Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2023

Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage

Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.

Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.

Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.

E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.

Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.

Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.

Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.

Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.

Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...

Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).

Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).

Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..

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09/01/2021

Il sapore marcio del rimpasto lombardo

Il rimpasto della giunta lombarda annunciato l’8 gennaio, dopo giorni di gestazione, ha due obiettivi: uno d’immagine e uno di riequilibrio dei poteri all’interno della destra.

Il primo obiettivo è evidentemente legato a cercare di recuperare un po’ di credibilità, anche se di facciata, dopo la tragedia della sanità lombarda: più di 25.000 morti da Covid, strutture incapaci di fronteggiare alcuna emergenza, scandali e conflitti d’interesse, mancanza di un piano vaccinale contro l’influenza stagionale.

E da ultimo l’inesistenza di un piano per la vaccinazione anti-Covid.

La Lombardia è attualmente la penultima regione nella classifica del rapporto tra dosi consegnate e dosi somministrate, mentre si calcola che al ritmo attuale ci vorranno dai quattro ai cinque anni per vaccinare tutta la popolazione lombarda.

Di tutto ciò ha fatto le spese l’assessore al welfare Gallera che, unico, ha pagato le sue gravi colpe ma anche quelle di altri (in primo luogo del presidente Fontana) e soprattutto il disastro di un sistema sanitario privatistico e affaristico. Gallera è stato cacciato senza appello, anche se sino all’ultimo ha supplicato una poltrona qualunque in giunta, anche uno strapuntino, per non essere l’unico a pagare.

Il secondo obiettivo, vale a dire il riequilibrio dei rapporti di potere nella destra, si rende palese se si osserva che a condurre il balletto del rimpasto sono stati personalmente Salvini e Berlusconi, leader nazionali di Lega e di Forza Italia.

Berlusconi può essere contento di avere installato al posto dell’incapace Gallera una sua fedelissima di lunga data, Letizia Moratti, che diventa oltretutto vicepresidente della Regione e forse prossima candidata alla presidenza.

Salvini è riuscito a piazzare alcune sue figure in altri assessorati, soprattutto in quello dello Sviluppo economico con delega alla gestione del Recovery Plan, dove sarà il leghista Guido Guidesi a gestire una fetta di bilancio importante, cioè quella parte dei fondi europei che arriveranno in Lombardia.

Alessandra Locatelli va all’assessorato alla famiglia, alla disabilità e alle politiche sociali. Ricordiamo la Locatelli assessore al Comune di Como, dove la sua politica sociale fu soprattutto quella di perseguitare gli immigrati e i senza tetto.

Singolare che l’italoforzuto Mattinzoli riceva una delega all’housing sociale, probabilmente un’intenzione di pestare i piedi, nel territorio milanese, alla giunta PD di Beppe Sala.

In cambio della nomina più importante, quella di Letizia Moratti, sembra che Salvini abbia ottenuto il via libera alla candidatura a sindaco di Milano di Roberto Rasia dal Polo, poco apprezzato da Berlusconi.

Concentriamoci però sulla figura più nota in questo rimpasto. Letizia Moratti, figura importante della finanza milanese, è stata presidente della Rai, Ministro dell’Istruzione e Sindaco di Milano dal 2006 al 2011.

Fu proprio con la sua gestione che il ministero della Pubblica Istruzione perse l’aggettivo “Pubblica”. In effetti, la politica scolastica morattiana non solo favorì le scuole private, ma portò alla diminuzione del tempo scuola, con un accrescimento delle disuguaglianze scolastiche, minore attenzione ai disabili e agli alunni in difficoltà e un aumento dei caratteri classisti delle scuole superiori.

Come sindaco di Milano, fu disastrosa e ha subito anche una condanna per danno erariale, confermata dalla Corte dei Conti, per lo “scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e alla economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”.

In base a tale sentenza Moratti fu condannata a risarcire al Comune di Milano 591.000 euro per avere assegnato incarichi dirigenziali a soggetti esterni sprovvisti di requisiti adeguati e di avere “gonfiato” l’ufficio stampa del Comune con 20 addetti non necessari.

Per tale vicenda furono condannati anche altri membri della giunta, in particolare il vicesindaco, il “fratello d’Italia” De Corato (oggi assessore alla sicurezza della Regione Lombardia), per un risarcimento che arrivò in totale a oltre 1 milione di euro.

Probabilmente Letizia Moratti non ebbe difficoltà a pagare quel risarcimento, poiché fu presto nominata presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca, dove il suo stipendio annuale era quasi sufficiente a coprire quella cifra.

Tuttavia, ha avuto dei problemi anche in quel ruolo. Infatti, la Procura di Cagliari sta valutando alcune operazioni di acquisto di greggio “estero su estero” da parte della Saras, raffineria di proprietà della famiglia Moratti, per le quali Ubi Banca avrebbe anticipato il denaro.

I sospetti della Procura riguardano sia la provenienza di tale petrolio, che potrebbe essere stato contrabbandato dal Kurdistan iracheno, sia altre operazioni con ditte in odore di mafia, a cui Ubi Banca avrebbe offerto copertura.

Proprio verso la fine del mandato di sindaco di Letizia Moratti, emerse poi un altro episodio, piuttosto grottesco. Il figlio della Moratti, fanatico di Batman, fu denunciato per abuso edilizio avendo trasformato un edificio industriale nella sua abitazione, ispirata alla Bat caverna (ma con poligono di tiro, piscine, saune, bunker ecc.), senza pagare i relativi oneri per il cambio di destinazione d’uso.

Il consigliere comunale Basilio Rizzo denunciò l’assenza di controlli sull’operazione da parte del Comune. La vicenda si concluse con il patteggiamento, da parte di Gabriele Moratti, di una pena di sei mesi convertiti in 49.000 euro di multa.

Altre attività di Letizia Moratti? Finanziare la discussa Comunità di San Patrignano e presiedere un’associazione per promuovere una classe dirigente industriale in Africa (insomma, aiutiamoli al loro paese).

Legittimo chiedersi se questa sia la persona giusta per rimettere in sesto la disastrata sanità lombarda, che avrebbe soprattutto bisogno che si ponesse fine alla scandalosa ingerenza degli interessi dei privati in ciò che deve essere totalmente pubblico.

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04/01/2021

Anche sui vaccini la Regione Lombardia va nel pallone

La Regione Lombardia non ne imbrocca una. Alle tante malefatte della coppia Fontana-Gallera di cui abbiamo dato puntuale informazione, se ne aggiunge un’altra, che riguarda gli inspiegabili ritardi nella somministrazione dei vaccini anti-Covid arrivati in Regione.

La Lombardia ha ricevuto sino ad oggi 80.000 dosi di vaccino, ma è riuscita a somministrane solo poco più di 2.000. Una percentuale tra le più basse in Italia, dopo Sardegna e Molise, nella regione però più colpita dal Covid.

Un ritardo grave, che l’assessore al welfare, il noto clown Gallera, ha giustificato prima dicendo che i vaccini erano arrivati troppo presto (tutta Europa parlava del Vax-day del 27 dicembre!), poi che non voleva richiamare dalle ferie il personale già troppo stressato da mesi di lavoro troppo intenso e difficile.

Lavoro sicuramente difficile e stressante, ma soprattutto per una gestione sanitaria disastrosa da imputare allo stesso Gallera, che oggi provoca una settimana di ritardo nelle vaccinazioni dello stesso personale sanitario, urgenti per evitare nuovi contagi – tantissimi in Lombardia – di medici e infermieri.

Tuttavia, la cosa più grave è scoprire che il piano vaccinale della Lombardia è insufficiente e non basterà a garantire sicurezza ai cittadini. Infatti Gallera ha affermato che dal 4 gennaio partirà la “vera” campagna vaccinale, che garantirà 10.000 vaccinazioni al giorno, per poi passare – quando, non si sa – a 15.000.

Essendo fiduciosi e considerando da subito 15.000 vaccinazioni al giorno, lavorando sabati e domeniche, cioè 365 giorni, si arriva a 5.475.000 dosi somministrate. Tenendo conto del fatto che la vaccinazione, per essere efficace, richiede due somministrazioni, si arriva a 2.737.500 persone realmente vaccinate in un anno.

Quindi circa un quarto della popolazione lombarda, quando è noto che per raggiungere un’immunizzazione socialmente valida si deve arrivare a vaccinare dal 60 all’80% della popolazione. Procedendo in questo modo, la strage dei cittadini lombardi continuerà e provocherà ancora decine di migliaia di morti.

C’è dunque da chiedersi se l’assessore Gallera e il suo direttore regionale Trivelli, già funzionario del corrotto e condannato Formigoni, non sappiano usare una semplice calcolatrice, di quelle che si comprano nei bazar cinesi per pochi euro.

A quando il commissariamento chiesto a gran voce da tanti cittadini e forze politiche?

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02/12/2020

Lombardia: ancora una mozione ipocrita

Ancora una volta, si è assistito al Consiglio regionale della Lombardia a una scena dell’ignobile balletto tra giunta e “opposizione”. Infatti i 5Stelle hanno presentato una mozione di sfiducia all’assessore regionale al welfare, Giulio Gallera, che è stata ovviamente respinta della ultrablindata maggioranza di destra.

Un risultato che ripete quando già accaduto il 7 settembre scorso, quando fu respinta una mozione di sfiducia all’intera giunta regionale.

C’è da chiedersi perché PD, 5 Stelle e gli altri gruppi di minoranza insistano nel presentare mozioni battute in partenza che, regolarmente respinte, finiscono col rafforzare la maggioranza. La risposta è ancora una volta semplice: perché si tratta di manovre puramente propagandiste ed elettoralistiche senza alcuna prospettiva reale di cambiamento.

Ne fa testo anche la recente proposta di legge regionale del PD, che si propone di sostituirsi alla famigerata 23/2015 a firma di Maroni. Infatti, tale proposta, pur se per alcuni aspetti “migliorativa” (e non ci vuole molto…) dell’attuale legge che regola la sanità lombarda, non affronta alla radice il rapporto tra sanità pubblica e privata, che andrebbero definitivamente separate, ponendo fine al regime delle “convenzioni” che tanti finanziamenti pubblici e profitti (seguiti regolarmente da altrettanti scandali) ha regalato alle grandi imprese sanitarie private, a tutto scapito della salute pubblica.

È apparso davvero disgustoso, nel corso della seduta, l’intervento del capogruppo del PD Fabio Pizzul, che ha riconosciuto a Gallera di avere compiuto “grandi sforzi”, ma senza risultato. Una chiara testimonianza del fatto che il PD non ha una politica diversa da proporre, rispetto alla giunta, ma che riduce tutto a una questione di “capacità tecniche”.

E la politica comune di Lega e PD è quella della sottomissione agli interessi degli industriali e delle grandi imprese commerciali e sanitarie.

