Pochi giorni fa il Pubblico Ministero di Milano ha depositato gli atti di chiusura d’inchiesta contro undici indagati, tra cui Paolo Storari, ex dirigente del Gruppo San Donato – che conta 18 ospedali privati, tra i quali il San Raffaele di Milano – e alcuni manager di cinque grandi case farmaceutiche: Mylan, Abbvie, Novartis, Eli Lilly Italia e Bayer.
Tra gli indagati, anche l’attuale presidente di Snam, Nicola Bedin, già dirigente del Gruppo San Donato e l’ex capo dell’ufficio acquisti del S. Raffaele.
L’accusa è di aver truffato la regione Lombardia per una cifra totale di più di 10 milioni di euro con un imbroglio abbastanza semplice: gli ospedali acquistavano farmaci dalle aziende a prezzo scontato (dal 2 al 20%) ma al momento di chiedere il rimborso alla Regione dichiaravano di averli pagati a prezzo pieno.
Ma non basta, poiché sembra che il gruppo facesse acquisti molto superiori alla necessità. “per raggiungere gli obiettivi da cui dipendono le note di credito e non in base alle reali esigenze cliniche” facendo scorte sovradimensionate solo a tal fine. Dove finissero i medicinali in eccesso non è dato sapere, per il momento.
Va detto che dopo l’apertura dell’inchiesta, nel dicembre 2019, il Gruppo San Donato rimborsò 10 milioni di euro alla Regione, «anche per ricostituire un rapporto di correttezza con l’istituzione», come dichiarò l’avvocato del gruppo.
Una fiducia che tuttavia non sembra facile da concedere poiché il Gruppo San Donato non pubblica in toto, o solo parzialmente, se si eccettuano il Policlinico San Donato e il San Raffaele, i bilanci delle sue strutture. Un fatto largamente condiviso dalle complessive 789 aziende private accreditate che gestiscono il 40% della sanità lombarda.
Tutto ciò in aperta violazione delle norme che impongono trasparenza e pubblicità su come sono utilizzati i fondi pubblici che tali strutture sanitarie ricevono dalla Regione. In pratica, denaro pubblico inghiottito dai privati e, ancora più grave, approfittando dell’assenza di controlli da parte della Regione.
Di fronte a tutto ciò appare ancora più grave e sospetta la nomina nel Consiglio d’amministrazione del gruppo San Donato di Roberto Maroni, ex presidente della Lombardia, avvenuta pochi giorni fa. Dato che la truffa di cui scriviamo avvenne tra il 2013 e il 2018, quando Maroni era presidente della Regione, è lecito chiedersi come un truffato possa accettare di sedersi, da amministratore, al tavolo con i suoi truffatori che dovrebbe, piuttosto, denunciare.
Sempre sul fronte giudiziario, segnaliamo che la Magistratura di Milano ha aperto un’inchiesta, per ora senza indagati, sulla discussa vicenda riguardante la fornitura di camici e calzari medici per un totale di 500.000 euro alla Regione da parte di una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente Fontana.
Fornitura avvenuta senza concorso pubblico, per cui la ditta in questione emise regolare fattura alla Regione che tuttavia, dopo che lo scandalo fu denunciato, venne annullata. Una storia tutta da chiarire per la quale l’ipotesi di reato è di turbativa d’asta.
Mentre dilagano gli scandali, la pessima gestione dell’epidemia da parte della giunta lombarda emerge soprattutto dal numero dei contagi che si continuano a registrare in regione, costantemente attestato a circa a circa il 50% delle infezioni di tutta Italia. Una cifra inquietante che tuttavia è difficile da valutare epidemiologicamente a causa del modo assolutamente poco trasparente con cui i dati sono forniti.
Infatti la Regione continua a fornire numeri assoluti sui contagi e sui decessi, senza precisare se tali dati si riferiscono a tamponi effettuati su malati pregressi che non avevano ottenuto questo esame, dopo attese anche di mesi, oppure su nuovi casi sospetti.
Tali dati quindi non permettono di comprendere se si è in presenza di uno strascico di quanto accaduto nei mesi scorsi oppure, e sarebbe preoccupante, di nuovi contagi. Una mancanza di chiarezza e d’informazione che accompagna l’evidente incapacità dell’amministrazione regionale a dominare l’epidemia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2020
Gallera un assessore sotto tutela
Gran brutto periodo per l’assessore al welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera. All’inizio della pandemia si parlava di lui come futuro candidato per la destra a sindaco di Milano, oggi, dopo pochi mesi, è praticamente sotto tutela come assessore.
Infatti, il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha deciso di nominare un comitato di “saggi” che avrà il compito di esaminare quanto in Lombardia non ha funzionato durante la pandemia, proponendo gli adattamenti ritenuti necessari.
Tale comitato riferirà le sue proposte direttamente al presidente Fontana, con un chiaro scavalcamento delle competenze di Gallera. Di tale comitato di “saggi” fanno parte, quasi ovviamente, diverse personalità di orientamento compatibile con le scelte praticate dalle destre sulla sanità negli ultimi decenni: Gianluca Vago, ex rettore della Statale di Milano e attualmente professore ordinario di Anatomia patologica sempre alla Statale, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici della Lombardia, Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Irccs Humanitas e Rosanna Tarricone, professore associato in Economia delle pubbliche amministrazioni all’Università Bocconi (tanto perché un bocconiano o una bocconiana non devono mancare mai).
Non c’è quindi da aspettarsi molto da questo comitato di “saggi” quanto amici, se non qualche osservazione marginale a amichevole che consenta alla giunta di tentare di ripulire la propria immagine indelebilmente macchiata dalla strage verificati in Lombardia.
Tuttavia, è chiaro che all’interno della giunta lombarda le acque sono agitate, di fronte alle richieste di commissariamento, alla quantità di denunce presentate alla Magistratura e alle manifestazioni che ogni giorno riempiono il piazzale antistante il palazzo della Regione.
Una situazione difficile da reggere, nella quale alla fine, forse, far cadere qualche testa per salvare il “sistema” può essere una scelta accettabile.
Che dire del futuro del traballante Gallera, quello che diceva in televisione, per spiegare l’indice di contagio, che ci “ci vuole che incontri contemporaneamente due positivi per contagiarmi” e che ha fatto gli elogi delle cliniche private che hanno ospitato nelle loro “lussuose” camere pazienti “ordinari”?
Probabilmente non ha molto da preoccuparsi, visto che i padroni della sanità lombarda sanno come compensare gli amici e adesso hanno anche imparato come farlo senza procurargli anni di prigione, come con Formigoni.
È di ieri la notizia che Roberto Maroni, ex presidente della Regione Lombardia, ispiratore della legge regionale 23/2015 che fa enormi regali al privato, è stato nominato nel consiglio d’amministrazione del gruppo San Donato, proprietario di una quantità di “eccellenze” private nella sanità del Nord Italia.
Del gruppo è presidente, per la cronaca, l’ex ministro Angelino Alfano.
Fonte
Infatti, il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha deciso di nominare un comitato di “saggi” che avrà il compito di esaminare quanto in Lombardia non ha funzionato durante la pandemia, proponendo gli adattamenti ritenuti necessari.
