Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2017
Incendi. E’ cominciato il gioco dei finti tonti
Tanti numeri, molte parole, comunicati congiunti. Generali, capi della polizia, capi dipartimento ci raccontano che l’Italia va in fumo ma la macchina è perfetta e siamo più sicuri rispetto agli anni passati.
Nessuno entra però nel merito della disposizione di servizio, rivelata da Usb e che si può leggere qui sotto, che vieta di fatto agli ex forestali diventati carabinieri di intervenire contro gli incendi boschivi. Il generale Tullio Del Sette, comandante dell’Arma, si limita a dire che i carabinieri vogliono rimanere al di fuori delle polemiche di parte.
Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, rivendica per parte sua che in Italia c’è la flotta di Canadair più grande del mondo. Certo, si confonde sui numeri, ma con questo caldo a chi non capita? Dice che ne abbiamo 19, ma alla Protezione Civile ne risultano 15 e la campagna Aib 2017 ne conta 16.
Nessuno si espone sul vero problema creato dalla riforma Madia, di cui quel documento è la prova provata: la forestale non c’è più. Gli ex “verdi” ormai diventati “neri” o “rossi” a seconda del passaggio ai carabinieri o ai vigili del fuoco non ricevono alcun segnale di interesse da parte delle istituzioni.
Del Sette magnifica un +40% di controlli e 11 arresti in flagranza. Ma come vengono fatti questi controlli, se nell’ultimo mese è bruciata una superficie di 26mila ettari, pari a quella andata in fumo in tutto il 2016?
Il comunicato congiunto Protezione Civile, Vigili del fuoco, Soccorso Pubblico e Carabinieri ammette che sì, gli elicotteri che erano della Forestale sono in fermo manutentivo obbligatorio. Tutti insieme?
Ognuno ha comunque avuto ciò che voleva. La Protezione civile la sua calamità, i carabinieri il controllo sulla sicurezza ambientale e settemila armati in più, le regioni la competenza sugli incendi boschivi, i privati la prevenzione e il cerino finisce in mano ai vigili del fuoco.
Non manca nulla.
Speriamo che piova.
Leggi anche l’articolo de Il Fatto Quotidiano su questo argomento
Fonte
11/07/2017
Inchiesta Consip/3. Gli uomini del “Giglio magico” di Renzi
Cominciamo
questa terza puntata riportando quanto scritto da il Fatto Quotidiano
del 23 DICEMBRE 2016: Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E
l’inchiesta passa a Pignatone. Sono probabilmente questi gli articoli
che hanno portato sotto inchiesta il giornalista Marco Lillo.
“Il braccio destro di Renzi,
già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro
allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni.
L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a
capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha
tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.”
Secondo il Fatto, l’amministratore delegato Marroni sentito dai PM Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo tira in ballo nuovi nomi: “Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici.”
Ricapitolando
i due generali e il Ministro Luca Lotti, che hanno comunque smentito,
sarebbero gli autori delle soffiate ai vertici Consip, e in posizione
più defilata entrano nell’inchiesta anche altri due personaggi. Scrive
sempre il Fatto il 23 dicembre 2016: “L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi.”
“Il
reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in
concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a
colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di
prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha
attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a
quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto
vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della
Procura partenopea.”
Infine ultimo in ordine di apparizione come riporta il Fatto del 1° marzo 2017 “l’ex parlamentare di An Italo Bocchino, che di Romeo
è consulente. Nelle carte dell’inchiesta, l’ex parlamentare viene
definito “consigliere strategico” dell’imprenditore e, scrive il pm,
avrebbe “capacità di accedere ad informazioni riservate anche grazie al
suo trascorso di deputato e membro del Comitato parlamentare di
controllo sui Servizi segreti e con perduranti contatti con sedicenti ed
effettivi appartenenti all’intelligence, nonché con politici e pubblici
funzionari in posizione apicale”. “Presumibilmente anche grazie alla
costante attività di relazione” di Bocchino, scrive il pubblico
ministero, Romeo “ha avuto contezza di indagini sul proprio conto
sicuramente già dal settembre 2016″. L’ex finiano, però, non è indagato
per corruzione bensì per traffico di influenze.”
Prima di aggiungere qualche considerazione finale facciamo nostri gli interrogativi posti dal Fatto nell’articolo del 23 dicembre 2016: “Marroni
potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o
potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle
cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose
sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a
pescare le cimici o qualcuno mente.