Il clima da surrealismo applicato della seduta è stato poi confermato dall’intervento di Gallera, che ha candidamente affermato che per gennaio è attesa in Lombardia una “terza ondata” pandemica. Ciò mentre ancora non si intravede l’uscita dalla seconda, che ogni giorno provoca nella regione da 120 a 180 decessi.

Naturalmente, Gallera non ha specificato come la Regione si stia attrezzando per evitare tale terza ondata, che viene data per ineluttabile e scontata, e che provocherà altre migliaia di morti, in un territorio che ha una delle più alte percentuali di decessi per Covid nel mondo.

Il tutto condito da chiacchiere sulla presunta futura somministrazione salvifica dei nuovi vaccini anti-Covid, mentre migliaia di cittadini stanno ancora cercando di trovare il semplice vaccino antinfluenzale, merce rara in Lombardia.

In questa situazione, sarebbe più serio che i vari consiglieri PD e 5Stelle si impegnassero per ottenere dal governo il commissariamento della Regione, atto che evidentemente non fanno per rispettare le compatibilità politiche nazionali e regionali con la destra, anche in vista di una sua “non opposizione” o di un’opposizione solo formale quando si tratterà di decidere i prossimi passi in tema di economia, come il tristemente noto MES.

Il tutto, ovviamente, nella totale indifferenza per la salute e la vita dei cittadini.

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28/11/2020

Lombardia arancione, una scelta ad alto rischio

Come voleva il presidente Fontana, da domenica 29 novembre la Lombardia cambia colore e passa da “rossa” ad “arancione”. La motivazione è una sola: consentire ai centri commerciali il rituale consumistico natalizio.

Si tratta di una azzardo molto pericoloso, visto che la situazione sanitaria in regione è ancora molto grave, solo in piccola parte alleggerita dal farlock-down delle ultime settimane, dove in realtà, si è chiuso già ben poco e dove soprattutto si è continuato a lavorare in fabbriche e uffici.

Ora si riapriranno negozi e grandi centri commerciali, forse sino alle 22 e anche nei giorni festivi, per “scaglionare l’affluenza”. Se in una città spaventata e impoverita ci sarà chi potrà dedicarsi al rituale degli acquisti natalizi non lo sappiamo, ma di certo il pericolo di un aumento dei contagi è alto.

Il passaggio da zona rossa ad arancione è stato sconsigliato, per la Lombardia, dall’Istituto Superiore di Sanità e da tutte le associazioni dei medici che mettono in evidenza come la situazione è ben lontana dall’essere significativamente migliorata.

Vero è che i nuovi casi rilevati sono, in assoluto, in calo, ma ciò è dovuto alla politica della Regione di fare meno tamponi, in modo da fingere che il contagio sia in regresso. Al contrario, il tasso di positività ai tamponi è ancora alto e in aumento, avendo raggiunto nella giornata del 27 novembre il 13,1%.

Nella stessa giornata, la Lombardia ha registrato 181 morti e la pressione sugli ospedali e sul personale sanitario è fortissima. La responsabilità che si assume Fontana, in questa situazione, con l’avallo del ministro Speranza, è dunque enorme, poiché l’afflusso nei centri commerciali potrebbe provocare centinaia di ricoveri che farebbero saltare completamente il sistema ospedaliero ancora sotto pressione.

L’esasperazione del personale sanitario, di fronte a questa situazione, è sempre più alta. Ai “Riuniti” di Brescia c’è stata ieri un’altra manifestazione spontanea di medici, infermieri e inservienti, molto più partecipata della prima, dopo che il direttore generale dell’ospedale aveva mandato una lettera ai giornali in cui diceva che in realtà “tutto andava bene”.

I lavoratori chiedono di essere coinvolti nelle scelte di gestione dell’ospedale, ma soprattutto vogliono nuove assunzioni dato che l’organico è insufficiente.

La risposta della Regione e dei direttori sembra essere una sola: la repressione di ogni voce di protesta che esca dagli ospedali.

Ne fa testo quanto accaduto negli ospedali San Carlo e San Paolo di Milano. Cinquanta medici di questi ospedali hanno scritto una lettera, tra l’altro interna, indirizzata al direttore, che per caso è uscita sulla stampa. I medici denunciavano la situazione inaccettabile di disagio professionale che li coinvolge e che, ovviamente, ricade sui pazienti.

La risposta è stata la rimozione dall’incarico della responsabile del dipartimento di pronto soccorso. Insomma, bisogna lavorare in condizioni inaccettabili, non poter curare chi sta male e tacere.

Questa è la legge di Fontana e Gallera.

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16/11/2020

Lombardia: perché Gallera resta in giunta

La mala gestione della sanità lombarda è sempre più palese e gli ospedali cominciano a non reggere l’afflusso in crescita di pazienti Covid. Il problema sono il numero limitato di posti letto, ma soprattutto la carenza di personale medico e infermieristico, tra l’altro falcidiato dai contagi contratti sul posto di lavoro.

Tale situazione è paradossalmente aggravata dalla riapertura dell’Ospedale alla Fiera di Milano, poiché – per la totale mancanza di programmazione delle assunzioni da parte della Regione – il personale di questo nosocomio temporano viene raccolto dagli altri istituti di cura, con il risultato di sguarnirli ulteriormente.

Un esempio clamoroso di questo tragico pasticcio è dato da quanto successo all’Ospedale San Gerardo di Monza, il più importante della Brianza, dove 340 operatori sanitari sono in quarantena perché positivi. Tuttavia, la Regione ha spostato ugualmente 14 medici e 40 infermieri – i dati sono approssimativi perché dalla Regione Lombardia è impossibile averne di precisi – dal San Gerardo alla Fiera.

Si conferma così la cecità dell’operazione ideata da Bertolaso in primavera su mandato del presidente Fontana, che è consistita nel realizzare un ospedale senza prevedere il reclutamento del personale.

Inoltre, non ci si stancherà mai di ripetere che un ospedale che ha solo il reparto di terapia intensiva, non affiancato da altre specialità, è poco efficiente dal punto di vista sanitario.

La mancanza di programmazione e il voler fronteggiare i problemi con provvedimenti d’emergenza, anziché strutturali, è confermato anche dal caso già citato di Monza dove, in una situazione gravissima, si sta procedendo ad assunzioni con contratto interinale, nonostante sia aperta una graduatoria per l’immissione di personale a tempo indeterminato.

Detto degli ospedali, resta da constatare la totale mancanza di interventi territoriali, poiché le USCA (le unità di pronto intervento sul territorio) sono sempre pochissime e isolate.

Nel frattempo, in Lombardia, la campagna vaccinale contro l’influenza stagionale continua a rilento, a causa dell’incapacità della Regione a procurarsi dosi sufficienti.

Sulla questione si è diffusa pochi giorni fa uno notizia tragicomica. La Regione avrebbe infatti tentato di acquistare 150.000 dosi di vaccino in India, passando attraverso un intermediario non iscritto nel registro del Ministero della Salute per tali operazioni, essendo una società di Bolzano che gestisce uno studio dentistico.

Proprio per la mancanza di questa autorizzazione, la Guardia di Finanza ha sanzionato tale società con una multa di 6000 euro. La società bolzanina, che avrebbe realizzato l’acquisto in India attraverso ulteriori mediatori turchi, peraltro, difficilmente avrebbe potuto avere l’iscrizione all’albo degli intermediari farmaceutici, poiché costituita solo trenta giorni fa, proprio in concomitanza con il bando d’acquisto di Aria, la centrale per gli acquisti della Regione.

La stessa – per intenderci – dell’ordine dei camici e calzari alla ditta del cognato del presidente Fontana, su cui è aperta un’inchiesta della Magistratura che riguarda anche il conto di svizzero di oltre 5.000.000 di euro del presidente.

Continua anche l’inchiesta della Magistratura sui quasi 450 decessi avvenuti al Pio Albergo Trivulzio di Milano, la più grande struttura geriatrica del paese. Purtroppo la strage della scorsa primavera sembra avere insegnato poco alla direzione dell’istituto, poiché anche in questa seconda ondata si sono verificati dei casi di degenti ammalati, anche se, per il momento, in numero inferiore a quanto avvenuto in marzo e aprile.

In questo totale marasma in cui si trova la Lombardia, ci si chiede come l’assessore Gallera possa restare al suo posto. In effetti la posizione di Gallera si è fatta delicata, da tempo ogni sua decisione deve passare al vaglio dell’intera giunta regionale.

Più volte si è anche discusso di affiancare a Gallera degli “esperti” – era circolato anche il nome del dott. Zangrillo, che forse è meglio sia caduto – mettendolo quindi sotto tutela. Tuttavia, per ora, decisioni non se ne sono prese, poiché esistono – almeno per il presidente Fontana – buone ragioni per non revocare la delega a Gallera.

La prima è che rimuovere l’assessore al welfare significherebbe comunque ammettere che qualcosa in Lombardia non va bene – mentre Fontana vuol far credere che tutto procede al meglio – e potrebbe di conseguenza innescare un effetto domino sulla credibilità della giunta arrivando a coinvolgerla nel suo complesso.

La seconda ragione, meno evidente ma non meno importante, è la salvezza della legge regionale 23/2015, firmata dalla giunta Maroni, che è in fase di sperimentazione e dovrà essere verificata in dicembre. Tale verifica avrebbe dovuto avvenire in agosto, ma la giunta è riuscita a posticiparla con uno stratagemma politico – il ritiro provvisorio del piano sanitario – per non arrivarci sull’onda della strage di primavera.

La legge 23/2015 è quella che regge la sanità lombarda ed evidentemente non è tatticamente opportuno arrivare a una sua verifica con dei malumori nella maggioranza (Fontana è della Lega, ma Gallera è di Forza Italia). Peraltro, se la legge 23/2015, un regalo alla sanità privata, fu firmata dalla giunta del leghista Maroni (entrato recentemente nel CdA del gruppo San Donato, vero gigante della sanità privata), essa accoglieva le basi del sistema ideato da Formigoni, ancora oggi detenuto per scandali relativi proprio al sistema sanitario.

La stretta continuità tra la gestione leghista e la precedente a guida Formigoni si sta dimostrando nei fatti, anche attraverso il richiamo in servizio attivo di diversi tecnici di formazione formigoniana.

Così è stato per Marco Trivelli, chiamato a sostituire l’ex poliziotto Cajazzo al posto di direttore generale della sanità, mentre sembra che presto ricomparirà, forse proprio come “stretto marcatore” di Gallera un altro artefice del sistema Formigoni: Carlo Lucchina.

Da parte nostra, possiamo solo dire che il siluramento del solo assessore Gallera non c’interessa. Sarebbe infatti una soluzione adatta a far credere che tutto quanto avvenuto in questi mesi in Lombardia sia esito degli errori di un singolo, seppure dimostratosi incompetente sino a coprirsi di ridicolo.

