In questa estate di incendi devastanti, soprattutto nel Sud dell’Italia, è stato sollevato il problema di chi gestisca la flotta degli aerei antincendio che vediamo scaricare tonnellate d’acqua sui fuochi che dilagano nel paese.
Secondo alcune fonti i Canadair sarebbero gestiti da privati che intervengono su richiesta delle autorità pubbliche (Regioni, Protezione Civile etc.). Il fatto che vengano pagati in base agli interventi ha sollevato il dubbio, quasi automatico, che: più incendi, più interventi, più soldi.
Secondo altre fonti questa storia della flotta dei Canadair in mano ai privati sarebbe una bufala. Costoro sostengono a loro conforto che gli aerei sarebbero di proprietà della Protezione Civile come indicato nel sito stesso della Protezione Civile.
“La flotta è formata da mezzi aerei ad ala fissa o rotante. La maggior parte sono di proprietà del Dipartimento o appositamente noleggiati, altri vengono messi a disposizione dalle altre strutture operative del Servizio Nazionale e impiegati temporaneamente dal Dipartimento per la campagna Aib. Per questa stagione la flotta aerea si compone di 37 mezzi. Ai velivoli del Dipartimento (15 Canadair, quattro elicotteri S64 e dieci Fire Boss), si aggiungono altri otto elicotteri di media o grande portata (AB412, AB212, AB205, CH47) messi a disposizione da Vigili del Fuoco, Esercito Italiano, Marina Militare e Capitaneria di Porto. In totale, la flotta ha una capacità di circa 145mila litri di acqua e di liquido estinguente”.
Ma a contraddire questa versione c’è un passaggio riportato testualmente sul sito della Babcock International, la società multinazionale che, da quanto dichiara, avrebbe in gestione i 19 Canadair di proprietà della Protezione Civile: “Babcock gestisce una flotta di oltre 100 velivoli antincendio, che comprende sia elicotteri che aerei (leggeri, medi e pesanti). Inoltre, gestisce i 19 Canadair di proprietà della Protezione Civile Italiana. Grazie alla sua flotta, Babcock è in grado di svolgere una vasta gamma di missioni antincendio, tra cui lo scarico d’acqua, il trasporto di vigili del fuoco a terra, il coordinamento delle missioni e la raccolta di immagini in tempo reale da inviare ai centri di comando e di controllo”.
In realtà, anche qui siamo in presenza di una zona grigia – consueto effetto dello smantellamento della gestione pubblica – secondo cui la gestione dei servizi di spegnimento degli incendi viene eseguita prevalentemente mediante appalti di forniture rilasciate a privati ma con mezzi pubblici.
Dopo la crisi della Protezione Civile nella fase “post Bertolaso” e dopo la legge Madia del gennaio 2017 (con la quale il Corpo forestale è stato accorpato all’Arma dei Carabinieri), sulla gestione degli incendi in Italia sono cambiate parecchie cosette. Il costo dell’utilizzo dei Canadair pesa 55 milioni l’anno, a cui vanno aggiunte le ore di volo. La multinazionale Babcock offre al fine dello spegnimento degli incendi forestali italiani, appunto, i 19 Canadair, oltre a sei gruppi di 90 elicotteri e 3 aerei Cessna. Ed anche il passaggio del Corpo Forestale ai Carabinieri ha portato risultati irrisori sul piano dei costi ma pesantissimo sul piano della gestione e del controllo del territorio boschivo.
La logica che ha portato a questa situazione, è stata ovviamente quella che a Roma chiamano il “risparmio di Maria Cazzetta”. Nei ministeri si sono detti: perché spendere soldi per una flotta aerea antincendio che usiamo solo nel periodo estivo? A questo punto diamo in gestione la flotta ad un soggetto privato e utilizziamola solo nei mesi estivi quando ce n’è bisogno.
È evidente come in base a questa logica, l’ultima cosa alla quale pensano le autorità sia quella di riprendere in mano la flotta aerea anticendio o addirittura di potenziarla come sembra necessario. Ragione per cui di fronte a ondate di incendi come quella in corso (ma anche in quelli degli anni passati) non si riesce a fronteggiare l’emergenza. Hanno risparmiato magari 55 milioni, ma adesso ci sono danni per miliardi di euro. E a nessuno viene in mente che 19 aerei antincendio in un paese grande come l’Italia siano pochi?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2021
02/03/2021
Un generale all’emergenza sanitaria; secondo brutto segnale da Draghi
L’obiettivo di militarizzare l'”emergenza Covid” e la Protezione Civile non poteva avverarsi se non con un governo di “unità nazionale”, come quello comandato da Draghi. Tanto è vero che questa scelta è stata salutata con grandi fanfare anche da Salvini e dalla Meloni.
Da adesso sarà il generale Francesco Paolo Figliuolo il nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid al posto di Domenico Arcuri.
È stato direttamente il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, a nominare il Generale di Corpo d’Armata come Commissario all’emergenza rimuovendo e ringraziando Arcuri a nome del Governo “per l’impegno e lo spirito di dedizione con cui ha svolto il compito a lui affidato in un momento di particolare emergenza per il Paese”.
Questa nomina fa seguito, e “completa”, quella di Fabrizio Curcio – considerato uomo di fiducia dell’ex capo della polizia Gabrielli, alla guida della Protezione Civile, al posto di Angelo Borrelli.
Così dopo aver messo “uno del mestiere” come Gabrielli alla funzione di controllo di Palazzo Chigi sui servizi segreti (funzione per consuetudine istituzionale riservata ad un civile cioè alla politica, ndr), adesso Draghi ha piazzato un militare come commissario straordinario all’emergenza sanitaria.
Il Generale Francesco Paolo Figliuolo, ha ricoperto numerosi incarichi nell’Esercito, sia a livello di interforze sia a livello internazionale. In questo secondo ambito è stato Comandante del Contingente militare italiano in Afghanistan, nell’ambito dell’operazione ISAF/Nato e Comandante delle Forze NATO in Kosovo (settembre 2014 – agosto 2015).
Insomma un alto ufficiale con il pedigree perfetto per rappresentare l’atlantismo rivendicato da Draghi nel suo discorso di insediamento.
Inoltre ha ricoperto anche l’incarico di Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal 7 novembre 2018 è il Comandante Logistico dell’Esercito. Quest’ultimo incarico sembra essere quello che ha spianato la sua nomina a commissario straordinario.
Tale decisione sembra rispondere ai desiderata manifestati anche da alcuni ambienti finanziari – ben linkati con Draghi – che in questi giorni hanno invocato la militarizzazione per far fronte alla pandemia di Covid. “Il Paese è vittima di una direzione politica insicura, sia a livello nazionale che a livello regionale, quando sarebbe necessaria una sorta di “militarizzazione civile” degli italiani, dando a tutti un quadro semplice, comprensibile di cosa non si deve fare”, ha scritto ad esempio il quotidiano MilanoFinanza.
In realtà il giornale della finanza milanese aveva in mente un esperto di malattie infettive, magari con pieni poteri, ma quando evochi la militarizzazione non puoi sorprenderti se poi ti arriva proprio un militare nella cabina di regia.
Questo scenario era stato ben intuito da un osservatore attento come Antonio Mazzeo, le cui considerazioni in merito abbiamo recentemente pubblicato anche sulle pagine del nostro giornale.
Adesso la cabina di comando sulla pandemia non è più nella mani del “manager” dall’eloquenza lenta come Arcuri, ma di un generale con esperienza di guerra (Afghanistan), di conflitti a bassa intensità (Kosovo) ma anche di comando logistico dell’Esercito.
Non è comunque affatto detto che un generale sappia funzionare meglio di un civile. Soprattutto in materia di sanità un po’ tutti ricordano la figura barbina fatta dall’ex generale dei carabinieri Cotticelli nominato commissario straordinario della sanità in Calabria, uno che neanche sapeva di essere il responsabile del piano pandemico in quella regione.
Eravamo poi rimasti con la convinzione che, in alcune occasioni (ma solo in alcune occasioni), il “rosso vincesse sull’esperto”, ossia che la guida politica fosse in grado di padroneggiare la “competenza tecnica”. Ma ora ci troviamo di fronte ad un serio cambio di paradigma: lì dove ci si aspettava la nomina di un competente vero (cioè un sanitario con esperienza di pandemie) è stato invece nominato un generale.
Neanche negli Stati Uniti, ai vertici della FEMA – che è una organizzazione che dispone di pieni poteri durante le emergenze – è mai stato nominato un militare.
Non abbiamo ancora visto all’opera il Gen. Figliuolo sull’emergenza pandemica, per cui è prematuro giudicarlo sui fatti. Diciamo però che dopo la nomina del dott. Gabrielli alla delega sui servizi segreti, l'”impostazione strategia” mostrata da Draghi anche con questa nomina ha un qualcosa di inquietante.
O siamo noi che la pensiamo male?
Fonte
Da adesso sarà il generale Francesco Paolo Figliuolo il nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid al posto di Domenico Arcuri.
È stato direttamente il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, a nominare il Generale di Corpo d’Armata come Commissario all’emergenza rimuovendo e ringraziando Arcuri a nome del Governo “per l’impegno e lo spirito di dedizione con cui ha svolto il compito a lui affidato in un momento di particolare emergenza per il Paese”.
Questa nomina fa seguito, e “completa”, quella di Fabrizio Curcio – considerato uomo di fiducia dell’ex capo della polizia Gabrielli, alla guida della Protezione Civile, al posto di Angelo Borrelli.
Così dopo aver messo “uno del mestiere” come Gabrielli alla funzione di controllo di Palazzo Chigi sui servizi segreti (funzione per consuetudine istituzionale riservata ad un civile cioè alla politica, ndr), adesso Draghi ha piazzato un militare come commissario straordinario all’emergenza sanitaria.
Il Generale Francesco Paolo Figliuolo, ha ricoperto numerosi incarichi nell’Esercito, sia a livello di interforze sia a livello internazionale. In questo secondo ambito è stato Comandante del Contingente militare italiano in Afghanistan, nell’ambito dell’operazione ISAF/Nato e Comandante delle Forze NATO in Kosovo (settembre 2014 – agosto 2015).
Insomma un alto ufficiale con il pedigree perfetto per rappresentare l’atlantismo rivendicato da Draghi nel suo discorso di insediamento.
Inoltre ha ricoperto anche l’incarico di Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal 7 novembre 2018 è il Comandante Logistico dell’Esercito. Quest’ultimo incarico sembra essere quello che ha spianato la sua nomina a commissario straordinario.
Tale decisione sembra rispondere ai desiderata manifestati anche da alcuni ambienti finanziari – ben linkati con Draghi – che in questi giorni hanno invocato la militarizzazione per far fronte alla pandemia di Covid. “Il Paese è vittima di una direzione politica insicura, sia a livello nazionale che a livello regionale, quando sarebbe necessaria una sorta di “militarizzazione civile” degli italiani, dando a tutti un quadro semplice, comprensibile di cosa non si deve fare”, ha scritto ad esempio il quotidiano MilanoFinanza.
In realtà il giornale della finanza milanese aveva in mente un esperto di malattie infettive, magari con pieni poteri, ma quando evochi la militarizzazione non puoi sorprenderti se poi ti arriva proprio un militare nella cabina di regia.
Questo scenario era stato ben intuito da un osservatore attento come Antonio Mazzeo, le cui considerazioni in merito abbiamo recentemente pubblicato anche sulle pagine del nostro giornale.
Adesso la cabina di comando sulla pandemia non è più nella mani del “manager” dall’eloquenza lenta come Arcuri, ma di un generale con esperienza di guerra (Afghanistan), di conflitti a bassa intensità (Kosovo) ma anche di comando logistico dell’Esercito.
