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30/12/2019

Taranto - Ex Ilva, fenomenologia operaia e smarrimeto della politica

Cosa è stato detto realmente durante il Consiglio di fabbrica dello scorso 24 dicembre alla presenza del premier Conte? Per capirlo abbiamo guardato il video integrale dell’incontro della durata di oltre un’ora. Una visione alquanto interessante per toccare ancora una volta con mano la realtà vera. Non quella che spesso viene filtrata dai social, dai comunicati stampa, dalle mezze dichiarazioni rubate qui e là ai presenti.

Dopo le frasi introduttive di routine da parte dell’ad Lucia Morselli e del premier Conte sulla trattativa in corso e la possibilità che si possa addivenire ad un nuovo piano industriale condiviso e sostenibile finanziariamente (nonostante Conte abbia definito la Morselli ancora come un’antagonista), sulla salvaguardia occupazionale, sulla sostenibilità ambientale e su una fabbrica che si vorrebbe diventasse sicura da un punta di visto sanitario e manutentivo, oltre che sulla dicotomia oramai non più sopportabile per gli operai tra il diritto al lavoro e alla salute, la sostanza è come sempre ben altra.

Il premier Conte ha messo subito in chiaro, o forse sarebbe meglio dire le mani avanti, su quale sarà il ruolo dello Stato qualora la trattativa andasse in porto: entrerà come azionista nel capitale sociale di AM InvestCO Italy spa, con il ruolo di controllore e garante, ma il partner industriale è e resterà ArcelorMittal. Lo Stato dunque, come peraltro ampiamente prevedibile e come abbiamo riportato nell’articolo sul piano industriale studiato dal governo, interverrà economicamente affinché si realizzi, almeno in parte, la transizione energetica che porta l’ex Ilva dall’essere il più grande siderurgico d’Europa a ciclo integrale verso un ciclo ibrido, dove dovranno convivere forni elettrici, cokerie e altiforni.

L’idea dello Stato con questo ruolo sembra però non piacere ai lavoratori presenti all’incontro, molti dei quali non c’erano lo scorso 8 novembre quando il premier Conte scese a Taranto dopo lo tsunami provocato dall’atto di recesso di ArcelorMittal.

Il premier viene infatti subito interrotto dai lavoratori. Che hanno voluto ricordare al presidente del Consiglio come lo Stato abbia già gestito il siderurgico in passato prima del ventennio dei Riva (che in molti sembrano quasi rimpiangere, c’è chi infatti ha ricordato ‘i bei tempi’ in cui sino al 2006 ogni settimana si assumevano 20 giovani lavoratori), con risultati tutt’altro che lusinghieri. E che gli auguri rivolti alla platea il premier dovrebbe avere il coraggio di andare a darli di persona a molti loro compagni da oltre un anno a casa in cassa integrazione, a cui il futuro appare ancora più oscuro di chi ha avuto la ‘fortuna‘ di vincere la lotteria delle assunzioni in ArcelorMittal Italia.

Nel brusio generale irrompe la voce di un operaio nelle retrovie della sala, che raggiunge Conte al microfono, chiedendo alla politica di decidere con chiarezza cosa fare. E lanciando un anatema verso i colleghi presenti in sala e non, che dovrebbe far riflettere molti: “Ora vi hanno applaudito tutti. Ma fino a prima che entraste tutti parlavano male di lei. Perché i tarantini sono così, sono una massa di caproni, si prendono paura di parlare. È tutta una caricatura”.

