Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2017

Inchiesta Consip/3. Gli uomini del “Giglio magico” di Renzi

Cominciamo questa terza puntata riportando quanto scritto da il Fatto Quotidiano del 23 DICEMBRE 2016: Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E l’inchiesta passa a Pignatone. Sono probabilmente questi gli articoli che hanno portato sotto inchiesta il giornalista Marco Lillo.

Il braccio destro di Renzi, già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni. L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.”

Secondo il Fatto, l’amministratore delegato Marroni sentito dai PM Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo  tira in ballo nuovi nomi: “Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici.”

Ricapitolando i due generali e il Ministro Luca Lotti, che hanno comunque smentito, sarebbero gli autori delle soffiate ai vertici Consip, e in posizione più defilata entrano nell’inchiesta anche altri due personaggi. Scrive sempre il Fatto il 23 dicembre 2016:  “L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi.”

Il reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della Procura partenopea.”

Infine ultimo in ordine di apparizione come riporta il Fatto del 1° marzo 2017 “l’ex parlamentare di An Italo Bocchino, che di Romeo è consulente. Nelle carte dell’inchiesta, l’ex parlamentare viene definito “consigliere strategico” dell’imprenditore e, scrive il pm, avrebbe “capacità di accedere ad informazioni riservate anche grazie al suo trascorso di deputato e membro del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti e con perduranti contatti con sedicenti ed effettivi appartenenti all’intelligence, nonché con politici e pubblici funzionari in posizione apicale”. “Presumibilmente anche grazie alla costante attività di relazione” di Bocchino, scrive il pubblico ministero, Romeo “ha avuto contezza di indagini sul proprio conto sicuramente già dal settembre 2016″. L’ex finiano, però, non è indagato per corruzione bensì per traffico di influenze.”

Prima di aggiungere qualche considerazione finale facciamo nostri gli interrogativi posti dal Fatto nell’articolo del 23 dicembre 2016: “Marroni potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a pescare le cimici o qualcuno mente.

In questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?”

Fin qui i fatti ad oggi conosciuti, come si usa dire in queste circostanze, aspettiamo che l’operato della magistratura faccia il suo corso ed esprima il suo giudizio, ma qualcosa possiamo già affermare: i coinvolti sono esponenti di un Governo che, come già con Monti, con Renzi e con quelli che li hanno preceduti, continua a far pagare a tutti i lavoratori i costi di un sistema corruttivo e clientelare, negando diritti, salario e stato sociale.

Sono gli stessi artefici di riforme declamate come grandi conquiste di modernità e crescita e che hanno invece prodotto precarietà e disoccupazione (il JOB ACTS), la morte dell’istruzione pubblica (con la Buona Scuola), la fine della sanità pubblica attraverso la riduzione dei finanziamenti e il boom delle assicurazioni private, l’azzardata deriva autoritaria con l’attentato alla Costituzione, neutralizzata dalla coscienza del 60% del popolo italiano il 4 dicembre scorso nel referendum. 

Infine, ma non per importanza, nella relazione sulla Spending Review – commissionata al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Gutgeld – e presentata recentemente al Parlamento, si afferma che il “sistema Consip” non ha affatto abbassato le spese per le forniture di beni e servizi alla Pubblica amministrazione, anzi queste sono aumentate del 27% nonostante il resto della spesa pubblica sia stata brutalmente tagliata (soprattutto sui dipendenti pubblici). E allora? Di cosa ci vengono a parlare quando starnazzano sulla corruzione ma colpiscono solo i lavoratori?

03/03/2017

Il Palazzo ha la filiera corta


Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principiale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.

Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.

In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori” – prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che "io ti ho creato, io ti distruggo". Come nella n'drangheta...

Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importati risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa...

Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come avvenne qualche anno fa, poi assolto). Quest’ultimo è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti) che però sarebbe vicinissimo a Denis Verdini. Con il quale lo stesso Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).

Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo...). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dal proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).

Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’esplosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene...

Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.

Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.

