Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2026

La Filosofia “prêt-à-penser” del ministero

“La storia della filosofia è la filosofia stessa. Non si può comprendere il pensiero senza il processo che lo ha generato.” (Hegel)
Secondo le Nuove Indicazioni Nazionali che entreranno in vigore dall’anno scolastico 2026/2027, l’insegnamento della Filosofia “richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero – dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli”.

In sostanza, i docenti di Storia e Filosofia si vedono costretti a fare una torsione, passando dal commento storiografico (lo studio delle fonti, del come, del perché, delle matrici filosofiche e quindi, più in generale, della processualità) al “laboratorio del pensiero”, la nuova frontiera del didattichese, lo spazio di confronto per competenze nel quale l’insegnante si trasforma in una sorta di mero facilitatore.

Quindi, se un docente spiega Platone, contestualizzando la sua ricerca di giustizia a partire dalla morte di Socrate e facendo leggere ai ragazzi l’Apologia di Socrate, il Critone o il Fedone, questo rigore storiografico dovremmo definirlo “comodità”?

Il rigore storiografico non è comodità, non è comfort zone, è cura e fatica, sudore che paga perché permette ai ragazzi di allestire la cassetta degli attrezzi utili a comprendere la complessità e le correnti che muovono il mondo.
“Bisogna convincere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere).
Il “laboratorio”, scimmiottamento del modello educativo anglosassone, spesso associato al Debate (si chiama proprio così, utilizzando ovviamente la lingua del capitale, e non dibattito o disputa, termini che almeno ci ricorderebbero la ben più complessa “disputatio” medievale), esercita una grande attrazione sugli studenti, e lo dico per esperienza.

Per curiosità ho infatti sperimentato questa forma di approccio laboratoriale, seguendone pedissequamente le regole e sono arrivata alla conclusione che si tratta solo di uno strumento utile a disattivare il conflitto reale e a trasformarlo in una forma di agonismo che insegue le cosiddette soft skills (in questo caso, le competenze comunicative) con passaggi molto precisi e standardizzati.

È dunque un potentissimo dispositivo utile a disarmare le menti e a smobilitare il senso critico. Si divide la classe in due squadre con posizioni antinomiche rispetto a un tema definito dal docente; ciascuna squadra sostiene con ineccepibile tecnicalità una delle due tesi. Si educa dunque lo studente a credere che ogni idea sia un bullone intercambiabile di un processo produttivo, non conta la visione personale del Mondo. La tecnicalità depotenzia il conflitto reale e, irrimediabilmente, getta i ragazzi tra le avvolgenti braccia del “presentismo”.

Abbasso la “comodità”! Appare chiaro che la Filosofia, con questo manifesto programmatico, diventa un mosaico di moduli di competenza che vanno dall’Intelligenza Artificiale all’Educazione affettiva, passando per la Cittadinanza Digitale. E al povero Aristotele, forzatamente reclutato al servizio di un tristissimo pixel o di un prepotente algoritmo, non resta che subire la più malvagia delle reductio ad unum.

In sostanza, si prendono i filosofi del passato, giudicati “troppo raggrinziti” per le richieste del mercato, e si sottopongono a una piallata a colpi di nuove miracolose competenze botuliniche. Roba da far risvegliare di soprassalto Nietzsche, che finalmente riposava in pace nella tomba del tranquillo cimitero di Lutzen, lontano dalla folla dei mercati, per annunciare nuovamente, con sguardo da abisso nichilista, “Dio è morto!”.

Se il filosofo del “Così parlò Zaratustra” aveva profetizzato l’avvento dell’Übermensch, l’Oltreuomo che infrange le vecchie certezze, compiendo una trasvalutazione di tutti i valori per imprimerne di nuovi, ecco che la riforma ministeriale apre il nostro orizzonte a una nuova ulteriorità: l’Oltrecompetente, funzionale, flessibile e, soprattutto smart.

Dire che la Filosofia può fare a meno del commento storiografico significa mutilarla a colpi di machete. Leggere, analizzare e interpretare un autore o un testo, inserendolo rigorosamente nel suo contesto storico e culturale: è questa la nervatura della Filosofia.

Come potremmo spiegare l’alienazione economica di Marx senza partire dai quartieri di Manchester, dal fumo degli stabilimenti industriali, dai “mucchi di detriti, rifiuti e immondizie dovunque; pozzanghere permanenti al posto dei rigagnoli, e un puzzo che da solo basterebbe a rendere intollerabile a ogni uomo appena civile la vita in questo quartiere” (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra)?

Il plusvalore diventerebbe una voce indistinta, asettica, afferente alla semplice educazione finanziaria. E invece Marx ci insegna che il capitale è “lavoro morto, che come un vampiro vive solo succhiando lavoro vivo”. Se non storicizziamo, non vediamo il vampiro, la carne e il sangue, il sangue dell’oppressione.

Questa riforma consegnerà definitivamente i giovani alla tirannia del “qui e ora”, a quel presente eterno dove tutto appare come un guazzabuglio di eventi atomizzati e privi di radici, del tutto simili a un tic o un tac scanditi sul quadrante dell’orologio: tutto uguale, reversibile, intercambiabile e dunque neutro.

Questa frammentazione cognitiva, in conclusione, inibisce la comprensione del Mondo secondo i principi di consequenzialità e di causazione.

Seguendo le indicazioni ministeriali, aumenteranno (forse!) le competenze, ma sempre più i ragazzi si troveranno di fronte a una realtà divisa in parti discrete e in fatti parcellizzati, incapaci di coglierne i nessi causali e destinati pertanto, inevitabilmente, all’inazione: spettatori passivi di fronte a onde che vanno e vengono, non saranno più in grado di scandagliare le teoretiche profondità del mare.

