Gli indici di lettura della carta stampata nel nostro Paese sono sempre stati molto inferiori rispetto alla media europea. Ora, dopo la crisi economica sviluppatasi nel 2008 e l’esplosione dei social network, il numero delle copie vendute si è praticamente dimezzato, con i riflessi che tutto ciò determina rispetto alla formazione dell’opinione pubblica. Nonostante questo quadro disarmante, i giornalisti che mantengono la schiena diritta sono più che invisi agli esponenti del governo giallo-verde, tanto che il pluralismo informativo rischia di essere azzerato. Segno che quando i giornalisti fanno il loro mestiere – come nel caso delle inchieste promosse dal settimanale “L’Espresso” a proposito della Lega – il materiale che riescono a raccogliere è talmente probante, che per la magistratura si aprono nuove piste di indagine.
Che la Lega avesse scheletri nell’armadio era noto, dopo la vicenda che aveva investito nel 2012 , per appropriazione indebita di denaro pubblico, Umberto Bossi, il tesoriere Francesco Belsito e i colletti bianchi legati ai clan della ‘Ndrangheta. Ora però l’ottimo ed esplosivo «Il Libro Nero della Lega» di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (Laterza: pag 318, euro 18 ) – in tre succosi capitoli, a cui è acclusa una sbalorditiva documentazione – affonda ulteriormente i colpi, evidenziando alcune rilevanti novità che gradualmente stanno diventando sempre più di dominio pubblico. Se è vero che il 23 gennaio 2019 solo Belsito è stato condannato in appello – poichè Salvini ha scelto, per convenienze interne al partito, di non querelare Bossi e suo figlio, sui 48,9 miliardi di rimborsi elettorali non dovuti, in quanto i bilanci presentati dalla Lega nel triennio 2008-2010 erano stati falsificati – sia Roberto Maroni che Salvini erano consapevoli che i soldi da restituire erano frutto di un reato.
E li dovevano restituire perché paradossalmente non avendo richiesto il risarcimento a Bossi e a Belsito, automaticamente quest’onere è ricaduto sul partito. Partito che nel frattempo prima con Maroni e il suo cerchio magico si è ingegnato su dove dirottare il “tesoro padano” – anche attraverso operazioni speculative – e successivamente (nel 2015) ha deciso di sparpagliare i soldi nelle tredici realtà regionali a quel tempo costituite. Per poi, nel pieno dell’indagine giudiziaria, costituire una associazione senza scopo di lucro, la Più Voci, che è diventata la porta girevole per incassare i finanziamenti privati, come quelli dell’immobiliarista romano Luca Parnasi – successivamente indagato per la falsificazione dei documenti contabili – o della catena di supermercati Esselunga. Sino alla nascita della Lega per Salvini presidente in sostituzione della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” con lo stesso leader e il medesimo tesoriere, Giulio Centemero, ma con un codice fiscale diverso.
La propaganda sovranista sconta anche una indagine per alcune società sospettate di riciclaggio con una holding, la Ivad Sarl, avente sede in Lussemburgo, oltre alla trattativa che in seguito agli incontri segreti di Salvini con il vicepremier russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, ha assicurato – per il tramite di Gianluca Savoini – 3 milioni di euro per la campagna elettorale della Lega alle europee, mediante una partita di gasolio venduta dalla compagnia petrolifera Rosneft all’Eni con uno sconto del 6%. D’altronde non è un mistero che l’Associazione Italia-Russia coltivi all’insegna dell’intramontabile collante “Dio, patria, famiglia” stretti rapporti con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia che tanto appassiona l’avvocato Andrea Mascetti, ex-missino diventato in un battibaleno esperto di politica internazionale. Mentre la formazione che ha ispirato la svolta nazionalista di Salvini, ovvero il Front National, aveva ricevuto nel 2015 il prestito di 9 milioni di euro, tramite una banca controllata da Mosca. Infine, Andrea Mascetti è solo una delle tante figure provenienti dagli ambienti della destra, che la svolta estremista della Lega ha assorbito nelle sue file dirigenziali.
Il secondo capitolo del libro è appositamente dedicato alle varie casistiche del trasformismo italico e alla crescita sorprendente dei consensi in alcune regioni del Sud, ove alcuni nuovi esponenti della Lega hanno strani rapporti con persone legate ai clan della ‘Ndrangheta, con tutte le conseguenze sul piano dell’immagine pubblica.
Indicativo di come un faccendiere si possa muovere a suo agio quando la politica è completamente scissa dall’etica è il caso dell’emergente Armando Siri: ex-craxiano, ideologo senza laurea della flat-tax e condannato – grazie a un patteggiamento – per bancarotta fraudolenta nel 2014 (per un fallimento doloso e pilotato con i soci). E’ indicativo soprattutto in una formazione come la Lega che con una mano ostenta il Vangelo, mentre con l’altra istiga all’odio contro i migranti, i rom e così via.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2019
08/05/2019
Salvini? Nu guappo ‘e cartone...
Che questo governo possa durare altri quattro anni non ci crede nessuno. E stamattina, con la revoca della carica di sottosegretario al leghista Armando Siri, si pone la prima pietra ufficiale della crisi. Non romperanno ora, si attenderà il risultato delle europee per trarre auspici sul futuro a breve, ma sarà difficile tornare indietro.
La cosa era in aria da sempre, diciamolo pure. Questo ircocervo, fatto di absolute beginners del potere e vecchi marpioni del sottobosco più maneggione, non ha mai dato l’impressione della compattezza. E l’affidarsi a un “contratto” – più che apparire una prova di serietà – è sempre sembrato un gesto quasi scaramantico.
Ma questa rottura avviene in condizioni ben diverse da quelle immaginate ai piani alti della Lega. Sembra infatti finita la fase di piena nella raccolta dei consensi, non solo stando ai sempre ondivaghi sondaggi. Lo stesso Salvini, da qualche settimana, appare privo del “tocco magico” esibito con protervia per mesi.
La difesa fino all’ultimo di Siri appare incomprensibile, per un politico navigato. Al di là delle considerazioni sulla consistenza delle “prove” raccolte dai magistrati – su cui possono dire qualcosa di sensato solo loro e, forse, gli avvocati difensori – di fatto Salvini ha messo la sua faccia su una vicenda decisamente turpe. Il suo uomo, infatti, è accusato – e lo ha anche ammesso, ovviamente minimizzando – di aver presentato un emendamento di legge chiesto da un ex parlamentare per conto di un “imprenditore” in affari con il più ricercato dei boss mafiosi, Matteo Messina Denaro.
Quanto basta, se non altro per prudenza, per imporre al suddetto Siri di sgombrare velocemente la poltrona prima di travolgere tutta la Lega, lo stesso Salvini e il governo intero. Tanto più nei giorni in cui mezza classe dirigente della Lombardia – soprattutto di area Forza Italia, ma difficilmente distinguibile in loco dai leghisti più ortodossi – finisce agli arresti per altre vicende di corruzione con appendici ‘ndranghetiste.
Per essere delle “forze di cambiamento”, il tanfo di deja vu è davvero parecchio forte... Non che i rivali del Pd stiano meglio – lo stesso sta accadendo in Calabria, a carico degli uomini di ZingaRenzi – ma in questo tipo di vicende il mal comune non è mai mezzo gaudio.