Fonte

Valutata con i parametri dei risultati aziendali, la Romeo Gestioni spa dell’imprenditore Alfredo Romeo sembrerebbe una storia di successo. Adesso è di nuovo finita nella bufera con l’accusa di corruzione nel maxi-appalto per le forniture alle amministrazioni pubbliche tramite la Consip. Conoscere questa storia è però illuminante per comprendere la natura e la sostanza del capitalismo e degli imprenditori “ di successo” nel nostro paese. La Romeo Gestioni, la società ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016. Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni. L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledi, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali dei 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013. Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione. venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl). I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli. Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim. Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni alla associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi. Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. Quindicimila euro anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una. Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe.Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”. Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque. Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile

Valutata con i parametri dei risultati aziendali, la Romeo Gestioni spa dell’imprenditore Alfredo Romeo sembrerebbe una storia di successo. Adesso è di nuovo finita nella bufera con l’accusa di corruzione nel maxi-appalto per le forniture alle amministrazioni pubbliche tramite la Consip. Conoscere questa storia è però illuminante per comprendere la natura e la sostanza del capitalismo e degli imprenditori “ di successo” nel nostro paese.

La Romeo Gestioni è la società che ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016.

Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni.

L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledì, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali del 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013.

Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione, venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl).

I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli. Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim.

Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni all'associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi.

Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. 15mila euro anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una.

Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe. Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”.

Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque.

Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile.

Fonte

Consip: siamo alla vigilia di un avviso di garanzia per Matteo Renzi?


Con l’arresto di Romeo lo scandalo Consip è ad una svolta decisiva. Non sappiamo, se non per indiscrezioni giornalistiche, cosa abbiano in mano i magistrati ed il garantismo vale sempre, anche se l’indiziato si chiama Tiziano Renzi, per cui vedremo quando le cose saranno più chiare. Ma c’è una frase dell’ordinanza cautelare che lascia cadere di sfuggita queste parole: “livello politico più alto”. Di che livello politico si parla? 

Qui è già coinvolto un ministro, e allora? Insomma, non prendiamoci in giro e prendiamo il toro per le corna: sta arrivando un avviso di garanzia (o peggio) a Renzi figlio?

Come lo stesso Renzi ha ricordato, all’indomani della sua sconfitta referendaria, non essendo parlamentare, non gode di immunità per l’arresto e nulla fa pensare, almeno per ora, ad una misura così grave, ma anche un semplice avviso di garanzia, nel pieno del congresso del Pd ed alla vigilia di elezioni politiche (che arriveranno al più tardi fra 10 mesi) avrebbe effetti devastanti per Renzi, per il Pd e per l’intero sistema.

Certo: sappiamo che le colpe dei padri non ricadono sui figli e non c’è motivo per venir meno a questa regola di civiltà, ma qui ci sono molti punti scabrosi da chiarire.

Tiziano Renzi smentisce di aver richiesto o ricevuto danaro e va bene: vedremo che prove ci sono, ma resta un fatto che non pare smentito, cioè che lui abbia incontrato (sembra per una cena segreta ed in una taverna) l’imprenditore Romeo. Ed allora sorge una domanda: a che titolo lo ha incontrato, visto che non pare abbia alcun incarico istituzionale?

L’uomo è molto attivo, come segnalano i numerosi procedimenti penali che lo hanno visto coinvolto anche se il più delle volte archiviato da Genova ad Arezzo, ma in che veste dispiega questo attivismo? Ha speso il nome del figlio? E il Presidente del Consiglio non ne sapeva nulla? Come si fa a crederlo? Anche nel caso in cui sia il padre sia Lotti non gliene abbiano detto nulla, per non coinvolgerlo (il che, però, fa pensare che fossero coscienti dell’inconfessabilità dell’azione) possibile che i servizi di informazione e sicurezza non lo abbiano messo sull’avviso? Poi, quando uno ha un padre così vivace ed arzillo, magari cerca di tenerlo d’occhio, o no?

Come se non bastasse, ci si aggiunge l’intervento di Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato alla segreteria del Pd, che dice che ricevette un sms che lo invitava a ricevere l’imprenditore Russo, ed ovviamente, da magistrato e da cittadino, ritiene suo dovere rendere testimonianza davanti all’Ag che procede. Alcuni nel Pd osservano che questo lo mette in condizione di conflitto di interessi fra il suo essere testimone (ma sarebbe più giusto dire, persona informata dei fatti) ed il suo essere rivale di Renzi nella competizione per la segreteria.