E ancora una volta il filosofo profeta avrebbe detto:
“Vedi il gregge che ti pascola innanzi? Esso non sa cosa sia ieri, cosa sia oggi: salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dalla mattina alla sera e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, ossia al piolo dell’istante.” (Nietzsche, Considerazioni inattuali).
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01/11/2025

Il Ministero dell’Istruzione blocca d’imperio un convegno per docenti sulla scuola e la guerra

Il Ministero dell’Istruzione ha annullato nella mattinata di ieri, con un atto autoritario e incomprensibile, il convegno organizzato dal Cestes sul tema della guerra e dell’educazione alla pace nella scuola, oscurandolo sulla piattaforma ufficiale Sofia e comunicando ai dirigenti scolastici l’impossibilità di concedere il permesso ai 1400 docenti che si erano iscritti al corso. Il corso, dal titolo “La scuola non si arruola” era stato organizzato per martedì 4 novembre.

Il Ministero afferma che gli argomenti trattati non possono essere oggetto di formazione pedagogica nelle scuole. Ecco la motivazione ufficiale (citazione testuale): “L’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016”.

Il Cestes scrive in una nota che: “Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra” informa inoltra che i legali del CESTES stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente.

Per il Ministro Valditara dunque l’educazione alla pace, la guerra, la corsa al riarmo e il genocidio non possono essere oggetto di formazione pedagogica, cancellando il libero diritto alla formazione del corpo docente.

Ma la dinamica sul come il ministero è arrivato a vietare un convegno di formazione per docenti quattro giorni prima del suo svolgimento, potrebbe essere un po’ più complessa, ma emblematica dell’aria che tira sia sul piano della libertà di espressione sia sul come funzionano gli apparati di interdizione e smantellamento delle iniziative ritenute dissonanti dai militaristi e dai gruppi sionisti.

È accaduto infatti che solo qualche giorno prima della decisione del ministero, un docente abbia inviato una lettera di protesta al ministero stesso, ma la stessa lettera è rapidamente pervenuta e pubblicata giovedì 30 ottobre anche da un noto sito ultrasionista in Italia.

Nella lettera, questo docente denuncia di aver ricevuto sulla casella di posta istituzionale della sua scuola il programma dei lavori del corso di formazione del CESTES del 4 novembre e la notizia di un’altra iniziativa sindacale contro il Ddl Gasparri svoltasi una settimana prima.

Mettendo in un unico calderone le due iniziative, il docente scrive che “In particolare l’amministrazione scolastica ha da anni adottato le “Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola”, che illustrano chiaramente come l’antisionismo sia oggi una delle forme più insidiose di antisemitismo”, precisando poi che “Il convegno del CESTES, oltre a prendere posizione contro il piano di riarmo europeo, assimila il sionismo al colonialismo e accusa Israele di genocidio. Come se non bastasse, si presenta come iniziativa di formazione professionale”.

Detto fatto e per una curiosa coincidenza, appena la lettera di protesta è stata pubblicata nel posto giusto (il sito ultrasionista), il ministero è intervenuto immediatamente per bloccare il corso di formazione, con una perfetta sincronizzazione.

È evidente che sulla scuola e l’università si va abbattendo una ondata normalizzatrice e reazionaria che punta ad arruolarle sia nella logica del riarmo e della guerra sia sul ripristino della narrazione israeliana della realtà.

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21/12/2024

Il Ministro dell’Istruzione falcia i precari più anziani nel Concorso Scuola 2024

Licenziare lavoratori con molta anzianità, per sostituirli poi con giovani senza esperienza ma “meno costosi”, è una vecchia pratica antisindacale del peggiore padronato. Ora a farlo è il Ministro dell’Istruzione e del Merito (MIM). Con un espediente, il leghista Valditara ha mandato a casa una parte notevole degli insegnanti precari con più anzianità di servizio, candidati al Concorso Scuola 2024 appena concluso, dichiarando invece meritevoli di una cattedra stabile, candidati più giovani, con meno esperienza e voti più bassi agli esami, ma che hanno partecipato per un anno al Servizio Civile Universale (SCU) ai sensi della legge 74 del 21 giugno 2023.

Ma come mai i precari più anziani, sapendo che il SCU costituiva un titolo preferenziale al Concorso per ben il 15% dei posti disponibili, non hanno svolto quell’anno di servizio presso la Protezione Civile o presso altri enti dello Stato? Bastavano 5 ore al giorno per 8 mesi, meno ore ogni giorno se il partecipante prestava servizio anche l’estate. Il motivo è semplice: non era materialmente possibile farlo. Infatti, l’intervallo tra l’entrata in vigore della legge e la scadenza per partecipare al concorso è stato meno di un anno. Inoltre, per partecipare al SCU, bisogna avere meno di 28 anni. In altre parole, i precari più anziani non avevano nessuna possibilità di acquisire il titolo preferenziale.

È stata chiaramente una trappola, dunque, usata per poter “scremare”, tra i candidati al Concorso Scuola 2024, migliaia di candidati più anziani i quali, pur con voti assai più alti agli esami e diversi anni di esperienza, si sono visti passare davanti quei giovani meno preparati e con voti più bassi ma che potevano vantare un anno di SCU. Giovani che, soprattutto, graveranno meno sul bilancio ministeriale.

Un gruppo di insegnanti precari esclusi dal concorso si è mobilitato per contestare il colpo di mano. Ha lanciato una petizione diretta al MIM, ai Sindacati scuola e alla Comunità Europea (infatti, i soldi per pagare gli stipendi dei vincitori del concorso scuola sono del PNRR). Attualmente gli insegnanti stanno studiando una azione legale da usare come estrema ratio. Chiedono almeno l’istituzione di una graduatoria di merito, in cui inserire tutti coloro che hanno riportato un punteggio superiore al settanta nel concorso appena concluso.

Richiesta che il MIM dovrebbe avere ogni interesse ad accogliere – tanto più che, dopo il suo severo monito del 2013 andato a vuoto, la Commissione Europea ha, lo scorso ottobre, deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’UE per il suo reiterato utilizzo abusivo del precariato nella Scuola. Infatti, l’Italia non ha mai recepito la direttiva europea 70 del 1999, che prevede la stabilizzazione dei precari in ogni settore della pubblica amministrazione e che nega la possibilità di reiterare i contratti a tempo determinato per oltre 36 mesi. Nel lungo arco di tempo in cui i concorsi pubblici non sono stati organizzati con la frequenza che la legge 270 del 1982 prevedeva (ogni due anni), molti precari hanno maturato diversi anni di servizio. Adesso vengono falciati.

