Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/08/2018

Fedeli nel CDA della Fondazione Agnelli al posto di Marchionne

Carriere fulminanti che la dicono lunghissima sulla classe dirigente, i servi delle imprese e la “caratura” di certi sindacalisti.

Di Valeria Fedeli si sapeva poco fin quando non è stata investita dell’incarico di ministro della Pubblica Istruzione, Ricerca e Università nel governo Gentiloni. Gli addetti ai lavori l’avevano conosciuta come segretaria nazionale dei tessili Cgil per molti anni, in cui il settore è stato progressivamente smantellato (chiusure e delocalizzazioni), senza che il sindacato da lei diretto muovesse un dito per fermare il disastro; o almeno provarci.

Poi era stata eletta senatrice con il Pd, nominata vicepresidente del Senato, posto lasciato per quello di ministro.

Aveva sollevato scandalo il fatto di aver sostanzialmente “taroccato” il proprio curriculum di studi, vantando una laurea inesistente e persino un diploma di scuola superiore di natura incerta. Vederla a capo della ricerca e dell’università era certamente uno choc per chiunque avesse a cuore la qualità della formazione delle nuove generazioni.

Ora che anche la sua carriera politica – dopo quella sindacale – è finita, risorge a nuova vita.

Un incarico più onorifico che di vero potere, che presumibilmente assicura ricchi gettoni di presenza e un’aura di internità ai poteri che contano.

Scrive infatti Orizzonte Scuola:
Valeria Fedeli, ex ministro dell’Istruzione, farà parte del Cda della Fondazione Agnelli: lo scrive “Il Tempo”.

John Elkann ha scelto la Fedeli come erede del posto vuoto lasciato da Sergio Marchionne nel CDA, che al momento è formato dalla vicepresidente Tiziana Nasi, da Anna Agnelli, da Tancredi Campello della Spina e da Gianluigi Gabetti, da Giorgio Barba Navaretti, Francesco Profumo e Salvatore Rossi.

La decisione, però sarebbe stata presa prima della morte di Marchionne con il via libera dell’Antitrust, causa l’incarico come ministro dell’Istruzione fino a poche settimane prima della candidatura, per evitare il conflitto d’interessi.
Non conosciamo le ragioni o i meriti che abbiano convinto gli Agnelli ad affidarle uno dei posti che occupava Sergio Marchionne. Ma di sicuro non devono essere legati alla sua pervicacia nella “difesa dei lavoratori”, dell’istruzione pubblica, di docenti e studenti.

Anzi...

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28/03/2018

Il governo si è dimesso, ma regala 500 milioni alle scuole private

Il governo Gentiloni si è dimesso, ma non smette di far danni. Con una delle tante mosse dell’ultimo minuto, la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha firmato un decreto per finanziare le scuole private. Che quest’anno si vedranno assegnare 493.562.302 euro. Mezzo miliardo, così, a gratis, contravvenendo per l’ennesima volta l’obbligo costituzionale (Art. 33, “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”).

Non basta, però. Nelle stesso tempo il MIUR sta portando avanti il lavoro tecnico che consentirà alle scuole paritarie di accedere ai fondi del Programma Operativo Nazionale (PON), come previsto dalla legge di stabilità per il 2017 (opera di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, dunque) che, all’articolo 1, prevede l’accesso al PON sia per le scuole statali che, appunto, per le paritarie.

Né si può dire che questa procedura di privatizzazione dell’istruzione supportata con soldi pubblici avvenga all’insaputa dell’Unione Europea. Nel luglio del 2017, infatti, era stata proposta la modifica dell’Accordo di Partenariato, accettata e perfezionata dalla Commissione Ue l’8 febbraio scorso.

La procedura è in questo caso particolarmente rapida. La modifica dell’Accordo di Partenariato e del Programma operativo è stata illustrata alle parti sociali del 14 marzo scorso, è già il il giorno successivo – 15 marzo – la proposta di modifica del PON da parte del Ministero è stata discussa nella riunione del Gruppo Istruzione della Commissione Europea.

Sia detto sommessamente: chi ancora crede, “a sinistra”, che si possa “riformare la Ue” è un complice consapevole di questi disastri...

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04/03/2018

Il criptofascismo di Renzi e Fedeli svelato dal “caso Lavinia”

La vicenda di Lavinia può essere vista da cento angolature. Ma l’interesse politico principale sta nella reazione di due dei protagonisti, diciamo così, del “campo democratico”. Quello che che viene mobilitato a comando, soltanto in prossimità delle elezioni, per manifestare contro il fascismo ma ben lontano dai fatti e dai luoghi in cui il fascismo si esprime in modo criminale. Renzi ne ha chiesto il licenziamento (non si sa bene a quale titolo, visto che attualmente è un normale cittadino senza incarichi pubblici) e Valeria Fedeli ne ha avviato le procedure.

Il punto di vista legale e costituzionale più netto è stato espresso in questi giorni dai giuristi democratici, che con la loro argomentazione – certo non involontariamente – segnano la distanza abissale tra i princìpi fondamentali dello Stato di diritto e l’improvvisazione spensierata di due personaggi che, purtroppo per tutti noi, sono stati rispettivamente primo ministro e ministro dell’istruzione (è sempre il caso di ricordare che la ministra Fedeli è titolare del Miur pur potendo vantare un curriculum di studi che non va oltre la scuola dell’obbligo; chissà come si sente nel poter infierire d’autorità su un’altra donna che invece è riuscita a laurearsi).

Il punto fondamentale è infatti uno solo: da quando esiste un contratto di lavoro firmato da entrambe le parti (ed anche nel pubblico) il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa.

Reati a parte ovviamente. Ma è sicuro che Lavinia non ne abbia commessi, altrimenti gli stessi poliziotti in borghese o in divisa che l’hanno ripresa mentre sacramentava, dopo l’ennesima carica in difesa dei fascisti, l’avrebbero arrestata in flagranza.

Fin qui leggi, costituzione e contratto di lavoro. Stupisce che non ne conoscano termini e limiti coloro che hanno ricoperto cariche pubbliche ben più rilevanti del “semplice” insegnamento. Stupisce in modo particolare che non conosca la materia contrattuale una ministra che – dicono le cronache – ha ricoperto per decenni incarichi di rilievo nel sindacato Cgil. Ma forse il fatto che la categoria di cui era stata segretario generale – i tessili – sia praticamente scomparsa dice qualcosa anche sulla qualità del suo modo di fare sindacato e “difendere” i lavoratori.

p.s. L’episodio di Torino non ci sembra una “indicazione politica” da imitare, perché come tutti sanno preferiamo reazioni all’ingiustizia e alla sopraffazione che siano un po’ più meditate, replicabili e soprattutto efficaci. E’ il governo ad averne voluto fare un “caso esemplare” di punizione politica tramite sanzione economico-lavorativa. Ed è a questo che ci opponiamo con tutte le forze. Perché implica un sistema senza diritto; ed è una questione che ci riguarda tutti, non solo Lavinia.

