Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/12/2019

Taranto - Ex Ilva, fenomenologia operaia e smarrimeto della politica

Cosa è stato detto realmente durante il Consiglio di fabbrica dello scorso 24 dicembre alla presenza del premier Conte? Per capirlo abbiamo guardato il video integrale dell’incontro della durata di oltre un’ora. Una visione alquanto interessante per toccare ancora una volta con mano la realtà vera. Non quella che spesso viene filtrata dai social, dai comunicati stampa, dalle mezze dichiarazioni rubate qui e là ai presenti.

Dopo le frasi introduttive di routine da parte dell’ad Lucia Morselli e del premier Conte sulla trattativa in corso e la possibilità che si possa addivenire ad un nuovo piano industriale condiviso e sostenibile finanziariamente (nonostante Conte abbia definito la Morselli ancora come un’antagonista), sulla salvaguardia occupazionale, sulla sostenibilità ambientale e su una fabbrica che si vorrebbe diventasse sicura da un punta di visto sanitario e manutentivo, oltre che sulla dicotomia oramai non più sopportabile per gli operai tra il diritto al lavoro e alla salute, la sostanza è come sempre ben altra.

Il premier Conte ha messo subito in chiaro, o forse sarebbe meglio dire le mani avanti, su quale sarà il ruolo dello Stato qualora la trattativa andasse in porto: entrerà come azionista nel capitale sociale di AM InvestCO Italy spa, con il ruolo di controllore e garante, ma il partner industriale è e resterà ArcelorMittal. Lo Stato dunque, come peraltro ampiamente prevedibile e come abbiamo riportato nell’articolo sul piano industriale studiato dal governo, interverrà economicamente affinché si realizzi, almeno in parte, la transizione energetica che porta l’ex Ilva dall’essere il più grande siderurgico d’Europa a ciclo integrale verso un ciclo ibrido, dove dovranno convivere forni elettrici, cokerie e altiforni.

L’idea dello Stato con questo ruolo sembra però non piacere ai lavoratori presenti all’incontro, molti dei quali non c’erano lo scorso 8 novembre quando il premier Conte scese a Taranto dopo lo tsunami provocato dall’atto di recesso di ArcelorMittal.

Il premier viene infatti subito interrotto dai lavoratori. Che hanno voluto ricordare al presidente del Consiglio come lo Stato abbia già gestito il siderurgico in passato prima del ventennio dei Riva (che in molti sembrano quasi rimpiangere, c’è chi infatti ha ricordato ‘i bei tempi’ in cui sino al 2006 ogni settimana si assumevano 20 giovani lavoratori), con risultati tutt’altro che lusinghieri. E che gli auguri rivolti alla platea il premier dovrebbe avere il coraggio di andare a darli di persona a molti loro compagni da oltre un anno a casa in cassa integrazione, a cui il futuro appare ancora più oscuro di chi ha avuto la ‘fortuna‘ di vincere la lotteria delle assunzioni in ArcelorMittal Italia.

Nel brusio generale irrompe la voce di un operaio nelle retrovie della sala, che raggiunge Conte al microfono, chiedendo alla politica di decidere con chiarezza cosa fare. E lanciando un anatema verso i colleghi presenti in sala e non, che dovrebbe far riflettere molti: “Ora vi hanno applaudito tutti. Ma fino a prima che entraste tutti parlavano male di lei. Perché i tarantini sono così, sono una massa di caproni, si prendono paura di parlare. È tutta una caricatura”.

Rotto il ghiaccio, il premier Conte raggiunge un altro operaio in platea, che palesa le difficoltà economiche di chi è in cassa integrazione (per i 1.600 rimasti nel perimetro di Ilva in Amministrazione Straordinaria), nei confronti delle proprie famiglie, dei mutui contratti negli anni, che oggi non sono più sostenibili per chi ha perso tra le 500 e i 1000 euro al mese. Raccontando una realtà che tutti conoscono, che abbiamo raccontato tante volte, ma che chissà perché si fa finta sempre di ignorare: i lavoratori dell’ex Ilva, anche sotto la gestione commissariale, hanno puntualmente ricevuto ogni 12 del mese lo stipendio, con tanto di premi di risultato e di produzione nonostante l’azienda producesse la metà rispetto al passato e il segno meno caratterizzasse i bilanci tanto da provocare un buco di miliardi di euro. Un qualcosa che non si è mai visto da nessuna parte, ma che non ha indignato di fatto nessuno in tutti questi anni. Nemmeno i lavoratori stessi assueffatti a tale andazzo che oggi, di fatto, si trovano in una condizione economica fortemente ridimensionata rispetto al passato. E che ha creato una spaccatura importante nel tessuto operaio dell’ex Ilva, creando di fatto dallo scorso anno lavoratori di serie A e di serie B.

Girando la platea con il microfono, c’è chi critica il sistema sanitario locale fin troppo deficitario, chi ha denunciato la situazione ambientale del rione Tamburi, chi ha attaccato la struttura commissariale (e quindi lo Stato) sostenendo come negli ultimi anni di gestione non sia stato fatto nulla in merito alla manutenzione degli impianti.

C’è chi denuncia di essere stanco di essere visto come un assassino dai figli, dagli amici e da chi si ammala a causa della produzione del siderurgico. C’è chi in platea ha vissuto in prima persona il dramma del tumore e denuncia come un dramma ancora maggiore quello di lavorare senza prospettive chiare sul futuro. Oppure chi ammette la grande difficoltà nel ricoprire un ruolo importante in fabbrica, come quello di dover comunicare ad altri colleghi che dal tale giorno non dovranno scendere sul posto di lavoro.

