L’annullamento del convegno “La scuola non si arruola”, previsto per il 4 novembre, continua a incendiare il dibattito pubblico. E non solo per la decisione del Mim di cancellare l’evento e aprire un procedimento disciplinare contro il Cestes, ma per la risposta del ministro Valditara che, nel tentativo di difendersi, sembra avere solo peggiorato la situazione.
Di fronte al silenzio imposto a un ente accreditato per la formazione dei docenti, Luciano Vasapollo del Cestes non ci sta: “Qui siamo davanti a una censura bella e buona. Il ministero ci vuole muti, obbedienti e possibilmente compiacenti. Ma noi non facciamo parte della sua idea di scuola-soldato”.
Le accuse del ministero, secondo cui il corso sarebbe stato “estraneo alla formazione professionale dei docenti”, scatenano la reazione del responsabile scientifico del Cestes. “È grottesco – attacca Vasapollo –. Parlare di pace, di guerra, di militarizzazione delle scuole sarebbe ‘estraneo’? Ma quando mai? Da quando educare alla pace è diventato sospetto? Da quando analizzare la deriva militarista è propaganda? La propaganda è la loro, non la nostra”.
Ad arroventare il clima, arriva la risposta ufficiale del ministro Valditara alle critiche dei sindacati. Secondo lui, il Mim non avrebbe “vietato nulla”, ma semplicemente negato l’esonero dal servizio ai docenti che avrebbero voluto partecipare.
Il motivo? Il convegno sarebbe stato “propagandistico”, dunque non finanziabile “a spese del contribuente”. Una spiegazione che, più che chiarire, apre un varco enorme nelle argomentazioni del ministero. Perché se la partecipazione a un’iniziativa formativa – peraltro richiesta da un sindacato e da un ente accreditato – viene classificata come “propaganda politica”, allora chi decide cosa è pedagogia e cosa è politica? Valditara?
La sua replica alla Cgil, peraltro, è sembrata a molti più simile a un comizio che a una nota istituzionale. Ha accusato il sindacato di avere un “concetto inquietante di democrazia”, evocando un passato in cui “pretendevano di fare propaganda nelle scuole”. Una sortita che ha lasciato più di un sopracciglio alzato. Vasapollo la liquida così: “Fa sorridere, amaramente, vedere un ministro che da mesi riempie le scuole di retorica patriottica, di divise, di protocolli con le Forze Armate, che parla di pace come fosse una bestemmia… e poi dà lezioni di neutralità. È una farsa”.
La Cgil, dal canto suo, ribadisce che il valore costituzionale della pace non è un’opzione culturale, ma un fondamento della formazione civica. E sottolinea che mentre si boccia un corso critico verso la militarizzazione, aumentano in tutta Italia attività e progetti scolastici in diretto rapporto con l’industria bellica. “È questo che irrita il ministero – commenta Vasapollo –: la verità. Il fatto che docenti e studenti stiano alzando la testa, il fatto che mille persone si fossero già iscritte al nostro convegno, il fatto che le manifestazioni contro il riarmo crescano. Questo governo non sopporta che la scuola ripudi la guerra, come la Costituzione impone”.
La contraddizione politica è evidente. Da un lato, Valditara denuncia la “propaganda” altrui; dall’altro, trasforma ogni dissenso in minaccia, ogni critica in eresia, ogni corso scomodo in potenziale reato pedagogico. La linea del Mim è chiara: alimentare il sospetto verso ciò che è diverso, isolare chi introduce un pensiero critico, scoraggiare chi si oppone alla militarizzazione strisciante.
E qui Vasapollo affonda il colpo: “Colpire il Cestes significa dire a tutte le scuole: state zitte. Se parlate di pace, verrete sanzionati. Se denunciate la deriva bellicista, vi toglieremo l’accreditamento. È un messaggio da ministero autoritario, non da Paese democratico. Ma se pensano che ci arrenderemo, hanno sbagliato bersaglio”.
Il paradosso finale è quasi grottesco: mentre il ministero invoca la neutralità, la sua azione dimostra che la scuola è già terreno politico. Ma lo è a senso unico: quello imposto dal governo.
La conclusione, per Vasapollo, è una promessa e una sfida: “La scuola non si arruola, ministro. E nemmeno si inginocchia. Siamo qui, più forti e più determinati. E non saremo noi a tacere”.
Un avvertimento chiaro: se oggi nel mirino c’è un corso scomodo, domani potrebbe esserci qualsiasi docente, qualsiasi ricerca, qualsiasi idea che non corrisponda alla linea del potere. E questa sì, sarebbe la vera propaganda.
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04/11/2025
01/11/2025
Il Ministero dell’Istruzione blocca d’imperio un convegno per docenti sulla scuola e la guerra
Il Ministero dell’Istruzione ha annullato nella mattinata di ieri, con un atto autoritario e incomprensibile, il convegno organizzato dal Cestes sul tema della guerra e dell’educazione alla pace nella scuola, oscurandolo sulla piattaforma ufficiale Sofia e comunicando ai dirigenti scolastici l’impossibilità di concedere il permesso ai 1400 docenti che si erano iscritti al corso. Il corso, dal titolo “La scuola non si arruola” era stato organizzato per martedì 4 novembre.
Il Ministero afferma che gli argomenti trattati non possono essere oggetto di formazione pedagogica nelle scuole. Ecco la motivazione ufficiale (citazione testuale): “L’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016”.
Il Cestes scrive in una nota che: “Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra” informa inoltra che i legali del CESTES stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente.
Per il Ministro Valditara dunque l’educazione alla pace, la guerra, la corsa al riarmo e il genocidio non possono essere oggetto di formazione pedagogica, cancellando il libero diritto alla formazione del corpo docente.
Ma la dinamica sul come il ministero è arrivato a vietare un convegno di formazione per docenti quattro giorni prima del suo svolgimento, potrebbe essere un po’ più complessa, ma emblematica dell’aria che tira sia sul piano della libertà di espressione sia sul come funzionano gli apparati di interdizione e smantellamento delle iniziative ritenute dissonanti dai militaristi e dai gruppi sionisti.
È accaduto infatti che solo qualche giorno prima della decisione del ministero, un docente abbia inviato una lettera di protesta al ministero stesso, ma la stessa lettera è rapidamente pervenuta e pubblicata giovedì 30 ottobre anche da un noto sito ultrasionista in Italia.
Nella lettera, questo docente denuncia di aver ricevuto sulla casella di posta istituzionale della sua scuola il programma dei lavori del corso di formazione del CESTES del 4 novembre e la notizia di un’altra iniziativa sindacale contro il Ddl Gasparri svoltasi una settimana prima.
Mettendo in un unico calderone le due iniziative, il docente scrive che “In particolare l’amministrazione scolastica ha da anni adottato le “Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola”, che illustrano chiaramente come l’antisionismo sia oggi una delle forme più insidiose di antisemitismo”, precisando poi che “Il convegno del CESTES, oltre a prendere posizione contro il piano di riarmo europeo, assimila il sionismo al colonialismo e accusa Israele di genocidio. Come se non bastasse, si presenta come iniziativa di formazione professionale”.
Detto fatto e per una curiosa coincidenza, appena la lettera di protesta è stata pubblicata nel posto giusto (il sito ultrasionista), il ministero è intervenuto immediatamente per bloccare il corso di formazione, con una perfetta sincronizzazione.
È evidente che sulla scuola e l’università si va abbattendo una ondata normalizzatrice e reazionaria che punta ad arruolarle sia nella logica del riarmo e della guerra sia sul ripristino della narrazione israeliana della realtà.
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Il Ministero afferma che gli argomenti trattati non possono essere oggetto di formazione pedagogica nelle scuole. Ecco la motivazione ufficiale (citazione testuale): “L’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016”.
Il Cestes scrive in una nota che: “Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra” informa inoltra che i legali del CESTES stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente.
Per il Ministro Valditara dunque l’educazione alla pace, la guerra, la corsa al riarmo e il genocidio non possono essere oggetto di formazione pedagogica, cancellando il libero diritto alla formazione del corpo docente.
Ma la dinamica sul come il ministero è arrivato a vietare un convegno di formazione per docenti quattro giorni prima del suo svolgimento, potrebbe essere un po’ più complessa, ma emblematica dell’aria che tira sia sul piano della libertà di espressione sia sul come funzionano gli apparati di interdizione e smantellamento delle iniziative ritenute dissonanti dai militaristi e dai gruppi sionisti.
È accaduto infatti che solo qualche giorno prima della decisione del ministero, un docente abbia inviato una lettera di protesta al ministero stesso, ma la stessa lettera è rapidamente pervenuta e pubblicata giovedì 30 ottobre anche da un noto sito ultrasionista in Italia.
Nella lettera, questo docente denuncia di aver ricevuto sulla casella di posta istituzionale della sua scuola il programma dei lavori del corso di formazione del CESTES del 4 novembre e la notizia di un’altra iniziativa sindacale contro il Ddl Gasparri svoltasi una settimana prima.
Mettendo in un unico calderone le due iniziative, il docente scrive che “In particolare l’amministrazione scolastica ha da anni adottato le “Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola”, che illustrano chiaramente come l’antisionismo sia oggi una delle forme più insidiose di antisemitismo”, precisando poi che “Il convegno del CESTES, oltre a prendere posizione contro il piano di riarmo europeo, assimila il sionismo al colonialismo e accusa Israele di genocidio. Come se non bastasse, si presenta come iniziativa di formazione professionale”.
Detto fatto e per una curiosa coincidenza, appena la lettera di protesta è stata pubblicata nel posto giusto (il sito ultrasionista), il ministero è intervenuto immediatamente per bloccare il corso di formazione, con una perfetta sincronizzazione.
È evidente che sulla scuola e l’università si va abbattendo una ondata normalizzatrice e reazionaria che punta ad arruolarle sia nella logica del riarmo e della guerra sia sul ripristino della narrazione israeliana della realtà.
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31/05/2020
Il dopo Covid 19 richiede un modello economico alternativo al capitalismo
È stata un grande successo l’iniziativa del Cestes, centro studi dell’Unione Sindacale di Base (USB), che si è tenuta ieri. Il convegno, dal titolo “Ruolo dell’economia pubblica e nuova questione operaia”, ha lanciato importanti proposte per far fronte alla crisi attuale – innescata ma non prodotta dal nuovo coronovirus – che rischia di aumentare le disuguaglianze e le nuove povertà.
Al convegno hanno partecipato docenti universitari, ricercatori, sindacalisti dell’USB, ma anche operai e lavoratori che stanno vivendo la crisi sulla loro pelle. Inoltre, ha partecipato il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, che ha tenuto la relazione finale.
Confrontandosi con gli studiosi e i lavoratori, Tridico ha accolto la necessità di un diverso paradigma, nonostante abbia difeso l’intervento attuale dello Stato dinanzi alla crisi pandemica. “Negli ultimi decenni abbiamo osservato una compressione della quota salari e un aumento della diseguaglianza”. Una crisi come questa, richiede delle riflessioni importanti, ha spiegato Tridico, come quella sulla riduzione dell’orario di lavoro.
Roberto Montanari, dell’USB (logistica), ha aperto e coordinato il dibattito, sottolineando come il sistema liberista abbia fallito, mostrando la propria fragilità. I temi dell’intervento pubblico nell’economia e la salvaguardia dei valori socio-eco-sostenibili, con il richiamo al progetto dell’Alba Euro Afro Mediterranea, sono stati i filo conduttori del convegno. “Una Nuova IRI e le nazionalizzazioni, sia degli asset strategici sia del sistema bancario”, ne hanno altresì riguardato la parte programmatica.
Molto importanti sono state le testimonianze dei lavoratori, che hanno riportato le vertenze e i terreni di lotta e trasformazione in cui sono impegnati. Sasha Colautti, dell’USB (industria), ha affrontato la questioni sindacali, cui è impegnato, in particolare quelle inerenti il settore siderurgico, “uno dei settori industriali per eccellenza”. “Tutti i beni che riguardano i cittadini, che sono fondamentali, devo essere pubblici”, ha spiegato Colautti, il quale segue la vertenza ILVA/ArcelorMittal.
“Le multinazionali hanno l’obiettivo di vedersi garantita qualsiasi immunità”, mettendosi al di sopra del diritto e dello Stato. Per rilanciare l’economia nazionale, ha aggiunto Colautti, è fondamentale, inoltre, la riconversione ecologica e ambientale, uscendo dal falso conflitto tra “salute e lavoro”. Temi quanto mai attuali, durante questa pandemia.
Un’altra testimonianza raccolta è quella di Francesco Staccioli, dell’USB (lavoro privato), che ha riportato l’esperienza della vertenza Alitalia. Staccioli ha illustrato le perversioni del trasporto aereo, determinato dall’ideologia del cosiddetto “libero mercato”. Anche in questo caso, solo grazie all’intervento dello stato, tramite un Nuovo IRI e la nazionalizzazione, sarà possibile la ripresa del settore aereo. “Si tratta di risorse dei cittadini e della collettività che non possono servire a ingrassare i privati”, ma devono avere dei risvolti sociali. “Come lavoratori, abbiamo incarnato la rottura di questo schema perdente”.
Rita Martufi, direttrice del Cestes, ha sottolineato come siamo davanti ad un “vuoto di democrazia”, causato dalle politiche imposte all’Unione Europea dalle grandi corporation. Infatti, ha spiegato la studiosa, “il fallimento delle politiche neoliberiste portate avanti dalle classi dominanti europee per conto dei grandi agglomerati economici transnazionali risulta più che mai evidente con l’esplosione dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19”.
“Queste politiche”, inoltre, “hanno avuto come risultato la disintegrazione degli apparati industriali e del tessuto sociale di diverse economie europee, tra queste anche l’Italia”.
Secondo Martufi, “la recessione economica è già in atto” e non può che “deteriorare le condizioni di vita dei lavoratori”. Difatti, ci troviamo di fronte ad un “sistema asimmetrico e contraddittorio”, che ha portato allo “svuotamento del sistema sanitario pubblico” tramite i continui tagli in favore del privato. Inoltre, ha spiegato la studiosa, è da rilevare come il virus sia diffuso maggiormente nelle grandi aree industriali del paese.
Questo elemento dimostra come, anche in questo caso, si sia perseguita la logica del profitto ad ogni costo. Come non sottolineare, ha ribadito Martufi, che “l’Italia investe in armi ma non in salute”, continuando a partecipare a missioni militari all’estero e investendo in armamenti costosissimi. Secondo Martufi, “la crisi sanitaria sta aggravando le diseguaglianze” e “lo stato si piega dinanzi le pretese della classe dominante”, elargendo concessioni in “tempo record”, “mentre milioni di famiglie di lavoratori sono lasciate sole”.
Il sistema sanitario italiano, inoltre, tende ad avvicinarsi a quello degli altri paesi europei, ha sottolineato la studiosa, in cui i cittadini sono coperti da polizze assicurative “o da un sussidio mutualistico sanitario”.
Le privatizzazioni imposte dall’Unione Europea, inoltre, “in ossequio ai dettami del neoliberismo”, hanno portato a un ritiro dello Stato dall’economia, impoverendo le classi subalterne. Secondo Martufi, dunque, “è necessaria una rottura della gabbia imposta dall’UE”.
L’alta tassazione salariale è data, non tanto dalla ricerca di investimenti nel settore produttivo, ma dall’impossibilità per lo Stato di fare cassa in altro modo. Per uscire da questi paradigmi, ha concluso Martufi, è “necessario nazionalizzare i settori strategici della produzione”. Questa crisi pandemica, infatti, ha certificato il fallimento del sistema industriale italiano, che è stato massacrato e depauperato.
Dopo aver fatto il punto sulla situazione, i relatori hanno spiegato come questa iniziativa sia nata per indicare delle soluzioni in grado di invertire la rotta, proponendo un cambiamento di paradigma in favore dell’intervento dello Stato in economia.
Un nome che è tornato negli interventi è stato quello dell’indimenticato economista Federico Caffè, definito “un riformista radicale” da Mario Tiberi, professore universitario di Economia Politica alla Sapienza e uno degli interpreti più autorevoli del grande economista. Pertanto, Tiberi ha rilevato come Caffè fosse “portatore di una concezione riformista, i cui punti fermi sono stati: una politica economica che non escluda, tra l’altro, i condizionatori delle scelte individuali; che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza, che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale; che affidi all’intervento pubblico una funzione fondamentale nella condotta economica”.
Tiberi ha ricordato come “Caffè, più degli altri, ha saputo tenere ferma la direzione di marcia, anche quando, a partire dagli anni '80, il travolgente successo del neoliberismo, almeno per quanto riguardava il contributo degli economisti, riproponeva una data concezione apologetica dell’istituzione ‘mercato’, che”, in realtà, “l’opera di grandi studiosi, nonché l’esperienza storica, avevano, secondo lui, definitivamente ridimensionato se non liquidato”.
L’economista e direttore scientifico del Cestes, Luciano Vasapollo, ha fatto un ricco intervento in cui ha elencato importanti punti programmatici. Innanzitutto, lo studioso e docente alla Sapienza si è chiesto retoricamente se “ai tavoli per il costituendo processo post coronavirus stiano davvero parlando di programma e non di poltrone?”.
Con il pensiero rivolto a chi vive lo sfruttamento, “ogni giorno direttamente sulla propria pelle con lacrime e sangue”, Vasapollo ha relazionato una “proposta minima” di controtendenza. Come primo elemento, è essenziale “costruire un’area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee”, che rappresenta un elemento dirimente “per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa socialista, anche in una fase di transizione possibile”.
Questa alternativa è possibile, ha spiegato Vasapollo, sebbene richieda “la coniugazione immediata di un percorso tattico rivendicativo interno alle lotte e al conflitto sociale con la prospettiva strategica del superamento, in chiave socialista, del modo di produzione capitalista”.