Non è comunque affatto detto che un generale sappia funzionare meglio di un civile. Soprattutto in materia di sanità un po’ tutti ricordano la figura barbina fatta dall’ex generale dei carabinieri Cotticelli nominato commissario straordinario della sanità in Calabria, uno che neanche sapeva di essere il responsabile del piano pandemico in quella regione.
Eravamo poi rimasti con la convinzione che, in alcune occasioni (ma solo in alcune occasioni), il “rosso vincesse sull’esperto”, ossia che la guida politica fosse in grado di padroneggiare la “competenza tecnica”. Ma ora ci troviamo di fronte ad un serio cambio di paradigma: lì dove ci si aspettava la nomina di un competente vero (cioè un sanitario con esperienza di pandemie) è stato invece nominato un generale.
Neanche negli Stati Uniti, ai vertici della FEMA – che è una organizzazione che dispone di pieni poteri durante le emergenze – è mai stato nominato un militare.
Non abbiamo ancora visto all’opera il Gen. Figliuolo sull’emergenza pandemica, per cui è prematuro giudicarlo sui fatti. Diciamo però che dopo la nomina del dott. Gabrielli alla delega sui servizi segreti, l'”impostazione strategia” mostrata da Draghi anche con questa nomina ha un qualcosa di inquietante.
O siamo noi che la pensiamo male?
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22/05/2020
Italia - Morti per coronavirus, i conti non tornano. Lo denuncia l’Inps
Mancherebbero quasi 20mila vittime del coronavirus nel conteggio “ufficioso” redatto in base ai numeri forniti dalla Protezione Civile.
La segnalazione arriva dall’analisi della mortalità nel periodo di epidemia da Covid-19 redatta dall’Inps, che spiega: “La quantificazione dei decessi per coronavirus, condotta utilizzando il numero di pazienti deceduti positivi fornito su base giornaliera dal dipartimento della Protezione Civile, è considerata poco attendibile, in quanto influenzata non solo dalla modalità di classificazione della causa di morte, ma anche dall’esecuzione di un test di positività al virus”.
Inoltre, “anche il luogo in cui avviene il decesso è rilevante poiché, mentre è molto probabile che il test venga effettuato in ambito ospedaliero, è molto difficile che questo venga effettuato se il decesso avviene in casa”.
L’Inps fa ‘parlare’ i numeri secondo cui nel periodo dal 1° marzo al 30 aprile 2020 si è registrato un aumento di 46.909 decessi rispetto ai 109.520 attesi. Il numero di morti dichiarate come Covid-19 nello stesso periodo è stato però di 27.938.
Sorge dunque la legittima domanda su quali siano i motivi di un ulteriore aumento di decessi nel nostro paese per una cifra di 18.971 persone, di cui ben 18.412 tutti al Nord.
Nelle previsioni le stime erano che nel 2020, tra gennaio e febbraio, avrebbe dovuto essere un anno con una mortalità inferiore a quella attesa, considerando la media tracciata dalla ‘baseline’ statistica: -8% in media, -7% per gli uomini e -9% per le donne, di cui -9% al Nord, -9% al Centro e -7% al Sud.
Quanto alle classi d’età, la diminuzione più forte si era registrata fra 0 e 49 anni (-13%), poi 60-69 anni (-12%), 70-79 anni (-10%), 80-89 anni (-9%), 50-59 anni e da 90 anni in su (-4%). Per quanto riguarda i territori, la diminuzione della mortalità era segnalata in tutte le oltre cento province italiane, tranne tre: Teramo, Matera e Vibo Valentia; mentre si indicava come ancora più accentuata la discesa in Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Molise, Sicilia.
“L’andamento dei decessi, nel periodo considerato, è stato condizionato sia dall’epidemia che dalle conseguenze del lockdown – sottolinea l’Inps – sia in negativo, ad esempio per le persone morte per altre malattie perché non sono riuscite a trovare un letto d’ospedale o perché non vi si sono recate per paura del contagio; sia in positivo, pensando alla riduzione delle vittime della strada o degli infortuni sul lavoro per lo smartworking e il blocco dell’Italia”.
In ogni caso, “per comprendere al meglio le vere conseguenze dell’epidemia – avverte l’Inps – si dovrà aspettare di debellare completamente il virus, il che avverrà presumibilmente tramite un vaccino o una terapia antivirale efficace”.
Infine si esprime anche un giudizio di merito sul come le Regioni hanno gestito l’emergenza coronavirus: “Il Veneto, nonostante abbia avuto a febbraio un focolaio di epidemia da coronavirus come in Lombardia, ha saputo contenere la propagazione grazie a un approccio sanitario diverso rispetto a quello lombardo”, sottolinea la nota dell’Inps.
Fonte
La segnalazione arriva dall’analisi della mortalità nel periodo di epidemia da Covid-19 redatta dall’Inps, che spiega: “La quantificazione dei decessi per coronavirus, condotta utilizzando il numero di pazienti deceduti positivi fornito su base giornaliera dal dipartimento della Protezione Civile, è considerata poco attendibile, in quanto influenzata non solo dalla modalità di classificazione della causa di morte, ma anche dall’esecuzione di un test di positività al virus”.
Inoltre, “anche il luogo in cui avviene il decesso è rilevante poiché, mentre è molto probabile che il test venga effettuato in ambito ospedaliero, è molto difficile che questo venga effettuato se il decesso avviene in casa”.
L’Inps fa ‘parlare’ i numeri secondo cui nel periodo dal 1° marzo al 30 aprile 2020 si è registrato un aumento di 46.909 decessi rispetto ai 109.520 attesi. Il numero di morti dichiarate come Covid-19 nello stesso periodo è stato però di 27.938.
Sorge dunque la legittima domanda su quali siano i motivi di un ulteriore aumento di decessi nel nostro paese per una cifra di 18.971 persone, di cui ben 18.412 tutti al Nord.
Nelle previsioni le stime erano che nel 2020, tra gennaio e febbraio, avrebbe dovuto essere un anno con una mortalità inferiore a quella attesa, considerando la media tracciata dalla ‘baseline’ statistica: -8% in media, -7% per gli uomini e -9% per le donne, di cui -9% al Nord, -9% al Centro e -7% al Sud.
Quanto alle classi d’età, la diminuzione più forte si era registrata fra 0 e 49 anni (-13%), poi 60-69 anni (-12%), 70-79 anni (-10%), 80-89 anni (-9%), 50-59 anni e da 90 anni in su (-4%). Per quanto riguarda i territori, la diminuzione della mortalità era segnalata in tutte le oltre cento province italiane, tranne tre: Teramo, Matera e Vibo Valentia; mentre si indicava come ancora più accentuata la discesa in Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Molise, Sicilia.
“L’andamento dei decessi, nel periodo considerato, è stato condizionato sia dall’epidemia che dalle conseguenze del lockdown – sottolinea l’Inps – sia in negativo, ad esempio per le persone morte per altre malattie perché non sono riuscite a trovare un letto d’ospedale o perché non vi si sono recate per paura del contagio; sia in positivo, pensando alla riduzione delle vittime della strada o degli infortuni sul lavoro per lo smartworking e il blocco dell’Italia”.
In ogni caso, “per comprendere al meglio le vere conseguenze dell’epidemia – avverte l’Inps – si dovrà aspettare di debellare completamente il virus, il che avverrà presumibilmente tramite un vaccino o una terapia antivirale efficace”.
Infine si esprime anche un giudizio di merito sul come le Regioni hanno gestito l’emergenza coronavirus: “Il Veneto, nonostante abbia avuto a febbraio un focolaio di epidemia da coronavirus come in Lombardia, ha saputo contenere la propagazione grazie a un approccio sanitario diverso rispetto a quello lombardo”, sottolinea la nota dell’Inps.
Fonte
17/05/2020
Una ministra che non cambia idea… o forse sì
Dopo la conferenza stampa di sabato mattina, 16 maggio, mi sono chiesto se fosse il caso di scrivere un articolo, visto che la notizia sembrava non esserci. Infatti, la ministra Azzolina ha dichiarato di “non avere cambiato idea” rispetto alle sue precedenti prese di posizione, in particolare sugli esami di maturità in presenza.
Invece, qualche notizia c’è. La più importante, anche se sottotraccia, è il totale rientro della ministra nel perimetro della legge 107, la cosiddetta “buona scuola” di Renzi-Giannini.
Nella sua conferenza stampa la ministra Azzolina ha più volte citato la legge 107, sia a proposito dell’importanza che nel colloquio per la maturità siano valorizzati i “Percorsi trasversali per le competenze e l’orientamento” – già detti scuola-lavoro – sia per la valutazione nella scuola primaria.
Tutto ciò dall’esponente di un partito che un paio d’anni fa aveva battuto l’Italia chiedendo voti per l’abolizione della legge 107, la cosiddetta “Buona scuola” (e per la verità anche del jobs act).
Sulla questione della valutazione di fine anno nella scuola primaria si è espresso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) chiedendo che a fine anno si derogasse dall’uso dei voti numerici: “Relativamente alla valutazione degli alunni della scuola primaria, tenuto conto che la situazione emergenziale ha particolarmente penalizzato l’apprendimento degli alunni per i quali l’interazione in presenza con i docenti di classe costituisce un elemento determinante nei processi di apprendimento, in misura maggiore di quanto non lo sia negli altri gradi di scuola, si ritiene che nell’ordinanza possa essere previsto che la valutazione finale degli apprendimenti sia espressa attraverso un giudizio riportato nel documento di valutazione, tenuto conto della possibilità di derogare all’art, 2, comma 2, del d.lvo 62/2017 che dispone nel primo ciclo l’attribuzione della votazione espressa in decimi”.
Fatto salvo che la valutazione numerica nella scuola dell’obbligo è comunque contestata da molti insegnanti, tanto che il Movimento di Cooperazione Educativa ha chiesto da anni la sua abolizione almeno per il settore primario, il parere del CSPI appare, in una situazione d’emergenza, ancor più ragionevole.
A una domanda posta da una giornalista, la ministra ha però risposto evasivamente, dicendo che si tratta di decisioni da meditare, da non prendere affrettatamente, facendo riferimento proprio alle legge 107.
La ministra Azzolina dimostra un’affezione particolare per la valutazione, vera ossessione della scuola-azienda e mentre dichiara che “non si deve lasciare indietro nessuno”, afferma che le insufficienze nella valutazione di fine anno ci saranno e dovranno essere recuperate il prossimo anno.
È evidente che il prossimo anno si dovranno fare attività di recupero, ma per tutti, poiché una scuola vera, da fine febbraio, non c’è stata, e la didattica a distanza è stata penalizzante per qualunque allievo, anche se soprattutto per quelli economicamente, socialmente e psicologicamente svantaggiati. Mi chiedo come si possa quindi pensare a valutazioni con insufficienze.
Quanto a come la ripresa di settembre potrà essere effettuata, la ministra è nella nebbia totale, cosa spiegabile con l’incapacità di tutto il governo, nel suo complesso, di dominare la situazione sanitaria.
Tuttavia è grave che la ministra dichiari che molte delle decisioni saranno decentrate e lasciate addirittura ai singoli istituti “in rispetto dell’autonomia”, anche avvalendosi della collaborazione degli stakeholder (?).
Nella pratica, questo significa scaricare sui singoli dirigenti scolastici responsabilità enormi senza dare loro indicazioni chiare e definite.
Infine, è stata piuttosto grottesca la presenza, a fianco della ministra, del dott. Miozzo, membro del Comitato tecnico scientifico del Ministero. Il dott. Miozzo, ovviamente non in giacca e cravatta ma in sobria felpa, come tutti i funzionari della Protezione Civile, a significare che saltano su e giù dagli elicotteri per salvarci (magari lo facessero davvero), ha rassicurato tutti dicendo che la maturità si svolgerà in sicurezza, che gli studenti saranno accompagnati da casa a scuola, che potranno presentarsi anche con una mascherina “fatta in casa” (quindi, ci dicono i medici, del tutto inutile).