È di Gallera infatti la famosa gag televisiva sulla necessità di “incontrare contemporaneamente due positivi” per essere contagiati. Ma più seriamente, per citare un caso per tutti, è folle aver promesso – l’estate scorsa – incentivi ai manager che avessero ridotto i posti Covid negli ospedali.

Se la sanità lombarda è a pezzi e la salute dei cittadini ad alto rischio è colpa del sistema di aziendalizzazione, di sussidiarietà e di privilegio alla sanità privata inaugurato da Formigoni e continuato dalle giunte a trazione leghista.

Per questo, al di là degli errori dei singoli, è necessario che a tutta la giunta lombarda siano revocati i poteri e che si commissari la Regione.

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04/11/2020

In Lombardia si muore e Fontana gioca con le figurine colorate

Dopo giorni di attesa e di incertezza, polemiche tra ministri e litigi tra governo e repubblichine regionali, con relativi personalismi dei presidenti che esprimono interessi particolari e locali, l’ennesimo DPCM è arrivato, ma non ha deciso ancora quali saranno le regioni zona “rossa”, “arancione” o “verde”.

In questa Italia arlecchino la Lombardia sembra la regione più in difficoltà dal punto di vista sanitario, anche se il presidente Fontana si arrabbia per non essere stato abbastanza coinvolto nelle decisioni, ma soprattutto perché teme di non poter difendere adeguatamente gli interessi padronali.

Infatti, né Fontana né i sindaci (quelli del PD inclusi, a cominciare da Beppe Sala) vogliono prendere atto di una situazione ormai completamente fuori controllo e seguitano i dichiarare che “l’economia non può sostenere un nuovo confinamento”.

Un ritornello sentito ormai mille volte e dagli echi sinistri, che si avvertono quando ormai tali amministratori parlano di “stabilizzare” la linea dei contagi e non più di farla scendere.

Stiamo ai dati. La Lombardia ha superato, il 3 novembre, gli 8.000 nuovi casi, dei quali 3.000 nell’area metropolitana di Milano e 1.000 nella sola città, dove ormai la prudenza non basta più, perché ci si può contagiare in ogni momento e in qualunque attività.

I morti sono stati 117, oltre il doppio del giorno precedente e 40 i nuovi ricoveri in terapia intensiva. Tutti gli ospedali sono in evidente sofferenza, in particolare a Como due ospedali registrano decine di contagi tra il personale sanitario. Molti posti in terapia intensiva non potranno essere utilizzati per mancanza di personale specializzato.

La Regione pensa di aprire delle nuove aree per i tamponi in automobile, gestiti da personale militare, ma queste zone non potranno essere attivate che tra qualche giorno.

Gli ospedali respingono o annullano i ricoveri di pazienti non Covid, un fatto che presenterà il conto tra qualche mese con un incremento di aggravati, invalidi e decessi di persone non curate in tempo.

La campagna vaccinale contro l’influenza stagionale non funziona, pochi medici hanno ricevuto i vaccini e i centralini della ATS dove si dovrebbero prenotare le vaccinazioni per i soggetti fragili sono travolti ed è impossibile comunicare.

Fontana dichiara la disponibilità dei tamponi antigenici “rapidi”, destinate a scuole, RSA, carceri, pronto soccorso, ma nessuna di queste istituzioni li ha visti né sa esattamente quando li riceverà. È una strategia abituale del duo Fontana-Gallera quella di lanciare dichiarazioni trionfalistiche, quando sono in difficoltà, per calmare l’opinione pubblica.

In questo contesto, come al solito, i privati impazzano, per la gioia loro e comunque anche della giunta regionale che li ha sempre sostenuti. Di fronte all’impossibilità di vaccinarsi contro l’influenza nelle strutture pubbliche, diversi ambulatori e cliniche private propongono vaccinazioni a pagamento a 60 euro a persona.

Dove abbiano trovato i vaccini, che la Regione non è stata in grado di procurarsi e che le farmacie non riescono a distribuire, è da accertare, ma intanto tali strutture fanno affari.

I guadagni arrivano anche dai tamponi, poiché l’ATS di Milano, in piena rotta rispetto ai tamponi, ha consigliato a chi deve fare il secondo, dopo un periodo di positività, per poter uscire di casa e tornare al lavoro (produrre è sempre obbligatorio), di rivolgersi alle strutture private, per guadagnare tempo, e ovviamente far guadagnare tali strutture.

Questa è la situazione oggi in Lombardia, di fronte alla quale Fontana e Gallera ostentano sicurezza permettendosi di mettere in dubbio che un tale caos sanitario possa essere considerato da “zona rossa”.

Non possiamo ancora sapere a cosa porterà la contrattazione economico-politica tra governo, regione (e industriali), ma una certezza è che la situazione sanitaria in Lombardia è molto pericolosa e che la giunta è incapace di controllarla, invischiata come è tra la sua incompetenza e la difesa degli interessi padronali, che hanno già provocato le stragi nella bergamasca di primavera e che oggi stanno trascinando tutta la Regione nel baratro.

Un’altra certezza e che al di là del gioco dei colori – sia se la Lombardia sarà arancione, sia rossa – il confinamento non toccherà comunque l’industria e i servizi, quindi i lavoratori saranno costretti comunque ad andare al lavoro, usando tra l’altro i mezzi pubblici regionali e comunali sporchi e sovraffollati (chi controllerà che la presenza a bordo non superi il 50% non si sa, comunque bus e treni in più non ci sono).

Come se i luoghi di lavoro fossero miracolosamente esenti dal rischio di contagio, a differenza delle scuole, dei ristoranti, dei musei, delle biblioteche. Le grandi imprese saranno quindi ancora una volta ben tutelate, a differenza di altri settori d’attività (artisti, operatori del turismo, artigiani, ristoratori, piccoli commercianti...) a cui andranno gli insufficienti e aleatori “ristori” promessi dal governo e che hanno ben maggiori ragioni di preoccuparsi.

Ancora una volta, come già a primavera, gli interessi di Confindustria e la salute dei cittadini sono in contrasto.

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24/10/2020

Fontana adesso si preoccupa e vuole chiudere (quasi) tutto

Il presidente della Lombardia, Fontana, nemmeno una settimana orsono, diceva di non essere preoccupato dalla situazione sanitaria.

Ora Fontana parla di situazione “drammatica”, per cui s’ipotizza un inasprimento del “coprifuoco” notturno, con la sua anticipazione alle 21. Inoltre, ed è molto grave, Fontana decreta anche il ritorno alla didattica a distanza per le scuole.

Naturalmente, nessun provvedimento riguarda le attività produttive e lavorative, perché non si deve danneggiare l’economia. Come se le fabbriche e tutti i luoghi di lavoro non fossero possibili focolai di contagio, specie se nessuno li controlla e si devono raggiungere viaggiando su mezzi di trasporto affollati e non adeguatamente sanificati. In questo modo si è arrivati a 5.400 casi in Lombardia di cui 2.300 nella provincia di Milano.

Com'è noto, siamo contro i negazionisti, ben coscienti dell’importanza di rispettare le precauzioni necessarie. Tuttavia crediamo anche sia ora di dire basta a una giunta che ci considera bestie da produzione che devono rischiare la vita per accondiscendere ai desideri di Confindustria, lavorando in luoghi insicuri e prendendo trasporti pericolosi per poi tornare a rinchiudersi a casa.

Perché il Covid, secondo Fontana e la Confindustria, è “pigro” e “non ama” fabbriche e uffici, ma si scatena a contagiare solo nei bar, nei teatri, nelle piscine e nelle scuole. In pratica, il messaggio della giunta è “sgobba ma non chiedere di avere una vita sociale (e ci mancherebbe altro, politica)”.

La giunta lombarda, da marzo a oggi, non ha fatto nulla per potenziare la sanità, anzi ha premiato i “manager” che hanno ridotto, per ragioni di bilancio, i posti Covid negli ospedali, si è dimenticata delle USCA – unità speciali di continuità territoriale – che sono solo 40 sulle 200 preventivate, che impegnavano, a maggio, 70 medici che ora sono rimasti soltanto 12.

La cattedrale nel deserto dell’Ospedale Fiera sta ripartendo con personale sottratto ad altri ospedali, che resteranno senza terapia intensiva. Inoltre, dal punto di vista dell’efficienza, ci si dimentica totalmente che il lavoro delle terapie intensive richiede un alto livello di intesa e di rapidità decisionale, non facile da raggiungere da parte di personale messo insieme in fretta e furia, anche se competente.

I medici di base sono, come sempre, abbandonati a se stessi e dichiarano che ancora oggi non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino antinfluenzale per la campagna vaccinale che, in questa situazione, sarà comunque molto difficile se non impossibile da organizzare.

Sembra che qualcuno, paradossalmente, si sia infettato negli assembramenti dovuti alle lunghe attese per avere il tampone, dato che non si è nemmeno pensato che tale esame si dovrebbe organizzare per appuntamento.

Quanto alla definizione di “zone rosse” (e probabilmente Milano dovrebbe essere dichiarata tale), Fontana demanda tale competenza ai sindaci, scaricando su di loro le responsabilità che, peraltro, il governo ha delegato alle regioni. Un pericoloso scaricabarile per non inimicarsi Confindustria, che ha già provocato una strage in Val Seriana nella scorsa primavera.

Rispetto a tale strage, proprio ieri la Procura di Bergamo ha incriminato i dirigenti della sanità territoriale bergamasca, Locati e Cosentina, per epidemia colposa aggravata dalla morte di persone. Infatti, l’ospedale di Alzano Lombardo, dove si erano verificati dei casi di Covid, non sarebbe stato sanificato prima della riapertura.

Per la questione Alzano-Nembro sono stati incriminati anche l’ex direttore della sanità lombarda, Cajazzo, e i suoi stretti collaboratori Salmoiraghi e Andreassi.

Ci chiediamo quando alle incriminazioni dei tecnici seguiranno quelle degli amministratori politici che sono i responsabili principali per la loro linea di smobilitazione sanitaria e per aver privilegiato il profitto sulla salute dei cittadini.

Infine, la coppia Fontana e Gallera dovrebbe essere denunciata anche per il danno che sta provocando alla scuola, con una chiusura che poteva essere evitata con provvedimenti adeguati. La scuola, come sempre, non è considerata attività “produttiva” e può essere riaperta e richiusa a piacimento della giunta, con un danno incalcolabile alla formazione non solo culturale, ma anche umana e sociale dei giovani e alla loro vita di relazione.

Inoltre, la chiusura delle scuole, causata soprattutto dall’insipienza della giunta regionale, è un enorme affronto agli sforzi che docenti e amministrativi hanno profuso dal 14 settembre a oggi per garantire sicurezza e serenità in condizioni di difficoltà estrema, di carenza di personale, di spazi, di mezzi e di indicazioni chiare.