Inoltre, Vasapollo, ha parlato di un “Programma Economico Sociale di Controtendenza”, in cui siano inserite, in maniera qualificata, le richieste dei lavoratori “e dei loro rappresentanti, ma anche dei cittadini e delle loro organizzazioni”.
Si tratta, attraverso questo programma, “di distribuire l’accumulazione valoriale a chi l’ha creata e a chi è stato impedito di entrare in un mondo del lavoro a pieno salario e pieni diritti”.
Come primo punto, Vasapollo propone la creazione di una “moneta comune, ovvero il SUCRE MEDITERRANEO”, la quale deve essere “associata ad una politica di piena occupazione e con produzioni solidali e eco-socio-sostenibili”.
Secondo lo studioso, questa moneta rappresenta “un’alternativa per paesi che, vista l’esperienza della semi periferia Euro-mediterranea, chiedono immediatamente di non essere parte del gioco di quella trappola che presuppone l’utilizzo politico-monetario dell’Euro per tutti i paesi con una base produttiva dipendente e meno sofisticata tecnologicamente, che quindi per forza di cose sono sottomessi ad una necessità d’importazione massiccia di prodotti proveniente dai paesi più avanzati del centro e nord dell’Europolo”.
Come secondo punto di questo programma di controtendenza, Vasapollo ha individuato “la nazionalizzazione delle banche”, la quale costituisce “la parte più importante del processo generale per uscire dalla finanziarizzazione dell’economia globale”. Se si elude questo obiettivo, infatti, “continuerà il deterioramento della qualità della vita e del lavoro al sol fine di aumentare il tasso di profitto”.
Dunque, “rompere la logica del capitale finanziario significa nazionalizzare le decisioni d’investimento per favorire le attività socialmente utili, sottoposte a un criterio di rendimento sociale ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo termine”.
Il terzo punto, cui Vasapollo fa riferimento, è “il controllo sociale degli investimenti” al fine di dinamicizzare l’attività produttiva, orientando il “credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione e dell’utilità sociale”. Queste funzioni sfuggono alla “banca privata che è orientata al criterio del massimo profitto a breve termine”.
Il quarto punto spiega come la nazionalizzazione delle banche “in una situazione di insolvenza e di dipendenza dall’aiuto pubblico” sia anche “un requisito per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica e storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.
Un altro elemento importante, che costituisce il quinto punto, è senz’altro “la nazionalizzazione dei settori strategici delle comunicazioni, energia e trasporti”, che non solo potrebbero essere forniti ad un prezzo giusto, “ma allo stesso tempo potranno portare le risorse per realizzare una strategia di rilancio produttivo a breve termine che permetta di creare le condizioni affinché milioni di disoccupati nei paesi della periferia Europea mediterranea comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile”.
Infatti, ha spiegato Vasapollo, “questi settori strategici sono le attività produttive che stanno ottenendo maggiori benefici, come risultato della gestione delle risorse naturali non rinnovabili sulla base di una intensa socializzazione dei costi che non vengono imputati come costi interni (i costi di inquinamento, la distruzione di risorse naturali ecc.), o comunque tali settori stanno ottenendo forti risultati positivi perché stanno beneficiando della privatizzazione di reti di comunicazione e tecnologie, la maggior parte delle quali si sviluppano con risorse pubbliche”.
Inoltre, questo è il sesto punto illustrato da Vasapollo, “è assolutamente irrinunciabile invertire il flusso delle risorse, dal capitale verso lo Stato e la società, dalle rendite finanziarie verso i salari diretti e indiretti. Questo cambio radicale nella politica fiscale può stimolare le risorse necessarie in una prima fase per iniziare un vasto programma di rilancio economico e di miglioramento della qualità della vita. Bisogna capire questo nesso indissolubile fra mutamenti delle linee dello sviluppo e ruolo locale e centrale dell’industria pubblica e dell’economia pubblica in genere”.
Un altro tema (settimo punto) di cui ha parlato l’economista, è quello del cambiamento tecnologico “in un modello di sviluppo autodeterminato a compatibilità socio-ambientale”. Solo così, esso “può rappresentare un progresso tecnico e sociale” in quanto frutto “di una decisione collettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata”.
Invero, ha spiegato Vasapollo, questa “decisione si è lasciata sempre in mano degli imprenditori e del capitale”. “È importante”, al contrario, “il recupero tecnologico in settori per il nostro Paese tradizionali e lo sfruttamento della adattabilità alle esigenze ed alternative che si presentano di volta in volta, che sono possibili solo con un serio governo pianificato di indirizzo dello sviluppo che non può prescindere dal fondamentale ruolo pubblico nei servizi essenziali e nei settori strategici dell’economia”.
Secondo Vasapollo, è ineludibile (ottavo punto) “tassare finalmente nei modi diversi il capitale, fino a giungere anche alla tassazione dell’innovazione tecnologica, caricando gli stessi oneri gravanti sulla forza lavoro che va a sostituire, effettuare degli appropriati controlli attraverso un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente anagrafe tributaria; tutto ciò significa far riappropriare i ceti meno abbienti della popolazione, i lavoratori, composti da occupati e non occupati, di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono andati fino ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale”.
Tutti questi elementi, hanno la prospettiva (nono punto) “di incanalare il risparmio verso investimenti produttivi, capaci di creare lavoro, di creare ricchezza non misurabile esclusivamente in termini di PIL, ma in termini di crescita di socialità, di ricchezza sociale ridistribuita pienamente al lavoro di civiltà e di umanità”, ha aggiunto Vasapollo.
Così facendo, si potrà, in effetti, rilanciare “il ruolo di uno Stato garante delle esigenze collettive e degli equilibri sociali, con controlli reali sull’evasione fiscale e con investimenti di tali entrate fiscali che pongano al centro gli interessi dei lavoratori e i bisogni socio-economici dei cittadini”.
Il decimo, e ultimo, punto, su cui Vasapollo ha rivolto l’attenzione, è quello di cui hanno bisogno le economie periferiche Europee “per uscire dall’attuale marasma”. Secondo l’eminente economista, si deve implementare una “politica di creazione massiccia di posti di lavoro a tempo indeterminato, a pieno salario e pieni diritti realizzato anche attraverso la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di salario”.
“Gli enormi bisogni sociali non soddisfatti (dalla casa, ai servizi e attenzioni per le persone a vario titolo non autosufficienti, i servizi sociali centrali e locali, dalla salute alla formazione all’educazione continua, ai servizi di gestione e cura dell’ecosistema ecc.)”, ha concluso Vasapollo, “possono essere coperti nel tempo con un programma sostenuto di formazione e creazione di posti di lavoro”. Affinché questi punti possano essere realizzati, ha infine detto lo studioso, “la politica deve dettare tempi e modalità dell’economia e non viceversa”.
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27/08/2018
Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata
"In America la razionalizzazione del lavoro e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita intima degli operai, i servizi di ispezione creati da alcune aziende per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro.
Chi irridesse a queste iniziative (anche se andate fallite) e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanismo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo. La espressione «coscienza del fine» può sembrare per lo meno spiritosa a chi ricorda la frase del Taylor sul «gorilla ammaestrato». Il Taylor infatti esprime con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Ma in realtà non si tratta di novità originali: si tratta solo della fase più recente di un lungo processo che si è iniziato col nascere dello stesso industrialismo, fase che è solo più intensa delle precedenti e si manifesta in forme più brutali, ma che essa pure verrà superata con la creazione di un nuovo nesso psico-fisico di un tipo differente da quelli precedenti e indubbiamente di un tipo superiore. Avverrà ineluttabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court"
(A. Gramsci, Quaderni del Carcere,
Q 22,11: Americanismo e fordismo)
Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata, edizioni Efesto
Prologo alla seconda edizione.
Tutto nasce da una riflessione politico-culturale di questi mesi nel collettivo del CESTES (centro studi dell'USB, Unione Sindacale di Base) e in particolare, insieme agli Autori, con Massimo Gabella e Lorenzo Giustolisi che vogliamo sentitamente ringraziare per la vicinanza umana, politica, professionale, per il fondamentale lavoro di ricerca e i preziosi suggerimenti che hanno permesso questa nuova elaborazione del testo.
In questi due decenni, dalla prima edizione, quelle che allora erano in parte tendenze sono diventate realtà conclamate.
Questo Prologo cerca, attraverso un percorso che riprende nostri precedenti studi del CESTES, e di altri studiosi marxisti molto vicini come metodo e impostazione di scuola alle nostre strutture politico-culturali, di mostrare come il “lavoro mentale” sia divenuto nei paesi a capitalismo maturo uno dei terreni, non certo l’unico o necessariamente il principale, di appropriazione di pluslavoro nella dinamica dello sfruttamento capitalista della fabbrica sociale diffusa e totalizzante della nuova catena del valore.
Lo sottolineiamo perché anche al tempo della sua prima pubblicazione, il 2000, il libro ebbe una buona accoglienza, suscitando una discussione che si inseriva all’interno di un dibattito che si stava già allora aprendo con molte ambiguità su nozioni come “capitale umano”, “società della conoscenza”, “capitalismo cognitivo” e sui “lavoratori della conoscenza”. Dibattito orientato prevalentemente su posizioni cosiddette negriane e post-operaiste, o meglio del postoperaismo di moda del dire e non fare, con le quali entravamo in discussione duramente polemica, non essendoci mai appartenute per storia e cultura politica.
Non crediamo si possa offendere o risentire nessuno se rivendichiamo che i fatti ci hanno dato ragione nel tempo: le mode passano ma la scienza resta, e il metodo e modello scientifico marxiano si conferma e consolida con il divenire storico della crisi sistemica capitalista, mentre quel dibattito scontava molti limiti in buona fede ma anche continui tentativi di affossamento del metodo scientifico marxiano – come tutte le mode culturali di un inesistente post-marxismo –. Pur cogliendo con acutezza un elemento di novità assolutamente reale, questo dibattito tendeva ad una acritica esaltazione del nuovo soggetto dello sfruttamento capitalistico, il presunto “cognitariato”, perdendosi totalmente il collegamento con gli altri pezzi della classe ormai spezzettata nella fabbrica sociale generalizzata, diffusa, come cercavamo di spiegare con metodo scientifico e allo stesso tempo divulgativo già in questa pubblicazione di circa venti anni fa e in molte altre precedenti e successive in una battaglia delle idee che spesso si è rivelata appunto fuori moda. Ma il tempo o meglio il divenire dei soggetti di classe nella crisi e le dinamiche del conflitto capitale-lavoro ci hanno dato ragione facendo giustizia del chiacchiericcio profondamente contrario, anzi nemico del materialismo dialettico.
Oggi quel processo di proletarizzazione del lavoro intellettuale si è tutt’altro che arrestato, e costringe a ripensare i luoghi classici dell’elaborazione marxiana, leniniana e gramsciana sul rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla teoria dell’egemonia e sugli intellettuali.
La citazione scelta per aprire questa nuova edizione e inserita prima di questo Prologo è tratta dai Quaderni gramsciani, in particolare da quello su Americanismo e Fordismo in cui Gramsci coglie le caratteristiche di fondo della nuova fase di accumulazione capitalistica, basata sulla fabbrica fordista e la produzione di massa, di cui proprio negli Stati Uniti si stavano compiendo sperimentazioni destinate ad allargarsi a tutto l’Occidente.
In particolare, per quanto ci interessa qui, Gramsci analizza l’americanismo come progetto di costruzione di un nuovo soggetto lavoratore, e in definitiva di un nuovo tipo di uomo, adatto alla produzione di tipo tayloristico, fortemente parcellizzata e meccanizzata; gli sforzi della classe dominante sono allora diretti a controllare e limitare gli eccessi compiuti dal lavoratore fuori dall’orario di lavoro, affinché il suo rendimento in fabbrica sia massimo.
Si tratta quindi della formazione di un uomo e di un lavoratore, di un soggetto di classe, corrispondente a una certa fase storica del modo di produzione capitalistico. Con il corretto adattamento di contesto storico, sociale, politico, economico e produttivo, vi è un forte parallelismo con ciò che è in corso da circa 30 anni a questa parte nei cosiddetti paesi a capitalismo maturo, con processi e modelli di accumulazione capitalistica che si fondano maggiormente che in precedenza sull’utilizzo della conoscenza e sulla flessibilità e precarietà della forza-lavoro, e sulla messa diretta a produzione di conoscenza e comunicazione. Insomma, si attuano e sperimentano nuove modalità per “ammaestrare il gorilla” – per usare la terminologia di Gramsci, mutuata proprio da Taylor – ovvero per costruire un lavoratore produttivamente e ideologicamente subalterno agli interessi della ristrutturazione capitalistica nel tentativo di risolvere la crisi globale in una nuova e più feroce dimensione del conflitto di classe, nel dispiegarsi delle modalità della guerra capitalista, militare, economica, sociale, psicologica, massmediatica.
Le pagine che seguono provano a costruire un percorso che colleghi quella pubblicazione del 2000 al nostro oggi.
Per ricostruire compiutamente quello che potremmo definire un filone della teoria marxiana, si deve necessariamente fare un passo indietro.
Siamo in una nuova rivoluzione industriale, dove si generalizza l’applicazione dei progressi scientifici tecnologici, si cambia il modello di accumulazione capitalista, si massifica la sfera dei servizi e delle tecnologie dell’informazione e le comunicazioni raggiungono livelli mai conosciuti nella vita economica e sociale delle grandi nazioni capitaliste.
La fase di sviluppo capitalistico che così si apre si caratterizza per l’uso intensivo della scienza e della tecnologia nella produzione, a un livello qualitativamente e quantitativamente nuovo rispetto al passato, e per un’implementazione della conoscenza come fattore produttivo fondamentale, come elemento di vantaggio competitivo su cui si basa la posizione di dominio globale di multinazionali e poli imperialisti.
Oggi la nuova fase della mondializzazione capitalistica, caratterizzata dall’emergere di diversi soggetti imperialisti su scala globale, è caratterizzata dall’emergere di un nuovo livello che non tempera, ma anzi esacerba le contraddizioni dello sviluppo capitalistico; un livello che richiede e stimola uno sviluppo delle forze produttive, e della scienza e della tecnica applicata alla produzione, ancora maggiore che in passato. Al tempo stesso, i diversi capitalismi in lotta contraddicono sé stessi, non generalizzando questo maggiore sviluppo; la differenziazione nei gradi di accumulazione capitalista si eleva così a condizione necessaria e al tempo stesso dirompente contraddizione nello sviluppo capitalistico e nelle nuove dinamiche imperialistiche.
Questa sintetica scansione storica non deve però far pensare che l’uso della conoscenza sia un novum della fase attuale.
Va sottolineato che la conoscenza si è sempre applicata al sistema produttivo e di per sé essa non rappresenta una “novità epocale” della fase attuale. Tuttavia, la differenza è segnata dalla sua applicazione istantanea ora permessa dalla tecnologia, dalla sua portata globale, e dal fatto che le nuove conoscenze ora rappresentano il fattore determinante del vantaggio competitivo.
Questo provoca ovviamente una ridefinizione non solo dei sistemi produttivi ma anche di quelli formativi nei paesi che per la loro posizione nella competizione globale sono in grado di poter effettivamente puntare sulla conoscenza.
Ne risulta un'economia o società della conoscenza che, in ogni caso, non deve far dimenticare la permanenza e anzi la necessità strutturale di tutta una serie di lavori a basso o bassissimo valore aggiunto e più o meno alto tasso di sfruttamento che convivono a fianco delle nuove professioni molto qualificate, in un quadro di generale precarizzazione dei rapporti lavorativi e della vita stessa.
Questa compresenza è un dato caratterizzante della fase attuale, come ci siamo sforzati di mostrare in maniera più sistematica nel Trattato di economia applicata, in particolare in quelle parti volte alla verifica della vigenza delle leggi di funzionamento del Modo di produzione capitalistico (MPC) nell’economia applicata. Collegando paradigma postfordista e nuova rivoluzione industriale, è inevitabile imbattersi in quella che in quelle stesse pagine abbiamo chiamato “configurazione socio-produttiva dell’economia della conoscenza”.
L’idea, che alcuni hanno ventilato, di una società interamente terziarizzata, in cui la produzione vede venir meno la propria centralità, è un’assurdità, come appare chiaro se si considerano le centinaia di milioni di persone a oggi impiegate nell’industria o nell’agricoltura a livello globale. In tutta Europa, come negli Stati Uniti, il settore secondario è ancora oggi il core business della produzione capitalista.
Uno studioso marxista attento e di grandi capacità analitiche e coerenza di metodo come Mino Carchedi notava già nel 2004 in un saggio pubblicato sulla rivista Proteo che:
“Contrariamente a quanto proposto dai sostenitori di nozioni quali ‘La Nuova Economia’, o ‘La Società dell’Informazione’ o la ‘Società dei Servizi’, che presumibilmente sarebbero basate sul potere e sulla creatività del lavoro mentale, la stragrande maggioranza dei lavoratori mentali non sono produttori indipendenti, liberi di creare teorie, scienze, tecniche ecc. Piuttosto, essi sono soggetti al dominio del capitale. Più precisamente, sono i capitalisti che decidono quale creazioni mentali devono essere prodotte dai lavoratori mentali e i lavoratori mentali non solo devono produrre quanto loro richiesto ma sono anche assoggettati al controllo e alla sorveglianza dei capitalisti (o chi per loro) e quindi alle nuove e vecchie forme di dominazione menzionate più sopra. Per esempio, il lavoro mentale, come quello materiale, è assoggettato a continue ondate di innovazioni tecnologiche e ristrutturazioni che, tendenzialmente, dequalificano le mansioni dei lavoratori mentali. Ciò è molto distante dalla ‘realizzazione di se stessi attraverso il lavoro’, che sarebbe una prerogativa del lavoro mentale. La cosiddetta ‘Società dell’Informazione’, o meglio detto questa nuova fase del capitalismo, è ben lontana dall’aver reso obsolete le relazioni di produzione capitalistiche”.Di fronte a tutto questo torna prepotentemente a imporsi la questione del ruolo degli intellettuali organici alla classe, che è quello di evidenziare le condizioni di ampia diffusione della conoscenza e della sua mercificazione, sviscerare le basi metodologiche e concettuali per le quali transita la creazione del valore.