Qui di seguito il comunicato dei Giuristi Democratici.

*****

I Giuristi Democratici esprimono preoccupazione per il violento attacco con conseguente gogna mediatica da parte di personalità politiche e rappresentanti delle istituzioni che in questi giorni sta investendo la giovane docente di Torino, Lavinia Flavia Cassaro.

Quel che indigna non è l’incitamento alla magistratura ad appurare l’eventuale commissione di reati: ciascuno è libero di farlo – meglio se tramite esposto che via Twitter –, ma l’intenzione di colpirla nella sua vita lavorativa, ponendo definitivamente fine al suo difficile e precario percorso lavorativo. E ciò al di là di qualsiasi eventuale processo e di qualsiasi condanna.

Ciò che ha segnato la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro è la sua contrattualizzazione: il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa.

Lavinia Flavia Cassaro, in una situazione di esasperazione (erano in corso cariche contro i manifestanti antifascisti), si è lasciata andare a un non condivisibile sfogo rabbioso: se verrà rilevato in ciò una condotta giuridicamente rilevante, ne risponderà all’esito del relativo processo.

Licenziarla ora significherebbe invece solo mediaticamente segnare un’equidistanza tra fascismo e antifascismo, tra chi spara e chi grida a volto scoperto e mani nude, e questo non è accettabile.

I Giuristi Democratici auspicano quindi l’immediata sospensione del procedimento disciplinare.

2 marzo 2018

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

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03/03/2018

Noi stiamo con Lavinia

Lavinia Flavia Cassaro, la maestra di Torino che ha gridato contro la polizia durante una manifestazione antifascista, ora è sotto procedura di licenziamento e sotto indagine del procuratore della Repubblica, la stesso che si è inventato il reato di “terrorismo” contro i NoTav, venendo poi clamorosamente smentito dagli stessi vertici della magistratura.

Il licenziamento e la punizione esemplare di Lavinia sono stati chiesti in diretta Tv da Matteo Renzi e la sua ministra Fedeli ha subito obbedito, affermando che gli insegnanti devono essere legge ed ordine dentro come fuori la scuola. Una campagna mediatica da sbatti il mostro in prima pagina ha presentato la maestra Lavinia come il peggior guaio che a scuola possa capitare ai nostri figli. Massimo Gramellini, che ogni giorno sul Corriere ci impartisce lezioni di retorica savoiarda ispirate dalle peggiori pagine del libro Cuore, ci ha messo tutta la sua ipocrisia politicamente corretta.

Come sempre quando si tratti di colpire una persona che lavora, i leader di centrodestra e centro sinistra si son trovati assieme e senza il garantismo di cui abbondano per sé. Assieme hanno promosso il linciaggio di Lavinia, giudicata indegna di insegnare.

Io invece sono sicuro che lei sia un’ottima maestra. E non solo per come si comporta con i suoi alunni a scuola, ma per come è fuori di essa.

Lavinia è scesa in piazza da antifascista contro i rigurgiti del neofascismo, e questo è un impegno costituzionale che dovrebbe far parte dei valori civici dei nostri docenti. Poi, di fronte alla protezione che le forze di polizia hanno offerto ai fascisti e alla violenza e alle minacce contro gli antifascisti, Lavinia si è indignata. Anche l’indignazione contro l’ingiustizia è un valore civico fondamentale per la formazione dei nostri ragazzi.

Ma la sacrosanta ed educativa indignazione di Lavinia è sfociata in un urlo di rabbia ripreso dalle telecamere delle stesse forze dell’ordine e comparso su tutti mass media: dovete morire! E da qui il linciaggio della strega, come se davvero un grido fosse una maledizione efficace, come se Lavinia avesse il potere magico di far male a qualcuno con la sua reazione ad una sopraffazione.

C’è qualcosa di spaventosamente medioevale nel potere che indica al pubblico disprezzo, alla esemplare punizione, una donna che urla la sua rabbia. Io quelle parole così impolitiche non le avrei usate, avrei ripetuto ciò che a volte grido, ciò che ho sentito scandire per la prima volta da ragazzo, oltre cinquant’anni fa, ad un picchetto operaio: polizia fascista. Lavinia ha aggiunto anche parole che oggi sono entrate nel linguaggio corrente, quante volte si sentono negli stadi?

Non è bello, bisognerebbe essere politicamente corretti anche di fronte ai manganelli della polizia, ma non sempre ci si riesce. Si deve finire sulla pubblica gogna per questo?

Questo potere esige una maestrina dalla penna rossa che applauda la cavalleria che carica i manifestanti e guai a chi non si adegua.

Non intendo certo paragonare il caso di Lavinia ad altri, la offenderei. Ma solo per smascherare la vergogna di un potere che è feroce con alcuni, indulgente con altri, voglio ricordare due casi emblematici di questa indulgenza. Un professore toscano ha portato la bandiera della Repubblica Sociale di Hitler e Mussolini sul luogo di una strage nazifascista e si è procurato tanta pubblicità per questo gesto infame. Insegna ancora indisturbato. I poliziotti giudicati definitivamente colpevoli dell’assassinio di Federico Aldrovandi fanno ancora il loro mestiere. Il ministero dell’interno ha giudicato l’omicidio da essi compiuto un atto non così grave da comportare la radiazione dalla polizia. E i colleghi che li hanno pubblicamente applauditi non hanno subito provvedimenti.

In fondo non è vero che il potere, per conservarsi, oggi tenti di riesumare la vecchia politica contro gli opposti estremismi. Lo diciamo anche noi, ma non è vero. Questo potere oggi protegge i fascisti e la violenza contro i poveri, alimenta ingiustizia, intolleranza, spirito di sopraffazione. Poi questo stesso potere volge la sua ferocia istituzionale solo contro chi a tutto questo si ribelli. Come il capitalismo ottocentesco che sta restaurando, questo potere odia tutti coloro che lo contestano nel nome di giustizia ed eguaglianza.

La maestra Lavinia è un brava insegnante che deve continuare a svolgere il suo lavoro. Noi siamo con lei e diciamo basta alla caccia alle streghe.