Tutti i discorsi dei lavoratori hanno un comune denominatore: i propri figli. E la questione economica legata allo stipendio decurtato dalla cassa integrazione attuale e futura. A dimostrazione del fatto che il primo vero problema dell’ex Ilva è e resterà sempre di tipo economico. Per lo Stato, per chi gestisce l’azienda chiunque esso sia e per chi ci lavora. Al di là del solito mantra a cui non crede più nessuno, ripetuto dallo stesso Conte e da molti lavoratori, che vede la salute al primo posto, come primo diritto da garantire e poi a cascata quello al lavoro e quello di vivere in un ambiente sano.

Il nodo è sempre quello: il timore di continuare a vivere, dopo 7 lunghi anni dal famoso 2012, nell’incertezza economica e lavorativa. Sia per chi è oggi in cassa integrazione e teme di restare ancora a lungo con uno stipendio al 60%, sia per chi è un dipendente diretto di ArcelorMittal.

E c’è stato anche chi ha provato a consigliare al premier una strada da seguire, per provare a ‘sanare‘ la posizione di molti lavoratori. Partendo dalla denuncia delle presenza di 4mila tonnellate di amianto all’interno dell’ex Ilva ancora da smaltire, è stato proposto di ampliare il riconoscimento dei benefici per i lavoratori all’esposizione ad amianto, riconosciuto dalla legge n. 257 del 1992 e previsto per chi è stato esposto sino al 2 ottobre del 2003.

Anche Emiliano in difficoltà davanti ai lavoratori

Di fronte a tutto questo il premier Conte resta quasi senza parole. A quel punto viene tirato in ballo il governatore Emiliano, a causa della scarsa possibilità per i tarantini di curarsi sul proprio territorio, a causa di molti nosocomi chiusi negli ultimi anni. Un operaio, rivolgendosi a Conte ed Emiliano denuncia fino a 9 mesi per una tac, tempo nel quale una persona ammalata muore.

Il governatore Emiliano, tirato in causa, si alza e prende la parola. Rivendica la trasformazione dell’ospedale Moscati, in appena quattro anni, in un Oncologico seppur ancora piccolo ma per il quale la Regione Puglia sta ultimando l’acquisto di ulteriori macchinari. Mentre prima c’era poco o nulla.

A chi gli fa notare che il reparto di Oncologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata sia stato realizzato con i soldi della campagna di beneficenza attraverso la vendita delle magliette del mini bar dei Tamburi, conosciuta in tutta Italia grazie al sostegno della giornalista Nadia Toffa delle Iene scomparse prematuramente lo scorso agosto Emiliano, finalmente ci vien da dire, chiarisce la realtà delle cose. In realtà quel reparto esiste già da anni e il suo mancato utilizzo non è legato ad un problema di soldi, ma di assenza di medici. Emiliano rivendica come sua la decisione di aver ‘preso’ da Pescara il primario Cecinati, di avergli costruito un concorso su misura per farlo venire qui. Il vero problema denuncia Emiliano, è la mancanza di pediatri e non di risorse finanziarie.

Emiliano ammette, rivolgendosi a Conte, come Taranto vanti il poco lusinghiero primato dell’indice dei posti letto più basso di tutta la Puglia. Ricorda a Conte i tentativi fatti con i governi precedenti nel chiedere che venissero rinforzate le strutture sanitarie, consentendo alla Regione Puglia di spendere più risorse su Taranto.

E chiedendo al governo e alle istituzioni locali, e persino ai presenti, di dar vita ad una campagna di “incentivo economico o finanche morale” per far venire giovani medici a Taranto. Si tira in ballo la facoltà di Medicina che ha preso il via quest’anno, partita in realtà con grandi difficoltà e che dall’anno prossimo dovrebbe partire a tutti gli effetti e per tempo. Emiliano propone incentivi per finanziare a Taranto le scuole di specializzazione così da evitare che i medici vadano ad esercitare altrove. Ricorda che nel 2020 sarà posta la prima pietra del nuovo ospedale San Cataldo che “darà vita a nuova storia”.

Il governatore prova poi a tirare su il morale dei presenti ricordando che l’aeroporto di Grottaglie è in ricostruzione completa attraverso tanti lavori già appaltati, e che ora bisogna trovare compagnie aree da portare qui, magari sfruttando anche i Giochi del Mediterraneo del 2026 che per il governatore serviranno a mettete in moto una Taranto diversa. Rivendica l’iniziativa di aver portato negli ultimi due anni a Taranto il Medimex, per incentivare un turismo culturale che muova nuova economia.

Conte alle strette ribadisce: il futuro può essere solo con ArcelorMittal

Ma l’attenzione dei lavoratori è rivolta altrove. Si torna a parlare del futuro dell’Ilva, ribadendo al premier che se l’Italia ha deciso di puntare sull’acciaio “o si lavora tutti o nessuno“. E che si mettano gli Impianti finalmente a norma.

C’è spazio anche per un lavoratore dell’indotto, che racconta di un lavoro di 25 ore settimanali pari 850 euro mensili. C’è chi lavora anche 14 ore settimanali per uno stipendio di appena 340 euro al mese. Un indotto dove la maggioranza dei lavoratori sono giovani. Dove non c’è la possibilità ancora oggi di usufruire di spogliatoi e lavanderie. Siamo di fatto di fronte a lavoratori di Serie C. L’umile richiesta avanzata al premier, senza gridare o inveire è molto semplice ma fin troppo chiara: ampliare le tutele a favore dei lavoratori dell’indotto, un bacino occupazionale in cui gravitano oltre 6mila operai.

A quel punto Conte è costretto a chiudere. Il tempo è tiranno e lo attendono mons. Santoro e la cena alla Caritas con chi un lavoro non ce l’ha o l’ha perduto e sicuramente non lo avrà più.

