Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Espropriazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Espropriazione. Mostra tutti i post

14/06/2024

Assets russi per finanziare l’Ucraina. Ma c’è aria di tempesta tra USA e UE

Il presidente francese Macron ha anticipato Giorgia Meloni nell’annunciare che, al G7 di Bari presieduto dal governo italiano, sarà ufficializzato l’accordo per l’utilizzo degli assets russi congelati in favore dell’Ucraina.

Cosa che non è andata giù ai delegati del governo italiano che lavorano sul dossier, che hanno visto l’uscita di Macron come un segno di debolezza. Hanno fatto notare che “il G7 non dovrebbe essere utilizzato per fare campagna elettorale”... o almeno, vorrebbero la facesse solo la Meloni.

Ad ogni modo, si parla concretamente di un prestito di 50 miliardi a Kiev, per sostenere lo sforzo bellico. Dall’Eliseo specificano che il contributo è “essenzialmente statunitense”, e che “questo prestito sarà rimborsato con i proventi dei beni russi congelati”.

Allo stesso tempo, però, viene evidenziato come, “se per un motivo o per un altro i beni russi vengono sbloccati o se i profitti dei beni russi non producono più ciò che è necessario per finanziare il prestito, allora si pone la questione della condivisione degli oneri”.

Infatti, le incognite sono tante: l’andamento della guerra, la riduzione dei tassi che potrebbe ripercuotersi sugli extraprofitti generati dai beni russi, la possibile elezione di Trump e le sue scelte in merito. E ovviamente, anche i rischi di una rottura epocale rispetto alle regole della finanza.

La preoccupazione che si legge tra le righe è che, se d’ora in poi i capitali potranno essere congelati e usati a piacimento a seconda dell’allineamento con i dettami euroatlantici, la fiducia nel sistema imperniato sulle grandi piazze occidentali e sul dollaro verrebbe meno.

Ma ormai a Washington e Bruxelles sembrano convinti di proseguire su questa strada. Non senza però contrasti che mostrano una certa difficoltà nel mettere d’accordo in tutto e per tutto le due sponde dell’Atlantico.

Nella guerra totale alla Russia, a perderci di più è stata sicuramente la UE, mentre gli USA ci hanno solo guadagnato. Questo prestito all’Ucraina potrà essere integrato anche con finanziamenti europei o contributi nazionali, ma il nodo delle garanzie rimane in discussione.

Quando l’Eliseo ha parlato del nodo della “condivisione degli oneri”, si riferiva a ciò che un alto diplomatico europeo ha rivelato prima dell’inizio del G7 al giornale statunitense Politico, con formule assai meno diplomatiche:

“Quello che Washington propone è: ‘Noi [gli Stati Uniti] prendiamo un prestito, l’Europa si assume tutti i rischi, voi [l’Europa] pagate gli interessi e noi [gli Stati Uniti] usiamo i soldi per un fondo USA-Ucraina’. Forse siamo stupidi, ma non così tanto”.

Il timore dei governi UE è che, di fronte a possibili contrattempi, si trovino da soli a garantire questo prestito. Mentre a guadagnarne potrebbero essere per lo più le compagnie a-stelle-e-strisce, ricevendo la maggior parte dei contratti militari e per la futura ricostruzione.

Per questo, anche se è stato ufficializzato un accordo politico sul tema, presente sui tavoli occidentali da mesi, la vera partita comincerà dietro le quinte, quando i tecnici dovranno definire ogni dettaglio del prestito. Anche attraverso quale strumento verrà erogato.

C’è molta più aria di tempesta di quanto appaia al tavolo del G7.

Fonte

08/02/2024

Il bond del G7 per pagare l’Ucraina con i soldi della Russia

Un mese fa Alexander De Croo, il primo ministro belga, aveva affermato che l’Occidente avrebbe dovuto lavorare a un meccanismo per utilizzare gli assets russi congelati. All’intenzione non ha fatto tardare una proposta, fatta circolare tra i paesi del G7, che già all’incontro del maggio scorso avevano espresso la volontà di far pagare alla Russia i danni della guerra in Ucraina.

Diversi funzionari del gruppo dei sette hanno informato il Financial Times di questa proposta, e due di loro hanno dichiarato che si sta valutando seriamente questa opportunità. Il che sarebbe un’altra seria ipoteca su qualsiasi soluzione diplomatica al conflitto nell’est Europa.