Tale comitato riferirà le sue proposte direttamente al presidente Fontana, con un chiaro scavalcamento delle competenze di Gallera. Di tale comitato di “saggi” fanno parte, quasi ovviamente, diverse personalità di orientamento compatibile con le scelte praticate dalle destre sulla sanità negli ultimi decenni: Gianluca Vago, ex rettore della Statale di Milano e attualmente professore ordinario di Anatomia patologica sempre alla Statale, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici della Lombardia, Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Irccs Humanitas e Rosanna Tarricone, professore associato in Economia delle pubbliche amministrazioni all’Università Bocconi (tanto perché un bocconiano o una bocconiana non devono mancare mai).
Non c’è quindi da aspettarsi molto da questo comitato di “saggi” quanto amici, se non qualche osservazione marginale a amichevole che consenta alla giunta di tentare di ripulire la propria immagine indelebilmente macchiata dalla strage verificati in Lombardia.
Tuttavia, è chiaro che all’interno della giunta lombarda le acque sono agitate, di fronte alle richieste di commissariamento, alla quantità di denunce presentate alla Magistratura e alle manifestazioni che ogni giorno riempiono il piazzale antistante il palazzo della Regione.
Una situazione difficile da reggere, nella quale alla fine, forse, far cadere qualche testa per salvare il “sistema” può essere una scelta accettabile.
Che dire del futuro del traballante Gallera, quello che diceva in televisione, per spiegare l’indice di contagio, che ci “ci vuole che incontri contemporaneamente due positivi per contagiarmi” e che ha fatto gli elogi delle cliniche private che hanno ospitato nelle loro “lussuose” camere pazienti “ordinari”?
Probabilmente non ha molto da preoccuparsi, visto che i padroni della sanità lombarda sanno come compensare gli amici e adesso hanno anche imparato come farlo senza procurargli anni di prigione, come con Formigoni.
È di ieri la notizia che Roberto Maroni, ex presidente della Regione Lombardia, ispiratore della legge regionale 23/2015 che fa enormi regali al privato, è stato nominato nel consiglio d’amministrazione del gruppo San Donato, proprietario di una quantità di “eccellenze” private nella sanità del Nord Italia.
Del gruppo è presidente, per la cronaca, l’ex ministro Angelino Alfano.
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17/05/2019
“Follow the money”. Il libro nero della Lega
Gli indici di lettura della carta stampata nel nostro Paese sono sempre stati molto inferiori rispetto alla media europea. Ora, dopo la crisi economica sviluppatasi nel 2008 e l’esplosione dei social network, il numero delle copie vendute si è praticamente dimezzato, con i riflessi che tutto ciò determina rispetto alla formazione dell’opinione pubblica. Nonostante questo quadro disarmante, i giornalisti che mantengono la schiena diritta sono più che invisi agli esponenti del governo giallo-verde, tanto che il pluralismo informativo rischia di essere azzerato. Segno che quando i giornalisti fanno il loro mestiere – come nel caso delle inchieste promosse dal settimanale “L’Espresso” a proposito della Lega – il materiale che riescono a raccogliere è talmente probante, che per la magistratura si aprono nuove piste di indagine.
Che la Lega avesse scheletri nell’armadio era noto, dopo la vicenda che aveva investito nel 2012 , per appropriazione indebita di denaro pubblico, Umberto Bossi, il tesoriere Francesco Belsito e i colletti bianchi legati ai clan della ‘Ndrangheta. Ora però l’ottimo ed esplosivo «Il Libro Nero della Lega» di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (Laterza: pag 318, euro 18 ) – in tre succosi capitoli, a cui è acclusa una sbalorditiva documentazione – affonda ulteriormente i colpi, evidenziando alcune rilevanti novità che gradualmente stanno diventando sempre più di dominio pubblico. Se è vero che il 23 gennaio 2019 solo Belsito è stato condannato in appello – poichè Salvini ha scelto, per convenienze interne al partito, di non querelare Bossi e suo figlio, sui 48,9 miliardi di rimborsi elettorali non dovuti, in quanto i bilanci presentati dalla Lega nel triennio 2008-2010 erano stati falsificati – sia Roberto Maroni che Salvini erano consapevoli che i soldi da restituire erano frutto di un reato.
E li dovevano restituire perché paradossalmente non avendo richiesto il risarcimento a Bossi e a Belsito, automaticamente quest’onere è ricaduto sul partito. Partito che nel frattempo prima con Maroni e il suo cerchio magico si è ingegnato su dove dirottare il “tesoro padano” – anche attraverso operazioni speculative – e successivamente (nel 2015) ha deciso di sparpagliare i soldi nelle tredici realtà regionali a quel tempo costituite. Per poi, nel pieno dell’indagine giudiziaria, costituire una associazione senza scopo di lucro, la Più Voci, che è diventata la porta girevole per incassare i finanziamenti privati, come quelli dell’immobiliarista romano Luca Parnasi – successivamente indagato per la falsificazione dei documenti contabili – o della catena di supermercati Esselunga. Sino alla nascita della Lega per Salvini presidente in sostituzione della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” con lo stesso leader e il medesimo tesoriere, Giulio Centemero, ma con un codice fiscale diverso.
La propaganda sovranista sconta anche una indagine per alcune società sospettate di riciclaggio con una holding, la Ivad Sarl, avente sede in Lussemburgo, oltre alla trattativa che in seguito agli incontri segreti di Salvini con il vicepremier russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, ha assicurato – per il tramite di Gianluca Savoini – 3 milioni di euro per la campagna elettorale della Lega alle europee, mediante una partita di gasolio venduta dalla compagnia petrolifera Rosneft all’Eni con uno sconto del 6%. D’altronde non è un mistero che l’Associazione Italia-Russia coltivi all’insegna dell’intramontabile collante “Dio, patria, famiglia” stretti rapporti con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia che tanto appassiona l’avvocato Andrea Mascetti, ex-missino diventato in un battibaleno esperto di politica internazionale. Mentre la formazione che ha ispirato la svolta nazionalista di Salvini, ovvero il Front National, aveva ricevuto nel 2015 il prestito di 9 milioni di euro, tramite una banca controllata da Mosca. Infine, Andrea Mascetti è solo una delle tante figure provenienti dagli ambienti della destra, che la svolta estremista della Lega ha assorbito nelle sue file dirigenziali.
Il secondo capitolo del libro è appositamente dedicato alle varie casistiche del trasformismo italico e alla crescita sorprendente dei consensi in alcune regioni del Sud, ove alcuni nuovi esponenti della Lega hanno strani rapporti con persone legate ai clan della ‘Ndrangheta, con tutte le conseguenze sul piano dell’immagine pubblica.
Indicativo di come un faccendiere si possa muovere a suo agio quando la politica è completamente scissa dall’etica è il caso dell’emergente Armando Siri: ex-craxiano, ideologo senza laurea della flat-tax e condannato – grazie a un patteggiamento – per bancarotta fraudolenta nel 2014 (per un fallimento doloso e pilotato con i soci). E’ indicativo soprattutto in una formazione come la Lega che con una mano ostenta il Vangelo, mentre con l’altra istiga all’odio contro i migranti, i rom e così via.