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25/02/2018

Educare all’incoerenza: a lezione dalla ministra Fedeli

Da tempo in Italia la figura dell’insegnante ha perso l’autorevolezza del passato. Come ha ben sintetizzato Matteo Volpe «non è riuscita a stare al passo con i mutamenti sociali e con la crescita economica: da un lato essa rimaneva ancorata alla concezione piccolo-borghese paesana, dall’altro subiva il tentativo politico di stravolgerla, di renderla funzionale a un progetto innovatore, ma privo di coerenza e lucidità […] in tal senso la figura dell’insegnante non solo ha perduto quell’aura di rispetto e il riconoscimento sociale che le era tributato, ma non è riuscita ad acquisire un’immagine di professionalità che le viene costantemente negata non soltanto in ambito sociale, ma anche in sede politica, da parte di quegli stessi paladini della “buona scuola” che dovrebbero migliorare l’istruzione italiana». La nomina della ministra Fedeli all’istruzione ha migliorato tale situazione? Non sembra. 

La nomina

Dopo aver sostenuto con forza il referendum sull’abolizione del Senato, una settimana prima della votazione, la Fedeli (oggi candidata con il PD per il senato nel collegio di Pisa)  ha invitato i parlamentari in caso di esito negativo (la vittoria del no) a prenderne atto e rimettere immediatamente il mandato. Sappiamo come sono andate le cose: vittoria netta del no, avvicendamento tra Renzi e Gentiloni, ma nessuna caduta del governo, come invece auspicava la Fedeli. Ma il paradosso è alle porte: dal mini-rimpasto di governo la Fedeli ottiene addirittura una poltrona, quella di ministro dell’istruzione al posto della Giannini.
Tutti laureati, non lei
Il suo primo atto è un’umiliazione al Miur e al comparto dell’istruzione e mina ulteriormente la sua credibilità. Nel suo curriculum online dichiara infatti tra i titoli di studio una laurea in Scienze Sociali mai conseguita. Travolta dalle polemiche, corregge il curriculum, ma si scopre che non ha discusso nemmeno la maturità, frequentando i tre anni di magistrali necessari alla qualifica di maestra d’asilo. Giustifica la sua nomina «con quarant’anni di lavoro nel sindacato tessile», affermazione che si commenta da sola. Non si discute il fatto che la laurea non sia l’unico elemento per valutare la competenza delle persone, ma il caso della neo ministra è grave in termini di coerenza e immagine di un governo e di un ministero. Appena insediata la ministra infatti si è trovata di fronte la partita delle nove deroghe sulla Buona Scuola, legge che sappiamo quante polemiche ha generato nel mondo della scuola e in quello sindacale, ma che la neoministra ha votato al senato e sostenuto politicamente, definendola importante e innovativa. Sulle deroghe non ha fatto concessioni a chi contestava la legge, portandole tutte in fondo e sottolineando come insistano sulla formazione e la qualità del reclutamento. Oltretutto ha introdotto gli asili nido nel percorso educativo, stabilendo che gli insegnanti che vi lavoreranno dovranno essere laureati. Un’ulteriore richiesta di qualità nella formazione, che nessuno ha chiesto a lei e che lei nel proprio caso ritiene superflua.
Raddoppiamo gli stipendi?

Lauree, percorsi abilitanti, tirocini, concorsi. Una dura sequenza di prove per diventare gli insegnanti meno pagati d’Europa. Ma su questo fronte Valeria Fedeli si è dichiarata molto impegnata. Nel corso di un’intervista a «L’aria che Tira» ha affermato che «quella dell’insegnante dovrebbe essere una delle professionalità maggiormente pagate di questo Paese. Dovrebbero percepire almeno il doppio di quello che prendono ora». Quanto? «Lo stipendio mensile deve ammontare a circa 3mila euro mese, impossibile con le attuali casse dello Stato, ma ci si può dare una prospettiva». La trattativa sul rinnovo dei contratti del comparto scolastico si è aperta mesi e ai primi di febbraio si è arrivati a un preaccordo. La ministra senza laurea avrà almeno fatto valere i quarant’anni di sindacato? A quanto pare no, visto che l’aumento previsto per gli insegnanti, dopo 9 anni di blocco contrattuale, sarà di circa 85 euro lordi (!) in busta paga. Molto meglio dovrebbe andare ai dirigenti scolastici, per solo si parla di circa 400 euro netti. Tanto per far capire chi comanda nella Buona Scuola. La firma è prevista a breve, con la ratifica della Cgil e uno sciopero del sindacalismo di base.  La prospettiva che si era data la ministra appare un miraggio, ma forse a lei poco importa. Gli insegnanti, plurititolati, resteranno i più poveri d’Europa. Lei, coi suoi titoli inventati, è stata recentemente eletta la ministra più ricca del governo Gentiloni.
Gaffe

Ricordate il caso delle uscite da scuola per i minori non accompagnati? Per settimane non si è parlato d’altro. Dopo un’ordinanza della Cassazione, era stato confermato l’obbligo dei genitori di andare a prendere i minori di 14 anni a scuola. Quindi anche alle scuole medie. Una pronuncia che ovviamente aveva creato numerose polemiche e scombussolato i piani di uscita delle scuole e l’organizzazione delle famiglie. Certo, è un aspetto che fa riferimento alla più ampia tutela dei minori, ma ne rappresentava una stortura, limitandone il percorso di autonomia. Un appello al sabotaggio sarebbe stato fuori luogo, ma da una sindacalista «rossa» almeno un po’ di coraggio nel criticare gli effetti grotteschi della legge ce lo saremmo aspettati, insieme alla proposta di modifica della legge, caldeggiata (e poi realizzata) da alcuni esponenti del suo stesso partito. E invece, pur consapevole delle critiche che crescevano di ora in ora, la ministra ha difeso la legge. Alla domanda «cosa fare se i genitori non possono ritirare i figli perché impegnati al lavoro?» ha chiamato in causa in nonni, dichiarando che «è tanto bello» andare a prendere i nipotini a scuola e precisando che a lei sarebbe piaciuto ma chiaramente era troppo impegnata per poterlo fare con i suoi. Eppure non ci vuole la laurea per capire che la situazione demografica del paese è cambiata e che i nonni possono essere distanti oppure non esserci. Ma soprattutto possono essere al lavoro, visto che il governo sta pensando bene di alzare l’età minima pensionabile a 67 anni. E i quarant’anni di attività sindacale alle spalle? Bocciati.
Redazione

09/02/2018

I presidi-manager della scuola classista e razzista

C’è un filo perverso nell’Italia che peggiora, quello di credere di migliorare tornando al passato. Come se le conquiste d’un cinquantennio addietro, ricordato solo per scadenza e moda retrò intervistando giovani-simbolo di quel Sessantotto che ha scosso costumi e pensieri dell’intera società, fossero tutte fasulle o peggio. Ovviamente le contraddizioni mostrate da quell’epoca e dalle successive annate sono state numerose, ma l’attuale spirito di rivalsa, che da sempre caratterizza i cicli storici, si spinge talvolta a umiliare anche la ragione più pura.

