L’ultimo rapporto della Cgia di Mestre, l’associazione di artigiani e piccole imprese, ha prodotto un resoconto complessivo sul Superbonus, uno dei simboli del periodo di Conte a Palazzo Chigi. L’analisi ha evidenziato profonde storture, ma soprattutto come questa misura non sia stata utile né per l’ambiente né per i settori popolari.
A ricevere fondi è stato solo il 4% dei circa 12,2 milioni di edifici residenziali del paese, con circa 500 mila abitazioni a essere oggetto di ristrutturazioni per un valore dei lavori pari a 123 miliardi di euro (una media di 245 mila euro a struttura). Ma il problema principale è la platea di chi ne ha beneficiato.
Secondo lo studio della Cgia, il Superbonus “sembrerebbe aver favorito maggiormente i proprietari di immobili con una buona o elevata capacità di reddito, anziché rivolgersi in via prioritaria alle famiglie meno abbienti che, in linea di massima, presentano una probabilità maggiore di risiedere in abitazioni in cattivo stato di conservazione e con un livello di efficienza energetica molto basso”.
In pratica, questa grande massa di soldi messi a disposizione da Roma, da un governo che si basava su una maggioranza che in questi mesi ha provato a creare quello che hanno definito come il campo largo del centrosinistra, è andata tutta alla speculazione edilizia e ai proprietari benestanti. Tanto per diradare i dubbi su chi rappresentino PD, M5S e compagnia.
Anche sotto l’aspetto dell’efficientamento energetico delle abitazioni, nodo importante considerata anche la famosa direttiva europea sulle case green, il Superbonus si è dimostrato un fallimento. È mancato un vero incentivo all’elettrificazione di fornelli e riscaldamenti, che sono più efficienti di quelli a gas.
Pur osservando la questione dal mero punto di vista della ‘messa a valore’ della transizione verde, di nuovo la misura ha avuto scarsi risultati. Riporta la Cgia: “secondo la Banca d’Italia le prime evidenze dimostrerebbero che nello scenario migliore i benefici ambientali del Superbonus compenserebbero i costi finanziari sostenuti in quasi 40 anni”.
L’associazione fa poi un’ipotesi di cosa si sarebbe potuto fare con tutti quei fondi, ed è forse l’elemento più interessante del resoconto. Con quei miliardi “avremmo teoricamente potuto costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici”, e in questo caso “avremmo compiuto un’azione di giustizia sociale che la misura attualmente in vigore ha paurosamente disatteso”.
Siamo quasi a un anno dalla manifestazione organizzata l’anno scorso dall’Unione Sindacale di Base, dove una delle richieste centrali era proprio la realizzazione di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovviamente senza consumo di suolo. Questo studio dimostra che era possibile, ma che PD e M5S all’epoca hanno preferito lasciar fare al mercato.
Una condanna senza appello per il governo Conte II e per l’idea di paese che i partiti di quella maggioranza hanno in testa. Persino la Cgia ha scritto in una nota che “in un momento così delicato, dove con la prossima legge di bilancio verranno chiesti sacrifici a tutti, aver speso oltre 6 punti di Pil per efficientare uno sparuto numero di abitazioni, fa arrabbiare chiunque abbia un minimo di buon senso”.
Una storia che vediamo da decenni in Italia. Miliardi e miliardi regalati alla speculazione immobiliare ed edilizia, mentre per i settori popolari ci sono solo le briciole, quando va bene. E inoltre, assistiamo pure alla criminalizzazione delle lotte per il diritto alla casa, quando appunto mancano centinaia di migliaia di alloggi popolari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/11/2023
Fine del “mercato tutelato”, le multinazionali ringraziano
Se c’è un provvedimento su cui è facile dimostrare l’eguale servilismo delle diverse parti della classe politica italiana nei confronti delle grandi imprese questo è proprio “la fine del mercato tutelato” per le forniture di luce e gas.
5 milioni di famiglie, su un totale di 9,5 milioni, si sono fin qui potute avvalere di tariffe controllate dall’Autorità per l’energia, beneficiando di un “bonus energia” (in pratica uno sconto valido per i redditi Isee fino a 15.000 euro).
Questo sconto scomparirà a fine anno, per quanto riguarda il gas e da aprile relativamente alla corrente elettrica.
Rimarranno “sotto tutela” 4,5 milioni di famiglie classificate come “disagiate” che beneficiano della legge 104, del bonus sociale, o i cui membri risultano essere over 65 (con determinati livelli di reddito, ovviamente).
Si tratta di una delle “condizionalità” poste dalla Commissione Europea per approvare l’erogazione della quarta rata del PNRR (i fondi europei in prestito), e dunque l’accettazione di questo taglio di spesa risale al governo “Conte 2”, che aveva contrattato con la UE 209 miliardi del fondo post-pandemia.
E che era stato poi confermato dal governo Draghi (con dentro anche la Lega e lo stesso ministro dell’economia, il leghista varesino Giorgetti).
In pratica l’intero arco parlamentare aveva chinato la testa alla richiesta delle multinazionali dell’energia, per il tramite della UE, e l’allora piccola pattuglia di Fratelli d’Italia s’era fatta bella votando contro.
Ora che stanno al governo, naturalmente, sono appecoronati a quei poteri esattamente come i governi precedenti, senza alcuna apprezzabile differenza (si sta già parlando di portare l’età pensionabile oltre i 71 anni, altro che “cancellazione della legge Fornero”...).
E quindi consigliamo a tutti i lettori di considerare “teatro” tutte le dichiarazioni di queste ultime ore (PD e M5S che si fingono scandalizzati, leghisti in forte imbarazzo, “meloniani” strafottenti che ricordano a tutti che quel provvedimento era stato deciso da loro).
Basta infatti la più semplice delle constatazioni: la cancellazione del “mercato protetto” poteva benissimo essere evitata “compensando” i relativi costi con la rinuncia a qualche spesa decisamente inutile (che so: quelle per il fantasmatico “ponte sullo Stretto”, o altre).
Specie chi, come la Meloni e i suoi, aveva addirittura “votato contro” quando era all’opposizione, avrebbe potuto dare un esempio di coerenza a buon mercato e senza troppi sforzi di fantasia.
Non l’hanno fatto perché obbediscono esattamente agli stessi interessi che orientano le scelte dell’intero arco parlamentare attuale, nessuno escluso.
Non è un destino, essere servi delle multinazionali e delle innumerevoli aziende che oggi si stano già contendendo “clienti” costretti a subire i prossimi aumenti senza nemmeno poter fiatare.
È una scelta. Da servi.
Fonte
5 milioni di famiglie, su un totale di 9,5 milioni, si sono fin qui potute avvalere di tariffe controllate dall’Autorità per l’energia, beneficiando di un “bonus energia” (in pratica uno sconto valido per i redditi Isee fino a 15.000 euro).
Questo sconto scomparirà a fine anno, per quanto riguarda il gas e da aprile relativamente alla corrente elettrica.
Rimarranno “sotto tutela” 4,5 milioni di famiglie classificate come “disagiate” che beneficiano della legge 104, del bonus sociale, o i cui membri risultano essere over 65 (con determinati livelli di reddito, ovviamente).
Si tratta di una delle “condizionalità” poste dalla Commissione Europea per approvare l’erogazione della quarta rata del PNRR (i fondi europei in prestito), e dunque l’accettazione di questo taglio di spesa risale al governo “Conte 2”, che aveva contrattato con la UE 209 miliardi del fondo post-pandemia.
E che era stato poi confermato dal governo Draghi (con dentro anche la Lega e lo stesso ministro dell’economia, il leghista varesino Giorgetti).
In pratica l’intero arco parlamentare aveva chinato la testa alla richiesta delle multinazionali dell’energia, per il tramite della UE, e l’allora piccola pattuglia di Fratelli d’Italia s’era fatta bella votando contro.
Ora che stanno al governo, naturalmente, sono appecoronati a quei poteri esattamente come i governi precedenti, senza alcuna apprezzabile differenza (si sta già parlando di portare l’età pensionabile oltre i 71 anni, altro che “cancellazione della legge Fornero”...).
E quindi consigliamo a tutti i lettori di considerare “teatro” tutte le dichiarazioni di queste ultime ore (PD e M5S che si fingono scandalizzati, leghisti in forte imbarazzo, “meloniani” strafottenti che ricordano a tutti che quel provvedimento era stato deciso da loro).
Basta infatti la più semplice delle constatazioni: la cancellazione del “mercato protetto” poteva benissimo essere evitata “compensando” i relativi costi con la rinuncia a qualche spesa decisamente inutile (che so: quelle per il fantasmatico “ponte sullo Stretto”, o altre).
Specie chi, come la Meloni e i suoi, aveva addirittura “votato contro” quando era all’opposizione, avrebbe potuto dare un esempio di coerenza a buon mercato e senza troppi sforzi di fantasia.
Non l’hanno fatto perché obbediscono esattamente agli stessi interessi che orientano le scelte dell’intero arco parlamentare attuale, nessuno escluso.
Non è un destino, essere servi delle multinazionali e delle innumerevoli aziende che oggi si stano già contendendo “clienti” costretti a subire i prossimi aumenti senza nemmeno poter fiatare.
È una scelta. Da servi.
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09/03/2023
Covid-19 - Lo strano caso delle archiviazioni a scoppio ritardato
Le archiviazioni di Roma, a scoppio ritardato, non toccano l’inchiesta di Bergamo: chi gestì la pandemia nel 2020 rimane indagato.
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
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La recente ordinanza della Procura di Bergamo sui gravi accadimenti avvenuti nel febbraio/aprile 2020 nella provincia orobica costituisce, se non un punto di arrivo, una tappa importante per cercare di ricostruire responsabilità politiche ed individuali della peggior catastrofe sanitaria dai tempi delle peste manzoniana.
Quello che ne emerge è il racconto di un sistema di potere nazionale, regionale e locale assolutamente impreparato a gestire una crisi pandemica di inusitata virulenza, un evento eccezionale, ma prevedibile e previsto da parte di chi ha come proprio compito quello di studiare il possibile sviluppo di eventi come questo. Ciò nonostante, non solo non hanno rinnovato il piano pandemico ma non hanno neppure applicato quanto previsto in quello fermo a quindici anni prima che, per quanto obsoleto e fuori dallo stato dell’arte, avrebbe potuto limitare i danni.
Ma ripercorriamo i fatti dall’inizio.
Il mese di febbraio inizia tranquillo, si sente qualche voce preoccupata e Confindustria gira uno spot: “Bergamo is running”, che rivisto solo pochi giorni dopo farà accapponare la pelle. Gori sta alla grancassa degli industriali e organizza pranzi, aperture straordinarie dei negozi del centro, biglietti dei bus gratuiti al grido di “tutti a Bergamo”.
Così si sono ignorati segnali di allarme che provenivano dal primo paese colpito, la Cina, in nome di una sufficienza razzista: cose da asiatici, qui noi abbiamo una sanità che il mondo intero ci invidia.
Ci si limitò quindi a vietare i voli diretti da e per la Cina sorvolando, è il caso di dirlo, le diverse triangolazioni possibili con scali europei intermedi. Infatti il tourbillon di viaggi sulla via della seta non cessò fino alla fine di febbraio e moltissimi uomini d’affari facevano spola. Una delle mete italiane di questo andirivieni era giusto giusto la Val Seriana il cui oro fu per secoli il tessile successivamente delocalizzato proprio in Cina. Quindi imprenditori italiani che avevano forti contatti con il paese asiatico andavano e tornavano tranquillamente.
Se la Val Seriana aveva conosciuto tempi migliori con l’industria tessile è pur vero che, una volta scomparsa o quasi, non se ne sarebbe stata con le mani in mano. La voglia “de laurà” è nell’aria da queste parti e quindi la vallata, di fatto una città lineare di centomila abitanti fortemente connessa con il comune di Bergamo, cominciò a pullulare di fabbriche e fabbrichette molte delle quali legate all’automotive. Una valle e una città ad altissimo tasso d’interazione sociale, uno scalo aeroportuale che è il terzo del Paese e una fortissima vocazione all’industria. L’industria ed il sistema produttivo bergamasco e bresciano, che hanno tra le più alte concentrazioni di lavoro operaio d’Italia, spiegano sia la velocità di diffusione del virus sia il perché si sia fatto di tutto affinché le attività produttive non si fermassero.
Siamo al 23 febbraio e, mentre da alcuni giorni è iniziato un lockdown a Codogno, all’ospedale di Alzano viene trovato un paziente positivo al Covid. Il pronto soccorso viene chiuso, astanti e parenti vengono radunati nella Chiesa del nosocomio. Dopo alcune ore il pronto soccorso viene riaperto e, nel volgere di pochi giorni, si riempirà di malati.
La fine di febbraio si consuma tra ventilate chiusure e pressioni inusitate sui politici locali da parte degli imprenditori per scongiurarle. In questo aspetto tutta l’inchiesta, che passa giustamente sotto la lente di ingrandimento le responsabilità dei politici e la catena di comando della sanità nazionale e lombarda, sembra non fornire alcuna risposta.
Era pronto l’esercito, carabinieri e polizia venuti da fuori e alloggiati a Zingonia, prove generali di blocchi stradali.
Blocchi che non scatteranno mai trascorrono quindici giorni, quindici giorni di sirene e campane a morto dove si attende la zona rossa come una benedizione.
Ma non fanno niente.
L’8 marzo il lockdown nazionale, da Siracusa ad Aosta.
Qui si continua a morire, molti negli ospedali, ma tanti anche a casa da soli. In due mesi la pandemia miete duemila vittime in Val Seriana e altre quattromila nel resto della provincia.
Si muore come mosche ma le fabbriche ancora non si fermano, devono passare altri giorni preziosi perché ufficialmente siano costrette a farlo e con le dovute eccezioni assai utili per aggirare la disposizione.
Basta dichiarare che produco imballaggi per medicinali e la scappatoia è trovata.
Si muore negli ospedali strapieni ma anche nelle RSA trasformate in lazzaretto e ricovero per malati dimessi, i balconi si riempiono di striscioni che recitano il rito apotropaico dell’andrà tutto bene.
Come è andata a finire lo sappiamo.
Quando tutto o quasi viene riaperto la voglia e la rabbia per quanto accaduto, la canalizzazione del lutto in un senso compiuto portano a diverse e pur piccole manifestazioni.
Nasce un piccolo presidio davanti all’ospedale di Alzano, attivisti e attiviste che si ritrovano tutti i sabati davanti al nosocomio con cartelli che chiedono conto della mancata zona rossa, solidarizzano con il personale sanitario e con il suo spirito di abnegazione, chiedono le dimissioni di Fontana, Gallera, direttore dell’ATS e dell’ASST, gli stessi oggi indagati.
Il primo provvedimento di iscrizione sul registro degli indagati non riguarderà però costoro. Infatti un anno dopo la polizia si renderà protagonista di una bruttissima pagina repressiva, perquisendo ed indagando due attivisti del comitato di denuncia per delle lettere minatorie ricevute da Confindustria. Lo fa sulla base della pregressa appartenenza di questi a gruppi della lotta armata negli anni '70, ipotizzando una fantomatica associazione sovversiva.
Anni dopo la cosa si sgonfierà, il PM chiederà l’archiviazione della quale però non si sa ancora nulla.
Il resto è storia di oggi, Fontana appena rieletto, con molti meno voti assoluti ma con alle spalle il vento di quelli che bisogna dimenticare e tornare al lavoro. Persino in Val Seriana le percentuali lo plebiscitano del sessanta per cento, anche ad Alzano e Nembro.
Vedremo cosa dirà il processo e se prevarrà l’attribuzione di responsabilità a livello nazionale o regionale.
Quello che è sicuro è che non ci saranno sfracelli e che cane non mangia cane.
Fonte
04/03/2023
Da Bergamo a Crotone, speculare sulla morte altrui...
Due inchieste giudiziarie ai poli opposti dello Stivale – Bergamo e Crotone – gettano loro malgrado una luce fortissima sull’inconsistenza, o l’atteggiamento criminogeno, della “nuova classe politica” emersa nell’ultimo decennio.
Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.
La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).
Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.
Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.
A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.
Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.
Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?
L’ordine è stato eseguito...
Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.
A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.
Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.
Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.
Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.
Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.
Fonte
Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.
La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).
Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.
Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.
A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
“Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.Quella scelta del governo Conte 2 rispondeva perciò in modo criminale alla domanda: “il Pil o la vita?”. Tutto il capitale privato italiano, e del Nord innanzitutto, metteva il Pil con tabù intoccabile e pretendeva perciò che nulla potesse “disturbare la produzione“. Un comandamento poi diventato esplicito solo con il governo Meloni, ma che riassume al meglio le caratteristiche di ogni governo degli ultimi 30 anni.
Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, ‘per motivi di lavoro’. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria ‘messa al sicuro’ a forza di messaggi ‘io resto a casa’.
Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava ‘zona rossa’ tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute ‘focolaio’ per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva ‘liberato’ il virus su un’area eccezionalmente vasta.”
Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.
Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.
Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?
L’ordine è stato eseguito...
Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.
A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.
Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.
Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.
Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.
Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.
Fonte
03/03/2023
Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage
Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.
Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.
Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.
E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.
Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.
Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.
Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.
Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.
Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...
Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).
Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).
Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..
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Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.
Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.
E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.
Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.
Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.
Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.
Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.
Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...
Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).
Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).
Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..
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31/08/2022
Il ministero “perdona” le condotte della polizia in carcere nel marzo 2020
Ego te absolvo a peccatis tuis: potrebbe concludersi così la relazione finale presentata il 17 agosto dalla commissione ispettiva del ministero della giustizia incaricata di far luce su quanto accaduto durante e dopo le proteste dei detenuti avvenute negli istituti penitenziari nel marzo 2020, “sui comportamenti adottati dagli operatori penitenziari per ristabilire l’ordine e la sicurezza e su eventuali condotte irregolari o illegittime”.