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29/03/2024

Guerrafondai ucraini e nostrani contro i libri di storia delle scuole italiane. Il ministero obbedisce

Ebbene sì: i libri di storia su cui studiano gli studenti medi italiani sono colpevoli di non distorcere la Storia.

Si legge sul Sole24ore che: “Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato verifiche per appurare «se i contenuti dei manuali di storia e geografia presentino effettive criticità dopo la notizia della diffusione di libri di testo scolastici per le scuole secondarie di primo grado con un’impostazione faziosa e distorta della realtà storica, in favore della narrazione della Russia putiniana e dell’Unione Sovietica comunista”. Lo ha reso noto il Ministero dell’Istruzione e del Merito.”

Cerchiamo di capire meglio.

“L’allarme – scrive Adnkronsarriva da un gruppo di attiviste ucraine, che si è rivolto a Irina Cascei, giornalista ucraina che vive da molti anni a Roma e collabora con varie testate italiane. Cascei, dopo aver raccolto i libri e fotografato i capitoli dedicati a Russia e Ucraina, ha contattato Massimiliano Di Pasquale, direttore dell’Osservatorio Ucraina presso l’istituto Gino Germani, esperto di guerra ibrida e misure attive”.

“Studio shock: nei libri di scuola i ragazzi italiani studiano la storia come vuole Putin”, titola Adnkronos, citando direttamente il dossier dell’istituto Germani, specializzato in intelligence a livello militare e che vanta collaborazioni con Rheinmetall, azienda leader nella sicurezza, quotata in borsa, che – come denuncia la giornalista del FQ Stefania Maurizi, massima esperta del caso Assange – collabora con la produzione di armi.

Ma quali sarebbero le colpe gravissime dei nostri testi di storia e geografia putiniani?

Ne citiamo alcuni.

Il Dossier dell’istituto Gino Germani denuncia che “alle medie si racconta che il comunismo voleva la pace” e “che la Crimea voleva essere liberata”.

Qualche esempio?

Putiniano il testo di Zanichelli.

In ‘Vivi la geografia’ si legge addirittura testuale: “Dal 1991, dopo un periodo di pace, in Europa sono scoppiate altre guerre sanguinose, in particolare in Europa orientale. Qui il crollo dei regimi comunisti, che sostenevano la pacifica convivenza tra le etnie, ha favorito la rinascita di nazionalismi, cioè movimenti politici fondati sull’identità culturale, economica e religiosa di una nazione“.

Praticamente si parla di balcanizzazione dell’ex Unione Sovietica e della guerra in Jugoslavia, di cui l’Italia è stata direttamente, colpevolmente, complice.

Quindi: “Dopo aver chiesto l’intervento delle truppe di Mosca, la Crimea, abitata in maggioranza da russi, si è autoproclamata indipendente con un referendum ed è stata annessa alla Russia“.

Nel dossier “si denunciano” addirittura la “fake news” della cessione della Crimea, (secondo l’istituto Germani mai avvenuta), o la “bufala” sui conflitti etnici (“mai esistiti“) tra ucraini e russofoni...

Insomma, secondo Massimiliano Di Pasquale per l’istituto di intelligence Germani, “tutto l’armamentario della dottrina russa che è alla base dell’aggressione del 24 febbraio 2022“.

Nell’intervista al giornale Di Pasquale è molto esplicito. Lasciamo parlare lui: “Siamo davanti a un tipico caso di misure attive”, esordisce Di Pasquale. “È una definizione sovietica, aktivnye meroprijatija, azioni di influenza e destabilizzazione politica e psicologica usate dal Kgb e dal pratico comunista sovietico per favorire l’indebolimento e il collasso dell’occidente capitalistico, e l’espansione del sistema comunista.
Discorso ripreso dall’ideologia imperialista di Putin che mischia stalinismo e fascismo con la componente identitaria della Chiesa ortodossa russa. Le tecniche sono le stesse: operazioni palesi e occulte di propaganda; reclutamento di agenti di influenza, inseriti in politica, media, università, aziende.
Finanziamento di partiti comunisti e della sinistra anti-sistema, anti-euro, anti-Nato; uso di milizie come la Wagner; l’appoggio al terrorismo di sinistra, etnico, separatista; operazioni brutali delle forze speciali come l’assassinio dei dissidenti in patria e all’estero, e i sabotaggi”
.

E ancora: “Infine l’uso della storia e della cultura come armi, in particolare con soggetti giovani e ancora ‘intellettualmente vergini’, in cui piantare il seme anti-democratico attraverso organizzazioni non governative e sedicenti pacifisti, quelli che dicono all’Ucraina di arrendersi; e anche, certamente, attraverso la diffusione di una versione distorta della storia nei libri di scuola, in cui leggiamo che i regimi comunisti anelavano la pace mentre gli Stati liberati dalla caduta dell’Urss sono oggi in preda a nazionalisti spietati”, dice all’Adnkronos Di Pasquale, che con i materiali raccolti da Irina Cascei sta preparando un paper “scientifico”, come quello inserito nel libro della Columbia University uscito nel 2021 sui fiancheggiatori della Russia nelle democrazie liberali.

“Finché non avremo analizzato la questione a fondo, insieme ad altri esperti, non intendo sbilanciarmi in un giudizio su questo o quell’autore, o casa editrice. Ma in questi libri di scuola si insinua l’idea di una guerra civile in Donbass, invece di spiegare che è una guerra per procura, manovrata e decisa dalla Russia con l’obiettivo di destabilizzare e infine annettere l’Ucraina”.

Da qui prenderà il via l’azione del ministero. Cioè da un’azione di propaganda guerrafondaia che vuole cancellare la Storia per fare in modo che i nostri ragazzi, invece di acquisire strumenti di conoscenza per sviluppare capacità di analisi e pensiero critico, siano indottrinati da bravi balilla, si preparino all’alternanza scuola caserma, non perdano tempo a fare addirittura manifestazioni pacifiste contro l’invio di armi all’Ucraina, ascoltino e applaudano il Molinari di turno, non si sognino di esprimere solidarietà al popolo palestinese e orrore per il Genocidio.

Chissà se acquisiranno una volta per tutte, questi giovani ribelli, che Auschwitz è stata liberata dagli amerikani...

