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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2020

Requisiti i farmaci di un’azienda lombarda, li stava esportando negli Stati Uniti


Il commissario straordinario all’emergenza covid-19, Domenico Arcuri, in accordo con il ministro della Salute, Speranza, e il ministro per gli Affari regionali, Boccia, ha disposto la requisizione di un farmaco ritenuto essenziale nell’affrontare l’emergenza Covid-19, e in particolare per mantenere sedati i pazienti intubati in terapia intensiva.

Il commissario è ricorso alla requisizione una volta appresa la notizia che un’azienda italiana produttrice del farmaco in Lombardia, stava per esportarlo negli Stati Uniti.

“La profondità e le dimensioni dell’emergenza – ha commentato Arcuri – richiedono infatti la partecipazione di tutta l’industria farmaceutica italiana e l’utilizzo della totalità delle opzioni disponibili nell’interesse dei pazienti, con il fine primario che tutti dobbiamo condividere, di fare ogni sforzo per la loro guarigione. Desidero esprimere il mio ringraziamento all’Arma dei Carabinieri per la tempestività e l’efficacia dell’intervento. Il farmaco sarà immediatamente distribuito agli ospedali che ne hanno bisogno”.

Al momento non è stato reso noto il nome dell’azienda lombarda sottoposta a requisizione.

La misura adottata dal governo è, in questo caso, del tutto apprezzabile: ha agito per il benessere collettivo dandogli priorità rispetto agli interessi privati. È vergognosamente evidente come molte imprese private, anche e soprattutto nel settore farmaceutico, stiano approfittando della pandemia per aumentare in modo esponenziale i propri affari e i propri profitti.

Ma se in Italia è solo il secondo caso emerso in questi giorni – dopo quello di una azienda bresciana (anch’essa ha esportato negli Usa un grande quantitativo di tamponi) – la contraddizione tra interessi privati e interessi collettivi si ripresenta in modo ancora più dirompente nel paradiso del “Big Pharma” cioè gli Stati Uniti, non a caso destinatari delle esportazioni di queste due aziende italiane.

La giornalista Sharon Lerner ha condotto una serie di inchieste su The Intercept, partendo dalla situazione degli Stati Uniti di Trump, dove il problema si sta riproponendo con forza, anche dopo il recente vertice tra Trump e gli amministratori delegati di Big Pharma, cioè le maggiori multinazionali farmaceutiche del mondo.

“La capacità di fare soldi con i prodotti farmaceutici è già straordinariamente grande negli Stati Uniti – scrive la Lerner – paese dove mancano controlli di base sui prezzi e viene data alle compagnie farmaceutiche più libertà nel fissare i prezzi dei loro prodotti rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Durante l’attuale crisi, i produttori farmaceutici potrebbero avere ancora più margine di manovra del solito in un pacchetto di spesa per coronavirus da $ 8,3 miliardi, passato la scorsa settimana, per massimizzare i loro profitti dalla pandemia”.

Alcuni membri del Congresso hanno scritto a Trump chiedendo di “assicurare che qualsiasi vaccino o trattamento sviluppato con i dollari dei contribuenti statunitensi sia accessibile, disponibile e conveniente”, un obiettivo che hanno affermato che non potrebbe essere soddisfatto “se le società farmaceutiche sono autorizzate a stabilire i prezzi e determinare la distribuzione, ponendo il profitto al di sopra delle priorità sanitarie”.

Una preoccupazione legittima, rinviata al mittente dai repubblicani che si sono opposti all’aggiunta di un vincolo al disegno di legge che limiterebbe la capacità del settore di trarre profitto, sostenendo che avrebbe soffocato la ricerca e l’innovazione. E questo nonostante lo stesso Trump sia stato costretto a dichiarare lo stato d’emergenza sanitario in tutto il paese.