Una commissione istituita nel luglio 2021 dall’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, nominato dal ministro Bonafede e succeduto a quel Francesco Basentini che si era dimesso a causa delle polemiche suscitate dalle scarcerazioni di presunti boss per gravi ragioni di salute, nel pieno dell’epidemia Covid.
Agli inizi del 2022, però, anche Petralia si è dimesso dal suo incarico, e la relazione è arrivata sulla scrivania del nuovo capo Dap, Carlo Renoldi, accompagnata da un documento di due pagine nelle quali si elencano alcune iniziative messe in atto dal Dipartimento dopo i fatti del 2020.
Le più rilevanti consistono nel rifornimento dell’equipaggiamento in dotazione alla polizia penitenziaria per circa ventimila guanti antitaglio, ottomila cinquecento caschi antisommossa, duemila sfollagente e duemila kit antisommossa, come a sottintendere che la soluzione per il controllo e la gestione delle carceri non possa che passare per la violenza.
Lascia ancor più perplessi in questo senso l’istituzione, in alcuni provveditorati, dei cosiddetti Gruppi di intervento rapido, gli stessi che (come emerge dagli atti del processo in corso per i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere) hanno esasperato un clima di tensione già esistente, fino a rendersi protagonisti, nel caso del penitenziario casertano, di quella che la stessa procura non ha esitato a definire come una “mattanza”.
Ventidue ispezioni in sei mesi
L’obiettivo della Commissione era quello di esaminare “da dentro” quanto accaduto durante e dopo le proteste che i detenuti avevano messo in atto, preoccupati dal clima di paura provocato dallo scoppio della pandemia e della sospensione dei colloqui in presenza decisa nei primi mesi del 2020.
Sono stati ispezionati ventidue carceri, classificati dallo stesso dipartimento come “sedi di rivolte”. Gli istituti sono stati visitati tra il settembre 2021 e il marzo 2022 e per ciascuno è stata stilata una relazione dettagliata, includendo anche i verbali delle persone sentite che, a vario titolo, sono state coinvolte nei fatti (si è scelto di fare eccezione dei detenuti, poiché, secondo quanto scritto, in molti casi coinvolti in procedimento penali pendenti).
Il clima di terrore, diffuso dai media e incrementato dalle confuse notizie che venivano da fuori, è stato individuato come una delle cause delle proteste dei detenuti, ma un ruolo viene attribuito anche alla “produzione normativa e para-normativa ‘a cascata’ dettata sull’onda dell’emergenza continua”.
In particolare, la relazione chiama in causa il d.l. 8 marzo 2020 (che avrebbe avuto “un effetto significativo sulla genesi di quasi tutte le sommosse in esame, fungendo da detonatore di altre consistenti cause di malessere che già albergavano tra la popolazione detenuta”) e le confuse circolari del Dipartimento – sostituite in breve tempo da nuove indicazioni – che hanno contribuito a creare uno stato di smarrimento generale tra tutti coloro che operavano in carcere, compresi, ovviamente, i detenuti.
Dall’esame della documentazione utilizzata dalla Commissione si evince che “tra il 7 ed il 12 marzo 7517 detenuti hanno inscenato manifestazioni di protesta collettive caratterizzate da battiture, rifiuto del vitto, lancio di oggetti ed atti vandalici che hanno interessato cinquantasette istituti penitenziari, nonché più violente rivolte caratterizzate da devastazioni delle strutture, atti di violenza nei confronti del personale penitenziario e sanitario, sequestri di persona, evasioni in massa e altro ancora”.
In soli due giorni (tra l’8 e il 10 marzo) sono decedute tredici persone; settantadue detenuti sono evasi dal carcere di Foggia (in parte rientrati e in parte riarrestati in seguito); sono stati avviati numerosi procedimenti penali a carico di detenuti coinvolti nelle proteste e sono stati calcolati – bisognerebbe valutare in che modo, considerando il degrado preesistente delle strutture – milioni di euro di danni.
Non può dirsi, allora, che il fenomeno sia stato casuale, né che si sia trattato di un’eccezione: è evidente che la gestione dell’emergenza è stata carente, improvvisata, priva di qualsiasi tipo di lettura che potesse consentire la prevenzione delle reazioni che si sono poi scatenate.
La “regia occulta”
Nella relazione si ricercano, istituto per istituto, le motivazioni che hanno spinto i detenuti a protestare. Per esempio, tra gli eventi avvenuti nel carcere di Salerno – il primo in cui ci sono state rimostranze – si fa riferimento a un “papello” consegnato dai detenuti alle autorità durante le trattative per spegnere la protesta.
Il documento appare tutt’altro che pretestuoso, tanto che la Commissione segnala come il “papello” contenga precise richieste di cautela sanitaria, a cui si aggiungono richieste di attivazione dei video-colloqui e, ancora, la richiesta di aumento del personale nelle ore notturne.
Nonostante i concreti riscontri rispetto al fatto che il documento sia stato redatto dai detenuti dopo l’inizio delle proteste (a seguito di una interlocuzione con il Garante regionale Samuele Ciambriello), si è tentato di dimostrare l’ipotesi di un disegno preordinato all’origine delle sollevazioni, salvo poi constatare che “la diffusione in tempo reale dei contenuti del ‘papello’ sugli organi di informazione [...] e all’interno degli istituti di pena, possa avere avuto l’effetto di provocare un effetto emulativo rinforzando analoghi propositi di rivolta dei detenuti più facinorosi anche negli altri istituti”.
D’altronde, le indagini sono state svolte dal Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria che ha analizzato i tabulati telefonici di alcuni cellulari rinvenuti in carcere senza rinvenire nessun elemento utile ad avvalorare l’ipotesi di una “regia occulta”.
La Commissione dà piuttosto atto della situazione di totale fatiscenza e sovraffollamento degli istituti e in molti casi riferisce chiaramente che non può essere sottovalutata l’incidenza sulle proteste delle “poco decenti condizioni di vita dell’istituto e dell’elevato indice di sovraffollamento”, considerati come fattori destinati ad amplificare la paura del contagio e a influire negativamente sullo stato d’animo dei detenuti, molti dei quali fragili e con dipendenze da alcool e assunzione di droghe (una fotografia fedele di quello che accade in molti degli istituti penitenziari e che, da anni, invano, viene denunciato da più fronti).
Le condizioni del carcere di Modena sono considerate per esempio “compromesse” ben prima dell’inizio delle proteste; anche qui si dà atto di un elevatissimo numero di persone con problematiche di tossicodipendenza, e i detenuti sono 547 a fronte di una capienza massima di 361.
Per quanto riguarda i detenuti che sono stati trovati morti, ufficialmente a causa dell’ingerimento massiccio di psicofarmaci e metadone, vale per tutti lo stesso referto: “Accompagnato da agenti in PMA, in arresto cardiocircolatorio, cianotico, assenza di polso e respiro. Segni esterni traumatismo non evidenti”.
Niente di diverso per i detenuti morti durante il trasferimento o una volta giunti alla nuova destinazione.
Nel caso specifico, la Commissione sembra mantenere dubbi “per quanto riguarda l’ipotesi […] che da parte della polizia penitenziaria possano esservi state violenze in particolare ai danni di un gruppo di detenuti nella fase prodromica al trasferimento in altri istituti, mentre si trovavano radunati in un locale della caserma agenti in attesa di essere identificati e perquisiti”.
Epperò, si prende atto del fatto che in mancanza di video riprese, di verbali di denuncia della polizia penitenziaria o di referti medici, la Commissione non è in grado di esprimere una autonoma valutazione su quanto accaduto.
Tornando al tema delle presunte regie occulte, la Commissione esclude anche una possibile regia della criminalità organizzata. Per tutti gli istituti analizzati, – ovvero Napoli Poggioreale, Pavia, Padova, Cremona, Milano San Vittore (tasso di sovraffollamento del 96%), Bologna, Foggia, Matera, Roma Rebibbia N.C., Termini Imerese, Rieti (dove sono deceduti due detenuti e altri sono stati trasportati in ospedale a seguito dell’assunzione di psicofarmarci, eventi per i quali pendono dei procedimenti penali contro ignoti), Melfi (dove pende un procedimento per violenza a danno dei detenuti per il quale è stata richiesta l’archiviazione dalla procura di Potenza), Ferrara, Alessandria, Isernia, Siracusa, Palermo Pagliarelli e Trapani – le problematiche individuate all’origine delle proteste sono sempre le stesse: paura del contagio, sovraffollamento, mancanza di comunicazione con i detenuti, chiusura dei colloqui, omessa fornitura di qualsiasi tipo di strumento di prevenzione del contagio e richieste di provvedimenti di clemenza o di liberazione da parte della magistratura di sorveglianza.
Un caso isolato?
L’affannoso e infruttuoso tentativo di individuare una “regia occulta”, oltre che cause esogene alle proteste (la presenza di familiari e attivisti fuori gli istituti penitenziari nei giorni delle rivolte o le richieste da parte di associazioni per provvedimenti di liberazione anticipata), depotenzia le conclusioni della relazione.
Quest’ultima, infatti, con riferimento ai fatti di Modena e Melfi, fa trasparire dubbi rispetto al corretto operato della polizia penitenziaria, ma non si spinge oltre in ragione delle indagini ancora in corso o la mancanza di elementi documentali e probatori.
L’impossibilità di mettere in relazione la risposta scomposta e violenta degli agenti di polizia penitenziaria con la presunta esistenza di un piano preordinato palesa piuttosto la preoccupante incapacità dell’amministrazione di una lettura efficace della realtà e dei fenomeni che si sviluppano dentro e intorno al carcere.
Una deficienza che rende sterile ogni tentativo di ricostruzione a posteriori di ciò che è avvenuto in quei giorni e incapace di proporre qualsiasi minimo miglioramento dell’esistente.
Certo, è apprezzabile che si faccia riferimento alla situazione indignitosa di vita dei detenuti, e alla totale impreparazione degli istituti nella gestione dell’emergenza Covid, ma proprio per questo non può accettarsi il meccanismo autoassolutorio con cui si conclude il documento e che stride, portando alla luce tutte le loro contraddizioni, con i comportamenti e le parole della ministra Cartabia in visita in vari istituti penitenziari proprio il giorno di Ferragosto.
Infatti, come in un’excusatio non petita, la relazione si conclude con un riferimento alle condotte violente che gli agenti di polizia penitenziaria hanno tenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, definendole “eccezioni alla regola”, “casi isolati che non possono certamente scalfire la reputazione dei tanti servitori dello Stato che ogni giorno lavorano negli istituti penitenziari del nostro Paese in condizioni difficilissime, con spirito di sacrificio e senso di responsabilità istituzionale”.
Su quanto la vicenda campana (con tutta la catena di comando coinvolta, fino ai più alti livelli) possa considerarsi un caso isolato, in un contesto nazionale che ha coinvolto in pochi giorni quasi sessanta carceri e provocato tredici morti, bisognerebbe interrogarsi seriamente.
Solo in parte, infatti, potrà rispondere a questa esigenza la Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere.
Fonte
Una commissione istituita nel luglio 2021 dall’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, nominato dal ministro Bonafede e succeduto a quel Francesco Basentini che si era dimesso a causa delle polemiche suscitate dalle scarcerazioni di presunti boss per gravi ragioni di salute, nel pieno dell’epidemia Covid.
Agli inizi del 2022, però, anche Petralia si è dimesso dal suo incarico, e la relazione è arrivata sulla scrivania del nuovo capo Dap, Carlo Renoldi, accompagnata da un documento di due pagine nelle quali si elencano alcune iniziative messe in atto dal Dipartimento dopo i fatti del 2020.
Le più rilevanti consistono nel rifornimento dell’equipaggiamento in dotazione alla polizia penitenziaria per circa ventimila guanti antitaglio, ottomila cinquecento caschi antisommossa, duemila sfollagente e duemila kit antisommossa, come a sottintendere che la soluzione per il controllo e la gestione delle carceri non possa che passare per la violenza.
Lascia ancor più perplessi in questo senso l’istituzione, in alcuni provveditorati, dei cosiddetti Gruppi di intervento rapido, gli stessi che (come emerge dagli atti del processo in corso per i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere) hanno esasperato un clima di tensione già esistente, fino a rendersi protagonisti, nel caso del penitenziario casertano, di quella che la stessa procura non ha esitato a definire come una “mattanza”.
Ventidue ispezioni in sei mesi
L’obiettivo della Commissione era quello di esaminare “da dentro” quanto accaduto durante e dopo le proteste che i detenuti avevano messo in atto, preoccupati dal clima di paura provocato dallo scoppio della pandemia e della sospensione dei colloqui in presenza decisa nei primi mesi del 2020.
Sono stati ispezionati ventidue carceri, classificati dallo stesso dipartimento come “sedi di rivolte”. Gli istituti sono stati visitati tra il settembre 2021 e il marzo 2022 e per ciascuno è stata stilata una relazione dettagliata, includendo anche i verbali delle persone sentite che, a vario titolo, sono state coinvolte nei fatti (si è scelto di fare eccezione dei detenuti, poiché, secondo quanto scritto, in molti casi coinvolti in procedimento penali pendenti).
Il clima di terrore, diffuso dai media e incrementato dalle confuse notizie che venivano da fuori, è stato individuato come una delle cause delle proteste dei detenuti, ma un ruolo viene attribuito anche alla “produzione normativa e para-normativa ‘a cascata’ dettata sull’onda dell’emergenza continua”.
In particolare, la relazione chiama in causa il d.l. 8 marzo 2020 (che avrebbe avuto “un effetto significativo sulla genesi di quasi tutte le sommosse in esame, fungendo da detonatore di altre consistenti cause di malessere che già albergavano tra la popolazione detenuta”) e le confuse circolari del Dipartimento – sostituite in breve tempo da nuove indicazioni – che hanno contribuito a creare uno stato di smarrimento generale tra tutti coloro che operavano in carcere, compresi, ovviamente, i detenuti.
Dall’esame della documentazione utilizzata dalla Commissione si evince che “tra il 7 ed il 12 marzo 7517 detenuti hanno inscenato manifestazioni di protesta collettive caratterizzate da battiture, rifiuto del vitto, lancio di oggetti ed atti vandalici che hanno interessato cinquantasette istituti penitenziari, nonché più violente rivolte caratterizzate da devastazioni delle strutture, atti di violenza nei confronti del personale penitenziario e sanitario, sequestri di persona, evasioni in massa e altro ancora”.
In soli due giorni (tra l’8 e il 10 marzo) sono decedute tredici persone; settantadue detenuti sono evasi dal carcere di Foggia (in parte rientrati e in parte riarrestati in seguito); sono stati avviati numerosi procedimenti penali a carico di detenuti coinvolti nelle proteste e sono stati calcolati – bisognerebbe valutare in che modo, considerando il degrado preesistente delle strutture – milioni di euro di danni.
Non può dirsi, allora, che il fenomeno sia stato casuale, né che si sia trattato di un’eccezione: è evidente che la gestione dell’emergenza è stata carente, improvvisata, priva di qualsiasi tipo di lettura che potesse consentire la prevenzione delle reazioni che si sono poi scatenate.
La “regia occulta”
Nella relazione si ricercano, istituto per istituto, le motivazioni che hanno spinto i detenuti a protestare. Per esempio, tra gli eventi avvenuti nel carcere di Salerno – il primo in cui ci sono state rimostranze – si fa riferimento a un “papello” consegnato dai detenuti alle autorità durante le trattative per spegnere la protesta.
Il documento appare tutt’altro che pretestuoso, tanto che la Commissione segnala come il “papello” contenga precise richieste di cautela sanitaria, a cui si aggiungono richieste di attivazione dei video-colloqui e, ancora, la richiesta di aumento del personale nelle ore notturne.
Nonostante i concreti riscontri rispetto al fatto che il documento sia stato redatto dai detenuti dopo l’inizio delle proteste (a seguito di una interlocuzione con il Garante regionale Samuele Ciambriello), si è tentato di dimostrare l’ipotesi di un disegno preordinato all’origine delle sollevazioni, salvo poi constatare che “la diffusione in tempo reale dei contenuti del ‘papello’ sugli organi di informazione [...] e all’interno degli istituti di pena, possa avere avuto l’effetto di provocare un effetto emulativo rinforzando analoghi propositi di rivolta dei detenuti più facinorosi anche negli altri istituti”.
D’altronde, le indagini sono state svolte dal Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria che ha analizzato i tabulati telefonici di alcuni cellulari rinvenuti in carcere senza rinvenire nessun elemento utile ad avvalorare l’ipotesi di una “regia occulta”.
La Commissione dà piuttosto atto della situazione di totale fatiscenza e sovraffollamento degli istituti e in molti casi riferisce chiaramente che non può essere sottovalutata l’incidenza sulle proteste delle “poco decenti condizioni di vita dell’istituto e dell’elevato indice di sovraffollamento”, considerati come fattori destinati ad amplificare la paura del contagio e a influire negativamente sullo stato d’animo dei detenuti, molti dei quali fragili e con dipendenze da alcool e assunzione di droghe (una fotografia fedele di quello che accade in molti degli istituti penitenziari e che, da anni, invano, viene denunciato da più fronti).
Le condizioni del carcere di Modena sono considerate per esempio “compromesse” ben prima dell’inizio delle proteste; anche qui si dà atto di un elevatissimo numero di persone con problematiche di tossicodipendenza, e i detenuti sono 547 a fronte di una capienza massima di 361.
Per quanto riguarda i detenuti che sono stati trovati morti, ufficialmente a causa dell’ingerimento massiccio di psicofarmaci e metadone, vale per tutti lo stesso referto: “Accompagnato da agenti in PMA, in arresto cardiocircolatorio, cianotico, assenza di polso e respiro. Segni esterni traumatismo non evidenti”.
Niente di diverso per i detenuti morti durante il trasferimento o una volta giunti alla nuova destinazione.
Nel caso specifico, la Commissione sembra mantenere dubbi “per quanto riguarda l’ipotesi […] che da parte della polizia penitenziaria possano esservi state violenze in particolare ai danni di un gruppo di detenuti nella fase prodromica al trasferimento in altri istituti, mentre si trovavano radunati in un locale della caserma agenti in attesa di essere identificati e perquisiti”.