Il sostegno economico e militare all’Ucraina vacilla da mesi, tra difficoltà materiali e dirigenti politici sempre meno convinti della sua utilità – ma anche di ottenerne qualche vantaggio tra gli elettori dei propri paesi. Però, prima di abbandonare Kiev al proprio destino, vogliono cercare di allungare il più possibile il suo dissanguamento per indebolire Mosca.

L’idea di Bruxelles è appunto quella di utilizzare i quasi 270 miliardi di euro di assets russi congelati come garanzia per emettere dei «bond zero coupon», ovvero dei titoli i cui interessi saranno pagati tutti insieme alla fine del prestito. All’Ucraina potrebbero così arrivare un po’ di fondi, senza che i suoi sostenitori sborsino un solo centesimo.

Nessuno nasconde che, data la situazione ucraina, è difficile che il debito venga ripagato, portando così a un vero e proprio esproprio (parola proibita solo se si tratta di qualche patrimonio nostrano, a quanto pare) dei beni russi, dilazionato nel tempo.

Non c’è nessuna sentenza o trattato internazionale a legittimare una tale opzione, ma si sa che per l’Occidente il diritto internazionale vale solo se gli è favorevole.

Ma qui si trova la falla di tutta la questione. Quale investitore è disposto a dare soldi a un sicuro insolvente, le cui garanzie non sono legalmente a sua disposizione? È difficile che l’operazione vada in porto, ma ciò che infatti è davvero interessante è il dibattito interno alla filiera euroatlantica che la proposta ha portato allo scoperto.

È lo stesso Financial Times a dire che Washington sta spingendo per espropriare gli assets russi: da chi ha fatto lo stesso con più di 3 miliardi di riserve valutarie dell’Afghanistan, dopo averlo ridotto in macerie, non ci si può aspettare altro.

Molto più cauti sono i paesi UE, e non solo per i motivi legali, ma anche per nodi economici che metterebbero in crisi proprio uno degli strumenti principe dei suoi vincoli imperialistici.

Circa 191 miliardi del totale sono gestiti da Euroclear, un depositario che gestisce e smista i profitti e che ha sede a Bruxelles (da qui l’interessamento del suo esecutivo, che probabilmente spera di ottenerne qualche beneficio).

Tali beni sono per lo più in euro proprio perché, prima che la UE si riallineasse alla NATO, quando Macron la dava per morta, i russi trovavano nella divisa europea maggiori sicurezze (ossia meno decisioni politicamente arbitrarie “a sorpresa”) e l’euro poteva crescere come valuta internazionale.

È stato proprio Macron, insieme a Scholz, ad opporsi già in passato a una soluzione del genere, e le motivazioni sono chiare. Dalla Germania fanno sapere che sono disposti a trovare una formula per tassare i profitti generati dagli assets congelati (quasi 4 miliardi e mezzo di euro lo scorso anno), ma ci sono vari contenziosi in corso nei tribunali russi.

La proposta belga, dicono al Financial Times, è stata pensata come un compromesso, ma è di difficile attuazione e rimanda solo per un po’ il problema di cosa fare con i beni bloccati. E l’unico risultato che sembra produrre è quello di aumentare la tensione anche tra gli alleati occidentali, mentre cercano un modo per continuare a usare gli ucraini per indebolire Mosca.

Un’altra contraddizione in seno euroatlantico, in questo caso marginale – almeno per ora – ma sintomo delle difficoltà che la sua egemonia sta incontrando sempre più diffusamente.

P.S. Il tutto senza neanche considerare i problemi di “credibilità internazionale” del sistema euro in caso di sequestro degli asset russi. Perché mai, insomma, altri paesi – magari oggi alleati dell’Occidente, ma domani chissà... – dovrebbero depositare somme presso istituti europei che un giorno o l’altro, per decisione politica, potrebbero decidere di confiscarli? Ne aveva parlato, in relazione al dollaro, anche il premio Nobel Robert Shiller. Ma i dirigenti europei sembrano decisamente più stupidi...