Parlare di “società della conoscenza”, dunque, può essere accettabile solo nella misura in cui non si metta in secondo piano la permanenza dei rapporti capitalistici di produzione su cui si impianta la nuova centralità della conoscenza.
Come ha scritto un serio e attento intellettuale cubano, Jorge Nunez Jover,
“caratterizzando la società contemporanea come ‘società della conoscenza’ sembrano suggerirci che si tratta di una qualità planetaria, qualcosa che ci riguarda tutti, quasi per diritto di civiltà. È ovvio che la conoscenza non si spande per il mondo a macchia d’olio. Al contrario la conoscenza, collocata al centro della concorrenza economica e delle relazioni di potere, sperimenta una chiara tendenza alla sua appropriazione privata ed alla concentrazione in imprese, regioni e paesi. Soprattutto nel contesto del dominio neoliberale, la conoscenza è stata sommersa in un tessuto legale, istituzionale, economico, militare, che cancella la condizione di bene pubblico che le venne attribuita tradizionalmente... Perciò appare concettualmente più corretto parlare dell’esistenza di una società capitalista della conoscenza”.Esistono, in ogni caso, alcuni elementi che possono definire sinteticamente le caratteristiche di una economia basata sulla conoscenza. Nel Trattato li schematizzavamo così:
- nascita di nuovi settori produttivi che coinvolgono produzione, distribuzione e utilizzo della conoscenza;
- la conoscenza stessa si trasforma in un fattore produttivo e in un prodotto, divenendo così elemento decisivo per l’occupazione, la creazione di valore e la crescita economica a lungo termine;
- l’investimento in conoscenza ha rendimenti crescenti e può controbilanciare il rendimento decrescente di altri fattori;
- necessità dell’apprendistato, della formazione continua e dell’innovazione;
- la conoscenza si trasforma nell’elemento centrale del miglioramento della produttività del lavoro e della competitività.
In una economia basata sulle risorse del capitale intangibile, la produttività totale non proviene essenzialmente dai fattori tradizionali, ma dalla conoscenza, mentre cresce l’importanza della produzione non materiale, intangibile.
È la stessa concorrenza spietata tra i capitali a rendere necessaria la ricerca di nuove tecniche di produzione, di meccanismi di ottimizzazione dell’organizzazione del processo lavorativo e in generale di innovazione tecnologica, in modo da aumentare la produttività del lavoro e abbassare i costi di produzione per potenziare le proprie abilità concorrenziali.
La novità della cosiddetta “società della conoscenza” consiste nel fatto che essa accelera la velocità della sua diffusione e la sua portata globale anche attraverso cultura, scuola, formazione, realizzando una espansione globale che comporta anche, in una nuova centralità della comunicazione a tutti i livelli della società, un ambito di dominio sociale complessivo e non limitato alla sola sfera della produzione. È qui che si pone, come si vedrà nel libro, la questione della comunicazione come risorsa strategica nella produzione ma allo stesso tempo proiettata nella totalità del corpo sociale, per l’imposizione di un modello di conformismo funzionale alle esigenze della cultura di impresa, e quindi “deviante”.
I paesi sviluppati, che rappresentano il 20% dell’umanità, sono responsabili di più del 90% della creazione dell’attuale conoscenza scientifica mondiale, mentre il restante 80% degli abitanti del pianeta dispone di una capacità di generazione di conoscenza inferiore al 10%.
È quanto osserviamo anche nella costruzione del polo imperialista europeo, che tende alla concentrazione della ricerca alta in alcune aree, in modo specifico la Germania e i paesi suoi satelliti, tendendo al sostanziale ridimensionamento da questo punto di vista di aree che diventano periferiche, si specializzano in prodotti o fasi del ciclo produttivo a basso valore aggiunto e diventano serbatoi di manodopera a basso costo; è quanto sta avvenendo ad esempio con tutta l’Europa meridionale, i cosiddetti paesi PIIGS.
Ci sembra utile ricordare qui che proprio con Comunicazione deviante iniziava una collaborazione intellettuale per noi di grande importanza, quella con Alessandro Mazzone, amico, compagno e maestro nostro e di tutta la nostra area politica per un decennio pieno, in cui l’elaborazione politica e teorica ha certamente fatto un salto di qualità. Insistiamo tanto su questo punto perché crediamo che il riconoscimento dei maestri sia un passaggio politico fondamentale per ogni generazione che si affaccia sulla scena della produzione teorica e dell’attività politica stessa. Scegliere in alto i propri maestri significa alzare il livello della asticella, forzare il limite, cercare di porsi obiettivi elevati, in poche parole avere un progetto e non vivere alla giornata.
Scrive Alessandro Mazzone nella Prefazione alla prima edizione di questo libro, che abbiamo scelto di ripresentare anche in questa seconda edizione:
“Ma allora, la “fabbrica sociale generalizzata”, come “impresa”, da un lato si estende: perché la tendenza è appunto quella di inglobare la produzione immediata di uomini. Produzione di uomini: non solo come consumatori (c’è anche questo: dall’allevamento e cura dei piccoli mediante merci e servizi vendibili, alla aziendalizzazione della scuola, etc.): ma anche come produttori. Infatti, il fine sia della scuola “aziendalizzata”, in realtà semplice addestramento al lavoro flessibile”, sia della “comunicazione esterna” e “sociale” deviante, è precisamente questo – “produrre” vendendo e condizionare comunicando, quel tipo di forza-lavoro che via via meglio “serve” alla ”accumulazione flessibile”. Per questo lato, dunque, la “impresa” sembra allargarsi nel “territorio” scilicet fisico e umano.Tutto ciò semplicemente evidenzia l’esplicitarsi dello stesso modo di produzione capitalistico nella sua attuale fase di sviluppo, considerata a livello globale, nella sua totalità, e così si pongono questioni centrali che le soggettività politiche impegnate nella ricostruzione di una prospettiva di ricomposizione di classe non possono in alcun modo eludere. Sono questioni che chiamano in causa nodi centrali della teoria marxista e che allo stesso tempo presentano decisive implicazioni politiche.
Dall’altro lato, l’impresa (singola) si restringe: perché questa forza-lavoro, così “prodotta” vendendo e condizionata “comunicando”, non è più una grandezza data in un intervallo di tempo più o meno grande ma può essere ridotta secondo le esigenze della produzione flessibile, e lo sarà sempre di nuovo e meglio progredendo la flessibilizzazione e territorializzazione della ‘fabbrica sociale generalizzata’”.
Molti sedicenti marxisti, o post-marxisti, nella foga di cercare “il” soggetto rivoluzionario, hanno assegnato questa posizione al “lavoratore cognitivo” del capitalismo maturo, in grado di costruire una conoscenza collettiva per definizione autonoma dal capitale.
Speculare è la posizione di chi considera obsoleta la divisione della società in classi perché l’operaio-massa non rappresenta più, almeno nei paesi imperialisti, la figura sociale di riferimento per quanto riguarda il proletariato. “In realtà – scrive Roberto Fineschi – Marx parla di ‘lavoratore complessivo’, che è appunto cooperazione, parcellizzazione ed automazione progressiva del lavoro necessario, sussunzione sotto uno scopo transindividuale; è questo il nuovo ‘contenuto materiale’ che si instaura grazie al modo di produzione capitalistico e come tale non è legato alla ‘fabbrica’ più di quanto non lo sia qualunque altro tipo di attività che rispetti le determinazioni formali indicate. Che invece di lavorare al tornio ci si trovi davanti ad un monitor con una cuffia alla bocca non fa differenza da questo punto di vista”.
È chiaro che il lavoro “mentale”, o intellettuale, quello ad alto contenuto di conoscenza, rappresenta oggi un elemento strategico per il processo di valorizzazione capitalistico, in misura nuova nel divenire storico di questo modo di produzione; è altrettanto chiaro che oggi il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale si presenta in forme diverse dai secoli o dai decenni passati e va analizzato con attenzione, anche per non cadere in errori e semplificazioni che potrebbero rivelarsi disastrosi per concepire strategie politiche adeguate alla fase storica.
A questo tema, Mazzone ha dedicato alcuni lavori fondamentali. Mazzone sottolinea il fatto che non esiste un'attività esclusivamente manuale in senso stretto, perché peculiarità fondamentale del lavoro umano è quella di porre uno scopo e di conseguenza dirigersi verso tale scopo. Se un’attività esclusivamente manuale non esiste, ne deriva per Mazzone che “la distinzione di ‘lavoro manuale’ e ‘intellettuale’ è di grado, non di qualità”, e dunque sempre storica.
Non si dà rapporto tra lavoro manuale e intellettuale in astratto, indipendentemente dal modo di produzione in cui si compie la Riproduzione sociale complessiva (RSC), ovvero il processo complessivo con cui una totalità sociale produce e riproduce i mezzi di sussistenza e dunque sé stessa, e all’interno di questa dal rapporto di produzione fondamentale che la contraddistingue.
È dunque all’interno del processo del capitale che le classi fondamentali producono e riproducono sé stesse, contribuendo alla riproduzione dello stesso moto generale del capitale; quello di “classe” è allora prima di tutto un concetto, al di fuori delle figure di movimento specifiche in cui si può incarnare nelle fasi storiche e nei contesti particolari.
Grano, macchine o programmi per computer, non importa: al livello della relazione fondamentale di classe, l’oggetto e i mezzi della produzione, materiali o immateriali, non contano. La relazione di classe prescinde dalla modalità del lavoro. È fondamentale porsi sempre al livello della comprensione della Riproduzione sociale complessiva, che avviene in forma capitalistica nella formazione economico-sociale contraddistinta dal modo di produzione capitalistico.
Abbiamo bisogno, prima di scendere verso il concreto, di un ulteriore passaggio teorico. Analizziamo infatti adesso un’altra questione centrale nell’analisi dei processi attuali di valorizzazione capitalistica, quella relativa alla distinzione elaborata da Marx tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Anche su questo rimandiamo al Trattato, in particolare al paragrafo su “La centralità del dibattito tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo”, perché i confini tra i due non sono scritti una volta per sempre nella tavola delle leggi.
Secondo la definizione di lavoro produttivo che Marx fornisce, il lavoro dell’impiegato pubblico, della polizia, dei soldati, dei sacerdoti non ha nulla a che vedere con il lavoro produttivo. Non perché questo lavoro sia “inutile” o perché non si materializzi in “cose” e in erogazione di servizi, bensì solo perché è organizzato su principi di diritto pubblico e non nella forma di imprese capitaliste private. La distinzione è infatti relativa al conseguimento del profitto e dunque la produttività del lavoro si misura con riferimento alla legge del valore.
Già l’economia classica aveva considerato l’attività economica come attività produttrice di merci. “Che tutto ciò che esiste nella società attuale abbia la sua ragione d’essere e quindi la sua utilità è ovvio, altrimenti non esisterebbe; ma che tutta la società debba materialmente vivere sul flusso dei beni materiali prodotti è pure un’altra affermazione indiscutibile. Perciò ben facevano i classici a studiare il prodotto, a vedere quello che essi chiamavano prodotto netto e studiare come esso si distribuiva nelle categorie sociali non produttive di merci: ben facevano a parlare di valore e a distinguere il lavoro produttivo di valore da quello che non produceva valore”.
Un impiegato delle poste non è un lavoratore produttivo, ma se la posta fosse organizzata nella forma di un’impresa capitalista privata che riscuotesse denaro per la consegna di lettere e pacchetti, i lavoratori salariati di quelle imprese sarebbero lavori produttivi. È chiaro che le attuali liberalizzazioni e privatizzazioni degli ex servizi pubblici nei paesi a capitalismo maturo, al di là della forma apparente disciplinata in molti casi ancora dal diritto pubblico, in termini reali concretizzano forme di lavoro il cui fine è l’estrazione di plusvalore, e pertanto vanno sicuramente identificate come la nuova frontiera di un lavoro comunque produttivo.
Quando Marx definisce il lavoro produttivo, lo astrae totalmente dal suo contenuto, dal carattere e dal risultato concreto ed utile del lavoro. Egli considera il lavoro solo dal punto di vista della sua forma sociale. Il lavoro organizzato in un’impresa capitalista è lavoro produttivo. Questo aspetto è della massima importanza per una corretta impostazione della questione lavoro manuale/lavoro intellettuale: i valori d’uso prodotti, infatti, non devono essere necessariamente “cose” materiali. La critica all’economia politica di Marx non è assimilabile al materialismo volgare. Ciò che conta sono i rapporti di produzione.
Da questa prospettiva non può considerarsi come produttivo solamente il lavoro utile alla soddisfazione di necessità materiali, escludendo ad esempio quelle culturali, etico-morali, spirituali.
La natura delle necessità non ha nessuna importanza. Allo stesso modo, Marx non assegnò un significato decisivo alla differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In un passaggio del capitolo XIV del Capitale, egli suppone che i lavoratori intellettuali, o cosiddetti cognitivi, siano indispensabili per il processo di produzione e, quindi, che guadagnino retribuzioni derivate dai lavoratori materiali. Secondo Marx, essi creano valore e plusvalore, perché il capitalista si appropria di una eccedenza rispetto al tempo di lavoro necessario alla forza-lavoro per riprodursi.
Il lavoro intellettuale necessario per il processo di produzione materiale non differisce in nessun aspetto dal lavoro fisico. È produttivo se è organizzato su principi capitalisti. In questo caso, è assolutamente la stessa cosa che il lavoro intellettuale sia organizzato insieme al lavoro fisico in un’impresa, ufficio tecnico, laboratorio chimico o ufficio di contabilità, o che sia separato in un’impresa indipendente, un laboratorio chimico indipendente che abbia il compito di migliorare la produzione, ecc.
Il lavoro produttivo include dunque il lavoro che, benché non sia rappresentato in oggetti materiali, è organizzato su principi capitalisti. D’altra parte, il lavoro che produce ricchezza materiale ma non è organizzato nella forma della produzione capitalista non è lavoro produttivo dal punto di vista marxiano. La differenza dunque tra il lavoro che si concretizza in valori d’uso materiali e quello che produce valori d’uso immateriali è secondaria alla definizione di lavoro produttivo come lavoro che produce plusvalore.
Va ancora specificato che il lavoro produttivo, in Marx, si riferisce al lavoro utilizzato nella sfera della produzione, in opposizione a quello utilizzato nella sfera della circolazione. Produzione e circolazione sono trattate separatamente da Marx nel Capitale, benché contemporaneamente egli non perda di vista l’unità del processo complessivo di riproduzione del capitale.
La distinzione non ha nulla a che vedere, come si vede, con quella tra “lavoro che opera cambiamenti nei beni materiali” e lavoro che non possiede questa proprietà. È produttivo il lavoro utilizzato dal capitale produttivo, ovvero dal capitale nella fase della produzione. Il lavoro del venditore invece non è produttivo perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione (non apporta quindi trasformazioni al valore d’uso, né ne preserva l’integrità dal deterioramento).
Il lavoro dell’attore comico al servizio dell’impresario di teatro è produttivo, benché non provochi cambiamenti nei beni materiali e, dal punto di vista delle esigenze dell’economia sociale, sia meno utile che il lavoro del venditore. Il lavoro dell’attore è produttivo perché è usato dal capitale nella fase di produzione. Il risultato della produzione, in questo caso, non consiste in beni materiali, bensì in giochi, in barzellette, ma questo non modifica il problema. Le barzellette dell’attore hanno valore d’uso e valore di scambio. Il suo valore di scambio è maggiore del valore della riproduzione della forza lavoro dell’attore, cioè supera il suo salario e le spese in capitale costante. Quindi, l’impresario ottiene plusvalore. D’altra parte, il lavoro del bigliettaio di un teatro che vende l’ingresso per assistere allo spettacolo dell’attore è improduttivo, perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione, cioè aiuta solo a trasferire il diritto ad osservare lo spettacolo, il diritto di una persona a godere delle barzellette dell’attore (diritto acquistato con uno scambio di tipo mercantile, merce-denaro, contro merce-divertimento).
Riprendiamo per esteso un passaggio dei Quaderni di Gramsci che appare molto significativo per questi aspetti e per il ragionamento più generale che cerchiamo di fare in questo Prologo:
“Quando si distingue tra intellettuali e non-intellettuali in realtà ci si riferisce solo alla immediata funzione sociale della categoria professionale degli intellettuali, cioè si tiene conto della direzione in cui grava il peso maggiore della attività specifica professionale, se nell’elaborazione intellettuale o nello sforzo muscolare-nervoso. Ciò significa che se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non-intellettuali, perché non-intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo di elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non è sempre uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare.”Si può dunque, per Gramsci, parlare di “intellettuali” quando la “direzione in cui grava il peso maggiore dell’attività specifica professionale” è quella dell’elaborazione intellettuale; ma mai di “non-intellettuali”, perché “non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale”. Lo stesso rapporto tra “elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso” non è sempre uguale, ma presenta gradi diversi e, ciò che più conta, è storico, anch’esso in costante divenire.