Epperò, si prende atto del fatto che in mancanza di video riprese, di verbali di denuncia della polizia penitenziaria o di referti medici, la Commissione non è in grado di esprimere una autonoma valutazione su quanto accaduto.
Tornando al tema delle presunte regie occulte, la Commissione esclude anche una possibile regia della criminalità organizzata. Per tutti gli istituti analizzati, – ovvero Napoli Poggioreale, Pavia, Padova, Cremona, Milano San Vittore (tasso di sovraffollamento del 96%), Bologna, Foggia, Matera, Roma Rebibbia N.C., Termini Imerese, Rieti (dove sono deceduti due detenuti e altri sono stati trasportati in ospedale a seguito dell’assunzione di psicofarmarci, eventi per i quali pendono dei procedimenti penali contro ignoti), Melfi (dove pende un procedimento per violenza a danno dei detenuti per il quale è stata richiesta l’archiviazione dalla procura di Potenza), Ferrara, Alessandria, Isernia, Siracusa, Palermo Pagliarelli e Trapani – le problematiche individuate all’origine delle proteste sono sempre le stesse: paura del contagio, sovraffollamento, mancanza di comunicazione con i detenuti, chiusura dei colloqui, omessa fornitura di qualsiasi tipo di strumento di prevenzione del contagio e richieste di provvedimenti di clemenza o di liberazione da parte della magistratura di sorveglianza.
Un caso isolato?
L’affannoso e infruttuoso tentativo di individuare una “regia occulta”, oltre che cause esogene alle proteste (la presenza di familiari e attivisti fuori gli istituti penitenziari nei giorni delle rivolte o le richieste da parte di associazioni per provvedimenti di liberazione anticipata), depotenzia le conclusioni della relazione.
Quest’ultima, infatti, con riferimento ai fatti di Modena e Melfi, fa trasparire dubbi rispetto al corretto operato della polizia penitenziaria, ma non si spinge oltre in ragione delle indagini ancora in corso o la mancanza di elementi documentali e probatori.
L’impossibilità di mettere in relazione la risposta scomposta e violenta degli agenti di polizia penitenziaria con la presunta esistenza di un piano preordinato palesa piuttosto la preoccupante incapacità dell’amministrazione di una lettura efficace della realtà e dei fenomeni che si sviluppano dentro e intorno al carcere.
Una deficienza che rende sterile ogni tentativo di ricostruzione a posteriori di ciò che è avvenuto in quei giorni e incapace di proporre qualsiasi minimo miglioramento dell’esistente.
Certo, è apprezzabile che si faccia riferimento alla situazione indignitosa di vita dei detenuti, e alla totale impreparazione degli istituti nella gestione dell’emergenza Covid, ma proprio per questo non può accettarsi il meccanismo autoassolutorio con cui si conclude il documento e che stride, portando alla luce tutte le loro contraddizioni, con i comportamenti e le parole della ministra Cartabia in visita in vari istituti penitenziari proprio il giorno di Ferragosto.
Infatti, come in un’excusatio non petita, la relazione si conclude con un riferimento alle condotte violente che gli agenti di polizia penitenziaria hanno tenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, definendole “eccezioni alla regola”, “casi isolati che non possono certamente scalfire la reputazione dei tanti servitori dello Stato che ogni giorno lavorano negli istituti penitenziari del nostro Paese in condizioni difficilissime, con spirito di sacrificio e senso di responsabilità istituzionale”.
Su quanto la vicenda campana (con tutta la catena di comando coinvolta, fino ai più alti livelli) possa considerarsi un caso isolato, in un contesto nazionale che ha coinvolto in pochi giorni quasi sessanta carceri e provocato tredici morti, bisognerebbe interrogarsi seriamente.
Solo in parte, infatti, potrà rispondere a questa esigenza la Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere.
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22/08/2022
Covid, le vittime senza voce. I lavoratori fragili e il ricatto tra salute e lavoro
La crisi sanitaria ha fatto da cartina di tornasole circa l’atteggiamento dello Stato e degli esecutivi riguardo alla tutela della classe lavoratrice in generale, prima mandata a contagiarsi sui posti di lavoro senza troppi scrupoli per via dei ritardi nella chiusura delle produzioni non essenziali (come da volontà di Confindustria), poi oggetto dello sblocco dei licenziamenti che ha concesso ai padroni tutti i possibili pretesti per attuare una ristrutturazione industriale sulla pelle di operai e impiegati. In questo contesto, il disagio vissuto dai lavoratori fragili rappresenta un caso speculare rispetto a quello generale: molti di essi avrebbero preferito, per la situazione in cui sono stati messi dai governi, usufruire dei sussidi di disoccupazione piuttosto che essere alla mercè delle coperture limitate dell’INPS, effetto del primo provvedimento del governo che, oltre a permettere lo smart working, prevedeva la malattia equiparata a ricovero per i casi più gravi.
Durante i peggiori picchi della pandemia l’attenzione dei media è stata focalizzata soprattutto sulle contestazioni delle frange più individualiste e anti-scientifiche della società (no vax, no mask, promotori delle tesi dell’apertura indiscriminata). Molto spesso a rimanere nell’anonimato sono state proprio le categorie che portavano avanti lotte del tutto legittime e che hanno vissuto sulla propria pelle l’inadeguatezza delle istituzioni a tutelare – nell’aspetto sanitario e nell’aspetto economico – l’insieme dei soggetti particolarmente deboli di fronte al virus. Parliamo oggi con Daniela Briuglia, attivista per i diritti dei lavoratori fragili e responsabile del gruppo Facebook Immunodepressi tutela contro il Coronavirus. Daniela da due anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento di speciali prerogative per questa parte di proletari. Parleremo poi con Luisa (nome di fantasia), lavoratrice fragile del settore privato.
Daniela, quando è cominciato il vostro impegno? Come avete vissuto l’esordio della pandemia?
Abbiamo creato due anni fa, allo scoppio dei contagi, il nostro gruppo, primo gruppo sull’argomento, credo. All’epoca le tutele erano, fortunatamente, già riservate a chi possedeva i criteri della 104 comma 3, ma si escludevano gli immunodepressi o chi aveva altre patologie, oggetto del comma 1.[1] Il comma 1 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Non aver tenuto subito conto di questa circostanza è stato il primo errore del governo. A marzo 2020 il governo ha emanato il primo decreto dove per noi malati fragili (oncologici, autoimmuni, immunodeficienti, asmatici gravi, cardiopatici eccetera) veniva inserito l’articolo 26. Questo articolo di fatto ci ha permesso di stare a casa, in smart working o – solo a seguito della conversione del decreto legge – in malattia equiparata a ricovero, il che aveva molto più senso visto che, ad esempio, un’infermiera non può andare in smart working. Equiparata a ricovero significa che non venivamo licenziati e la malattia non andava nel comporto.[2]
Perché tutto questo non è stato assolutamente risolutivo?
Le tutele non sono state molto costanti in questi due anni. Purtroppo tutti i lavoratori in malattia dipendono dall’Inps, la quale paga solo per 180 giorni all’anno. Ciò significa che il governo ci ha tutelato solo sei mesi all’anno: da marzo ad ottobre del 2020, da gennaio a giugno del 2021. Questo “singhiozzo” è stato come un cappio al collo perché superati i 180 giorni dell’anno in corso noi siamo rimasti senza tutele, come stiamo rimanendo quest’anno. Infatti, con il decreto 24 del 24 marzo 2022 per la prima volta i lavoratori fragili sono stati messi fuori sia dallo smart working che dalla malattia esclusa dal comporto, permanendo soltanto la “sorveglianza sanitaria”,[3] anche se nel Protocollo d’Intesa fra le parti sociali datato 30 giugno, oltre stilare alcuni obblighi in capo all’azienda come favorire orari di ingresso/uscita scaglionati in modo da evitare assembramenti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, sale mensa), si auspica che la possibilità del lavoro agile venga reinserita. Questa, tuttavia, lascia il tempo che trova, perché alla fine le aziende o le amministrazioni non applicano tutte le tutele per i lavoratori fragili. Spesso non sanno proprio come applicarla, tale sorveglianza. Se non è più previsto lo smart working, peraltro, chi è che ti mette a lavorare da solo in una stanza? E, inoltre, che tutela ci può essere se per andare a lavorare devi comunque prendere i mezzi? All’atto della conversione del decreto, a maggio, è stata prevista una malattia esclusa dal comporto di poco più di un mese, un’elemosina che ci hanno voluto elargire. Infine, la sorveglianza sanitaria stessa scade il 31 luglio 2022: a partire da quella data ogni lavoratore fragile può essere messo a lavorare in una stanza con tutti gli altri senza mascherina (e conosco già persone che si sono contagiate tornando in ufficio). A poco serve il bonus di 1000 euro una tantum di recente istituito dal governo ai lavoratori fragili del settore privato che nel 2021 hanno visto interrompersi l’erogazione dell’indennità INPS.
Cosa comporta nel dettaglio rimanere scoperti, per voi lavoratori fragili?
Restare senza tutele significa per noi tornare in presenza o restare senza stipendio. Il massimo del ridicolo lo abbiamo visto quando parecchi di noi si sono presentati nelle aziende e per legge hanno dovuto fare una visita prima di rientrare. Molti, prevedibilmente, si sono trovati l’amara sorpresa di essere stati dichiarati inidonei. Questo è peggio di una sentenza di morte: significa che parecchi disabili /invalidi /fragili non vedono né stipendio né altro compenso. Per rincarare l’accanimento essi non vengono nemmeno licenziati e quindi non possono percepire nemmeno la disoccupazione in quanto misura di sostegno che spetta solo in caso di licenziamento o perdita involontaria del lavoro, cosa che non ha a che fare con l’inidoneità temporanea, che prevede la permanenza in organico alle aziende.
Luisa, vista la tua esperienza nel settore privato, ci sai dire come mai le aziende non decidono di licenziare i lavoratori fragili?
L’unico motivo per cui essi stanno in organico è perché le aziende difficilmente licenziano un disabile, visto che hanno l’obbligo di assunzione e di certo festeggiano per avere un invalido in organico da non dover pagare! Anche dal 1° luglio di quest’anno, quindi, come per metà dei precedenti, siamo sempre con il dover scegliere tra lo stare a casa e senza stipendio e il rientrare con i casi in aumento. Aggiungo un’ulteriore beffa. Noi invalidi siamo a casa in malattia equiparata a ricovero, ma questi lunghi mesi sono solo figurativi e non aumenteranno la nostra pensione.[4]
Quali richieste avete fatto alle istituzioni?
Le nostre richieste (o meglio le nostre necessità) sono innanzitutto la proroga delle tutele di cui all’articolo 26, commi 2 e 2 bis (lavoro agile o qualora non possibile, assenza equiparata a ricovero ospedaliero e non conteggiata nel periodo di comporto) oltre il 30 giugno per tutti i lavoratori fragili e inidonei sia del settore pubblico che privato. Molto importanti sarebbero, poi, la proroga della sorveglianza sanitaria eccezionale con riferimento alla situazione epidemiologica e alle misure di contenimento del virus, la possibilità di accedere ad una pensione anticipata per i lavoratori considerati fragili, anche con il riconoscimento di contributi figurativi, l’incentivazione del lavoro da remoto sia nel settore pubblico che in quello privato e la precedenza nell’accesso ad esso per i lavoratori fragili, anche attraverso nuovi contratti integrativi, con una normativa che preveda misure efficaci ed inderogabili ed ogni altra tutela che possa garantire i fragili, l’adibizione dei lavoratori fragili ad altre mansioni della stessa area di inquadramento o predisposizione di luoghi di lavoro più sicuri ove possibile. Infine, abbiamo richiesto la concessione di mascherine ffp2 gratuite per i lavoratori a maggior rischio contagio e una procedura agevolata per il riconoscimento della Legge 104/92 art. 3, comma 3, il cui riconoscimento abbia la durata di 2 anni, con proroghe nel caso in cui la situazione epidemiologica non sarà mutata e la possibilità di usufruire per sé stessi di congedo straordinario (equiparato a livello economico e contributivo a quello previsto nel D.lgs 36-03-2001 n. 151, art. 42 come modificato dal D.lgs 119/2011), per la durata di 24 mesi anche nelle more dell’approvazione da parte dell’INPS.
Che forme di protesta avete intrapreso?
Il nostro problema è, appunto, che siamo impossibilitati per la nostra condizione anche a intraprendere forme fisiche di protesta: andare in piazza, fare scioperi visibili è precluso a noi proprio per via delle nostre patologie. Avremmo bisogno che gli altri lavoratori marciassero in solidarietà anche per noi. L’unica speranza che avevamo era la conversione in legge del decreto semplificazioni del 21 giugno, da convertire in legge, che prevedeva lavoro agile e malattia esclusa dal comporto fino al 31 dicembre. Purtroppo anche da questo decreto gli emendamenti a favore dei lavoratori fragili sono stati stralciati e un’ulteriore lettera aperta è stata inviata alle istituzioni, da parte del gruppo, a fine luglio. Da oggi, la strada per delle reali tutele nei confronti dei lavoratori fragili sembra decisamente in salita.
Note
1 – Il comma 3 dell’articolo 3 della legge 104, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, ha a che fare con il disabile lavoratore a cui è stato riconosciuto un handicap grave, il quale ha diritto ad un permesso retribuito di due ore al giorno o, in alternativa, di tre giorni di permesso al mese. Il comma 1 dell’articolo 3 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
2 – Tempo massimo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro.
3 – L’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento della mansione.
4 – I contributi figurativi sono contributi accreditati senza onere a carico del lavoratore, per periodi durante i quali non ha prestato attività lavorativa né dipendente né autonoma, ha percepito un’indennità a carico dell’INPS, ha percepito retribuzioni in misura ridotta. Il loro importo è spesso inferiore a quello che il lavoratore avrebbe maturato lavorando.
Fonte
Durante i peggiori picchi della pandemia l’attenzione dei media è stata focalizzata soprattutto sulle contestazioni delle frange più individualiste e anti-scientifiche della società (no vax, no mask, promotori delle tesi dell’apertura indiscriminata). Molto spesso a rimanere nell’anonimato sono state proprio le categorie che portavano avanti lotte del tutto legittime e che hanno vissuto sulla propria pelle l’inadeguatezza delle istituzioni a tutelare – nell’aspetto sanitario e nell’aspetto economico – l’insieme dei soggetti particolarmente deboli di fronte al virus. Parliamo oggi con Daniela Briuglia, attivista per i diritti dei lavoratori fragili e responsabile del gruppo Facebook Immunodepressi tutela contro il Coronavirus. Daniela da due anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento di speciali prerogative per questa parte di proletari. Parleremo poi con Luisa (nome di fantasia), lavoratrice fragile del settore privato.
Daniela, quando è cominciato il vostro impegno? Come avete vissuto l’esordio della pandemia?
Abbiamo creato due anni fa, allo scoppio dei contagi, il nostro gruppo, primo gruppo sull’argomento, credo. All’epoca le tutele erano, fortunatamente, già riservate a chi possedeva i criteri della 104 comma 3, ma si escludevano gli immunodepressi o chi aveva altre patologie, oggetto del comma 1.[1] Il comma 1 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Non aver tenuto subito conto di questa circostanza è stato il primo errore del governo. A marzo 2020 il governo ha emanato il primo decreto dove per noi malati fragili (oncologici, autoimmuni, immunodeficienti, asmatici gravi, cardiopatici eccetera) veniva inserito l’articolo 26. Questo articolo di fatto ci ha permesso di stare a casa, in smart working o – solo a seguito della conversione del decreto legge – in malattia equiparata a ricovero, il che aveva molto più senso visto che, ad esempio, un’infermiera non può andare in smart working. Equiparata a ricovero significa che non venivamo licenziati e la malattia non andava nel comporto.[2]
Perché tutto questo non è stato assolutamente risolutivo?
Le tutele non sono state molto costanti in questi due anni. Purtroppo tutti i lavoratori in malattia dipendono dall’Inps, la quale paga solo per 180 giorni all’anno. Ciò significa che il governo ci ha tutelato solo sei mesi all’anno: da marzo ad ottobre del 2020, da gennaio a giugno del 2021. Questo “singhiozzo” è stato come un cappio al collo perché superati i 180 giorni dell’anno in corso noi siamo rimasti senza tutele, come stiamo rimanendo quest’anno. Infatti, con il decreto 24 del 24 marzo 2022 per la prima volta i lavoratori fragili sono stati messi fuori sia dallo smart working che dalla malattia esclusa dal comporto, permanendo soltanto la “sorveglianza sanitaria”,[3] anche se nel Protocollo d’Intesa fra le parti sociali datato 30 giugno, oltre stilare alcuni obblighi in capo all’azienda come favorire orari di ingresso/uscita scaglionati in modo da evitare assembramenti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, sale mensa), si auspica che la possibilità del lavoro agile venga reinserita. Questa, tuttavia, lascia il tempo che trova, perché alla fine le aziende o le amministrazioni non applicano tutte le tutele per i lavoratori fragili. Spesso non sanno proprio come applicarla, tale sorveglianza. Se non è più previsto lo smart working, peraltro, chi è che ti mette a lavorare da solo in una stanza? E, inoltre, che tutela ci può essere se per andare a lavorare devi comunque prendere i mezzi? All’atto della conversione del decreto, a maggio, è stata prevista una malattia esclusa dal comporto di poco più di un mese, un’elemosina che ci hanno voluto elargire. Infine, la sorveglianza sanitaria stessa scade il 31 luglio 2022: a partire da quella data ogni lavoratore fragile può essere messo a lavorare in una stanza con tutti gli altri senza mascherina (e conosco già persone che si sono contagiate tornando in ufficio). A poco serve il bonus di 1000 euro una tantum di recente istituito dal governo ai lavoratori fragili del settore privato che nel 2021 hanno visto interrompersi l’erogazione dell’indennità INPS.