Rinnova ai presenti il lavoro e l’impegno del governo per arrivare ad una soluzione con ArcelorMittal, giudicata dal premier come l’unica concreta possibilità, l’unico interlocutore possibile per dare un futuro immediato al siderurgico. Ribadisce che il piano industriale della multinazionale in cui ci sono 5mila esuberi è stato prontamente rispedito al mittente. Ricorda che la trattativa al momento è ferma ad un accordo di intenti da seguire.

Ma gli operai mostrano insofferenza, commentano a voce alta. Viene chiesto il rispetto dell’accordo del 6 settembre del 2018. A quel punto il premier per un attimo si spazientisce: “Allora volete che portiamo avanti la causa in tribunale? Se è questo che volete ditelo chiaramente. Il risultato della causa legale è l’inizio di questa trattativa. Se siamo ancora qui è perché gli abbiamo impedito di lasciare l’Italia nonostante quell’accordo”.

Il messaggio è chiaro: il futuro prossimo può essere soltanto con ArcelorMittal. E dimostra che tutta questa sicurezza nel vincere la ‘causa del secolo’ il governo non l’abbia mai avuta. Conte prova a fare una battuta per smorzare i toni rivolgendosi alla Morselli: “Questa signora non ce la siamo scelta, ma ce la siamo ritrovati, con tutto il rispetto”. Ma nessuno ride e la Morselli lo gela con lo sguardo.

Rinnova infine l’impegno del governo sul decreto ‘Cantiere Taranto’ che sarà approvato soltanto dopo un’interlocuzione con le istituzioni locali.

L’ultima parola è proprio dell’ad Morselli. Che dopo aver garantito l’impegno dell’azienda nel portare a termine, positivamente, la trattativa con il governo, si rivolge alla platea con un monito sin troppo chiaro: “Ricordatevi tutti bene una cosa: siete tutti ArcelorMittal in questo momento. O tutti voi collaborerete, con il vostro lavoro, con le vostre proteste giuste, le vostre segnalazioni con le cose che non vanno, oppure non andremo da nessuna parte. Dovrete volerla tutti questa società“. Non il massimo per un messaggio di auguri alla vigilia di Natale.

Le tante cose non dette e taciute

Durante il Consiglio di fabbrica sono state tante le cose non dette. Specie da parte di chi quasi ogni giorno sull’argomento Ilva esprime sentenze di ogni tipo. Ad esempio il governatore Emiliano si è ben guardato dal ripetere un pensiero che negli ultimi mesi ha ribadito in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche in cui è intervenuto, in tutte le interviste rilasciate sui quotidiani nazionali e locali, nei vari convegni organizzati a Taranto, in Puglia, a Roma o a Bruxelles: ovvero che “sarebbe stato meglio se l’Ilva a Taranto non fosse mai stata costruita“. Così come il governatore ha taciuto sul progetto di decarbonizzazione per il siderurgico portato avanti dalla Regione negli ultimi anni e ribadito anch’esso in ogni circostanza: probabilmente perché avendo di fronte a se una platea di lavoratori e tecnici, in cinque minuti gli sarebbe stato spiegato che rendere l’Ilva totalmente decarbonizzata sia di fatto impossibile.

È invece rimasto in silenzio per tutto il tempo il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, accompagnato per l’occasione dal presidente del Consiglio comunale Lucio Lonoce (interessato due volte all’argomento Ilva visto che è un dipendente del siderurgico). Un silenzio che ha tratto in inganno anche il premier Conte, che si è accorto della sua presenza soltanto al termine dell’incontro, scusandosi per non averlo riconosciuto. Melucci dunque ha evitato di ribadire davanti al premier e all’ad Morselli tutti i suoi giudizi negativi su ArcelorMittal, definita soltanto lo scorso mese una multinazionale gestita da “veri e propri pirati“.

Hanno preferito ascoltare e restare in silenzio quasi tutti i rappresentanti sindacali (ad eccezione di una Rsu della Uilm e della Fim Cisl). Nessuno ha quindi sentito l’esigenza di denunciare quanto avvenuto questo mese nei confronti dei lavoratori delle ditte dell’indotto, a cui non sono state pagate le tredicesime. Oltre ad aver trovato nelle buste paga la ‘sorpresa‘ della decurtazione dallo stipendio delle giornate in cui fu impedito agli stessi di recarsi sul posto di lavoro, dalle stesse ditte. Sarà forse perché quella serrata ebbe l’appoggio del sindaco Melucci e del governatore Emiliano e quindi si è voluto evitare un incidente diplomatico la vigilia di Natale?

Lo stesso premier Conte non ha fatto alcun riferimento al piano industriale del governo, chiamato “Linee guida per un piano industriale sostenibile 2020-2023“, dal quale si evince chiaramente come, anche se sino al 2023 (se i calcoli si riveleranno giusti), ci saranno esuberi anche con l’ingresso dello Stato nell’azionariato di ArcelorMittal. Meglio rinviare il tutto al prossimo anno.

Così com’è stato evitato da tutti l’argomento del momento: ovvero cosa potrebbe accadere lunedì quando sarà discusso al tribunale del Riesame, il ricorso dei commissari straordinari di Ilva in AS, contro l’ordinanza dello scorso 10 dicembre del giudice Francesco Maccagnano, che ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso dell’altoforno 2 dello stabilimento ex Ilva, ora ArcelorMittal Italia di Taranto.

È stata infine ancora una volta taciuta l’unica vera grande verità di tutta questa vicenda, a prescindere da tutto quello che sarà realizzato in futuro attraverso i progetti contenuti nel CIS e nel Cantiere Taranto.