In
questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore
Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così
allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di
Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?”
Fin
qui i fatti ad oggi conosciuti, come si usa dire in queste circostanze,
aspettiamo che l’operato della magistratura faccia il suo corso ed
esprima il suo giudizio, ma qualcosa possiamo già affermare: i coinvolti
sono esponenti di un Governo che, come già con Monti, con Renzi e con
quelli che li hanno preceduti, continua a far pagare a tutti i
lavoratori i costi di un sistema corruttivo e clientelare, negando
diritti, salario e stato sociale.
Sono
gli stessi artefici di riforme declamate come grandi conquiste di
modernità e crescita e che hanno invece prodotto precarietà e
disoccupazione (il JOB ACTS), la morte dell’istruzione pubblica (con la
Buona Scuola), la fine della sanità pubblica attraverso la riduzione dei
finanziamenti e il boom delle assicurazioni private, l’azzardata deriva
autoritaria con l’attentato alla Costituzione, neutralizzata dalla
coscienza del 60% del popolo italiano il 4 dicembre scorso nel
referendum.
Infine,
ma non per importanza, nella relazione sulla Spending Review –
commissionata al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Gutgeld – e
presentata recentemente al Parlamento, si afferma che il “sistema
Consip” non ha affatto abbassato le spese per le forniture di beni e
servizi alla Pubblica amministrazione, anzi queste sono aumentate del 27% nonostante il resto della spesa pubblica sia stata brutalmente tagliata
(soprattutto sui dipendenti pubblici). E allora? Di cosa ci vengono a
parlare quando starnazzano sulla corruzione ma colpiscono solo i
lavoratori?
09/07/2017
Inchiesta Consip/2. Appalti, soffiate e cimici
L’arresto di Alfredo Romeo con l’accusa di corruzione nell’inchiesta CONSIP e l’iscrizione nel registro degli indagati, con diverse ipotesi di reato di Luca Lotti (Ministro dello sport), Tiziano Renzi (padre dell’ex premier), del generale dei carabinieri Tullio Del Sette e del generale Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana), imprime una svolta nell’indagine partita da Napoli e oggi nelle mani della Procura di Roma.
La vicenda CONSIP, svelata dal Fatto Quotidiano a partire dal 22 dicembre 2016, a prescindere dall’esito dell’indagine sembra andare molto oltre l’ennesima brutta storia di corruzione di qualche dirigente di secondo piano della P.A.
La più grande macchina di acquisti della P.A., la Consip, gestita interamente dal MEF (nata nel 1997 per garantire una gestione degli appalti efficace, trasparente e con l’intento di ridurre i costi degli acquisti e servizi della P.A.), è al centro di un’inchiesta che vede coinvolti alti poteri dello Stato e dirigenti di partito fino ai massimi livelli nel solito intreccio con imprenditori senza scrupoli e già giudicati in passato per illeciti ai danni della pubblica amministrazione e corruzione. In attesa naturalmente del giudizio della Magistratura, sembrano essere direttamente chiamati in causa Il Governo, il PD e L’Arma dei Carabinieri.
Vale la pena, avvalendoci della puntuale e “inspiegabilmente” solitaria inchiesta del Fatto Quotidiano, ripercorrere le tappe mettendo insieme nomi, cognomi e vicende dei tanti “autorevolissimi” protagonisti.
Partiamo da un po’ di tempo fa. Da il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015:
Da il Fatto Quotidiano del 22 DICEMBRE 2016:
Il Generale Del Sette avrebbe informato qualcuno della presenza di “cimici” (microspie), nei locali della CONSIP e sulla base di queste informazioni, l’amministratore delegato Luigi Marroni ha incaricato una società privata di effettuare la bonifica degli uffici stessi.
Pratica a dir poco inusuale per chi dovrebbe esercitare (stiamo parlando di alti funzionari della P.A) come un credo l’onestà e la trasparenza nello svolgimento delle proprie funzioni.
Fatto sta che i PM forse annusano puzza di bruciato e sentono il Marroni che alla fine “canta”:
Sulle ragioni della chiamata a Roma di Luigi Marroni da parte di Matteo Renzi, compresi i relativi dubbi sul fatto che sia proprio la persona giusta al posto giusto, ne abbiamo parlato sopra riportando pareri e giudizi espressi dal Fatto Quotidiano.