Fonte
Che la Lega avesse scheletri nell’armadio era noto, dopo la vicenda che aveva investito nel 2012 , per appropriazione indebita di denaro pubblico, Umberto Bossi, il tesoriere Francesco Belsito e i colletti bianchi legati ai clan della ‘Ndrangheta. Ora però l’ottimo ed esplosivo «Il Libro Nero della Lega» di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (Laterza: pag 318, euro 18 ) – in tre succosi capitoli, a cui è acclusa una sbalorditiva documentazione – affonda ulteriormente i colpi, evidenziando alcune rilevanti novità che gradualmente stanno diventando sempre più di dominio pubblico. Se è vero che il 23 gennaio 2019 solo Belsito è stato condannato in appello – poichè Salvini ha scelto, per convenienze interne al partito, di non querelare Bossi e suo figlio, sui 48,9 miliardi di rimborsi elettorali non dovuti, in quanto i bilanci presentati dalla Lega nel triennio 2008-2010 erano stati falsificati – sia Roberto Maroni che Salvini erano consapevoli che i soldi da restituire erano frutto di un reato.
E li dovevano restituire perché paradossalmente non avendo richiesto il risarcimento a Bossi e a Belsito, automaticamente quest’onere è ricaduto sul partito. Partito che nel frattempo prima con Maroni e il suo cerchio magico si è ingegnato su dove dirottare il “tesoro padano” – anche attraverso operazioni speculative – e successivamente (nel 2015) ha deciso di sparpagliare i soldi nelle tredici realtà regionali a quel tempo costituite. Per poi, nel pieno dell’indagine giudiziaria, costituire una associazione senza scopo di lucro, la Più Voci, che è diventata la porta girevole per incassare i finanziamenti privati, come quelli dell’immobiliarista romano Luca Parnasi – successivamente indagato per la falsificazione dei documenti contabili – o della catena di supermercati Esselunga. Sino alla nascita della Lega per Salvini presidente in sostituzione della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” con lo stesso leader e il medesimo tesoriere, Giulio Centemero, ma con un codice fiscale diverso.
La propaganda sovranista sconta anche una indagine per alcune società sospettate di riciclaggio con una holding, la Ivad Sarl, avente sede in Lussemburgo, oltre alla trattativa che in seguito agli incontri segreti di Salvini con il vicepremier russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, ha assicurato – per il tramite di Gianluca Savoini – 3 milioni di euro per la campagna elettorale della Lega alle europee, mediante una partita di gasolio venduta dalla compagnia petrolifera Rosneft all’Eni con uno sconto del 6%. D’altronde non è un mistero che l’Associazione Italia-Russia coltivi all’insegna dell’intramontabile collante “Dio, patria, famiglia” stretti rapporti con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia che tanto appassiona l’avvocato Andrea Mascetti, ex-missino diventato in un battibaleno esperto di politica internazionale. Mentre la formazione che ha ispirato la svolta nazionalista di Salvini, ovvero il Front National, aveva ricevuto nel 2015 il prestito di 9 milioni di euro, tramite una banca controllata da Mosca. Infine, Andrea Mascetti è solo una delle tante figure provenienti dagli ambienti della destra, che la svolta estremista della Lega ha assorbito nelle sue file dirigenziali.
Il secondo capitolo del libro è appositamente dedicato alle varie casistiche del trasformismo italico e alla crescita sorprendente dei consensi in alcune regioni del Sud, ove alcuni nuovi esponenti della Lega hanno strani rapporti con persone legate ai clan della ‘Ndrangheta, con tutte le conseguenze sul piano dell’immagine pubblica.
Indicativo di come un faccendiere si possa muovere a suo agio quando la politica è completamente scissa dall’etica è il caso dell’emergente Armando Siri: ex-craxiano, ideologo senza laurea della flat-tax e condannato – grazie a un patteggiamento – per bancarotta fraudolenta nel 2014 (per un fallimento doloso e pilotato con i soci). E’ indicativo soprattutto in una formazione come la Lega che con una mano ostenta il Vangelo, mentre con l’altra istiga all’odio contro i migranti, i rom e così via.
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23/10/2017
L’imbroglio lombardo-veneto incassa una vittoria di breve durata di Alessandro Avvisato 1063 visualizzazioni La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato). L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre). Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe. La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”. Ma quale secessione, ma quale indipendenza… I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui. Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc. Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”). Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori. Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio). Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”). Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale(. Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto. Ne riparliamo dopo le elezioni… P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica…). Cos’è il residuo fiscale? Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi. In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù. Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate. In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite). Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali? 23 ottobre 2017 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO Ultima modifica: 23 ottobre 2017, ore 10:34 stampa Argomenti: contoterzisti Germania Lombardia Maroni occupazione quorum referendum salario tasse veneto zaia ‹ Articolo precedente Articolo successivo › FACEBOOK TWITTER LINKEDIN GOOGLE+ PINTEREST Lascia un commento Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. 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La cerimonia dell’imbroglio referendario sull’autonomia del lombardo-veneto è finita. Con l’inevitabile spruzzata di ridicolo che aromatizza le prestazioni leghiste. Con la servile collaborazione di Pd e Cinque Stelle (che insieme “rivendicano” il proprio contributo a questo risultato).
L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre).
Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe.
La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”.
Ma quale secessione, ma quale indipendenza... I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui.
Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc.
Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”).
Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori.
Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio).
Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”).
Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale).
Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto.
Ne riparliamo dopo le elezioni...
P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica...).
Cos’è il residuo fiscale?
Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi.
In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù.
Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate.
In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite).
Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali?
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L’affluenza in Veneto è stata decisamente importante (57,2%) e dà la misura della devastazione politica di una grande regione in difficoltà da almeno dieci anni, da quando cioè è esplosa la crisi, aggravata dalle ricette “austere” della Troika. In Lombardia è stata parecchio più bassa – meno del 40%, ma ancora non è possibile dire la cifra esatta perché il sistema elettronico voluto da Roberto Maroni si è rivelato assai meno efficiente del vecchio sistema “a mano” (miracoli che solo i leghisti riescono a produrre).
Gli ultimi giorni di campagna referendaria (pre-elettorale, nella sua essenza) avevano visto il disperato sforzo leghista di marcare la distanza con la Catalogna. Con i piddini – e i loro media, a partire da Repubblica – impegnatissimi in senso opposto, ma senza riuscire a portare alcun argomento diverso da “le regioni più ricche che non vogliono spartire la torta con quelle più povere” (come fa la Germania col resto d’Europa, insomma). E in effetti, come abbiamo scritto più volte, la rivolta catalana ha tutt’altre caratteristiche ideali, sociali, di classe.
La miseria reazionaria del “progetto” leghista era ben evidente, ma il presidente regionale Luca Zaia ha voluto precisarla solo ad urne chiuse: “Noi chiediamo tutte le 23 materie (“contendibili” ai sensi della riforma costituzionale stolidamente voluta dal Pd quasi venti anni fa, ndr), e i nove decimi delle tasse”.
Ma quale secessione, ma quale indipendenza... I leghisti vogliono solo gestire un po’ più di fondi pubblici per gli interessi propri e di alcuni strati sociali di riferimento (le imprese, in sostanza), continuando a pretendere tutti i vantaggi che lo Stato unitario garantisce loro. Tutto qui.
Del resto, si sa da sempre che non esiste un “popolo veneto” o uno “lombardo”, che non esistono lì unità di lingua e tradizioni differenti da quelle italiane, ecc.
