Con un discreto clamore mediatico la Procura della Repubblica napoletana ha dato notizia di una “operazione antiterrorismo” culminate con quattro arresti in Campania e un “obbligo di presentazione” per un cittadino di Roma.
La Digos e la Polizia Postale hanno eseguito oltre 30 perquisizioni negli ambienti della “destra estrema” anche a seguito di una lunga fase di “monitoraggio” di profili Facebook e di altri strumenti Social in uso alle persone coinvolte. Nelle indagini – secondo quando fa sapere la Procura della Repubblica – sarebbe coinvolto un cittadino ucraino il quale, però, sarebbe rientrato nel suo paese.
Sull’indagine in corso pesa però una curiosità. Su questa rete di neonazisti c’erano già state perquisizioni e un blitz esattamente un anno fa, ne abbiamo dato conto anche sul nostro giornale nell’ottobre del 2021.
L’operazione di oggi sembra una fotocopia di quella, resa forse più cogente dall’individuazione questa volta di un addestratore militare ucraino, Anton Radomski, al momento irreperibile perché ritenuto sul fronte bellico in Ucraina.
L’ordinanza ha portato in carcere Maurizio Ammendola, 42 anni, di Maddaloni in provincia di Caserta, ideatore e fondatore dell’associazione Ordine di Hagal; Michele Rinaldi, 47 anni, residente in provincia di Avellino, vicepresidente dell’Ordine di Hagal e gestore di un canale Telegram; Massimiliano Mariano, 46enne di Castellammare di Stabia e Giampiero Testa, 25enne di Marigliano, in provincia di Napoli, simpatizzante di organizzazioni neofasciste ucraine.
La misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stata emessa nei confronti di Fabio Colarossi, romano di 36 anni, accusato di propaganda di “ideali (?) neonazisti“.
Dalle intercettazioni risulterebbe che gli indagati inneggiavano al “potere bianco”, all’odio contro gli immigrati, a tutto l’armamentario ideologico e ai sottoprodotti culturali tipici delle destre razziste e suprematiste.
Inoltre – ed è questa l’accusa più pesante – gli indagati progettavano un “attentato” alla caserma dei Carabinieri di Marigliano mentre il neonazista ucraino coinvolto nelle indagini alludeva ad un “attentato” ad un non meglio precisato Centro Commerciale della zona.
Questo è quanto si conosce a poche ore dall’operazione della Magistratura.
È utile sapere che questa associazione Ordine di Hagal è attiva da qualche anno nelle province della Campania, anche con iniziative definite di “mutualismo” intrecciate agli stereotipi della propaganda No Vax e contro il 5G – specie durante la crisi Covid – si presenta, almeno pubblicamente, con un profilo soprattutto “spiritualista/religioso/mistico”.
Al momento in cui scriviamo, nonostante le indagini sono state svolte dalla Polizia Postale, risulta ancora attiva la “pagina Facebook” di questa “associazione”.
Una considerazione da fare – a margine di questa operazione giudiziaria, e al di là della verificabilità o meno delle accuse rivolte agli inquisiti – è la presa d’atto che dentro le dinamiche della crisi ideologica, economica e sociale che incide sulla società stanno emergendo grumi di razzismo, di culture oscurantiste e di comportamenti scopertamente antisociali.
La vicenda ucraina, con il suo portato di identificazione, “sostegno senza riserve” governativo, finanziamenti ed armi che poi spariscono nel nulla, sta diventando il vettore militare di una radicalizzazione violenta del neofascismo in questo paese.
È che questa “proliferazione sotto traccia” avvenga nella provincia meridionale deve rappresentare un autentico campanello d’allarme circa i processi di frantumazione e desolidarizzazione che si diffondono nei territori stressati dalla crisi.
Un dato da comprendere ed analizzare seriamente per quanti lavorano per la rinascita e un nuovo protagonismo politico e sociale dei settori popolari del Sud Italia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Suprematisti bianchi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Suprematisti bianchi. Mostra tutti i post
16/11/2022
29/08/2020
USA - Una campagna presidenziale di piombo
A poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali statunitensi che si terranno il 3 Novembre, dall’esito più che mai incerto, siamo di fronte ad uno scenario inedito di scontro politico.
Un supporter di Trump, nonché sostenitore del movimento “pro-polizia “thin blue line”, il 17enne Kyle Rittenhouse, illegalmente in possesso di una arma – un fucile semi-automatico AR15 – uccide due manifestanti e ne ferisce un terzo durante la terza notte di mobilitazioni a Kenosha nel Wisconsin.
In questa città si era recato insieme ad altri seguendo la “chiamata alle armi” diffusa tramite Facebook dalla milizia Kenosha Guard – pagina rimossa solo mercoledì – e ripresa dal sito “cospirazionista” InfoWar.
In questa cittadina di circa 100 mila abitanti, la polizia aveva sparato sabato scorso sette colpi alla schiena di Jacob Blake, un afro-americano disarmato. Blake non costituiva in alcun modo una minaccia, e la polizia ha sparato dopo avere cercato – senza riuscirci – di usare il taser contro di lui.
Blake, che in seguito alla sparatoria è rimasto paralizzato, a seconda di ciò che riferisce il padre, nonostante la sua condizione è stato ammanettato al letto in ospedale.
Quello che a tutti gli effetti è stato un tentato omicidio è stato ripreso in video ed è diventato immediatamente virale, com’era successo a fine maggio con George Floyd, detonatore della proteste del movimento Black Lives Matter, nato sulla spinta di un episodio analogo a Ferguson nel 2014.
The Guardian riporta, giovedì 27 agosto, che la polizia ha reso pubblico il nome di Rusten Sheney, l’agente in servizio da sette anni presso il dipartimento; seguirà una inchiesta del FBI. Il governatore dello Stato, Tony Evers, ha autorizzato il dispiegamento di 500 uomini della National Guard, raddoppiando il numero delle truppe presenti in città, cui si sono giunte anche le truppe federali mandate da Trump, mentre la città era già posta sotto coprifuoco.