Perché se la salute fosse davvero prioritaria in tutta questa storia, con l’esigenza di tutelare lavoratori e cittadini, si sarebbe dovuto ammettere una volta e per tutte che non esisterà mai il rischio sanitario zero. Nonostante l’implementazione del gas (e magari tra qualche anno anche dell’idrogeno), il risanamento degli impianti che resteranno in funzione, la dismissione e la bonifica di quelli che saranno spenti per sempre, nonostante sarà portato a compimento il piano sullo smaltimento dell’amianto presentato la scorsa primavera dalla stessa ArcelorMittal. Bisogna dirselo una volta per tutte con grande chiarezza. E dovrebbero ammetterlo tutte le parti in causa.

Del resto, fu messo nero su bianco con grande chiarezza da ARPA Puglia nel lontano 2013, con la stesura della relazione della prima Valutazione del Danno Sanitario (redatta con l’apporto della Asl e dell’AReS Puglia), che riportammo in totale solitudine nella primavera del maggio dello stesso anno sulle colonne del ‘TarantoOggi‘. Riportiamo testualmente: “La valutazione del rischio cancerogeno inalatorio prodotto dalle emissioni in aria dello stabilimento ILVA di Taranto ha evidenziato una probabilità aggiuntiva di sviluppare un tumore nell’arco dell’intera vita superiore a 1:10.000 rispettivamente per una popolazione di circa 22.500 residenti a Taranto per il quadro emissivo 2010 pre-AIA e per una popolazione di circa 12.000 residenti a Taranto nello scenario post-AIA“.

L’ex direttore generale di ARPA Puglia Giorgio Assennato, nel presentare il rapporto evidenziava quanto segue: “Il rapporto chiarisce in modo graficamente molto chiaro che i miglioramenti delle prestazioni ambientali che saranno conseguiti con la completa attuazione della nuova AIA (prevista all’epoca per il 2016) comportano un dimezzamento del rischio cancerogeno nella popolazione residente intorno all’area industriale; nel contempo evidenzia pure come in ogni caso residui un rischio sanitario in eccesso rispetto a quello previsto ad es. dall’US-EPA: una situazione che potrebbe dar luogo ad un’ulteriore fase di gestione del rischio, ad esempio correggendo la massima capacità produttiva dell’impianto, riducendo così le emissioni massiche annue”.

Questo deve essere chiaro a tutti. A maggior ragione a fronte delle intenzioni del governo che vuol portare l’Ilva, dal 2023, a produrre stabilmente 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno, come peraltro previsto anche dall’AIA del 2012. Serve chiarezza e trasparenza da parte di tutti gli organi competenti che lavorano alacremente da anni sulle vicende ambientali come l‘Asl di Taranto, l’ARPA Puglia, l’ISPRA, l’Istituto superiore di Sanità. Che si chiariscano con maggiore frequenza il significato dei dati sulle emissioni e di quelli sanitari sulle incidenze delle malattie, affinché questi argomenti non vengano utilizzati e lasciati appannaggio dei soliti noti.

Magari iniziare a dire la verità, con serietà, competenza, grande semplicità ed onestà, porterebbe tutti a discutere del presente e del futuro senza più inganni di sorta. E sarebbe francamente anche ora. 

26/06/2019

Se non è zuppa, è pan gasato

Negli ultimi mesi si è acceso il dibattito su come arrivare alla chiusura delle centrali a carbone italiane, principalmente targate Enel. A fine 2018 il ministero dell’Ambiente ha emesso un decreto per la revisione di tutte le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti per includere la data di chiusura del 2025.

A febbraio Enel lo ha impugnato, visti alcuni errori burocratici e legali con cui il decreto è stato emesso e lamentandosi che il governo non voleva discutere di come rendere la chiusura delle centrali una realtà affrontando anche il problema della sicurezza della rete elettrica italiana e degli investimenti da prevedere in proposito – che ovviamente non avrebbe dovuto fare Enel.

Incalzato da noi di Re:Common, da altre associazioni ambientaliste e commentatori vari, a metà maggio l’ad Francesco Starace ha dichiarato agli azionisti riuniti nell’assemblea annuale della società che finalmente il governo ha avviato un tavolo di lavoro sul tema e quindi Enel ha ritirato il ricorso. Ma soprattutto Starace ha annunciato il piano di Enel di chiudere il carbone costruendo negli stessi siti (tranne che nel Sulcis in Sardegna) delle centrali a gas, ciascuna da 500 MW,che entrerebbero in servizio solo se necessario a garantire la sicurezza della rete elettrica.

Tra le righe Enel aggiunge che vede con favore il precedente tedesco di un meccanismo di compensazione per le società che chiudono centrali e miniere di carbone dietro un lauto pagamento di 600 milioni di euro per GW installato. Facendo due conti nel caso di Enel si parlerebbe di circa quattro miliardi di euro (molto più di quanto necessario per costruire i quattro gruppi a gas).

Le affermazioni di Starace sono state accolte con giubilo dai quattro governatori delle regioni interessate, in primis quello pugliese, Michele Emiliano, da sempre fautore della conversione a gas della centrale di Cerano, a sud di Brindisi. Starace ha detto che è una possibilità che poi le nuove centrali a gas a ciclo aperto si convertano in ciclo combinato, qualora servissero in pianta stabile dopo il 2025 per garantire approvvigionamenti elettrici sufficienti alla rete. Ma per Emiliano la conversione definitiva per andare a tutto gas sembra già un dato assodato.

Il passaggio dal carbone al gas di Enel – un po’ inaspettato visto che Starace aveva sempre osteggiato l’ossessione per il gas dei competitor energetici italiani, a partire dell’Eni – eccita non solo le amministrazioni regionali. A2A già parla di trasformare anche la centrale di Brindisi Nord, chiusa da tempo, ed ha già presentato il progetto – per inciso l’opera dovrebbe considerarsi nuova ab fundamentis visto che la centrale precedente era stata chiusa da anni e in parte smantellata.