Ragazzi e insegnanti, nessuno ha il diritto di dirvi cosa bisogna studiare. Tanto meno chi di guerra vive e prospera.

Fonte

07/06/2020

Italia - Passa il "decreto scuola", retsano i problemi

Dopo quaranta giorni di faticose mediazioni nella maggioranza e una seduta fiume alla Camera, con tanto di strepiti, urla ed esposizione di striscioni, il decreto scuola è stato infine approvato.

Il regolamento della Camera, diverso da quello del Senato, ha consentito all’opposizione un lungo ostruzionismo che, al di là della facile demagogia sulla sorte dei precari, era volto soprattutto a tutelare gli interessi delle scuole private.

L’esame di maturità quindi è salvo e si terrà, come voluto dalla ministra, in presenza. Un esame che avrebbe potuto essere ragionevolmente evitato, dato che le commissioni saranno composte per sei settimi da membri interni, che conoscono gli studenti e il loro percorso scolastico.

Inoltre, appare discutibile l’idea di chiedere ai candidati, in sostituzione delle prove scritte, la redazione di un elaborato su un tema indicato dalla commissione, da stendersi in sole due settimane e a biblioteche chiuse. Una condizione che favorirà gli studenti che hanno genitori laureati e una buona biblioteca domestica, mentre gli altri dovranno affidarsi alle incerte voci di Wikipedia.

Infine, non si sa se l’esame sarà proprio tutto in presenza, perché la nota 1033 del 29 maggio autorizza i commissari che abbiano “fragilità” a partecipare ai colloqui in teleconferenza, ed è noto che molti insegnanti sono anziani, anche oltre i 65 anni, poiché nel nostro paese si va in pensione a 67.

Tutto questo mobilitarsi per un esame dove lo scorso anno, il 99.7% dei candidati ha superato la prova, perché vi era arrivato, evidentemente, dopo una valutazione della preparazione da parte del consiglio di classe.

Ciò che invece il decreto scuola lascia completamente nel buio è come si riprenderà la scuola a settembre. Si dovranno attendere le “linee guida” annunciate dal Ministero. Il governo ha dato poteri commissariali ai sindaci per l’edilizia scolastica “leggera”, ma ha stanziato per le scuole pubbliche solo 330 milioni, una cifra che è largamente insufficiente e ne ha destinati 179 alle scuole paritarie. Appare molto improbabile che si possano effettuare interventi efficaci.

Inoltre, hanno destato scalpore le dichiarazioni della ministra Azzolina, che ha parlato di installare delle barriere di plexiglas nelle aule per garantire la sicurezza. Grave che una ministra dell’istruzione possa pensare di fare scuola in un tale modo. Tuttavia, in un paese dove tutti si sentono “esperti” di cose scolastiche, sono circolate proposte anche più assurde.

In buona sostanza, trovo stupefacente l’idea di scuola che traspare dalle proposte di architetti, urbanisti, giornalisti, medici e categorie assortite. L’impressione è infatti che tali “esperti” pensino che la scuola sia ancora quella della frontalità pre-sessantotto tra insegnanti-alunni e quindi cattedra-banchi.

Un importante quotidiano è arrivato a proporre lo schema di un’aula divisa in “area operativa dell’insegnante”, dotata solo di cattedra e lavagna e quella degli alunni, naturalmente tutti nei banchi a file ben allineate.

Nessuna traccia di altri strumenti ormai entrati nella quotidianità scolastica, come una lavagna interattiva, un computer, un proiettore, un tablet, un televisore, un impianto di diffusione sonora, dispositivi che sono regolarmente usati sia dai docenti che dagli studenti.

Se è vero che esiste una parte degli insegnanti che concepisce ancora la lezione come una conferenza ex-catedra, è però evidente che la scuola non è più e sempre meno lo sarà, quella della frontalità assoluta. Il lavoro didattico si fa, oggi, con una forte interazione, con il lavoro cooperativo di gruppo, con l’utilizzo di metodi che rinforzano interesse, motivazione e desiderio di scoperta.

Un lavoro che mal si adatta alla costrizione di spazi rigidi e che spesso richiede anche la vicinanza tra gli studenti e lo scambio tra di loro di materiali cartacei o digitali. Da qualche anno, in Italia, decine di scuole hanno aderito al progetto “Senza zaino”, che trasforma gli spazi fisici degli istituti in laboratori di ricerca e studio, dove ogni aula è uno spazio modulabile dotato di libri in comune, di materiali diversi e di tecnologia.

Ricordiamo ancora che molte scuole sono dotate di aule di musica, arte, informatica e di laboratori per le materie scientifiche. Infine, che l’educazione motoria non è più quella degli ordinativi fascisti (at-tenti, ri-poso...).

In vista della ripresa di settembre, ci si dovrebbe preoccupare di salvaguardare soprattutto questi aspetti di una scuola che non è più quella della cattedra e del banco, e che ha già subito un colpo pesante durante il periodo emergenziale della didattica a distanza.

Il rischio è che preoccupandosi solo delle mascherine, dei plexiglas e delle lunch-box si dimentichi che la scuola è un’istituzione in cui l’organizzazione dello spazio fa seguito alle scelte pedagogiche e non le precede. Soluzioni terrificanti come le cabine di plexiglas nelle aule, a parte la loro difficile fattibilità, ci farebbero tornare alla direttività didattica più insostenibile.

Per sottrarre la scuola a questi pericoli di imbarbarimento, l’unica soluzione è un programma di investimenti molto superiore ai 4 miliardi di cui parla la ministra, che consenta l’assunzione immediata di un numero di docenti adeguato alla riduzione del numero di alunni per classe, fatto che di per sé ridurrebbe il rischio di contagio, ma soprattutto lancerebbe la scuola verso “il superamento dei problemi strutturali che si trascinano da troppo tempo”, come ha dichiarato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso del 3 giugno.

Non c’è dubbio, infatti, che uno dei problemi della scuola sia ormai da decenni, cioè da quando la politica della lesina ha fatto saltare ogni limite, l’eccessivo numero di alunni per classe. Si tratterebbe quindi di una soluzione che superando l’emergenza, guardi al futuro. Alle parole si facciamo seguire i fatti.