Fonte

10/03/2020

Requisire si può, requisire si deve

Giorni fa alcuni quotidiani riportavano la notizia del possibile inserimento in un prossimo Decreto legge di una serie di articoli recanti le disposizioni per l’ampliamento delle aree sanitarie temporanee come risposta all’emergenza posti-letto registrata, in primis, nelle regioni del nord del paese.

In particolare, si annunciava l’arrivo di poteri speciali per i Prefetti territorialmente competenti in merito alla possibilità di “requisizione” di strutture alberghiere idonee a ospitare persone in sorveglianza sanitaria, isolamento o anche domicilio laddove non possano essere attuati presso quelli delle persone interessate.

Il mondo al contrario

Negli ultimi mesi non è la prima volta che si presenta un rovesciamento, o una parola d’ordine contraria, dell’idea di mondo a cui siamo stati o a cui hanno provato a educarci. Basti pensare alla tattica che ha mosso la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, con i liberisti a imporre unilateralmente un freno alla libertà dei commerci e i comunisti a subire l’irrigidimento del libero scambio; oppure quando il giornale di un pezzo della borghesia nostrana invocava la sospensione del fiscal compact e un piano di assunzioni pubbliche prima, e un nuovo Piano Marshall Italia-Cina poi, con tanti saluti alla retorica dell’UE come casa di tutti noi.

Ma il panico da crisi di sistema evidentemente fa brutti scherzi, e di fronte al burrone che ciclicamente si presenta ai piedi di questo modello di società tutti reagiscono col “si salvi chi può”, nessuno escluso, regola a cui non sfugge neanche la storica alleanza tra nordamericani e sauditi, vedere affaire petrolio di questi giorni per credere.

E così capita che nell’Unione Europea, area geopolitica dove al singolo Stato è assegnato il compito di salvaguardare il principio della più ferrea competizione tra attori privati, evitando sia la nascita di grandi agglomerati monopolistici, sia di immischiarsi negli affari economici, il governo italiano paventi l’intervento della pubblica amministrazione per l’interesse collettivo. Immaginiamo le espressioni delle redazioni de “Il Giornale” o de “Il Sole 24 Ore” nel dover riportare la notizia, forse che i bolscevichi sono alla fine giunti a San Pietro?

Niente di più lontano dalla realtà, e comunque, per sicurezza, nell’ultimo Dpcm dell’8 marzo non c’era ancora nessun riferimento ufficiale alla questione (assieme a quella delle 20mila assunzioni nel settore sanitario). Ma di cosa si parla quando si chiama in causa la requisizione?

Requisizione, espropriazione, nazionalizzazione

La requisizione è un atto tramite il quale lo Stato può privare una persona della proprietà di un bene indipendentemente dalla volontà di quest’ultimo. Simile all’espropriazione, la requisizione si differenzia da quest’ultima perché, oltre alla pubblica utilità, deve essere giustificata da gravi necessità di carattere civile o militare. Essa si suddivide in requisizione “in proprietà” (solo beni immobili, proprietario indennizzato per la perdita del bene) e “in uso” (beni sia immobili che mobili, come case, terre ecc., proprietario indennizzato per il periodo di mancato utilizzo).

Come noto, l’articolo 42 della Costituzione disciplina il rapporto tra proprietà privata e pubblica, garantendo sì la prima, ma declassandola rispetto ai «motivi di interesse generale», e comunque sia assicurando un indennizzo in caso di perdita del diritto di proprietà al soggetto del provvedimento.

Un ulteriore livello di riguardo presente nella Costituzione è quello della nazionalizzazione, disciplinato all’articolo 43, ossia la riserva o il trasferimento di servizi pubblici essenziali o di fonti di energia o di situazioni di monopolio che abbiano come carattere preminente proprio il pubblico interesse. Un esempio a caso, il Servizio sanitario, per l’appunto, nazionale.

La questione è politica

Questi brevi cenni valgono a rinfrescare la memoria sugli strumenti che ancora oggi sussisterebbero nelle mani della politica per salvaguardare l’interesse collettivo, non solo nei periodi di gravi necessità come quelli di un’epidemia in procinto di elevarsi al grado di pandemia, ma in qualsiasi momento, almeno dal secondo dopoguerra in poi. Ma la direzione che le forze varie forze di governo hanno imposto all’apparato statale nell’ultimo quarantennio è stata quella della messa in soffitta di qualsiasi valore che richiamasse a una gestione pubblica dell’interesse generale, come è quello alla salute. Dalla cultura dell’individualismo alla riforme del Titolo V, passando per la promozione del self-made man o per la privatizzazione totale del sistema bancario, tutto è stato piegato al volere dell’interesse economico privato, che delle risorse strategiche ha fatto il suo terreno privilegiato (il lavoro, quello che era produttivo, oramai è sempre più automatizzato o esternalizzato per ridurre i costi e sopravvivere alla globalizzazione) per l’accumulazione di profitto.