D’altronde lo stesso governo italiano ha benedetto da tempo il gas quale combustibile “di transizione” dal carbone alle rinnovabili, a sentire le parole del vice-premier Luigi Di Maio lo scorso aprile”. Parole un po’ lontane dal verbo a cinque stelle di qualche anno fa per le rinnovabili senza sé e senza ma. Ma si sa, tempo e potere cambiano menti e persone. Anche laddove non te lo aspetti.

Questo è proprio il caso del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, ex militante dei No al Carbone, che dopo pochi giorni si è aggiunto ai brindisi – è il caso di dirlo – per la conversione a gas della centrale di Cerano, insieme alla Confindustria locale ed altre istituzioni. La cosa ha irritato parecchio gli ex compagni e le associazioni locali che hanno subito messo i puntini sulle i. E Rossi, sempre a mezzo social network ha incalzato, rivendicando da sempre la sua posizione a favore della conversione a gas, ma soprattutto affermando che questo combustibile sarà necessario nella transizione energetica italiana per almeno i prossimi trent’anni.

Insomma sembra che ci sia il consenso di tutti ad ogni livello: l’Italia è una Repubblica fondata sul gas, punto. Con buona pace di una vera transizione oltre ogni combustibile fossile, come ce lo chiede la protezione del clima. Senza parlare delle bonifiche dei siti sacrificati per decenni alla produzione di energia elettrica su grande scala da fonti inquinanti: mettendo delle centrali a gas, la bonifica di questi siti molto probabilmente slitterebbe e le solite comunità continueranno a sacrificarsi per garantire la sicurezza della rete nazionale ed lo sviluppo (presunto) dell’intero paese.

Insomma, una transizione a tutto gas, ma in stile Gattopardo, in cui “tutto cambi perché nulla cambi”.

Fonte

08/05/2018

Un fungo potrebbe fermare la Xylella e la stupida volontà di eradicare

E’ l’esito di una ricerca condotta dai ricercatori dell’ SPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari) del CNR per valutare l’attività in vitro di componenti antimicrobici contro la Xylella fastidiosa.

I test biologici hanno rivelato diverse informazioni sull’influenza esercitata dagli antibiotici usati sulla crescita del batterio della Xylella, ma il risultato più incoraggiante è stata riscontrata nell’attività antagonista nei confronti della Xylella da parte di alcuni composti fungini che il team di ricercatori ritiene possono essere oggetto di ulteriori ricerche per il trattamento preventivo e curativo di piante di ulivo malate o a rischio di sindrome da declino rapido.

La ricerca è stata pubblicata a fine dicembre 2017 e diffusa nel mese di marzo 2018 proprio mentre il ministro Martina firmava il decreto che prevede l’eradicazione di tutti gli alberi di ulivo nel raggio di 100 metri da alberi infetti, il diserbo dei terreni entro il 30 aprile e quattro trattamenti chimici nei mesi di maggio, giugno, settembre e dicembre.

Il decreto consiglia l’utilizzo di Acetamiprid e di Imidacloroprid, molecole che oltre a causare la morte di tutti gli insetti impollinatori sono considerati potenti neurotossici e sono stati banditi dall’Unione Europa ad aprile 2018 – un mese dopo il decreto Martina e con voto favorevole dell’Italia – con possibilità di utilizzo limitato alle serre senza contatto con le api. In una regione già devastata dall’inquinamento si impone un insetticida neurotossico vietato dall’UE con sicure ripercussioni sulla biodiversità degli insetti impollinatori e sulla produzione di frutti nei prossimi mesi.

Nel frattempo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano chiede a Gentiloni, capo del governo ad interim, strumenti legislativi per procedere con più forza alla eradicazione di ulivi superando certi “impicci di natura giuridica” con chiaro riferimento al pronunciamento del Tar di Puglia che ha accolto il ricorso di un olivicoltore che chiede che si verifichi il carattere di monumentalità degli alberi prima dell’eradicazione.

Emiliano teme le sanzioni dell’UE e vantando di aver eradicato più ulivi dei commissari mandati precedentemente dal governo a gestire l’affare xylella, dichiara che non considera l’abbattimento degli alberi l’unica soluzione possibile “ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto”. Quella che tutela gli ulivi secolari evidentemente vale meno delle altre, meno dei piani europei e meno dei decreti ministeriali che impongono l’uso di insetticidi vietati dall’UE.

Quello che pare evidente è che di patogeni a distruggere il nostro ambiente, le nostre coltivazioni e a minare la nostra salute ce ne sono tanti ed i più pericolosi sono quelli istituzionali. La microbiologia ci insegna, e la ricerca lo conferma, che l’attività patogena si combatte coltivando forme fermentative antagoniste ai patogeni che tendono a prevalere e a ridurre la biodiversità delle comunità batteriche. E questa sembra essere l’unica soluzione sia per la Xylella che per la politica italiana.

Fonte

06/02/2018

Ilva, Usb e istituzioni insieme per l’interesse pubblico: la salute viene prima dei profitti privati.

Ora una grande manifestazione cittadina

Scommessa vinta! Il convegno Tarantino organizzato da USB sulla vertenza Ilva è stato un successo assoluto. La grande partecipazione e la qualità degli interventi hanno segnato una giornata molto importante per il rilancio dell’iniziativa contro la svendita del gruppo siderurgico alla multinazionale ArcelorMittal. I temi del diritto alla salute, al lavoro e al reddito hanno attraversato il dibattito nella determinazione di rimettere al centro dell’agenda politica la primazia dell’interesse pubblico contro quello dei profitti privati.