Ma da chi saranno accompagnati non si sa. Il tutto per “salvare un momento indimenticabile della loro vita”, cioè la maturità. Fatta con le mascherine, seguendo percorsi tracciati in scuole semideserte, con il rischio del contagio, senza avere accanto i propri compagni. Sarà di certo un momento indimenticabile, ma in negativo. Quindi sarebbe stato forse meglio trovare soluzioni egualmente frustanti per i giovani maturandi ma almeno più sicure.
Naturalmente, nemmeno una parola per gli insegnanti e il personale scolastico non docente, tra cui molti anziani, che dovranno esporsi al rischio di contagio in questi esami comunque improbabili.
Fonte
Invece, qualche notizia c’è. La più importante, anche se sottotraccia, è il totale rientro della ministra nel perimetro della legge 107, la cosiddetta “buona scuola” di Renzi-Giannini.
Nella sua conferenza stampa la ministra Azzolina ha più volte citato la legge 107, sia a proposito dell’importanza che nel colloquio per la maturità siano valorizzati i “Percorsi trasversali per le competenze e l’orientamento” – già detti scuola-lavoro – sia per la valutazione nella scuola primaria.
Tutto ciò dall’esponente di un partito che un paio d’anni fa aveva battuto l’Italia chiedendo voti per l’abolizione della legge 107, la cosiddetta “Buona scuola” (e per la verità anche del jobs act).
Sulla questione della valutazione di fine anno nella scuola primaria si è espresso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) chiedendo che a fine anno si derogasse dall’uso dei voti numerici: “Relativamente alla valutazione degli alunni della scuola primaria, tenuto conto che la situazione emergenziale ha particolarmente penalizzato l’apprendimento degli alunni per i quali l’interazione in presenza con i docenti di classe costituisce un elemento determinante nei processi di apprendimento, in misura maggiore di quanto non lo sia negli altri gradi di scuola, si ritiene che nell’ordinanza possa essere previsto che la valutazione finale degli apprendimenti sia espressa attraverso un giudizio riportato nel documento di valutazione, tenuto conto della possibilità di derogare all’art, 2, comma 2, del d.lvo 62/2017 che dispone nel primo ciclo l’attribuzione della votazione espressa in decimi”.
Fatto salvo che la valutazione numerica nella scuola dell’obbligo è comunque contestata da molti insegnanti, tanto che il Movimento di Cooperazione Educativa ha chiesto da anni la sua abolizione almeno per il settore primario, il parere del CSPI appare, in una situazione d’emergenza, ancor più ragionevole.
A una domanda posta da una giornalista, la ministra ha però risposto evasivamente, dicendo che si tratta di decisioni da meditare, da non prendere affrettatamente, facendo riferimento proprio alle legge 107.
La ministra Azzolina dimostra un’affezione particolare per la valutazione, vera ossessione della scuola-azienda e mentre dichiara che “non si deve lasciare indietro nessuno”, afferma che le insufficienze nella valutazione di fine anno ci saranno e dovranno essere recuperate il prossimo anno.
È evidente che il prossimo anno si dovranno fare attività di recupero, ma per tutti, poiché una scuola vera, da fine febbraio, non c’è stata, e la didattica a distanza è stata penalizzante per qualunque allievo, anche se soprattutto per quelli economicamente, socialmente e psicologicamente svantaggiati. Mi chiedo come si possa quindi pensare a valutazioni con insufficienze.
Quanto a come la ripresa di settembre potrà essere effettuata, la ministra è nella nebbia totale, cosa spiegabile con l’incapacità di tutto il governo, nel suo complesso, di dominare la situazione sanitaria.
Tuttavia è grave che la ministra dichiari che molte delle decisioni saranno decentrate e lasciate addirittura ai singoli istituti “in rispetto dell’autonomia”, anche avvalendosi della collaborazione degli stakeholder (?).
Nella pratica, questo significa scaricare sui singoli dirigenti scolastici responsabilità enormi senza dare loro indicazioni chiare e definite.
Infine, è stata piuttosto grottesca la presenza, a fianco della ministra, del dott. Miozzo, membro del Comitato tecnico scientifico del Ministero. Il dott. Miozzo, ovviamente non in giacca e cravatta ma in sobria felpa, come tutti i funzionari della Protezione Civile, a significare che saltano su e giù dagli elicotteri per salvarci (magari lo facessero davvero), ha rassicurato tutti dicendo che la maturità si svolgerà in sicurezza, che gli studenti saranno accompagnati da casa a scuola, che potranno presentarsi anche con una mascherina “fatta in casa” (quindi, ci dicono i medici, del tutto inutile).
Ma da chi saranno accompagnati non si sa. Il tutto per “salvare un momento indimenticabile della loro vita”, cioè la maturità. Fatta con le mascherine, seguendo percorsi tracciati in scuole semideserte, con il rischio del contagio, senza avere accanto i propri compagni. Sarà di certo un momento indimenticabile, ma in negativo. Quindi sarebbe stato forse meglio trovare soluzioni egualmente frustanti per i giovani maturandi ma almeno più sicure.
Naturalmente, nemmeno una parola per gli insegnanti e il personale scolastico non docente, tra cui molti anziani, che dovranno esporsi al rischio di contagio in questi esami comunque improbabili.
Fonte
14/05/2020
16/03/2020
Vi ricordate Bertolaso?
Mentre gli italiani, segregati in casa, trattengono il fiato leggendo i numeri dei nuovi contagi, il presidente lombardo Fontana e il suo assessore al welfare Gallera continuano a prendersi a sputi e pernacchi con la Protezione civile. L’ultima polemica in ordine di tempo è quella sulle mascherine giunte in Lombardia che sarebbero “carta igienica” secondo Gallera.
La protezione civile s’arrabbia e risponde che ci sono diversi tipi di mascherine, con diversi gradi di protezione e che le ultime inviate sono per i compiti meno pericolosi. Ma nessuno dice che le mascherine, di tutti i tipi, non si trovano perché le produzione è stata abbandonata in Italia in quanto poco redditizia.
Tuttavia, la polemica più importante riguarda la costruzione del nuovo ospedale per i degenti da Covid-19 decisa autonomamente dalla Regione Lombardia. Tale decisione, difficile da tramutare in pratica, ha un chiaro senso politico. La giunta di destra della Lombardia è una delle fautrici, con Veneto ed Emilia Romagna, dell’autonomia regionale differenziata, proposta di cui, in questi giorni, di fronte alle difficoltà delle sanità regionalizzate, appare tutta la follia.
Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni. Dapprima la Protezione civile si dice pronta a sostenere il progetto, poi si tira indietro sostenendo che la struttura, prevista all’interno della vecchia Fiera di Milano, si può realizzare, ma che non sono reperibili sul mercato attrezzature e arredi, quindi al momento sarebbe un contenitore inutile.
Fontana risponde che allora la Regione farà da sé, trovando tutto quanto serve sui “mercati europei”, ignoriamo con quali fondi e presso quali paesi, visto che in UE non si trovano paesi disposti ad aiutarci, nemmeno a pagamento, tra l’altro preoccupati come sono dalle loro emergenze.
Di fronte a tutte queste difficoltà, Fontana ha allora il colpo di genio: ci vuole un consigliere di ferro, un uomo rotto a tutte le esperienze, e a trovarlo lo aiuta Berlusconi, con una semplice telefonata dalla Costa Azzurra, dove ha “rifugiato i suoi polmoni” nella tenuta della figlia, però tenendo “il cuore a Milano”.
Il consiglio Di Berlusconi è chiaro e forte: l’uomo giusto per tutte le emergenze è Guido Bertolaso, giunto alla Protezione civile con Prodi ma poi per molti anni fedelissimo di Berlusconi che lo avrebbe voluto anche candidato a sindaco di Roma se i sondaggi preelettorali non lo avessero relegato a percentuali irrisorie. Bertolaso ha gestito molte emergenze italiane, dai terremoti ai mondiali di ciclismo (!), ma è rimasto famoso soprattutto per la ricostruzione (mancata) in Abruzzo e per la vicenda dei rifiuti in Campania.
In Abruzzo fu la mano esecutiva della tragedia delle New Town e della desertificazione del centro storico dell’Aquila, mentre in Campania si rese noto per voler aprire una discarica a ridosso di un’oasi del WWF. Tutti gli interventi di Bertolaso sono stati caratterizzati da polemiche e strascichi giudiziari che hanno dimostrato la sua grande impronta mediatica quanto la sua subordinazione alla politica e agli affari e l’incapacità nella scelta e direzione dei collaboratori.
Si ricordi a questo proposito il coup de théâtre del trasferimento del G8 dalla Maddalena alla caserma di Coppito. Anche la decisione di Fontana di nominarlo suo consigliere risponde evidentemente a una logica spettacolare, giocata soprattutto in funzione antigovernativa e di rivendicazione autonomistica. Non dimentichiamo che il centro destra aveva candidato Bertolaso a commissario nazionale per l’emergenza Covid-19, ma il governo ha poi deciso di scegliere Arcuri. Quindi perché non riciclare Bertolaso come consigliere di Fontana, anche se ciò ha un significato solo per il teatrino della politica?
Impossibile sapere al momento cosa farà Bertolaso, ma alcune indiscrezioni stanno già circolando. Il progetto potrebbe essere proprio quello di realizzare autonomamente l’ospedale alla Fiera, ma circola anche l’ipotesi di un nosocomio provvisorio in una tensostruttura sull’area del campo sportivo dell’Ospedale-Università (privata) San Raffaele. Ciò utilizzando i fondi, sembra 3,8 milioni di euro, raccolti con la sottoscrizione promossa dalla coppia Ferragni-Fedez.
Tali fondi saranno destinati per la quasi totalità a potenziare il reparto di terapia intensiva del San Raffaele, ospedale privato in passato al centro di scandali e malaffare che ha costruito la sua notorietà sull’essere il luogo di cura preferito prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, il cui medico personale, dott. Zangrillo, è primario della terapia intensiva dello stesso nosocomio. Di quella sottoscrizione tanto mediatizzata, solo alcune minuscole briciole saranno destinate agli ospedali pubblici, che hanno retto in solitudine l’impatto iniziale dell’epidemia e che ancora oggi sono la colonna vertebrale della lotta al Covid-19.
Come si può concludere, una vicenda che ripercorre strade privatistiche dimostratesi fallimentari e, in questo caso, propone anche progetti di difficile realizzazione, solo per evitare di adottare la soluzione più semplice che la Regione (ma anche il governo) avrebbe potuto attuare: la requisizione immediata delle strutture della sanità privata, che in gran parte, tra l’altro, sono parte del sistema sanitario come enti convenzionati e che solo grazie ai suoi finanziamenti possono esistere.
Non si vuole quindi intaccare un sistema sbagliato, nemmeno di fronte alla dimostrazione che sono le strutture pubbliche le uniche a volere e sapere reagire effettivamente alla pandemia, anche se esauste dai tagli di strutture e attrezzature e dalle riduzioni di personale imposti negli ultimi decenni dai governi di tutti gli orientamenti politici, soprattutto in ossequio alle politiche di austerità dell’Unione Europea.
Peraltro, le attuali polemiche politiche tra Regione Lombardia e Protezione civile non toccano mai una questione generale che ci pare invece importante, che riguarda chi dovrebbe gestire la crisi Covid-19. Infatti, siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, non a un terremoto o a un’alluvione e di conseguenza deputato alla sua gestione dovrebbe essere il Ministero della Salute (e non più della Sanità, le parole ahimè hanno un senso...) e non la protezione civile.
Se si ricorre alla Protezione Civile è solo perché si è ridotto allo stremo la sanità pubblica.