Gli stessi Cinque Stelle, che pure puntano su questo “incidente” per differenziarsi dall’ingombrante “alleato”, non possono davvero sperare di superare indenni il fallimento completo della loro prima prova di governo, oltretutto dotati di una parco voti straordinario e irripetibile.
Quindi un Salvini un po’ imbolsito sta rischiando di finire negli annali – da ministro degli Interni! – come il capo politico di una forza che ha raccattato gran parte del peggio della Prima e Seconda Repubblica, ovvero quell’insieme di malaffare e corruzione che vive da sempre all’ombra dell’amministrazione pubblica.
Prima di lui, nello stesso ruolo, era toccato ad un solo altro ministro di polizia: Antonio Gava. Non proprio il massimo, per un “innovatore”...
Vero è che aveva anche lanciato un’offensiva congiunta con il suo ex servizio d’ordine romano – i picchiatori di Casapound – per provare a metter radici serie in alcuni quartieri popolari, sulla base della “pulizia etnica” anti-rom e anti-migranti. Ma anche qui, se la magistratura dovesse finalmente cominciare ad aprire qualche fascicolo nei confronti di chi si muove palesemente sicuro di non essere inquisito – a meno di non ricorrere allo stupro come “attività privata”, come a Viterbo – la montagna propagandistico-razzista potrebbe facilmente rovesciarsi in un disastro.
E’ però inutile azzardare ipotesi di fantasia sul perché Salvini si sia infilato in un tunnel da cui, andando avanti così, sarà difficile uscire. Specie in una congiuntura in cui l’Unione Europea – con le sue “stime ingenerose” su crescita e conti pubblici – aumenta la pressione esterna su un governo squinternato.
Evidentemente la trama degli interessi – spesso indicibili – che lo ha sollevato fino a quell’altezza pretende di esser tutelata a qualsiasi costo. E se ne infischia delle conseguenze sulla carriera politica delle “teste di turco” che usa.
Da questo punto di vista, sembra esser rimasti ferma a trenta anni fa. Anzi, peggio. Perché l’inconsistenza della “nuova” classe politica è l’immagine speculare della miseria progettuale della “classe imprenditoriale”, con poche eccezioni.
Del resto, se ci sono “politici corrotti” significa che esistono torme di imprenditori disposti a corrompere o comunque a pagare il “pizzo”. E fin quando questa genìa di malfattori in giacca e cravatta non sarà estromessa per sempre dalla possibilità di “fare impresa” (altro che la “sospensione per 12 mesi da contatti con la pubblica amministrazione” prevista dalla ridicola legge “spazzacorrotti”), nessun reale cambiamento – pur restando in ambito assolutamente capitalistico – sarà possibile.
Su questa china, insomma, anche il “brutalone” che prometteva di mettere a ferro e fuoco ciò che restava del patto costituzionale italico, quello che si atteggia ancora a boss supersicuro di sé, in realtà comincia ad apparire un più banale guappo ’e cartone...
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La cosa era in aria da sempre, diciamolo pure. Questo ircocervo, fatto di absolute beginners del potere e vecchi marpioni del sottobosco più maneggione, non ha mai dato l’impressione della compattezza. E l’affidarsi a un “contratto” – più che apparire una prova di serietà – è sempre sembrato un gesto quasi scaramantico.
Ma questa rottura avviene in condizioni ben diverse da quelle immaginate ai piani alti della Lega. Sembra infatti finita la fase di piena nella raccolta dei consensi, non solo stando ai sempre ondivaghi sondaggi. Lo stesso Salvini, da qualche settimana, appare privo del “tocco magico” esibito con protervia per mesi.
La difesa fino all’ultimo di Siri appare incomprensibile, per un politico navigato. Al di là delle considerazioni sulla consistenza delle “prove” raccolte dai magistrati – su cui possono dire qualcosa di sensato solo loro e, forse, gli avvocati difensori – di fatto Salvini ha messo la sua faccia su una vicenda decisamente turpe. Il suo uomo, infatti, è accusato – e lo ha anche ammesso, ovviamente minimizzando – di aver presentato un emendamento di legge chiesto da un ex parlamentare per conto di un “imprenditore” in affari con il più ricercato dei boss mafiosi, Matteo Messina Denaro.
Quanto basta, se non altro per prudenza, per imporre al suddetto Siri di sgombrare velocemente la poltrona prima di travolgere tutta la Lega, lo stesso Salvini e il governo intero. Tanto più nei giorni in cui mezza classe dirigente della Lombardia – soprattutto di area Forza Italia, ma difficilmente distinguibile in loco dai leghisti più ortodossi – finisce agli arresti per altre vicende di corruzione con appendici ‘ndranghetiste.
Per essere delle “forze di cambiamento”, il tanfo di deja vu è davvero parecchio forte... Non che i rivali del Pd stiano meglio – lo stesso sta accadendo in Calabria, a carico degli uomini di ZingaRenzi – ma in questo tipo di vicende il mal comune non è mai mezzo gaudio.
Gli stessi Cinque Stelle, che pure puntano su questo “incidente” per differenziarsi dall’ingombrante “alleato”, non possono davvero sperare di superare indenni il fallimento completo della loro prima prova di governo, oltretutto dotati di una parco voti straordinario e irripetibile.
Quindi un Salvini un po’ imbolsito sta rischiando di finire negli annali – da ministro degli Interni! – come il capo politico di una forza che ha raccattato gran parte del peggio della Prima e Seconda Repubblica, ovvero quell’insieme di malaffare e corruzione che vive da sempre all’ombra dell’amministrazione pubblica.
Prima di lui, nello stesso ruolo, era toccato ad un solo altro ministro di polizia: Antonio Gava. Non proprio il massimo, per un “innovatore”...
Vero è che aveva anche lanciato un’offensiva congiunta con il suo ex servizio d’ordine romano – i picchiatori di Casapound – per provare a metter radici serie in alcuni quartieri popolari, sulla base della “pulizia etnica” anti-rom e anti-migranti. Ma anche qui, se la magistratura dovesse finalmente cominciare ad aprire qualche fascicolo nei confronti di chi si muove palesemente sicuro di non essere inquisito – a meno di non ricorrere allo stupro come “attività privata”, come a Viterbo – la montagna propagandistico-razzista potrebbe facilmente rovesciarsi in un disastro.
E’ però inutile azzardare ipotesi di fantasia sul perché Salvini si sia infilato in un tunnel da cui, andando avanti così, sarà difficile uscire. Specie in una congiuntura in cui l’Unione Europea – con le sue “stime ingenerose” su crescita e conti pubblici – aumenta la pressione esterna su un governo squinternato.
Evidentemente la trama degli interessi – spesso indicibili – che lo ha sollevato fino a quell’altezza pretende di esser tutelata a qualsiasi costo. E se ne infischia delle conseguenze sulla carriera politica delle “teste di turco” che usa.
Da questo punto di vista, sembra esser rimasti ferma a trenta anni fa. Anzi, peggio. Perché l’inconsistenza della “nuova” classe politica è l’immagine speculare della miseria progettuale della “classe imprenditoriale”, con poche eccezioni.
Del resto, se ci sono “politici corrotti” significa che esistono torme di imprenditori disposti a corrompere o comunque a pagare il “pizzo”. E fin quando questa genìa di malfattori in giacca e cravatta non sarà estromessa per sempre dalla possibilità di “fare impresa” (altro che la “sospensione per 12 mesi da contatti con la pubblica amministrazione” prevista dalla ridicola legge “spazzacorrotti”), nessun reale cambiamento – pur restando in ambito assolutamente capitalistico – sarà possibile.