Il nome del poliziotto è stato reso pubblico solo dopo l’annuncio della custodia del teen-ager accusato di omicidio di primo grado avvenuto la notte di martedì. La sera successiva le manifestazioni si sono svolte in una calma relativa.
Ciò che appare chiaramente dalle ricostruzioni più accurate è la complicità della polizia, di cui ha goduto questo minorenne che non potrebbe portare quell’arma e che non potrebbe sparare per difendere una proprietà non sua (secondo ciò che dice la legge del Winsconsin), nonostante fosse stato chiaramente indicato come l’artefice delle sparatorie.
Frutto del “clima benevolo”, diciamo così, con cui questi miliziani volontari vengono accolti dalle forze dell’ordine, un comportamento in generale riservato a tutta la galassia dell’Alt-Right nord-americana, diventata con l’elezione di Trump filo-governativa.
Le parole di un agente rivolte alle milizie, poco prima della sparatoria – “vi apprezziamo, vi apprezziamo davvero” – danno la cifra di questa che potremmo definire una connivenza non episodica.
Come sempre però, il pesce puzza dalla testa.
Era stato Trump stesso a fine maggio a “tweettare”: “affronteremo ogni difficoltà ed assumeremo il controllo, ma quando iniziano i saccheggi, cominciano gli spari”, cercando poi come al solito di ritrattare.
Alla National Convention repubblicana, la sera prima degli omicidi, i coniugi McCloskey dalla loro casa a St. Louis avevano inviato un messaggio al raduno del Grand Old Party.
L’unica ragion d’essere chiamati a prendere parte a questo appuntamento politico, per questi esponenti della middle class bianca che vive nei quartieri residenziali – uno dei target su cui punta Trump per le elezioni – è l’aver brandito un fucile ed una pistola contro i manifestanti di Black Lives Matter, colpevoli di passare nella strada antistante la loro abitazione.
Da parte dei Media vicini a Trump – in particolare «Fox News» – e di altri esponenti del Partito Repubblicano traspare la giustificazione della sparatoria e quindi la legittimazione dell’omicidio, al limite della celebrazione.
Stiamo parlando di un bacino di massa. Tucker Carlson, che fa 4 milioni di spettatori nel suo show, legittima questa “giustizia fai da te” e critica i governanti locali. Ann Coulter chiama Rittenhouse mio presidente in un video che fa 150 mila visualizzazioni; per non parlare delle raccolte fondi, i messaggi di solidarietà, ed i meme celebrativi, segno di una forte identificazione di parte dell’America profonda.
Si tratta dell’emersione senza tabù del suprematismo bianco, di quel “fascismo americano” ben analizzato ai tempi dalle pantere Nere, che oggi appare più vivo che mai di fronte ad una crisi epocale che a tratti – come in questo caso – assume l’aspetto della guerra civile e che, mutatis mutandis, ci ricorda la cornice di uno dei più bei romanzi di Steinbeck ambientati negli Usa degli Anni Trenta: La battaglia.
Di fronte al più importante movimento – per partecipazione ed estensione – della storia nord-americana del dopoguerra si sviluppa la mobilitazione reazionaria di massa anche di stampo militare. Non perché i vari corpi militari dedicati al “mantenimento dell’ordine” siano insufficienti, e non solo per creare consenso attorno al loro intervento.
«I dati raccolti dal Center for Analysis of the Radical Right e condivisi dal HuffPost venerdì», riporta il sito d’informazione The Intercept, parlano di «circa 500 appuntamenti di estremisti di destra radunatisi in risposta alle proteste di Black Lives Matter dall’omicidio poliziesco di George Floyd a fine maggio, che hanno portato a 64 casi di semplici assalti, 34 ulteriori effettuati con veicoli, nove casi di colpi sparati ai dimostranti che hanno portato alla morte di tre persone».
Un fenomeno ragguardevole, la punta di un iceberg, che serve a indicare una strada ed identificare un nemico a larghi strati della popolazione, distraendola dalle responsabilità del ceto politico e dai lauti affari delle oligarchie economiche: la stessa matrice ideologica che qui si è sviluppata attraverso “la Bestia” salviniana.
Certamente la pressione esercitata da BLM ha portato ad una azione legale più consistente nei confronti degli abusi polizieschi ed al fatto che i singoli governanti locali non tendono più (almeno di facciata) a “derubricare” la questione della violenza poliziesca nei confronti degli afro-americani e dei latinos.
Si ha però l’impressione che le cose non siano realmente mutate, nonostante le 2.000 iniziative in 50 Stati da fine maggio ad oggi, 531 in contemporanea solo il 6 giugno.
Queste iniziative, poi, sono scemate ad un ritmo molto minore rispetto al biennio 2014-2015 in cui si è sviluppato BLM, come riporta il New York Times.
Anche per questo, probabilmente, nelle maggiori leghe sportive statunitensi – a incominciare dal basket professionistico – si è sviluppato uno sciopero politico inedito, proprio quando nella cittadina del Winsconsin sembravano essersi calmate le acque.
Il centrismo dei Democratici non è riuscito – e non è in grado – di rappresentare questa condizione strutturale degli afro-americani, ed è paradossale che proprio Trump affermi di fatto che le opzioni in campo sono o lui o il socialismo, mentre è stato proprio l’establishment democratico a fare di tutto per sabotare la nomination di Sanders alle primarie per la seconda volta consecutiva e marginalizzare l’ala più progressista del Partito.
Sembra che sia Trump ad imporre il suo regime discorsivo, e che la blanda opposizione democratica non riesca a ribaltarlo. Nonostante l’apparente rozzezza e la natura di mentitore seriale dell’attuale presidente, lo stesso riesce a sfruttare e forse riuscirà a capitalizzare l’odio montante contro di lui e contro la sua amministrazione.
