l’investimento abbia influito positivamente sull’occupazione, che può anche crescere se l’azienda conquista più mercati. Ma questo è vero soltanto in apparenza. Ciò che succede è che l’investimento in capitale costante e il relativo aumento di produttività avviene a discapito di altri capitali che soccombono, determinando quindi l’espulsione dal comparto delle loro relative forze lavoro; inesorabilmente, e nel lungo periodo, la tecnica produttiva più avanzata si afferma poi in tutto il settore, tendenzialmente su tutto il mercato mondiale. Il risultato sarà sempre più macchine e meno operai. Restando all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, questa contraddizione non è risolvibile.

L’aumento del capitale costante ha anche un’altra pesante ricaduta: la scala della produzione deve obbligatoriamente aumentare a dismisura. Il rapporto tra il capitale investito e profitti conseguiti si assottiglia dunque sempre più: nella nostra formula esposta in precedenza, l’aumento del denominatore riduce gioco forza il valore del rapporto tra profitti e costi sostenuti. E’ ciò che Marx definisce come tendenziale caduta del saggio di profitto, vero motore della crisi intesa come impossibilità alla valorizzazione perpetua dei capitali. Mentre questi possono crescere senza limiti, il mercato mondiale è dato. E paradossalmente, più aumenta la scala della produzione e più è difficile trarre profitto da queste enormi concentrazioni di capitale. La concorrenza determinata ormai dai grandi colossi continentali dell’industria e della finanza determina quindi quali capitali continueranno a competere e quali invece dovranno perire.

Ciò ha delle ricadute politiche ben precise per i lavoratori della conoscenza. Non ha senso alcuno considerare questi ultimi come la prova di supposti caratteri strutturalmente “nuovi” del capitalismo. Essi risultano perfettamente organici a questo modo di produzione, oggi, come un secolo fa, finalizzato alla produzione di merci da mettere in competizione le une contro le altre sul mercato mondiale. Conoscenza e scienza sono da considerarsi come forza produttive. E’ la divisione internazionale del lavoro che ripartisce i compiti in maniera differente ai diversi comparti del proletariato. Ma il capitalismo va considerato nei suoi nessi complessivi, e non isolando specifiche aree del globo.

Lavoratori della conoscenza

La riflessione attorno a queste tematiche ci porta all’elaborazione di un punto di vista politico sull’argomento. La ristrutturazione del mercato del lavoro passa anche attraverso il nuovo contenuto di tecnologia dentro l’attività lavorativa, direttamente relazionato allo sviluppo della conoscenza e della ricerca. Non è soltanto il contenuto del processo produttivo a modificarsi in funzione dell’evoluzione della tecnica, ma anche la gestione e il disciplinamento della forza lavoro stessa evolvono in relazione a tale sviluppo. In generale, più l’evoluzione tecnologica si spinge in avanti più il controllo sui lavoratori diventa pervasivo. Proprio nell’ultima riforma del lavoro (Jobs Act) varata in Italia, uno dei punti cardine riguarda la modificazione della normativa sul controllo a distanza, che permette e liberalizza i controlli sui lavoratori, direttamente effettuabili attraverso gli strumenti di lavoro stessi. Spacciata come aggiornamento della legislazione vigente, in funzione dei nuovi e moderni mezzi di lavoro (computer e smartphone), la riforma dell’art. 4 dello statuto dei lavoratori contenuta nel Jobs Act intende superare la “desueta” impostazione legata ad un modello produttivo ormai sorpassato. Tale mistificazione di natura tecnica nasconde una precisa e concreta esigenza politica, quella dell’intensificazione dei ritmi. Come ben sanno i lavoratori delle grandi aziende, dagli operai delle catene di montaggio, ai lavoratori di call center, agli impiegati di qualsiasi settore, capi e capetti possono ora vedere, estrapolare, ed utilizzare contro il lavoratore, ogni parametro relativo alla sua specifica attività lavorativa.

Per il padronato è ora possibile l’utilizzo dei dati ricavati, ad esempio, dalle moderne catene di montaggio, con macchinari pesantemente informatizzati e connessi in rete tra loro. Non solo: è anche possibile l’installazione di software specifici di gestione della forza lavoro e delle relative attività. In molti contesti ciò è diventato anche oggetto di battaglia sindacale; sia per quanto concerne l’utilizzo dei dati direttamente estratti dagli strumenti di lavoro in quanto tali, sia per l’applicazione dei nuovi software per la gestione delle attività come, nello specifico denominati customer relationship management o work force management. Ciò dovrebbe, secondo il punto di vista delle aziende, generare quella che in gergo viene chiamata “efficienza”; il contenuto neutro di questo concetto sottende tuttavia l’attacco politico a tutta la forza lavoro, la cui modalità di gestione diviene di natura esclusivamente “tecnica”. La gestione del rapporto di lavoro e l’attività stessa del lavoratore diventano sempre più appannaggio di sistemi informatici e dei relativi algoritmi; i lavoratori prima deputati compiti gestionali vengono quindi in qualche modo “espropriati” delle loro specifiche funzioni, trasformandosi a loro volta, come in generale accade alla forza lavoro nel suo complesso, in mere appendici del macchinario. Ma la cosa più grave è che la relazione tra lavoratore e datore di lavoro smette di essere una questione politica per entrare nel campo delle questioni di natura tecnica.