Su questa china, insomma, anche il “brutalone” che prometteva di mettere a ferro e fuoco ciò che restava del patto costituzionale italico, quello che si atteggia ancora a boss supersicuro di sé, in realtà comincia ad apparire un più banale guappo ’e cartone...
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22/04/2019
Nuova Lega, vecchia Democrazia Cristiana. Mafia compresa...
E’ straordinario, questo “governo del cambiamento”... Sembra infatti di esser tornati alla metà degli anni ‘40, tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi vagiti della Repubblica nata dalla Resistenza. Quando spie americane, maneggioni ex fascisti riciclati nella Democrazia Cristiana, boss mafiosi e faccendieri si affannavano a costruire un argine contro quella che sembrava una travolgente avanzata del movimento comunista e socialista. Senza badare troppo alle “qualità morali” degli alleati in questa guerra “sporca”, poi divenuta “fredda”.
Memorabile, in questo senso, il ruolo di Lucky Luciano, boss responsabile della spaventosa diffusione dell’eroina negli Stati Uniti durante la “grande crisi”, poi arrestato, collaboratore dei servizi segreti Usa, e infine graziato per aver fornito la collaborazione della mafia siciliana allo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943.
La vicenda di Armando Siri, sottosegretario leghista alle infrastrutture (posto decisivo per il controllo degli appalti nelle “grandi opere”) – indagato dalla Procura Antimafia per una presunta corruzione da parte dell’ex parlamentare di Fi Paolo Arata, autore del programma di governo della Lega sull’Ambiente e ritenuto socio occulto di Vito Nicastri, un imprenditore dell’eolico arrestato con l’accusa di aver contribuito alla latitanza del boss Matteo Messina Denaro – ha squarciato il velo di “riservatezza” su un sottobosco del potere che tiene insieme tutti questi vecchi ingredienti. Compresa la longa manus dell’ultradestra yankee, nella persona di Stave Bannon, ex chief strategist di Donald Trump, considerato il vero mentore della sua scalata alla presidenza Usa.
Andiamo con ordine. Le intercettazioni che girano su molti giornali non lasciano dubbi sull’”interessamento” di Arata: ha fatto pressione su Siri contando proprio sulla sua presunta “competenza” in materia ambientale, sollecitato da quell’imprenditore lì.
La difesa di Siri ricalca il solito copione di sempre: si parte negando, si va avanti – di fronte a contestazioni via via più precise – con “rettifiche” che non stanno in piedi. Il Fatto Quotidiano ne ha contate almeno tre, che vanno dall’iniziale “non sapevo, non conosco l’eolico, c’è un errore di persona” al già più compromettente “ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori”. Fino alla versione per ora definitiva: “Arata mi ha detto che rappresentava un’associazione dei piccoli imprenditori dell’eolico (...) mi ha fatto una testa così e io gli ho detto va bene, mandamelo”.
Un osservatore attento dei meccanismo istituzionali avrebbe già qui materia per inorridire. In pratica, Siri ammette che il “governo del cambiamento” funziona così: qualche imprenditore chiama un amico-collaboratore di un sottosegretario o di un ministro e gli manda un testo che potrebbe diventare legge dello Stato. Quello lo presenta alla discussione come emendamento senza neanche leggerlo e, se passa, il gioco è fatto.
In questo modo gli interessi privati di una filiera di imprenditori – non sempre e non necessariamente in contatto con la mafia – diventano il cuore della politica industriale di un paese del G7. Alla faccia dell’”interesse generale”, della “lotta al cambiamento climatico”, ecc.
Nel caso specifico l’emendamento era talmente malfatto o spudoratamente pro qualcuno che non è stato approvato. Ma non è questo il punto chiave. Altra migliaia di volte l’identico meccanismo ha funzionato alla grande...
Fin qui siamo nell’ordinario dei “governi del capitale”, anche se il “comitato d’affari della borghesia” appare a confronto quasi come un club di lungimiranti benefattori dell’umanità...
L’affare si ingarbuglia quando si apprende che il figlio di Arata, Federico, è stato da poco assunto come consulente esterno addirittura dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, da tutti considerato come il vero “stratega” della Lega, mentre a Salvini spetterebbe il suolo del “comunicatore compulsivo”.
Federico Arata presenta un curriculum classico da figlio della classe politico-imprenditoriale italica. Studi a Roma in un liceo molto esclusivo (lo Chateaubriand), poi alla Luiss (università privata di Confindustria), laurea in economia, master a Parigi, Londra e Torino. Fino a diventare, a soli 34 anni, un banchiere di successo che ha lavorato per Nomura, Bnp Paribas, Bsi, Credit Suisse.
Come dite? Questo doveva essere il governo “per il popolo” e “contro le banche”? E vabbeh, un errore capita a tutti, no?
Il suo vero merito sembra però proprio essere l’aver organizzato il viaggio nel dicembre 2017 di Matteo Salvini negli Stati Uniti, facendo da ponte tra lui, Steve Bannon e Donald Trump.
Sempre lui, secondo un’inchiesta de L’Espresso, avrebbe riservatamente contribuito a creare l’alleanza tra la Lega e le forze nazionaliste che crescono in mezza Europa. E comunque risulta sempre lui ad aver accompagnato Bannon nel suo giro in Italia, a settembre 2018.
Un uomo utilissimo alla Lega, certamente. Forse un bel po’ meno all’Italia. Ma per (un figlio di) un amico si può fare un piccolo strappo alla prassi istituzionale.
Non ci sorprende affatto che la Lega abbia assunto – con tratti distintivi assai peggiori – il ruolo che era stato di Democrazia Cristiana e poi di Forza Italia. La sua capacità di “sfondamento al Sud”, peraltro, sarebbe inspiegabile senza il supporto entusiastico di clientele ed interessi – spesso malavitosi, come si vede sempre più di frequente – altrimenti destinate a boccheggiare in un “mercato” dove vigono altre regole.
Senza finanziamenti pubblici, o senza “manine” che infilano in un decreto-legge l’emendamento “giusto”, certi “imprenditori” non durerebbero un giorno.
Questa è del resto gran parte della piccola e media imprenditoria italiana (quella grande e multinazionale, spesso, è anche peggio). Siamo nel solito vecchio gioco.
C’è però qualche differenza. Ai tempi delle avventure di Lucky Luciano, almeno – in questi pasticci tra yankee, politicanti, mafiosi e maneggioni – c’era in ballo qualche motivazione di alto profilo (sbarcare in Sicilia, combattere i nazifascisti minimizzando le perdite), pur se con conseguenze devastanti (la mafia al governo del paese).
Oggi proprio niente.
Fonte
Memorabile, in questo senso, il ruolo di Lucky Luciano, boss responsabile della spaventosa diffusione dell’eroina negli Stati Uniti durante la “grande crisi”, poi arrestato, collaboratore dei servizi segreti Usa, e infine graziato per aver fornito la collaborazione della mafia siciliana allo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943.