Cosa comporta nel dettaglio rimanere scoperti, per voi lavoratori fragili?
Restare senza tutele significa per noi tornare in presenza o restare senza stipendio. Il massimo del ridicolo lo abbiamo visto quando parecchi di noi si sono presentati nelle aziende e per legge hanno dovuto fare una visita prima di rientrare. Molti, prevedibilmente, si sono trovati l’amara sorpresa di essere stati dichiarati inidonei. Questo è peggio di una sentenza di morte: significa che parecchi disabili /invalidi /fragili non vedono né stipendio né altro compenso. Per rincarare l’accanimento essi non vengono nemmeno licenziati e quindi non possono percepire nemmeno la disoccupazione in quanto misura di sostegno che spetta solo in caso di licenziamento o perdita involontaria del lavoro, cosa che non ha a che fare con l’inidoneità temporanea, che prevede la permanenza in organico alle aziende.
Luisa, vista la tua esperienza nel settore privato, ci sai dire come mai le aziende non decidono di licenziare i lavoratori fragili?
L’unico motivo per cui essi stanno in organico è perché le aziende difficilmente licenziano un disabile, visto che hanno l’obbligo di assunzione e di certo festeggiano per avere un invalido in organico da non dover pagare! Anche dal 1° luglio di quest’anno, quindi, come per metà dei precedenti, siamo sempre con il dover scegliere tra lo stare a casa e senza stipendio e il rientrare con i casi in aumento. Aggiungo un’ulteriore beffa. Noi invalidi siamo a casa in malattia equiparata a ricovero, ma questi lunghi mesi sono solo figurativi e non aumenteranno la nostra pensione.[4]
Quali richieste avete fatto alle istituzioni?
Le nostre richieste (o meglio le nostre necessità) sono innanzitutto la proroga delle tutele di cui all’articolo 26, commi 2 e 2 bis (lavoro agile o qualora non possibile, assenza equiparata a ricovero ospedaliero e non conteggiata nel periodo di comporto) oltre il 30 giugno per tutti i lavoratori fragili e inidonei sia del settore pubblico che privato. Molto importanti sarebbero, poi, la proroga della sorveglianza sanitaria eccezionale con riferimento alla situazione epidemiologica e alle misure di contenimento del virus, la possibilità di accedere ad una pensione anticipata per i lavoratori considerati fragili, anche con il riconoscimento di contributi figurativi, l’incentivazione del lavoro da remoto sia nel settore pubblico che in quello privato e la precedenza nell’accesso ad esso per i lavoratori fragili, anche attraverso nuovi contratti integrativi, con una normativa che preveda misure efficaci ed inderogabili ed ogni altra tutela che possa garantire i fragili, l’adibizione dei lavoratori fragili ad altre mansioni della stessa area di inquadramento o predisposizione di luoghi di lavoro più sicuri ove possibile. Infine, abbiamo richiesto la concessione di mascherine ffp2 gratuite per i lavoratori a maggior rischio contagio e una procedura agevolata per il riconoscimento della Legge 104/92 art. 3, comma 3, il cui riconoscimento abbia la durata di 2 anni, con proroghe nel caso in cui la situazione epidemiologica non sarà mutata e la possibilità di usufruire per sé stessi di congedo straordinario (equiparato a livello economico e contributivo a quello previsto nel D.lgs 36-03-2001 n. 151, art. 42 come modificato dal D.lgs 119/2011), per la durata di 24 mesi anche nelle more dell’approvazione da parte dell’INPS.
Che forme di protesta avete intrapreso?
Il nostro problema è, appunto, che siamo impossibilitati per la nostra condizione anche a intraprendere forme fisiche di protesta: andare in piazza, fare scioperi visibili è precluso a noi proprio per via delle nostre patologie. Avremmo bisogno che gli altri lavoratori marciassero in solidarietà anche per noi. L’unica speranza che avevamo era la conversione in legge del decreto semplificazioni del 21 giugno, da convertire in legge, che prevedeva lavoro agile e malattia esclusa dal comporto fino al 31 dicembre. Purtroppo anche da questo decreto gli emendamenti a favore dei lavoratori fragili sono stati stralciati e un’ulteriore lettera aperta è stata inviata alle istituzioni, da parte del gruppo, a fine luglio. Da oggi, la strada per delle reali tutele nei confronti dei lavoratori fragili sembra decisamente in salita.
Note
1 – Il comma 3 dell’articolo 3 della legge 104, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, ha a che fare con il disabile lavoratore a cui è stato riconosciuto un handicap grave, il quale ha diritto ad un permesso retribuito di due ore al giorno o, in alternativa, di tre giorni di permesso al mese. Il comma 1 dell’articolo 3 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
2 – Tempo massimo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro.
3 – L’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento della mansione.
4 – I contributi figurativi sono contributi accreditati senza onere a carico del lavoratore, per periodi durante i quali non ha prestato attività lavorativa né dipendente né autonoma, ha percepito un’indennità a carico dell’INPS, ha percepito retribuzioni in misura ridotta. Il loro importo è spesso inferiore a quello che il lavoratore avrebbe maturato lavorando.
Fonte
23/08/2021
[Contributo al dibattito] - A che punto è la notte? Appunti per un compendio dell’emergenza pandemica in Italia (agosto 2021)
di Roberto Salerno *
Dopo diciassette mesi in cui si sono rincorsi provvedimenti surreali e terrori a singhiozzo è diventato complicato capire di cosa si stia discutendo quando ci si imbarca in dibattiti e considerazioni sulla pandemia provocata dal SARS-CoV-2. Del resto, in questo periodo non esiste un solo aspetto della nostra vita che non sia stato messo sotto stress dalla pandemia, e dipanare il groviglio sempre più spesso appare impresa improba.
Quello che segue è un tentativo – sintetico ma ci si augura non superficiale – di rendere più chiari gli argomenti di discussione, che ovviamente restano inesorabilmente intrecciati. L’elenco non vuole essere esaustivo ma piuttosto offrire un punto di partenza dal quale provare ad affrontare i vari temi inerenti alla pandemia. Laddove possibile si sono richiamate le evidenze a favore delle affermazioni, ma naturalmente l’elenco sconta il punto di vista altamente critico nei confronti degli interventi messi in atto dalle classi dirigenti.
1. Il virus
Il motivo per cui il virus ha fatto – e rischia di continuare a fare – tanti danni non è nella sua pericolosità intrinseca ma va ricercato nella risposta dei sistemi politici e sanitari. Se prescindesse da questi ultimi, il rapporto tra il numero dei morti e il numero dei contagiati sarebbe simile in qualsiasi contesto e per qualsiasi classe d’età, cosa che sappiamo essere lontana dal vero.
Secondo l’ultimo rapporto dell’ISS, datato 21 luglio, dei 127.044 morti attribuiti al COVID solo l’1,2% aveva meno di 50 anni. Dei 355 deceduti sotto i 40 anni – 0,3% del totale – solo 44 non avevano patologie di rilievo. Senza patologie pregresse e sotto ai 40 anni, insomma, nemmeno in Italia si muore di COVID.
Anche dal punto di vista dei contesti territoriali le differenze sono ampie. In Italia il tasso di letalità, al 19 agosto, è del 2,9%; in Inghilterra è il 2%; negli USA e in Francia l’1,7; in Svezia l’1,3. (Elaborazione su dati Worldmeters).
Vale la pena sottolineare che l’analisi su scala nazionale non è rivelatrice, perché all’interno degli stati le differenze sono ampie. In Italia si va dal 4% della Lombardia all’1,8% della Campania. Negli USA dal 2,5% del New Jersey all’1,4% del Montana. Questa variabilità del dato è presente ovunque.
2. La profilassi
Mantenimento della distanza e frequente lavaggio delle mani, unito con l’uso di mascherine al chiuso. Può essere utile ricordare che le evidenze scientifiche sui singoli punti non sono definitive perché il metodo principe, lo studio randomizzato, è impossibile da realizzare, ma che seppure non definitiva, esiste una robusta letteratura che evidenzia i vantaggi delle mascherine al chiuso.
Sul «distanziamento sociale»** le evidenze sono più incerte. Gli studi sono concentrati sui provvedimenti che lo favoriscono – isolamento domiciliare, quarantena, divieto di assembramenti, chiusura di scuole e luoghi di lavoro – e osservano che in genere questi provvedimenti si presentano in contemporanea.
3. Contagiati, malati e morti
È difficile pensare che la confusione tra queste tre categorie sia casuale. Nella fase del governo Conte bis il numero dei contagi era determinante per stabilire cosa si potesse fare in determinati territori e il colore delle zone era strettamente correlato all’andamento dei contagi. Il “cambio di passo” del governo Draghi è consistito nel variare i parametri che consentivano alle regioni di modificare il proprio colore, introducendo surrettiziamente la categoria “malati”, pur senza esplicitarla. Infatti i cambi di colore adesso vengono decisi dal numero dei posti occupati in ospedale e da quelli occupati in terapia intensiva.
L’utilizzo strumentale ora di una ora dell’altra categoria è stata la strategia principale dell’informazione mainstream, giornali e televisione. Nel presentare al pubblico l’andamento dell’epidemia si è spinto – e si continua a spingere – ora sull’una ora sull’altra categoria con la secca preferenza per la lettura peggiore: «diminuiscono i contagi MA più X% in terapia intensiva»; «pochi morti MA contagi ancora vicini all’X% per milione».
Anche la comunicazione dei dati in valore assoluto o in percentuale ha sostanzialmente avuto la stessa finalità. L’aumento di poche unità di malati in terapia intensiva viene espresso in termini percentuali – il passaggio da 15 a 18 diventa «aumento del 20% di ricoverati in terapia intensiva» – la diminuzione viene comunicata guardando i valori assoluti – «è vero che i ricoverati in terapia intensiva sono diminuiti ma di appena 3 unità, passando da 18 a 15».
4. La policy
Non è affatto vero che l’unico modo per affrontare un’epidemia sia sperare nei vaccini. Nessuna epidemia della storia è stata risolta da un vaccino, che per sua natura – tempi di realizzazione, osservazione degli effetti di lungo periodo – deve attraversare diverse fasi prima di poter essere in condizioni di debellare una specifica patologia.
Per diminuire i contagi – e per bloccare l’epidemia – servono interventi in grado di mettere nelle condizioni migliori chi lavora ma anche chi viaggia e chi fa la spesa, e naturalmente chi pensa di andare al cinema o a teatro o ad un concerto.
Il primo punto di sofferenza è stato abbastanza presto individuato nel non avere un posto dove permettere ai positivi asintomatici o paucisintomatici di passare la loro quarantena senza rimanere in casa, dove potevano trasmettere il virus ai familiari, o andare in ospedale con il rischio di ingolfarli. Erano (sono) necessarie nuove strutture e il riadattamento di immobili inutilizzati con caratteristiche adeguate. Il tutto accompagnato da un piano di assistenza per gente che appunto non poteva andare a fare la spesa o smaltire i propri rifiuti senza rischiare di contagiare altri.
Gli ospedali e i reparti di terapia intensiva, sempre in sofferenza negli anni precedenti, sono collassati sotto la spinta del Covid. Di nuovo erano necessarie nuove strutture con conseguente aumento di posti letto e di reparti Covid. Si è spesso obiettato che l’andamento esponenziale dell’epidemia rendesse inutile l’ampliamento di queste strutture perché si tratterebbe solo di spostare più in là il momento del collasso. L’obiezione è assurda, perché non siamo in presenza di un problema teorico ma di uno pratico, persino l’andamento della curva epidemica poteva essere previsto con buona approssimazione e già il semplice aumento del 50% di posti letto e terapie intensive avrebbe migliorato il disastroso bilancio italiano.
Ma naturalmente gli interventi non si limitano al solo aspetto sanitario. Per evitare gli affollamenti sarebbe stato necessario un potenziamento dei sistemi di trasporto – metropolitana, autobus, treni – in grado di far mantenere la distanza ai passeggeri. Nei luoghi di lavoro si sarebbero dovuti tutelare i più fragili consentendo loro di interrompere il lavoro senza che questo significasse perdita del reddito. In ultima istanza chiudere completamente i luoghi in cui non era possibile stare distanziati.
In ogni caso la chiusura non può essere giustificata con la rappresentazione di una società «irresponsabile» che «non rispetta le regole» e quindi va chiusa in casa.
5. La scuola
Allo stato non esiste un solo studio di una qualche rilevanza che abbia dimostrato la particolare pericolosità della scuola. Le chiusure sono state decise in base a principii di precauzione e convinzioni “ragionevoli” ma che non hanno mai avuto il supporto di uno studio capace di mostrare che a scuola ci si infetterebbe più che altrove. Viceversa gli studi che hanno provato a mostrare la sostanziale bassa pericolosità della scuola sono stati criticati in quanto i dati a disposizione dei ricercatori non erano attendibili.
Può essere vero naturalmente, ma quello che colpisce è l’inversione dell’onere della prova. In linea di principio non si dovrebbe dimostrare che qualcosa non è pericoloso, ma appunto il contrario. Per chiudere la scuola servirebbe mostrarne la pericolosità. Ad ogni modo gli studi a nostra disposizione mostrano una certa concordanza nel ritenere le scuola non particolarmente a rischio per i ragazzi. Il che, ripetiamolo ancora, non significa che sia un luogo sicuro, ovviamente. Ma i dati sulla pericolosità del virus sulle fasce d’età sotto i 20 anni dovrebbero rasserenare un minimo. Anche sulla trasmissione del virus da parte dei ragazzi ci sono forti dubbi. Tutto questo porta a concludere che i ragazzi dovrebbero andare a scuola e si dovrebbe limitare la DAD a casi particolari (insorgere di focolai) le cui conseguenze catastrofiche sono state varie volte sottolineate.
Rimane però sconcertante che 17 mesi dopo ci siano ancora aule con più di 15 studenti per classe. Nemmeno una pandemia di queste proporzioni è bastata per attuare un piano “emergenziale” di edilizia scolastica, in grado di aumentare il numero degli edifici e delle aule disponibili. Come nel caso degli ospedali, recuperando immobili non utilizzati – sia di proprietà pubblica che privata – e costruendo nuovi edifici. Come nel caso di altri posti di lavoro anche nelle scuole si sarebbe dovuto prevedere un piano di pensione/sospensione con stipendio per soggetti fragili (anziani e fragili fino ai 50 anni).
6. Un massiccio piano di assunzioni pubbliche
Tutti gli interventi sensati – su ospedali, scuola, trasporti, altri luoghi di lavoro – prevederebbero naturalmente la formazione e l’assunzione di svariate migliaia di persone, a carico della fiscalità generale. In tempi di emergenza è impossibile appellarsi ad argomenti ordinari – primo fra tutti l’aumento dell’inflazione, mentre merita proprio poca considerazione l’argomento «tenuta dei conti pubblici» in un contesto del genere – e una classe dirigente davvero interessata a contrastare una «emergenza» si sarebbe mossa in questo senso. Invece il “policy style” ha subito piccole variazioni, e solo nel senso di proseguire nel rafforzamento del potere esecutivo rispetto a quello legislativo a tutti i livelli di governo, tendenza anche questa già in atto dai primi anni ’90 ma che ha trovato un ulteriore aiuto nel SARS-CoV-2.
7. I vaccini
Sono naturalmente di grande utilità ma non risolutivi. Come già accennato nessuna epidemia è stata mai stroncata con i vaccini, i dieci vaccini obbligatori vigenti in Italia sono dedicati a debellare e impedire l’insorgere di malattie, ma non ad arginare epidemie in atto. È fra l’altro abbastanza dibattuto tra gli specialisti se le varianti siano aiutate dal vaccino, che contrastando il SARS-CoV-2 lo spingerebbe appunto a mutare.
Ma a parte queste considerazioni, la capacità produttiva dei vaccini è largamente insufficiente, e allo stato è impossibile vaccinare tutti. Nel contesto internazionale, perché la competizione tra i paesi ha prodotto allocazione diseguale di vaccini; in quello nazionale, per via dei dubbi che li accompagnano e per l’oggettiva impossibilità di vaccinarsi di intere categorie.
Questo a prescindere dei dubbi sulla validità intrinseca dei singoli vaccini e sulla loro pericolosità in periodi più o meno lunghi. Le evidenze ad agosto 2021 ci dicono che sono molto efficaci per la protezione personale (meno pericoli di sviluppare la malattia, drastico abbassamento del pericolo di morte), un po’ meno per quella collettiva, in quanto riducono la possibilità di contagio ma sono lontani dall’eliminarla.
Fra l’altro il particolare tipo di malattia rende il vaccino una scelta razionale solo per le categorie più a rischio, anziani e persone con gravi patologie. Perché se è vero che anche per quanto riguarda le altre classi di età è possibile osservare una protezione più ampia, il dato andrebbe confrontato con le reali probabilità di contagiarsi e di sviluppare la malattia nelle forme più gravi delle singole classi di età. Se per gli ultrasessantenni il saldo tra il rischio di contagiarsi e ammalarsi e l’eventuale effetto collaterale del vaccino è ampiamente favorevole, per il vaccino per le fasce d’età inferiori – e sane – è già più in dubbio. E sotto i 12 anni è altamente verosimile che non lo sia, in questo senso non è chiarissima l’evidenza a cui fanno riferimento le organizzazioni che la consigliano.
Sull’obbligatorietà. Questi vaccini non sono resi obbligatori sia per questioni riguardanti la reale efficacia, che è nel campo delle «ampie probabilità» più che delle certezze, sia per le ragioni individuate da Wolf Bukowski: il “policy style” governativo e la necessità di crearsi una riserva di nemici pubblici.
8. Il «green Pass»
Dal punto di vista sanitario il lasciapassare è del tutto ininfluente, come sarebbe dimostrato dall’incoerenza intrinseca: è necessario per accedere alle mostre e non lo è per accedere alle messe; è necessario per le mense ma non per lavorare; se prendo un caffè al bancone non mi serve, ma se mi siedo un metro più in là devo mostrarlo, però se rimango in piedi accanto alla sedia no; se sono vaccinato posso accedere ovunque e magari sono positivo ecc.