Sulla venuta al MEF di Luigi Ferrara invece e a prescindere dall’esito della vicenda Consip, possiamo affermare con assoluta convinzione che le ragioni vanno individuate nella volontà praticata con miopia e arroganza dal Governo Renzi di annullare/negare le relazioni sindacali e imporre la nuova “governance” autoritaria modello UE, che ha già dimostrato essere totalmente fallimentare e bocciata dai lavoratori e dai popoli in ogni latitudine.
Fonte
La vicenda CONSIP, svelata dal Fatto Quotidiano a partire dal 22 dicembre 2016, a prescindere dall’esito dell’indagine sembra andare molto oltre l’ennesima brutta storia di corruzione di qualche dirigente di secondo piano della P.A.
La più grande macchina di acquisti della P.A., la Consip, gestita interamente dal MEF (nata nel 1997 per garantire una gestione degli appalti efficace, trasparente e con l’intento di ridurre i costi degli acquisti e servizi della P.A.), è al centro di un’inchiesta che vede coinvolti alti poteri dello Stato e dirigenti di partito fino ai massimi livelli nel solito intreccio con imprenditori senza scrupoli e già giudicati in passato per illeciti ai danni della pubblica amministrazione e corruzione. In attesa naturalmente del giudizio della Magistratura, sembrano essere direttamente chiamati in causa Il Governo, il PD e L’Arma dei Carabinieri.
Vale la pena, avvalendoci della puntuale e “inspiegabilmente” solitaria inchiesta del Fatto Quotidiano, ripercorrere le tappe mettendo insieme nomi, cognomi e vicende dei tanti “autorevolissimi” protagonisti.
Partiamo da un po’ di tempo fa. Da il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015:
“Da assessore alla Salute della Regione Toscana alla poltrona di amministratore delegato della Consip,[…] che presidia 40 miliardi di Euro annui. Un salto notevole quello compiuto da Luigi Marroni lo scorso 12 giugno, chiamato a Roma dal ministero dell’Economia per volere del premier Matteo Renzi. Un altro toscano importato nei Palazzi della Capitale.”Prosegue l’articolo:
“L’ex assessore della giunta di Enrico Rossi non ha però alcuna esperienza di bilanci o spesa pubblica.” Anzi afferma Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia “Ha fatto carriera con lo spreco di soldi pubblici”. E ancora: la gestione degli immobili Asl, accusa, “è stata cialtrona se non truffaldina”. La commissione regionale d’inchiesta, insediata appositamente la scorsa primavera, ha individuato diverse irregolarità: “Lavori affidati senza appalto, destinazioni d’uso cambiate in corso, proprietari che in un caso hanno venduto l’immobile alla Regione un giorno prima di averlo acquistato, dichiarazioni di immediata utilizzabilità affidate quando ancora c’era soltanto un campo ed era tutto da costruire, appalti assegnati con selezioni pubbliche poco trasparenti”.Conclude l’articolo:
“gli immobili fantasma e il buco di bilancio della Asl di Massa sarebbero liquidabili come pasticci locali, vicende confinate nelle province toscane, se non fosse che Marroni oggi è a Roma, chiamato a guidare la cassa della pubblica amministrazione italiana, non proprio una Asl di periferia. La Consip, per dare un’idea, nel 2014 ha presidiato una spesa di 38 miliardi di Euro e bandito gare per 13 miliardi 554 milioni in forte aumento rispetto agli anni precedenti: nel 2011 la spesa ammontava a 27, 5 miliardi per 3,7 banditi. Questo perché nell’aprile 2014 il governo Renzi ha cambiato il quadro normativo affidando alla Consip il ruolo di attore principale del sistema nazionale degli approvvigionamenti. Un bell’impegno per un ex assessore alla Salute.”SOFFIATE E CIMICI
Da il Fatto Quotidiano del 22 DICEMBRE 2016:
“Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader del Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte. L’accelerazione dell’inchiesta dei PM di Napoli Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano c’è stata nella notte di martedì 20 dicembre.”Ma di che soffiata si parla e a chi è stata fatta?
“l’imprenditore Alfredo Romeo è indagato con l’accusa di avere corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri. Al centro degli accertamenti dei PM c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici delle pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a più dell’11 per cento della spesa pubblica nel settore.”