Come sottolinea Carchedi:
“Ricordiamo che per Marx il lavoro è produttivo di plus-valore se impiegato dal capitale e se trasforma valori d’uso in nuovi valori d’uso. Dato che un processo lavorativo è diviso in sotto-processi lavorativi (la divisione tecnica del lavoro), lo stesso principio si applica a tutti questi sotto-processi. Se un sotto-processo è parte della trasformazione di valori d’uso, esso è produttivo di plus-valore. Per esempio, il trasporto delle merci è parte di tale trasformazione perché senza di esso il valore d’uso di tali merci non potrebbe essere tale (la merce non potrebbe essere consumata) nel luogo di destinazione. Per questa stessa ragione, il valore d’uso dell’acqua, ecc. non è pronto ad essere consumato, cioè non è stato completato, fino a quando non è stato fornito nel luogo di consumo. La fornitura di acqua, gas, elettricità, ecc. quindi è un esempio di produzione materiale e il lavoro necessario per la fornitura di tali servizi è produttivo di plus-valore, se fatto sotto relazioni di produzione capitalistiche.Il lavoratore salariato, dunque non deve essere necessariamente l’operaio classico della catena di montaggio – benché questi siano ancora largamente utilizzati, in quantità tutt’altro che trascurabili, anche nella fase attuale di sviluppo capitalistico–; la questione è la misura in cui il salariato deve vendere la propria forza-lavoro al capitalista, o in termini ancora più generici essere impiegato nel processo di valorizzazione. Il grado di “manualità” del lavoro compiuto non è il fattore decisivo ai fini di una individuazione dei soggetti sociali che compongono il proletariato in una fase data; ciò che conta sono i rapporti sociali antagonistici rispetto alla produzione.
Il lavoro per la fornitura dei servizi postali, del telefono, del telegrafo, ecc. è d’altra parte un esempio della trasmissione di conoscenza. Tale conoscenza deve essere trasmessa al fine di realizzare il suo valore d’uso. Questo è l’ultimo passo nella produzione mentale. Il lavoro necessario per trasmettere quella conoscenza (da non confondersi con la conoscenza stessa che deve essere trasmessa) produce plus-valore perché questo è l’ultimo passo nella trasformazione della conoscenza (come valore d’uso) se ciò accade sotto relazioni di produzione capitalistiche.
Il lavoro per la fornitura dei servizi sociali, per esempio la previdenza sociale, la sanità, pensioni di anzianità, ma anche spettacoli, avvenimenti culturali, ecc. questo lavoro è (parte della) produzione materiale per lo stesso motivo addotto da Marx per la manutenzione dei macchinari. La manutenzione previene il deterioramento dei valori d’uso ed è quindi equivalente alla loro produzione. La differenza è che in questo caso la merce il cui valore d’uso è preservato è la forza lavoro nel suo insieme. Di nuovo, la fornitura di tali servizi è produttrice di plus-valore se avviene sotto relazioni di produzione capitalistica”.
Dobbiamo anche considerare che la ristrutturazione della catena del valore attualmente in corso segnala una chiara tendenza all’estrazione di plusvalore anche dalla sfera della circolazione, che in misura sempre maggiore diventa un settore decisivo nel processo di valorizzazione. Su questo con il Cestes abbiamo elaborato una prima parte di inchiesta sulla attuale composizione del lavoro operaio, dove per lavoro operaio non pensiamo certo alla riduttiva, rassicurante ed identitaria immagine delle tute blu.
La grande fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore non è un’evidenza sociologica, anche se è verificabile sociologicamente, ma la traduzione di una serie di ragionamenti e di modelli che riescono a cogliere le dinamiche profonde e non solo quelle di superficie. Va sottolineato che le modalità concrete di estrazione del plusvalore sono costantemente ridefinite dal capitale, che ha nella sua essenza la necessità di rinnovarsi continuamente. Stare dietro a queste modifiche è un compito complesso che richiede una grande capacità di astrazione agli intellettuali e alle soggettività politiche che si propongono di contrastarlo, ed una capacità di gestire i livelli diversi ma correlati dall’astratto al concreto.
Nell’organizzazione della produzione, la centralità della conoscenza ha comportato il passaggio da modelli aziendali fortemente gerarchici ad altri basati sul progressivo decentramento delle funzioni e su nuove forme di lavoro precario, flessibile, a scarso contenuto di garanzie, ma a fortissima carica ideologica, in un’esaltazione della creatività, della libertà dai vincoli e dalle costrizioni, dell’orizzontalità e della condivisione. Tutti aspetti certamente in sé positivi ma inseriti organicamente in un quadro generale di flessibilizzazione e precarizzazione che ha drammaticamente impattato sulle condizioni di vita di decine di milioni di lavoratori.
Più in generale, si tratta di una falsa libertà spacciata come un mito dalla cultura di impresa che, tramite la comunicazione deviante, in tendenza ricopre l’intero corpo sociale e plasma la stessa sfera valoriale degli individui, che interiorizzano i valori di impresa, la flessibilità, il culto del successo individuale ecc. come propri e risultano così strutturalmente impossibilitati a perseguire forme di solidarietà e azione collettiva.
Questo, in fondo, era il grido d’allarme lanciato da Comunicazione deviante. Questo è il nuovo quadro che abbiamo cercato di descrivere, come area politica, nelle nostre analisi successive, al cui centro possiamo ricordare la raccolta Lavoro contro capitale. Precarietà, sfruttamento, delocalizzazione.
Nella prefazione, intitolata Le ragioni di una sfida in atto, provavamo a descrivere i mutamenti strutturali, produttivi e localizzativi dello sviluppo del sistema economico: «Si viene definendo un nuovo ciclo produttivo legato alla produzione immateriale che mostra come l’impresa e l’economia post-industriale e post-fordista siano fondate sul trattamento del capitale informazione [...] Non si tratta, allora, nei paesi a capitalismo maturo, di un semplice processo di deindustrializzazione, di una delle tante crisi, ma di una radicale trasformazione degli assetti economico-produttivi che investe l’intera società...»
Queste novità richiedono di riprendere e aggiornare alcune questioni classiche. Un contributo importante ai fini di una analisi marxista della conoscenza è dato dalla recente pubblicazione di Carchedi, Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia. Lo sforzo di Carchedi è quello di analizzare le trasformazioni produttive portate dalle nuove tecnologie, in particolare da Internet, alla luce della teoria marxiana del valore.
Secondo Carchedi, “così come la produzione delle merci oggettive è l’operato di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione oggettiva con mezzi di trasformazione oggettiva appartenenti ai capitalisti, allo stesso modo la produzione di conoscenza è opera di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione mentale con mezzi di trasformazione mentale”. Gli oggetti di trasformazione mentale sono appunto a base di conoscenza, sia materializzata in oggetti (computer, libri ecc.) che acquisita dai lavoratori e incorporata nella loro forza-lavoro (e dunque non integralmente appropriabile dai capitalisti).
A proposito di Internet, Carchedi ritiene fondamentale distinguere tra agenti mentali e lavoratori mentali. Agenti mentali sono tutti coloro che, non essendo per questo retribuiti, utilizzano Internet per i fini più disparati, generando così quelle informazioni e quei dati che in effetti poi diventeranno profittevoli per i capitalisti, in particolare le grandi corporation che ormai dominano integralmente il settore, ma solo grazie al lavoro svolto dai lavoratori mentali.
Gli agenti mentali, infatti, sono improduttivi, non perché essi non producano valori d’uso materiali ma perché essi non sono inseriti direttamente nel processo di valorizzazione. La conoscenza da essi prodotta con l’attività su Internet, secondo Carchedi, è gratuita nel senso che, una volta prodotta, chiunque se ne può in via teorica appropriare gratuitamente. Per Carchedi ciò è precisamente quello che fa il capitale per mezzo dei lavoratori mentali, ovvero coloro che trasformano la ‘materia grezza’ prodotta dagli agenti mentali in conoscenza profittevole. I lavoratori mentali, coloro che raccolgono, elaborano, trasformano quei dati generando profitto per il capitale, rappresentano dunque a pieno titolo una parte della classe antagonista al capitale, perché con il loro lavoro producono il plusvalore estratto dal capitale.
L’innovazione tecnologica, la scienza non è neutrale, ma ha un contenuto di classe in quanto essa va sempre ricondotta al quadro generale dei rapporti di forza tra le classi rispetto ai quali essa si trova a intervenire. Questo va ricordato anche a proposito delle retoriche cui tanto abbiamo assistito in questi anni a proposito di Internet e delle possibilità democratizzanti ed emancipatrici che esso aprirebbe in quanto tale, in un’ottica che anzi giunge ad assegnare all’innovazione tecnologica potenzialità di trasformazione sociale che essa non ha. Rispetto alla società essa va invece concepita dialetticamente: le trasformazioni potenziali che lo sviluppo tecnologico apporta si possono trovare in contraddizioni con i rapporti sociali di produzione che contraddistinguono una formazione economico-sociale.
L’analisi critica dello stesso termine “rivoluzione scientifico-tecnica” mostra che, da un punto di vista marxista, profondi cambiamenti sociali non possono prendere il via solo a partire dalle rivoluzioni tecnologiche; si rendono necessarie trasformazioni nell’ordine delle relazioni di proprietà perché si produca un cambiamento sociale che modifichi la qualità del sistema di relazioni di produzione oggi dominante. I cambiamenti tecnologici, insomma, di per sé non modificano le relazioni di proprietà e quindi le relazioni di una società.
Questa tendenza alla produzione attiva del consenso tramite una “sovrabbondanza” comunicazionale, una produzione massiccia di “cultura” che in realtà assume le forme di cultura di impresa, di culto dell’individualismo, del libero mercato, ecc. rappresenta null’altro che, da un lato, il corrispettivo ideologico-culturale della nuova modalità di accumulazione che fa della conoscenza e del capitale intangibile una risorsa strategica, dall’altro il punto di arrivo di un processo secolare che è connesso ai fondamenti della società moderna, della società borghese.
Da questo deriva l’importanza del fronte culturale della lotta di classe, della formazione, delle concezioni del mondo, terreno questo su cui l’avversario ha vinto una battaglia decisiva negli ultimi decenni.
Ecco allora che la comunicazione deviante che piega l’intero vivere sociale alla cultura d'impresa rappresenta una vera e propria nuova modalità dell’egemonia, coerente con una nuova fase di sviluppo capitalistico a lei congrua su tutta la società, come scrive Mazzone nella prefazione a questo libro. Non semplicemente imputabile a “escogitazioni manageriali, né a tecniche di dominio aziendale e sociale, che pur ci sono, né a miserie sicofantiche di intellettuali asserviti e o politici da spettacolo”; ma vera e propria forma culturale e politica (o meglio, che procede alla svalutazione della stessa politica) appropriata alla nuova fase storica dell’accumulazione flessibile e dell’applicazione massiccia della conoscenza alla produzione e al vivere sociale.
Non si può comprendere, insomma, se non in rapporto alla totalità del capitale come rapporto e come processo, una modalità e tendenza comunicazionale che crediamo essere stata confermata dalla realtà nei 18 anni trascorsi dalla pubblicazione di questo testo.
E c’è ancora un nodo da sciogliere. È infatti evidente che questa centralità della conoscenza come fattore produttivo modifichi il ruolo dei sistemi formativi, e non certo nella direzione di una diffusione generalizzata o di un aumento condiviso della qualità dell’insegnamento; tutt’altro. Ma nel senso di una riduzione degli spazi di formazione critica e di un assoggettamento totale dei percorsi di studio alle esigenze d’impresa. Come Rete dei Comunisti abbiamo dedicato a questo tema negli ultimi anni una attenzione via via crescente. Ne è prova il convegno di Bologna del 2016 che è poi diventato un numero importante di Contropiano, quello dedicato a Formazione, ricerca e controriforme.
È qui che abbiamo parlato della “fabbrica capitalistica della conoscenza integrata”, che ha molto a che fare con quanto detto finora.
“Tutto sembra indicare che la nuova fase di sviluppo del capitalismo, con tutte le sue contraddizioni crescenti, si caratterizzerà per approfittare della valorizzazione della conoscenza, della formazione: si configura, insomma, la fabbrica della cultura del capitale come principale forza produttiva. Ciò presuppone una nuova forma di produzione sociale, un nuovo ciclo industriale ed una nuova dinamica economica, all’interno della quale lo sfruttamento del lavoro ha nuovi profili.”Questa modifica struttura il processo di produzione di conoscenza e formazione sempre più sotto forma di relazione mercantile. L’attività formativa e culturale, pianificata e gestita dalle istituzioni, dal Profit State e dall’impresa, deve far convivere l’aspetto produttivo di elementi immateriali atti a qualificare i beni e servizi offerti, aumentandone l’appetibilità da parte del mercato. Chi oggi parla di Alternanza Scuola-Lavoro senza avere in mente questo quadro, si perde il pezzo decisivo, quello che determina in ultima istanza la trasformazione dei sistemi formativi.
Che cosa possiamo opporre a questo processo che tutto ingloba e trasforma? È necessario attuare un processo di rinnovamento prima di tutto culturale e sociale, una conoscenza che si formi e si accumuli a partire dall'importanza data ai valori d’uso, al benessere collettivo, ai diritti dell’umanità, alla solidarietà, all’equità, alla condivisione, alla reciprocità, alla compartecipazione ed elabori fin da subito la società alternativa.
Il senso di questa battaglia è culturale nell'accezione gramsciana del termine, passa da uno scontro egemoniale durissimo nei luoghi di lavoro e nell’intera società, occupa il compito politico per una intera fase storica.
Oggi una generazione di giovani, nata dentro il contesto della comunicazione deviante e sussunti dal capitale come “gorilla ammaestrati”, osteggiata profondamente dal contesto culturale e in totale contrasto col senso comune, si apre alla politica, sentendo forte dentro di sé la necessità di un cambiamento radicale. Con molta determinazione si sta dotando di strumenti di pensiero e di critica della realtà.
E se i “gorilla addomesticati” assumessero nel conflitto la determinazione di non volersi rassegnare a vivere passivamente il dominio della società della comunicazione deviante e della conoscenza messa a valore, e si giocassero la partita nei percorsi del divenire storico della soggettività di classe come gorilla rivoluzionari?
E allora: attenti ai gorilla!
Fonte
13/04/2017
Fine crisi: mai. Ecco l’inchiesta Cestes-Usb su lavoro, impresa e salari in Italia e in Europa
All’orizzonte non si vedono vie d’uscita dalla crisi che ormai da lustri attanaglia l’Italia, inserita d’autorità dall’Unione Europea nella fascia PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), i paesi cioè costretti a politiche di austerità, di privatizzazioni e alla liquidazione delle parti migliori del sistema produttivo, con delocalizzazioni e cessioni alle multinazionali. Il futuro promette solo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ulteriore frammentazione produttiva e sociale, indurimento dei rapporti di lavoro.
Partendo da questo scenario e continuando la ricerca sulla linea decisa da USB, il centro studi Cestes ha ultimato “La Grande Fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore. Inchiesta su lavoro, impresa e salari in Italia e in Europa”, prima analisi scientifica sulla trasformazione del sistema produttivo italiano inserito nel contesto europeo, e sulle ricadute che essa produce sui lavoratori. L’inchiesta sarà presentata il 23 Aprile alle 10 al Centro Congressi Cavour di Roma, in Via Cavour 50.
Dopo anni di teorizzazioni sulla fine del lavoro, sulla scomparsa del lavoro manuale, degli operai e della fabbrica, questa inchiesta mostra come non solo l’Italia continui ad essere il secondo paese manifatturiero d’Europa, con un numero di addetti inferiore di poco alla Germania, ma come l’area del lavoro operaio si sia espansa nell’ambito dei servizi all’impresa.
In agricoltura, nella logistica, nella grande distribuzione organizzata, si assiste all’omogeneizzazione delle caratteristiche del lavoro, sempre più precarizzato e ricattato, fino a forme servili di stampo medievale. Alle figure operaie classiche se ne aggiungono così di nuove: gli immigrati nelle campagne e nelle cooperative che lavorano per le grandi imprese di circolazione delle merci, i giovani costretti al lavoro gratuito.
L’inchiesta dimostra che l’individuazione di una categoria operaia, contenuta nei documenti congressuali USB (Tivoli, 9-11 giugno), non era un esercizio campato in aria: i settori in maggiore crescita e sviluppo rimandano alla produzione manifatturiera, al commercio, alla logistica e al bracciantato in agricoltura, ai luoghi cioè dove si produce valore e si realizzano profitti.
Il Cestes fornisce gli strumenti utili a contrastare l’opera di frantumazione alla base dell’attuale debolezza dei lavoratori, riconnettendo tutti i soggetti al centro dei processi di produzione e di sfruttamento che contribuiscono alla valorizzazione del capitale.
Di seguito un breve sommario degli argomenti analizzati nell’inchiesta.
I caratteri parassitari della borghesia italiana
La borghesia nazionale dopo la vendita delle grandi imprese e dopo aver usufruito delle privatizzazioni si dedica alla speculazione finanziaria lasciando l’apparato produttivo del paese in mano alle multinazionali. Si analizza anche il processo di internazionalizzazione e di concentrazione che riguarda le medie imprese italiane, le uniche che possono strategicamente tenere testa nella competizione globale.
L’analisi statistica
L’analisi scientifica è la condizione per effettuare le scelte sindacali; si può “registrare” la situazione della “frazione” della classe impiegata nella produzione per il mercato, soggetta alla frammentazione, alla precarizzazione, alla flessibilità etc., motivandola scientificamente. Abbiamo articolato l’inchiesta inserendo i dati in relazione a cinque punti di analisi divisi in due fattori, il Capitale e il Lavoro. Nel punto 6 invece evidenziamo i dati sulla conflittualità nel nostro paese.