A parte queste incongruenze le modalità per ottenere il pass sono irragionevoli: i vaccinati possono averlo ma hanno maggiori probabilità di contagio di uno che non è vaccinato ma che ha appena avuto e smaltito il Covid. E il tampone a pagamento consente diverse strategie a seconda della disponibilità economica.
Ancora: il provvedimento è un ulteriore strumento di colpevolizzazione dei cittadini, ai quali viene delegata la responsabilità di affrontare per intero l’epidemia. Inoltre aumenta la discrezionalità delle forze repressive, allenta i legami di solidarietà tra i cittadini e rafforza una tendenza poliziesca potenzialmente devastante, come dimostra l’ulteriore imbarbarimento delle discussioni non solo sui social.
9. Le manifestazioni di piazza
La lettura delle piazze come egemonizzate dalla destra e piene di complottisti è funzionale alla difesa delle posizioni governative.
Le piazze sono affollate di persone che hanno dubbi legittimi sul green pass, sull’efficacia dei vaccini e comunque sulle modalità di contrasto della pandemia. Dove le manifestazioni tendono ad essere coperte dalla destra fascista, questa emerge solo per il ritiro delle organizzazioni di sinistra e delle realtà di movimento (più indefinite). Ma basta semplicemente frequentarle e non farsele raccontare dai giornali mainstream – o, quasi peggio, scoprirle sui social – per scoprire che i simpatizzanti di Lega e Fratelli d’Italia presenti in queste piazze sono una frangia che già definire minoritaria è generoso.
Ciò non significa che siano frequentate da rivoluzionari, e la composizione sociale è decisamente interclassista, ma la demonizzazione delle piazze è la stessa demonizzazione dei runner, e in generale di chi ha provato ad aggirare l’assurdo «lockdown» all’italiana della prima lontanissima fase della pandemia. Il problema delle piazze rimane sempre lo stesso: se le lasci vuote qualcuno le riempie.
10. Funzionalità dell’emergenza e «tradimento dei chierici»
La pandemia è stata utile ad accelerare i processi di ristrutturazione capitalista, oltre che un ulteriore spostamento di ricchezza verso le società high tech e farmaceutiche, che ha come primo terreno di scontro pezzi diversi di capitalismo. I colossi del Big Tech – Google, Microsoft, Apple, Amazon, Facebook – sono la punta di un iceberg che coinvolge la possibilità di penetrare con tracciamenti, diagnosi, analisi, chirurgia, l’intero settore sanitario.
Naturalmente altro terreno di penetrazione è il sistema formativo, dalla scuola all’Università, con le lezioni che verranno ripensate per essere trasferite sul supporto informatico, con moduli e piattaforme specifiche. Lo smart working non è certo arrivato per favorire i lavoratori.
I dispositivi di controllo/colpevolizzazione accentuati in questi 17 mesi consentono alle classi dominanti di allargare/ampliare la possibilità di punire comportamenti non in linea/potenzialmente dannosi di interi gruppi sociali/politici. In questo senso la pandemia ha aiutato l’accelerazione di tendenze già in atto da tempo, come le varie schedature e la discrezionalità dei bracci repressivi degli stati. La pandemia non è il punto zero di questa azione/strategia ma ha costituito/costituisce un’opportunità da non perdere.
Un effetto non previsto è stato l’appoggio a questa strategia di gruppi/intellettuali molto critici con altre forme di dispiegamento del potere ma presto ridottisi a fiancheggiatori, sulla scorta della paura della morte quando non del semplice contagio.
Principii che sembravano acquisiti da una sinistra molto più ampia di quella che trova rappresentanza in parlamento sono stati rimessi pesantemente in discussione, dalla “semplice” privacy alla ben più significativa disponibilità del corpo. Tutte le discussioni di questi anni a proposito dell’aborto, dell’identità di genere, della possibilità di decidere sul fine vita, travolte con un’argomentazione orribile: la maggioranza ha deciso cosa fare del tuo corpo ed essendo nel giusto o ti adegui o ti rendo la vita un inferno. Come espresso da Wu Ming 4,
La pandemia e le strategie di contrasto investono ambiti scientifici diversi e la riduzione ad unicum di questi ambiti è stata funzionale ad un racconto del potere, che ha saputo adattarla alle proprie esigenze. Le evidenze possono concordare in alcune questioni “semplici”, come la capacità dei vaccini di ridurre la malattia, ma divergere in questioni complesse spesso più affini alle scienze sociali, come la capacità del provvedimento X di intervenire sul fenomeno Y. Ma anche all’interno delle stessa scienza medica si è fatto abuso del termine «evidenza», omettendo a piacimento – o, il che è lo stesso, dandone una versione sempre diversa – il grado di probabilità di efficacia di un farmaco o di un decorso clinico.
Solo per rimanere al caso più recente, uno studio uscito sul New England Journal of Medicine, tra le riviste del settore più prestigiose al mondo, nelle sue conclusioni sembra perentorio sull’inefficacia delle terapia basate sul plasma: «The administration of Covid-19 convalescent plasma to high-risk outpatients within 1 week after the onset of symptoms of Covid-19 did not prevent disease progression». La precisazione «within 1 week after onset of symptoms» si perde nel resoconto al grande pubblico, al quale non arriveranno mai i dubbi esplicitati nello stesso articolo: «the lack of efficacy of convalescent plasma in our trial could have resulted from insufficient doses of plasma or titers of neutralizing antibodies, the timing of administration, the selection of patients, or the presence of potentially harmful components in the convalescent plasma that was administered». Men che meno sapranno che lo studio fa addirittura una certa apertura alla terapia: «Convalescent plasma may still play a role if it is administered before the development of native antibodies. The treatment may also be efficacious in preventing symptomatic Covid-19 after exposure».
Attorno al termine «scienza», spesso accompagnato dall’aggettivo «ufficiale», si svolge una lotta per escludere non solo interi gruppi di studiosi e ricercatori che non fanno parte di organizzazioni accreditate, ma anche semplici «non allineati» che pure lavorano all’interno di università e centri di ricerca.
Probabilmente, dal punto di vista culturale almeno, l’eredità peggiore che questa vicenda sta lasciando è in due aspetti contraddittori:
– da un parte l’idea che la scienza sia qualcosa in cui credere, che vive prescindendo dagli scienziati e dai loro sistemi di valore e che sia unica e infallibile;
– dall’altro, avendo trasmesso messaggi contraddittori, l’idea che tutto quanto possa essere scienza, dal dubbio infondato alla più inverosimile fantasia di complotto.
In entrambi i casi il discorso scientifico è stato condotto con un dilettantismo che va oltre le semplici semplificazioni divulgatorie, gestito da esperti di rami specifici – in massima misura virologi ed epidemiologi certamente, ma anche statistici o esperti di comunicazione – del tutto a digiuno di questioni epistemologiche.
12. Il rapporto tra politica e scienza
Il risultato è stato un’apertura a interessi politici e economici della portata più ampia. Nascosti dietro il paravento della «scienza» è stato possibile prendere decisioni prive di legami con la pandemia, dal «lockdown» all’italiana, con l’assurdo elenco di codici Ateco necessari per chiudere o aprire, fino al Green Pass, il cui legame con un qualche contenimento della pandemia è lasciato all’immaginazione dei destinatari.
Se per «dittatura sanitaria» si intende il predominio di medici, soprattutto infettivologi, nella formulazione delle decisioni o il sacrificio a esigenze sanitarie di tutti i provvedimenti di un governo, ebbene si può tranquillamente affermare che raramente le decisioni dei governi occidentali in genere, e italiani in particolare, sono state di questo tipo.
I gruppi dirigenti si sono scontrati sui provvedimenti provando a sfruttare, per far prevalere una decisione o un’altra, anche i dati sanitari. La cooptazione di medici e ricercatori in comitati come il Cts è stata funzionale a giustificare/rafforzare provvedimenti che hanno obiettivi differenti. La capacità di presentare le decisioni come «scientifiche» ha permesso di depotenziare le possibili contestazioni alle modalità di gestione delle attività di governo degli ultimi 17 mesi.
13. Che fare?
Naturalmente è possibile che lo stato di avanzamento scientifico e tecnologico possa far sì che per la prima volta nella storia un’epidemia venga sconfitta dai vaccini, ad ogni modo esistono altri modi per uscirne, soprattutto da una di questo tipo che per fortuna non sembra attaccare quasi mai gli organismi forti, raramente è devastante sotto i 50 anni (forse anche sotto i 60) e per fortuna sta raggiungendo tassi di letalità largamente controllabili, se è vero che negli ultimi due mesi si è viaggiato alla media dello 0,5%.
Ciò non toglie che la richiesta di vaccini vada certamente appoggiata, seppure con qualche distinguo, perché è indecente che una risorsa scarsa sia assegnata per prima a persone che non corrono particolari rischi solo per il fatto di vivere in paesi ricchi. Così come all’interno dello stesso paese le priorità andrebbero del tutto riviste, lasciando davvero per ultime – e magari con dati più solidi – le generazioni più giovani.
Se poi quello descritto nei punti 4, 5 e 6 sembra un programma troppo vasto, le forze di sinistra più che prendersela con i dubbiosi dovrebbero attaccare il governo e le classi dominanti per richiedere almeno (almeno) il potenziamento del sistema sanitario, a cominciare dalla famosa medicina territoriale.
Forse sarebbe più produttivo che insultare chi pensa di poter disporre del proprio corpo e che mai si sarebbe aspettato di doverlo cedere perché una canea urlante pensa che sia giusto così.
Note
* Roberto Salerno è dottore di ricerca in Scienze Politiche e relazioni internazionali. Si è occupato di analisi dei processi decisionali e collabora con Giap, Palermograd e con la rivista di storia delle idee inTrasformazione.
** Per una critica di questo pseudoconcetto, esito di una frettolosa (o forse capziosa) traduzione dall’inglese, si veda il punto 6 del nostro glossario del giugno 2020 [N.d.WM].
Fonte
Dopo diciassette mesi in cui si sono rincorsi provvedimenti surreali e terrori a singhiozzo è diventato complicato capire di cosa si stia discutendo quando ci si imbarca in dibattiti e considerazioni sulla pandemia provocata dal SARS-CoV-2. Del resto, in questo periodo non esiste un solo aspetto della nostra vita che non sia stato messo sotto stress dalla pandemia, e dipanare il groviglio sempre più spesso appare impresa improba.
Quello che segue è un tentativo – sintetico ma ci si augura non superficiale – di rendere più chiari gli argomenti di discussione, che ovviamente restano inesorabilmente intrecciati. L’elenco non vuole essere esaustivo ma piuttosto offrire un punto di partenza dal quale provare ad affrontare i vari temi inerenti alla pandemia. Laddove possibile si sono richiamate le evidenze a favore delle affermazioni, ma naturalmente l’elenco sconta il punto di vista altamente critico nei confronti degli interventi messi in atto dalle classi dirigenti.
1. Il virus
Il motivo per cui il virus ha fatto – e rischia di continuare a fare – tanti danni non è nella sua pericolosità intrinseca ma va ricercato nella risposta dei sistemi politici e sanitari. Se prescindesse da questi ultimi, il rapporto tra il numero dei morti e il numero dei contagiati sarebbe simile in qualsiasi contesto e per qualsiasi classe d’età, cosa che sappiamo essere lontana dal vero.
Secondo l’ultimo rapporto dell’ISS, datato 21 luglio, dei 127.044 morti attribuiti al COVID solo l’1,2% aveva meno di 50 anni. Dei 355 deceduti sotto i 40 anni – 0,3% del totale – solo 44 non avevano patologie di rilievo. Senza patologie pregresse e sotto ai 40 anni, insomma, nemmeno in Italia si muore di COVID.
Anche dal punto di vista dei contesti territoriali le differenze sono ampie. In Italia il tasso di letalità, al 19 agosto, è del 2,9%; in Inghilterra è il 2%; negli USA e in Francia l’1,7; in Svezia l’1,3. (Elaborazione su dati Worldmeters).
Vale la pena sottolineare che l’analisi su scala nazionale non è rivelatrice, perché all’interno degli stati le differenze sono ampie. In Italia si va dal 4% della Lombardia all’1,8% della Campania. Negli USA dal 2,5% del New Jersey all’1,4% del Montana. Questa variabilità del dato è presente ovunque.
2. La profilassi
Mantenimento della distanza e frequente lavaggio delle mani, unito con l’uso di mascherine al chiuso. Può essere utile ricordare che le evidenze scientifiche sui singoli punti non sono definitive perché il metodo principe, lo studio randomizzato, è impossibile da realizzare, ma che seppure non definitiva, esiste una robusta letteratura che evidenzia i vantaggi delle mascherine al chiuso.
Sul «distanziamento sociale»** le evidenze sono più incerte. Gli studi sono concentrati sui provvedimenti che lo favoriscono – isolamento domiciliare, quarantena, divieto di assembramenti, chiusura di scuole e luoghi di lavoro – e osservano che in genere questi provvedimenti si presentano in contemporanea.
3. Contagiati, malati e morti
È difficile pensare che la confusione tra queste tre categorie sia casuale. Nella fase del governo Conte bis il numero dei contagi era determinante per stabilire cosa si potesse fare in determinati territori e il colore delle zone era strettamente correlato all’andamento dei contagi. Il “cambio di passo” del governo Draghi è consistito nel variare i parametri che consentivano alle regioni di modificare il proprio colore, introducendo surrettiziamente la categoria “malati”, pur senza esplicitarla. Infatti i cambi di colore adesso vengono decisi dal numero dei posti occupati in ospedale e da quelli occupati in terapia intensiva.
L’utilizzo strumentale ora di una ora dell’altra categoria è stata la strategia principale dell’informazione mainstream, giornali e televisione. Nel presentare al pubblico l’andamento dell’epidemia si è spinto – e si continua a spingere – ora sull’una ora sull’altra categoria con la secca preferenza per la lettura peggiore: «diminuiscono i contagi MA più X% in terapia intensiva»; «pochi morti MA contagi ancora vicini all’X% per milione».
Anche la comunicazione dei dati in valore assoluto o in percentuale ha sostanzialmente avuto la stessa finalità. L’aumento di poche unità di malati in terapia intensiva viene espresso in termini percentuali – il passaggio da 15 a 18 diventa «aumento del 20% di ricoverati in terapia intensiva» – la diminuzione viene comunicata guardando i valori assoluti – «è vero che i ricoverati in terapia intensiva sono diminuiti ma di appena 3 unità, passando da 18 a 15».
4. La policy
Non è affatto vero che l’unico modo per affrontare un’epidemia sia sperare nei vaccini. Nessuna epidemia della storia è stata risolta da un vaccino, che per sua natura – tempi di realizzazione, osservazione degli effetti di lungo periodo – deve attraversare diverse fasi prima di poter essere in condizioni di debellare una specifica patologia.
Per diminuire i contagi – e per bloccare l’epidemia – servono interventi in grado di mettere nelle condizioni migliori chi lavora ma anche chi viaggia e chi fa la spesa, e naturalmente chi pensa di andare al cinema o a teatro o ad un concerto.
Il primo punto di sofferenza è stato abbastanza presto individuato nel non avere un posto dove permettere ai positivi asintomatici o paucisintomatici di passare la loro quarantena senza rimanere in casa, dove potevano trasmettere il virus ai familiari, o andare in ospedale con il rischio di ingolfarli. Erano (sono) necessarie nuove strutture e il riadattamento di immobili inutilizzati con caratteristiche adeguate. Il tutto accompagnato da un piano di assistenza per gente che appunto non poteva andare a fare la spesa o smaltire i propri rifiuti senza rischiare di contagiare altri.
Gli ospedali e i reparti di terapia intensiva, sempre in sofferenza negli anni precedenti, sono collassati sotto la spinta del Covid. Di nuovo erano necessarie nuove strutture con conseguente aumento di posti letto e di reparti Covid. Si è spesso obiettato che l’andamento esponenziale dell’epidemia rendesse inutile l’ampliamento di queste strutture perché si tratterebbe solo di spostare più in là il momento del collasso. L’obiezione è assurda, perché non siamo in presenza di un problema teorico ma di uno pratico, persino l’andamento della curva epidemica poteva essere previsto con buona approssimazione e già il semplice aumento del 50% di posti letto e terapie intensive avrebbe migliorato il disastroso bilancio italiano.
Ma naturalmente gli interventi non si limitano al solo aspetto sanitario. Per evitare gli affollamenti sarebbe stato necessario un potenziamento dei sistemi di trasporto – metropolitana, autobus, treni – in grado di far mantenere la distanza ai passeggeri. Nei luoghi di lavoro si sarebbero dovuti tutelare i più fragili consentendo loro di interrompere il lavoro senza che questo significasse perdita del reddito. In ultima istanza chiudere completamente i luoghi in cui non era possibile stare distanziati.
In ogni caso la chiusura non può essere giustificata con la rappresentazione di una società «irresponsabile» che «non rispetta le regole» e quindi va chiusa in casa.
5. La scuola
Allo stato non esiste un solo studio di una qualche rilevanza che abbia dimostrato la particolare pericolosità della scuola. Le chiusure sono state decise in base a principii di precauzione e convinzioni “ragionevoli” ma che non hanno mai avuto il supporto di uno studio capace di mostrare che a scuola ci si infetterebbe più che altrove. Viceversa gli studi che hanno provato a mostrare la sostanziale bassa pericolosità della scuola sono stati criticati in quanto i dati a disposizione dei ricercatori non erano attendibili.