Il Generale Del Sette avrebbe informato qualcuno della presenza di “cimici” (microspie), nei locali della CONSIP e sulla base di queste informazioni, l’amministratore delegato Luigi Marroni ha incaricato una società privata di effettuare la bonifica degli uffici stessi.
Pratica a dir poco inusuale per chi dovrebbe esercitare (stiamo parlando di alti funzionari della P.A) come un credo l’onestà e la trasparenza nello svolgimento delle proprie funzioni.
Fatto sta che i PM forse annusano puzza di bruciato e sentono il Marroni che alla fine “canta”:
“È stato il presidente della Consip Luigi Ferrara a dirmi che lo aveva messo in guardia il Comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette”.Sugli incarichi di Ferrara Il Fatto confonde i tempi poiché egli è stato prima vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio ed è attualmente Capo del Dipartimento del Personale del MEF e per questa ragione presidente pro-tempore della CONSIP.
“I PM saltano sulla sedia e immediatamente convocano il presidente Ferrara, 46 anni, napoletano, un tecnico molto introdotto e influente, oltre a essere presidente di Consip è vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio. In passato era capo del Dipartimento del personale del ministero del Tesoro ed era considerato vicino a Enrico Letta.”
Sulle ragioni della chiamata a Roma di Luigi Marroni da parte di Matteo Renzi, compresi i relativi dubbi sul fatto che sia proprio la persona giusta al posto giusto, ne abbiamo parlato sopra riportando pareri e giudizi espressi dal Fatto Quotidiano.
Sulla venuta al MEF di Luigi Ferrara invece e a prescindere dall’esito della vicenda Consip, possiamo affermare con assoluta convinzione che le ragioni vanno individuate nella volontà praticata con miopia e arroganza dal Governo Renzi di annullare/negare le relazioni sindacali e imporre la nuova “governance” autoritaria modello UE, che ha già dimostrato essere totalmente fallimentare e bocciata dai lavoratori e dai popoli in ogni latitudine.
“Al Fatto ieri Ferrara ha spiegato con molta ritrosia: “Del Sette mi disse di stare attento agli incontri che facevo con gli imprenditori e in particolare con Alfredo Romeo e io riferii la cosa all’amministratore delegato Marroni per consigliare anche a lui le migliori regole di ingaggio per gli imprenditori, ma non ricordo ora di avere parlato di Romeo”. Il racconto di Ferrara sembra però incoerente con il prosieguo della storia. Se la prima stazione appaltante d’Italia viene messa in guardia dal numero uno dei Carabinieri su un imprenditore (indagato ma allora in segreto) la reazione naturale è quella di evitare incontri. Non quella di bonificare gli uffici. Al Fatto Ferrara replica: “Io non c’entro con quella scelta e non ne sapevo nulla. Non ho neanche un vero ufficio in Consip”. E il dirigente indagato? “Abbiamo già deciso di intervenire sulla sua posizione. Faremo un comunicato”.Non vorremmo cadere in errore ma non ci sembra di aver letto alcun comunicato in merito e, a quanto pare, tutti quelli sentiti a vario titolo o indagati sulla vicenda sono regolarmente al loro posto. Primo fra tutti il Generale Tullio Del Sette al quale il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha prorogato l’incarico di comandante generale dei Carabinieri. E non ultimo L’AD Marroni al quale il Ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha confermato la piena fiducia e invitato ad andare avanti nel suo incarico. (fine seconda puntata)
Fonte
05/03/2017
Fidarsi dei carabinieri? Non ci riescono più neanche i magistrati...
Lasciamo perdere la telenovela Renzi-padre-figlio-Romeo-Lotti e frattaglie varie. Ne emerge, come abbiamo scritto, un quadro da fine impero, con boss politici di terz’ordine e “squadre di governo” fatte di gruppi familistico-amicali che in nessun modo può essere oggetto di analisi di lungo periodo. Giustamente, se ne può occupare solo la cronaca. Non a caso soprattutto giudiziaria.
Sia che si parli di Italia, di Stati Uniti o di Francia, la politica è una zona contendibile affollata di mezze figure, prive di qualsiasi visione progettuale sul futuro, sottoposta ai diktat dell’economia finanziaria globale ed esposta a ricatti, indagini, accuse. Esemplare in questo senso la vicenda Usa, con un neopresidente apertamente osteggiato per mesi dalla Cia – la Cia! – che ora accusa il predecessore di averlo tenuto sotto intercettazioni durante la campagna elettorale.