Parte 1. analisi con riferimento centrale al fattore produttivo capitale
1. Descrizione dei processi di delocalizzazione delle industrie italiane e della relazione tra queste e l’industria europea, qualità e quantità della produzione.
2. Analisi e dati sulla dimensione delle imprese e sulle caratteristiche industriali e di servizi. La prevalenza delle piccole e medie imprese contrassegna il sistema industriale del paese e determina la condizione della classe lavoratrice.
3. Tasso di produttività in relazione alla dimensione delle imprese e alle caratteristiche produttive che è anche il tasso di sfruttamento della Forza Lavoro (FL).
Parte 2. Analisi con riferimento centrale al fattore produttivo lavoro
1. Analisi del contesto occupazionale ovvero la condizione del lavoro: occupati, disoccupati, precariato, flessibilità, etc. (In preparazione un approfondimento giuridico sugli interventi legislativi).
2. La condizione della FL ovvero la condizione salariale e la condizione di competizione anche con gli immigrati. Si rileva anche la questione degli emigrati italiani, effetto ulteriore della condizione della FL anche in relazione al livello di scolarizzazione del lavoro intellettuale.
3. Rilevazione dei dati sul conflitto in Italia in diminuzione. La crescita delle ore di sciopero nel periodo del governo Berlusconi dimostrano l’importanza della soggettività.
Fonte
09/08/2015
Reddito. Osservazioni sulle proposte in campo
Come centro studi, con il sindacalismo di base, fin dagli anni '90 abbiamo sostenuto e prodotto proposte concrete sul reddito sociale che si sono concretizzate, oltre che con iniziative di lotta e di mobilitazione, anche con reiterate proposte di legge sostenute con migliaia di firme raccolte in tutto il paese.
Nelle ultime settimane il tema del reddito sociale variamente definito, anche se dietro le varie terminologie si nascondono enormi differenze, è tornato sotto i riflettori della politica anche istituzionale. Attualmente due diversi disegni di legge sono in gestazione nella XI Commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato, un’altra nella XI Commissione della Camera e altre proposte sono depositate sia al Senato sia alla Camera dei deputati.
Che l’introduzione del reddito sociale sia diventata sempre più impellente lo dimostrano i dati ufficiali sulla disoccupazione, la precarietà e la povertà nel nostro paese[1], che con la crisi sistemica sono diventati elementi strutturali e non contingenti dell’attuale sistema politico economico.
Se si vuole uscire dalla semplice logica che qualsiasi legge sul reddito sia comunque meglio della sua assenza, dobbiamo individuare alcune linee di valutazione. Qui ne proponiamo alcune che riteniamo le più importanti.
- Origine e modalità di finanziamento del reddito sociale (dalla fiscalità generale a misure di redistribuzione dei profitti);
- L’ammontare del reddito diretto e la sua durata nel tempo (che deve differenziarsi dai sussidi di disoccupazione);
- L’accesso per cittadinanza o residenza, età e criteri a questi collegati;
- La relazione tra il diritto al reddito e lo stato di disoccupazione, precarietà o lavoro sottopagato ed in particolar modo gli obblighi all’accettazione di offerte occupazionali e formative;
- Il rapporto tra il reddito individuale e quello del nucleo familiare di appartenenza (come questo influisce per l’accesso individuale al diritto e sull’ammontare);
- La determinazione degli interventi di reddito indiretto non monetari, i soggetti istituzionali incaricati della loro attuazione.
Questi elementi ci sembrano più utili per una valutazione piuttosto che riprendere le correnti differenziazioni formali tra reddito di cittadinanza, reddito sociale, reddito di base incondizionato, reddito minimo garantito, sussidio sociale ed altre definizioni.
In questa nota vogliamo concentrarci sulle seguenti proposte: il DDL n. 1919 (prima firmataria la senatrice PD Guerra) “Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo”; la proposta sostenuta da deputati del PD, primo firmatario Danilo Leva, DDL 720 “Istituzione del reddito minimo di cittadinanza attiva”; il DDL 1148 “Istituzione del Reddito di Cittadinanza e del Salario Minimo Orario (SMO)”, presentato dal Movimento 5 Stelle; il DDL 1670 , “Istituzione del Reddito Minimo Garantito (RMG)”, presentato da SEL; ed infine la proposta elaborata dallo stesso CESTES sul “Reddito Sociale Minimo”, primo firmatario Salvi.
Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo (Proposta Guerra - PD) [2]
Il DDL n. 1919 “Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo” è stato presentato lo scorso 19 maggio al Senato ed è già in corso di esame alla 11ª Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale).
In questa proposta il diritto al reddito deriva non da una insufficienza del reddito individuale ma del reddito del nucleo familiare. All’assegno monetario spetta colmare la distanza fra il reddito familiare e il livello di «reddito minimo» stabilito dalla norma (in funzione della composizione della famiglia).
Il parametro di riferimento utilizzato per il “reddito minimo” è di 500 euro mensili (per i nuclei familiari composti da una sola persona e varia con il crescere del numero dei componenti con scala di equivalenza Isee[3]). Alle famiglie beneficiarie è riconosciuto un assegno pari alla differenza fra il 40% del reddito minimo (200 euro) e il reddito del nucleo familiare. Le leggi di stabilità possono aumentare, se vi è la relativa copertura finanziaria, questa percentuale. La richiesta di reddito è gestita dagli enti locali e l'assegno è erogato dall’INPS.
Requisiti di residenza e cittadinanza: i membri del nucleo familiare (ad eccezione dei minori di anni 18 e dei ricongiungimenti familiari) devono essere cittadini italiani o UE (ovvero familiari) o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, o residente regolarmente in Italia da almeno dodici mesi (ovvero familiari).
Requisiti economici: il reddito familiare deve essere inferiore al 40% del reddito minimo; valore dell'indicatore della situazione patrimoniale dell'Isee, al netto delle franchigie, non superiore a euro 3.000; nessun componente la famiglia deve essere in possesso di automobili immatricolate nei 12 mesi precedenti.
Adesione al progetto di reinserimento: l’interno nucleo familiare deve essere coinvolto in un progetto “volto al superamento della condizione di povertà, al reinserimento lavorativo e all'inclusione sociale”. Vi è obbligo per i membri del nucleo familiare idonei al lavoro di iscriversi ai Centri per l'impiego, seguire i percorsi di istruzione, formazione professionale e lavoro proposti (possibilità di esonero parziale o totale per necessità di cura di minori, anziani o persone con disabilità); obbligo di partecipazione a percorsi di inclusione sociale e di integrazione che possono prevedere attività di volontariato (svolte dai beneficiari); i redditi da lavoro durante il periodo di beneficio dell’integrazione vengono considerati nella misura dell'80% per il primo anno e del 90% nel secondo.
Questi progetti di “assistenza sociale” devono essere gestiti da enti locali insieme ad enti privati “con particolare riferimento agli enti non profit”; i progetti si attuano con le risorse “disponibili a legislazione vigente e nell'ambito degli equilibri di finanza pubblica programmati” e di possibili ulteriori quote del Fondo nazionale delle politiche sociali tramite “servizi di accompagnamento del reddito minimo”.
Finanziamento del reddito minimo: la spesa è valutata in 1,7 miliardi di euro l'anno e si provvede con i Fondi già esistenti per “cittadini meno abbienti”, parte minore del “Fondo per interventi strutturali di politica economica", misure sul gioco d’azzardo (slot machine), aumento dell’imposta sulle transazioni finanziarie dallo 0.2% allo 0.3%, riduzione della soglie sul pagamento in contante, modifiche dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale.
Osservazioni: la denominazione di misura di “contrasto alla povertà” si traduce in una misura che elargisce una somma economica (per una famiglia senza reddito di tre persone è di 400 euro) che riteniamo completamente insufficiente a garantire una vita dignitosa, forti sono le condizioni e gli obblighi soprattutto stringente è il rapporto con il nucleo familiare che non si limita all’aspetto economico ma anche al “coinvolgimento” di tutti i membri negli obblighi normativi, la platea risulta così molto limitata e soprattutto selettiva, orientata alla messa a mercato a qualsiasi condizione dei membri “idonei” della famiglia.
Una impostazione in linea con le “politiche attive” previste dal Jobs Act[4] funzionali ad una concezione del welfare dei miserabili come workfare forzato (come da Libro bianco di Sacconi redatto durante il Governo Berlusconi). Le forme di finanziamento sono sostanzialmente riuso di risorse già esistenti con l’eccezione dell’aumento dello 0.1% su alcune transazioni finanziarie. Da notare il ruolo di politiche attive sociali e lavorative che sono orientate verso il privato e soprattutto il no profit e dove si prevede l’utilizzo per i beneficiari del magro assegno a lavori di volontariato “riabilitativo”.
Istituzione del reddito minimo di cittadinanza attiva (Proposta Leva - PD)[5]
Si tratta di una proposta di norma a carattere sperimentale di durata triennale, vi concorrono le Regioni, i Comuni e l’INPS. Prevede forme reddituali dirette e indirette rivolte a “lavoratori precariamente occupati” che sono definiti come lavoratori maggiorenni che hanno un livello di reddito tale da non determinare la perdita dello “status di disoccupati”.
Il contributo monetario è mirato a conseguire un reddito annuo minimo pari a 6.000 euro con l’erogazione di ratei mensili massimi di euro 500. Per il diritto di accesso è utilizzato l'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), l'importo del contributo è incrementato di un terzo per ogni membro del nucleo familiare a carico e non è possibile cumulare l’assegno con altri trattamenti come la cassa integrazione o altri trattamenti di disoccupazione. Ha la durata di un anno rinnovabile per un ulteriore anno. Sono inclusi oltre i cittadini italiani anche quelli dell’Unione Europea e gli immigrati regolari extra UE soggiornanti da almeno tre anni.
Per avere diritto al reddito bisogna rispettare i seguenti requisiti: avere un ISEE non superiore a 6.880 euro, non essere proprietari di immobili oltre all’abitazione, partecipare ai programmi di inserimento lavorativo e accettare un'eventuale offerta di lavoro “congrua” anche a tempo determinato. L’assegno si trasforma in “dote salariale” a favore del datore di lavoro in caso di assunzione o per l’avvio di lavoro autonomo.
Il finanziamento: si tratta di un Fondo di cofinanziamento presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali pari alla misura del 50 per cento dei progetti regionali, cui è destinata una dotazione di 500 milioni di euro per il primo anno e di 1.000 milioni di euro per ciascuno dei restanti due anni (quindi 5 miliardi in tre anni ripartiti al 50% tra Ministero del Lavoro e Regioni).
Per la copertura degli oneri si prevedono esclusivamente misure fiscali in materia di giochi pubblici on line, lotterie istantanee e apparecchi e congegni di gioco.
Le Regioni sono chiamate, oltre a cofinanziare, a regolare ulteriormente le modalità di intervento e di programmazione di progetti di inserimento sociale e lavorativo dei beneficiari, mentre i Comuni sono delegati all'attuazione dei programmi regionali.
La platea prevista degli aventi diritto è di circa 400mila persone, quindi molto limitata considerando che nel solo meridione i nuclei famigliari considerati poveri sono oltre 600 mila.
Senza ripetere le osservazioni fatte per la precedente, come possiamo vedere quest'ultima proposta non si discosta dall’impianto già presente nello stesso Jobs Act in riferimento alla ASDI (Assegno di Disoccupazione)[6], oltre l’ammontare dell’assegno, la stessa platea è molto ristretta, le modalità di erogazione e di finanziamento sono evidentemente insufficienti alla creazione di un istituto capace di dare dignità e diritti sociali al crescente settore non solo dei disoccupati ma anche dei precari sottopagati.
Sia la proposta Guerra, sia la proposta Leva non si discostano fondamentalmente, se non per le risorse impegnate, da quanto lo stesso Ministro del lavoro Poletti sta proponendo alle associazioni no profit: al centro del “Piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale” abbiamo il RIA (Reddito di Inclusione Attiva) che condiziona l’assegno all'adesione dei beneficiari ad un progetto personalizzato, orientato “sui bisogni della famiglia” con uno stanziamento triennale di 1,5 miliardi.
Istituzione del Reddito di Cittadinanza (proposta M5S)[7]
Più articolata la proposta di reddito di cittadinanza presentata con primo firmataria Nunzia Catalfo, in questo caso il reddito di cittadinanza è definito come finalizzato prioritariamente a contrastare la povertà e l'esclusione sociale, e come contrasto al lavoro nero, del lavoro mal pagato o precario, di migliorare la domanda e l'offerta di lavoro.
Si prevede l’accesso oltre che per i cittadini italiani e della UE anche per gli stranieri provenienti da quei Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale.
La soglia del reddito minimo da garantire è ricavato dall'indicatore di povertà[8] dell'Unione europea (pari a un 6/10 del reddito mediano familiare[9]), che per il 2014 è pari a 9.360 l’anno e 780 mensili, che riparametrati per la composizione familiare diventano di 1.014 euro per un genitore solo con un figlio minore e di 1.638 euro per una coppia con due figli minori.
L’assegno sarà pari alla differenza tra la soglia di povertà e gli eventuali redditi percepiti dalla persona o dal nucleo familiare. In pratica il beneficio è mediamente quantificato in 12.175 euro l'anno per le famiglie molto povere fino a decrescere a 2.500 euro l’anno. Ogni componente maggiorenne riceverebbe direttamente la sua quota parte. Il costo stimato dai promotori è di circa 15,5 miliardi di euro pari (circa 1% del PIL).
Dai 18 ai 25 anni è necessario per accedere al reddito il possesso di una qualifica professionale o di un diploma di scuola media o la frequenza di corsi di studi o formazione, e rimarrà condizionato comunque dal reddito complessivo familiare.
Centrale la figura dei Centri per l'impiego per l’accettazione della domanda, verifica requisiti, accompagnamento al lavoro. Per i Comuni la competenza è sugli anziani e fasce di disagio ed emarginazione sociale.
La durata del reddito, erogato dall’INPS, è fino al miglioramento della situazione economica, cioè al raggiungimento della soglia dell’indicatore di povertà, sempre se vi è il rispetto degli obblighi previsti.
Obblighi: è tenuto a dare disponibilità al lavoro (presso i centri per l’impiego e le agenzie interinali), frequentare percorsi di inserimento lavorativo e comunicare cambiamenti della propria situazione reddituale. Inoltre deve mettersi a disposizione per la partecipazione a progetti in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, predisposti dai comuni (una sorta di lavori socialmente utili). Previsti anche il ricorso a star up per il lavoro agricolo e ai voucher per lavori brevi.
Le agenzie di formazione sono obbligate ad organizzare corsi, secondo le direttive degli osservatori nazionali e regionali del mercato del lavoro e devono garantire l'occupazione di almeno il 40% degli iscritti con il titolo finale se vogliono usufruire di finanziamenti pubblici. Sottolineiamo che si decade dal diritto al reddito quando si “sostiene più di tre colloqui con palese volontà di ottenere un esito negativo”, si rifiutano tre offerte di lavoro congrue, ci si dimette per due volte e senza giusta causa dal contratto di lavoro nell'anno.
L’offerta di lavoro “congrua” è quella attinente alle competenze lavorative, la retribuzione oraria è uguale o superiore all'80% rispetto alle mansioni di provenienza o a quanto previsto dai CCNL, il luogo di lavoro deve essere nel raggio di 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile entro 80 minuti con i mezzi pubblici. Le lavoratrici madri, fino al terzo anno di età dei figli, sono esentate dall'obbligo della ricerca del lavoro. Sono previsti incentivi alle aziende per l’assunzione a tempo indeterminato dei percettori di reddito di cittadinanza.
Oltre all’assegno di reddito sono previste agevolazioni nel pagamento del canone di affitto con l’incremento di 500 milioni di euro del Fondo nazionale di sostegno per l'accesso alle case in locazione ed estensione ai beneficiari dei fondi per i mutui. A queste di aggiungono agevolazioni per le utenze di gas, acqua, elettricità e telefonia fissa, sostegno dell'obbligo scolastico per l'acquisto dei libri di testo e pagamento delle tasse scolastiche e universitarie, per la fruizione di servizi sociali e sanitari, trasporti pubblici, partecipazione alla vita sociale e culturale. Da rilevare però che queste “misure integrative” del reddito di cittadinanza sono a carico degli enti locali “compatibilmente con le loro risorse e nei limiti consentiti dal patto di stabilità”.
Per la copertura finanziaria, nel testo molto articolato e dettagliato si prevede che la spesa sia di circa 17 miliardi, finanziata tramite misure fiscali sui giochi, sulle aziende energetiche, sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari (superiori a 2 milioni di euro), sugli interessi passivi di banche e finanziarie. Previsti tagli ai “costi della politica”, al sostegno all’editoria, tagli delle spese militari, centralizzazione degli acquisti pubblici, razionalizzazione nell’uso degli immobili pubblici, tagli incarichi di collaborazione nelle società partecipate, divieto di cumulo tra pensione e lavoro pubblico; aumento tassazione sulle pensioni ricche (superiori a 6 volte la minima), assorbimento dell’8% mille non optato.
Una proposta che sicuramente ha il merito di estendere sufficientemente il bacino degli aventi diritto, con una buona dote finanziaria che sconta l’impostazione sul livello di “povertà”, e di una sorta di “spending review” piuttosto che puntare con più decisione sulla patrimoniale e sul capitale finanziario. Inoltre vi è un irrigidimento rispetto alle norme di decadenza riferite alla ricerca e disponibilità al lavoro (anche socialmente utile), lo stesso meccanismo dell’integrazione al reddito è strettamente legato al reddito del nucleo familiare. L’affidamento delle forme di reddito indiretto agli enti locali ne depotenzia l’effettiva realizzazione e generalizzazione.