Alcuni esempi chiariscono la portata della posta in gioco. Tra i farmaci che sono stati sviluppati con alcuni fondi pubblici e hanno generato enormi guadagni per le aziende private figurano il farmaco per l’HIV AZT o il trattamento del cancro Kymriah, che la multinazionale Novartis ora vende per $ 475.000. C’è il farmaco antivirale Sofosbuvir, utilizzato per il trattamento dell’epatite C, che deriva da ricerche chiave finanziate dal National Institutes of Health (pubblico). Il farmaco è ora di proprietà della multinazionale Gilead Sciences, che fa pagare $ 1.000 per pillola e la Gilead ha incassato $ 44 miliardi dal farmaco durante i suoi primi tre anni sul mercato.

Secondo la Lerner: “Diverse aziende, tra cui Johnson & Johnson, DiaSorin Molecular e Qiagen hanno chiarito che stanno ricevendo finanziamenti dal Dipartimento della sanità e dei servizi umani per gli sforzi relativi alla pandemia, ma non è chiaro se Eli Lilly e Gilead Sciences stiano usando i soldi del governo per il loro lavoro sul virus. Ad oggi, HHS non ha pubblicato un elenco di destinatari delle sovvenzioni. E secondo Reuters, l’amministrazione Trump ha detto ai principali funzionari sanitari di trattare le loro discussioni sul coronavirus come ‘top secret’”.

A fronte di questi dati sugli Stati Uniti (che sono però, come abbiamo visto, i destinatari dell’export di molte aziende farmaceutiche italiane), la decisione presa dal governo di procedere alla requisizione di un farmaco prodotto da una impresa privata in Lombardia, assume una valenza significativa.

Stavolta il dettato della Costituzione ha agito concretamente.

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16/03/2020

Spagna - Il governo “requisisce” la sanità privata per fronteggiare l’emergenza Coronavirus

Il governo spagnolo ha deciso di mettere la sanità privata al servizio del Sistema Nacional de Salud, mai successo finora. Lo ha annunciato il ministro della salute spagnolo, Salvador Illa, in una conferenza stampa insieme agli altri ministri del consiglio che gestiscono l’emergenza Coronavirus. Da oggi sono scattate le misure “all’italiana” per il contenimento dei contagi, ormai arrivati a 8.794 casi accertati e 297 decessi.

Dopo l’impennata dei casi registrata a partire da martedì 03 marzo, il Primo Ministro Sanchez aveva annunciato lo scorso sabato l’adozione dello Stato di emergenza per (almeno) i 15 giorni successivi. Questo prevede che il governo abbia il potere di limitare il movimento di persone, requisire ogni tipo di merce, occupare temporaneamente le fabbriche o qualsiasi altro spazio (a eccezione delle abitazioni private), regolare la produzione di beni e l’attività nei servizi, razionare il consumo di determinati prodotti, o invece ordinare la fornitura dei negozi.

La misura annunciata oggi segna una svolta politica importante e un segnale forte a tutti i paesi dell’UE. Infatti, in queste ore, verrà discussa nella riunione dell’Eurogruppo l’approvazione del MES, scalata nell’ordine del giorno al terzo punto dall’originario primo.

Una mossa che non dimostra l’imbonimento delle istituzioni europee ma la paura oggettiva di una nuova e profonda crisi economica in concomitanza con una grave recessione a livello mondiale. Tenere in piedi un palazzo dalle fondamenta di sabbia che sta vacillando vistosamente non è facile, specialmente quando le dichiarazioni della BCE si limitano a mettere una toppa su una voragine aperta sotto la credibilità dell’unica istituzione europea che aveva, in passato, dimostrato qualche capacità operativa.

Il governo, basato sulla coalizione di maggioranza guidata da Pedro Sánchez e formata da PSOE-Podemos-Izquierda Unida, ha deciso di attuare misure senza precedenti nel campo della salute.

La prima, di enorme importanza, prevede di mettere a disposizione del sistema sanitario nazionale la sanità privata: il governo ha concesso un termine di 48 ore alle aziende e ai privati che hanno o possono produrre materiali come attrezzature diagnostiche, maschere protettive, guanti e altri prodotti medici e farmacologici “per portarli all’attenzione” delle autorità, sotto la minaccia di sanzioni per coloro che non lo fanno. Saranno i consulenti sanitari di tutte le Comunità Autonome a poter disporre di tutti i mezzi necessari del sistema privato per affrontare l’epidemia.