La magistratura, in questo vuoto programmaticamente voluto – basti guardare al cosiddetto “parlamento europeo”, l’unico al mondo privo di qualsiasi potere legislativo – emerge un po’ dappertutto come potere residuale (stante l’antica tripartizione tra esecutivo, legislativo e giudiziario), ma con alcuni pesanti handicap: assenza di legittimazione popolare, frequente dipendenza dal potere esecutivo, forte “sensibilità” verso i poteri economici. Eccezioni a parte, naturalmente...
Sembrerebbe dunque che al cittadino bisognoso di legalità non sia rimasto che aggrapparsi alle strutture poliziesche, alle cosiddette “forze dell’ordine”. Anche qui, noi comuni cittadini non sudditi, troviamo ogni giorni forti motivi di sarcasmo, diffidenza, estraneità e – in molti casi – ostilità reciproca (cariche in piazze, pestaggi nei commissariati, uccisioni frequenti e immotivate di poveri cristi).
Dal lato dell’establishment, comunque, si è continuato a incensare questo presunto “presidio di legalità” a dispetto di evidenti dipendenze partitiche, corruzione dilagante (gli appalti dell’esercito riservano più sorprese della media nazionale, pare...). In testa a tutte le classifiche sulla residua “fiducia degli italiani” campeggia da sempre la Benemerita, ovvero i Carabinieri.
La notizia del momento – non a caso pressoché silenziata sulla stampa di regime – è che proprio un ramo dei Carabinieri è stato sollevato da un’indagine affidatagli dalla magistratura.
Stiamo parlando del Noe (Nucleo operativo ecologico), cui gli inquirenti napoletani avevano affidato le indagini sull’imprenditore Alfredo Romeo, poi allargatasi al “gliglio magico” renziano e al padre dell’ex premier. I giudici romani, guidati dall’esperto Giuseppe Pignatone (che si era fatto le ossa e la blindatura in quel di Reggio Calabria), hanno osservato che ogni loro iniziativa destinata a restar riservata (fin da quando l’indagine era ancora napoletana) finiva immancabilmente sui tavoli dei cronisti e nelle orecchie degli indagati. Non essendoci altri a conoscenza di certi dettagli, a causa di “ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto, sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo ufficio, la procura di Roma ha revocato al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri la delega per ulteriori indagini, che è stata affidata al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma”.
Direte: sempre di carabinieri si tratta. Ed è vero. Ma i nuovi inquirenti partono con gli occhi addosso, devono misurare ogni passo. E anche il giro degli inquisiti più potenti deve cambiare in corsa il giro delle conoscenze che possano portare agli stessi risultati (soffiate che consentano loro di difendersi da intercettazioni o pedinamenti).
C’è un ma, comunque. Nell’inchiesta ci sono i nomi anche di due esponenti di vertice dei carabinieri: il comandante provinciale di Firenze, Emanuele Saltalamacchia, e addirittura il comandante generale, Tullio Del Sette. Quest’ultimo è sospettato di aver comunicato a Luca Lotti – ex sottosegretario alla presidenza del consiglio, attuale ministro dello Sport, da sempre considerato “spicciafaccende” per conto di Matteo Renzi – che esisteva un’indagine a carico del padre del premier o comunque a ridosso dei vertici della Consip.
Anche le “forze dell’ordine” sono insomma un pilastro pesantemente tarlato.
Resta da vedere se questo “Stato” abbia ancora qualche anticorpo in circolazione. I marcatori tumorali, invece, proliferano alla grande...
Ultimo'ora: La Procura di Roma ha avviato una serie di procedimenti contro ignoti. Ma dopo la revoca delle indagini al Noe dei carabinieri, a nessuno sfugge che l'obiettivo degli inquirenti è individuare quei "pubblici ufficiali" che hanno avuto a che fare con l'inchiesta, sospettati come responsabili della fuga di notizie.
Fonte
Sia che si parli di Italia, di Stati Uniti o di Francia, la politica è una zona contendibile affollata di mezze figure, prive di qualsiasi visione progettuale sul futuro, sottoposta ai diktat dell’economia finanziaria globale ed esposta a ricatti, indagini, accuse. Esemplare in questo senso la vicenda Usa, con un neopresidente apertamente osteggiato per mesi dalla Cia – la Cia! – che ora accusa il predecessore di averlo tenuto sotto intercettazioni durante la campagna elettorale.