Dunque resta solo la volgare tracotanza di un sub-sistema produttivo che funziona finché fa parte delle filiere che portano il prodotto-componente in Germania, che funziona insomma da “contoterzista” e ha margini di profitto tutto sommato ristretti proprio per questo motivo (il prezzo lo stabilisce il capofiliera, non il subfornitore). Metter mani su una quota delle tasse diventa perciò il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa (infrastrutture, ecc). Alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ecc, si promette la solita favola del “siamo tutti nella stessa barca”, da cui dovrebbe derivare maggior benessere se le cose andranno meglio per le imprese. Come nemici di comodo, bastano “Roma ladrona” e i migranti, come se nel lombardo-veneto la corruzione e la presenza mafiosa fossero innocue macchie sulla pelle, invece che parti integranti della struttura di potere locale (basta ricordare quanti arresti avvengono annualmente su questo fronte, compresi numerosi amministratori locali “di provata fede”).
Di fronte all’avanzare di questa narrazione falsificante, le altre correnti politiche (o clientelari, come nel caso del Pd) non hanno trovato di meglio che avallarla, facendola propria. Piddini e pentastellati hanno così dimostrato, per un verso, di essere perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria, e per un altro di non avere altri argomenti con cui “sedurre” gli elettori.
Del resto, vagli a spiegare – agli elettori – che chiunque vada al governo (anche locale) dovrà rispettare il “patto di stabilità” inchiavardato dai trattati europei e infilato a forza nella Costituzione (l’obbligo al pareggio di bilancio).
Vagli a spiegare che i loro problemi discendono in gran parte da questi obblighi e dal progressivo evaporare della capacità produttiva autonoma (i “contoterzisti”, per definizione, difficilmente elaborano strategie complesse e “piani B”).
Vagli a spiegare, insomma, che il loro impoverimento non si arresterà pagando meno tasse su uno stipendio che non cresce più o che addirittura diminuisce (quando si cambia posto di lavoro o titolare della stessa impresa, oppure nel passaggio generazionale).
Più facile, molto più facile, inventarsi nemici e soluzioni di comodo, senza mettere in discussione niente. Ma come tutte le soluzioni “facili”, che non toccano il cuore dei problemi, anche questa avrà il fiato corto.
Ne riparliamo dopo le elezioni...
P.s.Per quanto riguarda invece la materia strettamente fiscale oggetto del referendum, vi consigliamo la lettura di questo lancio dell’agenzia Agi (non proprio bolscevica...).
Cos’è il residuo fiscale?
Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica. È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi.
In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. Il residuo fiscale è un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione. Altri studi, invece, collocano il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù.
Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate.
In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di soli 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite).
Roma ospita molte delle funzioni centrali. Ma del resto le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale. E che dire dei 2,5 miliardi che il Sud trasferisce al Nord grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali?
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01/10/2017
I referendum in Lombardia e Veneto. Le regioni andrebbero abolite
Il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terranno due referendum promossi dai presidenti (pardon, governatori) leghisti Maroni e Zaia al fine di avere l’avallo per chiedere al Governo e al Parlamento una maggiore autonomia. E già qui si vede che si tratta di referendum farlocchi: una tale richiesta Maroni e Zaia potrebbero tranquillamente farla già da oggi, quindi quello che si vuole è un plebiscito, pura propaganda.
A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.
Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).
L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.
Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.
Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.
Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.
Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.
Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.
Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.
Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.
In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.
Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.
I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.
Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.
Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.
Fonte
A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.
Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).
L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.
Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.
Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.
Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.
Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.
Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.
Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.
Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.
In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.
Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.
I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.
Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.
Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.
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23/02/2016
Sanità privata contro salute pubblica. E' il profitto, bellezza!
C'è ancora qualcuno, minimamente dotato di onestà intellettuale, che possa pensare che l'ennesima rapina consumata ai danni della salute pubblica in Lombardia, una regione il cui modello sanitario si vorrebbe esportare ovunque, sia opera di qualche mela marcia?
Centinaia di miliardi puntualmente sottratti alla sanità pubblica, decine di migliaia di posti letto tagliati e di servizi pubblici soppressi, Livelli Essenziali d'Assistenza ridotti ai minimi termini con fette crescenti di prestazioni unicamente in mano ai privati, su tutte l'odontoiatria e la riabilitazione. Liste d'attesa alle calende greche e ticket proibitivi per spingere i cittadini nelle maglie della sanità privata.
La corruzione in sanità è un sistema collaudato il cui valore ha una quantificazione certa e per nulla scalfita da miracolose spending review o controlli di supereroi anticorruzione: 6 miliardi l'anno; il 5% della spesa sanitaria, il 10% del dato totale nazionale.
Un sistema trasversale, reso scientificamente possibile da leggi e modifiche costituzionali che hanno trasformato gli ospedali in aziende e la salute in merce sottoposta alle leggi di mercato, ai pareggi di bilancio, ad un federalismo selvaggio che ha minato alle fondamenta universalismo ed uguaglianza creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Un sistema reso praticabile dalla commistione di una classe politica indecente e autoreferenziale e di una classe imprenditrice predatoria – con vaste incursioni della criminalità organizzata – che fanno degli appalti e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici la loro fonte primaria di "sostentamento". Senza dimenticare il ruolo della banche, non solo quelle dei paradisi fiscali sempre pronte ad accogliere i proventi di queste rapine, ma anche quelle nostrane che negli anni hanno riversato migliaia di titoli tossici nella pancia di quelle regioni super indebitate e sottoposte a Piani di Rientro (su tutte il Lazio) ed il cui carico ricade totalmente sulle tasche di cittadini e lavoratori del settore. Perché sia chiaro che in questi anni il tributo più alto lo hanno pagato proprio i lavoratori e le lavoratrici della sanità con il peggioramento delle condizioni di lavoro, senza riposi e ferie, in carenza cronica di organico, con il licenziamento dei precari e i ricatti ai quali vengono continuamente sottoposti i lavoratori di ditte appaltate e cooperative, con l'aumento esponenziale di infortuni sul lavoro e malattie professionali, con la contrazione salariale oltre ogni limite. Penalizzati 2 volte, da cittadini e da lavoratori.
Santa Rita, San Raffaele, Maugeri, Israelitico, RSA, business di protesi difettose, tanto per rimanere agli ultimi squallidi esempi, è così difficile vedere che il problema non è la sostenibilità del servizio sanitario pubblico ma l'esistenza del privato nella gestione di un bene primario come la salute? La sanità privata è un ossimoro, un'anomalia da combattere e rigettare a convinto sostegno di un Servizio Sanitario Pubblico degno di questo nome che faccia della tutela della salute – dalla prevenzione alla riabilitazione, da una nascita sicura ad una morte dignitosa, dalla difesa dell'ambiente alla sicurezza nei luoghi di lavoro – un principio costituzionale irrinunciabile.
Diversamente c'è la barbarie, quella rappresentata da una cronaca ormai quotidiana.
Diversamente possiamo continuare a consolarci pensando che i dati dell'ultimo report dell'ISTAT che certifica 54.000 morti in più nel 2015 rispetto al 2014 e che trova un precedente così abnorme solo nel secondo dopoguerra, siano davvero la conseguenza di un'eccezionale ondata di caldo! Così come, evidentemente, quei 10 milioni di persone che non hanno più accesso alle cure per problemi economici e la diminuzione costante dell'aspettativa di vita sono conseguenza di un destino cinico e baro.
Come USB lunedì 22 febbraio manifesteremo, ancora, sotto il Pirellone per chiedere le dimissioni di Maroni, responsabile di una riforma sanitaria scritta a misura di corrotti e faccendieri, attualmente in carcere e agli arresti domiciliari; lo faremo a difesa della sanità pubblica, consapevoli di non essere sufficienti e che in assenza di una presa di parola, forte e collettiva, dei cittadini e dei lavoratori, finiremo per essere spettatori, più o meno indignati, del definitivo smantellamento di un pezzo fondamentale di welfare, la sanità. Pubblica!