Stiamo scrivendo di pure responsabilità politiche, a cui l’indecente classe dirigente è chiamata a rispondere di fronte all’inadeguatezza espressa nella crisi attuale. Quel che, di nuovo, si trova sull’orlo del fallimento è un modello di sviluppo prono ai guadagni di piccoli gruppi, privatissimi, a cui sottomettere il resto delle popolazioni. La democrazia borghese – santificazione del voto, espulsione del cittadino dalla gestione pubblica, rappresentazione depoliticizzata della realtà, repressione dura per ogni forma di dissenso e di incompatibilità col sistema – è la forma di governo incaricata di mantenere lo stato di cose attuali, e tutti i partiti politici presenti oggi in Parlamento ne sono, consapevolmente o meno, i guardasigilli.

Per questo, la “gestione occidentale” del coronavirus (misure che privilegiano gli andamenti economici), ben diversa anche solo dal “modello cinese” messo in campo in questi mesi (misure che privilegiano la salute), è solo l’espressione più visibile della crisi profonda che tocca le fondamenta dell’attuale organizzazione sociale. Ma paradossalmente, è la stessa democrazia borghese a fornire uno (dei possibili) strumenti per la sua capitolazione e per un ripensamento, se non superamento, generale della forma-Stato odierna. Per questo requisire, e quando sarà necessario espropriare, e dove necessario nazionalizzare, si può, ma soprattutto, si deve. Oggi, per esempio, ne va della nostra salute.

Fonte

20/05/2017

Liceo in quattro anni. Come viene espropriato il sapere

Per commentare tale sperimentazione annunciata già da tempo e solo adesso messa pienamente in atto dalla Ministra Fedeli – la quale si mostra particolarmente fedele di nome e di fatto all’impianto complessivo della riforma renziana della scuola – vorrei soffermarmi sul concetto di espropriazione.

Può sembrare fuori luogo, ma occorre mettere in chiaro innanzitutto la modalità con la quale da vent’anni lo Stato italiano si sta occupando e preoccupando di rivoluzionare il nostro sistema scolastico, con un’accelerazione mai vista negli ultimi tempi (la 107, cosiddetta “Buona scuola”). Una rivoluzione dall’alto che ha come effetto essenziale e irreversibile, ormai evidente, la sottrazione di intere ore di studio – in aula e a casa – agli studenti di ogni ordine e grado, con particolare riguardo alle scuole superiori di secondo grado e soprattutto ai Licei.

Una sottrazione di tempo-studio accentuata dall’introduzione obbligatoria della cosiddetta didattica per competenze1, che marginalizza il contenuto disciplinare (le conoscenze specifiche delle singole materie: quelle che vengono chiamate nozioni in senso dispregiativo, ma che al contrario vanno rivalutate come tesoro di conoscenza e di memoria) a vantaggio di tecniche di apprendimento/insegnamento che mettano al centro del percorso di formazione il “saper fare”. Le conoscenze possono cioè essere ridotte letteralmente in pillole, schemi, mappe concettuali, pensiero per immagini: l’importante è che siano traducibili in termini di competenze utili e spendibili fuori del contesto scolastico, cioè nel mondo del lavoro.

L’obiettivo, si dice, non è più quello di imparare qualcosa di determinato ma “imparare ad imparare”. Il saper fare di contro al mero sapere. Con particolare riguardo alle competenze linguistiche e informatiche ben sintetizzate dalla campagna pubblicitaria berlusconiana delle tre i (inglese, impresa, informatica). Tutto questo, ovviamente, viene presentato come innovazione trainante lo sviluppo del Paese2.