Rotto il ghiaccio, il premier Conte raggiunge un altro operaio in platea, che palesa le difficoltà economiche di chi è in cassa integrazione (per i 1.600 rimasti nel perimetro di Ilva in Amministrazione Straordinaria), nei confronti delle proprie famiglie, dei mutui contratti negli anni, che oggi non sono più sostenibili per chi ha perso tra le 500 e i 1000 euro al mese. Raccontando una realtà che tutti conoscono, che abbiamo raccontato tante volte, ma che chissà perché si fa finta sempre di ignorare: i lavoratori dell’ex Ilva, anche sotto la gestione commissariale, hanno puntualmente ricevuto ogni 12 del mese lo stipendio, con tanto di premi di risultato e di produzione nonostante l’azienda producesse la metà rispetto al passato e il segno meno caratterizzasse i bilanci tanto da provocare un buco di miliardi di euro. Un qualcosa che non si è mai visto da nessuna parte, ma che non ha indignato di fatto nessuno in tutti questi anni. Nemmeno i lavoratori stessi assueffatti a tale andazzo che oggi, di fatto, si trovano in una condizione economica fortemente ridimensionata rispetto al passato. E che ha creato una spaccatura importante nel tessuto operaio dell’ex Ilva, creando di fatto dallo scorso anno lavoratori di serie A e di serie B.

Girando la platea con il microfono, c’è chi critica il sistema sanitario locale fin troppo deficitario, chi ha denunciato la situazione ambientale del rione Tamburi, chi ha attaccato la struttura commissariale (e quindi lo Stato) sostenendo come negli ultimi anni di gestione non sia stato fatto nulla in merito alla manutenzione degli impianti.

C’è chi denuncia di essere stanco di essere visto come un assassino dai figli, dagli amici e da chi si ammala a causa della produzione del siderurgico. C’è chi in platea ha vissuto in prima persona il dramma del tumore e denuncia come un dramma ancora maggiore quello di lavorare senza prospettive chiare sul futuro. Oppure chi ammette la grande difficoltà nel ricoprire un ruolo importante in fabbrica, come quello di dover comunicare ad altri colleghi che dal tale giorno non dovranno scendere sul posto di lavoro.

Tutti i discorsi dei lavoratori hanno un comune denominatore: i propri figli. E la questione economica legata allo stipendio decurtato dalla cassa integrazione attuale e futura. A dimostrazione del fatto che il primo vero problema dell’ex Ilva è e resterà sempre di tipo economico. Per lo Stato, per chi gestisce l’azienda chiunque esso sia e per chi ci lavora. Al di là del solito mantra a cui non crede più nessuno, ripetuto dallo stesso Conte e da molti lavoratori, che vede la salute al primo posto, come primo diritto da garantire e poi a cascata quello al lavoro e quello di vivere in un ambiente sano.

Il nodo è sempre quello: il timore di continuare a vivere, dopo 7 lunghi anni dal famoso 2012, nell’incertezza economica e lavorativa. Sia per chi è oggi in cassa integrazione e teme di restare ancora a lungo con uno stipendio al 60%, sia per chi è un dipendente diretto di ArcelorMittal.

E c’è stato anche chi ha provato a consigliare al premier una strada da seguire, per provare a ‘sanare‘ la posizione di molti lavoratori. Partendo dalla denuncia delle presenza di 4mila tonnellate di amianto all’interno dell’ex Ilva ancora da smaltire, è stato proposto di ampliare il riconoscimento dei benefici per i lavoratori all’esposizione ad amianto, riconosciuto dalla legge n. 257 del 1992 e previsto per chi è stato esposto sino al 2 ottobre del 2003.

Anche Emiliano in difficoltà davanti ai lavoratori

Di fronte a tutto questo il premier Conte resta quasi senza parole. A quel punto viene tirato in ballo il governatore Emiliano, a causa della scarsa possibilità per i tarantini di curarsi sul proprio territorio, a causa di molti nosocomi chiusi negli ultimi anni. Un operaio, rivolgendosi a Conte ed Emiliano denuncia fino a 9 mesi per una tac, tempo nel quale una persona ammalata muore.

Il governatore Emiliano, tirato in causa, si alza e prende la parola. Rivendica la trasformazione dell’ospedale Moscati, in appena quattro anni, in un Oncologico seppur ancora piccolo ma per il quale la Regione Puglia sta ultimando l’acquisto di ulteriori macchinari. Mentre prima c’era poco o nulla.