Accanto al riemergere di quegli spettri finora bollati da superficiali quanto velleitari “mai più”, crescono intolleranza e razzismo addirittura in strutture preposte a istruzione e cultura: le scuole. Non parliamo del bullismo del branco, purtroppo maledettamente radicato, o di forme di pseudo autogestioni che degradano la funzione propositiva di queste iniziative in ambito didattico. Ci riferiamo alla “vendita” del prodotto scolastico da parte di certi presidi-manager diventati più realisti del re. In una struttura che, com’è giusto, dev’essere efficiente ed efficace nella formazione delle nuove generazioni alcuni licei italici si lanciano in un’esaltazione del proprio passato, rispolverando un blasone classista.

Il “Giuseppe Parini”, liceo storico milanese creato da Maria Teresa d’Austria dove fra gli altri studiarono Manzoni e Cattaneo, Manara e Cavallotti, Gadda, che ne fu anche docente, Buzzati e Sraffa, si presenta sul sito del Miur ricordando che: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito”.

La dichiarazione d’intenti lascia trasparire più che un classicismo un classismo di ritorno, che fa tabula rasa non tanto della tradizione interna di una “Zanzara” ormai archiviata, ma di decenni di apertura della didattica a ogni ceto. Perché è questo che certuni presidi-manager detestano quando affermano, come fa il liceo pariolino “Santa Giuliana Falconieri”: “Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana... Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”. E sì, anche l’operaio vuole il figlio dottore: non c’è più morale, Contessa...

E non basta, poiché non contenti si vuole alzare l’asticella. Un altro liceo classico romano, il “Quirino Visconti”, in pienissimo centro storico, a poche centinaia di metri da Camera e Senato di quella Repubblica che garantisce a tutti il diritto allo studio, così si pubblicizza: “Tranne un paio, gli studenti sono italiani e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce l’apprendimento”. Capiamo bene, l’apprendimento dei “normodotati”. Rotto ogni tabù si va a ruota libera e si propone il modello dell’apartheid, sentite come si presenta il liceo genovese “Andrea D’Oria”: “L’assenza di gruppi particolari (ad esempio nomadi o provenienti da zone svantaggiate) dà un background favorevole”.

Il pensiero vola a quel passo della “Lettera a una professoressa”, dove gli studenti montanari della scuola di Barbiana parlando delle pluriclasse cui erano costretti dal disagio e dall’abbandono statale chiosavano: “E’ il sistema che adoperano in America per creare le differenze fra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri sin da piccini”. Se il Miur ha un Ministro, ma ne dubitiamo leggendo sul sito istituzionale simili oscenità, può organizzare fra i suoi presidi-manager corsi di lettura e commento di quel testo. Nell’Italia che torna al passato, don Milani resta profeticamente attuale.

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04/01/2018

Scuola. Rischio licenziamenti per 5.300 insegnanti

Il nuovo anno si presenta con una ipoteca pesantissima per migliaia di insegnanti diplomati magistrali. Si tratta di quegli insegnanti che hanno presentato i ricorsi per la stabilizzazione dei diplomati magistrali che hanno un titolo abilitante prima del 2001/2002.

La sentenza del Tar del Lazio sui ricorsi presentati, ad esempio, è stata positiva, consentendo l’inserimento di queste insegnanti nella graduatoria GAE (Graduatoria ad esaurimento), ma su questo non c’era stato ancora il giudizio di merito del Consiglio di Stato. In questa situazione di indefinitezza, è intervenuto un organo definito Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, che il 20 dicembre – mentre sulle scuole e la società scendeva la “tregua” delle vacanze di Natale – ha smontato totalmente la sentenza del Tar e ha dato parere negativo. Il risultato è che questi insegnanti saranno fuori dalla graduatoria e quindi dai ruoli. Il problema è che ormai ci sono insegnanti che hanno già ottenuto il ruolo con sentenze definitive.

Secondo dati forniti dal Miur il numero complessivo dei ricorrenti è stato di circa 43.600 insegnanti, tutti inseriti nelle Gae della scuola primaria e dell’infanzia con riserva. Di questi sarebbero circa 5.300 i docenti che negli ultimi due anni hanno ottenuto il ruolo, sempre con riserva “in attesa della sentenza definitiva”. Non dovrebbe invece cambiare nulla per i circa 2.000 docenti destinatari di sentenze ormai passate in giudicato. Il 4 gennaio è convocato al Miur un incontro politico ma solo con alcuni sindacati della scuola. Non fanno affatto sperare bene le dichiarazioni rilasciate dalla ministra Fedeli in una intervista a La Repubblica: “La sentenza va applicata – ha affermato la Fedeli – ma dobbiamo calcolare l’impatto e le conseguenze, per questo ho convocato una riunione per il prossimo 4 gennaio”.

Il Ministro ha liquidato anche lo sciopero degli insegnanti a rischio proclamato per lunedì 8 gennaio, affermando di “capire la loro situazione, ma bisogna tenere conto che ci sono pure leggi e regolamenti da rispettare”.

Al momento sembra essere confermata la linea del licenziamento – con i contratti trasformati da tempo indeterminato in supplenze – per i docenti già assunti in ruolo e la possibilità di portare a termine l’anno scolastico per coloro che hanno una supplenza. Man mano che arriveranno le sentenze del giudice del Lavoro gli Uffici Scolastici provvederanno a depennare dalle graduatorie ad esaurimento e rivaluteranno l’iscrizione in II fascia delle graduatorie di istituto.

Qui di seguito il comunicato di Usb-Scuola sulla vicenda:

La vicenda dei docenti con diploma magistrale si è conclusa, come tutti sappiamo, nel peggiore dei modi per gli interessati. La sentenza della sessione plenaria del Consiglio di Stato, smentendo parzialmente l’organo di cui è la massima rappresentanza, ha riconosciuto il valore abilitante del diploma solo al fine della partecipazione ai concorsi. L’immissione in GaE sarebbe illegittima perché la questione del valore abilitante del titolo, quindi della sua validità per l’inserimento, andava impugnata nel 2007 e non nel 2011 come è in effetti accaduto.

Alcuni sindacati hanno indetto mobilitazioni in varie città italiane per l’8 gennaio a sostegno della lotta di questi docenti che vedono messo a repentaglio il loro posto di lavoro. Tra questi sindacati la fanno da padroni proprio quelli che hanno promosso i ricorsi che hanno poi avuto esito tanto negativo e che attraverso questi ricorsi hanno guadagnato somme anche ingenti (oltre che iscritti) senza che a queste azioni giudiziali abbia mai fatto fronte alcun tipo di lotta reale e di azione e rivendicazione sindacale concreta.