La magistratura, in questo vuoto programmaticamente voluto – basti guardare al cosiddetto “parlamento europeo”, l’unico al mondo privo di qualsiasi potere legislativo – emerge un po’ dappertutto come potere residuale (stante l’antica tripartizione tra esecutivo, legislativo e giudiziario), ma con alcuni pesanti handicap: assenza di legittimazione popolare, frequente dipendenza dal potere esecutivo, forte “sensibilità” verso i poteri economici. Eccezioni a parte, naturalmente...
Sembrerebbe dunque che al cittadino bisognoso di legalità non sia rimasto che aggrapparsi alle strutture poliziesche, alle cosiddette “forze dell’ordine”. Anche qui, noi comuni cittadini non sudditi, troviamo ogni giorni forti motivi di sarcasmo, diffidenza, estraneità e – in molti casi – ostilità reciproca (cariche in piazze, pestaggi nei commissariati, uccisioni frequenti e immotivate di poveri cristi).
Dal lato dell’establishment, comunque, si è continuato a incensare questo presunto “presidio di legalità” a dispetto di evidenti dipendenze partitiche, corruzione dilagante (gli appalti dell’esercito riservano più sorprese della media nazionale, pare...). In testa a tutte le classifiche sulla residua “fiducia degli italiani” campeggia da sempre la Benemerita, ovvero i Carabinieri.
La notizia del momento – non a caso pressoché silenziata sulla stampa di regime – è che proprio un ramo dei Carabinieri è stato sollevato da un’indagine affidatagli dalla magistratura.
Stiamo parlando del Noe (Nucleo operativo ecologico), cui gli inquirenti napoletani avevano affidato le indagini sull’imprenditore Alfredo Romeo, poi allargatasi al “gliglio magico” renziano e al padre dell’ex premier. I giudici romani, guidati dall’esperto Giuseppe Pignatone (che si era fatto le ossa e la blindatura in quel di Reggio Calabria), hanno osservato che ogni loro iniziativa destinata a restar riservata (fin da quando l’indagine era ancora napoletana) finiva immancabilmente sui tavoli dei cronisti e nelle orecchie degli indagati. Non essendoci altri a conoscenza di certi dettagli, a causa di “ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto, sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo ufficio, la procura di Roma ha revocato al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri la delega per ulteriori indagini, che è stata affidata al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma”.
Direte: sempre di carabinieri si tratta. Ed è vero. Ma i nuovi inquirenti partono con gli occhi addosso, devono misurare ogni passo. E anche il giro degli inquisiti più potenti deve cambiare in corsa il giro delle conoscenze che possano portare agli stessi risultati (soffiate che consentano loro di difendersi da intercettazioni o pedinamenti).
C’è un ma, comunque. Nell’inchiesta ci sono i nomi anche di due esponenti di vertice dei carabinieri: il comandante provinciale di Firenze, Emanuele Saltalamacchia, e addirittura il comandante generale, Tullio Del Sette. Quest’ultimo è sospettato di aver comunicato a Luca Lotti – ex sottosegretario alla presidenza del consiglio, attuale ministro dello Sport, da sempre considerato “spicciafaccende” per conto di Matteo Renzi – che esisteva un’indagine a carico del padre del premier o comunque a ridosso dei vertici della Consip.
Anche le “forze dell’ordine” sono insomma un pilastro pesantemente tarlato.
Resta da vedere se questo “Stato” abbia ancora qualche anticorpo in circolazione. I marcatori tumorali, invece, proliferano alla grande...
Ultimo'ora: La Procura di Roma ha avviato una serie di procedimenti contro ignoti. Ma dopo la revoca delle indagini al Noe dei carabinieri, a nessuno sfugge che l'obiettivo degli inquirenti è individuare quei "pubblici ufficiali" che hanno avuto a che fare con l'inchiesta, sospettati come responsabili della fuga di notizie.
Fonte
23/12/2016
I lotti di Lotti. Cè del marcio nella centrale per gli appalti pubblici?
C'è un appalto gigantesco che fa gola a molti, anzi a moltissimi. E' il “Facility Managment 4”. Il nome in inglese non tragga in inganno, si tratta di una classica gara d'appalto bandita nel 2014 e che scade nel II trimestre 2017. L'appalto è per “beni e servizi per immobili”, la convenzione dura 36 mesi e il contratto di servizio tra i 4 e i 6 anni. I lotti degli immobili di enti pubblici per cui assicurare beni e servizi, sono collocati in molte regioni, dalla Val D'Aosta alla Puglia. Inclusi quelli dei Municipi del Comune di Roma.