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18/10/2020

Fontana non è preoccupato, i cittadini invece sì

La faccia tosta del presidente della Lombardia Fontana, è davvero enorme. I contagi stanno aumentando esponenzialmente in tutta la Regione, ma in particolare a Milano, dove gli ospedali hanno dovuto riattrezzare i reparti Covid, approntare posti di terapia intensiva e in alcuni casi sospendere gli interventi e i ricoveri programmati. Si teme già che gli ospedali possano essere travolti dai troppi casi di Covid.

In questa situazione Fontana non trova altro da dire se non che è “meno preoccupato che a marzo”, quando la sua inettitudine e il suo asservimento alla “produzione” provocarono una vera strage. Una frase dissennata e che anzi, fa preoccupare i cittadini di fronte a tanta irresponsabilità.

Ancora più inquietanti i provvedimenti che la Regione Lombardia ha assunto e che vogliono essere una stretta ulteriore rispetto ai decreti governativi. Infatti, tali provvedimenti vanno a toccare tutti i settori della vita sociale, dalla chiusura serale dei bar e ristoranti all’impedimento, in pratica, di ogni attività sportiva amatoriale; ma non toccano quelli che sono, molto probabilmente, i luoghi dove si verifica la maggior parte dei contagi, vale a dire le fabbriche, gli uffici e i mezzi di trasporto.

Che i luoghi di lavoro siano un focolaio importante di contagio è testimoniato dalla tragica esperienza della bergamasca, dove a marzo l’ostinazione a non voler fermare le attività produttive, condivisa da governo e regione ha provocato un’enorme diffusione del virus.

Oggi si lavora ovunque, in tutta la Regione, con misure di sicurezza che però non sono sufficienti e che soprattutto nessuno controlla, data la smobilitazione degli ispettorati del lavoro avvenuta negli ultimi anni. E si sa che ai padroni il profitto interessa più della salute dei lavoratori.

Quanto ai trasporti pubblici la posizione assunta da Fontana è a livello del paradosso. È infatti noto che sui mezzi pubblici è stato posto il limite di occupazione dell’80% della capienza, che è già di per sé troppo elevato e che comunque in molti casi non viene rispettato. Di fronte a una tale situazione qualunque amministratore assennato potenzierebbe il servizio.

Invece Fontana propone di chiudere, in parte, le scuole appena riaperte per ridurre l’utenza. In questo fronte si trova sciaguratamente a fianco anche il sindaco di Milano, Sala (Pd), che ha ripetuto più volte che l’Azienda Trasporti Municipale non può potenziare il servizio per mancanza di mezzi e di personale. Ciò mentre lo stesso Sala ha fortemente limitato il telelavoro per i dipendenti comunali, limitandolo a sei giorni al mese...

Peraltro, la paura di ammalarsi porta molti cittadini e pendolari a usare la propria automobile anziché il trasporto pubblico; fatto che porterà ben presto l’inquinamento a livello pericolosi. Tutto ciò avviene nel momento in cui la sospensione di viaggi, gite, uscite scolastiche tiene fermi nei garage centinaia di autobus e pullman di ditte private, che potrebbero essere usati a rinforzo del servizio pubblico.

I provvedimenti per fermare l’epidemia agiscono quindi, in Lombardia, solo sulla vita associativa e sociale e su questioni di contorno, senza andare al cuore del problema e imponendo ai cittadini sacrifici che non sembrano comunque poter dare frutti adeguati.

Un potere pubblico può chiedere ai cittadini, in una situazione emergenziale, di sacrificare una parte della propria vita sociale e di limitare comportamenti che possono essere pericolosi, ma può farlo solo se da parte sua ha adempiuto pienamente ai propri doveri.

E non è davvero il caso della giunta lombarda, che esagera i rischi della “movida” giovanile per coprire le proprie inadempienze. Inoltre, l’esempio di irresponsabilità e inefficienza della giunta non incentiva sicuramente i comportamenti sociali virtuosi.

Peraltro, se Fontana non è preoccupato, lo sono invece 600 medici e infermieri che hanno stilato una lettera per chiedere alla Regione di intervenire per migliorare la medicina di base, che versa ancora in condizioni pietose.

Fontana e il suo assessore Gallera, anziché rilasciare dichiarazioni farneticanti (poche settimane fa la giunta lombarda voleva persino autorizzare un aumento degli spettatori negli stadi) dovrebbero rispondere ad alcune domande che i cittadini lombardi si stanno ponendo.

Tra queste il motivo del mancato potenziamento del trasporto pubblico, ma anche le ragioni per cui i medici di base sono lasciati soli esattamente come in primavera e i motivi per cui la campagna vaccinale contro l’influenza in Lombardia non è nemmeno iniziata quando in altre regioni è ormai conclusa.

Ancora: perché non sono stati assunti i medici e gli infermieri necessari, perché le USCA (le unità d’intervento urgente sul territorio) non sono state aumentate e il tracciamento dei casi sospetti è reso difficile a causa della lentezza e difficoltà a praticare i tamponi.

Tutte queste domande, a cui Fontana non risponde perché significherebbe ammettere le sue pesanti responsabilità, preoccupano fortemente i cittadini lombardi, ma non solo, poiché l’esperienza ci ha insegnato quanto alto sia il livello di interconnessione del rischio tra le regioni.

Insistiamo quindi su quanto ripetiamo da tempo: la giunta Fontana è pericolosa, è necessario revocarle i poteri e commissariare la regione Lombardia.

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14/10/2020

In Lombardia è aperta la caccia al vaccino

È noto che la Regione Lombardia è molto solerte nel favorire i cacciatori, molti dei quali fanno parte del tradizionale elettorato leghista, autorizzando anche pratiche barbare di sterminio degli uccelli, come i roccoli, e la caccia a specie protette come il fringuello e lo storno.

Forse anche per questo, la giunta dell’ineffabile duo Fontana e Gallera ha pensato di introdurre in Regione una nuova forma di caccia, quella al vaccino antinfluenzale, quest’anno particolarmente importante per la prevenzione delle infezioni da Covid.

Ma si tratta di una situazione per nulla divertente.

Come abbiamo già scritto, la Lombardia – unica regione italiana in queste condizioni – è partita in ritardo nell’ordinare le quantità di vaccino necessarie, che quest’anno sono maggiori degli altri anni, indicendo nove diverse gare d’asta la cui maggior parte, per varie ragioni, non ha sortito effetti.

L’ultima di queste gare, in una situazione ormai disperata, si è tenuta a metà settembre, con la Regione disposta a pagare anche 28 euro a dose, quando il normale prezzo di mercato si aggira intorno ai 5 euro.

In questa ultima gara, la società cinese “Life on” si è aggiudicata la fornitura di 100.000 dosi di vaccino che l’Aria, centrale unica per gli acquisti della Regione, si apprestava ad acquistare. Tuttavia, l’affare non è andato a buon fine perché bloccato dall’Associazione Italiana del Farmaco che ritiene la produzione di tale ditta non conforme agli standard di qualità.

Un’ulteriore difficoltà per la Regione, poiché si sa che la disponibilità, in Lombardia, è di solo 1.868.000 dosi a fronte di una necessità per i soli anziani di 2.200.000, a cui aggiungere i soggetti a rischio per patologie e molti altri cittadini che desiderano comunque vaccinarsi secondo i consigli di tutti gli esperti.

Normalmente, gli anziani si vaccinavano presso il proprio medico di base, ma quest’anno ciò sarà difficile e avverrà solo in ritardo. Il consigliere regionale del PD, Pietro Bussolati, ha pubblicato nella sua pagina Facebook la copia di una email arrivata ai medici di base in cui si danno scadenze assai dilazionate nel tempo per la consegna dei vaccini e si definiscono quantità di dosi molto basse.

Secondo tali dati, si può stimare che i medici di base avranno a disposizione per la metà di novembre circa 100 dosi a testa e in seguito dovranno attendere altri rifornimenti. Se si considera che ciascun medico di base segue in media 1400 pazienti, ci si rende conto dell’insufficienza della fornitura.

Molti cittadini si rivolgono alle farmacie, disposti a pagarsi il vaccino, ma i risultati sono sconfortanti. Molte farmacie non accettano nemmeno prenotazioni, altre lo fanno ma avvertono che se, non si sa quando, riceveranno il vaccino, si tratterà solo di 12 (dodici) dosi per esercizio.

In conclusione, siamo di fronte all’ennesimo disastro provocato dalla gestione Gallera della sanità lombarda.

Nel frattempo, sono finalmente iniziati i lavori della Commissione d’inchiesta formata in seno al Consiglio regionale per indagare sulla gestione dell’emergenza nei mesi della scorsa primavera, il cui insediamento è stato boicottato con ogni mezzo dalla maggioranza.

Purtroppo, le sedute di tale commissione si svolgeranno a porte chiuse e sarà quindi difficile avere un’adeguata informazione. Per questo, i consiglieri 5 Stelle che fanno parte della Commissione chiedono che almeno le sedute in cui si discute delle scelte politiche che hanno portato alla terribile strage in regione siano pubbliche.

Si vedrà, ma le lungaggini nell’avvio dei lavori e il costante ostruzionismo della maggioranza non fanno ben sperare.

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13/09/2020

Sei mesi di sospensione senza stipendio per aver fatto rispettare le regole anti-Covid

Così la Regione Lombardia si vendica di un delegato USB della sanità

Le disposizioni di servizio vanno rispettate, anche quando mettono a rischio la salute di lavoratrici, lavoratori e pazienti ricoverati. È questa la grottesca teoria che sta alla base della sanzione disciplinare di sei mesi di sospensione senza stipendio comminata a Francesco Scorzelli, delegato USB presso l’ASST di Lecco che amministra gli ospedali di Lecco, Merate e Bellano.

In piena emergenza Covid, Francesco, nella sua qualità di coordinatore infermieristico, si era rifiutato di dare seguito alle disposizioni arrivate dalla dirigenza aziendale, ritenendo (e a ragione, come il tempo ha dimostrato) che queste mettessero a rischio la salute del personale del servizio di cui è responsabile e, di conseguenza – trattandosi di un servizio di distribuzione di materiale nei reparti di degenza – anche quella dei ricoverati.

Sono le medesime disposizioni che costituiscono parte degli allegati all’esposto che l’USB ha depositato giovedì 10 settembre presso la Procura della Repubblica di Lecco, in merito alla mancata osservanza di alcune elementari misure di sicurezza previste dai decreti legge del governo per contrastare la pandemia negli ospedali dell’ASST di Lecco. Nei quali, vale la pena ricordarlo, sono morti per Covid-19 circa 347 pazienti e almeno 400 dipendenti sono risultati positivi, mentre ben 850 sono stati gli operatori in malattia tra marzo ed aprile.