A chi gli fa notare che il reparto di Oncologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata sia stato realizzato con i soldi della campagna di beneficenza attraverso la vendita delle magliette del mini bar dei Tamburi, conosciuta in tutta Italia grazie al sostegno della giornalista Nadia Toffa delle Iene scomparse prematuramente lo scorso agosto Emiliano, finalmente ci vien da dire, chiarisce la realtà delle cose. In realtà quel reparto esiste già da anni e il suo mancato utilizzo non è legato ad un problema di soldi, ma di assenza di medici. Emiliano rivendica come sua la decisione di aver ‘preso’ da Pescara il primario Cecinati, di avergli costruito un concorso su misura per farlo venire qui. Il vero problema denuncia Emiliano, è la mancanza di pediatri e non di risorse finanziarie.

Emiliano ammette, rivolgendosi a Conte, come Taranto vanti il poco lusinghiero primato dell’indice dei posti letto più basso di tutta la Puglia. Ricorda a Conte i tentativi fatti con i governi precedenti nel chiedere che venissero rinforzate le strutture sanitarie, consentendo alla Regione Puglia di spendere più risorse su Taranto.

E chiedendo al governo e alle istituzioni locali, e persino ai presenti, di dar vita ad una campagna di “incentivo economico o finanche morale” per far venire giovani medici a Taranto. Si tira in ballo la facoltà di Medicina che ha preso il via quest’anno, partita in realtà con grandi difficoltà e che dall’anno prossimo dovrebbe partire a tutti gli effetti e per tempo. Emiliano propone incentivi per finanziare a Taranto le scuole di specializzazione così da evitare che i medici vadano ad esercitare altrove. Ricorda che nel 2020 sarà posta la prima pietra del nuovo ospedale San Cataldo che “darà vita a nuova storia”.

Il governatore prova poi a tirare su il morale dei presenti ricordando che l’aeroporto di Grottaglie è in ricostruzione completa attraverso tanti lavori già appaltati, e che ora bisogna trovare compagnie aree da portare qui, magari sfruttando anche i Giochi del Mediterraneo del 2026 che per il governatore serviranno a mettete in moto una Taranto diversa. Rivendica l’iniziativa di aver portato negli ultimi due anni a Taranto il Medimex, per incentivare un turismo culturale che muova nuova economia.

Conte alle strette ribadisce: il futuro può essere solo con ArcelorMittal

Ma l’attenzione dei lavoratori è rivolta altrove. Si torna a parlare del futuro dell’Ilva, ribadendo al premier che se l’Italia ha deciso di puntare sull’acciaio “o si lavora tutti o nessuno“. E che si mettano gli Impianti finalmente a norma.

C’è spazio anche per un lavoratore dell’indotto, che racconta di un lavoro di 25 ore settimanali pari 850 euro mensili. C’è chi lavora anche 14 ore settimanali per uno stipendio di appena 340 euro al mese. Un indotto dove la maggioranza dei lavoratori sono giovani. Dove non c’è la possibilità ancora oggi di usufruire di spogliatoi e lavanderie. Siamo di fatto di fronte a lavoratori di Serie C. L’umile richiesta avanzata al premier, senza gridare o inveire è molto semplice ma fin troppo chiara: ampliare le tutele a favore dei lavoratori dell’indotto, un bacino occupazionale in cui gravitano oltre 6mila operai.

A quel punto Conte è costretto a chiudere. Il tempo è tiranno e lo attendono mons. Santoro e la cena alla Caritas con chi un lavoro non ce l’ha o l’ha perduto e sicuramente non lo avrà più.

Rinnova ai presenti il lavoro e l’impegno del governo per arrivare ad una soluzione con ArcelorMittal, giudicata dal premier come l’unica concreta possibilità, l’unico interlocutore possibile per dare un futuro immediato al siderurgico. Ribadisce che il piano industriale della multinazionale in cui ci sono 5mila esuberi è stato prontamente rispedito al mittente. Ricorda che la trattativa al momento è ferma ad un accordo di intenti da seguire.

Ma gli operai mostrano insofferenza, commentano a voce alta. Viene chiesto il rispetto dell’accordo del 6 settembre del 2018. A quel punto il premier per un attimo si spazientisce: “Allora volete che portiamo avanti la causa in tribunale? Se è questo che volete ditelo chiaramente. Il risultato della causa legale è l’inizio di questa trattativa. Se siamo ancora qui è perché gli abbiamo impedito di lasciare l’Italia nonostante quell’accordo”.