Sono innegabili i successi del movimento – anche nelle realtà lontane dai contesti metropolitani e/o prevalentemente “bianchi” – nel promuovere soprattutto tra larghi strati di giovani una conoscenza della condizione afro-americana e la necessità di reagire collettivamente.
Ma la sua rappresentanza politica e la capacità di impattare la violenza strutturale – non solo poliziesca e carceraria – dell’Amerika nei confronti dei Neri non è ancora all’altezza di un nemico feroce, che rivendica apertamente la sua violenza prevaricatrice.
Pensiamo che la sua proiezione in avanti su questi terreni, oltre l’appuntamento elettorale, sia la principale sfida. Ben oltre la “semplice” defenestrazione di Trump.
Fonte
12/06/2020
Noam Chomsky: Trump ha adottato la strategia del “viva la morte”
Mentre le proteste contro la violenza della polizia razzista colpiscono il Paese, il fascismo arriva alla Casa Bianca con Trump e la pandemia di COVID-19 persiste, il Paese è in un momento cruciale.
Ho parlato di questo momento cruciale della storia con Noam Chomsky, noto come il padre della linguistica moderna, che è uno degli intellettuali più importanti del mondo e autore di oltre 100 libri, tra cui Hegemony o Survival, Failed States, Optimism Over Despair, Speranze e prospettive, Masters of Humankind e Chi sono i padroni del mondo?
Nella seguente intervista, Chomsky fornisce informazioni su come possiamo affrontare meglio il momento attuale e prepararci per un futuro che fa riflettere.
George Yancy: Prima di chiederti del COVID-19, vorrei iniziare domandandoti una tua riflessione sull’orribile omicidio di George Floyd e su cosa pensi delle proteste che sono avvenute negli Stati Uniti e nel mondo. Sono particolarmente interessato alla tua risposta alla retorica di Trump di schierare i militari per reprimere una cosiddetta insurrezione.
Noam Chomsky: “L’omicidio orribile”, è vero. Cerchiamo di essere chiari sugli omicidi dei neri americani in atto proprio ora. La brutalità di alcuni poliziotti razzisti a Minneapolis costituisce una piccola parte del crimine.
È stato ampiamente notato che i tassi di mortalità per la pandemia sono molto più alti tra i neri. Uno studio recente ha scoperto che “gli americani che vivono in contee con popolazioni nere sopra la media hanno una probabilità tre volte maggiore di morire di coronavirus rispetto a quelli nelle contee bianche”.
Questo massacro dei neri è in parte il risultato di come le risorse sono state dedicate alla gestione della crisi, principalmente “in aree che sono risultate più bianche e più ricche“. Ma è radicato più profondamente in una storia orribile di 400 anni di razzismo violento.
Questa piaga ha assunto forme diverse da quando è stato istituito il più vizioso sistema di schiavitù nella storia umana – una base fondamentale per l’industria, la finanza, il commercio e la prosperità generale del Paese – ma al massimo è stata tamponata, non ha mai portato nemmeno lontanamente a una cura.
La schiavitù americana era unica non solo in termini di cattiveria, ma anche in quanto legata al colore della pelle. All’interno di questo sistema, ogni faccia nera era contrassegnata con l’emblema: “La tua natura deve essere schiava“.
Altre etnie sono state trattate duramente. Ebrei e italiani erano così temuti e disprezzati, un secolo fa, che la legge sull’immigrazione razzista del 1924 fu progettata per vietare il loro l’ingresso nel Paese, destinando così molti ebrei ai forni crematori. I razzisti dell’epoca sostenevano che dovevamo proteggerci dagli ebrei e dagli italiani che gestivano i principali sindacati criminali, da creature come Meyer Lansky e Al Capone e Bugsy Siegel. Ma alla fine furono assimilati. Lo stesso è successo con gli irlandesi.
Con i neri, tuttavia, è diverso. Sono considerati permanentemente inassimilabili in una società maledetta dal razzismo e dalla supremazia bianca. Per le vittime, gli effetti sono aggravati dai permanenti divari socioeconomici generati dal razzismo, intensificati dall’assalto neoliberista degli ultimi 40 anni, un grande vantaggio per la ricchezza estrema, un disastro per i più vulnerabili.
Il massacro dei neri americani procede sotto silenzio. Il presidente Trump, la cui malvagità non ha limiti, ha sfruttato il focus sulla pandemia per perseguire gli interessi del suo principale collegio elettorale, grande ricchezza e potere aziendale.
Un metodo è l’eliminazione delle normative che proteggono il pubblico ma non danneggiano i profitti. Nel mezzo di una pandemia che colpisce le vie respiratorie come mai prima, Trump si è mosso per aumentare l’inquinamento atmosferico, il che rende COVID-19 molto più mortale, al punto che decine di migliaia di americani potrebbero morire di conseguenza, riporta la stampa economica.
Come al solito, i decessi non sono distribuiti casualmente: “I più colpiti sono le comunità a basso reddito e le persone di colore“, coloro che sono costretti a vivere nelle aree più pericolose.
È fin troppo facile continuare. I manifestanti lo sanno molto bene. Non hanno bisogno di studi. Per molti è la loro esperienza vissuta. Le proteste non chiedono solo la fine della brutalità della polizia nelle comunità nere, ma una ristrutturazione dalle fondamenta delle istituzioni sociali ed economiche.
E stanno ricevendo un notevole sostegno, come vediamo non solo dalle azioni in tutto il Paese, ma anche dai sondaggi. Un sondaggio di inizio giugno “ha scoperto che il 64% degli adulti americani era ‘solidale con le persone che stanno protestando in questo momento’, mentre il 27% ha dichiarato di non esserlo e il 9% non aveva un’opinione.”