Tuttavia, la scuola non è fatta solo dai docenti e dagli studenti, È necessario anche un piano d’assunzione di collaboratori scolastici, fondamentali per la sorveglianza, soprattutto nella scuola primaria e secondaria inferiore, negli spazi e nei momenti meno strutturati.

I bambini fanno la lotta perché misurano l’aumento della loro forza fisica, non perché sono discoli, bambini e bambine si toccano per scoprire un corpo diverso dal loro, non perché sono pervertiti. Serve personale per la sorveglianza, perché la scuola è fatta anche di momenti informali e di ricreazione, ma si deve pure immaginare la proposizione di nuovi giochi e di momenti di divertimento che si possano svolgere in sicurezza. E ancora una volta, il numero ridotto per aula, per cortile, per giardino, per corridoio, aiuterebbe.

I problemi di sicurezza nella scuola possono essere risolti solo pensando in primo luogo all’aspetto pedagogico. A trovare soluzioni su questo versante sarebbe stato delegato il comitato di “esperti” nominato dalla ministra e presieduto da Patrizio Bianchi.

Cosa abbia veramente proposto tale comitato non è dato sapere, al di là delle interviste dei suoi componenti, poiché il Ministero non ha pubblicato la sua relazione finale, che rimane quindi ignota. Una probabile, implicita, ammissione del fallimento di un comitato nato e vissuto male.

Della congerie di comitati istituiti negli ultimi mesi dal governo, è pubblica la relazione del Comitato tecnico-scientifico della Presidenza del Consiglio che indica nella carenza della dotazione di personale il problema più grave per la riapertura delle scuole.

Infine un problema di carattere squisitamente pedagogico che non viene considerato adeguatamente è quello del disagio psicologico dei ragazzi che torneranno a scuola a settembre.

In alcune zone d’Italia, come quella di Bergamo, di Brescia o di Cremona, non esiste famiglia che non sia stata toccata da lutti, malattia e invalidità. Più in generale, tutti i giovani e le giovani sono stati afflitti dall’angoscia di un fenomeno sconosciuto e dall’isolamento sociale. È una questione che, a settembre si porrà alle e agli insegnanti, che sembra saranno mandati ad affrontare tale situazione senza alcun supporto.

Il Ministero pensa solo, nella sua logica aziendale, a come recuperare i ritardi nell’acquisizione delle “competenze” accumulati in questi mesi. Un’ulteriore conferma che la tanto esaltata “didattica a distanza” è stata una soluzione emergenziale inventata dai docenti, in molti casi in solitudine e senza supporti dell’istituzione, per salvare il salvabile, ma non può sostituire la scuola, quella vera.

Fonte

04/01/2018

Scuola. Rischio licenziamenti per 5.300 insegnanti

Il nuovo anno si presenta con una ipoteca pesantissima per migliaia di insegnanti diplomati magistrali. Si tratta di quegli insegnanti che hanno presentato i ricorsi per la stabilizzazione dei diplomati magistrali che hanno un titolo abilitante prima del 2001/2002.

La sentenza del Tar del Lazio sui ricorsi presentati, ad esempio, è stata positiva, consentendo l’inserimento di queste insegnanti nella graduatoria GAE (Graduatoria ad esaurimento), ma su questo non c’era stato ancora il giudizio di merito del Consiglio di Stato. In questa situazione di indefinitezza, è intervenuto un organo definito Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, che il 20 dicembre – mentre sulle scuole e la società scendeva la “tregua” delle vacanze di Natale – ha smontato totalmente la sentenza del Tar e ha dato parere negativo. Il risultato è che questi insegnanti saranno fuori dalla graduatoria e quindi dai ruoli. Il problema è che ormai ci sono insegnanti che hanno già ottenuto il ruolo con sentenze definitive.

Secondo dati forniti dal Miur il numero complessivo dei ricorrenti è stato di circa 43.600 insegnanti, tutti inseriti nelle Gae della scuola primaria e dell’infanzia con riserva. Di questi sarebbero circa 5.300 i docenti che negli ultimi due anni hanno ottenuto il ruolo, sempre con riserva “in attesa della sentenza definitiva”. Non dovrebbe invece cambiare nulla per i circa 2.000 docenti destinatari di sentenze ormai passate in giudicato. Il 4 gennaio è convocato al Miur un incontro politico ma solo con alcuni sindacati della scuola. Non fanno affatto sperare bene le dichiarazioni rilasciate dalla ministra Fedeli in una intervista a La Repubblica: “La sentenza va applicata – ha affermato la Fedeli – ma dobbiamo calcolare l’impatto e le conseguenze, per questo ho convocato una riunione per il prossimo 4 gennaio”.

Il Ministro ha liquidato anche lo sciopero degli insegnanti a rischio proclamato per lunedì 8 gennaio, affermando di “capire la loro situazione, ma bisogna tenere conto che ci sono pure leggi e regolamenti da rispettare”.

Al momento sembra essere confermata la linea del licenziamento – con i contratti trasformati da tempo indeterminato in supplenze – per i docenti già assunti in ruolo e la possibilità di portare a termine l’anno scolastico per coloro che hanno una supplenza. Man mano che arriveranno le sentenze del giudice del Lavoro gli Uffici Scolastici provvederanno a depennare dalle graduatorie ad esaurimento e rivaluteranno l’iscrizione in II fascia delle graduatorie di istituto.

Qui di seguito il comunicato di Usb-Scuola sulla vicenda:

La vicenda dei docenti con diploma magistrale si è conclusa, come tutti sappiamo, nel peggiore dei modi per gli interessati. La sentenza della sessione plenaria del Consiglio di Stato, smentendo parzialmente l’organo di cui è la massima rappresentanza, ha riconosciuto il valore abilitante del diploma solo al fine della partecipazione ai concorsi. L’immissione in GaE sarebbe illegittima perché la questione del valore abilitante del titolo, quindi della sua validità per l’inserimento, andava impugnata nel 2007 e non nel 2011 come è in effetti accaduto.