Il messaggio è chiaro: il futuro prossimo può essere soltanto con ArcelorMittal. E dimostra che tutta questa sicurezza nel vincere la ‘causa del secolo’ il governo non l’abbia mai avuta. Conte prova a fare una battuta per smorzare i toni rivolgendosi alla Morselli: “Questa signora non ce la siamo scelta, ma ce la siamo ritrovati, con tutto il rispetto”. Ma nessuno ride e la Morselli lo gela con lo sguardo.

Rinnova infine l’impegno del governo sul decreto ‘Cantiere Taranto’ che sarà approvato soltanto dopo un’interlocuzione con le istituzioni locali.

L’ultima parola è proprio dell’ad Morselli. Che dopo aver garantito l’impegno dell’azienda nel portare a termine, positivamente, la trattativa con il governo, si rivolge alla platea con un monito sin troppo chiaro: “Ricordatevi tutti bene una cosa: siete tutti ArcelorMittal in questo momento. O tutti voi collaborerete, con il vostro lavoro, con le vostre proteste giuste, le vostre segnalazioni con le cose che non vanno, oppure non andremo da nessuna parte. Dovrete volerla tutti questa società“. Non il massimo per un messaggio di auguri alla vigilia di Natale.

Le tante cose non dette e taciute

Durante il Consiglio di fabbrica sono state tante le cose non dette. Specie da parte di chi quasi ogni giorno sull’argomento Ilva esprime sentenze di ogni tipo. Ad esempio il governatore Emiliano si è ben guardato dal ripetere un pensiero che negli ultimi mesi ha ribadito in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche in cui è intervenuto, in tutte le interviste rilasciate sui quotidiani nazionali e locali, nei vari convegni organizzati a Taranto, in Puglia, a Roma o a Bruxelles: ovvero che “sarebbe stato meglio se l’Ilva a Taranto non fosse mai stata costruita“. Così come il governatore ha taciuto sul progetto di decarbonizzazione per il siderurgico portato avanti dalla Regione negli ultimi anni e ribadito anch’esso in ogni circostanza: probabilmente perché avendo di fronte a se una platea di lavoratori e tecnici, in cinque minuti gli sarebbe stato spiegato che rendere l’Ilva totalmente decarbonizzata sia di fatto impossibile.

È invece rimasto in silenzio per tutto il tempo il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, accompagnato per l’occasione dal presidente del Consiglio comunale Lucio Lonoce (interessato due volte all’argomento Ilva visto che è un dipendente del siderurgico). Un silenzio che ha tratto in inganno anche il premier Conte, che si è accorto della sua presenza soltanto al termine dell’incontro, scusandosi per non averlo riconosciuto. Melucci dunque ha evitato di ribadire davanti al premier e all’ad Morselli tutti i suoi giudizi negativi su ArcelorMittal, definita soltanto lo scorso mese una multinazionale gestita da “veri e propri pirati“.

Hanno preferito ascoltare e restare in silenzio quasi tutti i rappresentanti sindacali (ad eccezione di una Rsu della Uilm e della Fim Cisl). Nessuno ha quindi sentito l’esigenza di denunciare quanto avvenuto questo mese nei confronti dei lavoratori delle ditte dell’indotto, a cui non sono state pagate le tredicesime. Oltre ad aver trovato nelle buste paga la ‘sorpresa‘ della decurtazione dallo stipendio delle giornate in cui fu impedito agli stessi di recarsi sul posto di lavoro, dalle stesse ditte. Sarà forse perché quella serrata ebbe l’appoggio del sindaco Melucci e del governatore Emiliano e quindi si è voluto evitare un incidente diplomatico la vigilia di Natale?

Lo stesso premier Conte non ha fatto alcun riferimento al piano industriale del governo, chiamato “Linee guida per un piano industriale sostenibile 2020-2023“, dal quale si evince chiaramente come, anche se sino al 2023 (se i calcoli si riveleranno giusti), ci saranno esuberi anche con l’ingresso dello Stato nell’azionariato di ArcelorMittal. Meglio rinviare il tutto al prossimo anno.