“Lo stesso Stato che ha emesso una sentenza così negativa a sfavore dei lavoratori, è quello che ha prodotto negli anni una legislazione talmente mal congegnata da consentire la politica dei ricorsi, coi risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi” afferma Luigi Del Prete, dirigente USB Scuola. “È importante aver chiaro che senza questi ricorsi, oggi sarebbe prevista una fase transitoria per i diplomati magistrali e per i laureati in Scienze della Formazione Primaria, come per i docenti delle secondarie di primo e secondo grado inseriti in seconda fascia e con 36 mesi di servizio, che consentirebbe loro un accesso agevolato al ruolo” continua Del Prete.

Ruoli che soprattutto nella primaria e soprattutto nelle regioni del Nord ci sono, come mostra la cronica carenza di insegnanti che occupa le pagine dei giornali ad inizio anno scolastico.

“Crediamo sia essenziale non alimentare false speranze e porre fine a questa tendenza ad affidarsi alla soluzione giudiziale con un ricorso alla Corte Europea, processo lunghissimo che non può in alcun modo garantire una soluzione immediata della vicenda che è invece centrale in questo caso” dichiara Del Prete. “La verità è che questa vicenda così intricata, complessa e dagli esiti nefasti è il frutto di un modello sindacale che alimenta la guerra tra poveri e la convinzione che la sola via di risoluzione delle problematiche sia quella della vertenza singola, sul proprio caso specifico. Questo, secondo noi, è esattamente il contrario di ciò che un sindacato e una categoria di lavoratori devono fare. Le soluzioni possono e devono essere collettive, unendo le rivendicazioni di tutti quei lavoratori che da decenni tengono in piedi la scuola italiana in condizioni di estrema precarietà. La soluzione, lo abbiamo sostenuto e rivendicato più volte è l’immissione in ruolo di quei lavoratori della scuola che hanno 36 mesi di servizio, siano essi diplomati magistrali, laureati in Scienze della Formazione Primaria, abilitati TFA, o PAS e la definizione chiara di un percorso di accesso al ruolo che tenga conto dei titoli e degli anni di esperienza” conclude Del Prete.

USB Scuola ha fiducia nella capacità dei lavoratori di unire le rivendicazioni e le lotte e sarà al fianco di chi scenderà in piazza in difesa dei diritti propri e della categoria intera, con richieste unitarie e basate su una reale azione sindacale, che solo in casi estremi dovrebbe risolversi con la via giudiziale.

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20/05/2017

Liceo in quattro anni. Come viene espropriato il sapere

Per commentare tale sperimentazione annunciata già da tempo e solo adesso messa pienamente in atto dalla Ministra Fedeli – la quale si mostra particolarmente fedele di nome e di fatto all’impianto complessivo della riforma renziana della scuola – vorrei soffermarmi sul concetto di espropriazione.

Può sembrare fuori luogo, ma occorre mettere in chiaro innanzitutto la modalità con la quale da vent’anni lo Stato italiano si sta occupando e preoccupando di rivoluzionare il nostro sistema scolastico, con un’accelerazione mai vista negli ultimi tempi (la 107, cosiddetta “Buona scuola”). Una rivoluzione dall’alto che ha come effetto essenziale e irreversibile, ormai evidente, la sottrazione di intere ore di studio – in aula e a casa – agli studenti di ogni ordine e grado, con particolare riguardo alle scuole superiori di secondo grado e soprattutto ai Licei.

Una sottrazione di tempo-studio accentuata dall’introduzione obbligatoria della cosiddetta didattica per competenze1, che marginalizza il contenuto disciplinare (le conoscenze specifiche delle singole materie: quelle che vengono chiamate nozioni in senso dispregiativo, ma che al contrario vanno rivalutate come tesoro di conoscenza e di memoria) a vantaggio di tecniche di apprendimento/insegnamento che mettano al centro del percorso di formazione il “saper fare”. Le conoscenze possono cioè essere ridotte letteralmente in pillole, schemi, mappe concettuali, pensiero per immagini: l’importante è che siano traducibili in termini di competenze utili e spendibili fuori del contesto scolastico, cioè nel mondo del lavoro.

L’obiettivo, si dice, non è più quello di imparare qualcosa di determinato ma “imparare ad imparare”. Il saper fare di contro al mero sapere. Con particolare riguardo alle competenze linguistiche e informatiche ben sintetizzate dalla campagna pubblicitaria berlusconiana delle tre i (inglese, impresa, informatica). Tutto questo, ovviamente, viene presentato come innovazione trainante lo sviluppo del Paese2.

Con l’introduzione del POF e ora del PTOF (piani di offerta formativa), la singola scuola si presenta, in competizione con le altre scuole del territorio, proponendosi al potenziale bacino d’utenza (studenti provenienti da scuola di grado inferiore), come luogo in cui non solo e non tanto si studia sui libri in classe (e possibilmente anche a casa), ma ci si organizza fuori dalla classe, sul territorio, progettando eventi, partecipando a manifestazioni di varia natura, ricreative o pseudo lavorative, sganciate in parte o totalmente dalla didattica curricolare, che abbiano come causa finale la preparazione al mondo del lavoro, l’orientamento in uscita, il conseguimento di certificazioni utili al curriculum professionale, ovvero una educazione al problem solving, non coincidente con il classico concetto di istruzione, che al contrario riceve la sua fondazione dai concreti e specifici contenuti disciplinari, inservibili fuori dalle aule scolastiche.

Tant’è che, anche in aula, si propongono metodologie di insegnamento alternative e decostruttive rispetto alla classica lezione frontale. Da qui la pervasività di concezioni didattiche legate al coding o pensiero computazionale; ovvero semplicemente di modalità di insegnamento cosiddetto laboratoriale e/o a classe capovolta. Secondo un rovesciamento di priorità attribuite al contenitore (metodologia) piuttosto che al contenuto (conoscenze), che poi non consente a sua volta di essere nuovamente rovesciato.

A tutto questo si aggiunge come esito scontato e naturale l’introduzione dell’obbligo (per il triennio finale delle superiori) dell’alternanza scuola-lavoro: almeno 400 ore per gli Istituti tecnico/professionali e 200 per i Licei. È bene precisare che tale attività di alternanza viene fatta passare e considerata dal MIUR come equivalente alla didattica e posta come condizione sine qua non per la licenza finale. In termini molto generali, potremmo senza dubbio parlare di un vero e proprio primato del fare sul sapere. Un primato che viene – tramite le prove INVALSI – dichiarato come l’unica forma di conoscenza valutabile con criteri quantitativi e oggettivi, cioè sottratti all’arbitrio dei singoli soggetti coinvolti nel processo di apprendimento/insegnamento3.