Francesco Rizzo, USB Taranto, nella sua introduzione ha denunciato la colpevole assenza di trasparenza sulla vicenda della cessione del gruppo Ilva dopo anni di mala gestione da parte dell’amministrazione straordinaria. “Il ricorso presentato dalla Regione Puglia e dal Comune di Taranto contro il decreto della presidenza del consiglio dei ministri, che ha approvato il piano ambientale di ArcelorMittal, è importante perché da forza a tutti coloro che vogliono davvero impedire una nuova speculazione sulla pelle dei tarantini” ha ricordato lo stesso Rizzo invitando le istituzioni a non mollare.

Invito subito raccolto dal sindaco Melucci che non ha risparmiato critiche a chi pretende di escludere le istituzioni locali dalla discussione. Lo stesso sindaco ha denunciato la gravità della segretezza agli atti di vendita ed al piano industriale che il ministero ha apposto.

Gabriele Buttinelli, ricercatore ISS e dirigente Usb, ha affrontato il tema della ricerca e delle indagini delle conseguenze sulla salute dei veleni di Ilva, mentre Marescotti di Peacelink ha parlato della necessità di modelli alternativi sul terreno sociale, economico e produttivo.

Il presidente della Regione Emiliano ha tuonato contro il governo, dichiarando la sua indisponibilità a discutere e trattare con chi colpevolmente sta impedendo di trovare soluzioni alternative al carbone. La non trasparenza della vicenda testimonia, secondo Emiliano, una realtà ben diversa da quella radiosa presentata dal ministro Calenda. “Non ritirerò il ricorso e non mollerò“ con questa promessa Emiliano ha chiuso tra gli applausi il suo intervento.

Nelle conclusioni del dibattito Sergio Bellavita, USB nazionale, ha sottolineato come appunto la storia industriale di questo paese testimoni l’inaffidabilità delle imprese private. Il tema delle nazionalizzazioni ritorna quindi prepotentemente d’attualità in Italia e in Europa. ArcelorMittal non è la soluzione per l’Ilva, non è la soluzione per Taranto.

Infine, ringraziando tutti i partecipanti e i relatori, Bellavita ha lanciato una proposta: dare continuità a questa grande assemblea, rilanciare l’iniziativa sul terreno sociale, costruire una grande manifestazione cittadina per il diritto al presente ed al futuro dei lavoratori e dei tarantini.

USB non cederà di un millimetro: zero esuberi, zero tagli di diritti e salari, impegni veri su ambiente e salute. Senza questa condizione preventiva la trattativa sindacale non può iniziare.

Il bilancio del convegno è più che positivo. In questa difficile fase politica e sociale affrontare il tema di come coniugare salute, ambiente e occupazione, senza alcun tabù sulla chiusura dello stabilimento, è un atto di grande coraggio per un sindacato.

USB, un sindacato che serve quindi, un sindacato che sta da una sola parte, quella di chi lavora, quella delle classi popolari a cui sempre viene fatto pagare per intero il prezzo delle politiche del capitale.

Su questa strada ha incrociato il consenso di lavoratori, cittadini e la tenacia delle istituzioni locali.
La vertenza Ilva è tutt’altro che chiusa.

Fonte

08/03/2017

Una proposta molto semplice sulla questione dei vitalizi parlamentari

Come si sa, il M5s ha proposto l’abolizione dei vitalizi per i parlamentari definiti “privilegio medievale” (medievale? Ma nel Medio Evo non c’era il parlamento o sbaglio?). Il Pd ha annunciato una sua proposta ed Emiliano si è lanciato in una spericolata proposta di abolire lo stipendio parlamentare.

A proposito della proposta di Emiliano, vorrei ricordare che la sua non è una proposta nuovissima: ci pensò già Tucidide (mio storico amatissimo, ma politicamente fautore del partito aristocratico) ottenendo in questo modo, l’espulsione dalle magistrature cittadine di chi non fosse appartenente alle classi nobili. E la stessa cosa accadeva nel Parlamento dell’Italia Liberale (nella quale lo Statuto escludeva perentoriamente che la carica di deputato potesse essere retribuita). Questi populisti credono di aver scoperto chissà quale cosa nuova, ma in realtà scoprono sempre l’acqua calda.

Partiamo da una idea: il lavoro si paga, anche perché, se faccio una cosa non ne faccio un’altra e, a meno di essere il figlio di Gianni Agnelli, per vivere ho bisogno di un salario, o chiamatelo come volete. Quello di parlamentare è un lavoro (quando viene fatto decentemente) ed anche non semplice, per cui, allo stesso modo in cui il direttore di una fabbrica prende più di un operaio (da almeno 20 anni stiamo esagerando con i differenziali retributivi, ma in sé pare giusto che chi svolge un lavoro con maggiori responsabilità, riceva una paga adeguata ad esse) è giusto che un parlamentare riceva una retribuzione a livello del suo lavoro (poi in una occasione diversa torneremo su quale possa essere una giusta retribuzione per un parlamentare, e sui criteri per formarla, mentre è palese che attualmente si tratta di cifre esagerate).

Poi va tenuto presente che quello di parlamentare è un impiego che comporta molte spese, perché devi vivere fuori casa, perché spesso ti capita di offrire un pranzo o una cena a chi viene a trovarti a Roma, perché devi leggere una certa quantità di libri e giornali, perché devi viaggiare per andare a fare comizi o presiedere convegni eccetera eccetera. Ma questo aspetto consideriamolo a parte nella voce dei rimborsi e ne parleremo. E lasciamo anche da parte la questione di quanti possano continuare a ricevere lo stipendio del lavoro precedente mentre sono in aspettativa o situazioni simili.

Per ora fissiamo un punto: che è giusto che ci sia una retribuzione parlamentare dignitosa, al livello del posto ricoperto, ma che, ovviamente, sia tassata come quella di qualsiasi cittadino. Almeno su questo siamo d’accordo?