Istituzione del reddito minimo garantito (proposta SEL)[10]
Insieme con quella del M5S anche la proposta di Sel è in corso di dibattimento in commissione al Senato (prima firmataria De Petris) ed è stata presentata anche alla Camera. In questo caso si tratta dell’istituzione di un “reddito minimo garantito” come insieme di interventi reddituali diretti e indiretti, quindi erogazione di somme di denaro ed erogazione di beni e servizi (gratuiti o agevolati).
Il reddito minimo diretto in denaro è pari a 7.200 euro l'anno, 600 euro mensili, sono previsti contributi per alcune spese impreviste. La somma è ricalcolata secondo i componenti del nucleo familiare a carico, (es. in due 1.000 euro, in quattro 1.630 euro). L’assegno non è cumulabile con altri trattamenti previdenziali, quali cassa integrazione, pensione sociale, maternità base, le varie di invalidità e inabilità, social card. La gestione è affidata ai centri per l'impiego.
Per aver diritto al reddito bisogna avere la residenza sul territorio nazionale da almeno ventiquattro mesi; l’iscrizione alle liste di collocamento (salvo i lavoratori autonomi, a tempo parziale, aspettativa non retribuita per gravi ragioni familiari); reddito personale non superiore a 8.000 euro nell'anno (ma si tiene conto anche del reddito familiare tramite un regolamento d’attuazione); non avere un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a un limite fissato dal regolamento (tranne la casa di prima abitazione o altri beni necessari alla soddisfazione dei bisogni primari della persona).
La definizione delle linee guida per il reddito indiretto sono affidate alla Conferenza unificata (regioni ed enti locali) e le modalità previste riguardano la gratuità del trasporto pubblico locale; incentivo per le attività culturali, ricreative, sportive; il contributo al pagamento di energia e gas; gratuità dei libri di testo scolastici; contributi per l'affitto; gratuità delle prestazioni sanitarie; somme in denaro aggiuntive per le particolari esigenze. Le regioni “che intendono partecipare” stabiliscono un piano d'azione nel quale definiscono la platea dei beneficiari e i diritti da garantire.
Il reddito minimo ha una durata di dodici mesi rinnovabile su domanda al centro per l'impiego. Il beneficiario decade dal trattamento nel caso in cui sia assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, o autonomo; nel caso in cui si rifiuti una proposta di impiego “congrua” offerta dal centro per l'impiego.
Il reddito è erogato dall'INPS su richiesta del centro per l'impiego, che è rimborsato dalla Stato tramite un fondo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri in cui confluiscono le risorse “provenienti dalla fiscalità generale”.
Il Governo è delegato a riordinare le prestazioni assistenziali, quali assegno sociale, pensione sociale, assegno ai nuclei familiari numerosi, assegno di maternità di base, pensione di inabilità, indennità di frequenza e assegno di invalidità, pensione per i ciechi e per sordi, carta acquisti per i minori e gli anziani.
Il Governo è delegato a riformare, tramite un decreto legislativo, la disciplina degli ammortizzatori sociali prevedendo un sussidio unico di disoccupazione per tutte le categorie di lavoratori a prescindere da anzianità contributiva e assicurativa.
In questa proposta si sconta negativamente non solo l’ammontare dell’assegno, la sua durata a termine, indeterminatezza dell’impatto del reddito familiare, ma soprattutto l’impostazione che vede come accettato un regime sociale basato sulla “flessibilità” del lavoro, il finanziamento tramite la fiscalità generale che rimane invariata e dove l’introduzione del reddito sociale si accompagna con una ulteriore “riforma” degli ammortizzatori sociali e con la cancellazione di altre forme di sussidio.
Istituzione del reddito sociale minimo (proposta CESTES)[11]
Il disegno di legge n. 1339 (primo firmatario Salvi), presentato in Senato già nel 2002, prevede la “Istituzione di un sostegno contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro attraverso il Reddito sociale minimo (RSM)”.
Ricordiamo che questo testo di legge era la riproposizione di una legge di iniziativa popolare che venne depositata in Cassazione nel 1998, che raccolse circa 63.000 firme di cittadini, e fu depositata alla Camera dei Deputati nel 1999. Nel comitato promotore del disegno di legge di iniziativa popolare vi era anche lo stesso Cestes[12] che ne aveva elaborato la stessa proposta, oltre a tante altre realtà sociali e del sindacalismo di base.
La proposta, prendeva atto, già molti anni fa, dei processi e degli effetti della finanziarizzazione dell’economia, della globalizzazione e competizione internazionale; dove la ricerca della massimizzazione dei profitti andava a discapito della “remunerazione del fattore lavoro”, dell'occupazione e delle condizioni dei lavoratori, occupati e non. Si stavano mettendo le basi a quella che sarebbe stata riconosciuta come crisi sistemica dopo il contagio partito dal crollo dei subprime americani alla fine del 2006.
Già allora l’aumento della disoccupazione e della precarietà lavorativa stava assumendo un carattere sempre più strutturale, e tutte le misure prese formalmente per combattere la crisi, le politiche di austerity della UE, la nuova divisione internazionale del lavoro, hanno creato solo più disoccupazione e precarietà fino ad arrivare alla demolizione della contrattazione collettiva e al Jobs Act.
L’impianto normativo proposto prevede un importo del Reddito sociale minimo di 8.000[13] annui, non soggetti a tassazione e rivalutato annualmente in base agli indici ISTAT; i requisiti per l’accesso prevedono la residenza nel nostro Paese da almeno due anni, l’iscrizione alle liste di collocamento da almeno un anno, reddito imponibile annuo non superiore a 5.000 euro[14], l'appartenenza a un nucleo familiare con reddito imponibile annuo non superiore a 25.000 euro[15]. L’erogazione e la gestione del RSM sono in capo al Ministero del Lavoro e alle sue Direzioni territoriali (non all’INPS).
Da sottolineare che si prevede la riduzione del 50% dell’importo, ma non la decadenza, nel caso di svolgimento di attività lavorative con un reddito inferiore al reddito minimo, permettendo di estendere la copertura non solo ai disoccupati ma anche al lavoro precario, sottopagato e altre forme di sottoccupazione.
E' prevista, per il datore di lavoro in caso di mancata attestazione del rapporto di lavoro con un lavoratore che fruisce del reddito sociale (lavoro nero), una sanzione amministrativa pari all'ammontare delle somme che il soggetto avrebbe dovuto percepire quale corrispettivo del lavoro svolto, con riferimento ai minimi previsti dal CCNL della categoria.
Il periodo di godimento del RSM è calcolato ai fini pensionistici e si prevedono forme di reddito indiretto e differito attraverso l’accesso gratuito ai servizi fondamentali (trasporti urbani, servizio sanitario, studi e formazione, ecc.), il dimezzamento dei costi delle utenze (gas, luce, acqua, telefono, rifiuti), oltre a un canone sociale per l’utilizzo degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (misure previste tramite decreto governativo e non tramite gli enti locali tranne che per l’edilizia pubblica). Accedono ai benefici del reddito indiretto i titolari di pensioni sociali e minime e i componenti di nuclei familiari ricompresi nei limiti di reddito.
Centrale e differenziata radicalmente dalle altre proposte, è la questione dell'individuazione delle risorse necessarie per la copertura a regime: si propone di reperire queste risorse esclusivamente attraverso varie forme di tassazione sui capitali. Si tratta di applicare una efficace imposta patrimoniale, di colpire le rendite finanziarie e i grandi patrimoni, di tassare realmente e uniformemente i guadagni in conto capitale, di ridurre le agevolazioni e i trasferimenti alle imprese[16].
Una proposta che da una precisa analisi dei cambiamenti in atto, e da una impostazione classista e conflittuale si pone il problema di contrapporsi a queste tendenze, non solo riqualificando gli strumenti di protezione sociale ma con l’obiettivo di unificare concretamente e rilanciare l’iniziativa dei soggetti coinvolti nei processi di frammentazione e immiserimento, dai soggetti del lavoro e del non lavoro.
Il reddito sociale, con i suoi potenziali effetti, non riguarda solo il lavoro negato, i disoccupati, i precari, e i pensionati ma diventa un elemento di rafforzamento della capacità contrattuale complessiva della forza lavoro occupata o meno.
Di fronte ai processi di disgregazione sociale l’obiettivo non è solo quello di migliorare le condizioni economiche delle vecchie e nuove povertà ma di darsi uno strumento di riaggregazione partendo dalle soggettività che possono essere coinvolte in una nuova stagione di conflitto sociale ancora da riorganizzare.
Il reddito sociale non deve essere, quindi, uno strumento di ulteriore separazione ma di unità di interessi del mondo del lavoro, là dove una concreta solidarietà e un progetto politico di emancipazione non sono dati solo a partire dall’organizzazione nel luogo di lavoro.
A differenza di altre proposte sul reddito, la questione fondamentale è di non renderlo funzionale e complementare allo smantellamento di un sistema più generale di welfare, funzionale a un mercato del lavoro sempre più selvaggio[17]. Una forma di reddito sociale dei miserabili è un pericolo concreto, sostitutivo degli ammortizzatori “legati” al posto di lavoro, e a costo zero a carico della residua spesa sociale: richieste liberiste che modellano una società e un mondo del lavoro basati su rapporti e contrattualizzazioni individuali, con forme caritatevoli di supporto per gli esclusi e incentivanti la massima disponibilità lavorativa alle peggiori condizioni[18].
Altro segno distintivo, oltre alla funzionalità o meno allo sfruttamento sul lavoro, è la natura e l’origine delle risorse per sostenere il reddito sociale. E’ evidente che finanziare l’istituzione del reddito con la fiscalità generale invariata nella sua architettura o trasferendo voci di spesa da altri capitoli del welfare è un modo per rendere questo strumento o ininfluente, per la scarsità delle dotazioni, e anche dannoso per le conseguenze sugli altri livelli della protezione sociale e sanitaria.
La differenza rispetto alle impostazioni orientate alla fiscalità generale e al taglio delle “spese inutili” è palese, si tratta di invertire il drenaggio di ricchezza sociale prodotta dal capitale al lavoro (non lavoro). Sono risorse finalizzate alle prestazioni sociali per la povertà, la disoccupazione, per creare nuovi posti di lavoro a pieno salario e pieni diritti, una ottica opposta a forme di assistenzialismo.
Anche qui si tratta di dare un tratto di classe, che fa i conti con le dinamiche nazionali e internazionali dell’economia, con le politiche di attacco alla condizione dei lavoratori, cogliendo le contraddizioni del nostro sistema politico economico e sociale (anche nella loro traduzione fiscale). Per questo bisogna colpire i capitali finanziari e speculativi e i relativi movimenti internazionali, realizzare un aumento della massa dei contribuenti contraendo l’evasione e l’elusione fiscale e contributiva (basti pensare alle elargizioni al padronato per le assunzioni contenute nella scorsa finanziaria), e in più (eresia per i finti sacerdoti della produttività) tassare ogni forma di "innovazione" tecnologica nella produzione che provochi crescita della disoccupazione.
In questa ottica, la rivendicazione del reddito attraversa le contraddizioni tra capitale e lavoro ma non solo a livello nazionale. Da anni è diventato evidente che la questione non è solo di introdurre anche in Italia una forma di reddito sociale già presente negli altri paesi della UE[19], ma di ridisegnare nel nostro paese come negli altri PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) un welfare rifondato sulla salvaguardia e la rivendicazione della distribuzione del reddito[20], come salario sociale prodotto, a tutti i lavoratori, occupati e no.
6 Agosto 2015
Osservatorio Sindacale CESTES USB
Note:
[1] Tasso di disoccupazione 12.4%, inattività 36%, disoccupazione giovanile 41.5% (dati ISTAT maggio 2015); persone in povertà relativa 16.6% (10 milioni e 48 mila persone), in povertà assoluta 9.9% pari a 6 milioni e 20 mila persone (dati ISTAT 2013). Bisogna anche considerare leggendo questi dati le enormi differenze tra il nord e il meridione.
[2] http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45658.htm
[3] Il valore della scala di equivalenza (VSE) in base al numero dei componenti la famiglia convenzionale e maggiorato in base alle caratteristiche della famiglia: numero componenti il nucleo familiare - parametro: 1 = 1,00; 2 = 1,57; 3 = 2,04; 4 = 2,46; 5 = 2,85; maggiorazioni, per ogni ulteriore componente 0,35; per presenza nel nucleo di figli minori con un solo genitore 0,20; per ogni componente con handicap o invalidità superiore al 66% = 0,50; presenza di figli minori ed entrambi i genitori svolgono attività di lavoro o di impresa = 0,20.
[4] “Schema di decreto legislativo recante diposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive” (http://www.camera.it/leg17/682?atto=177&tipoAtto=Atto&leg=17&tab=1)
[5] Proposta di legge C. 720 presentata il 10 aprile 2013, assegnato alle Commissioni riunite XI Lavoro e XII Affari Sociali.
[6] Art. 16 del Decreto legislativo 22/2015
[7] DDL 1148 “Istituzione del Reddito di Cittadinanza e del Salario Minimo Orario (SMO)”, DDL presentato dal Movimento 5 Stelle (M5S). http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00814007.pdf
[8] È la «soglia di rischio di povertà» convenzionale, calcolata dall'ISTAT secondo i criteri delle statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita (EU-SILC), da regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003. La povertà monetaria dell'Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, in rapporto al livello economico medio di vita locale o nazionale;
[9] È reddito entro il quale rientra la metà delle famiglie italiane, e si considera a rischio di povertà la persona al di sotto del reddito pari a 6/10 di 15.514 euro ossia 9.360 euro all'anno (per il 2014).
[10] DDL 1670, “Istituzione del Reddito Minimo Garantito (RMG)”, primo firmatario Scotto, C.2933 “Istituzione del reddito minimo garantito e deleghe al Governo per il riordinamento della spesa assistenziale e della disciplina degli ammortizzatori sociali”. http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00814400.pdf
[11] DDL 1339 “Istituzione di un sostegno contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro attraverso il reddito sociale minimo (RSM)” http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/65023.pdf
[12] CESTES, Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali, ora della Unione Sindacale dei Base (USB) e precedentemente, fino al 2010, centro studi dalle Federazione Nazionale delle Rappresentanze Sindacali di Base (RdB).
[13] Con la semplice rivalutazione monetaria ISTAT al 2015 sarebbero circa 10.000 euro.
[14] Con rivalutazione monetaria ISTAT pari a 6.300 euro, e salvo i casi di lavoro precario e sottopagato.
[15] Con rivalutazione monetaria ISTAT: non superiore a 31.500 euro per nuclei composti da due persone e a 37.900 euro per nuclei composti da tre persone; per ogni ulteriore componente il nucleo familiare il suddetto limite di reddito è elevato di 5.000 euro
[16] Specificatamente: una imposta straordinaria, denominata “Labor Tax”, addizionale una tantum del 2.5% sulla tassazione dei redditi di impresa; incremento dell'aliquota di imposizione sugli interessi derivanti da titoli pubblici ed equiparati al 30 per cento, prevedendo per i possessori di titoli pubblici ed equiparati la possibilità di optare per l'indicazione nella dichiarazione annuale dei relativi interessi e altri proventi percepiti e dell'ammontare dei titoli pubblici ed equiparati posseduti, ai fini dell'applicazione di un'aliquota di imposta del 12.5 per cento sui redditi riferiti ad un valore complessivo di titoli posseduti non superiore a 130 mila euro (con rivalutazione circa 160 mila), e del 25 per cento sui redditi riferiti alla parte del valore dei titoli che eccede i 130.000 euro (con rivalutazione circa 160 mila). In tali casi l'imposta viene applicata a titolo non definitivo e la tassazione è soggetta a conguaglio in sede di dichiarazione dei redditi; la tassazione dell'incremento di valore di titoli azionari (IN.VA.T.A.), ovvero del guadagno in conto capitale, con previsione di una aliquota di imposta che in ogni caso deve corrispondere ad un unico livello del 30%; l'inserimento nella dichiarazione annuale dei redditi di ogni reddito da capitale, ai fini dell'applicazione delle imposte dirette; a tal fine anche le aliquote e le ritenute sui redditi da capitale saranno accorpate su un unico livello corrispondente al trenta per cento; la tassazione dei trasferimenti di capitale all'estero riguardanti tutte le transazioni internazionali di capitale finanziario a carattere speculativo, con l'applicazione di un'aliquota sino al 3 per cento con riferimento alle operazioni aventi durata non superiore ai sette giorni, di un'aliquota sino al 2,5 per cento per operazioni aventi durata non superiore ai 30 giorni, con previsione di una aliquota dell'1,8 per cento su operazioni di durata superiore ai trenta giorni; l'introduzione di una tassa sull'innovazione tecnologica che produce decremento occupazionale, consistente in una addizionale del tre per cento sull'I.V.A..
[17] La “flexsecurity” come sicurezza per il lavoratore non nel posto di lavoro ma nel mercato del lavoro, in sintesi massima libertà nelle assunzioni e nei licenziamenti in cambio di una tutela assistenziale nei periodi di disoccupazione.
[18] La stessa ASDI, assegno ridotto di disoccupazione successivo alla NASPI, introdotta dal Jobs Act è un esempio di questa concezione.
[19] Mancanti di una forma riconducibile al reddito minimo vi sono, oltre l’Italia, la Grecia e la Bulgaria.