La vicenda di Armando Siri, sottosegretario leghista alle infrastrutture (posto decisivo per il controllo degli appalti nelle “grandi opere”) – indagato dalla Procura Antimafia per una presunta corruzione da parte dell’ex parlamentare di Fi Paolo Arata, autore del programma di governo della Lega sull’Ambiente e ritenuto socio occulto di Vito Nicastri, un imprenditore dell’eolico arrestato con l’accusa di aver contribuito alla latitanza del boss Matteo Messina Denaro – ha squarciato il velo di “riservatezza” su un sottobosco del potere che tiene insieme tutti questi vecchi ingredienti. Compresa la longa manus dell’ultradestra yankee, nella persona di Stave Bannon, ex chief strategist di Donald Trump, considerato il vero mentore della sua scalata alla presidenza Usa.
Andiamo con ordine. Le intercettazioni che girano su molti giornali non lasciano dubbi sull’”interessamento” di Arata: ha fatto pressione su Siri contando proprio sulla sua presunta “competenza” in materia ambientale, sollecitato da quell’imprenditore lì.
La difesa di Siri ricalca il solito copione di sempre: si parte negando, si va avanti – di fronte a contestazioni via via più precise – con “rettifiche” che non stanno in piedi. Il Fatto Quotidiano ne ha contate almeno tre, che vanno dall’iniziale “non sapevo, non conosco l’eolico, c’è un errore di persona” al già più compromettente “ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori”. Fino alla versione per ora definitiva: “Arata mi ha detto che rappresentava un’associazione dei piccoli imprenditori dell’eolico (...) mi ha fatto una testa così e io gli ho detto va bene, mandamelo”.
Un osservatore attento dei meccanismo istituzionali avrebbe già qui materia per inorridire. In pratica, Siri ammette che il “governo del cambiamento” funziona così: qualche imprenditore chiama un amico-collaboratore di un sottosegretario o di un ministro e gli manda un testo che potrebbe diventare legge dello Stato. Quello lo presenta alla discussione come emendamento senza neanche leggerlo e, se passa, il gioco è fatto.
In questo modo gli interessi privati di una filiera di imprenditori – non sempre e non necessariamente in contatto con la mafia – diventano il cuore della politica industriale di un paese del G7. Alla faccia dell’”interesse generale”, della “lotta al cambiamento climatico”, ecc.
Nel caso specifico l’emendamento era talmente malfatto o spudoratamente pro qualcuno che non è stato approvato. Ma non è questo il punto chiave. Altra migliaia di volte l’identico meccanismo ha funzionato alla grande...
Fin qui siamo nell’ordinario dei “governi del capitale”, anche se il “comitato d’affari della borghesia” appare a confronto quasi come un club di lungimiranti benefattori dell’umanità...
L’affare si ingarbuglia quando si apprende che il figlio di Arata, Federico, è stato da poco assunto come consulente esterno addirittura dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, da tutti considerato come il vero “stratega” della Lega, mentre a Salvini spetterebbe il suolo del “comunicatore compulsivo”.
Federico Arata presenta un curriculum classico da figlio della classe politico-imprenditoriale italica. Studi a Roma in un liceo molto esclusivo (lo Chateaubriand), poi alla Luiss (università privata di Confindustria), laurea in economia, master a Parigi, Londra e Torino. Fino a diventare, a soli 34 anni, un banchiere di successo che ha lavorato per Nomura, Bnp Paribas, Bsi, Credit Suisse.
Come dite? Questo doveva essere il governo “per il popolo” e “contro le banche”? E vabbeh, un errore capita a tutti, no?
Il suo vero merito sembra però proprio essere l’aver organizzato il viaggio nel dicembre 2017 di Matteo Salvini negli Stati Uniti, facendo da ponte tra lui, Steve Bannon e Donald Trump.
Sempre lui, secondo un’inchiesta de L’Espresso, avrebbe riservatamente contribuito a creare l’alleanza tra la Lega e le forze nazionaliste che crescono in mezza Europa. E comunque risulta sempre lui ad aver accompagnato Bannon nel suo giro in Italia, a settembre 2018.
Un uomo utilissimo alla Lega, certamente. Forse un bel po’ meno all’Italia. Ma per (un figlio di) un amico si può fare un piccolo strappo alla prassi istituzionale.
Non ci sorprende affatto che la Lega abbia assunto – con tratti distintivi assai peggiori – il ruolo che era stato di Democrazia Cristiana e poi di Forza Italia. La sua capacità di “sfondamento al Sud”, peraltro, sarebbe inspiegabile senza il supporto entusiastico di clientele ed interessi – spesso malavitosi, come si vede sempre più di frequente – altrimenti destinate a boccheggiare in un “mercato” dove vigono altre regole.
Senza finanziamenti pubblici, o senza “manine” che infilano in un decreto-legge l’emendamento “giusto”, certi “imprenditori” non durerebbero un giorno.
Questa è del resto gran parte della piccola e media imprenditoria italiana (quella grande e multinazionale, spesso, è anche peggio). Siamo nel solito vecchio gioco.
C’è però qualche differenza. Ai tempi delle avventure di Lucky Luciano, almeno – in questi pasticci tra yankee, politicanti, mafiosi e maneggioni – c’era in ballo qualche motivazione di alto profilo (sbarcare in Sicilia, combattere i nazifascisti minimizzando le perdite), pur se con conseguenze devastanti (la mafia al governo del paese).
Oggi proprio niente.
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19/04/2019
L’Antimafia mette in crisi la Lega e il governo
Un sottosegretario indagato per sospetta corruzione da parte di imprese di copertura della mafia, non è una novità. Che il sottosegretario in questione si occupi di infrastrutture, nemmeno. Come ricordano sempre i No Tav, dietro ogni grande opera infrastrutturale ci sono sempre anche interessi della grande malavita organizzata.
Che un sottosegretario sospettato di cotanta vergogna sia difeso a spada tratta dal ministro dell’Interno – magari da uno che va in giro spesso travestito da poliziotto – invece è proprio una novità.
Ancor più “innovativa” è la tecnica investigativa usata dal suddetto ministro di polizia: “Ho sentito Siri (Armando, il sottosegretario sotto inchiesta, ndr) oggi, non sapeva nulla“. Se un qualsiasi accusato se la potesse cavare così, probabilmente, avremmo galere vuote e aule di tribunale deserte, con grave crisi occupazionale tra guardie ed avvocati. E dire che il ministro di polizia ha qualche strumento di informazione riservata in più, rispetto all’autocertificazione dell’accusato...
In fondo aveva già patteggiato una condanna per bancarotta fraudolenta, risulta titolare di un paio di società con sede in paradisi fiscali, e quel socio in odor di mafia è storia non proprio nuova...
Ironia a parte, la vicenda del sottosegretario leghista indagato dall’Antimafia sta dando gli ultimi colpi di maglio a una maggioranza di governo – e a una classe politica di risulta – che l’establishment non ha mai apprezzato troppo. Neanche quando rinunciava, una dopo l’altra, a tutte le promesse fatte in campagna elettorale, sotto la pressione dei “mercati” e della Ue.
Per i Cinque Stelle, pur parecchio “secolarizzati” rispetto ai tempi in cui chiedevano “ogni indagato si deve dimettere”, si tratta del classico problema che può tramutarsi in un’occasione. Il problema è rappresentato dal fatto che un sospetto di corruzione/collusione con la mafia proprio non può rientrare tra le numerose “eccezioni” fin qui fatte sui sacri princìpi; dunque sono obbligati a chiedere le dimissioni di Siri. L’occasione, palpabile, è quella di arrestare l’ascesa nei sondaggi dell’invadente alleato leghista.