Nel decreto approvato nella sera di domenica vengono prese misure per rafforzare le risorse umane dei centri sanitari, fortemente decimate dalle infezioni e dalle quarantene causate dal virus. Il provvedimento stabilisce che tutti gli studenti del quarto anno tirocinanti e specializzati in medicina interna, medicina intensiva e geriatria, vedranno un prolungamento del proprio contratto.

Allo stesso modo, i turnover vengono sospesi e viene autorizzata l’assunzione di medici che non sono riusciti a completare la loro specialità dopo aver superato il test dell’abilitazione professionale. Queste non saranno le uniche risorse che le comunità, sotto il comando del Ministero della Salute, potranno utilizzare d’ora in poi. “Potranno essere messi a disposizione anche tutti gli spazi pubblici e privati” ritenuti necessari per trasformarli temporaneamente in nuovi luoghi di cura per i malati.

Inoltre, vengono stabilite regole chiare sulla “pubblicazione di informazioni e dati” riguardanti l’evoluzione dell’epidemia. Finora questi venivano forniti quotidianamente dal Ministero della Salute, ma le comunità li aggiornavano quando lo ritenevano opportuno, il che in diversi momenti ha creato non poca confusione sulle cifre. Con il decreto di ieri, questi dati saranno pubblicati solo una volta, a metà mattina, e su base giornaliera dal Ministerio de Sanidad.

La formazione politica Anticapitalistas aveva già pubblicato la settimana scorsa un comunicato richiedendo un “Piano di emergenza sociale e politico contro il Covid-19”. Nero su bianco venivano definite una serie di misure politiche e sociali necessarie per contrastare l’epidemia e denunciare le responsabilità dei tagli alla sanità pubblica di questi anni sotto i diktat dell’austerità della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Per Anticapitalistas il sistema sanitario pubblico deve essere in grado di prendere tutte le misure necessarie e ciò implica una sufficiente disponibilità di bilancio, rifiutando immediatamente le restrizioni di spesa imposte dai vincoli dell’UE.

Nel comunicato venivano rivendicate la riapertura dei letti d’ospedale nel sistema sanitario pubblico, il reclutamento urgente del personale sanitario necessario di tutte le categorie professionali, la copertura del loro congedo per malattia fin dal primo giorno (in caso di contagio, il loro congedo deve essere considerato come una malattia professionale e non comune).

Ma non basta. Perché, come si legge sempre nel comunicato di Anticapitalistas, queste misure devono essere accompagnate da un controllo e coordinamento da parte delle autorità sanitarie pubbliche di tutte le risorse, del personale e delle attività di assistenza sanitaria privata e dal controllo delle aziende farmaceutiche e delle aziende che producono materiale sanitario e scorte, nonché della loro distribuzione e dei prezzi.

Si tratta di primi passi per invertire i processi di deterioramento e privatizzazione del sistema sanitario che hanno massacrato socialmente la Spagna in questi anni, portando gli ospedali pubblici ad operare in condizioni di difficoltà strutturale e quindi a non essere pronti di fronte ad una situazione di questo tipo.

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Vi ricordate Bertolaso?

Mentre gli italiani, segregati in casa, trattengono il fiato leggendo i numeri dei nuovi contagi, il presidente lombardo Fontana e il suo assessore al welfare Gallera continuano a prendersi a sputi e pernacchi con la Protezione civile. L’ultima polemica in ordine di tempo è quella sulle mascherine giunte in Lombardia che sarebbero “carta igienica” secondo Gallera.

La protezione civile s’arrabbia e risponde che ci sono diversi tipi di mascherine, con diversi gradi di protezione e che le ultime inviate sono per i compiti meno pericolosi. Ma nessuno dice che le mascherine, di tutti i tipi, non si trovano perché le produzione è stata abbandonata in Italia in quanto poco redditizia.