Fonte
Centinaia di miliardi puntualmente sottratti alla sanità pubblica, decine di migliaia di posti letto tagliati e di servizi pubblici soppressi, Livelli Essenziali d'Assistenza ridotti ai minimi termini con fette crescenti di prestazioni unicamente in mano ai privati, su tutte l'odontoiatria e la riabilitazione. Liste d'attesa alle calende greche e ticket proibitivi per spingere i cittadini nelle maglie della sanità privata.
La corruzione in sanità è un sistema collaudato il cui valore ha una quantificazione certa e per nulla scalfita da miracolose spending review o controlli di supereroi anticorruzione: 6 miliardi l'anno; il 5% della spesa sanitaria, il 10% del dato totale nazionale.
Un sistema trasversale, reso scientificamente possibile da leggi e modifiche costituzionali che hanno trasformato gli ospedali in aziende e la salute in merce sottoposta alle leggi di mercato, ai pareggi di bilancio, ad un federalismo selvaggio che ha minato alle fondamenta universalismo ed uguaglianza creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Un sistema reso praticabile dalla commistione di una classe politica indecente e autoreferenziale e di una classe imprenditrice predatoria – con vaste incursioni della criminalità organizzata – che fanno degli appalti e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici la loro fonte primaria di "sostentamento". Senza dimenticare il ruolo della banche, non solo quelle dei paradisi fiscali sempre pronte ad accogliere i proventi di queste rapine, ma anche quelle nostrane che negli anni hanno riversato migliaia di titoli tossici nella pancia di quelle regioni super indebitate e sottoposte a Piani di Rientro (su tutte il Lazio) ed il cui carico ricade totalmente sulle tasche di cittadini e lavoratori del settore. Perché sia chiaro che in questi anni il tributo più alto lo hanno pagato proprio i lavoratori e le lavoratrici della sanità con il peggioramento delle condizioni di lavoro, senza riposi e ferie, in carenza cronica di organico, con il licenziamento dei precari e i ricatti ai quali vengono continuamente sottoposti i lavoratori di ditte appaltate e cooperative, con l'aumento esponenziale di infortuni sul lavoro e malattie professionali, con la contrazione salariale oltre ogni limite. Penalizzati 2 volte, da cittadini e da lavoratori.
Santa Rita, San Raffaele, Maugeri, Israelitico, RSA, business di protesi difettose, tanto per rimanere agli ultimi squallidi esempi, è così difficile vedere che il problema non è la sostenibilità del servizio sanitario pubblico ma l'esistenza del privato nella gestione di un bene primario come la salute? La sanità privata è un ossimoro, un'anomalia da combattere e rigettare a convinto sostegno di un Servizio Sanitario Pubblico degno di questo nome che faccia della tutela della salute – dalla prevenzione alla riabilitazione, da una nascita sicura ad una morte dignitosa, dalla difesa dell'ambiente alla sicurezza nei luoghi di lavoro – un principio costituzionale irrinunciabile.
Diversamente c'è la barbarie, quella rappresentata da una cronaca ormai quotidiana.
Diversamente possiamo continuare a consolarci pensando che i dati dell'ultimo report dell'ISTAT che certifica 54.000 morti in più nel 2015 rispetto al 2014 e che trova un precedente così abnorme solo nel secondo dopoguerra, siano davvero la conseguenza di un'eccezionale ondata di caldo! Così come, evidentemente, quei 10 milioni di persone che non hanno più accesso alle cure per problemi economici e la diminuzione costante dell'aspettativa di vita sono conseguenza di un destino cinico e baro.
Come USB lunedì 22 febbraio manifesteremo, ancora, sotto il Pirellone per chiedere le dimissioni di Maroni, responsabile di una riforma sanitaria scritta a misura di corrotti e faccendieri, attualmente in carcere e agli arresti domiciliari; lo faremo a difesa della sanità pubblica, consapevoli di non essere sufficienti e che in assenza di una presa di parola, forte e collettiva, dei cittadini e dei lavoratori, finiremo per essere spettatori, più o meno indignati, del definitivo smantellamento di un pezzo fondamentale di welfare, la sanità. Pubblica!
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18/08/2015
Roberto Maroni e il patibolo istantaneo
Dopo l’arresto dei due presunti autori dello spregevole delitto di Brescia, secondo gli investigatori una vicenda da chiarire comunque risoltasi a colpi di fucile a canne mozze, il presidente della regione Lombardia non poteva trattenersi dal dire qualcosa. E infatti ha manifestato il suo pensiero, rivolto al pachistano e all’indiano arrestati: “nel loro paese sarebbero già stati messi al muro”.
Ovviamente non è così nemmeno in India e in Pakistan anche se è in vigore la pena di morte in entrambi i paesi. In Pakistan, nonostante il paese sia stato classificato tra i primi cinque del mondo per esecuzioni, si è arrivata a firmare una moratoria per la pena di morte proposta dall’ONU. L’India, che si è rifiutata di firmare la moratoria, ha comunque una corte costituzionale che ha chiesto di limitare le condanne capitali. Tanto che per quasi dieci anni tra la metà degli anni novanta e il decennio successivo, e parliamo di uno dei paesi più popolosi al mondo, è stata eseguita una sola condanna capitale. Non che non esistano giganteschi squilibri nello stato di diritto indiano o pakistano ma, va ricordato a tutti i Maroni di questo paese, esistono anche perchè i poteri di casta, dopo l’indipendenza, si sono insinuati nell’impianto del diritto imposto, a suo tempo, dal colonialismo dei bianchi.
Questo per dire una cosa: nel mondo moderno la giustizia sommaria, evocata da Maroni, dove il reo viene preso per i capelli, portato in piazza tra le ali di folla e giustiziato praticamente all’istante esiste, più o meno in tre casi: nei racconti di storie vere dell’Alabama a cavallo tra ‘800 e ‘900, nel califfato islamico e nella filmografia frequentata dai leghisti. Il punto è che le affermazioni di Maroni, un sopravvissuto a diversi disastri politici (della Lega, del centodestra, dei governi di cui ha fatto parte), bucano lo schermo, circolano sui social network, fanno consenso. Si è imposta, e con l’incedere della crisi trova ancora più spazio, una concezione, non tanto della certezza, ma dell’istantaneità della pena che sta tra il neotribalismo, con echi da diritto medioevale, e il desiderio di risolvere i problemi in tempo reale tipico delle società digitali.
Non esistendo serie voci, quindi una politica della comunicazione, di contrasto i Maroni possono quindi parlare senza essere sepolti dal ridicolo come invece gli competerebbe. Il punto però non starebbe solo nella mancanze di strategie comunicative. Sarebbe, come spesso capita quando viene chiamata in ballo la comunicazione, la consueta povertà politica. C’è una questione, a dir poco rimossa a sinistra, che non si può negare. Le migrazioni spostano gli equilibri sociali dei territori. Con il modello medici senza frontiere per l’accoglienza più il laissez-faire sui territori, dove il mercato neoliberista e la solidarietà starebbero al posto della provvidenza e della carità, si creano solo bombe sociali. Dove le contraddizioni più strazianti vengono tutte scaricate sulle zone e sui quartieri più popolari. Quartieri dove i fascisti crescono, dove la popolazione trova spontaneo reiterare comportamenti aggressivi contro i migranti. E che le varie sinistre sono all’anno zero lo si capisce proprio quando si trovano di fronte a queste bombe sociali. Tanto balbettìo, qualche frase di circostanza e poi via in qualche sala chiusa, climatizzata d’estate e d’inverno, a parlare del futuro della sinistra mentre le bombe sociali si innescano a catena.