Alcuni sindacati hanno indetto mobilitazioni in varie città italiane per l’8 gennaio a sostegno della lotta di questi docenti che vedono messo a repentaglio il loro posto di lavoro. Tra questi sindacati la fanno da padroni proprio quelli che hanno promosso i ricorsi che hanno poi avuto esito tanto negativo e che attraverso questi ricorsi hanno guadagnato somme anche ingenti (oltre che iscritti) senza che a queste azioni giudiziali abbia mai fatto fronte alcun tipo di lotta reale e di azione e rivendicazione sindacale concreta.

“Lo stesso Stato che ha emesso una sentenza così negativa a sfavore dei lavoratori, è quello che ha prodotto negli anni una legislazione talmente mal congegnata da consentire la politica dei ricorsi, coi risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi” afferma Luigi Del Prete, dirigente USB Scuola. “È importante aver chiaro che senza questi ricorsi, oggi sarebbe prevista una fase transitoria per i diplomati magistrali e per i laureati in Scienze della Formazione Primaria, come per i docenti delle secondarie di primo e secondo grado inseriti in seconda fascia e con 36 mesi di servizio, che consentirebbe loro un accesso agevolato al ruolo” continua Del Prete.

Ruoli che soprattutto nella primaria e soprattutto nelle regioni del Nord ci sono, come mostra la cronica carenza di insegnanti che occupa le pagine dei giornali ad inizio anno scolastico.

“Crediamo sia essenziale non alimentare false speranze e porre fine a questa tendenza ad affidarsi alla soluzione giudiziale con un ricorso alla Corte Europea, processo lunghissimo che non può in alcun modo garantire una soluzione immediata della vicenda che è invece centrale in questo caso” dichiara Del Prete. “La verità è che questa vicenda così intricata, complessa e dagli esiti nefasti è il frutto di un modello sindacale che alimenta la guerra tra poveri e la convinzione che la sola via di risoluzione delle problematiche sia quella della vertenza singola, sul proprio caso specifico. Questo, secondo noi, è esattamente il contrario di ciò che un sindacato e una categoria di lavoratori devono fare. Le soluzioni possono e devono essere collettive, unendo le rivendicazioni di tutti quei lavoratori che da decenni tengono in piedi la scuola italiana in condizioni di estrema precarietà. La soluzione, lo abbiamo sostenuto e rivendicato più volte è l’immissione in ruolo di quei lavoratori della scuola che hanno 36 mesi di servizio, siano essi diplomati magistrali, laureati in Scienze della Formazione Primaria, abilitati TFA, o PAS e la definizione chiara di un percorso di accesso al ruolo che tenga conto dei titoli e degli anni di esperienza” conclude Del Prete.

USB Scuola ha fiducia nella capacità dei lavoratori di unire le rivendicazioni e le lotte e sarà al fianco di chi scenderà in piazza in difesa dei diritti propri e della categoria intera, con richieste unitarie e basate su una reale azione sindacale, che solo in casi estremi dovrebbe risolversi con la via giudiziale.

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13/09/2017

Il classismo nascosto delle prove Invalsi

“Del resto mia cara, di che si stupisce, ormai l’operaio vuole il figlio dottore...” Mai avrei detto che ci sarebbe voluto così poco tempo per ritornare indietro così in fretta.

Quando l’Invalsi, istituto nazionale preposto alla valutazione dei risultati dell’istruzione scolastica, mosse i primi passi, non partii prevenuta. Facevo già la maestra elementare da una decina d’anni e osservai con curiosità “l’innovazione”. Urge il virgolettato perché altro non è che una scopiazzatura del sistema anglossassone, che da un bel po’ lo sta rivedendo, accompagnato dalla colonna sonora delle continue proteste del mondo dell’istruzione.

Ma si sa, a volte noi italiani siamo degli artisti nell’importare gli scarti altrui, sia mai che importiamo le cose buone poi, che ci sarebbero anche...

Negli anni ho potuto toccare con mano i limiti della pratica Invalsi, più di una volta ne ho constatato l’inefficacia come metodo oggettivo di valutazione, tanto più che il nostro sistema, retto ancora da indicazioni nazionali, ne contraddice appieno la finalità.

Detto in soldoni: ha senso che io sproni senso critico e pensiero in soggetti che saranno valutati con risposte multiple? Tutto ciò per dire che mi ero abituata a tutto, e ogniqualvolta alla mia classe spetterebbero tali prove, le boicotto con lo sciopero. Non comprendendo, in realtà, come mai il Ministero continui a cercare di imporre qualcosa che la scuola stessa rigetta.

Poi scopri che chi decide le sorti degli studenti italiani è un ente parallelo al ministero, con 45 impiegati (quasi tutti precari), che fa capo a chissachì, commissariato da anni, locato in una villa di Frascati che costa all’erario 259 mila euro l’anno e al quale si trova sempre, nel Def, un finanziamento di qualche milioncino. Ma tant’è.

La scoperta a mio avviso più raccapricciante la faccio comunque un paio d’anni fa. Quando, dopo vent’anni di quartieri popolari, insegno in un quartiere benestante, frequentato da benestanti. Durante una riunione si leggevano i risultati delle prove svolte e, nell’illustrazione dei parametri si faceva riferimento al fatto che tale scuola venisse valutata alla stregua di altre scuole d’Italia, anch’esse benestanti.

Rabbrividisco. Mi alzo indignata, ribatto. Mi si guarda come se fossi una marziana. Mi si spiega che non era un’iniziativa locale ma uno dei parametri adottati a livello nazionale...

Ebbene sì. È così. Se si va sul sito dell’istituto non si trovano i parametri e certamente saranno stati pensati per garantire diritti, ma che tristezza infinita fa, da fuori, da insegnante, vedere i ricchi valutati con i criteri da ricchi confrontati solo con altri ricchi e i poveri con i loro simili. Il sud col sud, il nord col nord.

Mi risuonano nelle orecchie le parole di “Contessa” di Pietrangeli. Va bene che ormai ci facciamo dettare le riforme dalla Fondazione Agnelli, va bene che ormai finanziamo le private con soldi pubblici, ma questa m’ha fatto più male di tutte.