Si tratta di 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche (lo 0,2% del Pil) da spendere ed il cui coordinamento è stato affidato alla mitica Consip (la centrale unica degli acquisti), una sorta di “garante” diventata un meta mito come l'Anac di Cantone.
Ma lì dove si muovono i soldi e si assegnano gli appalti per l'acquisto di beni e servizi, si precipitano con discrezione o rumore gli appetiti di molti.
Avere dall'interno una “soffiata” sull'aria che tira, sulle caratteristiche indispensabili per vincere uno o più lotti dell'appalto o sulle cose da non dire al telefono o in ufficio (perchè magari ci sono le cimici ordinate dalla magistratura) diventa così materia preziosa, talvolta da remunerare con mazzette, omaggi, scambi di favori.
Sarebbero queste “soffiate”, che diventano favoreggiamento e rivelazione di segreto, ad aver messo nei guai un membro del cerchio magico di Renzi, il piddino Luca Lotti, attualmente ministro allo Sport nel governo Gentiloni. Per ora si tratta solo di un avviso di garanzia, ma la Procura di Napoli da tempo ha avviato una indagine sulla corruzione all'interno della Consip, arrivando a piazzare cimici in alcuni uffici. “L'affare” si è ingrossato e, puntuale, è arrivata la Procura di Roma che per competenza territoriale si è avocato il ramo principale dell'indagine.
Nel filone originario – quello della Procura di Napoli – risultano indagati il dirigente della Consip Marco Gasparri e l'immobiliarista napoletano Alfredo Romeo (protagonista di una querela contro il nostro giornale e che ha come consulente l'ex parlamentare di An Italo Bocchino).
Gasparri è l'ex assessore alla sanità della Toscana, silurato dall'attuale presidente della Regione ma amico di Lotti e di Renzi, e da quest'ultimo nominato a capo della Consip come “ricompensa”. Convocato dai magistrati, Gasparri parla e chiama in causa prima il generale Saltalamacchia, capo dei Carabinieri della Legione Toscana e poi finisce indagato anche il Comandante stesso dell'Arma dei carabinieri, generale Del Sette. I due generali avrebbero saputo dell'indagine in corso e lo avevano rivelato al presidente della Consip, Luigi Ferrara.
Nei mesi scorsi, Gasparri aveva avuto il sospetto di avere delle cimici in ufficio (non gli sgradevoli insetti ma gli apparati-spia). Aveva fatto fare una bonifica che aveva dato esito positivo, ovvero le cimici c'erano davvero. Neutralizzato il problema per il presente e il futuro, restava il problema di cosa era stato detto in passato tra le mura di quell'ufficio. Chiamato a renderne conto dai magistrati di Napoli, Gasparri deve aver detto qualcosa di interessante e l'indagine ha visto partire avvisi di reato per il ministro Lotti e i generali Saltalamacchia e Delsette.
Ma la vicenda giudiziaria, nella sua fase “ricognitiva”, visto che un avviso di garanzia significa niente più di questo, ha anche seri risvolti politici sul governo.
Lotti è un ministro ed un altro ministro, quello della Difesa Pinotti, ha già detto che se ne frega delle indagini – “Non ci faremo condizionare” sembra abbia detto la ministra – ed ha fatto sapere che il generale Delsette non si tocca. Anche se a fine mandato, al generale era stata accordata un proroga di un anno del suo incarico.
Come abbiamo più volte sottolineato, detestiamo ogni vocazione giustizialista per cui un avviso di garanzia diventa immediatamente una condanna. Quello che riteniamo inaccettabile è il doppio standard. Abbiamo già visto il trattamento differenziato riservato dalla “politica” e dai mass media al sindaco di Milano, Sala (tornato al suo posto) e al sindaco di Roma, Raggi (per la quale è addirittura il giornale “La Repubblica” ad invocare un avviso di garanzia al quale far seguire invece le dimissioni). Rimane il problema per cui le mani nella marmellata, le soffiate, le “dritte” e l'accesso agli appalti/risorse pubbliche, sono sempre monopolio di cricche ben definite, spesso su base regionale. Adesso è il momento dei “toscani”, un giglio magico fiorito intorno a Renzi, per il quale la rottamazione “degli altri” è solo un pretesto per prenderne il posto.