Suicida in questo caso è pensare che basti “la comunicazione” per rovesciare uno spontaneo avvelenamento delle periferie italiane, materialmente determinato da un cumulo di politiche neoliberiste, effetti globali compresi. Che basti la censura del politicamente corretto verso i comportamenti di una popolazione, impoverita e impaurita, che si fa sempre più vanto di dire e fare cazzate. Suicida è pensare che l’armamentario di norme ricavate da pur sacrosanti diritti dell’uomo, di pressioni organismi internazionali, di atteggiamenti progressisti della chiesa in qualche modo tenga socialmente sana la situazione delle periferie italiane. Altrettanto suicida è pensare che tutta questa sovrastruttura dell’economia dell’accoglienza, in qualche modo, riesca a impedire l’esplosione dei ghetti italiani. L’assalto agli asili, di cui abbiamo già avuto assaggi, può esplodere in qualcosa di generalizzato come visto, in una breve ma pericolosa stagione, nella Germania dei primi anni ’90.
Due sono i punti essenziali se si vuol affrontare la questione migrazione uscendo dall’emergenza e battendo la voglia di forca che serpeggia nella società italiana, ben alimentata dalla Lega: il primo riguarda lo stato sociale odierno e futuro, il secondo l’economia. Un punto lega entrambi i temi: l’economia dell’accoglienza. In Germania, secondo la Handelsblatt, genera ormai 5 miliardi di euro l’anno e si capisce così, in un certo modo, come l’ostilità verso lo straniero sia stata anche monetizzata. Guarda caso, in testa al management e alla logistica di questa economia ci sono i privati come European Homecare, che ha il marchio registrato come se fosse Ebay, e che gioca sui margini di profitto non su quelli di integrazione sociale. In Italia, prima che sbarchino giganti di questo tipo, c’è una giungla di cooperative, privati sociali. E’ un mondo sul quale la chiesa, con le dichiarazioni degli esponenti della Cei, ha intelligentemente lanciato l’OPA. Ma non è questione di capire chi comanda oggi e chi può farlo domani in questo mondo. E’ piuttosto questione di politiche, e di conflitti, che impongano che:
a) le politiche dell’economia dell’integrazione siano pubbliche e non regolate dalla regola della domanda ed dell’offerta tra ministeri, faccendieri dell’accoglienza e cooperative e privati sociali;
b) che riguardino un’idea di territorio che cresce, e che si reinventa, non una dialettica tra sindaci e prefetti su quali capannoni ed ex caserme scegliere;
c) che non siano questione di gara ad offerta su 30 o 35 euro a persona da accogliere ma che ogni progetto riguardi il finanziamento per significative opere di risanamento del territorio su cui si va ad intervenire. Finanziamento la cui erogazione non può riguardare qualche ras del subappalto, magari equo e solidale, ma il territorio nella sua complessità.
Su questi temi i fondi europei possono essere destinati ad aumentare, anche per calmierare le proteste dei paesi PIIGS (i più esposti alle migrazioni immediate e anche alle politiche di austerità) e non possono essere solo mirati al settore dell’emergenza. Si tratta di essere materialisti: le proteste contro l’arrivo di migranti arrivano perché c’è gente che fa i conti, con il declassamento dei valori immobiliari e del peso del proprio territorio. Contro questi comportamenti non serve il sermone criptopacifista, o la pressione da angelica opinione pubblica da tastiera, ma ci vogliono le pressioni serie per le politiche economiche: quando i migranti arrivano sui territori questi devono essere accompagnati da una microeconomia, e da una complessiva governance locale, che il territorio lo arricchisce. In pieno contrasto con i Maroni e i Salvini che offrono solo dinamiche di rancore e, giova dirlo, soldi zero. Anzi, visti tutti i fallimenti economici della Lega casomai questi i soldi li fanno sparire. Certo c’è sempre chi si illude del Renzi di turno su questi temi. Ci penserà la prossima finanziaria del governo “di sinistra” a spazzare ogni dubbio. C’è quindi ampio spazio per i conflitti legati alle migrazioni, e un futuro fatto di consenso, se si passa dal piano etico a quello materiale.
Una economia dell’accoglienza va stimata, potenziata e implementata sui territori. In termini politici e pubblici. Certo c’è chi consegnerebbe, scatola chiusa, i territori ai Don Ciotti secondo uno schema social-liberista da anni ’90. Non funzionerebbe nemmeno, la retorica del sociale, che dietro nasconde il pronti-via per la gara d’appalto successiva in prefettura, non ha il respiro della progettazione complessiva del territorio. Anche perchè, se non entri bene nelle dinamiche di rigenerazione dei territori, è impossibile entrare poi in un’idea di politiche globali su questi temi.
O le varie sinistre entrano in questi temi o il problema finisce in mano ai Buzzi (per il quale notoriamente i “negri” erano meglio della droga. E il fatto che fosse ormai espressione del mondo PD è stato regolarmente omesso) alle cooperative generose ma strozzate dagli appalti, alle mafie, ai fascisti. Con il commento definitivo dei Roberto Maroni che discettano di patiboli istantanei. Certo, disturba che un fatto di cronaca venga usato in questo modo. Lo si fa quando si ha il vento politico in poppa: apri il giornale e ogni cosa sembra esistere per darti ragione. Negli anni ’70 la sinistra sapeva “usare” il giornale oggi nemmeno Facebook. E così ha preso piede un’idea di giustizia tratta da Dredd “io sono la legge” per cui la pena è istantanea, e terminale, dopo aver inquadrato il reo nei propri schermi video. Certo, in un paese da incubo chiamato Padania queste cose possono esistere ma si tratta di fare in modo, con intelligenza, che questo paese rimanga nell’immaginazione di un gruppo dirigente di improbabili. Gruppo che, di danni, in questo paese ne ha già fatti tanti.
Redazione, 18 agosto 2015
Fonte
Ovviamente non è così nemmeno in India e in Pakistan anche se è in vigore la pena di morte in entrambi i paesi. In Pakistan, nonostante il paese sia stato classificato tra i primi cinque del mondo per esecuzioni, si è arrivata a firmare una moratoria per la pena di morte proposta dall’ONU. L’India, che si è rifiutata di firmare la moratoria, ha comunque una corte costituzionale che ha chiesto di limitare le condanne capitali. Tanto che per quasi dieci anni tra la metà degli anni novanta e il decennio successivo, e parliamo di uno dei paesi più popolosi al mondo, è stata eseguita una sola condanna capitale. Non che non esistano giganteschi squilibri nello stato di diritto indiano o pakistano ma, va ricordato a tutti i Maroni di questo paese, esistono anche perchè i poteri di casta, dopo l’indipendenza, si sono insinuati nell’impianto del diritto imposto, a suo tempo, dal colonialismo dei bianchi.