Premesso tutto questo, in estrema sintesi, non stupisce la proposta ormai avviata di riduzione di un anno del ciclo liceale. Senza peraltro proporre una riforma dei cicli, dei programmi. Ma riducendo solo il tempo scuola. Evidenziando con ciò l’irrazionalità di fondo della proposta e l’incapacità inemendabile di chi queste cose le pensa.

Certamente, le finalità estrinseche al processo formativo riguardano il risparmio in termini di organico che se ne ricaverebbe (visto tra l’altro che la 107 non è solo una riforma dell’istruzione, ma sostanzialmente una riforma del lavoro dell’insegnante in vista di una sua flessibilizzazione, unita a meccanismi competitivi fra docenti, governati da una gestione verticalizzata da parte del Dirigente, con restrizione dei poteri decisionali dei collegi).

Non voglio soffermarmi sulla ideologia neoliberale che sottende tale piano rivoluzionario del sistema formativo, introdotto in Italia senza soluzione di continuità da parte di una classe dirigente che abbraccia diversi schieramenti, tutti concordi nella linea inaugurata da Berlinguer, che ha come nocciolo duro il sistema dell’autonomia scolastica, ovvero la mercatizzazione della istruzione di base4.

Voglio al contrario sottolineare il processo di espropriazione a cui la scuola è stata sottoposta: ma che cosa ci hanno sottratto? Il tempo e lo spazio e i contenuti concreti del sapere. Le ore complessive dedicate allo studio in aula; il tempo complessivo dedicato allo studio a casa.

Sia i progetti sia l’alternanza vengono di fatto svolti nelle ore curriculari antimeridiane ovvero nelle ore pomeridiane, mantenendo invariato il monte ore complessivo della didattica curricolare: i ragazzi dunque in quelle ore non stanno in classe oppure non possono studiare il pomeriggio a casa, perché impegnati a fare altro. Tutto ciò provoca una contrazione della programmazione e una sua inevitabile semplificazione. Per compensare cioè tale sottrazione di tempo, si intensifica e si semplifica la didattica svolta in classe.

Questo è il punto. Il tutto viene radicalizzato dalla riduzione a quattro degli anni liceali: “si tratterebbe di operare una compressione dei contenuti di studio sulla base di un’accurata analisi delle competenze irrinunciabili riferite a ciascuna disciplina. Se ci limitiamo ai licei, abbiamo un esempio a portata di mano: i licei italiani all’estero che, già oggi, hanno una durata di quattro anni. Gli studenti di questi licei svolgono nel primo anno gli argomenti che normalmente si svolgono nei primi due e, successivamente, seguono un curricolo equivalente al nostro.”5

Non si vuole qui indugiare nella retorica di chi – a ragione – rimpiange la scuola gentiliana o di chi giustamente contrappone allo stato di cose presente un modello alternativo di sapere critico o di critica del sapere, per altro già presente nella cultura italiana almeno dal Trecento in poi e che oggi, a ben vedere, viene spazzato via.

Si vuole evidenziare il processo di espropriazione delle conoscenze a cui siamo stati sottoposti – docenti e alunni – e che si aggrava anche per le modalità non democratiche e dunque in sostanza violente con cui è stato attuato dalle diverse riforme scolastiche: tutte scaturite da una supremazia oggettiva del potere governativo sul legislativo e tutte improntate implicitamente o esplicitamente all’assunto tremontiano secondo cui “la cultura non si mangia”.

Si nutre di cultura solo chi, per dotazione familiare e di classe, può permetterselo. Tutti gli altri vengono destinati a un mercato del lavoro che, in Italia e soprattutto nel Sud, richiede per lo più solo camerieri6. È per questo che dall’Europa (o dall’estero in generale) importiamo il peggio, paradossalmente proprio nel momento in cui gli altri lo stanno mettendo in discussione7.

Detto questo non stupisce certo la sperimentazione a quattro anni dei Licei. Con evidente riduzione dell’obbligo scolastico in termini di anni complessivi.

Che cosa si prevede? “Stessi obiettivi in quattro anni invece che cinque, con esami di Stato identici ai percorsi quinquennali. Questo il contenuto della sperimentazione alla quale le scuole potranno partecipare a seguito di una apposita progettazione da presentare al Ministero che dovrà comprendere, tra le altre cose: potenziamento lingua con percorso CLIL, attività laboratoriali e tecnologie digitali, rafforzamento alternanza scuola-lavoro e progetti su mobilità internazionale.” CVD.

Note
1 Per una critica radicale alla didattica delle competenze si veda tra gli altri: http://gisrael.blogspot.it/2009/11/la-scuola-delle-competenze-demenziali.html; ma anche: https://www.carmillaonline.com/2012/05/02/dalla-formazione-alla-informazione-il-mito-delle-competenze/

2 Per una critica del nesso competenze/lavoro si veda: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-scuola-che-piace-a-confindustria/?printpage=undefined.

3 Per una critica alla valutazione INVALSI: http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/255-invalsi-e-altre-storie-intervista-a-giorgio-israel.html; si veda anche il recentissimo: http://www.roars.it/online/prove-invalsi-apriamo-una-grande-riflessione-pubblica-sulla-loro-funzione/.

4 Per una storia critica delle riforme scolastiche in Italia e Europa si veda: A. ALLEGRA, La dimensione europea della formazione tra competizione globale e crisi, Contropiano, atti del convegno “Formazione, Ricerca e Controriforme”, Bologna 30 aprile 2016, Anno 25, n.2 2016. Ora anche su: http://dialetticaefilosofia.it/scheda-filosofia-saggi.asp?id=66. Ma anche: http://www.roars.it/online/unaltra-scuola-per-unaltra-europa/.
5 Intervista del 2014 a Paolo Mazzoli, dirigente scolastico di una grande scuola romana che ha partecipato concretamente alla sperimentazione, collaborando con l’allora sottosegretario Marco Rossi Doria: http://www.unipd.it/ilbo/content/liceo-quattro-anni-possibile-forse-ma. Per i confronti con il resto d’Europa si veda: http://www.unipd.it/ilbo/content/durata-delle-scuole-superiori-l%E2%80%99europa-va-ordine-sparso.

6 Sul declino economico dell’Italia: http://temi.repubblica.it/micromega-online/alle-origini-del-declino-economico-italiano/#_ftnref6

7 Si veda su questo punto: http://www.gildains.it/public/documenti/3470DOC-758.pdf

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13/05/2017

Renzi Poletti e Fedeli: contestazione sulla riforma della scuola ZeroSei

Matteo Renzi e Valeria Fedeli compaiono a Bologna tutti assieme, per la presentazione della riforma della scuola dell'infanzia. A preparare l'accoglienza si è mobilitato il mondo della scuola, con studenti e lavoratori, chiamando un presidio nel pomeriggio di ieri vicino al Teatro Testoni, dove i rappresentanti del governo e del PD, hanno partecipato all'incontro dal titolo "Zero Sei, dalla parole ai fatti".