Il vitalizio o, se preferiamo, la pensione non è altro che salario differito, per cui si accantona una parte della retribuzione per il momento in cui si uscirà dall’attività produttiva. Ed allora, nulla di strano che anche un parlamentare sia trattato in questo modo. In sé mi pare che non si tratti di alcun privilegio. Al solito il problema è del quanto ed a quali condizioni.

Qui però è sorta una questione da anni: perché il parlamentare possa godere della pensione, occorre che la legislatura abbia avuto una certa durata (attualmente 4 anni 6 mesi ed un giorno). E questo scatena uno psicodramma ogni volta che si renda necessario sciogliere anticipatamente le Camere, mentre, all’opposto, c’è chi pretende di sciogliere il Parlamento prima proprio per non far scattare il vitalizio il che è una scemenza come l’altra.

Ma allora come se ne esce? Io penso ad una cosa molto semplice: tenendo conto che con la riforma Fornero siamo passati da metodo retributivo a quello contributivo, allo stato attuale tutti i lavoratori dipendenti hanno una partita pensionistica aperta, mentre quelli autonomi spesso, non sempre la hanno e disoccupati e precari non la hanno affatto. La cosa più semplice è che i contributi detratti dalla paga dei parlamentari, vengano versati sulla posizione pensionistica di ciascuno e, se qualcuno non ha una partita, la si crei. Per cui un giorno o 5 anni, non ha importanza, i contributi vanno a sommarsi al resto in proporzione ai versamenti e vengono considerati ai fini della pensione globale. Non mi sembra né una cosa scandalosa né una cosa difficile da fare ed, in questo modo, toglieremmo per sempre di torno la noiosissima questione del termine da raggiungere per poter sciogliere le Camere.

Che ne pensate? Troppo semplice? Se poi vogliamo parlare dell’entità delle retribuzioni dei parlamentari, delle condizioni di versamento eccetera va benissimo ma è una cosa diversa che potremmo affrontare separatamente.

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03/03/2017

Consip: siamo alla vigilia di un avviso di garanzia per Matteo Renzi?


Con l’arresto di Romeo lo scandalo Consip è ad una svolta decisiva. Non sappiamo, se non per indiscrezioni giornalistiche, cosa abbiano in mano i magistrati ed il garantismo vale sempre, anche se l’indiziato si chiama Tiziano Renzi, per cui vedremo quando le cose saranno più chiare. Ma c’è una frase dell’ordinanza cautelare che lascia cadere di sfuggita queste parole: “livello politico più alto”. Di che livello politico si parla? 

Qui è già coinvolto un ministro, e allora? Insomma, non prendiamoci in giro e prendiamo il toro per le corna: sta arrivando un avviso di garanzia (o peggio) a Renzi figlio?

Come lo stesso Renzi ha ricordato, all’indomani della sua sconfitta referendaria, non essendo parlamentare, non gode di immunità per l’arresto e nulla fa pensare, almeno per ora, ad una misura così grave, ma anche un semplice avviso di garanzia, nel pieno del congresso del Pd ed alla vigilia di elezioni politiche (che arriveranno al più tardi fra 10 mesi) avrebbe effetti devastanti per Renzi, per il Pd e per l’intero sistema.

Certo: sappiamo che le colpe dei padri non ricadono sui figli e non c’è motivo per venir meno a questa regola di civiltà, ma qui ci sono molti punti scabrosi da chiarire.

Tiziano Renzi smentisce di aver richiesto o ricevuto danaro e va bene: vedremo che prove ci sono, ma resta un fatto che non pare smentito, cioè che lui abbia incontrato (sembra per una cena segreta ed in una taverna) l’imprenditore Romeo. Ed allora sorge una domanda: a che titolo lo ha incontrato, visto che non pare abbia alcun incarico istituzionale?

L’uomo è molto attivo, come segnalano i numerosi procedimenti penali che lo hanno visto coinvolto anche se il più delle volte archiviato da Genova ad Arezzo, ma in che veste dispiega questo attivismo? Ha speso il nome del figlio? E il Presidente del Consiglio non ne sapeva nulla? Come si fa a crederlo? Anche nel caso in cui sia il padre sia Lotti non gliene abbiano detto nulla, per non coinvolgerlo (il che, però, fa pensare che fossero coscienti dell’inconfessabilità dell’azione) possibile che i servizi di informazione e sicurezza non lo abbiano messo sull’avviso? Poi, quando uno ha un padre così vivace ed arzillo, magari cerca di tenerlo d’occhio, o no?

Come se non bastasse, ci si aggiunge l’intervento di Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato alla segreteria del Pd, che dice che ricevette un sms che lo invitava a ricevere l’imprenditore Russo, ed ovviamente, da magistrato e da cittadino, ritiene suo dovere rendere testimonianza davanti all’Ag che procede. Alcuni nel Pd osservano che questo lo mette in condizione di conflitto di interessi fra il suo essere testimone (ma sarebbe più giusto dire, persona informata dei fatti) ed il suo essere rivale di Renzi nella competizione per la segreteria.

Conflitto di interessi? E perché mai? Rendere testimonianza non è un interesse ma un dovere, e sostenere il contrario significa dire che un cittadino nelle condizioni di Emiliano, dovrebbe sottrarsi ad un dovere di legge per poter concorrere alle elezioni interne ad un partito. Nel Pd hanno convinzioni giuridiche molto particolari.