Questo per dire una cosa: nel mondo moderno la giustizia sommaria, evocata da Maroni, dove il reo viene preso per i capelli, portato in piazza tra le ali di folla e giustiziato praticamente all’istante esiste, più o meno in tre casi: nei racconti di storie vere dell’Alabama a cavallo tra ‘800 e ‘900, nel califfato islamico e nella filmografia frequentata dai leghisti. Il punto è che le affermazioni di Maroni, un sopravvissuto a diversi disastri politici (della Lega, del centodestra, dei governi di cui ha fatto parte), bucano lo schermo, circolano sui social network, fanno consenso. Si è imposta, e con l’incedere della crisi trova ancora più spazio, una concezione, non tanto della certezza, ma dell’istantaneità della pena che sta tra il neotribalismo, con echi da diritto medioevale, e il desiderio di risolvere i problemi in tempo reale tipico delle società digitali.
Non esistendo serie voci, quindi una politica della comunicazione, di contrasto i Maroni possono quindi parlare senza essere sepolti dal ridicolo come invece gli competerebbe. Il punto però non starebbe solo nella mancanze di strategie comunicative. Sarebbe, come spesso capita quando viene chiamata in ballo la comunicazione, la consueta povertà politica. C’è una questione, a dir poco rimossa a sinistra, che non si può negare. Le migrazioni spostano gli equilibri sociali dei territori. Con il modello medici senza frontiere per l’accoglienza più il laissez-faire sui territori, dove il mercato neoliberista e la solidarietà starebbero al posto della provvidenza e della carità, si creano solo bombe sociali. Dove le contraddizioni più strazianti vengono tutte scaricate sulle zone e sui quartieri più popolari. Quartieri dove i fascisti crescono, dove la popolazione trova spontaneo reiterare comportamenti aggressivi contro i migranti. E che le varie sinistre sono all’anno zero lo si capisce proprio quando si trovano di fronte a queste bombe sociali. Tanto balbettìo, qualche frase di circostanza e poi via in qualche sala chiusa, climatizzata d’estate e d’inverno, a parlare del futuro della sinistra mentre le bombe sociali si innescano a catena.
Suicida in questo caso è pensare che basti “la comunicazione” per rovesciare uno spontaneo avvelenamento delle periferie italiane, materialmente determinato da un cumulo di politiche neoliberiste, effetti globali compresi. Che basti la censura del politicamente corretto verso i comportamenti di una popolazione, impoverita e impaurita, che si fa sempre più vanto di dire e fare cazzate. Suicida è pensare che l’armamentario di norme ricavate da pur sacrosanti diritti dell’uomo, di pressioni organismi internazionali, di atteggiamenti progressisti della chiesa in qualche modo tenga socialmente sana la situazione delle periferie italiane. Altrettanto suicida è pensare che tutta questa sovrastruttura dell’economia dell’accoglienza, in qualche modo, riesca a impedire l’esplosione dei ghetti italiani. L’assalto agli asili, di cui abbiamo già avuto assaggi, può esplodere in qualcosa di generalizzato come visto, in una breve ma pericolosa stagione, nella Germania dei primi anni ’90.
Due sono i punti essenziali se si vuol affrontare la questione migrazione uscendo dall’emergenza e battendo la voglia di forca che serpeggia nella società italiana, ben alimentata dalla Lega: il primo riguarda lo stato sociale odierno e futuro, il secondo l’economia. Un punto lega entrambi i temi: l’economia dell’accoglienza. In Germania, secondo la Handelsblatt, genera ormai 5 miliardi di euro l’anno e si capisce così, in un certo modo, come l’ostilità verso lo straniero sia stata anche monetizzata. Guarda caso, in testa al management e alla logistica di questa economia ci sono i privati come European Homecare, che ha il marchio registrato come se fosse Ebay, e che gioca sui margini di profitto non su quelli di integrazione sociale. In Italia, prima che sbarchino giganti di questo tipo, c’è una giungla di cooperative, privati sociali. E’ un mondo sul quale la chiesa, con le dichiarazioni degli esponenti della Cei, ha intelligentemente lanciato l’OPA. Ma non è questione di capire chi comanda oggi e chi può farlo domani in questo mondo. E’ piuttosto questione di politiche, e di conflitti, che impongano che:
a) le politiche dell’economia dell’integrazione siano pubbliche e non regolate dalla regola della domanda ed dell’offerta tra ministeri, faccendieri dell’accoglienza e cooperative e privati sociali;
b) che riguardino un’idea di territorio che cresce, e che si reinventa, non una dialettica tra sindaci e prefetti su quali capannoni ed ex caserme scegliere;
c) che non siano questione di gara ad offerta su 30 o 35 euro a persona da accogliere ma che ogni progetto riguardi il finanziamento per significative opere di risanamento del territorio su cui si va ad intervenire. Finanziamento la cui erogazione non può riguardare qualche ras del subappalto, magari equo e solidale, ma il territorio nella sua complessità.
Su questi temi i fondi europei possono essere destinati ad aumentare, anche per calmierare le proteste dei paesi PIIGS (i più esposti alle migrazioni immediate e anche alle politiche di austerità) e non possono essere solo mirati al settore dell’emergenza. Si tratta di essere materialisti: le proteste contro l’arrivo di migranti arrivano perché c’è gente che fa i conti, con il declassamento dei valori immobiliari e del peso del proprio territorio. Contro questi comportamenti non serve il sermone criptopacifista, o la pressione da angelica opinione pubblica da tastiera, ma ci vogliono le pressioni serie per le politiche economiche: quando i migranti arrivano sui territori questi devono essere accompagnati da una microeconomia, e da una complessiva governance locale, che il territorio lo arricchisce. In pieno contrasto con i Maroni e i Salvini che offrono solo dinamiche di rancore e, giova dirlo, soldi zero. Anzi, visti tutti i fallimenti economici della Lega casomai questi i soldi li fanno sparire. Certo c’è sempre chi si illude del Renzi di turno su questi temi. Ci penserà la prossima finanziaria del governo “di sinistra” a spazzare ogni dubbio. C’è quindi ampio spazio per i conflitti legati alle migrazioni, e un futuro fatto di consenso, se si passa dal piano etico a quello materiale.
Una economia dell’accoglienza va stimata, potenziata e implementata sui territori. In termini politici e pubblici. Certo c’è chi consegnerebbe, scatola chiusa, i territori ai Don Ciotti secondo uno schema social-liberista da anni ’90. Non funzionerebbe nemmeno, la retorica del sociale, che dietro nasconde il pronti-via per la gara d’appalto successiva in prefettura, non ha il respiro della progettazione complessiva del territorio. Anche perchè, se non entri bene nelle dinamiche di rigenerazione dei territori, è impossibile entrare poi in un’idea di politiche globali su questi temi.
O le varie sinistre entrano in questi temi o il problema finisce in mano ai Buzzi (per il quale notoriamente i “negri” erano meglio della droga. E il fatto che fosse ormai espressione del mondo PD è stato regolarmente omesso) alle cooperative generose ma strozzate dagli appalti, alle mafie, ai fascisti. Con il commento definitivo dei Roberto Maroni che discettano di patiboli istantanei. Certo, disturba che un fatto di cronaca venga usato in questo modo. Lo si fa quando si ha il vento politico in poppa: apri il giornale e ogni cosa sembra esistere per darti ragione. Negli anni ’70 la sinistra sapeva “usare” il giornale oggi nemmeno Facebook. E così ha preso piede un’idea di giustizia tratta da Dredd “io sono la legge” per cui la pena è istantanea, e terminale, dopo aver inquadrato il reo nei propri schermi video. Certo, in un paese da incubo chiamato Padania queste cose possono esistere ma si tratta di fare in modo, con intelligenza, che questo paese rimanga nell’immaginazione di un gruppo dirigente di improbabili. Gruppo che, di danni, in questo paese ne ha già fatti tanti.