[20] Mentre le indicazioni della UE rientrano in un orizzonte di welfare dei miserabili dove il diritto al reddito minimo o sociale è funzionale alla liberalizzazione del mercato del lavoro e alla demolizione dei servizi pubblici di welfare. Da approfondire con la lettura della “Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa”, dei documenti della Commissione Europea (Raccomandazione 2008/867/CE) sul «diritto fondamentale della persona a risorse e prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana, nel quadro di un dispositivo globale e coerente di lotta contro l’esclusione sociale», già contenuti nei principi e nelle linee guida del Consiglio delle Comunità europee nel 1992 (Raccomandazione 92/441/CEE) rivolta “alla lotta contro la povertà senza limiti di tempo o situazione, all'unione dei diritti sociali e generali, alla combinazione di protezione e assistenza sociale, e alla fornitura di sussidi integrativi del reddito per periodi limitati ma rinnovabili, attraverso criteri di ammissione tesi a favorire in particolare i soggetti più bisognosi, distinguendo inoltre tra le persone la cui età, il cui stato di salute e le cui condizioni familiari permettano o no di partecipare al mercato del lavoro o di intraprendere una formazione professionale”.
Fonte
Nelle ultime settimane il tema del reddito sociale variamente definito, anche se dietro le varie terminologie si nascondono enormi differenze, è tornato sotto i riflettori della politica anche istituzionale. Attualmente due diversi disegni di legge sono in gestazione nella XI Commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato, un’altra nella XI Commissione della Camera e altre proposte sono depositate sia al Senato sia alla Camera dei deputati.
Che l’introduzione del reddito sociale sia diventata sempre più impellente lo dimostrano i dati ufficiali sulla disoccupazione, la precarietà e la povertà nel nostro paese[1], che con la crisi sistemica sono diventati elementi strutturali e non contingenti dell’attuale sistema politico economico.
Se si vuole uscire dalla semplice logica che qualsiasi legge sul reddito sia comunque meglio della sua assenza, dobbiamo individuare alcune linee di valutazione. Qui ne proponiamo alcune che riteniamo le più importanti.
- Origine e modalità di finanziamento del reddito sociale (dalla fiscalità generale a misure di redistribuzione dei profitti);
- L’ammontare del reddito diretto e la sua durata nel tempo (che deve differenziarsi dai sussidi di disoccupazione);
- L’accesso per cittadinanza o residenza, età e criteri a questi collegati;
- La relazione tra il diritto al reddito e lo stato di disoccupazione, precarietà o lavoro sottopagato ed in particolar modo gli obblighi all’accettazione di offerte occupazionali e formative;
- Il rapporto tra il reddito individuale e quello del nucleo familiare di appartenenza (come questo influisce per l’accesso individuale al diritto e sull’ammontare);
- La determinazione degli interventi di reddito indiretto non monetari, i soggetti istituzionali incaricati della loro attuazione.
Questi elementi ci sembrano più utili per una valutazione piuttosto che riprendere le correnti differenziazioni formali tra reddito di cittadinanza, reddito sociale, reddito di base incondizionato, reddito minimo garantito, sussidio sociale ed altre definizioni.
In questa nota vogliamo concentrarci sulle seguenti proposte: il DDL n. 1919 (prima firmataria la senatrice PD Guerra) “Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo”; la proposta sostenuta da deputati del PD, primo firmatario Danilo Leva, DDL 720 “Istituzione del reddito minimo di cittadinanza attiva”; il DDL 1148 “Istituzione del Reddito di Cittadinanza e del Salario Minimo Orario (SMO)”, presentato dal Movimento 5 Stelle; il DDL 1670 , “Istituzione del Reddito Minimo Garantito (RMG)”, presentato da SEL; ed infine la proposta elaborata dallo stesso CESTES sul “Reddito Sociale Minimo”, primo firmatario Salvi.
Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo (Proposta Guerra - PD) [2]
Il DDL n. 1919 “Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo” è stato presentato lo scorso 19 maggio al Senato ed è già in corso di esame alla 11ª Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale).
In questa proposta il diritto al reddito deriva non da una insufficienza del reddito individuale ma del reddito del nucleo familiare. All’assegno monetario spetta colmare la distanza fra il reddito familiare e il livello di «reddito minimo» stabilito dalla norma (in funzione della composizione della famiglia).
Il parametro di riferimento utilizzato per il “reddito minimo” è di 500 euro mensili (per i nuclei familiari composti da una sola persona e varia con il crescere del numero dei componenti con scala di equivalenza Isee[3]). Alle famiglie beneficiarie è riconosciuto un assegno pari alla differenza fra il 40% del reddito minimo (200 euro) e il reddito del nucleo familiare. Le leggi di stabilità possono aumentare, se vi è la relativa copertura finanziaria, questa percentuale. La richiesta di reddito è gestita dagli enti locali e l'assegno è erogato dall’INPS.
Requisiti di residenza e cittadinanza: i membri del nucleo familiare (ad eccezione dei minori di anni 18 e dei ricongiungimenti familiari) devono essere cittadini italiani o UE (ovvero familiari) o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, o residente regolarmente in Italia da almeno dodici mesi (ovvero familiari).
Requisiti economici: il reddito familiare deve essere inferiore al 40% del reddito minimo; valore dell'indicatore della situazione patrimoniale dell'Isee, al netto delle franchigie, non superiore a euro 3.000; nessun componente la famiglia deve essere in possesso di automobili immatricolate nei 12 mesi precedenti.
Adesione al progetto di reinserimento: l’interno nucleo familiare deve essere coinvolto in un progetto “volto al superamento della condizione di povertà, al reinserimento lavorativo e all'inclusione sociale”. Vi è obbligo per i membri del nucleo familiare idonei al lavoro di iscriversi ai Centri per l'impiego, seguire i percorsi di istruzione, formazione professionale e lavoro proposti (possibilità di esonero parziale o totale per necessità di cura di minori, anziani o persone con disabilità); obbligo di partecipazione a percorsi di inclusione sociale e di integrazione che possono prevedere attività di volontariato (svolte dai beneficiari); i redditi da lavoro durante il periodo di beneficio dell’integrazione vengono considerati nella misura dell'80% per il primo anno e del 90% nel secondo.
Questi progetti di “assistenza sociale” devono essere gestiti da enti locali insieme ad enti privati “con particolare riferimento agli enti non profit”; i progetti si attuano con le risorse “disponibili a legislazione vigente e nell'ambito degli equilibri di finanza pubblica programmati” e di possibili ulteriori quote del Fondo nazionale delle politiche sociali tramite “servizi di accompagnamento del reddito minimo”.
Finanziamento del reddito minimo: la spesa è valutata in 1,7 miliardi di euro l'anno e si provvede con i Fondi già esistenti per “cittadini meno abbienti”, parte minore del “Fondo per interventi strutturali di politica economica", misure sul gioco d’azzardo (slot machine), aumento dell’imposta sulle transazioni finanziarie dallo 0.2% allo 0.3%, riduzione della soglie sul pagamento in contante, modifiche dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale.
Osservazioni: la denominazione di misura di “contrasto alla povertà” si traduce in una misura che elargisce una somma economica (per una famiglia senza reddito di tre persone è di 400 euro) che riteniamo completamente insufficiente a garantire una vita dignitosa, forti sono le condizioni e gli obblighi soprattutto stringente è il rapporto con il nucleo familiare che non si limita all’aspetto economico ma anche al “coinvolgimento” di tutti i membri negli obblighi normativi, la platea risulta così molto limitata e soprattutto selettiva, orientata alla messa a mercato a qualsiasi condizione dei membri “idonei” della famiglia.
Una impostazione in linea con le “politiche attive” previste dal Jobs Act[4] funzionali ad una concezione del welfare dei miserabili come workfare forzato (come da Libro bianco di Sacconi redatto durante il Governo Berlusconi). Le forme di finanziamento sono sostanzialmente riuso di risorse già esistenti con l’eccezione dell’aumento dello 0.1% su alcune transazioni finanziarie. Da notare il ruolo di politiche attive sociali e lavorative che sono orientate verso il privato e soprattutto il no profit e dove si prevede l’utilizzo per i beneficiari del magro assegno a lavori di volontariato “riabilitativo”.
Istituzione del reddito minimo di cittadinanza attiva (Proposta Leva - PD)[5]
Si tratta di una proposta di norma a carattere sperimentale di durata triennale, vi concorrono le Regioni, i Comuni e l’INPS. Prevede forme reddituali dirette e indirette rivolte a “lavoratori precariamente occupati” che sono definiti come lavoratori maggiorenni che hanno un livello di reddito tale da non determinare la perdita dello “status di disoccupati”.
Il contributo monetario è mirato a conseguire un reddito annuo minimo pari a 6.000 euro con l’erogazione di ratei mensili massimi di euro 500. Per il diritto di accesso è utilizzato l'indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), l'importo del contributo è incrementato di un terzo per ogni membro del nucleo familiare a carico e non è possibile cumulare l’assegno con altri trattamenti come la cassa integrazione o altri trattamenti di disoccupazione. Ha la durata di un anno rinnovabile per un ulteriore anno. Sono inclusi oltre i cittadini italiani anche quelli dell’Unione Europea e gli immigrati regolari extra UE soggiornanti da almeno tre anni.
Per avere diritto al reddito bisogna rispettare i seguenti requisiti: avere un ISEE non superiore a 6.880 euro, non essere proprietari di immobili oltre all’abitazione, partecipare ai programmi di inserimento lavorativo e accettare un'eventuale offerta di lavoro “congrua” anche a tempo determinato. L’assegno si trasforma in “dote salariale” a favore del datore di lavoro in caso di assunzione o per l’avvio di lavoro autonomo.
Il finanziamento: si tratta di un Fondo di cofinanziamento presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali pari alla misura del 50 per cento dei progetti regionali, cui è destinata una dotazione di 500 milioni di euro per il primo anno e di 1.000 milioni di euro per ciascuno dei restanti due anni (quindi 5 miliardi in tre anni ripartiti al 50% tra Ministero del Lavoro e Regioni).
Per la copertura degli oneri si prevedono esclusivamente misure fiscali in materia di giochi pubblici on line, lotterie istantanee e apparecchi e congegni di gioco.
Le Regioni sono chiamate, oltre a cofinanziare, a regolare ulteriormente le modalità di intervento e di programmazione di progetti di inserimento sociale e lavorativo dei beneficiari, mentre i Comuni sono delegati all'attuazione dei programmi regionali.
La platea prevista degli aventi diritto è di circa 400mila persone, quindi molto limitata considerando che nel solo meridione i nuclei famigliari considerati poveri sono oltre 600 mila.
Senza ripetere le osservazioni fatte per la precedente, come possiamo vedere quest'ultima proposta non si discosta dall’impianto già presente nello stesso Jobs Act in riferimento alla ASDI (Assegno di Disoccupazione)[6], oltre l’ammontare dell’assegno, la stessa platea è molto ristretta, le modalità di erogazione e di finanziamento sono evidentemente insufficienti alla creazione di un istituto capace di dare dignità e diritti sociali al crescente settore non solo dei disoccupati ma anche dei precari sottopagati.
Sia la proposta Guerra, sia la proposta Leva non si discostano fondamentalmente, se non per le risorse impegnate, da quanto lo stesso Ministro del lavoro Poletti sta proponendo alle associazioni no profit: al centro del “Piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale” abbiamo il RIA (Reddito di Inclusione Attiva) che condiziona l’assegno all'adesione dei beneficiari ad un progetto personalizzato, orientato “sui bisogni della famiglia” con uno stanziamento triennale di 1,5 miliardi.
Istituzione del Reddito di Cittadinanza (proposta M5S)[7]
Più articolata la proposta di reddito di cittadinanza presentata con primo firmataria Nunzia Catalfo, in questo caso il reddito di cittadinanza è definito come finalizzato prioritariamente a contrastare la povertà e l'esclusione sociale, e come contrasto al lavoro nero, del lavoro mal pagato o precario, di migliorare la domanda e l'offerta di lavoro.
Si prevede l’accesso oltre che per i cittadini italiani e della UE anche per gli stranieri provenienti da quei Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale.
La soglia del reddito minimo da garantire è ricavato dall'indicatore di povertà[8] dell'Unione europea (pari a un 6/10 del reddito mediano familiare[9]), che per il 2014 è pari a 9.360 l’anno e 780 mensili, che riparametrati per la composizione familiare diventano di 1.014 euro per un genitore solo con un figlio minore e di 1.638 euro per una coppia con due figli minori.
L’assegno sarà pari alla differenza tra la soglia di povertà e gli eventuali redditi percepiti dalla persona o dal nucleo familiare. In pratica il beneficio è mediamente quantificato in 12.175 euro l'anno per le famiglie molto povere fino a decrescere a 2.500 euro l’anno. Ogni componente maggiorenne riceverebbe direttamente la sua quota parte. Il costo stimato dai promotori è di circa 15,5 miliardi di euro pari (circa 1% del PIL).
Dai 18 ai 25 anni è necessario per accedere al reddito il possesso di una qualifica professionale o di un diploma di scuola media o la frequenza di corsi di studi o formazione, e rimarrà condizionato comunque dal reddito complessivo familiare.
Centrale la figura dei Centri per l'impiego per l’accettazione della domanda, verifica requisiti, accompagnamento al lavoro. Per i Comuni la competenza è sugli anziani e fasce di disagio ed emarginazione sociale.
La durata del reddito, erogato dall’INPS, è fino al miglioramento della situazione economica, cioè al raggiungimento della soglia dell’indicatore di povertà, sempre se vi è il rispetto degli obblighi previsti.
Obblighi: è tenuto a dare disponibilità al lavoro (presso i centri per l’impiego e le agenzie interinali), frequentare percorsi di inserimento lavorativo e comunicare cambiamenti della propria situazione reddituale. Inoltre deve mettersi a disposizione per la partecipazione a progetti in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, predisposti dai comuni (una sorta di lavori socialmente utili). Previsti anche il ricorso a star up per il lavoro agricolo e ai voucher per lavori brevi.
Le agenzie di formazione sono obbligate ad organizzare corsi, secondo le direttive degli osservatori nazionali e regionali del mercato del lavoro e devono garantire l'occupazione di almeno il 40% degli iscritti con il titolo finale se vogliono usufruire di finanziamenti pubblici. Sottolineiamo che si decade dal diritto al reddito quando si “sostiene più di tre colloqui con palese volontà di ottenere un esito negativo”, si rifiutano tre offerte di lavoro congrue, ci si dimette per due volte e senza giusta causa dal contratto di lavoro nell'anno.
L’offerta di lavoro “congrua” è quella attinente alle competenze lavorative, la retribuzione oraria è uguale o superiore all'80% rispetto alle mansioni di provenienza o a quanto previsto dai CCNL, il luogo di lavoro deve essere nel raggio di 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile entro 80 minuti con i mezzi pubblici. Le lavoratrici madri, fino al terzo anno di età dei figli, sono esentate dall'obbligo della ricerca del lavoro. Sono previsti incentivi alle aziende per l’assunzione a tempo indeterminato dei percettori di reddito di cittadinanza.
Oltre all’assegno di reddito sono previste agevolazioni nel pagamento del canone di affitto con l’incremento di 500 milioni di euro del Fondo nazionale di sostegno per l'accesso alle case in locazione ed estensione ai beneficiari dei fondi per i mutui. A queste di aggiungono agevolazioni per le utenze di gas, acqua, elettricità e telefonia fissa, sostegno dell'obbligo scolastico per l'acquisto dei libri di testo e pagamento delle tasse scolastiche e universitarie, per la fruizione di servizi sociali e sanitari, trasporti pubblici, partecipazione alla vita sociale e culturale. Da rilevare però che queste “misure integrative” del reddito di cittadinanza sono a carico degli enti locali “compatibilmente con le loro risorse e nei limiti consentiti dal patto di stabilità”.
Per la copertura finanziaria, nel testo molto articolato e dettagliato si prevede che la spesa sia di circa 17 miliardi, finanziata tramite misure fiscali sui giochi, sulle aziende energetiche, sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari (superiori a 2 milioni di euro), sugli interessi passivi di banche e finanziarie. Previsti tagli ai “costi della politica”, al sostegno all’editoria, tagli delle spese militari, centralizzazione degli acquisti pubblici, razionalizzazione nell’uso degli immobili pubblici, tagli incarichi di collaborazione nelle società partecipate, divieto di cumulo tra pensione e lavoro pubblico; aumento tassazione sulle pensioni ricche (superiori a 6 volte la minima), assorbimento dell’8% mille non optato.
Una proposta che sicuramente ha il merito di estendere sufficientemente il bacino degli aventi diritto, con una buona dote finanziaria che sconta l’impostazione sul livello di “povertà”, e di una sorta di “spending review” piuttosto che puntare con più decisione sulla patrimoniale e sul capitale finanziario. Inoltre vi è un irrigidimento rispetto alle norme di decadenza riferite alla ricerca e disponibilità al lavoro (anche socialmente utile), lo stesso meccanismo dell’integrazione al reddito è strettamente legato al reddito del nucleo familiare. L’affidamento delle forme di reddito indiretto agli enti locali ne depotenzia l’effettiva realizzazione e generalizzazione.
Istituzione del reddito minimo garantito (proposta SEL)[10]
Insieme con quella del M5S anche la proposta di Sel è in corso di dibattimento in commissione al Senato (prima firmataria De Petris) ed è stata presentata anche alla Camera. In questo caso si tratta dell’istituzione di un “reddito minimo garantito” come insieme di interventi reddituali diretti e indiretti, quindi erogazione di somme di denaro ed erogazione di beni e servizi (gratuiti o agevolati).
Il reddito minimo diretto in denaro è pari a 7.200 euro l'anno, 600 euro mensili, sono previsti contributi per alcune spese impreviste. La somma è ricalcolata secondo i componenti del nucleo familiare a carico, (es. in due 1.000 euro, in quattro 1.630 euro). L’assegno non è cumulabile con altri trattamenti previdenziali, quali cassa integrazione, pensione sociale, maternità base, le varie di invalidità e inabilità, social card. La gestione è affidata ai centri per l'impiego.