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02/02/2017

Quel brutto pasticciaccio degli Esami di Stato

In questo articolo sosterrò due tesi intuitivamente contestabili. Ma per essere certo di non essere frainteso, ricorrerò a un metodo espositivo che piace molto ai filosofi anglosassoni, dichiarando subito dove intendo andare a “parare”, per poi articolarne le ragioni: 1) la commissione per l’Esame di Stato composta da un solo membro interno, così come accadeva in passato, è preferibile alla commissione mista attualmente in uso; 2) il numero di materie su cui gestire il colloquio d’esame dovrebbe essere ridotto il più possibile.

Procediamo con ordine, soprattutto per i non addetti ai lavori.

Nell’ambito degli Esami di Stato (o di maturità), per quale motivo sono previsti dei commissari esterni? Nonostante la variazione periodica del numero di esaminatori provenienti da altre scuole cui abbiamo assistito negli ultimi anni (in una certa fase la Commissione era formata addirittura da un solo presidente esterno per tutte le classi quinte di un intero Istituto scolastico), il senso di questa presenza è molto chiaro, ed è suggerito dal nome stesso della funzione. Il Commissario esterno, in veste di funzionario dello Stato, deve verificare che in un determinato Istituto i programmi e i processi di istruzione siano stati svolti regolarmente e con senso di responsabilità da chi lavora in quelle scuole. Si tratta di un’importante funzione di garanzia, che ha in seconda battuta la virtù educativa di sottoporre per la prima volta un giovane studente a una circostanza complessa: essere un candidato che viene esaminato da una Commissione ufficiale, con la quale non ha rapporti personali, né pedagogici, pregressi.

Qual è, invece, il ruolo della componente interna di una commissione d’esame? Senza dubbio, è quello di consegnare ai Commissari esterni tutta la complessità e la specificità di singoli casi, di testimoniare alti e bassi di un processo educativo, che può in sé annidare le criticità di una storia personale, o di un deficit strutturale dell’organizzazione scolastica. Anche il membro interno porta con sé un fattore pedagogico che è conseguenza del suo ruolo: nella maggior parte dei casi la sua presenza rassicura l’allievo, che si sente accompagnato in questa prova importante da un adulto che conosce e che lo conosce. Da questo punto di vista, il vecchio Esame di maturità, con un membro interno e la commissione interamente esterna, risultava sostanzialmente equilibrato, e assegnava a ciascuno un ruolo univoco, chiaro, trasparente.

Altro accade invece con la commissione paritetica 3+3 (più il presidente, che è sempre esterno), nella quale a tre commissari interni sono affiancati tre membri provenienti da altre scuole. Non è colpa di nessuno in particolare, ma per un’ovvia dinamica di psicologia sociale (che solo i meno avvertiti si ostinano a non voler riconoscere), è quasi impossibile attenersi al solo ruolo istituzionale, che vorrebbe una valutazione oggettiva e serena. Tutti ci proviamo, ma la struttura dell’esame in sé genera una dinamica non controllabile. Infatti, in forza del suo ruolo, il membro esterno tende inconsapevolmente ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della struttura che lo accoglie, e nella valutazione tende ad essere più esigente di quanto non sia abituato a fare con i propri alunni, dei quali conosce bene storie culturali ed eventuali difficoltà personali. Simmetricamente, avvertendo la dinamica, il membro interno si sente in dovere di dover piegare i propri processi valutativi in modo da bilanciare quell’altro effetto. Il membro esterno si aspetta proprio questo dagli interni (spesso infatti, se alla fine i voti risultano bassi, rimprovera gli interni di non aver “difeso” abbastanza i propri studenti), e così si innesca un’ineludibile concatenazione di attese e giochi delle parti, che solo i più superbi tra i docenti negano di aver vissuto.

Sottrarsi è possibile, ma è oggettivamente molto arduo, anche perché come tutte le dinamiche psico-sociali, agisce inconsciamente.

Detto questo, la dinamica impazzisce quando entriamo nel merito delle discipline su cui valutare gli studenti. Uno dei più importanti risultati del Sessantotto, fu quello di aver ottenuto la modifica dell’Esame di maturità, racchiudendo in un piccolo nucleo di materie l’oggetto del colloquio finale. Gli studenti dovevano comunque arrivare preparati in tutte le discipline alla fine dell’anno, per poter accedere all’esame, ma il colloquio in sé doveva concentrarsi su soltanto due materie (tra l’altro scelte dallo studente in una rosa proposta dal Ministero). Questa legge aveva alle spalle una meditazione profonda emersa dalle istanze del Movimento studentesco, ma anche di filosofi importanti, come Guido Calogero.

L’Esame di Stato è una prova di maturità nell’approfondimento, ma anche di valorizzazione delle passioni personali. Rovesciare in campo tutte le materie in un colloquio di 50 minuti è semplicemente ridicolo. Mi stupisco che molti colleghi, che pure parteciparono ai movimenti studenteschi, oggi difendano questa sottospecie di colloquio multidisciplinare che è (giustamente) delegittimato e privo di ogni profondità.

Per questa ragione, propongo una riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni con l’affidamento delle materie d’esame ai membri esterni. Per il Liceo Scientifico il Ministero ha per la prima volta scorporato la Matematica dalla Fisica, assegnando la prima (oggetto di una delle prove scritte ministeriali) al membro interno, e la seconda al commissario esterno. Tra gli esterni, sono stati “reclutati” docenti di Italiano e Inglese. Qui nasce l’imbarazzo di molti. Infatti, qualcuno protesta che scorporando le due materie dell’area fisico-matematica il Ministero abbia voluto alleggerire gli studenti, riducendo il numero di materie da preparare per il colloquio (Fisica l’avrebbero dovuta studiare comunque, in vista dell’orale e della terza prova). Ma questo sarebbe semmai un pregio di questa separazione, non un difetto.