Può essere vero naturalmente, ma quello che colpisce è l’inversione dell’onere della prova. In linea di principio non si dovrebbe dimostrare che qualcosa non è pericoloso, ma appunto il contrario. Per chiudere la scuola servirebbe mostrarne la pericolosità. Ad ogni modo gli studi a nostra disposizione mostrano una certa concordanza nel ritenere le scuola non particolarmente a rischio per i ragazzi. Il che, ripetiamolo ancora, non significa che sia un luogo sicuro, ovviamente. Ma i dati sulla pericolosità del virus sulle fasce d’età sotto i 20 anni dovrebbero rasserenare un minimo. Anche sulla trasmissione del virus da parte dei ragazzi ci sono forti dubbi. Tutto questo porta a concludere che i ragazzi dovrebbero andare a scuola e si dovrebbe limitare la DAD a casi particolari (insorgere di focolai) le cui conseguenze catastrofiche sono state varie volte sottolineate.
Rimane però sconcertante che 17 mesi dopo ci siano ancora aule con più di 15 studenti per classe. Nemmeno una pandemia di queste proporzioni è bastata per attuare un piano “emergenziale” di edilizia scolastica, in grado di aumentare il numero degli edifici e delle aule disponibili. Come nel caso degli ospedali, recuperando immobili non utilizzati – sia di proprietà pubblica che privata – e costruendo nuovi edifici. Come nel caso di altri posti di lavoro anche nelle scuole si sarebbe dovuto prevedere un piano di pensione/sospensione con stipendio per soggetti fragili (anziani e fragili fino ai 50 anni).
6. Un massiccio piano di assunzioni pubbliche
Tutti gli interventi sensati – su ospedali, scuola, trasporti, altri luoghi di lavoro – prevederebbero naturalmente la formazione e l’assunzione di svariate migliaia di persone, a carico della fiscalità generale. In tempi di emergenza è impossibile appellarsi ad argomenti ordinari – primo fra tutti l’aumento dell’inflazione, mentre merita proprio poca considerazione l’argomento «tenuta dei conti pubblici» in un contesto del genere – e una classe dirigente davvero interessata a contrastare una «emergenza» si sarebbe mossa in questo senso. Invece il “policy style” ha subito piccole variazioni, e solo nel senso di proseguire nel rafforzamento del potere esecutivo rispetto a quello legislativo a tutti i livelli di governo, tendenza anche questa già in atto dai primi anni ’90 ma che ha trovato un ulteriore aiuto nel SARS-CoV-2.
7. I vaccini
Sono naturalmente di grande utilità ma non risolutivi. Come già accennato nessuna epidemia è stata mai stroncata con i vaccini, i dieci vaccini obbligatori vigenti in Italia sono dedicati a debellare e impedire l’insorgere di malattie, ma non ad arginare epidemie in atto. È fra l’altro abbastanza dibattuto tra gli specialisti se le varianti siano aiutate dal vaccino, che contrastando il SARS-CoV-2 lo spingerebbe appunto a mutare.
Ma a parte queste considerazioni, la capacità produttiva dei vaccini è largamente insufficiente, e allo stato è impossibile vaccinare tutti. Nel contesto internazionale, perché la competizione tra i paesi ha prodotto allocazione diseguale di vaccini; in quello nazionale, per via dei dubbi che li accompagnano e per l’oggettiva impossibilità di vaccinarsi di intere categorie.
Questo a prescindere dei dubbi sulla validità intrinseca dei singoli vaccini e sulla loro pericolosità in periodi più o meno lunghi. Le evidenze ad agosto 2021 ci dicono che sono molto efficaci per la protezione personale (meno pericoli di sviluppare la malattia, drastico abbassamento del pericolo di morte), un po’ meno per quella collettiva, in quanto riducono la possibilità di contagio ma sono lontani dall’eliminarla.
Fra l’altro il particolare tipo di malattia rende il vaccino una scelta razionale solo per le categorie più a rischio, anziani e persone con gravi patologie. Perché se è vero che anche per quanto riguarda le altre classi di età è possibile osservare una protezione più ampia, il dato andrebbe confrontato con le reali probabilità di contagiarsi e di sviluppare la malattia nelle forme più gravi delle singole classi di età. Se per gli ultrasessantenni il saldo tra il rischio di contagiarsi e ammalarsi e l’eventuale effetto collaterale del vaccino è ampiamente favorevole, per il vaccino per le fasce d’età inferiori – e sane – è già più in dubbio. E sotto i 12 anni è altamente verosimile che non lo sia, in questo senso non è chiarissima l’evidenza a cui fanno riferimento le organizzazioni che la consigliano.
Sull’obbligatorietà. Questi vaccini non sono resi obbligatori sia per questioni riguardanti la reale efficacia, che è nel campo delle «ampie probabilità» più che delle certezze, sia per le ragioni individuate da Wolf Bukowski: il “policy style” governativo e la necessità di crearsi una riserva di nemici pubblici.
8. Il «green Pass»
Dal punto di vista sanitario il lasciapassare è del tutto ininfluente, come sarebbe dimostrato dall’incoerenza intrinseca: è necessario per accedere alle mostre e non lo è per accedere alle messe; è necessario per le mense ma non per lavorare; se prendo un caffè al bancone non mi serve, ma se mi siedo un metro più in là devo mostrarlo, però se rimango in piedi accanto alla sedia no; se sono vaccinato posso accedere ovunque e magari sono positivo ecc.
A parte queste incongruenze le modalità per ottenere il pass sono irragionevoli: i vaccinati possono averlo ma hanno maggiori probabilità di contagio di uno che non è vaccinato ma che ha appena avuto e smaltito il Covid. E il tampone a pagamento consente diverse strategie a seconda della disponibilità economica.
Ancora: il provvedimento è un ulteriore strumento di colpevolizzazione dei cittadini, ai quali viene delegata la responsabilità di affrontare per intero l’epidemia. Inoltre aumenta la discrezionalità delle forze repressive, allenta i legami di solidarietà tra i cittadini e rafforza una tendenza poliziesca potenzialmente devastante, come dimostra l’ulteriore imbarbarimento delle discussioni non solo sui social.
9. Le manifestazioni di piazza
La lettura delle piazze come egemonizzate dalla destra e piene di complottisti è funzionale alla difesa delle posizioni governative.
Le piazze sono affollate di persone che hanno dubbi legittimi sul green pass, sull’efficacia dei vaccini e comunque sulle modalità di contrasto della pandemia. Dove le manifestazioni tendono ad essere coperte dalla destra fascista, questa emerge solo per il ritiro delle organizzazioni di sinistra e delle realtà di movimento (più indefinite). Ma basta semplicemente frequentarle e non farsele raccontare dai giornali mainstream – o, quasi peggio, scoprirle sui social – per scoprire che i simpatizzanti di Lega e Fratelli d’Italia presenti in queste piazze sono una frangia che già definire minoritaria è generoso.
Ciò non significa che siano frequentate da rivoluzionari, e la composizione sociale è decisamente interclassista, ma la demonizzazione delle piazze è la stessa demonizzazione dei runner, e in generale di chi ha provato ad aggirare l’assurdo «lockdown» all’italiana della prima lontanissima fase della pandemia. Il problema delle piazze rimane sempre lo stesso: se le lasci vuote qualcuno le riempie.
10. Funzionalità dell’emergenza e «tradimento dei chierici»
La pandemia è stata utile ad accelerare i processi di ristrutturazione capitalista, oltre che un ulteriore spostamento di ricchezza verso le società high tech e farmaceutiche, che ha come primo terreno di scontro pezzi diversi di capitalismo. I colossi del Big Tech – Google, Microsoft, Apple, Amazon, Facebook – sono la punta di un iceberg che coinvolge la possibilità di penetrare con tracciamenti, diagnosi, analisi, chirurgia, l’intero settore sanitario.
Naturalmente altro terreno di penetrazione è il sistema formativo, dalla scuola all’Università, con le lezioni che verranno ripensate per essere trasferite sul supporto informatico, con moduli e piattaforme specifiche. Lo smart working non è certo arrivato per favorire i lavoratori.
I dispositivi di controllo/colpevolizzazione accentuati in questi 17 mesi consentono alle classi dominanti di allargare/ampliare la possibilità di punire comportamenti non in linea/potenzialmente dannosi di interi gruppi sociali/politici. In questo senso la pandemia ha aiutato l’accelerazione di tendenze già in atto da tempo, come le varie schedature e la discrezionalità dei bracci repressivi degli stati. La pandemia non è il punto zero di questa azione/strategia ma ha costituito/costituisce un’opportunità da non perdere.
Un effetto non previsto è stato l’appoggio a questa strategia di gruppi/intellettuali molto critici con altre forme di dispiegamento del potere ma presto ridottisi a fiancheggiatori, sulla scorta della paura della morte quando non del semplice contagio.
Principii che sembravano acquisiti da una sinistra molto più ampia di quella che trova rappresentanza in parlamento sono stati rimessi pesantemente in discussione, dalla “semplice” privacy alla ben più significativa disponibilità del corpo. Tutte le discussioni di questi anni a proposito dell’aborto, dell’identità di genere, della possibilità di decidere sul fine vita, travolte con un’argomentazione orribile: la maggioranza ha deciso cosa fare del tuo corpo ed essendo nel giusto o ti adegui o ti rendo la vita un inferno. Come espresso da Wu Ming 4,
«Decenni di discorso politico sulla libertà di scelta mandati in fumo così, appiccicandoci sopra un’etichetta e tirandoci sopra una riga […] E che dire della libertà di movimento per cui ricordiamo tutti manifestazioni, smontaggi di CPT, proteste alle frontiere al grido di “Nessun essere umano è illegale”, “Siamo tutti sans papier”, ecc, criticando Schengen e i destini umani appesi al possesso di un documento? Adesso è roba da intellettuali francesi, perché loro sono un po’ così, un po’ eccentrici.»11. La questione della Scienza
La pandemia e le strategie di contrasto investono ambiti scientifici diversi e la riduzione ad unicum di questi ambiti è stata funzionale ad un racconto del potere, che ha saputo adattarla alle proprie esigenze. Le evidenze possono concordare in alcune questioni “semplici”, come la capacità dei vaccini di ridurre la malattia, ma divergere in questioni complesse spesso più affini alle scienze sociali, come la capacità del provvedimento X di intervenire sul fenomeno Y. Ma anche all’interno delle stessa scienza medica si è fatto abuso del termine «evidenza», omettendo a piacimento – o, il che è lo stesso, dandone una versione sempre diversa – il grado di probabilità di efficacia di un farmaco o di un decorso clinico.
Solo per rimanere al caso più recente, uno studio uscito sul New England Journal of Medicine, tra le riviste del settore più prestigiose al mondo, nelle sue conclusioni sembra perentorio sull’inefficacia delle terapia basate sul plasma: «The administration of Covid-19 convalescent plasma to high-risk outpatients within 1 week after the onset of symptoms of Covid-19 did not prevent disease progression». La precisazione «within 1 week after onset of symptoms» si perde nel resoconto al grande pubblico, al quale non arriveranno mai i dubbi esplicitati nello stesso articolo: «the lack of efficacy of convalescent plasma in our trial could have resulted from insufficient doses of plasma or titers of neutralizing antibodies, the timing of administration, the selection of patients, or the presence of potentially harmful components in the convalescent plasma that was administered». Men che meno sapranno che lo studio fa addirittura una certa apertura alla terapia: «Convalescent plasma may still play a role if it is administered before the development of native antibodies. The treatment may also be efficacious in preventing symptomatic Covid-19 after exposure».
Attorno al termine «scienza», spesso accompagnato dall’aggettivo «ufficiale», si svolge una lotta per escludere non solo interi gruppi di studiosi e ricercatori che non fanno parte di organizzazioni accreditate, ma anche semplici «non allineati» che pure lavorano all’interno di università e centri di ricerca.
Probabilmente, dal punto di vista culturale almeno, l’eredità peggiore che questa vicenda sta lasciando è in due aspetti contraddittori:
– da un parte l’idea che la scienza sia qualcosa in cui credere, che vive prescindendo dagli scienziati e dai loro sistemi di valore e che sia unica e infallibile;
– dall’altro, avendo trasmesso messaggi contraddittori, l’idea che tutto quanto possa essere scienza, dal dubbio infondato alla più inverosimile fantasia di complotto.
In entrambi i casi il discorso scientifico è stato condotto con un dilettantismo che va oltre le semplici semplificazioni divulgatorie, gestito da esperti di rami specifici – in massima misura virologi ed epidemiologi certamente, ma anche statistici o esperti di comunicazione – del tutto a digiuno di questioni epistemologiche.
12. Il rapporto tra politica e scienza
Il risultato è stato un’apertura a interessi politici e economici della portata più ampia. Nascosti dietro il paravento della «scienza» è stato possibile prendere decisioni prive di legami con la pandemia, dal «lockdown» all’italiana, con l’assurdo elenco di codici Ateco necessari per chiudere o aprire, fino al Green Pass, il cui legame con un qualche contenimento della pandemia è lasciato all’immaginazione dei destinatari.
Se per «dittatura sanitaria» si intende il predominio di medici, soprattutto infettivologi, nella formulazione delle decisioni o il sacrificio a esigenze sanitarie di tutti i provvedimenti di un governo, ebbene si può tranquillamente affermare che raramente le decisioni dei governi occidentali in genere, e italiani in particolare, sono state di questo tipo.
I gruppi dirigenti si sono scontrati sui provvedimenti provando a sfruttare, per far prevalere una decisione o un’altra, anche i dati sanitari. La cooptazione di medici e ricercatori in comitati come il Cts è stata funzionale a giustificare/rafforzare provvedimenti che hanno obiettivi differenti. La capacità di presentare le decisioni come «scientifiche» ha permesso di depotenziare le possibili contestazioni alle modalità di gestione delle attività di governo degli ultimi 17 mesi.
13. Che fare?
Naturalmente è possibile che lo stato di avanzamento scientifico e tecnologico possa far sì che per la prima volta nella storia un’epidemia venga sconfitta dai vaccini, ad ogni modo esistono altri modi per uscirne, soprattutto da una di questo tipo che per fortuna non sembra attaccare quasi mai gli organismi forti, raramente è devastante sotto i 50 anni (forse anche sotto i 60) e per fortuna sta raggiungendo tassi di letalità largamente controllabili, se è vero che negli ultimi due mesi si è viaggiato alla media dello 0,5%.
Ciò non toglie che la richiesta di vaccini vada certamente appoggiata, seppure con qualche distinguo, perché è indecente che una risorsa scarsa sia assegnata per prima a persone che non corrono particolari rischi solo per il fatto di vivere in paesi ricchi. Così come all’interno dello stesso paese le priorità andrebbero del tutto riviste, lasciando davvero per ultime – e magari con dati più solidi – le generazioni più giovani.
Se poi quello descritto nei punti 4, 5 e 6 sembra un programma troppo vasto, le forze di sinistra più che prendersela con i dubbiosi dovrebbero attaccare il governo e le classi dominanti per richiedere almeno (almeno) il potenziamento del sistema sanitario, a cominciare dalla famosa medicina territoriale.
Forse sarebbe più produttivo che insultare chi pensa di poter disporre del proprio corpo e che mai si sarebbe aspettato di doverlo cedere perché una canea urlante pensa che sia giusto così.
Note
* Roberto Salerno è dottore di ricerca in Scienze Politiche e relazioni internazionali. Si è occupato di analisi dei processi decisionali e collabora con Giap, Palermograd e con la rivista di storia delle idee inTrasformazione.
** Per una critica di questo pseudoconcetto, esito di una frettolosa (o forse capziosa) traduzione dall’inglese, si veda il punto 6 del nostro glossario del giugno 2020 [N.d.WM].
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Wu Ming
18/04/2021
Scuola. Un solo bocciato: il governo!
La conferenza stampa del 16 aprile di Mario Draghi, accompagnato dal ministro Speranza, è stata inquietante. Abbandonata la prudenza che solo una settimana prima aveva caratterizzato le posizioni del governo, il Presidente del Consiglio ha annunciato che tra fine aprile e i primi di maggio, quasi tutto sarà riaperto, fatta salva qualche eccezione dovuta allo stucchevole e grottesco gioco dei colori delle regioni.
Che ogni giorno ci siano tra 400 e 500 morti, che la campagna vaccinale stia andando male, poiché ogni giorno si somministra la metà delle 500.000 dosi sognate dal generale Figliuolo, poco importa. Bisogna “ripartire”, ridare slancio all’economia.
La logica è chiara: si riprenda la vita normale, si produca, si lavori, si faccia turismo, si vada nei ristoranti e se poi qualcuno si ammala e muore, ci spiace, ma sono fatti suoi.
Un “rischio calcolato”, ha detto Draghi, delegando tutta la responsabilità ai comportamenti individuali dei cittadini, che risentono – com’è ovvio – della “comunicazione” che piove dall’alto e dalla mancanza assoluta di una prevenzione pubblica organizzata. Se si dice “si riapre tutto”, si dice che la situazione è “quasi tranquilla”; dunque inutile raccomandare l’autolimitazione individuale.
In questa corsa al peggio per gli interessi del capitale entra, ovviamente, anche la scuola, che riaprirà, sembra, in presenza totale, tranne che nelle zone rosse, dai primi di maggio.
Una notizia che dovrebbe essere accolta con soddisfazione se non nascondesse incognite e conseguenze assai preoccupanti. In realtà, in quattordici mesi di pandemia, due governi, il Conte 2 e quello di Draghi, non sono stati capaci di garantire un rientro a scuola veramente sicuro. Il tracciamento dei contagi, i tamponi rapidi, la prevenzione attraverso personale sanitario nelle scuole ormai sono dimenticati nel limbo delle richieste mai soddisfatte.
Ma, ancor più evidente, gli studenti e gli insegnanti dovranno riprendere la scuola nelle stesse condizioni del settembre 2019, quando la pandemia non era ancora scoppiata. Cioè in spazi inadeguati alle condizioni attuali e sovraffollati, poiché non si è voluto provvedere a nuove assunzioni d’insegnanti e a una seria ricerca di spazi adeguati.