Per aver diritto al reddito bisogna avere la residenza sul territorio nazionale da almeno ventiquattro mesi; l’iscrizione alle liste di collocamento (salvo i lavoratori autonomi, a tempo parziale, aspettativa non retribuita per gravi ragioni familiari); reddito personale non superiore a 8.000 euro nell'anno (ma si tiene conto anche del reddito familiare tramite un regolamento d’attuazione); non avere un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a un limite fissato dal regolamento (tranne la casa di prima abitazione o altri beni necessari alla soddisfazione dei bisogni primari della persona).
La definizione delle linee guida per il reddito indiretto sono affidate alla Conferenza unificata (regioni ed enti locali) e le modalità previste riguardano la gratuità del trasporto pubblico locale; incentivo per le attività culturali, ricreative, sportive; il contributo al pagamento di energia e gas; gratuità dei libri di testo scolastici; contributi per l'affitto; gratuità delle prestazioni sanitarie; somme in denaro aggiuntive per le particolari esigenze. Le regioni “che intendono partecipare” stabiliscono un piano d'azione nel quale definiscono la platea dei beneficiari e i diritti da garantire.
Il reddito minimo ha una durata di dodici mesi rinnovabile su domanda al centro per l'impiego. Il beneficiario decade dal trattamento nel caso in cui sia assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, o autonomo; nel caso in cui si rifiuti una proposta di impiego “congrua” offerta dal centro per l'impiego.
Il reddito è erogato dall'INPS su richiesta del centro per l'impiego, che è rimborsato dalla Stato tramite un fondo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri in cui confluiscono le risorse “provenienti dalla fiscalità generale”.
Il Governo è delegato a riordinare le prestazioni assistenziali, quali assegno sociale, pensione sociale, assegno ai nuclei familiari numerosi, assegno di maternità di base, pensione di inabilità, indennità di frequenza e assegno di invalidità, pensione per i ciechi e per sordi, carta acquisti per i minori e gli anziani.
Il Governo è delegato a riformare, tramite un decreto legislativo, la disciplina degli ammortizzatori sociali prevedendo un sussidio unico di disoccupazione per tutte le categorie di lavoratori a prescindere da anzianità contributiva e assicurativa.
In questa proposta si sconta negativamente non solo l’ammontare dell’assegno, la sua durata a termine, indeterminatezza dell’impatto del reddito familiare, ma soprattutto l’impostazione che vede come accettato un regime sociale basato sulla “flessibilità” del lavoro, il finanziamento tramite la fiscalità generale che rimane invariata e dove l’introduzione del reddito sociale si accompagna con una ulteriore “riforma” degli ammortizzatori sociali e con la cancellazione di altre forme di sussidio.
Istituzione del reddito sociale minimo (proposta CESTES)[11]
Il disegno di legge n. 1339 (primo firmatario Salvi), presentato in Senato già nel 2002, prevede la “Istituzione di un sostegno contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro attraverso il Reddito sociale minimo (RSM)”.
Ricordiamo che questo testo di legge era la riproposizione di una legge di iniziativa popolare che venne depositata in Cassazione nel 1998, che raccolse circa 63.000 firme di cittadini, e fu depositata alla Camera dei Deputati nel 1999. Nel comitato promotore del disegno di legge di iniziativa popolare vi era anche lo stesso Cestes[12] che ne aveva elaborato la stessa proposta, oltre a tante altre realtà sociali e del sindacalismo di base.
La proposta, prendeva atto, già molti anni fa, dei processi e degli effetti della finanziarizzazione dell’economia, della globalizzazione e competizione internazionale; dove la ricerca della massimizzazione dei profitti andava a discapito della “remunerazione del fattore lavoro”, dell'occupazione e delle condizioni dei lavoratori, occupati e non. Si stavano mettendo le basi a quella che sarebbe stata riconosciuta come crisi sistemica dopo il contagio partito dal crollo dei subprime americani alla fine del 2006.
Già allora l’aumento della disoccupazione e della precarietà lavorativa stava assumendo un carattere sempre più strutturale, e tutte le misure prese formalmente per combattere la crisi, le politiche di austerity della UE, la nuova divisione internazionale del lavoro, hanno creato solo più disoccupazione e precarietà fino ad arrivare alla demolizione della contrattazione collettiva e al Jobs Act.
L’impianto normativo proposto prevede un importo del Reddito sociale minimo di 8.000[13] annui, non soggetti a tassazione e rivalutato annualmente in base agli indici ISTAT; i requisiti per l’accesso prevedono la residenza nel nostro Paese da almeno due anni, l’iscrizione alle liste di collocamento da almeno un anno, reddito imponibile annuo non superiore a 5.000 euro[14], l'appartenenza a un nucleo familiare con reddito imponibile annuo non superiore a 25.000 euro[15]. L’erogazione e la gestione del RSM sono in capo al Ministero del Lavoro e alle sue Direzioni territoriali (non all’INPS).
Da sottolineare che si prevede la riduzione del 50% dell’importo, ma non la decadenza, nel caso di svolgimento di attività lavorative con un reddito inferiore al reddito minimo, permettendo di estendere la copertura non solo ai disoccupati ma anche al lavoro precario, sottopagato e altre forme di sottoccupazione.
E' prevista, per il datore di lavoro in caso di mancata attestazione del rapporto di lavoro con un lavoratore che fruisce del reddito sociale (lavoro nero), una sanzione amministrativa pari all'ammontare delle somme che il soggetto avrebbe dovuto percepire quale corrispettivo del lavoro svolto, con riferimento ai minimi previsti dal CCNL della categoria.
Il periodo di godimento del RSM è calcolato ai fini pensionistici e si prevedono forme di reddito indiretto e differito attraverso l’accesso gratuito ai servizi fondamentali (trasporti urbani, servizio sanitario, studi e formazione, ecc.), il dimezzamento dei costi delle utenze (gas, luce, acqua, telefono, rifiuti), oltre a un canone sociale per l’utilizzo degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (misure previste tramite decreto governativo e non tramite gli enti locali tranne che per l’edilizia pubblica). Accedono ai benefici del reddito indiretto i titolari di pensioni sociali e minime e i componenti di nuclei familiari ricompresi nei limiti di reddito.
Centrale e differenziata radicalmente dalle altre proposte, è la questione dell'individuazione delle risorse necessarie per la copertura a regime: si propone di reperire queste risorse esclusivamente attraverso varie forme di tassazione sui capitali. Si tratta di applicare una efficace imposta patrimoniale, di colpire le rendite finanziarie e i grandi patrimoni, di tassare realmente e uniformemente i guadagni in conto capitale, di ridurre le agevolazioni e i trasferimenti alle imprese[16].
Una proposta che da una precisa analisi dei cambiamenti in atto, e da una impostazione classista e conflittuale si pone il problema di contrapporsi a queste tendenze, non solo riqualificando gli strumenti di protezione sociale ma con l’obiettivo di unificare concretamente e rilanciare l’iniziativa dei soggetti coinvolti nei processi di frammentazione e immiserimento, dai soggetti del lavoro e del non lavoro.
Il reddito sociale, con i suoi potenziali effetti, non riguarda solo il lavoro negato, i disoccupati, i precari, e i pensionati ma diventa un elemento di rafforzamento della capacità contrattuale complessiva della forza lavoro occupata o meno.
Di fronte ai processi di disgregazione sociale l’obiettivo non è solo quello di migliorare le condizioni economiche delle vecchie e nuove povertà ma di darsi uno strumento di riaggregazione partendo dalle soggettività che possono essere coinvolte in una nuova stagione di conflitto sociale ancora da riorganizzare.
Il reddito sociale non deve essere, quindi, uno strumento di ulteriore separazione ma di unità di interessi del mondo del lavoro, là dove una concreta solidarietà e un progetto politico di emancipazione non sono dati solo a partire dall’organizzazione nel luogo di lavoro.
A differenza di altre proposte sul reddito, la questione fondamentale è di non renderlo funzionale e complementare allo smantellamento di un sistema più generale di welfare, funzionale a un mercato del lavoro sempre più selvaggio[17]. Una forma di reddito sociale dei miserabili è un pericolo concreto, sostitutivo degli ammortizzatori “legati” al posto di lavoro, e a costo zero a carico della residua spesa sociale: richieste liberiste che modellano una società e un mondo del lavoro basati su rapporti e contrattualizzazioni individuali, con forme caritatevoli di supporto per gli esclusi e incentivanti la massima disponibilità lavorativa alle peggiori condizioni[18].
Altro segno distintivo, oltre alla funzionalità o meno allo sfruttamento sul lavoro, è la natura e l’origine delle risorse per sostenere il reddito sociale. E’ evidente che finanziare l’istituzione del reddito con la fiscalità generale invariata nella sua architettura o trasferendo voci di spesa da altri capitoli del welfare è un modo per rendere questo strumento o ininfluente, per la scarsità delle dotazioni, e anche dannoso per le conseguenze sugli altri livelli della protezione sociale e sanitaria.
La differenza rispetto alle impostazioni orientate alla fiscalità generale e al taglio delle “spese inutili” è palese, si tratta di invertire il drenaggio di ricchezza sociale prodotta dal capitale al lavoro (non lavoro). Sono risorse finalizzate alle prestazioni sociali per la povertà, la disoccupazione, per creare nuovi posti di lavoro a pieno salario e pieni diritti, una ottica opposta a forme di assistenzialismo.
Anche qui si tratta di dare un tratto di classe, che fa i conti con le dinamiche nazionali e internazionali dell’economia, con le politiche di attacco alla condizione dei lavoratori, cogliendo le contraddizioni del nostro sistema politico economico e sociale (anche nella loro traduzione fiscale). Per questo bisogna colpire i capitali finanziari e speculativi e i relativi movimenti internazionali, realizzare un aumento della massa dei contribuenti contraendo l’evasione e l’elusione fiscale e contributiva (basti pensare alle elargizioni al padronato per le assunzioni contenute nella scorsa finanziaria), e in più (eresia per i finti sacerdoti della produttività) tassare ogni forma di "innovazione" tecnologica nella produzione che provochi crescita della disoccupazione.
In questa ottica, la rivendicazione del reddito attraversa le contraddizioni tra capitale e lavoro ma non solo a livello nazionale. Da anni è diventato evidente che la questione non è solo di introdurre anche in Italia una forma di reddito sociale già presente negli altri paesi della UE[19], ma di ridisegnare nel nostro paese come negli altri PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) un welfare rifondato sulla salvaguardia e la rivendicazione della distribuzione del reddito[20], come salario sociale prodotto, a tutti i lavoratori, occupati e no.
6 Agosto 2015
Osservatorio Sindacale CESTES USB
Note:
[1] Tasso di disoccupazione 12.4%, inattività 36%, disoccupazione giovanile 41.5% (dati ISTAT maggio 2015); persone in povertà relativa 16.6% (10 milioni e 48 mila persone), in povertà assoluta 9.9% pari a 6 milioni e 20 mila persone (dati ISTAT 2013). Bisogna anche considerare leggendo questi dati le enormi differenze tra il nord e il meridione.
[2] http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45658.htm
[3] Il valore della scala di equivalenza (VSE) in base al numero dei componenti la famiglia convenzionale e maggiorato in base alle caratteristiche della famiglia: numero componenti il nucleo familiare - parametro: 1 = 1,00; 2 = 1,57; 3 = 2,04; 4 = 2,46; 5 = 2,85; maggiorazioni, per ogni ulteriore componente 0,35; per presenza nel nucleo di figli minori con un solo genitore 0,20; per ogni componente con handicap o invalidità superiore al 66% = 0,50; presenza di figli minori ed entrambi i genitori svolgono attività di lavoro o di impresa = 0,20.
[4] “Schema di decreto legislativo recante diposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive” (http://www.camera.it/leg17/682?atto=177&tipoAtto=Atto&leg=17&tab=1)
[5] Proposta di legge C. 720 presentata il 10 aprile 2013, assegnato alle Commissioni riunite XI Lavoro e XII Affari Sociali.
[6] Art. 16 del Decreto legislativo 22/2015
[7] DDL 1148 “Istituzione del Reddito di Cittadinanza e del Salario Minimo Orario (SMO)”, DDL presentato dal Movimento 5 Stelle (M5S). http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00814007.pdf
[8] È la «soglia di rischio di povertà» convenzionale, calcolata dall'ISTAT secondo i criteri delle statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita (EU-SILC), da regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003. La povertà monetaria dell'Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, in rapporto al livello economico medio di vita locale o nazionale;
[9] È reddito entro il quale rientra la metà delle famiglie italiane, e si considera a rischio di povertà la persona al di sotto del reddito pari a 6/10 di 15.514 euro ossia 9.360 euro all'anno (per il 2014).
[10] DDL 1670, “Istituzione del Reddito Minimo Garantito (RMG)”, primo firmatario Scotto, C.2933 “Istituzione del reddito minimo garantito e deleghe al Governo per il riordinamento della spesa assistenziale e della disciplina degli ammortizzatori sociali”. http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00814400.pdf
[11] DDL 1339 “Istituzione di un sostegno contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro attraverso il reddito sociale minimo (RSM)” http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/65023.pdf
[12] CESTES, Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali, ora della Unione Sindacale dei Base (USB) e precedentemente, fino al 2010, centro studi dalle Federazione Nazionale delle Rappresentanze Sindacali di Base (RdB).
[13] Con la semplice rivalutazione monetaria ISTAT al 2015 sarebbero circa 10.000 euro.
[14] Con rivalutazione monetaria ISTAT pari a 6.300 euro, e salvo i casi di lavoro precario e sottopagato.
[15] Con rivalutazione monetaria ISTAT: non superiore a 31.500 euro per nuclei composti da due persone e a 37.900 euro per nuclei composti da tre persone; per ogni ulteriore componente il nucleo familiare il suddetto limite di reddito è elevato di 5.000 euro
[16] Specificatamente: una imposta straordinaria, denominata “Labor Tax”, addizionale una tantum del 2.5% sulla tassazione dei redditi di impresa; incremento dell'aliquota di imposizione sugli interessi derivanti da titoli pubblici ed equiparati al 30 per cento, prevedendo per i possessori di titoli pubblici ed equiparati la possibilità di optare per l'indicazione nella dichiarazione annuale dei relativi interessi e altri proventi percepiti e dell'ammontare dei titoli pubblici ed equiparati posseduti, ai fini dell'applicazione di un'aliquota di imposta del 12.5 per cento sui redditi riferiti ad un valore complessivo di titoli posseduti non superiore a 130 mila euro (con rivalutazione circa 160 mila), e del 25 per cento sui redditi riferiti alla parte del valore dei titoli che eccede i 130.000 euro (con rivalutazione circa 160 mila). In tali casi l'imposta viene applicata a titolo non definitivo e la tassazione è soggetta a conguaglio in sede di dichiarazione dei redditi; la tassazione dell'incremento di valore di titoli azionari (IN.VA.T.A.), ovvero del guadagno in conto capitale, con previsione di una aliquota di imposta che in ogni caso deve corrispondere ad un unico livello del 30%; l'inserimento nella dichiarazione annuale dei redditi di ogni reddito da capitale, ai fini dell'applicazione delle imposte dirette; a tal fine anche le aliquote e le ritenute sui redditi da capitale saranno accorpate su un unico livello corrispondente al trenta per cento; la tassazione dei trasferimenti di capitale all'estero riguardanti tutte le transazioni internazionali di capitale finanziario a carattere speculativo, con l'applicazione di un'aliquota sino al 3 per cento con riferimento alle operazioni aventi durata non superiore ai sette giorni, di un'aliquota sino al 2,5 per cento per operazioni aventi durata non superiore ai 30 giorni, con previsione di una aliquota dell'1,8 per cento su operazioni di durata superiore ai trenta giorni; l'introduzione di una tassa sull'innovazione tecnologica che produce decremento occupazionale, consistente in una addizionale del tre per cento sull'I.V.A..
[17] La “flexsecurity” come sicurezza per il lavoratore non nel posto di lavoro ma nel mercato del lavoro, in sintesi massima libertà nelle assunzioni e nei licenziamenti in cambio di una tutela assistenziale nei periodi di disoccupazione.
[18] La stessa ASDI, assegno ridotto di disoccupazione successivo alla NASPI, introdotta dal Jobs Act è un esempio di questa concezione.
[19] Mancanti di una forma riconducibile al reddito minimo vi sono, oltre l’Italia, la Grecia e la Bulgaria.
[20] Mentre le indicazioni della UE rientrano in un orizzonte di welfare dei miserabili dove il diritto al reddito minimo o sociale è funzionale alla liberalizzazione del mercato del lavoro e alla demolizione dei servizi pubblici di welfare. Da approfondire con la lettura della “Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa”, dei documenti della Commissione Europea (Raccomandazione 2008/867/CE) sul «diritto fondamentale della persona a risorse e prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana, nel quadro di un dispositivo globale e coerente di lotta contro l’esclusione sociale», già contenuti nei principi e nelle linee guida del Consiglio delle Comunità europee nel 1992 (Raccomandazione 92/441/CEE) rivolta “alla lotta contro la povertà senza limiti di tempo o situazione, all'unione dei diritti sociali e generali, alla combinazione di protezione e assistenza sociale, e alla fornitura di sussidi integrativi del reddito per periodi limitati ma rinnovabili, attraverso criteri di ammissione tesi a favorire in particolare i soggetti più bisognosi, distinguendo inoltre tra le persone la cui età, il cui stato di salute e le cui condizioni familiari permettano o no di partecipare al mercato del lavoro o di intraprendere una formazione professionale”.
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