Tuttavia, la polemica più importante riguarda la costruzione del nuovo ospedale per i degenti da Covid-19 decisa autonomamente dalla Regione Lombardia. Tale decisione, difficile da tramutare in pratica, ha un chiaro senso politico. La giunta di destra della Lombardia è una delle fautrici, con Veneto ed Emilia Romagna, dell’autonomia regionale differenziata, proposta di cui, in questi giorni, di fronte alle difficoltà delle sanità regionalizzate, appare tutta la follia.

Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni. Dapprima la Protezione civile si dice pronta a sostenere il progetto, poi si tira indietro sostenendo che la struttura, prevista all’interno della vecchia Fiera di Milano, si può realizzare, ma che non sono reperibili sul mercato attrezzature e arredi, quindi al momento sarebbe un contenitore inutile.

Fontana risponde che allora la Regione farà da sé, trovando tutto quanto serve sui “mercati europei”, ignoriamo con quali fondi e presso quali paesi, visto che in UE non si trovano paesi disposti ad aiutarci, nemmeno a pagamento, tra l’altro preoccupati come sono dalle loro emergenze.

Di fronte a tutte queste difficoltà, Fontana ha allora il colpo di genio: ci vuole un consigliere di ferro, un uomo rotto a tutte le esperienze, e a trovarlo lo aiuta Berlusconi, con una semplice telefonata dalla Costa Azzurra, dove ha “rifugiato i suoi polmoni” nella tenuta della figlia, però tenendo “il cuore a Milano”.

Il consiglio Di Berlusconi è chiaro e forte: l’uomo giusto per tutte le emergenze è Guido Bertolaso, giunto alla Protezione civile con Prodi ma poi per molti anni fedelissimo di Berlusconi che lo avrebbe voluto anche candidato a sindaco di Roma se i sondaggi preelettorali non lo avessero relegato a percentuali irrisorie. Bertolaso ha gestito molte emergenze italiane, dai terremoti ai mondiali di ciclismo (!), ma è rimasto famoso soprattutto per la ricostruzione (mancata) in Abruzzo e per la vicenda dei rifiuti in Campania.

In Abruzzo fu la mano esecutiva della tragedia delle New Town e della desertificazione del centro storico dell’Aquila, mentre in Campania si rese noto per voler aprire una discarica a ridosso di un’oasi del WWF. Tutti gli interventi di Bertolaso sono stati caratterizzati da polemiche e strascichi giudiziari che hanno dimostrato la sua grande impronta mediatica quanto la sua subordinazione alla politica e agli affari e l’incapacità nella scelta e direzione dei collaboratori.

Si ricordi a questo proposito il coup de théâtre del trasferimento del G8 dalla Maddalena alla caserma di Coppito. Anche la decisione di Fontana di nominarlo suo consigliere risponde evidentemente a una logica spettacolare, giocata soprattutto in funzione antigovernativa e di rivendicazione autonomistica. Non dimentichiamo che il centro destra aveva candidato Bertolaso a commissario nazionale per l’emergenza Covid-19, ma il governo ha poi deciso di scegliere Arcuri. Quindi perché non riciclare Bertolaso come consigliere di Fontana, anche se ciò ha un significato solo per il teatrino della politica?

Impossibile sapere al momento cosa farà Bertolaso, ma alcune indiscrezioni stanno già circolando. Il progetto potrebbe essere proprio quello di realizzare autonomamente l’ospedale alla Fiera, ma circola anche l’ipotesi di un nosocomio provvisorio in una tensostruttura sull’area del campo sportivo dell’Ospedale-Università (privata) San Raffaele. Ciò utilizzando i fondi, sembra 3,8 milioni di euro, raccolti con la sottoscrizione promossa dalla coppia Ferragni-Fedez.

Tali fondi saranno destinati per la quasi totalità a potenziare il reparto di terapia intensiva del San Raffaele, ospedale privato in passato al centro di scandali e malaffare che ha costruito la sua notorietà sull’essere il luogo di cura preferito prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, il cui medico personale, dott. Zangrillo, è primario della terapia intensiva dello stesso nosocomio. Di quella sottoscrizione tanto mediatizzata, solo alcune minuscole briciole saranno destinate agli ospedali pubblici, che hanno retto in solitudine l’impatto iniziale dell’epidemia e che ancora oggi sono la colonna vertebrale della lotta al Covid-19.