Unica timida difesa sarà la mascherina, dispositivo individuale, che insegnanti e studenti dovranno ancora portare. Vedremo come evolverà la situazione, mentre presidi e insegnanti nutrono molti dubbi sulla possibilità per le scuole di rispettare quanto deciso dal governo.
Le difficoltà che si sarebbero verificate nell’anno scolastico 2020-2021 erano ben note al governo. Tuttavia, per tutta una lunga primavera-estate, il governo Conte si è trastullato con le ridicole fantasie del commissario Arcuri sui banchi a rotelle, mentre la commissione presieduta da Patrizio Bianchi (attuale ministro) immaginava improbabili lezioni nei parchi, nei musei, nei cinema e patti territoriali con le imprese private e gli enti locali, nella logica della sussidiarietà che tanti danni ha già prodotto nel settore sanitario.
Quella commissione (dell’oggi ministro), in pratica, non ha saputo formulare una sola proposta valida per una ripresa sicura della scuola.
Sia il governo Conte 2 che quello di Draghi hanno completamente fallito nel difendere la scuola dagli effetti della pandemia. Governi che per la scuola non hanno saputo fare nulla, al di là delle roboanti dichiarazioni del ministro Speranza sulla scuola come “architrave” della società.
In una situazione tanto degradata, il ministro Bianchi pretende ora che a fine anno i consigli di classe esprimano una valutazione dell’apprendimento degli studenti, compresa la possibilità di bocciature.
Seguendo questa ansia di valutazione, tipica della scuola dell’ultimo ventennio, competitivista e meritocratica, gli studenti che sono rientrati a scuola nell’ultima settima, anche se in alternanza presenza/distanza si sono trovati di fronte a quantità di verifiche e test volti ad accelerare un presunta valutazione.
A ciò si sono aggiunti i test INVALSI e, in qualche istituto, anche lo svolgimento dei test PISA. L’ossessione della valutazione non si spegne dunque nemmeno di fronte alle emergenze più gravi; si deve valutare tutto e tutti, gli studenti, gli insegnanti, le scuole, i sistemi scolastici.
La valutazione degli apprendimenti è un’operazione complessa, non è una semplice misurazione, come sono invece i test INVALSI e PISA che, almeno nelle loro intenzioni dichiarate, dovrebbero avere finalità statistiche, anche se poi si tenta di farne altro uso.
Non è un caso che sin dagli anni Settanta si parla, nella scuola, di valutazione formativa, per intendere che essa non deve solo misurare e sommare i risultati ottenuti, ma stimolare lo studente a una riflessione su cosa e come sta apprendendo, sui suoi progressi e sull’impiego che sa fare delle nuove conoscenze.
Una valutazione che, per essere tale, deve anche tenere conto dei processi attivati dall’insegnante, dei metodi usati e dalla relazione tra docente e discenti. Una valutazione che sia effettivamente formativa deve avvenire in itinere, durante tutte le fasi del percorso, non può essere posta solo al termine.
E non si capisce proprio come, in un anno scolastico così travagliato, in cui gli studenti, in molte regioni, hanno frequentato in presenza la scuola per un mese, si sarebbe potuto attuare un processo così delicato.
Inoltre, dopo mesi e mesi di snervante didattica a distanza, bene sarebbe dedicare il mese che resta a disposizione a fare lezione, recuperare gli apprendimenti mancati, predisporre piani per il prossimo anno e, infine, ristabilire relazioni umane. Ciò sarebbe molto più sensato che imporre agli studenti raffiche di test di verifica e di compiti in classe dall’incerto significato.
Inoltre, resta sempre fondamentale l’osservazione che un anno scolastico come quello in corso, ancora peggiore del precedente quanto a possibilità di frequenza reale, ha accresciuto i divari di classe nella scuola, creando ulteriori difficoltà agli studenti delle classi povere o comunque svantaggiati.
È quindi il caso di riporre qualunque pretesa meritocratica e sanzionatoria e dire chiaramente che per quest’anno scolastico non è possibile nessuna seria valutazione e che di conseguenza tutti gli studenti e le studentesse devono essere ammessi d’ufficio alla classe successiva.
L’unica bocciatura deve essere riservata al governo che ha messo la scuola italiana in una così difficile situazione.
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Che ogni giorno ci siano tra 400 e 500 morti, che la campagna vaccinale stia andando male, poiché ogni giorno si somministra la metà delle 500.000 dosi sognate dal generale Figliuolo, poco importa. Bisogna “ripartire”, ridare slancio all’economia.
La logica è chiara: si riprenda la vita normale, si produca, si lavori, si faccia turismo, si vada nei ristoranti e se poi qualcuno si ammala e muore, ci spiace, ma sono fatti suoi.
Un “rischio calcolato”, ha detto Draghi, delegando tutta la responsabilità ai comportamenti individuali dei cittadini, che risentono – com’è ovvio – della “comunicazione” che piove dall’alto e dalla mancanza assoluta di una prevenzione pubblica organizzata. Se si dice “si riapre tutto”, si dice che la situazione è “quasi tranquilla”; dunque inutile raccomandare l’autolimitazione individuale.
In questa corsa al peggio per gli interessi del capitale entra, ovviamente, anche la scuola, che riaprirà, sembra, in presenza totale, tranne che nelle zone rosse, dai primi di maggio.
Una notizia che dovrebbe essere accolta con soddisfazione se non nascondesse incognite e conseguenze assai preoccupanti. In realtà, in quattordici mesi di pandemia, due governi, il Conte 2 e quello di Draghi, non sono stati capaci di garantire un rientro a scuola veramente sicuro. Il tracciamento dei contagi, i tamponi rapidi, la prevenzione attraverso personale sanitario nelle scuole ormai sono dimenticati nel limbo delle richieste mai soddisfatte.
Ma, ancor più evidente, gli studenti e gli insegnanti dovranno riprendere la scuola nelle stesse condizioni del settembre 2019, quando la pandemia non era ancora scoppiata. Cioè in spazi inadeguati alle condizioni attuali e sovraffollati, poiché non si è voluto provvedere a nuove assunzioni d’insegnanti e a una seria ricerca di spazi adeguati.
Unica timida difesa sarà la mascherina, dispositivo individuale, che insegnanti e studenti dovranno ancora portare. Vedremo come evolverà la situazione, mentre presidi e insegnanti nutrono molti dubbi sulla possibilità per le scuole di rispettare quanto deciso dal governo.
Le difficoltà che si sarebbero verificate nell’anno scolastico 2020-2021 erano ben note al governo. Tuttavia, per tutta una lunga primavera-estate, il governo Conte si è trastullato con le ridicole fantasie del commissario Arcuri sui banchi a rotelle, mentre la commissione presieduta da Patrizio Bianchi (attuale ministro) immaginava improbabili lezioni nei parchi, nei musei, nei cinema e patti territoriali con le imprese private e gli enti locali, nella logica della sussidiarietà che tanti danni ha già prodotto nel settore sanitario.
Quella commissione (dell’oggi ministro), in pratica, non ha saputo formulare una sola proposta valida per una ripresa sicura della scuola.
Sia il governo Conte 2 che quello di Draghi hanno completamente fallito nel difendere la scuola dagli effetti della pandemia. Governi che per la scuola non hanno saputo fare nulla, al di là delle roboanti dichiarazioni del ministro Speranza sulla scuola come “architrave” della società.
In una situazione tanto degradata, il ministro Bianchi pretende ora che a fine anno i consigli di classe esprimano una valutazione dell’apprendimento degli studenti, compresa la possibilità di bocciature.
Seguendo questa ansia di valutazione, tipica della scuola dell’ultimo ventennio, competitivista e meritocratica, gli studenti che sono rientrati a scuola nell’ultima settima, anche se in alternanza presenza/distanza si sono trovati di fronte a quantità di verifiche e test volti ad accelerare un presunta valutazione.
A ciò si sono aggiunti i test INVALSI e, in qualche istituto, anche lo svolgimento dei test PISA. L’ossessione della valutazione non si spegne dunque nemmeno di fronte alle emergenze più gravi; si deve valutare tutto e tutti, gli studenti, gli insegnanti, le scuole, i sistemi scolastici.
La valutazione degli apprendimenti è un’operazione complessa, non è una semplice misurazione, come sono invece i test INVALSI e PISA che, almeno nelle loro intenzioni dichiarate, dovrebbero avere finalità statistiche, anche se poi si tenta di farne altro uso.
Non è un caso che sin dagli anni Settanta si parla, nella scuola, di valutazione formativa, per intendere che essa non deve solo misurare e sommare i risultati ottenuti, ma stimolare lo studente a una riflessione su cosa e come sta apprendendo, sui suoi progressi e sull’impiego che sa fare delle nuove conoscenze.
Una valutazione che, per essere tale, deve anche tenere conto dei processi attivati dall’insegnante, dei metodi usati e dalla relazione tra docente e discenti. Una valutazione che sia effettivamente formativa deve avvenire in itinere, durante tutte le fasi del percorso, non può essere posta solo al termine.
E non si capisce proprio come, in un anno scolastico così travagliato, in cui gli studenti, in molte regioni, hanno frequentato in presenza la scuola per un mese, si sarebbe potuto attuare un processo così delicato.
Inoltre, dopo mesi e mesi di snervante didattica a distanza, bene sarebbe dedicare il mese che resta a disposizione a fare lezione, recuperare gli apprendimenti mancati, predisporre piani per il prossimo anno e, infine, ristabilire relazioni umane. Ciò sarebbe molto più sensato che imporre agli studenti raffiche di test di verifica e di compiti in classe dall’incerto significato.
Inoltre, resta sempre fondamentale l’osservazione che un anno scolastico come quello in corso, ancora peggiore del precedente quanto a possibilità di frequenza reale, ha accresciuto i divari di classe nella scuola, creando ulteriori difficoltà agli studenti delle classi povere o comunque svantaggiati.
È quindi il caso di riporre qualunque pretesa meritocratica e sanzionatoria e dire chiaramente che per quest’anno scolastico non è possibile nessuna seria valutazione e che di conseguenza tutti gli studenti e le studentesse devono essere ammessi d’ufficio alla classe successiva.
L’unica bocciatura deve essere riservata al governo che ha messo la scuola italiana in una così difficile situazione.
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17/04/2021
Il rischio è nostro, gli affari sono loro
Esattamente undici mesi fa, il 16 maggio 2020, l'allora presidente del consiglio Conte annunciava la riapertura pressoché totale del paese entro i dieci giorni successivi, affermando che si trattava di un “rischio calcolato”.
Il 16 aprile 2021 il presidente del consiglio Draghi ha annunciato anch’egli la riapertura totale di ciò che era rimasto chiuso, nello stesso tempo di dieci giorni. Per Draghi si tratta di un “rischio ragionato”, ma si sa i banchieri ragionano coi calcoli, quindi le parole sono esattamente le stesse.
Quando Conte dichiarò la fine del lockdown, sicuramente ben più rigido di quello attuale, i positivi al Covid erano circa 70.000, di cui poco più di 800 in un solo giorno. I ricoverati in ospedale erano 10.000 e quelli in terapia intensiva meno di 800. I morti in un solo giorno 153 e quelli totali 31.000.
La dichiarazione di apertura di Draghi avviene invece con oltre 500.000 persone attualmente positive, 24.000 in ospedale e 3.400 in terapia intensiva. I morti giornalieri sono oltre 400, mentre quelli totali oltre 116.000.
Dalla riapertura di Conte a quella di Draghi si sono aggiunti 85.000 morti. Erano nei calcoli del governo Conte, o quei calcoli erano sbagliati e non prevedevano la strage poi avvenuta?
Non lo sappiamo, ma la stessa domanda va ora rivolta a Draghi: quanti altri morti comporta il suo rischio ragionato? Molti meno sarà la risposta perché ci sono i vaccini.
Già, i vaccini, il cui piano di somministrazione finora è semplicemente fallito. Basta confrontare le previsioni di tre mesi fa con quanto davvero fatto. E sulla sanità pubblica, sulla medicina territoriale, sulla prevenzione e sul controllo cosa hanno fatto Conte e Draghi in questi undici mesi, per rendere ragionevole il “rischio ragionato”? Nulla.
Più che calcolo e ragionamento sul rischio, quella di Draghi e Conte è dunque una scommessa.
Entrambi i capi di governo hanno scommesso sul fatto che la maggioranza degli italiani si adatti e si abitui a convivere con la strage, nel nome del lavoro e del PIL. Esattamente come da decenni avviene a Taranto. Esattamente come è avvenuto in questi undici mesi, dove se scuole, ristoranti e teatri sono stati chiusi, le fabbriche sono rimaste sempre aperte.
Oramai un intero paese è sottoposto al ricatto tra la salute e il lavoro, da parte di un sistema infetto e marcio, ove la Confindustria ed il partito degli affari decidono sulla salute di tutti; e chi governa esegue.
Il rischio è nostro, gli affari sono loro.
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Il 16 aprile 2021 il presidente del consiglio Draghi ha annunciato anch’egli la riapertura totale di ciò che era rimasto chiuso, nello stesso tempo di dieci giorni. Per Draghi si tratta di un “rischio ragionato”, ma si sa i banchieri ragionano coi calcoli, quindi le parole sono esattamente le stesse.
Quando Conte dichiarò la fine del lockdown, sicuramente ben più rigido di quello attuale, i positivi al Covid erano circa 70.000, di cui poco più di 800 in un solo giorno. I ricoverati in ospedale erano 10.000 e quelli in terapia intensiva meno di 800. I morti in un solo giorno 153 e quelli totali 31.000.
La dichiarazione di apertura di Draghi avviene invece con oltre 500.000 persone attualmente positive, 24.000 in ospedale e 3.400 in terapia intensiva. I morti giornalieri sono oltre 400, mentre quelli totali oltre 116.000.
Dalla riapertura di Conte a quella di Draghi si sono aggiunti 85.000 morti. Erano nei calcoli del governo Conte, o quei calcoli erano sbagliati e non prevedevano la strage poi avvenuta?
Non lo sappiamo, ma la stessa domanda va ora rivolta a Draghi: quanti altri morti comporta il suo rischio ragionato? Molti meno sarà la risposta perché ci sono i vaccini.
Già, i vaccini, il cui piano di somministrazione finora è semplicemente fallito. Basta confrontare le previsioni di tre mesi fa con quanto davvero fatto. E sulla sanità pubblica, sulla medicina territoriale, sulla prevenzione e sul controllo cosa hanno fatto Conte e Draghi in questi undici mesi, per rendere ragionevole il “rischio ragionato”? Nulla.
Più che calcolo e ragionamento sul rischio, quella di Draghi e Conte è dunque una scommessa.
Entrambi i capi di governo hanno scommesso sul fatto che la maggioranza degli italiani si adatti e si abitui a convivere con la strage, nel nome del lavoro e del PIL. Esattamente come da decenni avviene a Taranto. Esattamente come è avvenuto in questi undici mesi, dove se scuole, ristoranti e teatri sono stati chiusi, le fabbriche sono rimaste sempre aperte.
Oramai un intero paese è sottoposto al ricatto tra la salute e il lavoro, da parte di un sistema infetto e marcio, ove la Confindustria ed il partito degli affari decidono sulla salute di tutti; e chi governa esegue.
Il rischio è nostro, gli affari sono loro.
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20/02/2021
Pandemia: il fallimento del modello Conte annuncia quello di Draghi
Come al solito ogni venerdì c’è la trattativa. Sì, perché di vera e proprio trattativa si tratta – e già questo fa un po’ senso – tra governo e regioni su come “colorare” le regioni. Nel frattempo tutti i dati scientifici, e soprattutto l’esperienza diretta dei medici, ci dicono che sta cominciando la terza ondata del Covid, quella delle “varianti”, che potrebbe essere fermata solo da una rapidissima vaccinazione di massa.
Cosa che però esiste solo negli annunci dei governanti italiani e delle autorità UE. Oppure con lockdown totali, come in Cina, Vietnam, Cuba, e se si ha paura di parlar bene dei comunisti, come in Nuova Zelanda.
In Italia il solo lockdown completo e vero è stato adottato a Codogno e dintorni, in Lombardia, e Vo’ Euganeo in Veneto, all’inizio della pandemia, nel 2020. E in questi due luoghi il virus era stato stroncato, a dimostrazione che l’esperienza umana millenaria dell’isolamento dei contagi vale ancora qualcosa, in questo mondo senza memoria, dove persino i NoVax divinizzano la tecnologia.
Allora ci fu il colpevole rifiuto di Conte e Fontana, su pressione di Confindustria, di chiudere ampie zone di Bergamo e Brescia, quando il dilagare del virus poteva ancora essere fermato. Infine, di fronte al velocissimo espandersi del contagio, con il sistema sanitario al collasso, fu proclamato il lockdown nazionale che tutti ancora ricordiamo.
Solo che il ricordo di un “blocco totale” è falso, perché mentre stavamo a casa e le tv ci facevano vedere gli elicotteri che inseguivano un corridore solitario sulla spiaggia, nella Lombardia, dove era concentrato il massimo del contagio, una parte rilevante di attività anche non essenziali continuava a produrre.
Per non chiudere davvero tutto dove era più forte il virus, si chiudeva parzialmente dappertutto. Così vedevamo i cervi passeggiare per i paesi deserti della montagna abruzzese, mentre i dati sul traffico a Milano dicevano che esso era ancora al 40% del normale.
Ciò nonostante, siccome l’isolamento è comunque efficace contro la pandemia, a maggio i contagi erano drasticamente calati. Allora si decise di riaprire tutto, nonostante gli esperti cinesi e i vituperati Crisanti e Galli ci dicessero che era troppo presto.
D’altra parte i luminari Zangrillo, Bassetti, Palù, dichiaravano il virus clinicamente morto. Così siamo ripartiti come se il Covid non ci fosse più, come diceva una signora ballando in spiaggia e per questo diventata famosa.
In realtà il Covid c’era ancora, lo dicevano i nuovi contagi, bassi ma persistenti, e i morti, nemmeno per un giorno scesi a zero.