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Si tratta di 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche (lo 0,2% del Pil) da spendere ed il cui coordinamento è stato affidato alla mitica Consip (la centrale unica degli acquisti), una sorta di “garante” diventata un meta mito come l'Anac di Cantone.
Ma lì dove si muovono i soldi e si assegnano gli appalti per l'acquisto di beni e servizi, si precipitano con discrezione o rumore gli appetiti di molti.
Avere dall'interno una “soffiata” sull'aria che tira, sulle caratteristiche indispensabili per vincere uno o più lotti dell'appalto o sulle cose da non dire al telefono o in ufficio (perchè magari ci sono le cimici ordinate dalla magistratura) diventa così materia preziosa, talvolta da remunerare con mazzette, omaggi, scambi di favori.
Sarebbero queste “soffiate”, che diventano favoreggiamento e rivelazione di segreto, ad aver messo nei guai un membro del cerchio magico di Renzi, il piddino Luca Lotti, attualmente ministro allo Sport nel governo Gentiloni. Per ora si tratta solo di un avviso di garanzia, ma la Procura di Napoli da tempo ha avviato una indagine sulla corruzione all'interno della Consip, arrivando a piazzare cimici in alcuni uffici. “L'affare” si è ingrossato e, puntuale, è arrivata la Procura di Roma che per competenza territoriale si è avocato il ramo principale dell'indagine.
Nel filone originario – quello della Procura di Napoli – risultano indagati il dirigente della Consip Marco Gasparri e l'immobiliarista napoletano Alfredo Romeo (protagonista di una querela contro il nostro giornale e che ha come consulente l'ex parlamentare di An Italo Bocchino).
Gasparri è l'ex assessore alla sanità della Toscana, silurato dall'attuale presidente della Regione ma amico di Lotti e di Renzi, e da quest'ultimo nominato a capo della Consip come “ricompensa”. Convocato dai magistrati, Gasparri parla e chiama in causa prima il generale Saltalamacchia, capo dei Carabinieri della Legione Toscana e poi finisce indagato anche il Comandante stesso dell'Arma dei carabinieri, generale Del Sette. I due generali avrebbero saputo dell'indagine in corso e lo avevano rivelato al presidente della Consip, Luigi Ferrara.
Nei mesi scorsi, Gasparri aveva avuto il sospetto di avere delle cimici in ufficio (non gli sgradevoli insetti ma gli apparati-spia). Aveva fatto fare una bonifica che aveva dato esito positivo, ovvero le cimici c'erano davvero. Neutralizzato il problema per il presente e il futuro, restava il problema di cosa era stato detto in passato tra le mura di quell'ufficio. Chiamato a renderne conto dai magistrati di Napoli, Gasparri deve aver detto qualcosa di interessante e l'indagine ha visto partire avvisi di reato per il ministro Lotti e i generali Saltalamacchia e Delsette.
Ma la vicenda giudiziaria, nella sua fase “ricognitiva”, visto che un avviso di garanzia significa niente più di questo, ha anche seri risvolti politici sul governo.
Lotti è un ministro ed un altro ministro, quello della Difesa Pinotti, ha già detto che se ne frega delle indagini – “Non ci faremo condizionare” sembra abbia detto la ministra – ed ha fatto sapere che il generale Delsette non si tocca. Anche se a fine mandato, al generale era stata accordata un proroga di un anno del suo incarico.
Come abbiamo più volte sottolineato, detestiamo ogni vocazione giustizialista per cui un avviso di garanzia diventa immediatamente una condanna. Quello che riteniamo inaccettabile è il doppio standard. Abbiamo già visto il trattamento differenziato riservato dalla “politica” e dai mass media al sindaco di Milano, Sala (tornato al suo posto) e al sindaco di Roma, Raggi (per la quale è addirittura il giornale “La Repubblica” ad invocare un avviso di garanzia al quale far seguire invece le dimissioni). Rimane il problema per cui le mani nella marmellata, le soffiate, le “dritte” e l'accesso agli appalti/risorse pubbliche, sono sempre monopolio di cricche ben definite, spesso su base regionale. Adesso è il momento dei “toscani”, un giglio magico fiorito intorno a Renzi, per il quale la rottamazione “degli altri” è solo un pretesto per prenderne il posto.
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