Ma qui il rischio deragliamento per il governo diventa altissimo. Siri non è un sottosegretario qualsiasi. E’ il principale consigliere economico del poliziotto en-travesti, nonché estensore della proposta-simbolo della Lega in vista delle Europee: la flat tax.
Dunque la sua caduta si tradurrebbe in una piccola valanga dentro il Carroccio (nessuno può credere che sia davvero un “partito coeso”, vista la marea di interessi strutturati che hanno fin qui sostenuto il corso salviniano), perché se non riesce a difenderti un vice-premier ministro di polizia vuol dire che devi proprio sparire dalla circolazione. Tu e tutti quelli che rappresenti.
Come si vede, per quanto riguarda “la politica” italiana siamo sempre lì. All’incrocio tra interesse pubblico, interessi mafiosi, “statisti” di spessore zero, politicanti furbetti abbagliati dalla potenza della “comunicazione” trasformata in “autopromozione”, imprenditori nelle anticamere di Palazzo con la mazzetta nella 24ore... Mancano solo le olgettine, ma attendiamo fiduciosi.
Nel frattempo i paparazzi ci ammanniscono un Mario Draghi “dal volto umano”, che va a messa la domenica con la moglie. Sia mai detto che un candidato premier per un governo di “salvezza nazionale” possa esser sospetto di laicità...
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Che un sottosegretario sospettato di cotanta vergogna sia difeso a spada tratta dal ministro dell’Interno – magari da uno che va in giro spesso travestito da poliziotto – invece è proprio una novità.
Ancor più “innovativa” è la tecnica investigativa usata dal suddetto ministro di polizia: “Ho sentito Siri (Armando, il sottosegretario sotto inchiesta, ndr) oggi, non sapeva nulla“. Se un qualsiasi accusato se la potesse cavare così, probabilmente, avremmo galere vuote e aule di tribunale deserte, con grave crisi occupazionale tra guardie ed avvocati. E dire che il ministro di polizia ha qualche strumento di informazione riservata in più, rispetto all’autocertificazione dell’accusato...
In fondo aveva già patteggiato una condanna per bancarotta fraudolenta, risulta titolare di un paio di società con sede in paradisi fiscali, e quel socio in odor di mafia è storia non proprio nuova...
Ironia a parte, la vicenda del sottosegretario leghista indagato dall’Antimafia sta dando gli ultimi colpi di maglio a una maggioranza di governo – e a una classe politica di risulta – che l’establishment non ha mai apprezzato troppo. Neanche quando rinunciava, una dopo l’altra, a tutte le promesse fatte in campagna elettorale, sotto la pressione dei “mercati” e della Ue.
Per i Cinque Stelle, pur parecchio “secolarizzati” rispetto ai tempi in cui chiedevano “ogni indagato si deve dimettere”, si tratta del classico problema che può tramutarsi in un’occasione. Il problema è rappresentato dal fatto che un sospetto di corruzione/collusione con la mafia proprio non può rientrare tra le numerose “eccezioni” fin qui fatte sui sacri princìpi; dunque sono obbligati a chiedere le dimissioni di Siri. L’occasione, palpabile, è quella di arrestare l’ascesa nei sondaggi dell’invadente alleato leghista.
Ma qui il rischio deragliamento per il governo diventa altissimo. Siri non è un sottosegretario qualsiasi. E’ il principale consigliere economico del poliziotto en-travesti, nonché estensore della proposta-simbolo della Lega in vista delle Europee: la flat tax.
Dunque la sua caduta si tradurrebbe in una piccola valanga dentro il Carroccio (nessuno può credere che sia davvero un “partito coeso”, vista la marea di interessi strutturati che hanno fin qui sostenuto il corso salviniano), perché se non riesce a difenderti un vice-premier ministro di polizia vuol dire che devi proprio sparire dalla circolazione. Tu e tutti quelli che rappresenti.
Come si vede, per quanto riguarda “la politica” italiana siamo sempre lì. All’incrocio tra interesse pubblico, interessi mafiosi, “statisti” di spessore zero, politicanti furbetti abbagliati dalla potenza della “comunicazione” trasformata in “autopromozione”, imprenditori nelle anticamere di Palazzo con la mazzetta nella 24ore... Mancano solo le olgettine, ma attendiamo fiduciosi.
Nel frattempo i paparazzi ci ammanniscono un Mario Draghi “dal volto umano”, che va a messa la domenica con la moglie. Sia mai detto che un candidato premier per un governo di “salvezza nazionale” possa esser sospetto di laicità...
Fonte
09/04/2019
Il Diavolo veste “The old glory”
21 novembre 1620. Una data importante, ma che forse pochi ricollegano ad un avvenimento storico che ha cambiato il mondo, perfino più determinante della scoperta di Cristoforo Colombo, avvenuta quasi 150 anni prima più o meno nei paraggi. I Padri Pellegrini, i puritani inglesi imbarcatisi in Inghilterra sul Mayflower salpato dal porto di Plymouth, sbarcano e si insediano a Cape Cod, sulle coste del Massachusetts.
Così iniziò la colonizzazione e l’evangelizzazione del Nuovo Mondo ben 400 anni fa.
Quattro lunghi secoli.
Ora gli eredi di quei puritani inglesi, o meglio coloro che rappresentano il frutto dell’albero avvelenato, l’estremizzazione di quella filosofia religiosa, stanno compiendo il viaggio a ritroso.
E tornano a visitare il Vecchio Continente, soprattutto la penisola italiana.
Nostro malgrado, per andare avanti con la riflessione, dobbiamo continuare a tirare in ballo Steve Bannon.
Per chi si fosse messo all’ascolto solo ora... è l’ex chief strategist della Casa Bianca, la cui nomina fu accolta con enorme favore dall’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, ma più tardi defenestrato perché probabilmente il suo esagerato presenzialismo offuscava l’immagine di The Donald.
E’ lui il “grande” architetto che, con l’aiuto delle sue piattaforme digitali in Rete (è stato fra l’altro presidente esecutivo del sito Breitbart News, volto giovanile e radicale della alt-right americana), è stato in grado, durante la tornata elettorale del 2016, di diffondere dati e sondaggi manipolati ad arte, influenzando il voto dei cittadini americani in favore dell’attuale amministrazione. E’ lui l’uomo che viene descritto dai media come il Diavolo, titolo del primo libro a lui dedicato da Joshua Green, corrispondente di Bloomberg News ed analista politico per la CNN, edito nel nostro paese dalla Luiss University Press.
Il paragone con il più celebre degli angeli caduti magari è stato un po’ montato ad arte per questo personaggio amante della filosofia di Julius Evola e delle sue tesi sul “declino della modernità”, ma del resto quella ricerca di una terza via tra il “socialismo reale” dell’Unione Sovietica e il capitalismo degli Stati Uniti è stato pur sempre il nazionalsocialismo tedesco, che al filosofo romano sembrò il sistema più opportuno per risolvere la questione. Insomma, un “impero europeo e pagano” sotto la guida egemonica della Germania di Hitler.
Proprio di terza via, anche se con presupposti differenti, è venuto a parlare Steve Bannon nel nostro paese. Del suo satanico alter ego egli ha comunque ereditato l’arte del travestimento e l’astuzia, soprattutto lessicale, di cui si avvale per inserirsi a tutti i costi fra le pieghe della politica europea...