Davvero una singolare “coincidenza” intimidatoria quella per cui, poche ore dopo il deposito del nostro esposto, la dirigenza aziendale ha deciso di inviare la sanzione al nostro delegato. Così come una strana “coincidenza” è la presenza a Lecco dell’assessore regionale Gallera che, proprio il giorno prima dell’annunciata consegna dell’esposto, ha definito “triste” la nostra decisione di “denunciare l’ospedale”.

Si tratta, con ogni evidenza, di precise scelte, contro chi – come l’USB ed i suoi delegati – ha puntato il dito verso un sistema sanitario regionale che ha dimostrato le enormi fragilità derivanti da scelte scellerate che hanno messo il profitto e non la salute al centro dell’interesse, evidenziando le responsabilità dei dirigenti ad ogni livello. Contro un sindacato che in un panorama sindacale appiattito e spesso complice, si è distinto per la capacità di analisi e di denuncia del tanto marciume che ammanta il mondo della sanità lombarda.

Nelle prossime ore, e con ogni probabilità entro la giornata di sabato 12, nella quale si riunisce il Coordinamento Nazionale, verranno decise le iniziative da mettere in campo a tutela del delegato Francesco Scorzelli e, soprattutto, di contrasto al sistema pseudo-mafioso che governa la sanità lombarda con i risultati che si sono resi drammaticamente visibili durante la pandemia.

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22/08/2020

Aeroporto di Orio al Serio: vergogna sulla giunta lombarda

Finalmente, con colpevole e grave ritardo, partono anche i tamponi di controllo all’Aeroporto di Orio al Serio (BG) per i viaggiatori in rientro da Spagna, Grecia, Malta e Croazia. Tuttavia, anche in questa occasione, la giunta regionale lombarda conferma con singolare arroganza la sua scelta fallimentare di privilegiare la sanità privata su quella pubblica.

Infatti, i tamponi all’aeroporto bergamasco saranno effettuati dal Gruppo San Donato, la grande azienda della sanità privata che gestisce il San Raffaele di Milano e altre 43 strutture in Italia, sul sito della quale si dovranno effettuare le prenotazioni.

La Lombardia è così l’unica regione che affida questa operazione di screening a un gruppo privato, che sarà ovviamente ben remunerato.

Una Regione, la Lombardia, che da trent’anni ha sempre privilegiato la sanità privata su quella pubblica, con leggi e disposizioni che hanno portato alle conseguenze ben note: 17.000 morti nella regione, più un numero non valutabile, ma altissimo, di invalidi a causa del Covid.

A capo di tale giunta c’è il leghista Attilio Fontana, già inquisito per lo scandalo della fornitura alla Regione di camici da parte della ditta di proprietà di suo cognato e di sua moglie, e per l’eredità di oltre cinque milioni di euro stranamente depositata su conti svizzeri. Fatto che di per sé avrebbe dovuto indurlo alle dimissioni, a cui nemmeno pensa.

Sono ormai centinaia le denunce e gli esposti presentati alla Magistratura dai parenti delle vittime, che addossano alla Regione e specificamente al presidente Fontana e all’assessore al welfare, Gallera, la responsabilità della strage avvenuta in Lombardia e in particolare nelle provincie di Bergamo e Brescia.

Ma i due, incollati alla poltrona, si ostinano a dire che in Lombardia tutto è andato al meglio possibile, offendendo così soprattutto le vittime della pandemia causate dalle loro scelte scellerate, ma anche chiunque osservi obiettivamente i fatti.

Il gruppo San Donato, tra l’altro, è stato coinvolto in passato in diversi scandali riguardanti i rimborsi pubblici, in cui è stato coinvolto anche il suo noto primario anestesista Zangrillo, capofila dei “riduzionisti”, secondo il quale già da maggio il rischio Covid sarebbe quasi sparito. Ma si sa, più della correttezza dei bilanci, contano i contatti politici.

Il gruppo San Donato è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano e, nel mese di giugno, sono stati cooptati nel consiglio d’amministrazione l’ex presidente della Regione, Roberto Maroni e l’ex assessore alla sanità della stessa Angelo Capelli, premiati evidentemente per la riforma sanitaria che tanto denaro ha fatto scorrere nelle casse delle strutture sanitarie private.

Insomma, al gruppo San Donato non mancano gli agganci politici nel centro destra e nella destra al governo in Lombardia.

Tutto ciò mentre la regione Lombardia si appresta a finanziare con denaro pubblico il rinnovo del contratto della sanità privata, scaduto da tredici anni, garantendo ulteriori profitti a gruppi che ne realizzano già di altissimi.

Negli ultimi mesi si sono susseguite tantissime manifestazioni, petizioni, denunce e proteste contro il comportamento disgustoso, incompetente e clientelare della giunta lombarda, ma costoro non solo non se ne vogliono andare, ma insistono caparbiamente nella loro linea che, ormai è chiaro, mette a repentaglio la salute dei cittadini lombardi.

È quindi necessario riprendere con forza la parola d’ordine del commissariamento di tale giunta, come premessa alla revoca della legge 23/2015, che regge oggi la sanità lombarda e al rilancio dell’assistenza pubblica, territoriale, gratuita e preventiva.

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21/08/2020

Il caos tamponi negli aeroporti lombardi

Finalmente, con colpevole ritardo, nella mattinata del 20 agosto l’ATS Insubria ha attivato, all’aeroporto di Malpensa, una zona dedicata ai tamponi nasali per chi arriva da Spagna, Grecia, Croazia e Malta, come richiesto dalle disposizioni ministeriali del 12 ultimo scorso.

Per l’aeroporto di Linate, si prevede un’attivazione nei prossimi due giorni, mentre nulla si sa per l’aeroporto di Orio al Serio, che, non va dimenticato, è il terzo scalo nazionale per numero di passeggeri (oltre che l’accesso alla martoriata zona bergamasca).

Nonostante l’attivazione, comunque tardiva, del servizio per i tamponi a Malpensa, il caos regna come sempre sovrano sulla Sanità Lombarda. Per ottenere il tampone all’arrivo a Malpensa, infatti, occorre prenotarsi via internet due giorni prima e molti cittadini denunciano comunque di non avere ricevuto alcuna conferma dall’ATS. Di contatti telefonici, nemmeno parlarne perché la linea istituita dalla Regione è esclusivamente un numero verde, quindi non raggiungibile dall’estero.

Chi non riesce a registrarsi, non viene accolto all’area tamponi di Malpensa (attiva comunque solo sino alle 17:30, anche se molti voli atterrano più tardi) ma deve contattare in seguito la propria ATS per ottenere un tampone nelle successive 48 ore.

Inoltre, il tampone può essere effettuato allo sbarco solo ai cittadini lombardi e agli stranieri che soggiorneranno in Italia più di 96 ore. Immaginiamo un viaggiatore che sbarchi a Malpensa ma che, dato che tale aeroporto serve gran parte dell’alta Italia, sia residente a Torino o a Genova. Costui prenderà un autobus per la stazione di Milano Centrale, poi un treno per la sua città, dove, in seguito, salirà su un mezzo pubblico per arrivare a casa.

Nel corso di questo viaggio, probabilmente, avrà necessità di sostare in un bar o in un ristorante. Tutto ciò con la possibilità di essere infettivo e avendo una quantità di contatti significativa e impossibile da tracciare in caso di test positivo.

Non meno grave la situazione per quanto riguarda gli stranieri. Oggi, esistono molte persone che, per ragioni di lavoro, si spostano anche per pochi giorni. Novantasei ore, cioè quattro giorni, sono tante e consentono al virus una comoda passeggiata tra aziende, partner commerciali, ristoranti e alberghi che in questi casi si frequenta.

Anche per quanto riguarda i lombardi, esiste comunque una situazione di grave disagio, poiché la Regione, in deroga a quanto previsto dalla Circolare ministeriale del 12 agosto, ha previsto che l’isolamento fiduciario domiciliare non sia necessario.

Questo grazie alle autonomie decisionali regionali che la Lega (ma anche il PD) vorrebbero persino allargare sino all’autonomia “differenziata”. In pratica, un cittadino lombardo può richiedere il tampone, ma nell’attesa che esso sia effettuato (ci risulta in molto di più che 48 ore), può circolare liberamente, soprattutto andare al lavoro, se con la mascherina. Ma la mascherina non è affatto sicura.

Attilio Fontana ha spiegato questa bizzarra deroga dicendo che la sua giunta non considera i lombardi come “sudditi” e che confida nel senso di responsabilità dei cittadini. Una dichiarazione ipocrita e falsa, che nasconde il fatto che oggi, in Lombardia, è impossibile ottenere un tampone gratuito in 48 ore e che molte aziende, sfruttando la deroga della Regione alle disposizioni governative, vogliono i dipendenti al lavoro non appena rientrati dalle ferie.

Un capitolo a parte dell’insipienza della giunta lombarda riguarda l’aeroporto di Orio al Serio. In assenza di qualunque attività diagnostica nello scalo, l’assessore Gallera ha dichiarato che i viaggiatori in arrivo potevano rivolgersi per il tampone, anche senza prenotazione, al vicino ospedale di Seriate.

Purtroppo tale ospedale, piuttosto piccolo, non solo non sarebbe mai stato in grado di reggere un tale compito (migliaia di tamponi al giorno) ma nemmeno era stato informato di doverlo adempiere, con il risultato che migliaia di turisti rientranti hanno invaso tale ospedale ma sono stati reindirizzati alle loro ATS di provenienza.

In pratica, Gallera si era inventato una bugia di facciata, dalle gambe corte come sempre, per nascondere le incapacità della sanità lombarda da lui diretta.

In questa situazione di assoluto caos, speriamo che sia accolta almeno la richiesta della CUB trasporti di effettuare il tampone anche ai dipendenti degli aeroporti, che in questi mesi sono stati sottoposti a molti rischi e che giustamente temono per la loro salute, dato anche che, in particolare a Linate, a causa di lavori di ristrutturazione in corso, è stato difficile per mesi rispettare le norme sul distanziamento fisico.

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18/08/2020

Covid-19. Tamponi in entrata in Italia. Lombardia assente

Come è noto, da alcuni giorni è obbligatorio per chi rientra dalle vacanze o comunque arriva in Italia da alcuni paesi “a rischio” effettuare un tampone di controllo dell’eventuale contagio.

Già dai primi giorni, la Regione Lombardia si dimostra incapace di garantire tali controlli. Negli aeroporti di Malpensa e Linate dei tamponi non si ha notizia e nemmeno nessun medico, infermiere o funzionario è presente anche solo per dare indicazioni ai viaggiatori che rientrano.

Tutto è quindi affidato ai singoli che devono contattare individualmente l’ATS di riferimento per fissare l’effettuazione del tampone, che dovrebbe avvenire entro 48 ore.