Possiamo paragonare questa reazione a un’altra occasione in cui si sono verificate simili proteste: nel 1992, dopo l’assoluzione degli agenti di polizia di Los Angeles che hanno picchiato Rodney King a morte. Seguì una settimana di rivolte, con oltre 60 morti, infine represse dalla Guardia Nazionale sostenuta dalle truppe federali inviate dal Presidente Bush. Le proteste erano per lo più limitate a Los Angeles, nulla rispetto a quello che stiamo vedendo oggi.
Trump ha una preoccupazione principale, il proprio benessere: come posso usare questa tragedia per migliorare le mie prospettive elettorali istigando le componenti più razziste e violente della mia base elettorale? I suoi istinti naturali richiedono violenza: “i cani più rabbiosi e le armi più minacciose che abbia mai visto“. E vuol mandare i militari a impartire alla “feccia” una lezione che non dimenticheranno mai.
Il piano di Trump di “dominare” la popolazione con la violenza ha suscitato una rabbia diffusa, inclusa un’amara condanna da parte dell’ex capo dello Stato Maggiore congiunto. L’ammiraglio Mike Mullen ha infatti scritto: “In quanto uomo bianco, non posso rivendicare una perfetta comprensione della paura e della rabbia che gli afroamericani provano oggi... Ma come qualcuno che è in giro da un po’, ne so abbastanza – e ne ho visto abbastanza – per capire che quei sentimenti sono reali e che sono dolorosamente fin troppo fondati“.
I cambiamenti negli ultimi due decenni sono forse un segno che ampie parti della popolazione stanno arrivando a riconoscere verità a lungo nascoste sulla nostra società, un raggio di luce nei tempi bui.
Ci viene spesso detto che gli Stati Uniti sono il Paese più potente del mondo. Siamo nutriti con una dieta di “eccezionalità americana”. Eppure, a livello globale, abbiamo il maggior numero di decessi dovuti a COVID-19. Eravamo sistematicamente impreparati. Come spieghi questa incongruenza e quale ruolo gioca Trump in tutto questo?
La mancanza di preparazione ha tre cause fondamentali: la logica capitalista, la dottrina neoliberista e il carattere della leadership politica. Vediamoli brevemente.
Dopo il contenimento dell’epidemia di SARS del 2003, gli scienziati erano ben consapevoli che era probabile una nuova pandemia e che poteva essere causata da un altro coronavirus. Sapevano anche come prendere le misure per prepararsi.
Ma la conoscenza non è abbastanza. Qualcuno deve usarla. Il candidato ovvio sono le compagnie farmaceutiche, che dispongono di tutte le risorse necessarie e di enormi profitti, in gran parte grazie ai brevetti esorbitanti concessi negli accordi etichettati come di “libero scambio”. Ma furono bloccati dalla logica capitalista. Non ci sono profitti nel prepararsi a una possibile catastrofe e, come l’economista Milton Friedman ha declamato all’alba dell’età neoliberista, 40 anni fa, l’unica responsabilità di una società privata è quella di massimizzare il valore per gli azionisti (e la ricchezza della gestione).
Fino al 2017, le principali compagnie farmaceutiche hanno respinto una proposta dell’Unione Europea per accelerare la ricerca sui patogeni, incluso il coronavirus.
L’altro candidato è il governo, che ha anche le risorse necessarie e ha svolto un ruolo significativo nello sviluppo della maggior parte dei vaccini e dei farmaci. Ma quel percorso è bloccato dalla dottrina neoliberista che ha prevalso da quando Reagan ci ha informato che il problema è il governo – ciò significa che le decisioni non devono essere prese dal governo, che è in qualche misura influenzato dai cittadini, ma lasciate alle innumerevoli tirannie private che sono gli agenti primari (e i beneficiari) del trionfo neoliberista. Quindi anche il governo è escluso.
Il terzo fattore sono le singole presidenze. Restando negli Stati Uniti, il presidente George H.W. Bush aveva istituito un Comitato di consiglieri per la scienza e la tecnologia (PCAST) per tenere il presidente al corrente di importanti questioni scientifiche. Uno dei primi atti del presidente Obama, assunto l’incarico nel 2009, è stato commissionare uno studio al PCAST su come affrontare una pandemia. Fu fornito alla Casa Bianca poche settimane dopo. L’amministrazione Obama, orientata alla scienza, ha proceduto alla realizzazione di un’infrastruttura per le pandemie che ha pianificato una risposta precoce alle minacce di malattie infettive.
Ciò è avvenuto fino al 20 gennaio 2017, quando il presidente Trump è entrato in carica e in pochi giorni ha iniziato a smantellare l’intera infrastruttura scientifica del ramo esecutivo, compresi i preparativi per la pandemia, e in effetti è passato a rifiutare in generale il compito della scienza di informare la politica, cancellando le iniziative bipartisan che dalla Seconda guerra mondiale avevano consentito lo sviluppo della moderna economia dell’alta tecnologia.
Oltre a ciò, Trump ha cancellato i programmi in cui gli scienziati lavoravano con i colleghi cinesi per indagare sui coronavirus. Ogni anno, ha tagliato i finanziamenti ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC). Ciò è continuato con la sua proposta di bilancio del febbraio 2020, mentre la pandemia infuriava, chiedendo ulteriori tagli al CDC (aumentando allo stesso tempo i sussidi alle industrie dei combustibili fossili).
Gli scienziati sono stati sistematicamente sostituiti da funzionari del settore che avrebbero assicurato che il profitto privato fosse massimizzato qualunque fosse l’impatto sul pubblico. Le decisioni di Trump concordano con il giudizio del suo esperto preferito, Rush Limbaugh, a cui ha assegnato la Medaglia presidenziale della libertà. Ci insegna che la scienza è uno dei “quattro angoli dell’inganno”, insieme al mondo accademico, ai media e al governo, che “sussistono in virtù dell’inganno“.