Ma ricostruiamo i suoi rapporti con l’universo di quella che lui chiama destra “nazional–populista” italiana, intendendo molto più verosimilmente “bianca suprematista”.
Nel settembre dello scorso anno partecipa ad Atreju 2018 ed incontra la “patriota” (così la definì) Giorgia Meloni, la seconda persona con cui formalizzerà un sodalizio politico pubblico; il primo politico di cui si era innamorato, infatti, era Matteo Salvini, il cui slogan “prima gli italiani” riecheggia il suo “America first”. Bannon vide nella Lega “una forza non solo nazionale, ma un autentico worldwide brand che diventerà il primo partito in Europa”, destinato “a dare le carte in Europarlamento”.
Ovviamente qualche tempo prima aveva già incontrato Armando Siri, tutore dell’ortodossia ideologica neo-leghista e attuale Sottosegretario di Stato presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, nonché collaboratore dal 2014 dello stesso leader della Lega, con cui ha siglato un accordo sulla riforma fiscale e sulla Flat Tax.
Il suo interesse però lo dispensa anche al M5S e al suo capo politico Luigi Di Maio; l’ex consigliere di Trump infatti ha avuto un ruolo determinante nel convincere Salvini ad allearsi con il Movimento dopo le elezioni del 4 marzo. Lo spin doctor ritiene infatti che il governo gialloverde (anche se reputa antitetiche le politiche economiche dei 5 Stelle) sia la perfetta sintesi fra nazionalismo e populismo; “una sorta di unione fra destra e sinistra”, il cui modello potrebbe essere “il perno di una grande alleanza a livello europeo con i principali partiti sovranisti che scardinerà il duopolio franco-tedesco che ha governato l’Europa negli ultimi anni e darà finalmente vita all’Europa delle Nazioni”.
Tralasceremo il rapporto, morto prima di nascere, con il gruppuscolo di Roberto Fiore e Giuliano Castellino: Forza Nuova. L'organizzazione fascista, infatti, attraverso l’Associazione stampa “non omologata” Lettera22 (quella con presidente Paolo Corsini, ovviamente, quella indipendente diretta da Guido Battiston), ha fatto sapere in una nota stampa che non parteciperà all’incontro che si svolgerà a Roma, alla Biblioteca Angelica, con “l’alter ego di Soros, un sionista, agente del Patto atlantico spedito in Italia ed in Europa solo per creare Caos”.
Il sodalizio iniziato qualche tempo addietro è bell’e finito.
Ma è scavando attentamente che spesso si trovano le ragioni di molte scelte azzardate, alcune apparentemente bizzarre. E se Bannon ha preso delle decisioni che gli hanno valso anche l’aggettivo “sciatto” (“sloppy Steve”, lo chiamò il neoeletto presidente USA), è perché ha in mente un progetto, un disegno che ha un nome: The Movement, un piano a medio termine per federare i movimenti sovranisti europei in vista del voto di maggio; un disegno molto ambizioso, quindi, che si nutre di quello che lo stesso Bannon ritiene essere un modello vincente in Europa: il matrimonio fra il populismo ed il nazionalismo, quello che in Italia al momento è incarnato dal governo gialloverde della Lega e del M5S.
“Dipende tutto dall’ Italia”, ha dichiarato in un’intervista poche settimane fa, e questo dà la cifra di quello che potrebbe diventare il nostro paese in un prossimo futuro: per fare in modo che ci sia quello scambio di valori, quella “complicità” che tanto auspica Bannon, la nostra penisola dovrà diventare terreno di una “rivoluzione culturale” che lo avvicini sempre di più all’american way of life.
Lo strumento che verrà utilizzato per continuare il processo di “Americanizzazione” del nostro paese lo indagheremo fra pochissimo. Si trova nell’entroterra laziale.
Ma torniamo alla confederazione: l’ex demiurgo di Trump ha lasciato la direzione all’avvocato Mischael Mondrikamen, suo luogotenente a Bruxelles, cuore pulsante di quell’Unione Europea che il Billy Graham del populismo mondiale vorrebbe rovesciare con l’aiuto della sua creatura. La rosa degli attori va da Bolsonaro a Salvini, i più convinti insieme con Giorgia Meloni; ancora in bilico Fidesz di Viktor Orbàn, gli spagnoli di Vox e Rassemblement national di Marine Le Pen, per ora osservatori esterni. Sembrerebbe fuori Alternatve fur Deutschland, con la quale Bannon inizialmente aveva intessuto buoni rapporti e alla quale riconosceva un peso importante.
“Un po’ come l’Internazionale Socialista del secolo scorso, solo con il populismo al posto del socialismo”, dichiara Mondrikamen; dopotutto il Presidente brasiliano guida un paese di 200 milioni di persone, la sua è una potenza enorme e, sono sempre parole sue, “anche la Casa Bianca è dalla nostra”. E qui lascia intendere qualcosa di più: forse la defenestrazione attuata dall’amministrazione Trump nei confronti di Bannon è stata una mezza farsa che nasconde una qualche “pianificazione” in Europa? Potrebbe attenere allo scardinamento dell’asse franco–tedesco; ma siamo nel campo delle ipotesi, per ora.
Secondo l’avvocato Mondrikamen la storia delle fake news e della Russia dietro la perdita di voti dei popolari e dei socialisti è una balla; non ci sono i social e così via dietro l’impasse del centro-sinistra, ma la responsabilità va alle loro politiche fallimentari e alla tracotanza che hanno avuto nei confronti delle persone più deboli, che avrebbero dovuto invece rappresentare.
“Se dipendesse da me, starei molto attento a provocare Mosca (Mondrikamen non è personalmente d’accordo con le sanzioni alla Russia n.d.a.), perché non è escluso possa scoppiare una guerra. E se dovesse succedere, possiamo star certi che il terreno di battaglia sarebbe qui in Europa. Come sempre, del resto”.
Monito palesemente rivolto all’Unione Europea. E che apre a scenari che attengono ad una disamina di altro tipo, e che perciò indagheremo in altra sede.
Il progetto di Bannon è il riordino della politica europea.
Egli pare convinto che la “rivolta di destra” sia iniziata nel Vecchio Continente, dove è stata decisiva per il voto della Gran Bretagna a favore della Brexit, per poi sbarcare negli USA con l’elezione di Trump. “E’ iniziata in Europa, si è diffusa negli Stati Uniti e ora si dirige di nuovo lì da dove è venuta”.
E’ curioso come il viaggio a ritroso di secoli fa si ripresenti... ma c’è bisogno di un aggregante, un elemento che metta insieme il popolo, la gente comune.
Bannon lo scorge fra le pieghe dei suoi rapporti con gli ambienti conservatori del Vaticano, quelli ostili a Papa Bergoglio, soprattutto nelle persone dei cardinali Raymond Leo Burke e Walter Brandmuller, due dei componenti del quartetto di “dissidenti” che, durante il Sinodo sulla famiglia espressero in una lettera al Santo Padre i loro “dubia”.
Burke è stato molto “critico” anche sulla questione della pedofilia nella Chiesa, sottolineando che le radici di queste colpe risiedono “in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione”.
Nel 2016 il Cardinale Burke viene prima trasferito ad altro servizio e poi definitivamente “silurato” dal Papa.