Il 15 agosto 2020 la curva è ripartita verso l’alto e il governo si è trovato di fronte al chiaro segno che stava arrivando una nuova ondata. A quel punto Conte ha annunciato la scelta POLITICA di non fare più i lockdown e ha assunto ufficialmente il principio di “convivere” con il virus.
Qui naturalmente si è dovuto mistificare le parole e la realtà. Immaginate se Conte avesse usato lo stesso linguaggio iniziale del primo ministro britannico Johnson, che a marzo aveva chiesto al paese di abituarsi a perdere i propri cari.
Immaginate se Conte avesse detto ciò che scientificamente era prevedibile, cioè che convivere con il virus avrebbe comportato giungere almeno a centomila morti. Su di lui sarebbe piombata la giusta ondata di disgusto che accompagnò le frasi di Johnson.
Così Conte e tutta la classe dirigente, compresi i burocrati a capo del sistema sanitario, si sono ben guardati dal dire la verità su ciò che si preparava e hanno coniato un nuovo termine per definire la strategia anti Covid: “mitigazione”.
Mitigare non significa fermare, ma solo rendere meno pesanti gli effetti di un male. Così la conciliazione tra salute e mercato, rivendicata come principio (mostruoso) da tutta la classe dirigente, aveva la sua sanzione pseudoscientifica.
Per “mitigare” gli effetti del virus il ministro Speranza ed il Comitato Tecnico Scientifico hanno copiato il modello inventato dal governo di Macron in Francia, poi adottato da gran parte dei paesi UE. Cioè le famose colorazioni territoriali diverse.
Il fatto è che due sono gli errori di fondo di questo sistema. Il primo è che le “zone rosse” non sono tali; fermano scuole, cultura e sport, piccoli esercizi commerciali, e lasciano andare tutto il resto, che permette la più ampia circolazione del virus.
In secondo luogo la definizione del colore della zona avviene sempre quando i buoi sono scappati dalla stalla, cioè quando la zona gialla è servita da incubazione per una nuova esplosione della pandemia. MANCA QUALSIASI STRATEGIA DI PREVENZIONE.
Se a questo aggiungiamo poi il mercato che avviene tra governo e regioni sui colori, con i presidenti regionali che considerano un’offesa al territorio il cambio di colore in peggio, ci rendiamo conto che sono le scelte politiche ad aver deciso come sarebbe andata la pandemia nel nostro paese. E sono esse la causa del fallimento nel contenerla.
Si dirà che questa strategia della mitigazione ha permesso di ridurre i danni economici. Ma non è così; anzi oltre alla strage abbiamo oggi un logoramento profondo del tessuto economico e anche un logoramento psicologico di massa.
Perché non si è mai tentato di applicare il modello cinese di chiusure mirate, preventive e totali? Oggi in Cina si va al cinema e al bar, ma appena c’è un solo contagio si fermano milioni di persone. Perché ciò che è stato possibile per un paese immenso con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, non si è nemmeno tentato in Italia e in Europa, usando tutta la nostra cultura e organizzazione?
La verità è che l’alternativa reale in campo non è mai stata quella tra lockdown e “liberi tutti”, come nel finto scontro tra governanti e ribelli alla “dittatura sanitaria”. La realtà delle scelte è quello tra lockdown tempestivi e veri, anche ridotti nel tempo, e le mezze chiusure attuate da gran parte dei governi europei, che durano all’infinito perché non risolvono niente.
La strategia di Conte, Speranza e di gran parte dei paesi dell’Unione Europea si è rivelata fallimentare; e paradossalmente proprio il voler mitigare la pandemia senza lockdown ha prodotto più danni economici di un lockdown vero.
Ora il nuovo governo eredita tutto il fallimento di quello precedente e se ne compiace, già preparandosi a fare le stesse cose. Alla fine sarà il virus a decidere e neppure Draghi, migliore espressione di un’Europa che ha sinora fatto acqua da tutte le parti, potrà evitare il duro impatto con la realtà.
Se saremo fortunati e ci sarà un rallentamento dei contagi, cosa attualmente non prevedibile, si potrà continuare con la matita di vari colori, e con una costante di morti a cui ci stiamo abituando.
Se invece ci sarà un nuovo collasso sanitario, che già si annuncia in alcuni territori e regioni, allora dovranno decidere il lockdown con il massimo di ritardo e nelle condizioni peggiori.
Parafrasando un giudizio storico, hanno rinunciato alla salute per salvare l’economia, e abbiamo perso sia la salute che l’economia.
Fonte
31/01/2021
Lettera aperta di piena solidarietà agli studenti del Kant (prima parte)
Come docente ritengo doveroso esprimere piena solidarietà agli studenti del Liceo Kant, vittime di una vergognosa repressione poliziesca nel corso di un’assemblea d’istituto, regolarmente autorizzata dalla Preside, che solo chiedeva di ripristinare nella sua pienezza il diritto costituzionale all’istruzione pubblica, fondamento essenziale di un ordinamento politico democratico, ormai da un intero anno gravemente menomato e dimezzato, almeno per quanto riguarda la scuola statale.
Per comprendere appieno la dinamica dell’incresciosa vicenda di un nutrito drappello di forze di polizia inviate all’interno di un Liceo ad intimidire e malmenare giovani si deve mettere in rilievo che, pochi giorni prima, gli studenti del Kant avevano fatto pubblicare una loro lettera sul “Corriere della Sera” in cui lamentavano la noncuranza e la gestione improvvisata ed approssimativa della scuola pubblica nella crisi pandemica da parte di una classe politica che, pronta a sbraitare contro i cittadini che escono di casa a fare due passi, in mesi e mesi non ha mosso un dito per reperire ed organizzare nuovi spazi per la didattica, rinforzare il sistema dei trasporti nelle ore d’entrata e d’uscita degli studenti, provvedere servizi di refezione (tanto più con bar e ristori interdetti per COVID!) per docenti e studenti (vittime comuni) costretti alla fascia oraria h10 – h16 proprio per l’inadeguatezza dell’edilizia, dei trasporti etc.
Peraltro le stesse critiche sono state espresse nell’appello della “Rete degli studenti medi” ed in quello dei docenti del Dante Alighieri ma, a quanto sembra, parole al vento visto che proprio oggi, 27 gennaio, i Presidi ed i Genitori Democratici hanno protestato poiché il Ministero ha appena confermato per il prossimo anno scolastico 2021-22 i consueti criteri numerici di formazione delle classi, ben sintetizzati dalla formula “classi-pollaio”.
Dunque il Governo, pur proclamando senza tregua l’infuriare della mortifera pandemia, niente ritiene di fare per rendere possibili ai giovani lezioni in presenza in condizioni di sicurezza. Niente investimenti aggiuntivi ma solo provvedimenti restrittivi che costringono alla protrazione “sine die” del DAD.
Ebbene, ciò che trovo particolarmente apprezzabile nella lettera degli studenti del Kant è di aver chiaramente denunciato che l’incuria (per non dire il menefreghismo) attualmente mostrata dai nostri dirigenti politici nella situazione contingente della crisi-COVID va contestualizzata in un generale e perseverante indirizzo governativo, condiviso indifferentemente dal Centrodestra e Centrosinistra (da tempo due facce della stessa medaglia), che ormai da decenni “la relega al secondo o terzo o quarto posto”, dedicandole robusti tagli stile Gelmini ed una percentuale del PIL che pone l’Italia al fanalino di coda di tutti gli Stati UE (idem per l’irrisoria retribuzione dei docenti e la ricerca universitaria).
Di conseguenza, visto il costante ed inamovibile atteggiamento di scarsissima considerazione della scuola pubblica, ben si deve soppesare l’ipotesi che vi sia un deliberato intento politico di far leva sull’emergenza per assestarle il colpo definitivo ed impacchettarla in “formato minore DAD”, infliggendo così l’ultimo robusto “taglio” che spazzerebbe via una volta per tutte l’indubbiamente oneroso problema di un’edilizia scolastica fatiscente, insufficiente (vedi le classi-pollaio) e in gran parte da regolarizzare rispetto alle normative di sicurezza – risparmio cui peraltro si sommerebbe anche quello della consistente riduzione del personale ATA.
Del resto non si può certo dire che la DAD sia apparsa come fulmine a ciel sereno, tutt’uno con l’irruzione del Virus Fatale (fatale per la scuola statale e la democrazia costituzionale).
Di fatto è già a partire dal 2015 che in tutte le scuole è stato via via introdotto al posto del registro cartaceo quello elettronico (sostituzione provvidenziale perchè, quando s’è diffusa la pestifera pandemia, ha reso possibile ai docenti d’effettuare da casa tutte le registrazioni dell’appello, il che sarebbe stato impraticabile col cartaceo), quindi sono stati organizzati corsi obbligatori per istruire i docenti all’uso didattico del computer, poi dispensati loro tablet in comodato e in ultimo sono giunti i “bonus” annuali di Renzi per l’acquisto di hardware o software.
Notiamo che pure attività scolastiche che, per il ridotto numero dei componenti, potrebbero ben continuare a svolgersi in presenza, come i consigli di classe, quelli di dipartimento, gli scrutini ed il ricevimento genitori, sono attualmente comunque relegate in DAD (sebbene l’inviso assembramento riguarderebbe solo il collegio docenti).
In definitiva, visto che non mancano del tutto indizi per sospettare ci si voglia abituare gradualmente alla scuola pubblica in DAD, va indubbiamente approvata la fermezza con cui gli studenti del Kant s’oppongono a tale eventualità scrivendo sul Corriere della Sera: “Vogliamo tornare tra i banchi di scuola, non ci accontentiamo di esser lasciati con uno schermo nelle nostre case” o “Asseriamo fortemente che la DAD non è scuola”.
Riguardo tali recise affermazioni pubblicate dagli studenti del Kant, che evidentemente sono apparse a qualcuno talmente intollerabili e vandaliche da meritare una sana reprimenda poliziesca, faccio appello a tutti i miei colleghi affinché le sottoscrivano appieno, visto che è dottrina assodata nella scienza pedagogica che la scuola non sia solo luogo di ISTRUZIONE ma anche di SOCIALIZZAZIONE.
Del resto basta evocare il concetto di “Paideia”, radice etimologica della stessa scienza dell’educazione (Pedagogia), per sapere che nell’antica Grecia essa era intesa innanzitutto come “educazione alla cittadinanza”, valore magistralmente illustrato da Platone nella “Repubblica”.
È d’uopo citare anche l’analisi condotta da Hegel nell’Etica (articolata nella triade dialettica “Famiglia-Società civile-Stato politico”) secondo cui la famiglia è, sì, la prima agenzia educativa e luogo di formazione del giovane, ma in funzione propedeutica al suo inserimento nella società civile, di cui proprio la scuola è primo passo.
POST SCRIPTUM: Cari studenti del Kant per valutare in tutti i suoi aspetti ed implicazioni il problema del progressivo degrado della scuola pubblica è indispensabile inquadrarlo nel più ampio contesto politico e sociale degli ultimi decenni, specie a partire dalla riforma varata nel 2000 dal ministro dell’istruzione Berlinguer che promosse la scuola privata cattolica ad uno status paritario con la scuola statale.
Vi invierò pertanto a breve una SECONDA PARTE della lettera ove si esamineranno le idee sul ruolo della scuola pubblica ed il suo rapporto con quella privata sostenute dal noto giurista e padre costituente Piero Calamandrei, rapportandole con la situazione attuale. Seguirà una terza parte sul tema da me trattato nell’insegnamento di educaz.civica “Stato d’emergenza e diritti costituzionali”.
Fonte
Per comprendere appieno la dinamica dell’incresciosa vicenda di un nutrito drappello di forze di polizia inviate all’interno di un Liceo ad intimidire e malmenare giovani si deve mettere in rilievo che, pochi giorni prima, gli studenti del Kant avevano fatto pubblicare una loro lettera sul “Corriere della Sera” in cui lamentavano la noncuranza e la gestione improvvisata ed approssimativa della scuola pubblica nella crisi pandemica da parte di una classe politica che, pronta a sbraitare contro i cittadini che escono di casa a fare due passi, in mesi e mesi non ha mosso un dito per reperire ed organizzare nuovi spazi per la didattica, rinforzare il sistema dei trasporti nelle ore d’entrata e d’uscita degli studenti, provvedere servizi di refezione (tanto più con bar e ristori interdetti per COVID!) per docenti e studenti (vittime comuni) costretti alla fascia oraria h10 – h16 proprio per l’inadeguatezza dell’edilizia, dei trasporti etc.
Peraltro le stesse critiche sono state espresse nell’appello della “Rete degli studenti medi” ed in quello dei docenti del Dante Alighieri ma, a quanto sembra, parole al vento visto che proprio oggi, 27 gennaio, i Presidi ed i Genitori Democratici hanno protestato poiché il Ministero ha appena confermato per il prossimo anno scolastico 2021-22 i consueti criteri numerici di formazione delle classi, ben sintetizzati dalla formula “classi-pollaio”.
Dunque il Governo, pur proclamando senza tregua l’infuriare della mortifera pandemia, niente ritiene di fare per rendere possibili ai giovani lezioni in presenza in condizioni di sicurezza. Niente investimenti aggiuntivi ma solo provvedimenti restrittivi che costringono alla protrazione “sine die” del DAD.
Ebbene, ciò che trovo particolarmente apprezzabile nella lettera degli studenti del Kant è di aver chiaramente denunciato che l’incuria (per non dire il menefreghismo) attualmente mostrata dai nostri dirigenti politici nella situazione contingente della crisi-COVID va contestualizzata in un generale e perseverante indirizzo governativo, condiviso indifferentemente dal Centrodestra e Centrosinistra (da tempo due facce della stessa medaglia), che ormai da decenni “la relega al secondo o terzo o quarto posto”, dedicandole robusti tagli stile Gelmini ed una percentuale del PIL che pone l’Italia al fanalino di coda di tutti gli Stati UE (idem per l’irrisoria retribuzione dei docenti e la ricerca universitaria).
Di conseguenza, visto il costante ed inamovibile atteggiamento di scarsissima considerazione della scuola pubblica, ben si deve soppesare l’ipotesi che vi sia un deliberato intento politico di far leva sull’emergenza per assestarle il colpo definitivo ed impacchettarla in “formato minore DAD”, infliggendo così l’ultimo robusto “taglio” che spazzerebbe via una volta per tutte l’indubbiamente oneroso problema di un’edilizia scolastica fatiscente, insufficiente (vedi le classi-pollaio) e in gran parte da regolarizzare rispetto alle normative di sicurezza – risparmio cui peraltro si sommerebbe anche quello della consistente riduzione del personale ATA.
Del resto non si può certo dire che la DAD sia apparsa come fulmine a ciel sereno, tutt’uno con l’irruzione del Virus Fatale (fatale per la scuola statale e la democrazia costituzionale).
Di fatto è già a partire dal 2015 che in tutte le scuole è stato via via introdotto al posto del registro cartaceo quello elettronico (sostituzione provvidenziale perchè, quando s’è diffusa la pestifera pandemia, ha reso possibile ai docenti d’effettuare da casa tutte le registrazioni dell’appello, il che sarebbe stato impraticabile col cartaceo), quindi sono stati organizzati corsi obbligatori per istruire i docenti all’uso didattico del computer, poi dispensati loro tablet in comodato e in ultimo sono giunti i “bonus” annuali di Renzi per l’acquisto di hardware o software.
Notiamo che pure attività scolastiche che, per il ridotto numero dei componenti, potrebbero ben continuare a svolgersi in presenza, come i consigli di classe, quelli di dipartimento, gli scrutini ed il ricevimento genitori, sono attualmente comunque relegate in DAD (sebbene l’inviso assembramento riguarderebbe solo il collegio docenti).
In definitiva, visto che non mancano del tutto indizi per sospettare ci si voglia abituare gradualmente alla scuola pubblica in DAD, va indubbiamente approvata la fermezza con cui gli studenti del Kant s’oppongono a tale eventualità scrivendo sul Corriere della Sera: “Vogliamo tornare tra i banchi di scuola, non ci accontentiamo di esser lasciati con uno schermo nelle nostre case” o “Asseriamo fortemente che la DAD non è scuola”.
Riguardo tali recise affermazioni pubblicate dagli studenti del Kant, che evidentemente sono apparse a qualcuno talmente intollerabili e vandaliche da meritare una sana reprimenda poliziesca, faccio appello a tutti i miei colleghi affinché le sottoscrivano appieno, visto che è dottrina assodata nella scienza pedagogica che la scuola non sia solo luogo di ISTRUZIONE ma anche di SOCIALIZZAZIONE.
Del resto basta evocare il concetto di “Paideia”, radice etimologica della stessa scienza dell’educazione (Pedagogia), per sapere che nell’antica Grecia essa era intesa innanzitutto come “educazione alla cittadinanza”, valore magistralmente illustrato da Platone nella “Repubblica”.
È d’uopo citare anche l’analisi condotta da Hegel nell’Etica (articolata nella triade dialettica “Famiglia-Società civile-Stato politico”) secondo cui la famiglia è, sì, la prima agenzia educativa e luogo di formazione del giovane, ma in funzione propedeutica al suo inserimento nella società civile, di cui proprio la scuola è primo passo.
POST SCRIPTUM: Cari studenti del Kant per valutare in tutti i suoi aspetti ed implicazioni il problema del progressivo degrado della scuola pubblica è indispensabile inquadrarlo nel più ampio contesto politico e sociale degli ultimi decenni, specie a partire dalla riforma varata nel 2000 dal ministro dell’istruzione Berlinguer che promosse la scuola privata cattolica ad uno status paritario con la scuola statale.
Vi invierò pertanto a breve una SECONDA PARTE della lettera ove si esamineranno le idee sul ruolo della scuola pubblica ed il suo rapporto con quella privata sostenute dal noto giurista e padre costituente Piero Calamandrei, rapportandole con la situazione attuale. Seguirà una terza parte sul tema da me trattato nell’insegnamento di educaz.civica “Stato d’emergenza e diritti costituzionali”.
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