La massima guida dell’amministrazione fu articolata in modo più eloquente dal principale generale di Franco nel 1936: “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”
Di conseguenza, gli Stati Uniti erano “sistematicamente impreparati” quando è arrivata la pandemia.
A febbraio, Trump ha detto che COVID-19 sarebbe semplicemente scomparso, che “un giorno, come un miracolo, sparirà”. Si sbagliava profondamente e quindi incolpa la Cina, anche “razzializzando” la malattia. Alcuni affermerebbero che Trump ha del sangue sulle mani a causa della sua pessima gestione di COVID-19. Quali sono le tue idee riguardo a questo?
Decine di migliaia di americani sono morti a seguito dell’impegno dedicato da Trump al suo collegio elettorale primario: quello che possiede la ricchezza estrema e potere aziendale.
La sua malevolenza è persistita dopo che la malattia ha colpito. Alcune settimane dopo la scoperta dei primi sintomi lo scorso dicembre, gli scienziati cinesi hanno identificato il virus, sequenziato il genoma e fornito le informazioni all’OMS e al mondo. I paesi dell’Asia e dell’Oceania hanno reagito immediatamente e la situazione è ampiamente sotto controllo. Altri hanno agito in modo diverso.
Trump è arrivato per ultimo. Per due mesi cruciali, i funzionari dell’intelligence e della salute degli Stati Uniti hanno cercato di catturare l’attenzione della Casa Bianca, invano.
Infine, Trump se ne è accorto – probabilmente quando il mercato azionario si è schiantato. Da allora è stato il caos.
Non sorprende che Trump e i suoi servi si siano spremuti disperatamente per trovare un capro espiatorio da incolpare per i suoi crimini contro gli americani, ignaro di quante altre persone massacrasse. Scartare e poi ritirarsi dall’OMS [Organizzazione mondiale della sanità] è un colpo sadico contro gli africani, gli yemeniti e molte altre persone povere e disperate che erano state protette dalle malattie dilaganti dall’assistenza medica dell’OMS, anche prima che il coronavirus colpisse, e che ora affrontano nuove catastrofi in aggiunta. Possono essere lasciate indietro se questo migliora le sue prospettive elettorali.
L’accusa di Trump contro l’OMS, che è troppo ridicola per essere discussa, è che sia controllata dalla Cina. Tirandosene fuori, aumenta l’influenza cinese. Ma è ingiusto criticarlo dicendo che è un folle. Il risultato sottolinea solo il fatto che non si è mai preoccupato di tutto ciò.
Parlando di responsabilità e sangue sulle proprie mani, una certa interpretazione dei diritti individuali sembra prevalere su una responsabilità sociale collettiva per molti negli Stati Uniti che non osservano le raccomandazioni dell’OMS e del CDC, incluso un palese rifiuto di indossare mascherine. Cosa ne pensi? Trump sta alimentando questa rabbia e mancanza di responsabilità nei confronti della salute e della sicurezza degli altri?
I repubblicani hanno una totale fiducia nel presidente, non importa quanto le sue azioni li danneggino. La sua immagine divina è amplificata da coloro che lo circondano, grazie alla sua campagna di successo per sbarazzarsi di tutti tranne i fedelissimi, come il secondo segretario di Stato Mike Pompeo, che sostiene che Dio potrebbe aver inviato Trump sulla Terra per salvare Israele dall’Iran.
I compagni evangelici di Pompeo, la più grande base di sostenitori di Trump, probabilmente sono d’accordo. E sentono quasi le stesse cose dal Partito repubblicano, che ha praticamente abbandonato qualsiasi briciolo di integrità e adora in modo abietto qualunque cosa faccia Trump. Lo stesso vale per la sua camera di eco dei media. Gli studi hanno dimostrato che la principale fonte di informazione per i repubblicani sono Fox News, Limbaugh e Breitbart.
In effetti, si è sviluppata una diade interessante: Trump emette alcune dichiarazioni casuali, è osannato da Sean Hannity come una scoperta rivoluzionaria e la mattina successiva Trump si rivolge a Fox News per scoprirne le opinioni.
I sondaggi dell’opinione pubblica svelano le conseguenze. Un sondaggio di Pew ad aprile, quando la responsabilità di Trump per il disastro in crescita è andata al di là di un serio dibattito, ha rivelato che l’83 percento dei repubblicani e dei sostenitori repubblicani ha giudicato la risposta di Trump allo scoppio eccellente o buona (rispetto al 18 percento dei democratici e dei sostenitori democratici).
Stanno ascoltando un presidente che ha paragonato il virus all'”influenza regolare” e che a metà aprile ha twittato le istruzioni ai suoi sostenitori per “LIBERARE LA VIRGINIA, e salvare il grande secondo emendamento. È sotto assedio!” Il secondo emendamento non ha la minima rilevanza, ma Trump sa quali pulsanti premere. Stava, chiaramente, sollecitando le sue truppe a prendere le armi, parte dei suoi più generali tentativi di incoraggiare i manifestanti armati a violare gli ordini negli stati con governatori democratici (come la Virginia), in un momento in cui c’erano quasi 50.000 morti registrate.
Uccidiamo più americani, non solo yemeniti e africani, se miglioreranno le mie prospettive elettorali. “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”
Quando escludiamo le operazioni di Astroturf (una tecnica di marketing, NdT) e la fervente lealtà della base elettorale, non è chiaro se sia rimasto qualcosa di un appello ai “diritti individuali” in qualsiasi senso.
Né è chiaro che i manifestanti prevalgono sulla responsabilità sociale. Evidentemente non la vedono così. Sarebbero sconvolti dall’idea che ciò che stanno facendo sia simile alle persone con fucili d’assalto che corrono per le strade sparando a caso, anche se il confronto è appropriato. Non pensano di mettere in pericolo nessuno. Piuttosto, stanno seguendo il loro riverito leader nel protestare contro uno sforzo della “sinistra radicale”, forse “su istruzioni della Cina”, di “distruggere i loro diritti elementari” e persino di portar via le loro armi.