Fonte
La protezione civile s’arrabbia e risponde che ci sono diversi tipi di mascherine, con diversi gradi di protezione e che le ultime inviate sono per i compiti meno pericolosi. Ma nessuno dice che le mascherine, di tutti i tipi, non si trovano perché le produzione è stata abbandonata in Italia in quanto poco redditizia.
Tuttavia, la polemica più importante riguarda la costruzione del nuovo ospedale per i degenti da Covid-19 decisa autonomamente dalla Regione Lombardia. Tale decisione, difficile da tramutare in pratica, ha un chiaro senso politico. La giunta di destra della Lombardia è una delle fautrici, con Veneto ed Emilia Romagna, dell’autonomia regionale differenziata, proposta di cui, in questi giorni, di fronte alle difficoltà delle sanità regionalizzate, appare tutta la follia.
Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni. Dapprima la Protezione civile si dice pronta a sostenere il progetto, poi si tira indietro sostenendo che la struttura, prevista all’interno della vecchia Fiera di Milano, si può realizzare, ma che non sono reperibili sul mercato attrezzature e arredi, quindi al momento sarebbe un contenitore inutile.
Fontana risponde che allora la Regione farà da sé, trovando tutto quanto serve sui “mercati europei”, ignoriamo con quali fondi e presso quali paesi, visto che in UE non si trovano paesi disposti ad aiutarci, nemmeno a pagamento, tra l’altro preoccupati come sono dalle loro emergenze.
Di fronte a tutte queste difficoltà, Fontana ha allora il colpo di genio: ci vuole un consigliere di ferro, un uomo rotto a tutte le esperienze, e a trovarlo lo aiuta Berlusconi, con una semplice telefonata dalla Costa Azzurra, dove ha “rifugiato i suoi polmoni” nella tenuta della figlia, però tenendo “il cuore a Milano”.
Il consiglio Di Berlusconi è chiaro e forte: l’uomo giusto per tutte le emergenze è Guido Bertolaso, giunto alla Protezione civile con Prodi ma poi per molti anni fedelissimo di Berlusconi che lo avrebbe voluto anche candidato a sindaco di Roma se i sondaggi preelettorali non lo avessero relegato a percentuali irrisorie. Bertolaso ha gestito molte emergenze italiane, dai terremoti ai mondiali di ciclismo (!), ma è rimasto famoso soprattutto per la ricostruzione (mancata) in Abruzzo e per la vicenda dei rifiuti in Campania.
In Abruzzo fu la mano esecutiva della tragedia delle New Town e della desertificazione del centro storico dell’Aquila, mentre in Campania si rese noto per voler aprire una discarica a ridosso di un’oasi del WWF. Tutti gli interventi di Bertolaso sono stati caratterizzati da polemiche e strascichi giudiziari che hanno dimostrato la sua grande impronta mediatica quanto la sua subordinazione alla politica e agli affari e l’incapacità nella scelta e direzione dei collaboratori.
Si ricordi a questo proposito il coup de théâtre del trasferimento del G8 dalla Maddalena alla caserma di Coppito. Anche la decisione di Fontana di nominarlo suo consigliere risponde evidentemente a una logica spettacolare, giocata soprattutto in funzione antigovernativa e di rivendicazione autonomistica. Non dimentichiamo che il centro destra aveva candidato Bertolaso a commissario nazionale per l’emergenza Covid-19, ma il governo ha poi deciso di scegliere Arcuri. Quindi perché non riciclare Bertolaso come consigliere di Fontana, anche se ciò ha un significato solo per il teatrino della politica?
Impossibile sapere al momento cosa farà Bertolaso, ma alcune indiscrezioni stanno già circolando. Il progetto potrebbe essere proprio quello di realizzare autonomamente l’ospedale alla Fiera, ma circola anche l’ipotesi di un nosocomio provvisorio in una tensostruttura sull’area del campo sportivo dell’Ospedale-Università (privata) San Raffaele. Ciò utilizzando i fondi, sembra 3,8 milioni di euro, raccolti con la sottoscrizione promossa dalla coppia Ferragni-Fedez.
Tali fondi saranno destinati per la quasi totalità a potenziare il reparto di terapia intensiva del San Raffaele, ospedale privato in passato al centro di scandali e malaffare che ha costruito la sua notorietà sull’essere il luogo di cura preferito prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, il cui medico personale, dott. Zangrillo, è primario della terapia intensiva dello stesso nosocomio. Di quella sottoscrizione tanto mediatizzata, solo alcune minuscole briciole saranno destinate agli ospedali pubblici, che hanno retto in solitudine l’impatto iniziale dell’epidemia e che ancora oggi sono la colonna vertebrale della lotta al Covid-19.
Come si può concludere, una vicenda che ripercorre strade privatistiche dimostratesi fallimentari e, in questo caso, propone anche progetti di difficile realizzazione, solo per evitare di adottare la soluzione più semplice che la Regione (ma anche il governo) avrebbe potuto attuare: la requisizione immediata delle strutture della sanità privata, che in gran parte, tra l’altro, sono parte del sistema sanitario come enti convenzionati e che solo grazie ai suoi finanziamenti possono esistere.
Non si vuole quindi intaccare un sistema sbagliato, nemmeno di fronte alla dimostrazione che sono le strutture pubbliche le uniche a volere e sapere reagire effettivamente alla pandemia, anche se esauste dai tagli di strutture e attrezzature e dalle riduzioni di personale imposti negli ultimi decenni dai governi di tutti gli orientamenti politici, soprattutto in ossequio alle politiche di austerità dell’Unione Europea.
Peraltro, le attuali polemiche politiche tra Regione Lombardia e Protezione civile non toccano mai una questione generale che ci pare invece importante, che riguarda chi dovrebbe gestire la crisi Covid-19. Infatti, siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, non a un terremoto o a un’alluvione e di conseguenza deputato alla sua gestione dovrebbe essere il Ministero della Salute (e non più della Sanità, le parole ahimè hanno un senso...) e non la protezione civile.
Se si ricorre alla Protezione Civile è solo perché si è ridotto allo stremo la sanità pubblica.
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24/02/2020
Veneto - Il coronavirus è una questione di salute pubblica, non di protezione civile
Fino al 21 febbraio ci si illudeva che per bloccare il coronavirus bastasse la cosiddetta “strategia di contenimento“ messa in atto dal governo il 31 gennaio con la sospensione di tutti i voli da e per la Cina e il monitoraggio dei passeggeri arrivati in Italia con i voli internazionali.
Fino al 21 febbraio sembrava che gli unici contagiati dal coronavirus in Italia fossero due turisti cinesi ricoverati il 30 gennaio allo Spallanzani e un italiano rimpatriato dalla Cina e risultato positivo al virus durante la quarantena alla Cecchignola.
Nel frattempo il virus aveva raggiunto decine di altri Paesi, tra cui la Francia, la Germania, gli USA.
Il fatto che in Italia non se ne fosse trovata traccia sembrava dar ragione alla strategia del governo Conte.
Il queste tre settimane nessuno ha sollevato dubbi sulla dichiarazione del presidente del consiglio che rassicurava «sul fatto che la situazione è sotto controllo e che le misure assunte sono di carattere precauzionale e collocano l’Italia al più alto livello di cautela sul piano internazionale.»
Purtroppo c’era una spiegazione differente: in Italia in questi 20 giorni non risultavano contagi semplicemente perché nessuno li cercava davvero.
Più che il coronavirus si cercavano i cinesi o comunque persone che provenissero dalla Cina.
Tant’è che nello stessa ordinanza del Ministro della Salute, redatta d’intesa con Zaia nella giornata di ieri 22 febbraio si invita la popolazione di Mira, paese del veneziano in cui c’è stato un caso di contagio, a “Contattare il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni”. All’indomani della scoperta del “focolaio veneto” si continua a sostenere che avere i sintomi non è di per sé preoccupante se non si è appena tornati dalla Cina.
Il caso dell’ospedale di Schiavonia della ULSS 6 Euganea (Padova) è paradigmatico: due anziani ricoverati da dieci giorni con tutti i sintomi del coronavirus vengono spostati tra i vari reparti, ma nessuno li sottopone ai test fino a quando due giorni fa non esce sui giornali la notizia dei primi casi in Lombardia.
Solo allora ci si preoccupa di questi due pazienti affetti da questa influenza così resistente alla normali cure. Si fanno i test e si scopre che c’è un focolaio di coronavirus anche in Veneto. Ma è troppo tardi. In primo luogo per uno dei due pazienti, che muore nel giro di poche ore.
Ma anche perché per quanto Schiavonia sia un piccolo ospedale comunque ha 150 posti letto e 300 operatori tra medici e infermieri. Quindi almeno 450 persone che possono essere venute in contatto con il virus a cui vanno aggiunti i familiari dei pazienti e quelli degli operatori.
Servirebbero centinaia di test, ma il personale dei laboratori è stato ridotto all’osso da decenni di tagli e di privatizzazioni.
Servirebbe anche un ospedale in cui trasferire tutti i pazienti, dal momento che la stessa ordinanza del ministero della salute e del governatore Zaia, decreta la chiusura temporanea di Schiavonia; ma in questi anni sono tantissimi gli ospedali che sono stati chiusi.
Non si sa se la tendopoli, costruita dalla Protezione civile di fronte all’ospedale, possa essere davvero l’alternativa.
Ma è appunto questo il problema di questa epidemia.
Si dice che alla fine dei conti si tratta solo di una influenza, ma da molti anni il servizio sanitario nazionale non deve fare i conti con le migliaia di ricoveri di una epidemia di influenza, perché la maggior parte delle persone si vaccinano, e lo fanno soprattutto quelle a rischio, quelle che in caso di malattia potrebbero avere complicazioni e necessitare di un ricovero.
Ma nel caso del coronavirus, in assenza di una cura che non è ancora stata trovata – non esiste neanche per la normale influenza – un’epidemia significa migliaia, decine di migliaia di persone, che necessitano di ricovero in posti letto che al momento non esistono più.
L’impressione, però, è che non ci sia alcun ragionamento serio in merito. Anche oggi l’emergenza coronavirus viene affrontata come si affronta un terremoto: si allerta la protezione civile, si costruiscono tendopoli. Ma questa è anche e soprattutto una emergenza sanitaria e come tale andrebbe affrontata.
Se poi questo costringe a rivedere la logica dei tagli e delle privatizzazioni, tanto meglio per tutti.
Fonte
Fino al 21 febbraio sembrava che gli unici contagiati dal coronavirus in Italia fossero due turisti cinesi ricoverati il 30 gennaio allo Spallanzani e un italiano rimpatriato dalla Cina e risultato positivo al virus durante la quarantena alla Cecchignola.
Nel frattempo il virus aveva raggiunto decine di altri Paesi, tra cui la Francia, la Germania, gli USA.
Il fatto che in Italia non se ne fosse trovata traccia sembrava dar ragione alla strategia del governo Conte.
Il queste tre settimane nessuno ha sollevato dubbi sulla dichiarazione del presidente del consiglio che rassicurava «sul fatto che la situazione è sotto controllo e che le misure assunte sono di carattere precauzionale e collocano l’Italia al più alto livello di cautela sul piano internazionale.»
Purtroppo c’era una spiegazione differente: in Italia in questi 20 giorni non risultavano contagi semplicemente perché nessuno li cercava davvero.
Più che il coronavirus si cercavano i cinesi o comunque persone che provenissero dalla Cina.
Tant’è che nello stessa ordinanza del Ministro della Salute, redatta d’intesa con Zaia nella giornata di ieri 22 febbraio si invita la popolazione di Mira, paese del veneziano in cui c’è stato un caso di contagio, a “Contattare il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni”. All’indomani della scoperta del “focolaio veneto” si continua a sostenere che avere i sintomi non è di per sé preoccupante se non si è appena tornati dalla Cina.