Tuttavia qui si viene a creare un vero pasticcio, perché di fatto se nella correzione della prova di Italiano (che dovrebbe essere collegiale, ma che è spesso affidata a sottocommissioni) il docente con una competenza specifica è un commissario esterno, per l’altra prova scritta (Matematica) non c’è più – com’era previsto dalla normativa – la sola competenza prevalente di un docente interno, ma anche di un esterno. Cioè due docenti della stessa materia che correggono insieme le prove. Evidentemente questo potrebbe creare uno squilibrio nei processi di valutazione. Forse potrebbe essere lo stesso Ministero, a questo punto, a “suggerire” ai Consigli di classe, onde ovviare a questo problema, nell’individuare le materie assegnate ai membri interni, di scorporare simmetricamente il Latino dall’Italiano, e “spedire” in commissione il docente di Latino (che poi spesso durante l’anno è lo stesso che aveva insegnato Italiano). Basterebbe una nota ministeriale per chiarire che la cosa è possibile, e forse molti docenti l’approverebbero, senza temere di essere mal giudicati dalla componente esterna della Commissione, in quanto sollecitati dal MIUR. Tra l’altro mi risulta che situazioni analoghe si stanno verificando anche in altri indirizzi, non solo nel Liceo Scientifico.

Se è vero che i membri esterni servono proprio ad arginare l’attitudine protettiva degli interni, è altresì necessario che questi ultimi provino a disinnescare l’eventuale (ma non rara) ansia correttiva degli esterni. Il sistema 3+3, per le ragioni che ho esposto, mi pare sbagliato, ma per limitare i danni è necessario che resti in equilibrio.

Facile dire che sarebbe sufficiente per ciascuno rispettare i ruoli e il mandato del Governo. I docenti sono donne e uomini, non macchine, e come in tutti i sistemi andrebbero ridotti i fattori di rischio, non aumentati.

Tuttavia, l’idea che mi colpisce di quella proposta è la possibilità, finora inedita, di tornare a ridurre il numero di materie su cui impostare il colloquio. Le altre materie (escluse) ne risulterebbero svilite? Io insegno Storia e Filosofia, e avere cinque minuti a disposizione per ascoltare uno studente parlare dell’Olocausto, sinceramente, non mi pare dia gran pregio al mio lavoro, né al suo studio. Credo valga lo stesso per i docenti di Arte, Scienze o qualsiasi altra disciplina.

In ogni caso, sarebbe forse il caso che gli intellettuali italiani aprissero un dibattito più approfondito sugli Esami di Stato; è una cosa di cui si avverte certamente il bisogno.

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Che casino, sempre peggio per davvero! 

11/01/2017

La ministra Fedeli compia un gesto politico

Questo pomeriggio, attraversando viale Manzoni, a Roma, mi sono imbattuto in vistosi manifesti che ritraevano un primo piano del nuovo ministro per l’Istruzione, e contrapponevano la necessità per gli insegnanti di possedere laurea, abilitazione e superamento di concorso per poter svolgere la professione, alla condizione più discussa dell’attuale titolare del dicastero di viale Trastevere.

Quel manifesto confonde terreni molto diversi, e propone un argomento polemico sostanzialmente sbagliato. L’insegnante svolge una professione che esige delle competenze tecniche e specialistiche, mentre il ruolo di ministro è un ruolo politico. Questo significa che è aperto a tutto l’elettorato attivo e passivo. Per esprimere posizioni politiche e dare una linea alla gestione della cosa pubblica non occorre alcun titolo di studio specifico. Certo poi ci sono i tecnici di supporto, ma l’indirizzo politico deve rimanere espressione di interessi e istanze democratiche, per cui nulla vieta che un manovale possa rappresentare meglio di un dottore di ricerca le necessità progressiste e civili di una collettività. La deriva tecnocratica non concerne soltanto i sistemi di governo, ma è in primo luogo una struttura culturale.

Il ministero dell’Istruzione governa un settore intimamente connesso a problematiche economico-sociali, oltre che educative e scientifiche. Le politiche dell’istruzione attraversano temi come il diritto allo studio, le opportunità individuali e collettive, la trasmissione della memoria e l’amministrazione di un’ampia comunità di dipendenti pubblici. Perché mai un laureato dovrebbe garantirne una gestione più saggia o meglio orientata? Quando fu nominato un governo di professori universitari, personalmente ho tremato. E con ragione.

L’idea che il titolo di studio sia garanzia di competenza politica è una sciocchezza. È una superstizione tecnocratica in cui forse pure la ministra Fedeli è scivolata, attraverso quella gestione contorta del proprio curriculum. Ecco, semmai la principale criticità nella sua auto-presentazione sta proprio nell’aver in qualche modo cercato di arricchire la propria storia personale con una qualifica accademica non compiuta.

Ma se la ministra Fedeli è espressione di un approccio squisitamente politico ai temi dell’istruzione, in virtù del suo passato da sindacalista credo che dovrebbe saper cogliere la necessità di esprimere subito questa sua qualità con atti chiari e concreti.

Forse il suo primo gesto politico dovrebbe essere quello di un decreto ministeriale che vada a disinnescare quanto prima una mina collocata nel mondo della scuola dal precedente esecutivo. Mi riferisco al bonus per la premiazione del merito dei docenti. La ministra non può ignorare che quel grottesco gettone rischia soltanto di erodere la già flebile capacità collaborativa dei dipendenti della scuola. In questi giorni, dopo l’erogazione di una quota – assai poco significativa in termini economici – del bonus 2016, in molte scuole si stanno manifestando plasticamente drammatiche scene di malcontento, invidie, irrisioni, assurdi confronti tra chi ha lavorato di più o di meno, meglio o peggio degli altri. Troppo difficile individuare criteri oggettivi di assegnazione, tali da apparire condivisibili da tutti i soggetti interessati.

Questo è quel che accade nel migliore dei casi. In qualche circostanza, mi dicono, alcuni dirigenti hanno utilizzato il bonus come strumento di premiazione rispetto alla mera condivisione degli obiettivi della presidenza.

Una vera ferita in un corpo dello Stato, che oltre a umiliare i lavoratori e le lavoratrici, infiacchisce la dignità, e forse anche il corretto funzionamento, dell’istituzione scolastica.

In alcune scuole i docenti hanno rinunciato al bonus, ma anche questo è sbagliato. Al salario non si deve mai rinunciare, e quel bonus va trasformato in aumento salariale.

Dunque: un gesto politico chiaro, univoco e significativo, da parte della ministra, potrebbe essere l’immediato dirottamento dei fondi per la premialità in un incremento, magari potenziato, degli aumenti salariali per tutti i docenti, che permangono in una situazione di grave sofferenza, a causa dei forti ritardi nei rinnovi contrattuali.

Fonti