Così com’è stato evitato da tutti l’argomento del momento: ovvero cosa potrebbe accadere lunedì quando sarà discusso al tribunale del Riesame, il ricorso dei commissari straordinari di Ilva in AS, contro l’ordinanza dello scorso 10 dicembre del giudice Francesco Maccagnano, che ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso dell’altoforno 2 dello stabilimento ex Ilva, ora ArcelorMittal Italia di Taranto.

È stata infine ancora una volta taciuta l’unica vera grande verità di tutta questa vicenda, a prescindere da tutto quello che sarà realizzato in futuro attraverso i progetti contenuti nel CIS e nel Cantiere Taranto.

Perché se la salute fosse davvero prioritaria in tutta questa storia, con l’esigenza di tutelare lavoratori e cittadini, si sarebbe dovuto ammettere una volta e per tutte che non esisterà mai il rischio sanitario zero. Nonostante l’implementazione del gas (e magari tra qualche anno anche dell’idrogeno), il risanamento degli impianti che resteranno in funzione, la dismissione e la bonifica di quelli che saranno spenti per sempre, nonostante sarà portato a compimento il piano sullo smaltimento dell’amianto presentato la scorsa primavera dalla stessa ArcelorMittal. Bisogna dirselo una volta per tutte con grande chiarezza. E dovrebbero ammetterlo tutte le parti in causa.

Del resto, fu messo nero su bianco con grande chiarezza da ARPA Puglia nel lontano 2013, con la stesura della relazione della prima Valutazione del Danno Sanitario (redatta con l’apporto della Asl e dell’AReS Puglia), che riportammo in totale solitudine nella primavera del maggio dello stesso anno sulle colonne del ‘TarantoOggi‘. Riportiamo testualmente: “La valutazione del rischio cancerogeno inalatorio prodotto dalle emissioni in aria dello stabilimento ILVA di Taranto ha evidenziato una probabilità aggiuntiva di sviluppare un tumore nell’arco dell’intera vita superiore a 1:10.000 rispettivamente per una popolazione di circa 22.500 residenti a Taranto per il quadro emissivo 2010 pre-AIA e per una popolazione di circa 12.000 residenti a Taranto nello scenario post-AIA“.

L’ex direttore generale di ARPA Puglia Giorgio Assennato, nel presentare il rapporto evidenziava quanto segue: “Il rapporto chiarisce in modo graficamente molto chiaro che i miglioramenti delle prestazioni ambientali che saranno conseguiti con la completa attuazione della nuova AIA (prevista all’epoca per il 2016) comportano un dimezzamento del rischio cancerogeno nella popolazione residente intorno all’area industriale; nel contempo evidenzia pure come in ogni caso residui un rischio sanitario in eccesso rispetto a quello previsto ad es. dall’US-EPA: una situazione che potrebbe dar luogo ad un’ulteriore fase di gestione del rischio, ad esempio correggendo la massima capacità produttiva dell’impianto, riducendo così le emissioni massiche annue”.

Questo deve essere chiaro a tutti. A maggior ragione a fronte delle intenzioni del governo che vuol portare l’Ilva, dal 2023, a produrre stabilmente 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno, come peraltro previsto anche dall’AIA del 2012. Serve chiarezza e trasparenza da parte di tutti gli organi competenti che lavorano alacremente da anni sulle vicende ambientali come l‘Asl di Taranto, l’ARPA Puglia, l’ISPRA, l’Istituto superiore di Sanità. Che si chiariscano con maggiore frequenza il significato dei dati sulle emissioni e di quelli sanitari sulle incidenze delle malattie, affinché questi argomenti non vengano utilizzati e lasciati appannaggio dei soliti noti.

Magari iniziare a dire la verità, con serietà, competenza, grande semplicità ed onestà, porterebbe tutti a discutere del presente e del futuro senza più inganni di sorta. E sarebbe francamente anche ora. 

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