Il caso dell’ospedale di Schiavonia della ULSS 6 Euganea (Padova) è paradigmatico: due anziani ricoverati da dieci giorni con tutti i sintomi del coronavirus vengono spostati tra i vari reparti, ma nessuno li sottopone ai test fino a quando due giorni fa non esce sui giornali la notizia dei primi casi in Lombardia.
Solo allora ci si preoccupa di questi due pazienti affetti da questa influenza così resistente alla normali cure. Si fanno i test e si scopre che c’è un focolaio di coronavirus anche in Veneto. Ma è troppo tardi. In primo luogo per uno dei due pazienti, che muore nel giro di poche ore.
Ma anche perché per quanto Schiavonia sia un piccolo ospedale comunque ha 150 posti letto e 300 operatori tra medici e infermieri. Quindi almeno 450 persone che possono essere venute in contatto con il virus a cui vanno aggiunti i familiari dei pazienti e quelli degli operatori.
Servirebbero centinaia di test, ma il personale dei laboratori è stato ridotto all’osso da decenni di tagli e di privatizzazioni.
Servirebbe anche un ospedale in cui trasferire tutti i pazienti, dal momento che la stessa ordinanza del ministero della salute e del governatore Zaia, decreta la chiusura temporanea di Schiavonia; ma in questi anni sono tantissimi gli ospedali che sono stati chiusi.
Non si sa se la tendopoli, costruita dalla Protezione civile di fronte all’ospedale, possa essere davvero l’alternativa.
Ma è appunto questo il problema di questa epidemia.
Si dice che alla fine dei conti si tratta solo di una influenza, ma da molti anni il servizio sanitario nazionale non deve fare i conti con le migliaia di ricoveri di una epidemia di influenza, perché la maggior parte delle persone si vaccinano, e lo fanno soprattutto quelle a rischio, quelle che in caso di malattia potrebbero avere complicazioni e necessitare di un ricovero.
Ma nel caso del coronavirus, in assenza di una cura che non è ancora stata trovata – non esiste neanche per la normale influenza – un’epidemia significa migliaia, decine di migliaia di persone, che necessitano di ricovero in posti letto che al momento non esistono più.
L’impressione, però, è che non ci sia alcun ragionamento serio in merito. Anche oggi l’emergenza coronavirus viene affrontata come si affronta un terremoto: si allerta la protezione civile, si costruiscono tendopoli. Ma questa è anche e soprattutto una emergenza sanitaria e come tale andrebbe affrontata.
Se poi questo costringe a rivedere la logica dei tagli e delle privatizzazioni, tanto meglio per tutti.
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31/08/2017
Incendi. I danni della riforma Madia e il gioco delle tre carte
Appena insediato sul trono del Dipartimento di Protezione civile, Angelo Borrelli, laureato in Economia e Commercio, revisore contabile e dottore commercialista, sigla un accordo con il generalissimo Tullio Del Sette mentre i vertici del Dipartimento dei Vigili del fuoco, del soccorso tecnico e della difesa civile sicuramente giocavano con il loro nuovo aquilone.
“Gli ex Forestali torneranno in campo”, ecco l’affermazione del generalissimo che di fatto smentisce quanto contenuto nella riforma Madia, cioè la soppressione del Corpo Forestale e l’assorbimento del grosso tra le fila dell’Arma. Ormai è un dato di fatto: gli incendi verranno arrestati. E se anche esiste un legge, la n°225/92, ai vigili del fuoco spettano le briciole.
È il Morrone che imperterrito brucia da 12 giorni 12 a far dire al procuratore di Sulmona, Giuseppe Bellelli, che è tutto colpa dell’impoverimento dell’azione di protezione civile causato da una riforma che ha tolto dal campo i maggiori esperti della montagna, dei sentieri e delle tecniche di spegnimento in quota. Povera ministra Madia sono tutti contro di lei.
Per fortuna a salvare la Marianna nazionale rimane il protocollo firmato il 9 aprile del 2014 che, con il bacetto in fronte di tutti i sindacati di categoria ad esclusione della sola USB, imbriglia il corpo nazionale dei vigili del fuoco e ci fa diventare il fanalino di coda del soccorso. Con grande merito del nostro sottosegretario di stato, Giampiero Bocci, che malgrado terremoti, incendi e catastrofi di ogni genere si nasconde dietro un silenzio assordante. Per lui il corpo nazionale è solo Umbria.
E mentre i protocolli si firmano arriva il grido di incomprensione degli ex forestali transitati nei vigili del fuoco i quali si ritrovano ad essere dimenticati da tutto e tutti.
Un paio di evidenze, tra le tante: a inizio giugno, l’allora capo della Protezione civile nazionale Fabrizio Curcio denunciava che alcune Regioni – l’Abruzzo oltre a Basilicata, Molise, Marche e Umbria – avevano dichiarato di non avere a disposizione alcun mezzo aereo per intervenire in caso d’incendi boschivi impegnativi. E il governatore Luciano D’Alfonso dichiarava però che non era affatto vero che la Regione non si era attivata per prevenire gli incendi e spiegava che “fin dai primi giorni di maggio” era stato istituito un “tavolo tecnico con i Vigili del Fuoco; nei prossimi giorni sarà firmata la convenzione definitiva, così da garantire il servizio a partire dal 1° di luglio”. Evidentemente qualcosa non ha funzionato.
La verità: la regione Abruzzo è in forte ritardo nel varare il piano antincendio boschivo (L. 353/2000) di tutte le sue aree protette. E il Morrone checchè ne dicano brucia ed ad appiccare i focolai è proprio la riforma Madia che si è rivelata una vera e propria sciagura, in particolare per la decisione di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato in nome di una semplificazione che, tuttavia, come già accaduto con le Province, non ha tenuto in alcun conto le prevedibili complicazioni che si sarebbero verificate. Oppure era tutto preventivato?
Le teorie complottiste, a noi di USB, non piacciono ma è pur vero che i fatti parlano da sé. Vesuvio docet.
Fonte
“Gli ex Forestali torneranno in campo”, ecco l’affermazione del generalissimo che di fatto smentisce quanto contenuto nella riforma Madia, cioè la soppressione del Corpo Forestale e l’assorbimento del grosso tra le fila dell’Arma. Ormai è un dato di fatto: gli incendi verranno arrestati. E se anche esiste un legge, la n°225/92, ai vigili del fuoco spettano le briciole.
È il Morrone che imperterrito brucia da 12 giorni 12 a far dire al procuratore di Sulmona, Giuseppe Bellelli, che è tutto colpa dell’impoverimento dell’azione di protezione civile causato da una riforma che ha tolto dal campo i maggiori esperti della montagna, dei sentieri e delle tecniche di spegnimento in quota. Povera ministra Madia sono tutti contro di lei.
Per fortuna a salvare la Marianna nazionale rimane il protocollo firmato il 9 aprile del 2014 che, con il bacetto in fronte di tutti i sindacati di categoria ad esclusione della sola USB, imbriglia il corpo nazionale dei vigili del fuoco e ci fa diventare il fanalino di coda del soccorso. Con grande merito del nostro sottosegretario di stato, Giampiero Bocci, che malgrado terremoti, incendi e catastrofi di ogni genere si nasconde dietro un silenzio assordante. Per lui il corpo nazionale è solo Umbria.
E mentre i protocolli si firmano arriva il grido di incomprensione degli ex forestali transitati nei vigili del fuoco i quali si ritrovano ad essere dimenticati da tutto e tutti.
Un paio di evidenze, tra le tante: a inizio giugno, l’allora capo della Protezione civile nazionale Fabrizio Curcio denunciava che alcune Regioni – l’Abruzzo oltre a Basilicata, Molise, Marche e Umbria – avevano dichiarato di non avere a disposizione alcun mezzo aereo per intervenire in caso d’incendi boschivi impegnativi. E il governatore Luciano D’Alfonso dichiarava però che non era affatto vero che la Regione non si era attivata per prevenire gli incendi e spiegava che “fin dai primi giorni di maggio” era stato istituito un “tavolo tecnico con i Vigili del Fuoco; nei prossimi giorni sarà firmata la convenzione definitiva, così da garantire il servizio a partire dal 1° di luglio”. Evidentemente qualcosa non ha funzionato.
La verità: la regione Abruzzo è in forte ritardo nel varare il piano antincendio boschivo (L. 353/2000) di tutte le sue aree protette. E il Morrone checchè ne dicano brucia ed ad appiccare i focolai è proprio la riforma Madia che si è rivelata una vera e propria sciagura, in particolare per la decisione di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato in nome di una semplificazione che, tuttavia, come già accaduto con le Province, non ha tenuto in alcun conto le prevedibili complicazioni che si sarebbero verificate. Oppure era tutto preventivato?
Le teorie complottiste, a noi di USB, non piacciono ma è pur vero che i fatti parlano da sé. Vesuvio docet.
Fonte
16/07/2017
Incendi. E’ cominciato il gioco dei finti tonti
Tanti numeri, molte parole, comunicati congiunti. Generali, capi della polizia, capi dipartimento ci raccontano che l’Italia va in fumo ma la macchina è perfetta e siamo più sicuri rispetto agli anni passati.
Nessuno entra però nel merito della disposizione di servizio, rivelata da Usb e che si può leggere qui sotto, che vieta di fatto agli ex forestali diventati carabinieri di intervenire contro gli incendi boschivi. Il generale Tullio Del Sette, comandante dell’Arma, si limita a dire che i carabinieri vogliono rimanere al di fuori delle polemiche di parte.
Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, rivendica per parte sua che in Italia c’è la flotta di Canadair più grande del mondo. Certo, si confonde sui numeri, ma con questo caldo a chi non capita? Dice che ne abbiamo 19, ma alla Protezione Civile ne risultano 15 e la campagna Aib 2017 ne conta 16.
Nessuno si espone sul vero problema creato dalla riforma Madia, di cui quel documento è la prova provata: la forestale non c’è più. Gli ex “verdi” ormai diventati “neri” o “rossi” a seconda del passaggio ai carabinieri o ai vigili del fuoco non ricevono alcun segnale di interesse da parte delle istituzioni.
Del Sette magnifica un +40% di controlli e 11 arresti in flagranza. Ma come vengono fatti questi controlli, se nell’ultimo mese è bruciata una superficie di 26mila ettari, pari a quella andata in fumo in tutto il 2016?
Il comunicato congiunto Protezione Civile, Vigili del fuoco, Soccorso Pubblico e Carabinieri ammette che sì, gli elicotteri che erano della Forestale sono in fermo manutentivo obbligatorio. Tutti insieme?
Ognuno ha comunque avuto ciò che voleva. La Protezione civile la sua calamità, i carabinieri il controllo sulla sicurezza ambientale e settemila armati in più, le regioni la competenza sugli incendi boschivi, i privati la prevenzione e il cerino finisce in mano ai vigili del fuoco.
Non manca nulla.
Speriamo che piova.
Leggi anche l’articolo de Il Fatto Quotidiano su questo argomento
Fonte
05/09/2016
Se L’Aquila insegna qualcosa...
«Noi nei campi della Protezione Civile non ci vogliamo finire. Poi casa mia non la lascio incustodita, perciò noi stiamo qua e ci organizziamo da soli». È solo una delle tante testimonianze che in questi giorni, insieme ai compagni delle Brigate di Solidarietà Attiva e a tanti altri fratelli e sorelle, abbiamo ascoltato, mentre stiamo dando vita ad una bellissima esperienza di solidarietà dal basso, con la costruzione dello Spazio Solidale di Amatrice, uno spazio che funziona tanto da magazzino e spaccio di viveri e beni, quanto da spazio aperto alla popolazione. Questo incredibile slancio di coraggio e di dignità delle persone colpite dal terremoto lascia quasi stupefatti guardando il panorama di devastazione e contestualizzandolo in quel tessuto sociale ormai praticamente distrutto. Ma la lezione del terremoto de L’Aquila qui non è stata dimenticata, e la gran parte degli amatriciani è molto cosciente di come rischiano di andare le cose nei prossimi mesi.