Redazione, 18 agosto 2015
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06/06/2015
Mafia Capitale. Renzi comincia a vedere le streghe
Le prime campane stonate erano risuonate quando aveva deciso di asfaltare contemporaneamente la Cgil e la vecchia guarda del Pd (chiamarla "sinistra", come fanno tutti, ci sembra decisamente eccessivo). Poi le elezioni regionali di domenica scorsa, con il dimezzamento netto di voti e percentuali al Pd ormai nelle sue mani, hanno reo solare l'abisso che si andava creando tra l'ennesimo Grande Comunicatore e il paese reale (Confindustria a parte).
Ora l'inchiesta Mafia Capitale entra direttamente nelle stanze del governo, mettendo al centro la gestione paramafiosa del Cara di Mineo, in Sicilia, orrendo centro di "accoglienza" e smistamento dei migranti che riescono a sopravvivere arrivando sui barconi. La gestione era stata affidata a La Cascina, una cooperativa di Comunione e Liberazione, a quanto pare protetta - secondo le intercettazioni riportate dall'ordinanza della Procura - dall'ex ministro Lupi e da Angelino Alfano, tramite appunto il sottosegretario agli interni, Giuseppe Castiglione, siciliano come il ministro-segretario ex berlusconiano di ferro. Peggio ancora: sarebbe stato proprio Castiglione a nominare Luca Odevaine come componente del Tavolo di coordinamento per l'emergenza profughi dal Nord Africa e a inviarlo come consulente al centro di Mineo.
Lui si difende, in un'intervista a Repubblica, chiamando in causa anche il leghista Roberto Maroni: nel luglio 2011, in piena emergenza immigrazione, "chiedo garanzie su di lui al Viminale e le ottengo, anche se non è ascrivibile alla mia parte politica, militavo nel Pdl". In quell'estate, spiega Castiglione, "il ministro degli Interni Maroni lancia un appello agli enti locali per accogliere quanti più migranti. Io sono presidente di tutte le Province, oltre che di Catania, e mi mobilito. Maroni fa requisire il villaggio della solidarietà, l'ex residence degli Aranci a Mineo. Odevaine allora è il direttore della polizia provinciale di Roma al fianco di Zingaretti, è stato capo di gabinetto di Veltroni, persona autorevole e nota in quanto tale".
Inevitabilmente è partita l'offensiva generale per chiederne le dimissioni immediate, perché appare evidente che solo la sua particolarissima condizione - parlamentare coperto da immunità - gli ha risparmiato l'onta degli arresti insieme a Odevaine, Carminati, Buzzi e i dirigenti della cooperativa "bianca". Soprattutto, la sua carica di sottosegretario lo pone in una posizione incompatibile con quella di indagato.
Ma Angelino sa benissimo che se cade Castiglione anche lui finisce arrosto, quindi ha puntato i piedi: "non si tocca". Purtroppo per lui non è l'unico indagato a far parte del "clan dei siciliani" che costituisce il vertice del suo gruppetto parlamentare, l'Ncd. Quindi le sue possibilità di reggere l'attacco sono decisamente scarse.
Sì, va bene, ma Renzi che cosa dice? Fa il berlusconiano, come sempre. 24 ore dopo aver asserito davanti a tutte le telecamere che "chi sbaglia paga, nessuno ha fatto quanto noi contro la corruzione", ha cambiato totalmente registro: i suoi uomini a palazzo Chigi tracciano una temporanea trincea "garantista" (nel senso infame che questa parola assume quando a pronunciarla sono i vertici del potere politico per coprire i propri soci sotto inchiesta). Pronti naturalmente a rovesciare di nuovo la posizione e scaricare Castiglione se le varia mozioni di sfiducia presentate in Parlamento avranno chance serie di raccogliere una maggioranza.
E' un classe politica di "impresentabili". Dove cogli, fai punto. Stanno lì solo perché un'opposizione all'altezza della sfida non si vede. Tutti noi compresi.
Fonte
Ora l'inchiesta Mafia Capitale entra direttamente nelle stanze del governo, mettendo al centro la gestione paramafiosa del Cara di Mineo, in Sicilia, orrendo centro di "accoglienza" e smistamento dei migranti che riescono a sopravvivere arrivando sui barconi. La gestione era stata affidata a La Cascina, una cooperativa di Comunione e Liberazione, a quanto pare protetta - secondo le intercettazioni riportate dall'ordinanza della Procura - dall'ex ministro Lupi e da Angelino Alfano, tramite appunto il sottosegretario agli interni, Giuseppe Castiglione, siciliano come il ministro-segretario ex berlusconiano di ferro. Peggio ancora: sarebbe stato proprio Castiglione a nominare Luca Odevaine come componente del Tavolo di coordinamento per l'emergenza profughi dal Nord Africa e a inviarlo come consulente al centro di Mineo.
Lui si difende, in un'intervista a Repubblica, chiamando in causa anche il leghista Roberto Maroni: nel luglio 2011, in piena emergenza immigrazione, "chiedo garanzie su di lui al Viminale e le ottengo, anche se non è ascrivibile alla mia parte politica, militavo nel Pdl". In quell'estate, spiega Castiglione, "il ministro degli Interni Maroni lancia un appello agli enti locali per accogliere quanti più migranti. Io sono presidente di tutte le Province, oltre che di Catania, e mi mobilito. Maroni fa requisire il villaggio della solidarietà, l'ex residence degli Aranci a Mineo. Odevaine allora è il direttore della polizia provinciale di Roma al fianco di Zingaretti, è stato capo di gabinetto di Veltroni, persona autorevole e nota in quanto tale".
Inevitabilmente è partita l'offensiva generale per chiederne le dimissioni immediate, perché appare evidente che solo la sua particolarissima condizione - parlamentare coperto da immunità - gli ha risparmiato l'onta degli arresti insieme a Odevaine, Carminati, Buzzi e i dirigenti della cooperativa "bianca". Soprattutto, la sua carica di sottosegretario lo pone in una posizione incompatibile con quella di indagato.
Ma Angelino sa benissimo che se cade Castiglione anche lui finisce arrosto, quindi ha puntato i piedi: "non si tocca". Purtroppo per lui non è l'unico indagato a far parte del "clan dei siciliani" che costituisce il vertice del suo gruppetto parlamentare, l'Ncd. Quindi le sue possibilità di reggere l'attacco sono decisamente scarse.
Sì, va bene, ma Renzi che cosa dice? Fa il berlusconiano, come sempre. 24 ore dopo aver asserito davanti a tutte le telecamere che "chi sbaglia paga, nessuno ha fatto quanto noi contro la corruzione", ha cambiato totalmente registro: i suoi uomini a palazzo Chigi tracciano una temporanea trincea "garantista" (nel senso infame che questa parola assume quando a pronunciarla sono i vertici del potere politico per coprire i propri soci sotto inchiesta). Pronti naturalmente a rovesciare di nuovo la posizione e scaricare Castiglione se le varia mozioni di sfiducia presentate in Parlamento avranno chance serie di raccogliere una maggioranza.
E' un classe politica di "impresentabili". Dove cogli, fai punto. Stanno lì solo perché un'opposizione all'altezza della sfida non si vede. Tutti noi compresi.
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