Come si può concludere, una vicenda che ripercorre strade privatistiche dimostratesi fallimentari e, in questo caso, propone anche progetti di difficile realizzazione, solo per evitare di adottare la soluzione più semplice che la Regione (ma anche il governo) avrebbe potuto attuare: la requisizione immediata delle strutture della sanità privata, che in gran parte, tra l’altro, sono parte del sistema sanitario come enti convenzionati e che solo grazie ai suoi finanziamenti possono esistere.

Non si vuole quindi intaccare un sistema sbagliato, nemmeno di fronte alla dimostrazione che sono le strutture pubbliche le uniche a volere e sapere reagire effettivamente alla pandemia, anche se esauste dai tagli di strutture e attrezzature e dalle riduzioni di personale imposti negli ultimi decenni dai governi di tutti gli orientamenti politici, soprattutto in ossequio alle politiche di austerità dell’Unione Europea.

Peraltro, le attuali polemiche politiche tra Regione Lombardia e Protezione civile non toccano mai una questione generale che ci pare invece importante, che riguarda chi dovrebbe gestire la crisi Covid-19. Infatti, siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, non a un terremoto o a un’alluvione e di conseguenza deputato alla sua gestione dovrebbe essere il Ministero della Salute (e non più della Sanità, le parole ahimè hanno un senso...) e non la protezione civile.

Se si ricorre alla Protezione Civile è solo perché si è ridotto allo stremo la sanità pubblica.

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10/03/2020

Requisire si può, requisire si deve

Giorni fa alcuni quotidiani riportavano la notizia del possibile inserimento in un prossimo Decreto legge di una serie di articoli recanti le disposizioni per l’ampliamento delle aree sanitarie temporanee come risposta all’emergenza posti-letto registrata, in primis, nelle regioni del nord del paese.

In particolare, si annunciava l’arrivo di poteri speciali per i Prefetti territorialmente competenti in merito alla possibilità di “requisizione” di strutture alberghiere idonee a ospitare persone in sorveglianza sanitaria, isolamento o anche domicilio laddove non possano essere attuati presso quelli delle persone interessate.

Il mondo al contrario

Negli ultimi mesi non è la prima volta che si presenta un rovesciamento, o una parola d’ordine contraria, dell’idea di mondo a cui siamo stati o a cui hanno provato a educarci. Basti pensare alla tattica che ha mosso la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, con i liberisti a imporre unilateralmente un freno alla libertà dei commerci e i comunisti a subire l’irrigidimento del libero scambio; oppure quando il giornale di un pezzo della borghesia nostrana invocava la sospensione del fiscal compact e un piano di assunzioni pubbliche prima, e un nuovo Piano Marshall Italia-Cina poi, con tanti saluti alla retorica dell’UE come casa di tutti noi.

Ma il panico da crisi di sistema evidentemente fa brutti scherzi, e di fronte al burrone che ciclicamente si presenta ai piedi di questo modello di società tutti reagiscono col “si salvi chi può”, nessuno escluso, regola a cui non sfugge neanche la storica alleanza tra nordamericani e sauditi, vedere affaire petrolio di questi giorni per credere.

E così capita che nell’Unione Europea, area geopolitica dove al singolo Stato è assegnato il compito di salvaguardare il principio della più ferrea competizione tra attori privati, evitando sia la nascita di grandi agglomerati monopolistici, sia di immischiarsi negli affari economici, il governo italiano paventi l’intervento della pubblica amministrazione per l’interesse collettivo. Immaginiamo le espressioni delle redazioni de “Il Giornale” o de “Il Sole 24 Ore” nel dover riportare la notizia, forse che i bolscevichi sono alla fine giunti a San Pietro?