Tuttavia, sia sui giornali che sui social si susseguono le proteste di cittadini che non riescono a contattare l’ATS, rimanendo incollati ore al telefono “per non perdere la priorità acquisita” che non significa nulla perché nessuno risponde.

Per i pochi fortunati, che riescono a parlare con qualcuno, la delusione è forte perché l’atteso tampone, nelle 48 ore successive, non si riesce a ottenere. Ciò è aggravato dal fatto che, in attesa del tampone (e del suo risultato), il cittadino interessato dovrebbe rimanere in isolamento domiciliare fiduciario. Ma a questo punto, non si sa per quanto.

A sbrogliare la situazione, ci ha pensato, come sempre, l’assessore Gallera che ha rilasciato dichiarazioni radiofoniche e televisive in cui ha detto che in attesa del tampone non è davvero necessario rimanere a casa, basta ridurre i contatti sociali e si può anche andare al lavoro, ma con la mascherina.

Ora ci chiediamo se andare in un posto di lavoro, dove magari ci sono decine o centinaia di persone a stretto contatto, sia “ridurre i contatti sociali”. Ma ancor più, ci sembra fuori da ogni regola sanitaria di prevenzione far andare a lavorare persone che possono essere contagiose, possibilità che purtroppo, per i rientri da alcune località turistiche si sta dimostrando tutt’altro che remota. E la mascherina non fa miracoli.

Non si può quindi non concludere che l’indicazione di Gallera, poi ripresa in un comunicato ufficiale della Regione Lombardia, che ha del grottesco perché si contraddice nello spazio di tre righe: “le persone (…) sono sottoposte all’isolamento fiduciario” e poco dopo “in attesa (…) non devono sottostare all’isolamento fiduciario” rivela l’ennesima incapacità della Regione Lombardia a garantire qualunque prevenzione.

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13/07/2020

Lombardia: “crimini contro l’umanità” per Fontana e Gallera

Ulteriori sviluppi, in Lombardia, della vicenda legata alla fornitura alla Regione di una grossa partita di camici, calzari e cuffie da parte della Dama, ditta di proprietà del cognato (e in parte della moglie) del presidente regionale Fontana.

Infatti, mentre il presidente Fontana continua a rifiutarsi di riferire sulla questione al Consiglio regionale, sono sempre più insistenti le voci che sostengono ci sia stato un “suggerimento” di Fontana al cognato nella trasformazione della fornitura da vendita a “donazione”, dopo che il Fatto Quotidiano e Report avevano cominciato a occuparsi del caso.

Inoltre, la Magistratura vuole capire perché, dopo che avvenne tale singolare trasformazione nella causale della fornitura, la ditta Dama interruppe le consegne. Tra l’altro, negli archivi della Regione si trova lo storico della proposta di vendita da parte di Andrea Dini, amministratore della Dama e cognato di Fontana e del successivo ordine da parte di Aria, agenzia regionale per gli acquisti, ma non risulta nemmeno iniziata una procedura di donazione. Infatti, fare una donazione a un ente pubblico come la Regione implica una serie di passaggi burocratici e amministrativi precisi di cui, al momento, non si trova alcuna traccia.

Nel frattempo, è giunta notizia che il Direttore Generale di Aria, Filippo Bongiovanni, indagato insieme a Dini, ha chiesto alla Regione di essere destinato ad altro incarico. In pratica, delle dimissioni, seppure formulate in modo inusuale, che sembrano annunciare una presa di distanza dell’alto funzionario dalla gestione della sanità lombarda.

Bongiovanni potrebbe essere interrogato dai magistrati milanesi anche sulla trasparenza di altri acquisti fatti da Aria, che durante l’emergenza Covid furono effettuati per un montante di miliardi e quasi tutti, data l’urgenza, senza bando di concorso. La Guardia di Finanza ha già acquisito un’ampia documentazione su tali acquisti durante la perquisizione effettuata presso la sede della regione Lombardia.

Acque sempre più agitate anche per l’assessore Gallera, ormai in palese difficoltà, vengono dalla tragica vicenda dei pazienti Covid positivi ricoverati nelle RSA. Infatti gli investigatori del nucleo di polizia economico finanziaria, durante una perquisizione al Pio Albergo Trivulzio, su ordine della Magistratura milanese, hanno raccolto documenti secondo cui tali pazienti non sarebbero stati 147, come sostiene Gallera, ma molti di più.

Il Pio Albergo Trivulzio, durante i mesi più duri della pandemia, operava da centro di smistamento dei pazienti che venivano dimessi dagli ospedali, perché ormai senza sintomi, ma ancora con carica virale, quindi potenzialmente contagiosi. Tali pazienti sarebbero stati almeno 7500, di cui 4700 positivi a bassa intensità e 2800 negativi (ma senza essere stati sottoposti alla prova del doppio tampone).

Resta da accertare quanti di questi pazienti siano stati effettivamente dirottati nelle RSA e in altre strutture sanitarie, ma è evidente che la cifra di soli 147 non è assolutamente credibile. Questo trasferimento, deciso con un’ordinanza regionale dell’8 marzo ha provocato la strage di anziani nelle RSA lombarde, poiché pazienti ancora contagiosi sono stati posti in strutture in cui si trovavano persone a rischio, evidentemente senza le tutele sanitarie opportune.

È normale che di fronte a tutto ciò aumenti l’inquietudine e l’insoddisfazione dei pazienti della vittime, che temono che tutto possa finire con inchieste addomesticate, come quella della Commissione Regionale sul Pio Albergo Trivulzio, sulla quale le famiglie dei deceduti hanno espresso il loro totale dissenso, precisando la loro solidarietà ai lavoratori e la critica alla gestione sanitaria regionale.

Anche per questo il Comitato “Noi denunceremo”, che raggruppa famiglie di deceduti della bergamasca, ha deciso di inoltrare una lettera alla Presidente della UE Von der Leyen e al Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, Robert Ragnar Spanò perché, sostengono, nella vicenda bergamasca e lombarda si potrebbero configurare reati ascrivibili a “crimini contro l’umanità”.

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30/06/2020

Gallera un assessore sotto tutela

Gran brutto periodo per l’assessore al welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera. All’inizio della pandemia si parlava di lui come futuro candidato per la destra a sindaco di Milano, oggi, dopo pochi mesi, è praticamente sotto tutela come assessore.

Infatti, il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha deciso di nominare un comitato di “saggi” che avrà il compito di esaminare quanto in Lombardia non ha funzionato durante la pandemia, proponendo gli adattamenti ritenuti necessari.

Tale comitato riferirà le sue proposte direttamente al presidente Fontana, con un chiaro scavalcamento delle competenze di Gallera. Di tale comitato di “saggi” fanno parte, quasi ovviamente, diverse personalità di orientamento compatibile con le scelte praticate dalle destre sulla sanità negli ultimi decenni: Gianluca Vago, ex rettore della Statale di Milano e attualmente professore ordinario di Anatomia patologica sempre alla Statale, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici della Lombardia, Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Irccs Humanitas e Rosanna Tarricone, professore associato in Economia delle pubbliche amministrazioni all’Università Bocconi (tanto perché un bocconiano o una bocconiana non devono mancare mai).

Non c’è quindi da aspettarsi molto da questo comitato di “saggi” quanto amici, se non qualche osservazione marginale a amichevole che consenta alla giunta di tentare di ripulire la propria immagine indelebilmente macchiata dalla strage verificati in Lombardia.

Tuttavia, è chiaro che all’interno della giunta lombarda le acque sono agitate, di fronte alle richieste di commissariamento, alla quantità di denunce presentate alla Magistratura e alle manifestazioni che ogni giorno riempiono il piazzale antistante il palazzo della Regione.

Una situazione difficile da reggere, nella quale alla fine, forse, far cadere qualche testa per salvare il “sistema” può essere una scelta accettabile.

Che dire del futuro del traballante Gallera, quello che diceva in televisione, per spiegare l’indice di contagio, che ci “ci vuole che incontri contemporaneamente due positivi per contagiarmi” e che ha fatto gli elogi delle cliniche private che hanno ospitato nelle loro “lussuose” camere pazienti “ordinari”?

Probabilmente non ha molto da preoccuparsi, visto che i padroni della sanità lombarda sanno come compensare gli amici e adesso hanno anche imparato come farlo senza procurargli anni di prigione, come con Formigoni.

È di ieri la notizia che Roberto Maroni, ex presidente della Regione Lombardia, ispiratore della legge regionale 23/2015 che fa enormi regali al privato, è stato nominato nel consiglio d’amministrazione del gruppo San Donato, proprietario di una quantità di “eccellenze” private nella sanità del Nord Italia.

Del gruppo è presidente, per la cronaca, l’ex ministro Angelino Alfano.

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29/06/2020

Mattarella a Bergamo, ma i familiari delle vittime restano a casa


C’è un fatto importante, che è stato taciuto praticamente da tutta la stampa, nella cronaca della doverosa visita del Presidente Mattarella a Bergamo. Si tratta dell’assenza dalla commemorazione dei familiari delle vittime della pandemia, che non sono stati invitati, nemmeno attraverso una rappresentanza.

Eppure, il luogo in cui si è tenuta la cerimonia, il cimitero di Bergamo, uno spazio grande e aperto, avrebbe certamente consentito la partecipazione almeno di una rappresentanza dei familiari delle vittime. Si consideri tra l’altro che il posto per i ben 243 sindaci della provincia di è trovato.

Delle oltre 6000 famiglie – cifra ufficiale che si teme debba essere realisticamente raddoppiata – che hanno avuto dei morti nella provincia di Bergamo, era presente solo Luca Fusco, portavoce del comitato “Verità e Giustizia”, il quale ha chiarito che avrebbe partecipato per un sentimento istituzionale, ma che riteneva inopportuna la presenza di Attilio Fontana, presidente della Lombardia, responsabile delle scelte politiche e degli errori tecnici che hanno provocato oltre 16.000 decessi nella regione.

Quanto a Mattarella, Fusco ha dichiarato che, pur rispettandone gli impegni istituzionali, avrebbe preferito che il Presidente non si fosse limitato a una “toccata e fuga” a Bergamo, ma avesse scelto di fare una visita più approfondita, intima e raccolta.

Tra l’altro, l’avvocato Consuelo Locati, legale del comitato “Noi denunceremo” e figlia di una delle vittime, aveva esplicitamente richiesto che fosse previsto un incontro tra il Presidente e le famiglie che hanno perso i loro cari.

La cerimonia si è svolta così in un clima decisamente istituzionale, compresa la scopertura di una lapide su cui è incisa una preghiera-poesia del fondatore di un’associazione di volontariato cattolico di Bergamo.