La prima operazione “molto strana” è infatti già cominciata l’altro ieri: tutto il materiale raccolto in questi primi dieci giorni dal terremoto, e che era nei magazzini di Amatrice e dintorni gestiti dalla Protezione Civile, da un paio di giorni è in viaggio destinazione Avezzano. Nessuno ha saputo spiegarci il perché di questa operazione, fatto sta che da due giorni furgoncini di persone del luogo e associazioni di volontari si avvicendano allo Spazio Solidale Amatrice per portare viveri e beni che altrimenti finirebbero a circa 100 km dalle loro case e tende. Questa decisione fa il paio, come ci segnalano i compagni e le compagne del collettivo 3.32, con la gestione sempre più autoritaria dei campi dove gli sfollati sono accolti nelle tende: doppi controlli in entrata e uscita dai campi, presenza massiccia di forze dell’ordine, toni minacciosi e provocatori nei confronti di chi nei campi ci vive.
A fronte di questo, come scrivevamo in apertura, tante persone e famiglie, specialmente nelle frazioni, hanno scelto di non adeguarsi forzatamente al sistema di gestione della tragedia, che prevede una totale subordinazione della popolazione all’organizzazione della vita da parte di forze dell’ordine e protezione civile. Alla estromissione da ogni ruolo nel tessuto sociale hanno preferito opporre delle pratiche di (ri)organizzazione dal basso. Per cercare di far continuare e ricominciare la vita in binari che assomiglino il più possibile alla quotidianità, dove è possibile fare una pizzata tutti insieme il sabato sera, per passare qualche ora senza pensare al terremoto e le sue conseguenze; per non essere relegati al ruolo di persone in fila: in fila per mangiare, in fila per il bagno, in fila per la doccia, senza nessuna possibilità di ricostruire una comunità con la quale affrontare le giornate e la ricostruzione giorno per giorno.
Il tutto è perfettamente in linea con la cosiddetta “gestione Errani” dei campi e il tanto decantato modello Emilia, dove la militarizzazione dei campi è stata solo la prima mossa, arrivando in seguito a minacciare l’accettazione obbligata di soluzioni abitative inadeguate, pena l’estromissione forzata da ogni futuro diritto ad un alloggio garantito (qui). E dove, anche allora, anche se talvolta costretti da infame ricatto, in tanti si sono organizzati per ricostruire la propria comunità in campi autogestiti.
È proprio questa organizzazione dal basso che spaventa chi gestisce l’emergenza: una comunità unita, che affronta insieme le vicende che riguardano la ricostruzione, ha la capacità di mantenere un controllo popolare sulla gestione dei fondi e delle politiche per la ricostruzione. Una comunità che recupera la propria dimensione autonoma e non rimane a guardare lo sciacallaggio di imprenditori e politicanti, una comunità che rivendica unita il proprio ruolo nella ricostruzione, spaventa. Sciacallaggio semi-annunciato, d’altronde, anche durante lo squallido siparietto andato in onda il 25 agosto durante una puntata di Porta a porta, quando il ministro Delrio e Bruno Vespa erano in brodo di giuggiole raccontando di quanto un simile terremoto fosse «un volano dell’economia», e ricordando con gioia il fatto che a tutt’oggi L’Aquila sia «il più grande cantiere d’Europa».
Ma è proprio questa la sfida che noi dobbiamo raccogliere: avere la capacità di aiutare le persone a non dover per forza sottostare all’occupazione del proprio territorio, aiutarli a sostentare le loro esperienze di autogestione, parlarci perché non dimentichino mai la gestione de L’Aquila e dell’Emilia, dove in molti ancora sono sistemati negli alloggi provvisori e non vedono neanche l’ombra della fine della loro odissea. Utilizzare la nostra capacità organizzativa per permettere loro di avere uno spazio dove poter gestire loro stessi una cucina, uno spaccio, per fare una festa di compleanno o ancora una riunione del comitato con cui organizzavano la sagra della propria frazione.
Per essere efficaci in questo, è importante avere sotto controllo capillarmente la situazione di tutte le frazioni e agglomerati di case, dei campi ufficiali e di quelli autogestiti, in modo da poter intervenire celermente in sostegno di chi ne ha bisogno, altrimenti queste esperienze rischiano di esaurirsi per stenti e le persone, gioco forza, si ritrovano a dover andare nei campi della protezione civile. In chiusura, ringraziamo per l’aiuto in questo senso i tanti compagni da tutta Italia che si sono subito messi al lavoro per organizzare un sito ed una mappa su cui raccogliere tutte le segnalazioni dal territorio, segnalazioni che è possibile effettuare in maniera semplice e rapida tramite l’app di messaggistica Telegram. Per contribuire con le proprie segnalazioni basta cercare TerremotoCentroItalia bot tra i propri contatti Telegram.
Fonte
La prima operazione “molto strana” è infatti già cominciata l’altro ieri: tutto il materiale raccolto in questi primi dieci giorni dal terremoto, e che era nei magazzini di Amatrice e dintorni gestiti dalla Protezione Civile, da un paio di giorni è in viaggio destinazione Avezzano. Nessuno ha saputo spiegarci il perché di questa operazione, fatto sta che da due giorni furgoncini di persone del luogo e associazioni di volontari si avvicendano allo Spazio Solidale Amatrice per portare viveri e beni che altrimenti finirebbero a circa 100 km dalle loro case e tende. Questa decisione fa il paio, come ci segnalano i compagni e le compagne del collettivo 3.32, con la gestione sempre più autoritaria dei campi dove gli sfollati sono accolti nelle tende: doppi controlli in entrata e uscita dai campi, presenza massiccia di forze dell’ordine, toni minacciosi e provocatori nei confronti di chi nei campi ci vive.
A fronte di questo, come scrivevamo in apertura, tante persone e famiglie, specialmente nelle frazioni, hanno scelto di non adeguarsi forzatamente al sistema di gestione della tragedia, che prevede una totale subordinazione della popolazione all’organizzazione della vita da parte di forze dell’ordine e protezione civile. Alla estromissione da ogni ruolo nel tessuto sociale hanno preferito opporre delle pratiche di (ri)organizzazione dal basso. Per cercare di far continuare e ricominciare la vita in binari che assomiglino il più possibile alla quotidianità, dove è possibile fare una pizzata tutti insieme il sabato sera, per passare qualche ora senza pensare al terremoto e le sue conseguenze; per non essere relegati al ruolo di persone in fila: in fila per mangiare, in fila per il bagno, in fila per la doccia, senza nessuna possibilità di ricostruire una comunità con la quale affrontare le giornate e la ricostruzione giorno per giorno.
Il tutto è perfettamente in linea con la cosiddetta “gestione Errani” dei campi e il tanto decantato modello Emilia, dove la militarizzazione dei campi è stata solo la prima mossa, arrivando in seguito a minacciare l’accettazione obbligata di soluzioni abitative inadeguate, pena l’estromissione forzata da ogni futuro diritto ad un alloggio garantito (qui). E dove, anche allora, anche se talvolta costretti da infame ricatto, in tanti si sono organizzati per ricostruire la propria comunità in campi autogestiti.
È proprio questa organizzazione dal basso che spaventa chi gestisce l’emergenza: una comunità unita, che affronta insieme le vicende che riguardano la ricostruzione, ha la capacità di mantenere un controllo popolare sulla gestione dei fondi e delle politiche per la ricostruzione. Una comunità che recupera la propria dimensione autonoma e non rimane a guardare lo sciacallaggio di imprenditori e politicanti, una comunità che rivendica unita il proprio ruolo nella ricostruzione, spaventa. Sciacallaggio semi-annunciato, d’altronde, anche durante lo squallido siparietto andato in onda il 25 agosto durante una puntata di Porta a porta, quando il ministro Delrio e Bruno Vespa erano in brodo di giuggiole raccontando di quanto un simile terremoto fosse «un volano dell’economia», e ricordando con gioia il fatto che a tutt’oggi L’Aquila sia «il più grande cantiere d’Europa».
Ma è proprio questa la sfida che noi dobbiamo raccogliere: avere la capacità di aiutare le persone a non dover per forza sottostare all’occupazione del proprio territorio, aiutarli a sostentare le loro esperienze di autogestione, parlarci perché non dimentichino mai la gestione de L’Aquila e dell’Emilia, dove in molti ancora sono sistemati negli alloggi provvisori e non vedono neanche l’ombra della fine della loro odissea. Utilizzare la nostra capacità organizzativa per permettere loro di avere uno spazio dove poter gestire loro stessi una cucina, uno spaccio, per fare una festa di compleanno o ancora una riunione del comitato con cui organizzavano la sagra della propria frazione.
Per essere efficaci in questo, è importante avere sotto controllo capillarmente la situazione di tutte le frazioni e agglomerati di case, dei campi ufficiali e di quelli autogestiti, in modo da poter intervenire celermente in sostegno di chi ne ha bisogno, altrimenti queste esperienze rischiano di esaurirsi per stenti e le persone, gioco forza, si ritrovano a dover andare nei campi della protezione civile. In chiusura, ringraziamo per l’aiuto in questo senso i tanti compagni da tutta Italia che si sono subito messi al lavoro per organizzare un sito ed una mappa su cui raccogliere tutte le segnalazioni dal territorio, segnalazioni che è possibile effettuare in maniera semplice e rapida tramite l’app di messaggistica Telegram. Per contribuire con le proprie segnalazioni basta cercare TerremotoCentroItalia bot tra i propri contatti Telegram.
Fonte
25/08/2016
Terremoto
Di fronte a catastrofi di questa portata (al momento in cui scrivo i morti sfiorano i 250! E molti sono bambini) riesce difficile dire qualsiasi cosa.
Le vite perdute, le sofferenze di chi resta e ha perso tutto: parenti, amici, casa, ambiente sociale, le distruzioni dei beni artistici sono cose che tolgono la voglia di dire ogni parola. Quel che più pesa è il senso di impotenza nell’aiutare chi è rimasto. Certo: donare sangue, sottoscrivere, anche cercare in qualche modo di partecipare ai soccorsi (ma con cautela per non essere più di impiccio che di aiuto), ma è poco, disperatamente poco rispetto all’entità della tragedia.
Eppure dobbiamo forzarci e fare l’unica cosa possibile: capire perché questo paese resta maledettamente indifeso rispetto a catastrofi naturali inevitabili, ma che possono essere limitate nei loro effetti, mentre questo non avviene.
“L’Aquila non ha insegnato niente”: questo il titolo, per una volta condivisibilissimo, dell’Huffington Post. La prevenzione resta totalmente assente.
Il terremoto ha preso tutto di sorpresa? Malissimo, vuol dire che la necessaria opera di monitoraggio è stata fatta con i piedi ed in una zona notoriamente sismica. Non esistono terremoti che non hanno avvisaglie e sbucano all’improvviso.
Questa volta a colpire è il livello molto alto del centro del sisma, sono a 4 km di profondità e vogliamo spiegazioni su questo. Poi, al solito, la Protezione civile che funziona male ed in ritardo.
Di questo deve rispondere in primo piano l’autorità politica centrale e locale. Lasciamo passare i giorni del lutto, ma dopo i conti occorrerà farli. Vogliamo sapere perché il sistema di controllo geologico funziona così male, perché non si è fatto nulla per realizzare misure di prevenzione e consolidamento del patrimonio immobiliare, perché la protezione civile è questo pachiderma così poco funzionale.
Ma, per ora, la solidarietà umana con i sopravvissuti ed il lutto per quelli che non ci sono più prevale su tutto. Questi sono i giorni del dolore, dopo verranno quelli dell’ira.