Conflitto di interessi? E perché mai? Rendere testimonianza non è un interesse ma un dovere, e sostenere il contrario significa dire che un cittadino nelle condizioni di Emiliano, dovrebbe sottrarsi ad un dovere di legge per poter concorrere alle elezioni interne ad un partito. Nel Pd hanno convinzioni giuridiche molto particolari.

Più insidiosamente, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, rilascia una intervista alla Repubblica, per ricordare che Emiliano dovrebbe decidersi se essere iscritto ad un partito e dimettersi da magistrato o se rientrare in Magistratura, ma rinunciando alla corsa alla segreteria Pd. Nel merito, la Ferranti non ha torto, perché la legge proibisce ad un magistrato di iscriversi ad un partito senza eccezioni, deroghe o periodi interinali. Sin qui va bene, però, considerato che Emiliano è stato per 4 anni segretario regionale del partito in Puglia (e quindi iscritto) senza che nel Pd questo sollevasse alcun dubbio, la cosa suona strana ora, alla vigilia della sua deposizione. Suona un po’ come il preavviso di un’azione disciplinare in Csm e come un forte segnale di nervosismo nelle alte sfere renziane.

Personalmente consiglierei a Michele (che conosco dai tempi dell’Università, ahimè 37-8 anni fa) di dimettersi prima dalla magistratura, spezzando il giocattolo nelle mani dei suoi avversari: evitando così una procedura che lo danneggerebbe mediaticamente. Ma la cosa suona strana.

In primo luogo, Emiliano riceve la sollecitazione a ricevere un imprenditore, da un suo collega di partito, ma non ha trovato un minuto di tempo per riceverlo. Certo, l’attività di governatore è molto assorbente, ma un esterno potrebbe anche avere l’impressione che Emiliano abbia intenzionalmente evitato di riceverlo. Perché?

Poi, in secondo luogo: personalmente ricevo 15-20 sms al giorno (non so voi che mi leggete) ed immagino che il governatore di una regione ne riceva molti di più o, comunque non meno. Ovviamente, non è possibile conservarli tutti, invece Emiliano conserva quegli sms.

Conoscendo Michele, come ho detto, so che non è uomo che faccia qualcosa senza pensarci su, così casualmente ed allora, perché ha conservato quegli sms?

Mettendo in relazione le due cose (gli sms conservati e la mancata visita) sorge un sospetto: che la vicenda Consip fosse già molto chiacchierata all’interno del Pd, al punto che Emiliano pensò di non ricevere un personaggio che riteneva compromettente e conservò gli sms cautelativamente. Poi, tanto per non lasciare dubbi, risponde a chi gli chiede se non sia preoccupato della sua doppia veste di testimone e di candidato alla segreteria, che “altri candidati hanno da preoccuparsi”. E non credo parlasse di Orlando.

Credo che sia un caso che ci darà ancora molte sorprese: già un po’ più di un anno fa scrissi che se un avviso di garanzia fosse arrivato a Lotti o Carrai, il siluro sarebbe arrivato in sala macchine e mi pare che...

01/03/2017

Arrestato Alfredo Romeo. Altro piombo nelle ali di Renzi

Un arresto eccellente, si sarebbe detto una volta. E anche un arresto che mostra l’abisso in cui è precipitata una delle famiglie che hanno fatto la storia industriale italiana. Alfredo Romeo è stato arrestato questa mattina dai carabinieri e dalla guardia di Finanza in relazione ad un episodio di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Consip.

Per restare in ambito “famiglie”, si tratta di una notizia che complica notevolmente il già disagevole “ritorno del futuro”, ovvero il tentativo di Matteo Renzi di ripresentarsi sulla scena come mattatore. Tralasciamo per il momento la lunga serie di indiscrezioni – ampiamente riportata da tutti i giornali – sulle fibrillazioni interne a quello che fu la sua maggioranza dentro il Pd, con gente che scende dal suo carro senza essere sostituita da nessuno. Vediamo perché questo arresto è per lui un problema ulteriore.