Questi sono tutti ulteriori segnali del fatto che il Paese è in gravi difficoltà, e alla luce del potere degli Stati Uniti, il mondo con esso.
A parte l’incompetenza di Trump, cosa bisogna fare a livello globale per poter prevenire un’altra pandemia e cosa dobbiamo fare per prepararci meglio in futuro?
Non credo che “incompetenza” sia la parola giusta. È abbastanza competente nel perseguire i suoi obiettivi primari: arricchire i ricchi, accrescere il potere e il profitto aziendale, mantenere la sua base ferma mentre li trafigge alla schiena e concentra il potere nelle sue mani, smantellando il ramo esecutivo e intimidendo i congressisti repubblicani che accettano timidamente quasi tutto. Non ho sentito da loro nessuna critica quando Trump ha licenziato lo scienziato responsabile dello sviluppo del vaccino per aver osato mettere in discussione una delle cure ciarlatane che sta promuovendo.
Vi è un silenzio tombale da questi ranghi mentre egli porta avanti una epurazione degli ispettori generali, che impongono alcuni controlli sulla palude che ha creato a Washington, insultando anche uno dei più rispettati senatori repubblicani, l’86enne Chuck Grassley, che ha dedicato la sua lunga carriera alla creazione di questo sistema.
È un risultato impressionante.
Ciò che deve essere fatto a livello globale è seguire i consigli che gli scienziati stanno fornendo. È probabile una nuova pandemia, probabilmente peggiore di questa a causa del riscaldamento globale, che potrebbe diventare arrostimento climatico con altri quattro anni di peste di Trump.
Devono essere fatti dei passi per prepararsi, tipo quelli che erano stati raccomandati nel 2003 e che erano stati perseguiti in piccola parte fino a quando Trump ha iniziato a usare la sua palla da demolizione.
Dovrebbe esserci una cooperazione internazionale nella ricerca di coronavirus e altri potenziali pericoli, sviluppando le conoscenze scientifiche necessarie per un rapido sviluppo di vaccini e farmaci per alleviare i sintomi e implementando piani di emergenza da attuare se una pandemia colpisse ancora.
Per gli Stati Uniti in particolare, ciò significa estromettere dalla società il dogma neoliberale, che ha avuto amare conseguenze nel campo della salute (e molti altri). Il modello di business per gli ospedali, senza sprechi o capacità inutilizzata, è un invito al disastro. Più in generale, il sistema sanitario privatizzato altamente inefficiente è un onere gravoso per la società, con il doppio dei costi di altri paesi sviluppati e alcuni dei risultati più scarsi.
Un recente studio di Lancet stima che il suo costo annuale sia di quasi 500 miliardi di dollari e 68.000 morti in più. È scandaloso che gli Stati Uniti non possano salire al livello di altre società e si affidino invece al sistema di assistenza sanitaria universale più crudele e costoso: i pronto soccorso. Se riesci a trascinarti ad un pronto soccorso, puoi forse ottenere una cura, seguita da una fattura da saldare.
Lo stesso dogma neoliberista impedisce al National Institutes of Health di andare oltre la ricerca e lo sviluppo essenziali per i farmaci ed arrivare ai test e alla distribuzione, aggirando le società private e implementando le disposizioni del diritto degli Stati Uniti, costantemente ignorate, che richiedono che i farmaci prodotti con l’assistenza del governo (praticamente tutti) debbano essere disponibili al pubblico a costi ragionevoli. Gli studi più accurati su questi argomenti che conosco sono di Dean Baker, che stima enormi risparmi senza alcuna perdita di innovazione se vengono introdotte tali misure (vedi il suo libro Rigged, disponibile gratuitamente).
Questo è solo un semplice inizio. Ci sono profondi problemi sociali, culturali e istituzionali che dovrebbero essere affrontati.
Supponendo che le elezioni di novembre siano prossime, credi che Trump utilizzerà lo strumento dei brogli per rimanere al potere? Se ciò dovesse accadere, cosa prevedi in termini politici?
Trump e soci stanno già spingendo energicamente quella truffa, e non per la prima volta. Sanno di essere a capo di un partito di minoranza e devono ricorrere all’inganno e alla frode per mantenere il potere politico. E per loro è in gioco molto. Altri quattro anni consentirebbero loro di garantire che le proprie politiche di estrema destra prevarranno per una generazione, indipendentemente da ciò che la popolazione vuole.
Questo è stato l’obiettivo della strategia McConnell di mettere la magistratura, dall’alto al basso, nelle mani di giovani giuristi di estrema destra che possono bloccare programmi di interesse pubblico. La perdita delle elezioni potrebbe condannare il loro progetto.
Per Trump, personalmente, le prospettive di sconfitta possono essere gravi, anche se psicologicamente è in grado di accettarlo come un normale essere umano. Potrebbe essere vulnerabile a gravi accuse legali in caso di perdita dell’immunità. E con il Partito repubblicano che si è arreso alla sua autorità, in stile nordcoreano, deve affrontare pochi ostacoli. Possiamo lasciare il resto all’immaginazione.
Mi rendo conto che questo sembra distopico, ma chi può dire che Trump, per pura brama di potere, non galvanizzerà una milizia per sostenere il suo desiderio di rimanere al potere? Qualche idea?
Non può essere escluso. Come ampiamente riconosciuto, il Paese sta affrontando una crisi costituzionale a lungo termine. Il Senato è un’istituzione radicalmente non democratica, in misura minore il collegio elettorale. Per ragioni demografiche e strutturali, una piccola minoranza di elettori suprematisti bianchi, cristiani, rurali, tradizionali, spesso bianchi, può mantenere il controllo in misura anche al di là di ciò che i democratici meridionali razzisti esercitavano prima che la “strategia meridionale” di Nixon li portasse nell’ovile repubblicano.