Non a caso insieme, l’ex presidente del consiglio neo eletto segretario PD, il ministro del lavoro e quello dell’istruzione, per vendere al popolo della Bolognina e dell’Italia intera, una riforma che sta distruggendo il mondo della formazione e condannerà le nuove generazioni a diventare burattini del capitale. Il sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni è un provvedimento approvato lo scorso aprile dal governo Gentiloni in piena continuità col suo predecessore, ed è parte di quei decreti attuativi della legge 107 della Buona Scuola.

L'obbiettivo del governo sembra puntare alla qualità di un sistema nazionale di istruzione che “rende partecipe il bambino nella sfera educativa scolastica fin dalla nascita, attraverso la promozione della costruzione di poli per l'infanzia aggregati alle scuole primarie”. Nella pratica, dando la possibilità ai privati di penetrare ancor di più nel sistema dell'educazione dai 0 ai 6 anni, consentendo il transito dei finanziamenti pubblici degli enti locali a scuole private, e creando un filone di scuole di tipo A per gente che conta, e di scuole B per tutti gli altri (dall’infanzia all’età adulta - nrd).

Un provvedimento approvato senza tener conto delle migliaia di lavoratori scesi in piazza il 17 marzo che con fermezza si sono opposti a questo ulteriore passaggio del processo di smantellamento della scuola pubblica statale iniziato dal governato Renzi.

L’evento è stato tenuto in sordina fino all’altra sera, ed è sfociato nell’organizzazione super rapida di un presidio non larghissimo, anche a causa della pioggia battente e intermittente, ma composito e partecipato. Un presidio lanciato dal Coordinamento precari/e scuola poco prima dell’evento, e a cui hanno aderito Assemblea genitori e insegnanti delle scuole di Bologna e provincia, Campagna Noi Restiamo Bologna, Cobas Scuola Bologna, Collettivo studentesco Senza Nome CSENO, Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Comitato Lip Bologna, Coordinamento Precarie/i Scuola Bologna, Link Bologna Studenti Indipendenti, USB Scuola Bologna. Oltre a loro, due classi di bambini delle scuole elementari, hanno attraversato la piazza di fronte al Teatro, portando la loro contestazione ai ministri con una canzone: “Bella Ciao”.

In serata, Renzi proseguirà il suo tour alla Antony Hopkins, e a seguire in via Rivani, per un incontro a porte chiuse con la dirigenza PD della regione.

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17/01/2017

D-istruzione scolastica

La distruzione della scuola pubblica non era stata completata, mancava il segmento 0-6.

Ci ha pensato il Ministro Fedeli, in perfetta continuità con il rottamatore dei diritti Renzi al quale, nella collezione delle nefandezze, mancava la demolizione della scuola dell’infanzia.

La scuola dell’infanzia in Italia, per intenderci il segmento 3-6, aveva perfezionato un suo percorso formativo raggiungendo punte di eccellenza riconosciute a livello internazionale e imitate per la qualità del livello educativo.

Il nido invece era riservato al segmento 0-3 e rispondeva prioritariamente alle esigenze e ai tempi di lavoro dei genitori.

Sotto questo aspetto il nido poteva tranquillamente essere considerato un servizio, mentre la scuola dell’infanzia manteneva la funzione di istruzione rispondendo ad una propria specificità didattica ed educativa.

Ora nel calderone 0-6 le specificità proprie dei percorsi di istruzione non si differenzieranno dalle specificità del servizio, e se la senatrice Puglisi, prima firmataria del progetto di distruzione della scuola dell’infanzia, esulta sostenendo che si comincerà ad imparare sin dal nido, non ha compreso, piuttosto, che la riforma che le hanno fatto firmare prevede esattamente il contrario, sicché anche la scuola materna sarà un servizio, affidato ad enti locali che esternalizzeranno a cooperative con gare al ribasso.

Si aggiunga che se fino ad oggi era prevista una forma di contribuzione solo per i nidi, con il sistema integrato non solo si aprirà la stagione della privatizzazione selvaggia con affidamento a cooperative di dubbia preparazione, ma la contribuzione alle spese potrà essere richiesta per tutto il ciclo “integrato”, non più fino a tre anni, ma fino a 6, con buona pace dell’articolo 34 della Costituzione.

L’unica certezza, ormai, è che l’istituzione scolastica è stata definitivamente e completamente mortificata e che i più piccoli saranno affidati a quello che appare essere una brutta imitazione dello smaland dell’Ikea, per giunta a pagamento.

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11/01/2017

La ministra Fedeli compia un gesto politico

Questo pomeriggio, attraversando viale Manzoni, a Roma, mi sono imbattuto in vistosi manifesti che ritraevano un primo piano del nuovo ministro per l’Istruzione, e contrapponevano la necessità per gli insegnanti di possedere laurea, abilitazione e superamento di concorso per poter svolgere la professione, alla condizione più discussa dell’attuale titolare del dicastero di viale Trastevere.

Quel manifesto confonde terreni molto diversi, e propone un argomento polemico sostanzialmente sbagliato. L’insegnante svolge una professione che esige delle competenze tecniche e specialistiche, mentre il ruolo di ministro è un ruolo politico. Questo significa che è aperto a tutto l’elettorato attivo e passivo. Per esprimere posizioni politiche e dare una linea alla gestione della cosa pubblica non occorre alcun titolo di studio specifico. Certo poi ci sono i tecnici di supporto, ma l’indirizzo politico deve rimanere espressione di interessi e istanze democratiche, per cui nulla vieta che un manovale possa rappresentare meglio di un dottore di ricerca le necessità progressiste e civili di una collettività. La deriva tecnocratica non concerne soltanto i sistemi di governo, ma è in primo luogo una struttura culturale.

Il ministero dell’Istruzione governa un settore intimamente connesso a problematiche economico-sociali, oltre che educative e scientifiche. Le politiche dell’istruzione attraversano temi come il diritto allo studio, le opportunità individuali e collettive, la trasmissione della memoria e l’amministrazione di un’ampia comunità di dipendenti pubblici. Perché mai un laureato dovrebbe garantirne una gestione più saggia o meglio orientata? Quando fu nominato un governo di professori universitari, personalmente ho tremato. E con ragione.

L’idea che il titolo di studio sia garanzia di competenza politica è una sciocchezza. È una superstizione tecnocratica in cui forse pure la ministra Fedeli è scivolata, attraverso quella gestione contorta del proprio curriculum. Ecco, semmai la principale criticità nella sua auto-presentazione sta proprio nell’aver in qualche modo cercato di arricchire la propria storia personale con una qualifica accademica non compiuta.