Siamo purtroppo abituati a questa costante prepotenza istituzional-cattolica per cui esiste la presunzione che tutti gli italiani siano devoti alla Chiesa di Roma e gradiscano essere ricordati e commemorare i propri cari con preghiere.

In seguito, dopo l’esecuzione della Messa da Requiem di Donizetti, il Presidente ha pronunciato un breve discorso in cui ha accennato anche a “riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere“. Un riferimento davvero troppo vago e disarmante rispetto a quanto successo in Lombardia.

Si è detto di Fontana che è stata una presenza davvero inopportuna sino all’indecenza, anche a fronte del fatto che il Presidente lombardo continua a ripetere che in regione tutto è stato fatto bene e che non ha nulla da rimproverarsi.

Ancor più indecenti le dichiarazioni di qualche giorno fa dell’assessore Gallera. Costui è giunto a rivolgere un ringraziamento alle cliniche private che, nell’emergenza, hanno ricoverato nelle loro “lussuose camere” dei pazienti “ordinari”. Una dichiarazione disgustosamente classista, ma soprattutto falsa, poiché il contributo dei privati è stato enormemente secondario rispetto a quanto fatto dalle strutture pubbliche, che hanno dovuto reggere la quasi totalità dell’impatto dell’epidemia.

Non va tra l’altro dimenticato che le strutture private, a parte alcuni posti di terapia intensiva, non sono adatte a fronteggiare un’epidemia, perché progettate per offrire solo prestazioni lucrative.

Tutte queste dichiarazioni fanno ben intendere che purtroppo la giunta regionale lombarda non ha nessuna intenzione di cambiare linea rispetto a quella, fallimentare, seguita negli ultimi decenni, che è la causa ultima della strage avvenuta in Lombardia.

Una regione quest’ultima, in cui ancora oggi, pure in una fase meno acuta della pandemia, si verifica circa la metà dei contagi di tutta Italia.

Siamo in un momento in cui la pandemia sembra, nel nostro paese, concedere un momento di relativa tregua. Ciò significa che sono importanti i pochi mesi che precedono l’autunno durante i quali – sottolineano gli esperti più avveduti – si deve approfittare del momento per cercare di predisporre le misure necessarie per un’eventuale, probabile recrudescenza autunnale.

In Lombardia nulla si sa di cosa stia facendo l’assessorato al welfare, salvo scappellarsi di fronte alle cliniche private e progettare, nel caso di Fontana, una nuova passerella mediatica a fianco del Papa.

Non si dica poi, in autunno, nel malaugurato caso di un’altra strage, che si è fatto tutto il possibile. L’impresentabile giunta Fontana deve andarsene, non può più tenere in ostaggio la salute di dieci milioni di cittadini.

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21/06/2020

Milano - Tre piazze per cacciare Fontana e Gallera


Nel pomeriggio di sabato 20 a Milano si sono tenute tre partecipate manifestazioni che hanno espresso l’indignazione e la rabbia dei cittadini rispetto all’inettitudine politica e all’inefficienza tecnica della giunta regionale lombarda, responsabile del crollo della sanità lombarda che ha provocato oltre 16.000 vittime, poco meno della metà di quelle registrate a livello nazionale.

Due i punti comuni alle tre manifestazioni: la richiesta che l’attuale giunta leghista se ne vada e che la legge regionale 23/2015, eredità della presidenza Maroni, che tanti guasti ha provocato, non sia confermata quando, nel prossimo mese di agosto, sarà sottoposta a verifica. Su altri punti, invece, sono state espresse sensibilità diverse, non riconducibili, come hanno fatto alcuni media, semplicemente a una maggiore o minore “radicalità”.

Davanti alla sede della Regione si sono dati appuntamento i sindacati di base, con una forte presenza della Cub, i giovani delle brigate volontarie per l’assistenza alle famiglie in difficoltà, promosse da diversi centri sociali, numerosi militanti di movimenti e organizzazioni di base che in questi mesi si sono impegnati nella denuncia delle mancanze strutturali della sanità lombarda e tanti cittadini indignati.

Molti, evidentemente, gli slogan contro la giunta, ma nessuno sconto è stato concesso al sindaco Sala – del quale si ricorda il video Milano non si ferma, a inizio epidemia – che è stato sempre assai attento alle esigenze della “produzione” e che ha evitato accuratamente, ben al di là del suo ruolo istituzionale, ogni chiara critica alla gestione regionale, dichiarandosi anche contrario al commissariamento della Regione.

A questa manifestazione ha partecipato Potere al Popolo che già sabato 13 aveva indetto un’affollata assemblea nei pressi della Prefettura per chiedere il commissariamento della Regione.

Parola d’ordine, quella del commissariamento, che è stata largamente presente nella manifestazione di ieri, dove tuttavia qualche cartello recitava “il commissariamento non basta”.

In effetti, se il commissariamento è un primo obiettivo, deve tuttavia essere considerato solo un passo iniziale verso una totale ridefinizione della struttura e dei compiti della sanità a cominciare da una netta separazione tra pubblico e privato e da un riequilibrio dell’attenzione tra strutture territoriali e preventive e istituzioni ospedaliere.

Proprio per questo era diffusa, tra i manifestanti, la consapevolezza che un semplice avvicendamento di giunta non può risolvere la quantità dei problemi sul tappeto. Infatti, è più in generale l’intero sistema Lombardia che deve essere messo in discussione, ovviamente sul terreno della sanità, ma anche nelle sue filiere produttive, nello sfruttamento eccessivo del territorio – la Brianza è il comprensorio dove a livello nazionale, ogni anno, il cemento inghiotte più aree verdi, ormai quasi sparite – e di conseguenza sull’enorme questione ambientale.

La degenerazione della sanità lombarda non è che la conseguenza di un sistema produttivo e di potere complessivo e di un assetto sociale iniziato 25 anni fa con Formigoni e che deve essere ribaltato.

In Piazza del Duomo si sono invece dati appuntamento i manifestanti chiamati da un cartello di forze e associazioni come Milano 2030, l’Arci, le Acli, i Sentinelli, Casa Comune, Medicina Democratica.

Toccante la testimonianza di una cittadina che ha raccontato di come la sua famiglia sia stata completamente lasciata sola, per due mesi, di fronte alla malattia nell’indifferenza istituzionale. Una situazione vissuta, purtroppo, da tante persone e famiglie.

Vittorio Agnoletto, dal palco, è stato il più applaudito quando ha chiesto il commissariamento della sanità lombarda, precisando che comunque, al di là della pandemia, la sanità lombarda andrebbe comunque profondamente riformata e che anche la fine dell’epidemia non ne risolverebbe, quindi, i problemi.

La richiesta di commissariamento, tuttavia, non riscuote consenso in alcuni settori dei partecipanti alla manifestazione, quelli più vicini al PD lombardo, che notoriamente è critico rispetto a tale richiesta. Infine, appaiono, nel cartello che ha indetto la manifestazione, diverse contraddizioni sulla necessità di rimettere in discussione anche la struttura produttiva e l’assetto territoriale e ambientale della Regione, non estraneo, ma invece responsabile ultimo di quanto accaduto.

Da Piazzale Loreto si è mosso invece un corteo indetto dall”“Area anticapitalista Tilt” a cui hanno partecipato alcune centinaia di giovani, seguiti da uno spropositato e minaccioso contingente di polizia. Parola d’ordine era “Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”.

Al di là delle diverse sensibilità e proposte, si ha l’impressione che la situazione sia in movimento e probabilmente le prossime settimane e mesi vedranno i movimenti, le forze politiche e le idee confrontarsi e dialettizzarsi tra loro a tutto campo, partendo dalla sanità ma pensando anche più in grande.

Un dibattito e un impegno sul futuro quando, tra poco, le piazze risuoneranno anche delle parole d’ordine di tanti lavoratori, studenti e cittadini colpiti dalla crisi economica e sociale che, più che annunciarsi, è già in atto.

Mentre i milanesi manifestavano contro la giunta, dove era il presidente Fontana? Era in visita dal Papa, con i vescovi lombardi a cui ha chiesto di andare presto in Lombardia. Un evidente tentativo di occupare spazio mediatico e di recuperare popolarità con la visita del pontefice, di carattere notoriamente simpatico e bonario. Vedremo come andrà a finire questo misero tentativo.

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17/06/2020

Perché in Lombardia i contagi aumentano

La pubblicazione dei dati sulla pandemia relativi al 15 giugno ha spaventato i cittadini lombardi, poiché su 303 nuovi casi dichiarati ben 259 sono stati in Lombardia, con una percentuale del 85% sul dato nazionale. Ancor più impressionante se si considera che i tamponi effettuati sono stati ancora una volta meno che nei giorni precedenti. In pratica, la percentuale di casi della Lombardia diventa sempre più importante, percentualmente, sul totale nazionale.

Cifre che indurrebbero qualsiasi amministratore regionale di buone intenzioni a dimettersi, e a liberare della sua presenza i dieci milioni di abitanti della Lombardia che sono praticamente ostaggio di una giunta tecnicamente incapace ma che soprattutto non vuole uscire dal solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni e Fontana. Fatto confermato anche dalla nomina a direttore generale della sanità Lombarda di Marco Trivelli, già manager del periodo formigoniano, in cui il binomio tra Comunione e Liberazione e Sanità lombarda divenne quasi proverbiale arrivando sino a oggi.

Le cause della disastrosa situazione della Lombardia sono remote e anche più recenti. Su quelle remote siamo già intervenuti più volte: privatizzazioni, distruzione delle strutture territoriali e preventive e, dall’inizio dell’epidemia, troppe attività produttive mai interrotte né dal governo né dalla Regione per far piacere a Confindustria. Queste scelte stanno rendendo il virus endemico in Lombardia e difficile arrivare ai casi “zero”.

Tutto ciò avrebbe sconsigliato una “riapertura” della Lombardia uguale a quella delle altre regioni, ma il potere economico ha avuto ancora il sopravvento sulla salute dei cittadini.

A queste cause se ne aggiungono altre, più recenti, come la non effettuazione dei test sierologici e dei tamponi. Ciò rende impossibile tenere sotto controllo la diffusione del virus e dei nuovi casi e qualunque attività di “tracciamento”. La campagna di test sierologici era partita, ma è stata bloccata dalle Ats poiché, in caso di positività, il cittadino deve sottoporsi al tampone, per il quale mancano i reagenti. Quindi la campagna di screening sierologico è ferma, poiché, come si è già verificato, i positivi dovrebbero restare confinati a casa a tempo indeterminato in attesa del tampone.

Singolare anche il caso di coloro che, avvertiti via SMS di essere stati inclusi nel campione dei 150.000 cittadini a cui sarebbe stato effettuato il test sierologico, non ricevono ulteriori notizie da due settimane. Naturalmente, per chi vuole effettuare privatamente test sierologico e tampone esistono gli immancabili laboratori privati che li offrono a pagamento per cifre che vanno rispettivamente, da 35 a 70€ e da 70 a 110€.

