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13/06/2020

Zone rosse in Lombardia: le code di paglia sono due

I magistrati di Bergamo che indagano per l’ipotesi di reato di epidemia colposa hanno interrogato il presidente del consiglio Conte e i ministri Speranza e Lamorgese come persone informate sui fatti. Al momento, il fascicolo per “epidemia colposa” non ha ancora indagati.

Rituali e scontate le parole di Giuseppe Conte, già ripetute più volte, all’uscita dal Viminale: “Ogni passaggio è stato chiarito, la regione poteva agire autonomamente”. Ciò è vero, ma anche il governo avrebbe potuto intervenire, e anzi aveva preparato di tutto per farlo, dopo avere concentrato a Bergamo centinaia di agenti e militari pronti a far rispettare un’eventuale zona rossa.

Una valutazione politica delle indagini in corso evidenzia il rimpallo reciproco di responsabilità gravi tra il governo e la regione Lombardia.

Quelle della giunta lombarda, in particolare del presidente Fontana e dell’assessore Gallera, sono enormi e le abbiamo denunciate fin dall’inizio (basti pensare alla delibera dell’8 marzo, che assegnava alle Rsa un certo numero di malati “leggeri” di coronavirus,). Tuttavia, non dimentichiamo quelle del governo e del Presidente del Consiglio, peraltro caduto più volte in contraddizione.

Ricordiamo la serata del 27 aprile, nel cortile della Prefettura di Bergamo dove, al termine della sua prima visita in Lombardia dopo lo scoppio dell’epidemia, Conte ricevette i giornalisti. Gli fu chiesto perché, ai primi di marzo, il governo non avesse dichiarato Alzano, Nembro e la Val Seriana “zone rosse”.

La risposta di Conte fu che, in effetti, il Comitato tecnico scientifico della Presidenza del Consiglio aveva dato, il 5 marzo, indicazione per la creazione delle zone rosse, che non furono istituite perché due giorni dopo, il 7 marzo, tutta la Lombardia fu dichiarata “zona rossa”.

Ma questo è palesemente falso, perché in realtà la Lombardia fu dichiarata zona “arancione”.

La differenza è fondamentale, poiché zona “rossa” significa bloccare tutte le attività, come si era fatto a Codogno, mentre la zona “arancione” consentiva la continuazione di molte e svariate produzioni, anche in base ad autocertificazione.

Il 27 aprile, la giornalista Francesca Nava fece notare a Conte questa differenza e ricevette una risposta che non fa onore alla nota eleganza del premier: “Vada lei al governo, forse saprà scrivere meglio i decreti...”.

Francesca Nava aveva già mandato una lettera a Giuseppe Conte, ricevendo in data 6 aprile una risposta in cui il Presidente del Consiglio sosteneva che Attilio Fontana avrebbe potuto decidere autonomamente ma che, alla fine, era stata presa una risoluzione di comune accordo. Vale a dire quella, molto grave, di non chiudere i più grandi focolai d’Europa.

In effetti, anche la data del 5 marzo sarebbe stata ormai tardiva per l’istituzione di una zona rossa, poiché già dal 23 febbraio Alzano aveva più casi di Codogno, che era stata immediatamente chiusa, con il risultato di controllare l’epidemia.

Ma i giorni di fine febbraio erano quelli in cui Confindustria premeva con grande forza per non fermare la produzione, mentre il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, diffondeva il video “Milano non si ferma” e quello di Bergamo, Gori, ne sparava invece un altro: “Bergamo is running”.

I due paesi della provincia di Bergamo di cui discutiamo hanno una fatturato industriale annuo di 680 milioni di euro, con produzioni spesso destinate anche verso l’estero.

Peraltro, il 2 marzo, l’assessore Gallera aveva dichiarato a Radio Popolare di Milano che la zona rossa non era stata istituita perché si era scelta la strategia di “isolare i positivi”. Dichiarazione singolare, visto che avrebbe richiesto l’effettuazione di un grande numero di tamponi, mentre la Lombardia è una delle regioni che ne ha fatti meno, in proporzione, nonostante una situazione epidemiologica molto grave.

In pratica, sia il governo sia la regione avrebbero potuto dichiarare delle zone rosse, ma ciò non fu fatto perché né Conte né Fontana vollero prendersi la responsabilità di entrare in conflitto con Confindustria-Assolombarda bloccando la produzione.

Quindi giocarono a rimpiattino, pur sapendo della necessità del provvedimento, affinché fosse l’altro a prendere una decisione sgradita agli industriali.

Alla fine, quella decisione nessuno la prese e la maggior parte delle fabbriche non vennero chiuse nemmeno un giorno. Moltiplicando le dimensioni della strage (nella sola Nembro, in due mesi, i morti sono stati 180, contro una media di 25 negli anni scorsi).

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Riportiamo, a titolo informativo, una parte dell’elenco delle “zone rosse” dichiarate dai governatori di regione, ben 117, da cui si desume senza sforzo che anche la giunta lombarda avrebbe potuto procedere autonomamente. Le sole zone rosse dichiarate direttamente dal governo sono state Codogno e Vo Euganeo, le prime in assoluto.

In Campania, Vincenzo De Luca ha chiuso Ariano Irpino aggiungendo poi Saviano e Paolisi. Tra marzo e aprile il governatore della regione Abruzzo Marsilio ha chiuso 12 comuni (Arsita, Bisenti, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, Montefino, Civitella Casanova, Elice, Farindola, Montebello di Bertona, Penne, Picciano, Contrada Villa Caldari di Ortona).

In Molise 5 comuni sono stati zona rossa, 4 in Sicilia, 5 nel Lazio, 4 in Basilicata, ben 11 in Calabria (Oriolo, Torano, San Lucido, Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Cutro , Rogliano, Bocchigliero, Serra San Bruno, Fabrizia, Chiaravalle Centrale), uno soltanto in Umbria: Giove.

In Emilia sono state istituite 70 zone arancioni (le province di Rimini e Piacenza con i loro comuni e frazioni) e un’unica zona rossa (Medicina, con la frazione di Ganzanigo).

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