I nomi di entrambi i Cardinali appaiono nel Comitato Internazionale del Dignitatis Humanae Institute (meglio conosciuto come DHI), rispettivamente come Presidente Onorario e consulente del board. Nel 2016 la DHI si aggiudica il bando per la concessione della Certosa di Trisulti, un abbazia nelle campagne di Collepardo, in provincia di Frosinone, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. Edificata nel 1204, monumento nazionale dal 1873, è sotto la cura e la gestione del MIBAC. L’allora ministro Franceschini fu bonariamente indotto a favorire l’Istituto proprio da Bergoglio, a sua volta sollecitato dal Segretario di Stato Vaticano Parolin, contattato per questo dal cardinal Martino.
Eccolo l’aggregante: la Certosa di Trisulti, sede distaccata della DHI, sarà destinata ad ospitare la scuola europea di sovranismo in cui insegnerà anche Steve Bannon. Gli ideali che sono alla base del programma didattico? Sono ben visibili dietro il motto che si può leggere nel sito: “defending the Judaeo-Christian foundation of western civilization through the recognition that man is made in the image and likeness of god”...
Si veicolano gli insegnamenti evangelici in difesa della tradizione giudaico-cristiana occidentale. Escludendo il Papa (comunque un conservatore peronista di destra, che si può facilmente scambiare per un progressista), gli altri attori della vicenda sono tutti molto vicini alle idee suprematiste. E’ su questi temi – noi diremmo su queste contraddizioni – che si sta consumando il conflitto nel Vaticano.
Ma a quali fondi attingerà, per usare le parole di Bannon, questa “scuola per gladiatori della cultura”? Probabilmente ricorrerà al dark money, i cosiddetti “fondi opachi” donati da una serie di gruppi fondamentalisti cristiani statunitensi, fra i quali (secondo un’attenta analisi di openDemocracy.net) anche l’ ACLJ, acronimo di “American Center for Law and Justice”, fondato nel 1990 dal telepredicatore evangelico Pat Robertson (autore di The new global order, “bibbia” di numerosi suprematisti bianchi fra cui anche l’attentatore australiano che ha fatto strage di civili in una moschea neozelandese alcuni giorni fa); o i fratelli Koch (che contribuirono a finanziare il movimento del Tea Party negli USA).
Tutti sponsor legati al controverso Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) svoltosi a Verona lo scorso fine settimana ed ufficialmente patrocinato dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, oltre che dalla stessa provincia di Verona. E il caso ha voluto che il Cardinale Parolin fosse lì anche lui a presenziare all’evento.
Quando si dice le coincidenze!
* The Old Glory è l’altro nome della bandiera Americana, meglio conosciuta come Stars And Stripes.
Fonte
Così iniziò la colonizzazione e l’evangelizzazione del Nuovo Mondo ben 400 anni fa.
Quattro lunghi secoli.
Ora gli eredi di quei puritani inglesi, o meglio coloro che rappresentano il frutto dell’albero avvelenato, l’estremizzazione di quella filosofia religiosa, stanno compiendo il viaggio a ritroso.
E tornano a visitare il Vecchio Continente, soprattutto la penisola italiana.
Nostro malgrado, per andare avanti con la riflessione, dobbiamo continuare a tirare in ballo Steve Bannon.
Per chi si fosse messo all’ascolto solo ora... è l’ex chief strategist della Casa Bianca, la cui nomina fu accolta con enorme favore dall’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, ma più tardi defenestrato perché probabilmente il suo esagerato presenzialismo offuscava l’immagine di The Donald.
E’ lui il “grande” architetto che, con l’aiuto delle sue piattaforme digitali in Rete (è stato fra l’altro presidente esecutivo del sito Breitbart News, volto giovanile e radicale della alt-right americana), è stato in grado, durante la tornata elettorale del 2016, di diffondere dati e sondaggi manipolati ad arte, influenzando il voto dei cittadini americani in favore dell’attuale amministrazione. E’ lui l’uomo che viene descritto dai media come il Diavolo, titolo del primo libro a lui dedicato da Joshua Green, corrispondente di Bloomberg News ed analista politico per la CNN, edito nel nostro paese dalla Luiss University Press.
Il paragone con il più celebre degli angeli caduti magari è stato un po’ montato ad arte per questo personaggio amante della filosofia di Julius Evola e delle sue tesi sul “declino della modernità”, ma del resto quella ricerca di una terza via tra il “socialismo reale” dell’Unione Sovietica e il capitalismo degli Stati Uniti è stato pur sempre il nazionalsocialismo tedesco, che al filosofo romano sembrò il sistema più opportuno per risolvere la questione. Insomma, un “impero europeo e pagano” sotto la guida egemonica della Germania di Hitler.
Proprio di terza via, anche se con presupposti differenti, è venuto a parlare Steve Bannon nel nostro paese. Del suo satanico alter ego egli ha comunque ereditato l’arte del travestimento e l’astuzia, soprattutto lessicale, di cui si avvale per inserirsi a tutti i costi fra le pieghe della politica europea...
Ma ricostruiamo i suoi rapporti con l’universo di quella che lui chiama destra “nazional–populista” italiana, intendendo molto più verosimilmente “bianca suprematista”.
Nel settembre dello scorso anno partecipa ad Atreju 2018 ed incontra la “patriota” (così la definì) Giorgia Meloni, la seconda persona con cui formalizzerà un sodalizio politico pubblico; il primo politico di cui si era innamorato, infatti, era Matteo Salvini, il cui slogan “prima gli italiani” riecheggia il suo “America first”. Bannon vide nella Lega “una forza non solo nazionale, ma un autentico worldwide brand che diventerà il primo partito in Europa”, destinato “a dare le carte in Europarlamento”.
Ovviamente qualche tempo prima aveva già incontrato Armando Siri, tutore dell’ortodossia ideologica neo-leghista e attuale Sottosegretario di Stato presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, nonché collaboratore dal 2014 dello stesso leader della Lega, con cui ha siglato un accordo sulla riforma fiscale e sulla Flat Tax.
Il suo interesse però lo dispensa anche al M5S e al suo capo politico Luigi Di Maio; l’ex consigliere di Trump infatti ha avuto un ruolo determinante nel convincere Salvini ad allearsi con il Movimento dopo le elezioni del 4 marzo. Lo spin doctor ritiene infatti che il governo gialloverde (anche se reputa antitetiche le politiche economiche dei 5 Stelle) sia la perfetta sintesi fra nazionalismo e populismo; “una sorta di unione fra destra e sinistra”, il cui modello potrebbe essere “il perno di una grande alleanza a livello europeo con i principali partiti sovranisti che scardinerà il duopolio franco-tedesco che ha governato l’Europa negli ultimi anni e darà finalmente vita all’Europa delle Nazioni”.
Tralasceremo il rapporto, morto prima di nascere, con il gruppuscolo di Roberto Fiore e Giuliano Castellino: Forza Nuova. L'organizzazione fascista, infatti, attraverso l’Associazione stampa “non omologata” Lettera22 (quella con presidente Paolo Corsini, ovviamente, quella indipendente diretta da Guido Battiston), ha fatto sapere in una nota stampa che non parteciperà all’incontro che si svolgerà a Roma, alla Biblioteca Angelica, con “l’alter ego di Soros, un sionista, agente del Patto atlantico spedito in Italia ed in Europa solo per creare Caos”.
Il sodalizio iniziato qualche tempo addietro è bell’e finito.