Più insidiosamente, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, rilascia una intervista alla Repubblica, per ricordare che Emiliano dovrebbe decidersi se essere iscritto ad un partito e dimettersi da magistrato o se rientrare in Magistratura, ma rinunciando alla corsa alla segreteria Pd. Nel merito, la Ferranti non ha torto, perché la legge proibisce ad un magistrato di iscriversi ad un partito senza eccezioni, deroghe o periodi interinali. Sin qui va bene, però, considerato che Emiliano è stato per 4 anni segretario regionale del partito in Puglia (e quindi iscritto) senza che nel Pd questo sollevasse alcun dubbio, la cosa suona strana ora, alla vigilia della sua deposizione. Suona un po’ come il preavviso di un’azione disciplinare in Csm e come un forte segnale di nervosismo nelle alte sfere renziane.

Personalmente consiglierei a Michele (che conosco dai tempi dell’Università, ahimè 37-8 anni fa) di dimettersi prima dalla magistratura, spezzando il giocattolo nelle mani dei suoi avversari: evitando così una procedura che lo danneggerebbe mediaticamente. Ma la cosa suona strana.

In primo luogo, Emiliano riceve la sollecitazione a ricevere un imprenditore, da un suo collega di partito, ma non ha trovato un minuto di tempo per riceverlo. Certo, l’attività di governatore è molto assorbente, ma un esterno potrebbe anche avere l’impressione che Emiliano abbia intenzionalmente evitato di riceverlo. Perché?

Poi, in secondo luogo: personalmente ricevo 15-20 sms al giorno (non so voi che mi leggete) ed immagino che il governatore di una regione ne riceva molti di più o, comunque non meno. Ovviamente, non è possibile conservarli tutti, invece Emiliano conserva quegli sms.

Conoscendo Michele, come ho detto, so che non è uomo che faccia qualcosa senza pensarci su, così casualmente ed allora, perché ha conservato quegli sms?

Mettendo in relazione le due cose (gli sms conservati e la mancata visita) sorge un sospetto: che la vicenda Consip fosse già molto chiacchierata all’interno del Pd, al punto che Emiliano pensò di non ricevere un personaggio che riteneva compromettente e conservò gli sms cautelativamente. Poi, tanto per non lasciare dubbi, risponde a chi gli chiede se non sia preoccupato della sua doppia veste di testimone e di candidato alla segreteria, che “altri candidati hanno da preoccuparsi”. E non credo parlasse di Orlando.

Credo che sia un caso che ci darà ancora molte sorprese: già un po’ più di un anno fa scrissi che se un avviso di garanzia fosse arrivato a Lotti o Carrai, il siluro sarebbe arrivato in sala macchine e mi pare che...

01/03/2017

Trump It

I più spiazzati dalla vittoria di Donald Trump sono stati quelli che più avrebbero dovuto aspettarsela. Ma si sa, gli Dei rendono ciechi coloro che vogliono perdere.
 

Da quando il fascistone è diventato presidente degli Stati Uniti, quaggiù s’è aperto il talent per la ricerca del “Trump all’italiana”, lo Spaghetti Trump.


Salvini e Grillo sono in pole position da tempo, ma adesso persino il PD ha il suo concorrente: Michele Emiliano.
 

Nonostante il ruolo di populista di grana grossa che interpreta però, la manovra con la quale il corpulento governatore della Puglia ha accompagnato fuori dal PD quasi tutti gli altri antirenziani, suoi concorrenti diretti, per poi non seguirli è stata di rara sottigliezza.
 

Adesso Emiliano è l’unico leader dell’opposizione interna al PD (Orlando è solo un proxy di Napolitano) e quando Renzi si sarà schiantato definitivamente, potrà ereditare il partito.

Renzi è un perdente che continuerà a perdere, a maggior ragione adesso che ha esaurito le cazzate da spacciare.
 

Perderà sia le amministrative che l’eventuale referendum sui voucher. Persino le primarie aperte del PD sono a rischio da quando l’astuto Emiliano le ha indicate come nuova ordalia antirenziana, invitando a votare tutti coloro, dentro e fuori dal PD, che vogliano infliggere al Cazzaro la disfatta definitiva.
 

Per le elezioni politiche il PD avrà quindi comunque disperatamente bisogno d’un altro leader spendibile che riesca nel compito fallito da Renzi: catalizzare il voto anti-establishment per convogliarlo nel principale partito dell’establishment.
 

Di fronte agli elettori del PD, Emiliano potrà vantare d’essere un oppositore leale che ha cercato di evitare la scissione per il Bene Supremo del partito, e che ora potrebbe ricomporla.
 

Di fronte agli altri elettori, reciterà la sua solita parte di populista verace, che alle ultime regionali gli ha fruttato un vasto consenso trasversale.
 

A prescindere dalla sua riuscita, la strategia di Emiliano per scalare il PD è un notevole esempio della congenita doppiezza del cosiddetto centrosinistra.
 

Non sono migliori gli scissionisti DP, che pur continuando a sostenere il governo, progettano di raccogliere voti a sinistra del PD, per poi rivenderli allo stesso PD con la Grossolana Coalizione auspicata dal nefasto Scalfari, che va da Brunetta a Vendola in funzione anti M5S.
 

In realtà ognuna delle loro tortuose manovre avvicina al governo sia Grillo che Salvini.
 

Che la parola “Sinistra” sia preda di certi grotteschi parassiti è una delle ovvie cause dell’avanzata delle destre.
 

La protesta di ambulanti e tassinari inferociti davanti alla sede del PD dove si celebrava l’ennesimo rituale bizantino è stata la perfetta rappresentazione plastica della situazione.
 

Le bombe-carta che hanno fatto saltare in una pioggia di cocci tutti i vetri della strada non hanno scosso i piddini dalle loro procedure ossessivo compulsive, che accelerano la rovina che vorrebbero scongiurare.
 

Ma si sa, gli Dei rendono sordi coloro che vogliono perdere.

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