Tutto nasce dalle dichiarazioni dell'alto dirigente della Consip Mario Gasparri, interrogato a dicembre dai pm di Napoli, Henry John Woodcock e Celeste Carrano. L’inchiesta è stata poi trasferita a Roma per competenza ed ha assunto, se possibile, un ritmo di marcia molto incalzante. Per esempio, scrive Repubblica, “Gli uffici di Romeo sono stati intercettati per mesi dalla procura napoletana sia con il virus Trojan sia con metodi tradizionali e perfino sui balconi di alcune stanze romane. I carabinieri del Noe hanno tra l'altro recuperato, nella discarica di Roma, i 'pizzini' strappati e poi ricomposti, con appunti che recavano tracce, secondo gli inquirenti, di dazioni di denaro, accordi illeciti e favori di varia natura”.

Colore a parte (i “pizzini” saranno stati recuperati tra i rifiuti dell’ufficio, non certo “in discarica”), sembra chiaro che “c’è ciccia”. Ed anche tanta. Consip è infatti la società – controllata dal ministero dell’economia – che centralizza gli acquisti dello Stato. Pensata per eliminare la corruzione diffusa (ogni centrale di spesa locale era facilmente avvicinabile da interessi privati anche relativamente piccoli o addirittura malavitosi), si sta rivelando invece una “centrale sicura” per i grandi corruttori, quelli che muovono società miliardarie e “competono” per appalti di quelle dimensioni. Ovviamente, per ottenerli, devono o cercano di “ungere” le rotelle giuste. Ossia funzionari di altissimo livello, nominati direttamente dal governo.

Uno di questi – Mario Gasparri, appunto – direttore della divisione Sourcing Servizi e Utility di Consip, il settore che si occupa delle gare d’appalto per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni, ha ammesso davanti ai magistrati inquirenti di aver ricevuto da Alfredo Romeo somme “consistenti” in cambio di informazioni riservate utili a fargli vincere un appalto da 700 milioni di euro nell’ambito dell’appalto più grande d’Europa: il Fm4 (facility management). La gara era stata indetta nel 2014 per l’affidamento dei servizi gestionali di uffici, università e centri di ricerca della Pubblica amministrazione. Tutto, insomma. Per un totale di 2,7 miliardi di euro da affidare “in convenzione”, corrispondenti all’11,5% del totale della spesa statale corrente.

Viene da chiedersi come potesse un impero economico fondamentalmente centrato sul business immobiliare (Romeo ha gestito per anni anche le case di proprietà del Comune di Roma, grazie a una delibera di Veltroni nel 2005) garantire “servizi” di tutt’altra natura. Ma concentriamoci sui rischi per “il futuro”, ossia Renzi.

L’inchiesta giudiziaria, andando avanti, ha messo nel mirino – per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento – Luca Lotti, l’amico personale di Renzi che nel suo governo aveva ottenuto deleghe delicatissime e che avrebbe voluto anche quella ai servizi segreti nell’esecutivo Gentiloni. Respinto con perdite, si è dovuto accontentare della nomina a ministro dello sport, che assicura comunque una notevole vicinanza alle grandi opere per possibili eventi (immaginiamo con quanta gioia debba avere accolto il “no” alle Olimpiadi 2014). Lotti avrebbe infatti avvertito l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, di essere sotto inchiesta, con i telefoni sotto controllo. Il quale ordina una verifica dei suoi uffici e scopre un bel numero di “cimici”. Interrogato, Marroni tira in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante dell’arma in Toscana.

Peggio ancora. È stato iscritto nel registro degli indagati anche Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. Nel suo caso il reato ipotizzato è “traffico di influenze illecite”, e non sembra difficile capire di cosa si tratta, in un giro di “conoscenze” che mette in contatto continuo premier, ministri, imprenditori e generali dei carabinieri. Il contatto sbagliato, quello che lega Romeo al padre di Renzi, è Carlo Russo, giovanissimo imprenditore di Scandicci “legatissimo” a Tiziano.

A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Se poi i cattivi pensieri vengono confermati dalle intercettazioni, dai “pizzini” stracciati e da qualche confessione... La filiera delle “conoscenze” sarebbe insomma abbastanza chiara, e avrebbe prodotto il risultato voluto: aggiudicazione dell’appalto in cambio di...

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