Fonte
Le vite perdute, le sofferenze di chi resta e ha perso tutto: parenti, amici, casa, ambiente sociale, le distruzioni dei beni artistici sono cose che tolgono la voglia di dire ogni parola. Quel che più pesa è il senso di impotenza nell’aiutare chi è rimasto. Certo: donare sangue, sottoscrivere, anche cercare in qualche modo di partecipare ai soccorsi (ma con cautela per non essere più di impiccio che di aiuto), ma è poco, disperatamente poco rispetto all’entità della tragedia.
Eppure dobbiamo forzarci e fare l’unica cosa possibile: capire perché questo paese resta maledettamente indifeso rispetto a catastrofi naturali inevitabili, ma che possono essere limitate nei loro effetti, mentre questo non avviene.
“L’Aquila non ha insegnato niente”: questo il titolo, per una volta condivisibilissimo, dell’Huffington Post. La prevenzione resta totalmente assente.
Il terremoto ha preso tutto di sorpresa? Malissimo, vuol dire che la necessaria opera di monitoraggio è stata fatta con i piedi ed in una zona notoriamente sismica. Non esistono terremoti che non hanno avvisaglie e sbucano all’improvviso.
Questa volta a colpire è il livello molto alto del centro del sisma, sono a 4 km di profondità e vogliamo spiegazioni su questo. Poi, al solito, la Protezione civile che funziona male ed in ritardo.
Di questo deve rispondere in primo piano l’autorità politica centrale e locale. Lasciamo passare i giorni del lutto, ma dopo i conti occorrerà farli. Vogliamo sapere perché il sistema di controllo geologico funziona così male, perché non si è fatto nulla per realizzare misure di prevenzione e consolidamento del patrimonio immobiliare, perché la protezione civile è questo pachiderma così poco funzionale.
Ma, per ora, la solidarietà umana con i sopravvissuti ed il lutto per quelli che non ci sono più prevale su tutto. Questi sono i giorni del dolore, dopo verranno quelli dell’ira.
Fonte
02/02/2012
Caos neve
Un treno Intercity bloccato all’uscita da Forlì, in
direzione di Cesena, numerosi alberi abbattuti che bloccano la
circolazione e oltre 50 centimetri di neve al suolo e 50 persone
bloccate sulla E45 a causa dei camion slittati sul ghiaccio.
Le nevicate e il gelo che hanno colpito da ieri la parte alta dell’Emilia, e hanno paralizzato questa mattina Bologna, si stanno spostando in queste ore verso la Romagna provocando seri intoppi alla circolazione stradale e ferroviari
Il treno Intercity partito questa mattina dalla stazione di Bologna poco dopo le 13 e diretto verso la costa adriatica, è fermo in mezzo a 50 centimetri di neve dopo circa 100 chilometri di tragitto, in aperta campagna nella provincia di Cesena.
I passeggeri rimasti intrappolati sulle carrozze sono, secondo la Protezione Civile, circa 600; mentre secondo la testimonianza di una passeggera, Nicoletta Polliotto, in diretta pochi minuti fa sul Tg La7 di Enrico Mentana, le persone sono praticamente il doppio.
“Siamo bloccati in mezzo al ghiaccio dalle 14.40. Sono sei ore che non abbiamo riscaldamento, cibo, o qualche bevanda calda”, spiega la Polliotto dal suo telefonino, “Il capotreno è stato molto cortese, ma ci hanno detto troppe cose, tutte smentite. E già la terza volta che ci dicono che arriverà un locomotore a sostituire quello guasto, ma siamo ancora qui”.
“Per fortuna non ci sono malati a bordo, ma la situazione è insostenibile. Il treno era stracolmo e ci stiamo alternando nei posti a sedere. All’interno del treno c’è ancora luce, ma fuori è tutto completamente buio – chiosa la testimone – A questo punto stiamo aspettando i bus che ci dovrebbero venire a prendere. Ma siamo oltre mille persone e non seicento come dicono le autorità. I bus potrebbero non bastare”.
La drammatica situazione che si sta verificando nella campagna cesenate si sta ripetendo in forma minore, ma pur sempre critica, sulle strade appenniniche della Romagna. Molti alberi si sono abbattuti dal forte peso provocato dalla neve caduta, rendendo impossibile la percorrenza di molte strade. Fatto ulteriormente aggravato dai molti camion circolanti nonostante l’obbligo imposto dalle autorità di non viaggiare: “Gli alberi abbattutisi – spiega il direttore della Protezione civile Emilia Romagna Demetrio Egidi – stanno bloccando la viabilità. Ci sono problemi anche sulla E45 dove molti tir hanno violato il divieto di circolazione e ora sono di traverso sulla carreggiata”.
“Nell’incolonnamento – prosegue Egidi – ci sono anche 2 ambulanze e una cinquantina di persone bloccate, ma da circa 45 minuti sono stati tutti raggiunti da 3 squadre di volontari”.
Frazioni collinari isolate, E45 chiusa con i Tir di traverso e con gli automobilisti che aspettano bevande calde dalla Protezione Civile, scuole chiuse, centralini del 118 e dei Vigili del fuoco bollenti, squadre di soccorso e mezzi costretti al super lavoro per liberare in primis gli accessi agli ospedali.
È la Romagna comunque l’area della regione più colpita dal gelo siberiano che oggi si è abbattuto anche sull’Italia. “Le maggiori criticità le abbiamo a Forlì, dove sono caduti 60 centimetri di neve, molti alberi sono caduti e la viabilità è molto difficoltosa. La via Emilia è bloccata in diversi punti per la caduta di alberi sulla strada”, fa sapere in queste ore il numero uno della Protezione civile regionale, Demetrio Egidi, i cui volontari hanno raggiunto una cinquantina di persone ferme sulla E45 per prestare assistenza nei pressi di Mercato Saraceno.
Al problema neve si sta già affiancando quello del ghiaccio, con gli esperti che ritengono che il peggio dovrà ancora arrivare. Il sindaco di Forlì, Roberto Balzani, riporta che “le avverse condizioni meteorologiche, davvero eccezionali, hanno spinto la Protezione Civile a chiedere in Regione la dichiarazione dello stato di emergenza. Ciò significa che, in tutti i Comuni e in tutte le amministrazioni, il personale preposto a questi interventi deve essere operativo 24 ore su 24”. Balzani invita tutti ad “armarsi di pazienza e di buona volontà” e sulla chiusura delle scuole conferma: “Il 3 febbraio gli istituti resteranno chiusi, il 4 è festa patronale. I ragazzi torneranno a scuola lunedì”. Stamane attorno alle 7.30, però, in una nota su Facebook il sindaco aveva parlato di “strade transitabili” e di condizioni “non tali da assumere decisioni radicali” sulla chiusura delle scuole, guadagnandosi l’assalto via web dei propri concittadini ma anche gli attacchi di Pdl e Lega Nord, che gli hanno chiesto le dimissioni.
A Cesena il collega Paolo Lucchi ha chiesto lo stato di emergenza appena è emerso un quadro a dir poco critico: “Le difficoltà della circolazione si ripercuotono sull’attività dei mezzi spartineve, fortemente rallentati”. In città e dintorni sono al lavoro da ieri sera tutti i 60 mezzi spartineve disponibili, ma vengono segnalati grossi problemi in collina dove restano isolate alcune frazioni, come Formignano, Casalbono, San Mamante, Tessello. Tra le aree collinari cesenati ci sono cumuli di neve che arrivano fino ad 80 centimetri di altezza. “In quelle zone- tira le somme Lucchi- anche gli spazzaneve non sono sufficienti e ci siamo attivati per far giungere mezzi ancor più pesanti per liberare alcune zone isolate”. A Verghereto, poi, i Carabinieri hanno soccorso diverse famiglie trasferendole in aree maggiormente abitate e sicure. Sul fronte viabilità, la situazione più problematica si presenta sulla strada provinciale 138 della Valle del Savio, su cui viene deviato l’intenso traffico della E45, che è stata chiusa in entrambe le direzioni in tutto il tratto montano provinciale, da Cesena Sud. “Lungo la Sp 138 si rilevano vari incolonnamenti e rallentamenti molto intensi, mentre ancora una volta la Provincia si trova a dover supplire, senza le necessarie risorse, alle difficoltà che sorgono lungo la strada statale E 45”, ha lamentato la Provincia di Forlì-Cesena.
Nel Riminese l’ondata di maltempo ha portato la neve prima in Valmarecchia, con precipitazioni senza sosta dalla notte di mercoledì e fino al mezzo metro, poi in pianura e in Valconca. Tutti gli uomini della Protezione Civile e della Provincia sono impegnati nel far fronte alle urgenze. Anche qui la Prefettura con un’ordinanza ad hoc ha vietato il transito dei mezzi pesanti oltre le 7,5 tonnellate in autostrada e nelle strade extraurbane. Potendo contare sulla chiusura delle 74 scuole riminesi, chiuse con “un’ordinanza contingibile e urgente” del sindaco Andrea Gnassi concertata con gli altri colleghi della Romagna (Ravenna, Forlì, Cesena), le squadre di soccorso si concentrano sugli accessi agli edifici pubblici e nei percorsi pedonali, sottopassi e centro storico. L’amministrazione ha predisposto un numero verde ad hoc (800912236), che si affianca a quello della centrale operativa della Polizia municipale (0541 22666), per segnalare le persone senza tetto o in grave difficoltà. A questi ultimi, in particolare, un’albergatrice locale ha reso disponibili 33 camere.
Salendo a Ravenna, il sindaco Fabrizio Matteucci si è beccato a sua volta le frecciate dell’opposizione per la gestione delle emergenze. In città e in provincia le strade sono quasi tutte bloccate, chiusa la Ravegnana e in tilt anche la Romea. “Le scuole di ogni ordine e grado resteranno sicuramente chiuse giovedì. Valuteremo poi le condizioni metereologiche ed eventuali chiusure anche nei giorni successivi”, ha detto Matteucci.
Fonte.
Se non è la pioggia, è la neve, e se non è la neve c'è sicuramente qualcos'altro a mettere immediatamente in ginocchio la capacità organizzativa e di reazione d'un Paese costantemente impreparato a qualsiasi situazione.
Altro che terzo mondo!
Le nevicate e il gelo che hanno colpito da ieri la parte alta dell’Emilia, e hanno paralizzato questa mattina Bologna, si stanno spostando in queste ore verso la Romagna provocando seri intoppi alla circolazione stradale e ferroviari
Il treno Intercity partito questa mattina dalla stazione di Bologna poco dopo le 13 e diretto verso la costa adriatica, è fermo in mezzo a 50 centimetri di neve dopo circa 100 chilometri di tragitto, in aperta campagna nella provincia di Cesena.
I passeggeri rimasti intrappolati sulle carrozze sono, secondo la Protezione Civile, circa 600; mentre secondo la testimonianza di una passeggera, Nicoletta Polliotto, in diretta pochi minuti fa sul Tg La7 di Enrico Mentana, le persone sono praticamente il doppio.
“Siamo bloccati in mezzo al ghiaccio dalle 14.40. Sono sei ore che non abbiamo riscaldamento, cibo, o qualche bevanda calda”, spiega la Polliotto dal suo telefonino, “Il capotreno è stato molto cortese, ma ci hanno detto troppe cose, tutte smentite. E già la terza volta che ci dicono che arriverà un locomotore a sostituire quello guasto, ma siamo ancora qui”.
“Per fortuna non ci sono malati a bordo, ma la situazione è insostenibile. Il treno era stracolmo e ci stiamo alternando nei posti a sedere. All’interno del treno c’è ancora luce, ma fuori è tutto completamente buio – chiosa la testimone – A questo punto stiamo aspettando i bus che ci dovrebbero venire a prendere. Ma siamo oltre mille persone e non seicento come dicono le autorità. I bus potrebbero non bastare”.