Con l’introduzione del POF e ora del PTOF (piani di offerta formativa), la singola scuola si presenta, in competizione con le altre scuole del territorio, proponendosi al potenziale bacino d’utenza (studenti provenienti da scuola di grado inferiore), come luogo in cui non solo e non tanto si studia sui libri in classe (e possibilmente anche a casa), ma ci si organizza fuori dalla classe, sul territorio, progettando eventi, partecipando a manifestazioni di varia natura, ricreative o pseudo lavorative, sganciate in parte o totalmente dalla didattica curricolare, che abbiano come causa finale la preparazione al mondo del lavoro, l’orientamento in uscita, il conseguimento di certificazioni utili al curriculum professionale, ovvero una educazione al problem solving, non coincidente con il classico concetto di istruzione, che al contrario riceve la sua fondazione dai concreti e specifici contenuti disciplinari, inservibili fuori dalle aule scolastiche.

Tant’è che, anche in aula, si propongono metodologie di insegnamento alternative e decostruttive rispetto alla classica lezione frontale. Da qui la pervasività di concezioni didattiche legate al coding o pensiero computazionale; ovvero semplicemente di modalità di insegnamento cosiddetto laboratoriale e/o a classe capovolta. Secondo un rovesciamento di priorità attribuite al contenitore (metodologia) piuttosto che al contenuto (conoscenze), che poi non consente a sua volta di essere nuovamente rovesciato.

A tutto questo si aggiunge come esito scontato e naturale l’introduzione dell’obbligo (per il triennio finale delle superiori) dell’alternanza scuola-lavoro: almeno 400 ore per gli Istituti tecnico/professionali e 200 per i Licei. È bene precisare che tale attività di alternanza viene fatta passare e considerata dal MIUR come equivalente alla didattica e posta come condizione sine qua non per la licenza finale. In termini molto generali, potremmo senza dubbio parlare di un vero e proprio primato del fare sul sapere. Un primato che viene – tramite le prove INVALSI – dichiarato come l’unica forma di conoscenza valutabile con criteri quantitativi e oggettivi, cioè sottratti all’arbitrio dei singoli soggetti coinvolti nel processo di apprendimento/insegnamento3.

Premesso tutto questo, in estrema sintesi, non stupisce la proposta ormai avviata di riduzione di un anno del ciclo liceale. Senza peraltro proporre una riforma dei cicli, dei programmi. Ma riducendo solo il tempo scuola. Evidenziando con ciò l’irrazionalità di fondo della proposta e l’incapacità inemendabile di chi queste cose le pensa.

Certamente, le finalità estrinseche al processo formativo riguardano il risparmio in termini di organico che se ne ricaverebbe (visto tra l’altro che la 107 non è solo una riforma dell’istruzione, ma sostanzialmente una riforma del lavoro dell’insegnante in vista di una sua flessibilizzazione, unita a meccanismi competitivi fra docenti, governati da una gestione verticalizzata da parte del Dirigente, con restrizione dei poteri decisionali dei collegi).

Non voglio soffermarmi sulla ideologia neoliberale che sottende tale piano rivoluzionario del sistema formativo, introdotto in Italia senza soluzione di continuità da parte di una classe dirigente che abbraccia diversi schieramenti, tutti concordi nella linea inaugurata da Berlinguer, che ha come nocciolo duro il sistema dell’autonomia scolastica, ovvero la mercatizzazione della istruzione di base4.

Voglio al contrario sottolineare il processo di espropriazione a cui la scuola è stata sottoposta: ma che cosa ci hanno sottratto? Il tempo e lo spazio e i contenuti concreti del sapere. Le ore complessive dedicate allo studio in aula; il tempo complessivo dedicato allo studio a casa.

Sia i progetti sia l’alternanza vengono di fatto svolti nelle ore curriculari antimeridiane ovvero nelle ore pomeridiane, mantenendo invariato il monte ore complessivo della didattica curricolare: i ragazzi dunque in quelle ore non stanno in classe oppure non possono studiare il pomeriggio a casa, perché impegnati a fare altro. Tutto ciò provoca una contrazione della programmazione e una sua inevitabile semplificazione. Per compensare cioè tale sottrazione di tempo, si intensifica e si semplifica la didattica svolta in classe.