Ma è scavando attentamente che spesso si trovano le ragioni di molte scelte azzardate, alcune apparentemente bizzarre. E se Bannon ha preso delle decisioni che gli hanno valso anche l’aggettivo “sciatto” (“sloppy Steve”, lo chiamò il neoeletto presidente USA), è perché ha in mente un progetto, un disegno che ha un nome: The Movement, un piano a medio termine per federare i movimenti sovranisti europei in vista del voto di maggio; un disegno molto ambizioso, quindi, che si nutre di quello che lo stesso Bannon ritiene essere un modello vincente in Europa: il matrimonio fra il populismo ed il nazionalismo, quello che in Italia al momento è incarnato dal governo gialloverde della Lega e del M5S.
“Dipende tutto dall’ Italia”, ha dichiarato in un’intervista poche settimane fa, e questo dà la cifra di quello che potrebbe diventare il nostro paese in un prossimo futuro: per fare in modo che ci sia quello scambio di valori, quella “complicità” che tanto auspica Bannon, la nostra penisola dovrà diventare terreno di una “rivoluzione culturale” che lo avvicini sempre di più all’american way of life.
Lo strumento che verrà utilizzato per continuare il processo di “Americanizzazione” del nostro paese lo indagheremo fra pochissimo. Si trova nell’entroterra laziale.
Ma torniamo alla confederazione: l’ex demiurgo di Trump ha lasciato la direzione all’avvocato Mischael Mondrikamen, suo luogotenente a Bruxelles, cuore pulsante di quell’Unione Europea che il Billy Graham del populismo mondiale vorrebbe rovesciare con l’aiuto della sua creatura. La rosa degli attori va da Bolsonaro a Salvini, i più convinti insieme con Giorgia Meloni; ancora in bilico Fidesz di Viktor Orbàn, gli spagnoli di Vox e Rassemblement national di Marine Le Pen, per ora osservatori esterni. Sembrerebbe fuori Alternatve fur Deutschland, con la quale Bannon inizialmente aveva intessuto buoni rapporti e alla quale riconosceva un peso importante.
“Un po’ come l’Internazionale Socialista del secolo scorso, solo con il populismo al posto del socialismo”, dichiara Mondrikamen; dopotutto il Presidente brasiliano guida un paese di 200 milioni di persone, la sua è una potenza enorme e, sono sempre parole sue, “anche la Casa Bianca è dalla nostra”. E qui lascia intendere qualcosa di più: forse la defenestrazione attuata dall’amministrazione Trump nei confronti di Bannon è stata una mezza farsa che nasconde una qualche “pianificazione” in Europa? Potrebbe attenere allo scardinamento dell’asse franco–tedesco; ma siamo nel campo delle ipotesi, per ora.
Secondo l’avvocato Mondrikamen la storia delle fake news e della Russia dietro la perdita di voti dei popolari e dei socialisti è una balla; non ci sono i social e così via dietro l’impasse del centro-sinistra, ma la responsabilità va alle loro politiche fallimentari e alla tracotanza che hanno avuto nei confronti delle persone più deboli, che avrebbero dovuto invece rappresentare.
“Se dipendesse da me, starei molto attento a provocare Mosca (Mondrikamen non è personalmente d’accordo con le sanzioni alla Russia n.d.a.), perché non è escluso possa scoppiare una guerra. E se dovesse succedere, possiamo star certi che il terreno di battaglia sarebbe qui in Europa. Come sempre, del resto”.
Monito palesemente rivolto all’Unione Europea. E che apre a scenari che attengono ad una disamina di altro tipo, e che perciò indagheremo in altra sede.
Il progetto di Bannon è il riordino della politica europea.
Egli pare convinto che la “rivolta di destra” sia iniziata nel Vecchio Continente, dove è stata decisiva per il voto della Gran Bretagna a favore della Brexit, per poi sbarcare negli USA con l’elezione di Trump. “E’ iniziata in Europa, si è diffusa negli Stati Uniti e ora si dirige di nuovo lì da dove è venuta”.
E’ curioso come il viaggio a ritroso di secoli fa si ripresenti... ma c’è bisogno di un aggregante, un elemento che metta insieme il popolo, la gente comune.
Bannon lo scorge fra le pieghe dei suoi rapporti con gli ambienti conservatori del Vaticano, quelli ostili a Papa Bergoglio, soprattutto nelle persone dei cardinali Raymond Leo Burke e Walter Brandmuller, due dei componenti del quartetto di “dissidenti” che, durante il Sinodo sulla famiglia espressero in una lettera al Santo Padre i loro “dubia”.
Burke è stato molto “critico” anche sulla questione della pedofilia nella Chiesa, sottolineando che le radici di queste colpe risiedono “in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione”.
Nel 2016 il Cardinale Burke viene prima trasferito ad altro servizio e poi definitivamente “silurato” dal Papa.
I nomi di entrambi i Cardinali appaiono nel Comitato Internazionale del Dignitatis Humanae Institute (meglio conosciuto come DHI), rispettivamente come Presidente Onorario e consulente del board. Nel 2016 la DHI si aggiudica il bando per la concessione della Certosa di Trisulti, un abbazia nelle campagne di Collepardo, in provincia di Frosinone, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. Edificata nel 1204, monumento nazionale dal 1873, è sotto la cura e la gestione del MIBAC. L’allora ministro Franceschini fu bonariamente indotto a favorire l’Istituto proprio da Bergoglio, a sua volta sollecitato dal Segretario di Stato Vaticano Parolin, contattato per questo dal cardinal Martino.
Eccolo l’aggregante: la Certosa di Trisulti, sede distaccata della DHI, sarà destinata ad ospitare la scuola europea di sovranismo in cui insegnerà anche Steve Bannon. Gli ideali che sono alla base del programma didattico? Sono ben visibili dietro il motto che si può leggere nel sito: “defending the Judaeo-Christian foundation of western civilization through the recognition that man is made in the image and likeness of god”...
Si veicolano gli insegnamenti evangelici in difesa della tradizione giudaico-cristiana occidentale. Escludendo il Papa (comunque un conservatore peronista di destra, che si può facilmente scambiare per un progressista), gli altri attori della vicenda sono tutti molto vicini alle idee suprematiste. E’ su questi temi – noi diremmo su queste contraddizioni – che si sta consumando il conflitto nel Vaticano.
Ma a quali fondi attingerà, per usare le parole di Bannon, questa “scuola per gladiatori della cultura”? Probabilmente ricorrerà al dark money, i cosiddetti “fondi opachi” donati da una serie di gruppi fondamentalisti cristiani statunitensi, fra i quali (secondo un’attenta analisi di openDemocracy.net) anche l’ ACLJ, acronimo di “American Center for Law and Justice”, fondato nel 1990 dal telepredicatore evangelico Pat Robertson (autore di The new global order, “bibbia” di numerosi suprematisti bianchi fra cui anche l’attentatore australiano che ha fatto strage di civili in una moschea neozelandese alcuni giorni fa); o i fratelli Koch (che contribuirono a finanziare il movimento del Tea Party negli USA).
Tutti sponsor legati al controverso Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) svoltosi a Verona lo scorso fine settimana ed ufficialmente patrocinato dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, oltre che dalla stessa provincia di Verona. E il caso ha voluto che il Cardinale Parolin fosse lì anche lui a presenziare all’evento.
Quando si dice le coincidenze!
* The Old Glory è l’altro nome della bandiera Americana, meglio conosciuta come Stars And Stripes.
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