E questo è praticamente immutabile dall’emendamento costituzionale. Non è impossibile che nelle mani di Trump, la crisi imminente potrebbe precipitare molto rapidamente.
Noam, so che preferisci non parlare molto di te, ma a 91 anni come stai affrontando personalmente il nostro surreale momento storico sotto il COVID-19?
In termini strettamente personali, non è una grave difficoltà per me e mia moglie. Per molti altri, è una storia radicalmente diversa. Il momento è davvero surreale. Il futuro sarà modellato dal modo in cui emergeremo dalla crisi. Le forze che ne sono responsabili, responsabili per l’assalto neoliberista alla popolazione – che è stato evidentemente intensificato – non tornano indietro in silenzio.
Stanno lavorando incessantemente per garantire che ciò che emergerà sia una versione più dura e più autoritaria di ciò che avevano creato nel loro stesso interesse. Ci sono forze popolari che cercano di cogliere le attuali opportunità per invertire le catastrofi del recente passato e avanzare in un mondo molto più umano e dignitoso. E, soprattutto, affrontare le crisi molto più gravi che si profilano.
Ci riprenderemo dalla pandemia, ma a un costo terribile. Non ci riprenderemo dal continuo scioglimento delle calotte polari e dalle altre conseguenze dell’arrostimento della terra, che renderà invivibili molte delle aree del pianeta in tempi non troppo lunghi, se continuiamo nel nostro corso attuale. Altri quattro anni di malignità di Trump aumenteranno drasticamente le difficoltà nell’affrontare questa imminente catastrofe – anche se sfuggiamo alla minaccia della guerra nucleare terminale che Trump sta intensificando, smantellando il regime di controllo degli armamenti che offriva protezione e corse per sviluppare nuovi e altri pericolosi mezzi di distruzione che minano la nostra sicurezza.
Fonte
Ho parlato di questo momento cruciale della storia con Noam Chomsky, noto come il padre della linguistica moderna, che è uno degli intellettuali più importanti del mondo e autore di oltre 100 libri, tra cui Hegemony o Survival, Failed States, Optimism Over Despair, Speranze e prospettive, Masters of Humankind e Chi sono i padroni del mondo?
Nella seguente intervista, Chomsky fornisce informazioni su come possiamo affrontare meglio il momento attuale e prepararci per un futuro che fa riflettere.
*****
George Yancy: Prima di chiederti del COVID-19, vorrei iniziare domandandoti una tua riflessione sull’orribile omicidio di George Floyd e su cosa pensi delle proteste che sono avvenute negli Stati Uniti e nel mondo. Sono particolarmente interessato alla tua risposta alla retorica di Trump di schierare i militari per reprimere una cosiddetta insurrezione.
Noam Chomsky: “L’omicidio orribile”, è vero. Cerchiamo di essere chiari sugli omicidi dei neri americani in atto proprio ora. La brutalità di alcuni poliziotti razzisti a Minneapolis costituisce una piccola parte del crimine.
È stato ampiamente notato che i tassi di mortalità per la pandemia sono molto più alti tra i neri. Uno studio recente ha scoperto che “gli americani che vivono in contee con popolazioni nere sopra la media hanno una probabilità tre volte maggiore di morire di coronavirus rispetto a quelli nelle contee bianche”.
Questo massacro dei neri è in parte il risultato di come le risorse sono state dedicate alla gestione della crisi, principalmente “in aree che sono risultate più bianche e più ricche“. Ma è radicato più profondamente in una storia orribile di 400 anni di razzismo violento.
Questa piaga ha assunto forme diverse da quando è stato istituito il più vizioso sistema di schiavitù nella storia umana – una base fondamentale per l’industria, la finanza, il commercio e la prosperità generale del Paese – ma al massimo è stata tamponata, non ha mai portato nemmeno lontanamente a una cura.
La schiavitù americana era unica non solo in termini di cattiveria, ma anche in quanto legata al colore della pelle. All’interno di questo sistema, ogni faccia nera era contrassegnata con l’emblema: “La tua natura deve essere schiava“.
Altre etnie sono state trattate duramente. Ebrei e italiani erano così temuti e disprezzati, un secolo fa, che la legge sull’immigrazione razzista del 1924 fu progettata per vietare il loro l’ingresso nel Paese, destinando così molti ebrei ai forni crematori. I razzisti dell’epoca sostenevano che dovevamo proteggerci dagli ebrei e dagli italiani che gestivano i principali sindacati criminali, da creature come Meyer Lansky e Al Capone e Bugsy Siegel. Ma alla fine furono assimilati. Lo stesso è successo con gli irlandesi.
Con i neri, tuttavia, è diverso. Sono considerati permanentemente inassimilabili in una società maledetta dal razzismo e dalla supremazia bianca. Per le vittime, gli effetti sono aggravati dai permanenti divari socioeconomici generati dal razzismo, intensificati dall’assalto neoliberista degli ultimi 40 anni, un grande vantaggio per la ricchezza estrema, un disastro per i più vulnerabili.
Il massacro dei neri americani procede sotto silenzio. Il presidente Trump, la cui malvagità non ha limiti, ha sfruttato il focus sulla pandemia per perseguire gli interessi del suo principale collegio elettorale, grande ricchezza e potere aziendale.
Un metodo è l’eliminazione delle normative che proteggono il pubblico ma non danneggiano i profitti. Nel mezzo di una pandemia che colpisce le vie respiratorie come mai prima, Trump si è mosso per aumentare l’inquinamento atmosferico, il che rende COVID-19 molto più mortale, al punto che decine di migliaia di americani potrebbero morire di conseguenza, riporta la stampa economica.
Come al solito, i decessi non sono distribuiti casualmente: “I più colpiti sono le comunità a basso reddito e le persone di colore“, coloro che sono costretti a vivere nelle aree più pericolose.