La drammatica situazione che si sta verificando nella campagna cesenate si sta ripetendo in forma minore, ma pur sempre critica, sulle strade appenniniche della Romagna. Molti alberi si sono abbattuti dal forte peso provocato dalla neve caduta, rendendo impossibile la percorrenza di molte strade. Fatto ulteriormente aggravato dai molti camion circolanti nonostante l’obbligo imposto dalle autorità di non viaggiare: “Gli alberi abbattutisi – spiega il direttore della Protezione civile Emilia Romagna Demetrio Egidi – stanno bloccando la viabilità. Ci sono problemi anche sulla E45 dove molti tir hanno violato il divieto di circolazione e ora sono di traverso sulla carreggiata”.
“Nell’incolonnamento – prosegue Egidi – ci sono anche 2 ambulanze e una cinquantina di persone bloccate, ma da circa 45 minuti sono stati tutti raggiunti da 3 squadre di volontari”.
Frazioni collinari isolate, E45 chiusa con i Tir di traverso e con gli automobilisti che aspettano bevande calde dalla Protezione Civile, scuole chiuse, centralini del 118 e dei Vigili del fuoco bollenti, squadre di soccorso e mezzi costretti al super lavoro per liberare in primis gli accessi agli ospedali.
È la Romagna comunque l’area della regione più colpita dal gelo siberiano che oggi si è abbattuto anche sull’Italia. “Le maggiori criticità le abbiamo a Forlì, dove sono caduti 60 centimetri di neve, molti alberi sono caduti e la viabilità è molto difficoltosa. La via Emilia è bloccata in diversi punti per la caduta di alberi sulla strada”, fa sapere in queste ore il numero uno della Protezione civile regionale, Demetrio Egidi, i cui volontari hanno raggiunto una cinquantina di persone ferme sulla E45 per prestare assistenza nei pressi di Mercato Saraceno.
Al problema neve si sta già affiancando quello del ghiaccio, con gli esperti che ritengono che il peggio dovrà ancora arrivare. Il sindaco di Forlì, Roberto Balzani, riporta che “le avverse condizioni meteorologiche, davvero eccezionali, hanno spinto la Protezione Civile a chiedere in Regione la dichiarazione dello stato di emergenza. Ciò significa che, in tutti i Comuni e in tutte le amministrazioni, il personale preposto a questi interventi deve essere operativo 24 ore su 24”. Balzani invita tutti ad “armarsi di pazienza e di buona volontà” e sulla chiusura delle scuole conferma: “Il 3 febbraio gli istituti resteranno chiusi, il 4 è festa patronale. I ragazzi torneranno a scuola lunedì”. Stamane attorno alle 7.30, però, in una nota su Facebook il sindaco aveva parlato di “strade transitabili” e di condizioni “non tali da assumere decisioni radicali” sulla chiusura delle scuole, guadagnandosi l’assalto via web dei propri concittadini ma anche gli attacchi di Pdl e Lega Nord, che gli hanno chiesto le dimissioni.
A Cesena il collega Paolo Lucchi ha chiesto lo stato di emergenza appena è emerso un quadro a dir poco critico: “Le difficoltà della circolazione si ripercuotono sull’attività dei mezzi spartineve, fortemente rallentati”. In città e dintorni sono al lavoro da ieri sera tutti i 60 mezzi spartineve disponibili, ma vengono segnalati grossi problemi in collina dove restano isolate alcune frazioni, come Formignano, Casalbono, San Mamante, Tessello. Tra le aree collinari cesenati ci sono cumuli di neve che arrivano fino ad 80 centimetri di altezza. “In quelle zone- tira le somme Lucchi- anche gli spazzaneve non sono sufficienti e ci siamo attivati per far giungere mezzi ancor più pesanti per liberare alcune zone isolate”. A Verghereto, poi, i Carabinieri hanno soccorso diverse famiglie trasferendole in aree maggiormente abitate e sicure. Sul fronte viabilità, la situazione più problematica si presenta sulla strada provinciale 138 della Valle del Savio, su cui viene deviato l’intenso traffico della E45, che è stata chiusa in entrambe le direzioni in tutto il tratto montano provinciale, da Cesena Sud. “Lungo la Sp 138 si rilevano vari incolonnamenti e rallentamenti molto intensi, mentre ancora una volta la Provincia si trova a dover supplire, senza le necessarie risorse, alle difficoltà che sorgono lungo la strada statale E 45”, ha lamentato la Provincia di Forlì-Cesena.
Nel Riminese l’ondata di maltempo ha portato la neve prima in Valmarecchia, con precipitazioni senza sosta dalla notte di mercoledì e fino al mezzo metro, poi in pianura e in Valconca. Tutti gli uomini della Protezione Civile e della Provincia sono impegnati nel far fronte alle urgenze. Anche qui la Prefettura con un’ordinanza ad hoc ha vietato il transito dei mezzi pesanti oltre le 7,5 tonnellate in autostrada e nelle strade extraurbane. Potendo contare sulla chiusura delle 74 scuole riminesi, chiuse con “un’ordinanza contingibile e urgente” del sindaco Andrea Gnassi concertata con gli altri colleghi della Romagna (Ravenna, Forlì, Cesena), le squadre di soccorso si concentrano sugli accessi agli edifici pubblici e nei percorsi pedonali, sottopassi e centro storico. L’amministrazione ha predisposto un numero verde ad hoc (800912236), che si affianca a quello della centrale operativa della Polizia municipale (0541 22666), per segnalare le persone senza tetto o in grave difficoltà. A questi ultimi, in particolare, un’albergatrice locale ha reso disponibili 33 camere.
Salendo a Ravenna, il sindaco Fabrizio Matteucci si è beccato a sua volta le frecciate dell’opposizione per la gestione delle emergenze. In città e in provincia le strade sono quasi tutte bloccate, chiusa la Ravegnana e in tilt anche la Romea. “Le scuole di ogni ordine e grado resteranno sicuramente chiuse giovedì. Valuteremo poi le condizioni metereologiche ed eventuali chiusure anche nei giorni successivi”, ha detto Matteucci.
Fonte.
Se non è la pioggia, è la neve, e se non è la neve c'è sicuramente qualcos'altro a mettere immediatamente in ginocchio la capacità organizzativa e di reazione d'un Paese costantemente impreparato a qualsiasi situazione.
Altro che terzo mondo!
08/11/2011
Genova: la protezione civile è una scienza.
Intanto prevedibili e previste erano le piogge. Quindi si poteva adottare il principio di precauzione, secondo il quale gli esseri umani innanzi tutto vanno messi in sicurezza, seppure la probabilità di esondazione fosse stata bassa, o anche molto bassa (assumo qui che nei giorni precedenti qualcuno questa probabilità abbia a Genova valutato se non calcolato, o no?) attraverso l'evacuazione, ovviamente delle zone considerate a rischio (assumo qui che nei giorni precedenti qualcuno abbia mappato queste zone, o no?). In secondo luogo andavano eliminate le automobili dalle stesse zone, sia quelle parcheggiate che quelle in movimento (blocco del traffico pubblico e privato). I veicoli costituiscono un intoppo al libero fluire delle acque, moltiplicando l'onda d'urto, oltre a essere pericolosi per chi si trovi nonostante tutto in strada. In terzo luogo andava organizzata una comunicazione capillare dei rischi e delle precauzioni che ciascun cittadino avrebbe dovuto/potuto prendere, comunicazione e informazione dettagliata e tecnica sia agli individui che ai corpi sociali, per esempio se si tengono aperte le scuole bisogna dire agli insegnanti e altri operatori scolastici cosa fare in caso di evento/i catastrofico/i, rassicurando nel contempo i genitori che i loro figli non saranno lasciati a sé stessi, e lo stesso per i lavoratori privati e pubblici, se si decide che i luoghi di lavoro non vengano chiusi preventivamente. Ovviamente sto facendo i conti senza l'oste, perché di protezione civile quasi nessuno sa niente, non la si insegna nelle scuole e all'università (esiste qualche master qua e là), non la si pratica come disciplina di massa e patrimonio dei cittadini tutti, salvo poi tirare fuori i fazzoletti per piangere, ascoltare le omelie dei vescovi sulle bare, dichiarare lo stato di emergenza ex post, maledire il destino cinico e baro, fare gli scongiuri e cercare qualche capro espiatorio, la natura imprevedibile e/o il sindaco incompetente, per di più "piove governo ladro".
Invece la protezione civile non è un'opera benefica più o meno dilettantesca ma una scienza, che esige rigore, precisione, capacità di predizione, nei limiti del possibile, e di prevenzione. Una scienza altamente interdisciplinare, che corre dalla matematica, alla fisica, dalla dinamica dei fluidi alla dinamica degli esseri umani, dalla psicologia all'ingegneria, dall'ecologia all'economia, dalla computer science alla teoria della comunicazione, e altro ancora. Una scienza sempre più necessaria, perché gli eventi potenzialmente catastrofici, dalle grandi piogge sempre più frequenti e violente, ai terremoti, tsunami e quant'altro, aumentano di numero e intensità anno dopo anno, per molteplici ragioni che qui sarebbe troppo lungo analizzare (mutamenti climatici, effetto serra, eccessivo sfruttamento del suolo, cementificazione del territorio e dei corsi d'acqua, eccetera).
Certamente di tutto questo non può essere competente/responsabile il solo sindaco, ma egli/ella dovrebbe tenere in conto questa dimensione tecnico scientifica della protezione civile, predisponendo gli studi e le ricerche del caso, nonché essere cosciente che per un altro verso la protezione civile, i suoi principi basilari e le sue regole elementari di autodifesa, per essere efficace deve essere anche di massa e partecipata, deve entrare a fare parte del corredo genetico di ogni cittadino/a, più o meno come il codice della strada, o un tempo l'educazione civica. Tra l'altro la coscienza razionale del pericolo e la conoscenza diffusa di alcuni modi e comportamenti che possono ridurre l'impatto dell'onda di catastrofe, riducono anche il panico, diminuendo gli effetti caotici. Quindi, riassumendo, per affrontare le catastrofi, naturali e/o provocate dall'uomo (spesso i due aspetti si mescolano) con una efficace protezione civile bisogna in primo luogo aumentare l'intelligenza del sistema, e dei singolo componenti, sia nel senso di scienza, conoscenza, informazione, che in quello della predisposizione di strumenti e tecnologie adatte, per esempio alla simulazione degli eventi catastrofici, onde potere sperimentare in silico e vedere sullo schermo di un calcolatore cosa potrebbe accadere,e quali azioni preventive possono essere messe in atto. Nonché operando, e qui siamo alla politica, per sviluppare la coscienza civica che la protezione civile è responsabilità e diritto/dovere di ciascuno con la preparazione di base necessaria, in un meccanismo che vada dalla scuola a un sistema che potrebbe essere simile alla leva obbligatoria d'antan, ovviamente senza elementi coercitivi. Infine, tornando al punto iniziale dell'imprevedibilità, non so quali ricerche e studi siano stati fatti sul sistema dei rii e torrenti genovesi, e convengo che la predizione dei fenomeni fluidodinamici in particolare turbolenti non sia una cosa semplice, so però che esistono oggi modelli in grado di calcolare almeno in senso statistico, e simulare fenomeni come l'esondazione e l'onda di piena che ha agito a Genova. Certo ci vuole un sistema di misura e monitoraggio delle acque, possibilmente on line, cioè in tempo reale e un sistema di computazione adeguato, ma si tratta di una impresa per cui oggi esistono le teorie e le tecniche adeguate. Mi pare che dedicarsi a questa nuova protezione civile sarebbe, per Marta Vincenzi ben più utile che cercare di difendersi dalle critiche o accuse. Inoltre forse potrebbe essere un modo di elaborare il lutto della città ritrovando un ottimismo della ragione comune, del comune stare insieme, non solo ai funerali e nel cordoglio, non solo nella comune ricostruzione, ma anche nella comune protezione civile. Oggi per la catastrofe appena passata, e domani a fronte delle catastrofi future.
Fonte.
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