Ma se la ministra Fedeli è espressione di un approccio squisitamente politico ai temi dell’istruzione, in virtù del suo passato da sindacalista credo che dovrebbe saper cogliere la necessità di esprimere subito questa sua qualità con atti chiari e concreti.

Forse il suo primo gesto politico dovrebbe essere quello di un decreto ministeriale che vada a disinnescare quanto prima una mina collocata nel mondo della scuola dal precedente esecutivo. Mi riferisco al bonus per la premiazione del merito dei docenti. La ministra non può ignorare che quel grottesco gettone rischia soltanto di erodere la già flebile capacità collaborativa dei dipendenti della scuola. In questi giorni, dopo l’erogazione di una quota – assai poco significativa in termini economici – del bonus 2016, in molte scuole si stanno manifestando plasticamente drammatiche scene di malcontento, invidie, irrisioni, assurdi confronti tra chi ha lavorato di più o di meno, meglio o peggio degli altri. Troppo difficile individuare criteri oggettivi di assegnazione, tali da apparire condivisibili da tutti i soggetti interessati.

Questo è quel che accade nel migliore dei casi. In qualche circostanza, mi dicono, alcuni dirigenti hanno utilizzato il bonus come strumento di premiazione rispetto alla mera condivisione degli obiettivi della presidenza.

Una vera ferita in un corpo dello Stato, che oltre a umiliare i lavoratori e le lavoratrici, infiacchisce la dignità, e forse anche il corretto funzionamento, dell’istituzione scolastica.

In alcune scuole i docenti hanno rinunciato al bonus, ma anche questo è sbagliato. Al salario non si deve mai rinunciare, e quel bonus va trasformato in aumento salariale.

Dunque: un gesto politico chiaro, univoco e significativo, da parte della ministra, potrebbe essere l’immediato dirottamento dei fondi per la premialità in un incremento, magari potenziato, degli aumenti salariali per tutti i docenti, che permangono in una situazione di grave sofferenza, a causa dei forti ritardi nei rinnovi contrattuali.

Fonti

14/12/2016

Fedeli a Renzi, forse, certo non all’Istruzione...

L'istruzione dei cittadini è un pericolo da evitare a qualsiasi costo... L'antica regola – accantonata per qualche decennio, nella seconda metà del XX secolo – sembra tornata in auge con prepotenza. Non si spiegherebbe altrimenti la lunga lista di ministri estranei alla materia inviati a ricoprire il ruolo (dalla Gelmini a Letizia Moratti, a Fioroni), oppure palesemente incaricati di distruggere scientificamente – conoscendone i meccanismi di riproduzione – la macchina della diffusione del sapere (Luigi Berlinguer su tutti, il vero terminator dell'università italiana).

L'unica novità del governo Gentiloni rispetto a quello Renzi riguarda per l'appunto questa poltrona. Via Stefania Giannini, che porta la cattivissima fama dell'infame riforma chiamata “buona scuola”, e dentro Valeria Fedeli.

Vabbeh, dirà qualcuno, è un governo di “responsabilità nazionale” destinato a restare solo qualche mese, non si possono fare grandi danni supplementari in così poco tempo... In effetti può esser vero, ma testimonia comunque della considerazione zero per un mondo da cui dipende la qualità – intellettuale – della popolazione futura di questo paese.

Valeria Fedeli ha una lunga e non brillante carriera sindacale in Cgil, prima nella funzione pubblica e poi – per dieci anni – come segretaria dei tessili. Si è distinta per la “morbidezza” con cui ha accompagnato i processi di dismissione della chimica italiana, senza opporre mai neanche l'impressione di una resistenza. Del resto, i suoi non estimatori in Cgil la consideravano ironicamente “a destra di Goering”.

Da ministro dell'istruzione non ha neppure fatto in tempo a salire le scale di Viale Trastevere che già viene investita da una denuncia (chiamarla “polemica” sarebbe un ridurla a chiacchiera): non è laureata.

Da comunisti, sappiamo bene che non sempre è necessario esserlo per poter svolgere bene un ruolo politico di primo piano (basti pensare all'immensa opera sindacale di Di Vittorio per rendersene conto). E siamo quasi nostalgici dei tempi in cui gli operai entravano in buon numero in Parlamento. Ma se la cultura ufficiale degli ultimi governi è quella del “merito” e della “competenza”, beh, allora c'è qualcosina che stona (anche Lorenzin e Poletti ne hanno fatto volentieri a meno). Specialmente in un ministro che dovrebbe occuparsi di scuola e università. Aver almeno frequentato quest'ultima, in fondo, permetterebbe di avere un'idea anche vaga dei problemi che dovrebbe addirittura gestire.

Ma c'è di peggio. Il non aver conseguito una laurea sarebbe comunque un deficit minore, se la neoministra non avesse tentato di attribuirsene surrettiziamente una...

La pietra dello scandalo è stata sollevata da un fronte ignobile come quello del “Popolo della famiglia”, ovvero da quel Mario Adinolfi noto esclusivamente per le paranoie integraliste sulla “teoria gender” e dintorni. Ma è comunque una pietra facilmente verificabile.

Nel suo curriculm pubblicato online, la Fedeli si fregia infatti di un «diploma di laurea» in Scienze Sociali conseguito presso la Scuola per Assistenti sociali Unsas di Milano. Un diploma, non una laurea, e nemmeno assimilabile alla attuale “laurea breve” (quella triennale, introdotta appunto dal suo più noto predecessore, terminator Luigi Berlinguer, insieme a molti altri meccanismi degenerativi).

Per carità, siamo tutti italiani... Ossia consapevoli che un “pezzo di carta” da appendere in salotto non si può negare quasi a nessuno... In ogni caso il diploma della Fedeli dovrebbe essere se non altro più serio della “laurea” comprata dal Trota a Tirana...

Però... Se quel ditirambico “diploma di laurea” fosse rimasto appeso in salotto, sia pure online, di una sindacalista “pragmatica e riformista” (lo dice lei...), anche se poi arrivata alla vicepresidenza del Senato, nessuno ci avrebbe fatto caso. Nessuno l'avrebbe trovato inadeguato a garantire la professionalità richiesta dall'incarico.

Insomma, se anche a lei avessero dato un ministero qualsiasi, magari non di primissima fila, tutto sarebbe rimasto sottotraccia. Messa all'istruzione, invece, dà proprio l'idea che la "non conoscenza" sia stata incaricata di "tenere sotto controllo" l'evoluzione della conoscenza. Brutta cosa, insomma...

Fonte