Questo è il punto. Il tutto viene radicalizzato dalla riduzione a quattro degli anni liceali: “si tratterebbe di operare una compressione dei contenuti di studio sulla base di un’accurata analisi delle competenze irrinunciabili riferite a ciascuna disciplina. Se ci limitiamo ai licei, abbiamo un esempio a portata di mano: i licei italiani all’estero che, già oggi, hanno una durata di quattro anni. Gli studenti di questi licei svolgono nel primo anno gli argomenti che normalmente si svolgono nei primi due e, successivamente, seguono un curricolo equivalente al nostro.”5

Non si vuole qui indugiare nella retorica di chi – a ragione – rimpiange la scuola gentiliana o di chi giustamente contrappone allo stato di cose presente un modello alternativo di sapere critico o di critica del sapere, per altro già presente nella cultura italiana almeno dal Trecento in poi e che oggi, a ben vedere, viene spazzato via.

Si vuole evidenziare il processo di espropriazione delle conoscenze a cui siamo stati sottoposti – docenti e alunni – e che si aggrava anche per le modalità non democratiche e dunque in sostanza violente con cui è stato attuato dalle diverse riforme scolastiche: tutte scaturite da una supremazia oggettiva del potere governativo sul legislativo e tutte improntate implicitamente o esplicitamente all’assunto tremontiano secondo cui “la cultura non si mangia”.

Si nutre di cultura solo chi, per dotazione familiare e di classe, può permetterselo. Tutti gli altri vengono destinati a un mercato del lavoro che, in Italia e soprattutto nel Sud, richiede per lo più solo camerieri6. È per questo che dall’Europa (o dall’estero in generale) importiamo il peggio, paradossalmente proprio nel momento in cui gli altri lo stanno mettendo in discussione7.

Detto questo non stupisce certo la sperimentazione a quattro anni dei Licei. Con evidente riduzione dell’obbligo scolastico in termini di anni complessivi.

Che cosa si prevede? “Stessi obiettivi in quattro anni invece che cinque, con esami di Stato identici ai percorsi quinquennali. Questo il contenuto della sperimentazione alla quale le scuole potranno partecipare a seguito di una apposita progettazione da presentare al Ministero che dovrà comprendere, tra le altre cose: potenziamento lingua con percorso CLIL, attività laboratoriali e tecnologie digitali, rafforzamento alternanza scuola-lavoro e progetti su mobilità internazionale.” CVD.

Note
1 Per una critica radicale alla didattica delle competenze si veda tra gli altri: http://gisrael.blogspot.it/2009/11/la-scuola-delle-competenze-demenziali.html; ma anche: https://www.carmillaonline.com/2012/05/02/dalla-formazione-alla-informazione-il-mito-delle-competenze/

2 Per una critica del nesso competenze/lavoro si veda: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-scuola-che-piace-a-confindustria/?printpage=undefined.

3 Per una critica alla valutazione INVALSI: http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/255-invalsi-e-altre-storie-intervista-a-giorgio-israel.html; si veda anche il recentissimo: http://www.roars.it/online/prove-invalsi-apriamo-una-grande-riflessione-pubblica-sulla-loro-funzione/.

4 Per una storia critica delle riforme scolastiche in Italia e Europa si veda: A. ALLEGRA, La dimensione europea della formazione tra competizione globale e crisi, Contropiano, atti del convegno “Formazione, Ricerca e Controriforme”, Bologna 30 aprile 2016, Anno 25, n.2 2016. Ora anche su: http://dialetticaefilosofia.it/scheda-filosofia-saggi.asp?id=66. Ma anche: http://www.roars.it/online/unaltra-scuola-per-unaltra-europa/.
5 Intervista del 2014 a Paolo Mazzoli, dirigente scolastico di una grande scuola romana che ha partecipato concretamente alla sperimentazione, collaborando con l’allora sottosegretario Marco Rossi Doria: http://www.unipd.it/ilbo/content/liceo-quattro-anni-possibile-forse-ma. Per i confronti con il resto d’Europa si veda: http://www.unipd.it/ilbo/content/durata-delle-scuole-superiori-l%E2%80%99europa-va-ordine-sparso.

6 Sul declino economico dell’Italia: http://temi.repubblica.it/micromega-online/alle-origini-del-declino-economico-italiano/#_ftnref6

7 Si veda su questo punto: http://www.gildains.it/public/documenti/3470DOC-758.pdf

Fonte