Le ragioni per le quali la Regione Lombardia non ha reagenti per i tamponi sono almeno due. La prima è che, a differenza di altre regioni, non si è pensato a farne una scorta adeguata nei primi momenti dell’epidemia, quando l’assessore Gallera farneticava di “strategie diverse”, poi rivelatesi inesistenti. A ciò consegue che oggi esiste una concorrenza per l’acquisto dei reagenti tra pubblico e privato, che prevale nell’accaparrarsi i reagenti poiché ha maggiore agilità decisionale, mentre la Regione deve passare attraverso la sua Agenzia per gli acquisti “Aria”.

Ma soprattutto, i privati hanno la possibilità di acquistare i reagenti a qualunque prezzo, anche alto, e quindi remunerativo per le case farmaceutiche, scaricando poi il prezzo dell’acquisto sul singolo paziente.

La situazione è complicata dal sistema del “circuito chiuso”, imposto dalle case farmaceutiche in spregio al tanto esaltato “libero mercato” e alla “concorrenza”. Tale sistema prevede che ogni macchina per l’effettuazione dei tamponi possa lavorare solo con i reagenti forniti dalla casa produttrice. Dato che pubblico e privato utilizzano gli stessi macchinari, entrano forzatamente in competizione e le case farmaceutiche scelgono il cliente che paga di più.

Singolare poi il caso della ditta Roche, che ha deciso di non partecipare all’ultimo bando indetto dalla Regione Lombardia, forse ritenendolo poco remunerativo, con il risultato che i laboratori che hanno macchine Roche non possono effettuare tamponi. È il capitalismo, ragazzi.

Alla situazione dei tamponi, si aggiunge quella dei test. È noto che la regione ha scelto, a inizio aprile, di acquistare senza gara 500.000 test sierologici dalla Diasorin ancor prima che fossero validati, come era previsto, dall’ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe percepito una percentuale dell’1% sul fatturato. Il TAR ha annullato questo accordo e ha inviato gli atti alla Corte dei Conti per un’indagine su un possibile danno erariale.

Da segnalare che dopo l’acquisto di quei 500.000 test, l’agenzia regionale ha indetto una gara per l’acquisto di test sierologici attraverso la quale si è potuto prendere atto che i test Diasorin costano oltre il doppio di quelli prodotti da altre ditte, per cui la Regione avrebbe potuto realizzare un risparmio significativo e realizzare più test. Per la precisione, in quella gara la Diasorin è giunta quinta, quindi altre quattro aziende hanno fatto proposte più convenienti.

Infine, resta misterioso il perché la Regione Lombardia abbia escluso totalmente la possibilità di effettuare i test rapidi, i cosiddetti “pungi dito”. Tali test, che hanno un livello di attendibilità di poco inferiore a quello dei test sierologici da prelievo, sono i più adatti alla mappatura epidemiologica. Inoltre, costano poco e sono facilmente ripetibili, quindi particolarmente adatti allo screening nelle organizzazioni e nelle scuole.

Le altre regioni hanno acquistato a milioni tali test proprio per tenere sotto controllo le scuole e le zone dove si presentano focolai. Non solo, ma secondo Salvatore Cincotti, amministratore delegato della Techogenetics, l’assessore Gallera ha rifiutato anche 20.000 test che tale ditta avrebbe offerto gratuitamente alla regione Lombardia.

In pratica, in Lombardia, in questo momento, l’amministrazione regionale è ferma, non fa test, fa pochissimi tamponi e non fa nulla per la prevenzione. Tutto è affidato alla buona volontà dei singoli cittadini e al loro portafoglio, per chi può permetterselo. Il tutto nella regione più colpita al mondo dal Covid. Peraltro, senza creare allarmismi, il fatto che in Lombardia si continuino a verificare centinaia di casi al giorno, è la migliore incubazione per un’eventuale ripresa violenta della pandemia, rispetto alla quale non ci si sta preparando affatto.

La soluzione politica del problema sarebbe, evidentemente, l’immediato commissariamento della Regione, ma in prospettiva è necessario ripensare a tutto il ”modello Lombardia”, letteralmente cancellando la parola “azienda” da tutto ciò che ha a che vedere con la sanità, ma anche con la scuola e i trasporti. E ritornando, per la sanità, a un modello unico nazionale e non regionale, ponendo una pietra tombale sui progetti di “autonomia differenziata”, cavallo di battaglia della Lega che tuttavia hanno anche trovato il consenso di numerosi esponenti del PD, come un nutrito gruppo di sindaci lombardi capeggiato dal milanese Sala e dal bergamasco Gori o il presidente emiliano Bonaccini.

Vale la pena ricordare che Sala e Gori votarono a favore dell’autonomia differenziata nel referendum regionale indetto dall’allora presidente Maroni.

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13/06/2020

Zone rosse in Lombardia: le code di paglia sono due

I magistrati di Bergamo che indagano per l’ipotesi di reato di epidemia colposa hanno interrogato il presidente del consiglio Conte e i ministri Speranza e Lamorgese come persone informate sui fatti. Al momento, il fascicolo per “epidemia colposa” non ha ancora indagati.

Rituali e scontate le parole di Giuseppe Conte, già ripetute più volte, all’uscita dal Viminale: “Ogni passaggio è stato chiarito, la regione poteva agire autonomamente”. Ciò è vero, ma anche il governo avrebbe potuto intervenire, e anzi aveva preparato di tutto per farlo, dopo avere concentrato a Bergamo centinaia di agenti e militari pronti a far rispettare un’eventuale zona rossa.

Una valutazione politica delle indagini in corso evidenzia il rimpallo reciproco di responsabilità gravi tra il governo e la regione Lombardia.

Quelle della giunta lombarda, in particolare del presidente Fontana e dell’assessore Gallera, sono enormi e le abbiamo denunciate fin dall’inizio (basti pensare alla delibera dell’8 marzo, che assegnava alle Rsa un certo numero di malati “leggeri” di coronavirus,). Tuttavia, non dimentichiamo quelle del governo e del Presidente del Consiglio, peraltro caduto più volte in contraddizione.

Ricordiamo la serata del 27 aprile, nel cortile della Prefettura di Bergamo dove, al termine della sua prima visita in Lombardia dopo lo scoppio dell’epidemia, Conte ricevette i giornalisti. Gli fu chiesto perché, ai primi di marzo, il governo non avesse dichiarato Alzano, Nembro e la Val Seriana “zone rosse”.

La risposta di Conte fu che, in effetti, il Comitato tecnico scientifico della Presidenza del Consiglio aveva dato, il 5 marzo, indicazione per la creazione delle zone rosse, che non furono istituite perché due giorni dopo, il 7 marzo, tutta la Lombardia fu dichiarata “zona rossa”.

Ma questo è palesemente falso, perché in realtà la Lombardia fu dichiarata zona “arancione”.

La differenza è fondamentale, poiché zona “rossa” significa bloccare tutte le attività, come si era fatto a Codogno, mentre la zona “arancione” consentiva la continuazione di molte e svariate produzioni, anche in base ad autocertificazione.

Il 27 aprile, la giornalista Francesca Nava fece notare a Conte questa differenza e ricevette una risposta che non fa onore alla nota eleganza del premier: “Vada lei al governo, forse saprà scrivere meglio i decreti...”.

Francesca Nava aveva già mandato una lettera a Giuseppe Conte, ricevendo in data 6 aprile una risposta in cui il Presidente del Consiglio sosteneva che Attilio Fontana avrebbe potuto decidere autonomamente ma che, alla fine, era stata presa una risoluzione di comune accordo. Vale a dire quella, molto grave, di non chiudere i più grandi focolai d’Europa.

In effetti, anche la data del 5 marzo sarebbe stata ormai tardiva per l’istituzione di una zona rossa, poiché già dal 23 febbraio Alzano aveva più casi di Codogno, che era stata immediatamente chiusa, con il risultato di controllare l’epidemia.

Ma i giorni di fine febbraio erano quelli in cui Confindustria premeva con grande forza per non fermare la produzione, mentre il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, diffondeva il video “Milano non si ferma” e quello di Bergamo, Gori, ne sparava invece un altro: “Bergamo is running”.

I due paesi della provincia di Bergamo di cui discutiamo hanno una fatturato industriale annuo di 680 milioni di euro, con produzioni spesso destinate anche verso l’estero.

Peraltro, il 2 marzo, l’assessore Gallera aveva dichiarato a Radio Popolare di Milano che la zona rossa non era stata istituita perché si era scelta la strategia di “isolare i positivi”. Dichiarazione singolare, visto che avrebbe richiesto l’effettuazione di un grande numero di tamponi, mentre la Lombardia è una delle regioni che ne ha fatti meno, in proporzione, nonostante una situazione epidemiologica molto grave.

In pratica, sia il governo sia la regione avrebbero potuto dichiarare delle zone rosse, ma ciò non fu fatto perché né Conte né Fontana vollero prendersi la responsabilità di entrare in conflitto con Confindustria-Assolombarda bloccando la produzione.

Quindi giocarono a rimpiattino, pur sapendo della necessità del provvedimento, affinché fosse l’altro a prendere una decisione sgradita agli industriali.

Alla fine, quella decisione nessuno la prese e la maggior parte delle fabbriche non vennero chiuse nemmeno un giorno. Moltiplicando le dimensioni della strage (nella sola Nembro, in due mesi, i morti sono stati 180, contro una media di 25 negli anni scorsi).

*****

Riportiamo, a titolo informativo, una parte dell’elenco delle “zone rosse” dichiarate dai governatori di regione, ben 117, da cui si desume senza sforzo che anche la giunta lombarda avrebbe potuto procedere autonomamente. Le sole zone rosse dichiarate direttamente dal governo sono state Codogno e Vo Euganeo, le prime in assoluto.

In Campania, Vincenzo De Luca ha chiuso Ariano Irpino aggiungendo poi Saviano e Paolisi. Tra marzo e aprile il governatore della regione Abruzzo Marsilio ha chiuso 12 comuni (Arsita, Bisenti, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, Montefino, Civitella Casanova, Elice, Farindola, Montebello di Bertona, Penne, Picciano, Contrada Villa Caldari di Ortona).

In Molise 5 comuni sono stati zona rossa, 4 in Sicilia, 5 nel Lazio, 4 in Basilicata, ben 11 in Calabria (Oriolo, Torano, San Lucido, Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Cutro , Rogliano, Bocchigliero, Serra San Bruno, Fabrizia, Chiaravalle Centrale), uno soltanto in Umbria: Giove.

In Emilia sono state istituite 70 zone arancioni (le province di Rimini e Piacenza con i loro comuni e frazioni) e un’unica zona rossa (Medicina, con la frazione di Ganzanigo).

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