Questo ci dà la misura di quanto l’aspetto tecnico-produttivo dello sviluppo di conoscenza venga compreso ed utilizzato: la ristrutturazione del mercato del lavoro contenuta del Jobs Act non poteva non tenerne conto.

Ancora una volta, tutto questo rientra in quella funzione specifica chiamata da Marx “comando sul lavoro”. I rapporti di forza tra le classi passano direttamente attraverso di esso.

Con la massa degli operai simultaneamente impiegati cresce la loro resistenza, e quindi necessariamente la pressione del capitale per superare tale resistenza. La direzione del capitalista non è soltanto una funzione particolare derivante dalla natura del processo lavorativo sociale e a tale processo pertinente; ma è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale, ed è quindi un portato dell’inevitabile antagonismo fra lo sfruttatore e la materia prima vivente da lui sfruttata. Così pure, col crescere del volume dei mezzi di produzione che l’operaio salariato si trova davanti come proprietà altrui cresce la necessità del controllo affinché essi vengano adoprati convenientemente. Quindi, agli operai salariati la connessione fra i loro lavori si contrappone idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista, come potenza di una volontà estranea che assoggetta al proprio fine le loro azioni. Quanto alla forma, essa è dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme peculiari mano a mano che la cooperazione si sviluppa su scala maggiore. Prima, il capitalista viene esentato dal lavoro manuale appena il suo capitale ha raggiunto quella grandezza minima che sola permette l’inizio della produzione capitalistica; ora torna a cedere a sua volta a un genere particolare di operai salariati la funzione di sorveglianza diretta e continua dai singoli operai e dei singoli gruppi di operai. Allo stesso modo che un esercito ha bisogno di ufficiali e sottoufficiali militari, una massa di operai operanti insieme sotto il comando dello stesso capitale ha bisogno di ufficiali superiori (dirigenti, managers) e di sottoufficiali (sorveglianti, foreman, overlookers, comtremaitres) industriali, i quali durante il processo di lavoro comandano il nome del capitale. Il lavoro di sorveglianza si consolida diventando loro funzione esclusiva.5

La ristrutturazione del mercato del lavoro procede pertanto secondo direttrici che il padronato ha ben presente. Esso non si fa ingannare dalle teorie sul general intellect come veicolo di emancipazione universale, o da quelle sulla nascita delle nuove professionalità cognitive come espressione della relativa scomparsa della produzione materiale. La conoscenza, il suoi sviluppo, e il suo impiego in ambito produttivo, costituiscono un arma formidabile della cui forza il padronato è assolutamente cosciente.

Le potenze intellettuali della produzione allargano la loro scala da una parte perché scompaiono da molte altre parti. Quel che gli operai parziali perdono si concentra nel capitale, di contro a loro. Questa contrapposizione delle potenze intellettuali del processo materiale di produzione agli operai, come proprietà non loro e come potere che li domina, è un prodotto della divisione del lavoro di tipo manifatturiero. Questo processo di scissione comincia nella cooperazione semplice, dove il capitalista rappresenta l’unità e la volontà del corpo lavorativo sociale di fronte ai singoli operai; si sviluppa nella manifattura, che mutila l’operaio facendone un operaio parziale; si completa nella grande industria, che separa la scienza facendone una potenza produttiva indipendente dal lavoro, e la costringe a entrare al servizio del capitale.6

Marx, 1867. Gli elementi per descrivere i mutamenti dell’industria 4.0 ci sono già tutti. La scienza è considerata per il principale dei suoi aspetti, come forza produttiva contrapposta agli operai.

Note
1 IL CAPITALE, capitolo 1 – LA MERCE, p.47 (Edizione Editori Riuniti 1973)
2 Ibidem, p. 85
3 Ibidem, capitolo 5 – PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE, pp. 211-212
4 Ibidem, capitolo 14 – PLUSVALORE ASSOLUTO E PLUSVALORE RELATIVO, p.222
5 Ibidem, Capitolo 11 – COOPERAZIONE, pp 28-29
6 Ibidem, Capitolo 12 – DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA, pp.61-62

Fonte