Niente di più lontano dalla realtà, e comunque, per sicurezza, nell’ultimo Dpcm dell’8 marzo non c’era ancora nessun riferimento ufficiale alla questione (assieme a quella delle 20mila assunzioni nel settore sanitario). Ma di cosa si parla quando si chiama in causa la requisizione?

Requisizione, espropriazione, nazionalizzazione

La requisizione è un atto tramite il quale lo Stato può privare una persona della proprietà di un bene indipendentemente dalla volontà di quest’ultimo. Simile all’espropriazione, la requisizione si differenzia da quest’ultima perché, oltre alla pubblica utilità, deve essere giustificata da gravi necessità di carattere civile o militare. Essa si suddivide in requisizione “in proprietà” (solo beni immobili, proprietario indennizzato per la perdita del bene) e “in uso” (beni sia immobili che mobili, come case, terre ecc., proprietario indennizzato per il periodo di mancato utilizzo).

Come noto, l’articolo 42 della Costituzione disciplina il rapporto tra proprietà privata e pubblica, garantendo sì la prima, ma declassandola rispetto ai «motivi di interesse generale», e comunque sia assicurando un indennizzo in caso di perdita del diritto di proprietà al soggetto del provvedimento.

Un ulteriore livello di riguardo presente nella Costituzione è quello della nazionalizzazione, disciplinato all’articolo 43, ossia la riserva o il trasferimento di servizi pubblici essenziali o di fonti di energia o di situazioni di monopolio che abbiano come carattere preminente proprio il pubblico interesse. Un esempio a caso, il Servizio sanitario, per l’appunto, nazionale.

La questione è politica

Questi brevi cenni valgono a rinfrescare la memoria sugli strumenti che ancora oggi sussisterebbero nelle mani della politica per salvaguardare l’interesse collettivo, non solo nei periodi di gravi necessità come quelli di un’epidemia in procinto di elevarsi al grado di pandemia, ma in qualsiasi momento, almeno dal secondo dopoguerra in poi. Ma la direzione che le forze varie forze di governo hanno imposto all’apparato statale nell’ultimo quarantennio è stata quella della messa in soffitta di qualsiasi valore che richiamasse a una gestione pubblica dell’interesse generale, come è quello alla salute. Dalla cultura dell’individualismo alla riforme del Titolo V, passando per la promozione del self-made man o per la privatizzazione totale del sistema bancario, tutto è stato piegato al volere dell’interesse economico privato, che delle risorse strategiche ha fatto il suo terreno privilegiato (il lavoro, quello che era produttivo, oramai è sempre più automatizzato o esternalizzato per ridurre i costi e sopravvivere alla globalizzazione) per l’accumulazione di profitto.

Stiamo scrivendo di pure responsabilità politiche, a cui l’indecente classe dirigente è chiamata a rispondere di fronte all’inadeguatezza espressa nella crisi attuale. Quel che, di nuovo, si trova sull’orlo del fallimento è un modello di sviluppo prono ai guadagni di piccoli gruppi, privatissimi, a cui sottomettere il resto delle popolazioni. La democrazia borghese – santificazione del voto, espulsione del cittadino dalla gestione pubblica, rappresentazione depoliticizzata della realtà, repressione dura per ogni forma di dissenso e di incompatibilità col sistema – è la forma di governo incaricata di mantenere lo stato di cose attuali, e tutti i partiti politici presenti oggi in Parlamento ne sono, consapevolmente o meno, i guardasigilli.

Per questo, la “gestione occidentale” del coronavirus (misure che privilegiano gli andamenti economici), ben diversa anche solo dal “modello cinese” messo in campo in questi mesi (misure che privilegiano la salute), è solo l’espressione più visibile della crisi profonda che tocca le fondamenta dell’attuale organizzazione sociale. Ma paradossalmente, è la stessa democrazia borghese a fornire uno (dei possibili) strumenti per la sua capitolazione e per un ripensamento, se non superamento, generale della forma-Stato odierna. Per questo requisire, e quando sarà necessario espropriare, e dove necessario nazionalizzare, si può, ma soprattutto, si deve. Oggi, per esempio, ne va della nostra salute.

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