È fin troppo facile continuare. I manifestanti lo sanno molto bene. Non hanno bisogno di studi. Per molti è la loro esperienza vissuta. Le proteste non chiedono solo la fine della brutalità della polizia nelle comunità nere, ma una ristrutturazione dalle fondamenta delle istituzioni sociali ed economiche.
E stanno ricevendo un notevole sostegno, come vediamo non solo dalle azioni in tutto il Paese, ma anche dai sondaggi. Un sondaggio di inizio giugno “ha scoperto che il 64% degli adulti americani era ‘solidale con le persone che stanno protestando in questo momento’, mentre il 27% ha dichiarato di non esserlo e il 9% non aveva un’opinione.”
Possiamo paragonare questa reazione a un’altra occasione in cui si sono verificate simili proteste: nel 1992, dopo l’assoluzione degli agenti di polizia di Los Angeles che hanno picchiato Rodney King a morte. Seguì una settimana di rivolte, con oltre 60 morti, infine represse dalla Guardia Nazionale sostenuta dalle truppe federali inviate dal Presidente Bush. Le proteste erano per lo più limitate a Los Angeles, nulla rispetto a quello che stiamo vedendo oggi.
Trump ha una preoccupazione principale, il proprio benessere: come posso usare questa tragedia per migliorare le mie prospettive elettorali istigando le componenti più razziste e violente della mia base elettorale? I suoi istinti naturali richiedono violenza: “i cani più rabbiosi e le armi più minacciose che abbia mai visto“. E vuol mandare i militari a impartire alla “feccia” una lezione che non dimenticheranno mai.
Il piano di Trump di “dominare” la popolazione con la violenza ha suscitato una rabbia diffusa, inclusa un’amara condanna da parte dell’ex capo dello Stato Maggiore congiunto. L’ammiraglio Mike Mullen ha infatti scritto: “In quanto uomo bianco, non posso rivendicare una perfetta comprensione della paura e della rabbia che gli afroamericani provano oggi... Ma come qualcuno che è in giro da un po’, ne so abbastanza – e ne ho visto abbastanza – per capire che quei sentimenti sono reali e che sono dolorosamente fin troppo fondati“.
I cambiamenti negli ultimi due decenni sono forse un segno che ampie parti della popolazione stanno arrivando a riconoscere verità a lungo nascoste sulla nostra società, un raggio di luce nei tempi bui.
Ci viene spesso detto che gli Stati Uniti sono il Paese più potente del mondo. Siamo nutriti con una dieta di “eccezionalità americana”. Eppure, a livello globale, abbiamo il maggior numero di decessi dovuti a COVID-19. Eravamo sistematicamente impreparati. Come spieghi questa incongruenza e quale ruolo gioca Trump in tutto questo?
La mancanza di preparazione ha tre cause fondamentali: la logica capitalista, la dottrina neoliberista e il carattere della leadership politica. Vediamoli brevemente.
Dopo il contenimento dell’epidemia di SARS del 2003, gli scienziati erano ben consapevoli che era probabile una nuova pandemia e che poteva essere causata da un altro coronavirus. Sapevano anche come prendere le misure per prepararsi.
Ma la conoscenza non è abbastanza. Qualcuno deve usarla. Il candidato ovvio sono le compagnie farmaceutiche, che dispongono di tutte le risorse necessarie e di enormi profitti, in gran parte grazie ai brevetti esorbitanti concessi negli accordi etichettati come di “libero scambio”. Ma furono bloccati dalla logica capitalista. Non ci sono profitti nel prepararsi a una possibile catastrofe e, come l’economista Milton Friedman ha declamato all’alba dell’età neoliberista, 40 anni fa, l’unica responsabilità di una società privata è quella di massimizzare il valore per gli azionisti (e la ricchezza della gestione).
Fino al 2017, le principali compagnie farmaceutiche hanno respinto una proposta dell’Unione Europea per accelerare la ricerca sui patogeni, incluso il coronavirus.
L’altro candidato è il governo, che ha anche le risorse necessarie e ha svolto un ruolo significativo nello sviluppo della maggior parte dei vaccini e dei farmaci. Ma quel percorso è bloccato dalla dottrina neoliberista che ha prevalso da quando Reagan ci ha informato che il problema è il governo – ciò significa che le decisioni non devono essere prese dal governo, che è in qualche misura influenzato dai cittadini, ma lasciate alle innumerevoli tirannie private che sono gli agenti primari (e i beneficiari) del trionfo neoliberista. Quindi anche il governo è escluso.
Il terzo fattore sono le singole presidenze. Restando negli Stati Uniti, il presidente George H.W. Bush aveva istituito un Comitato di consiglieri per la scienza e la tecnologia (PCAST) per tenere il presidente al corrente di importanti questioni scientifiche. Uno dei primi atti del presidente Obama, assunto l’incarico nel 2009, è stato commissionare uno studio al PCAST su come affrontare una pandemia. Fu fornito alla Casa Bianca poche settimane dopo. L’amministrazione Obama, orientata alla scienza, ha proceduto alla realizzazione di un’infrastruttura per le pandemie che ha pianificato una risposta precoce alle minacce di malattie infettive.
Ciò è avvenuto fino al 20 gennaio 2017, quando il presidente Trump è entrato in carica e in pochi giorni ha iniziato a smantellare l’intera infrastruttura scientifica del ramo esecutivo, compresi i preparativi per la pandemia, e in effetti è passato a rifiutare in generale il compito della scienza di informare la politica, cancellando le iniziative bipartisan che dalla Seconda guerra mondiale avevano consentito lo sviluppo della moderna economia dell’alta tecnologia.
Oltre a ciò, Trump ha cancellato i programmi in cui gli scienziati lavoravano con i colleghi cinesi per indagare sui coronavirus. Ogni anno, ha tagliato i finanziamenti ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC). Ciò è continuato con la sua proposta di bilancio del febbraio 2020, mentre la pandemia infuriava, chiedendo ulteriori tagli al CDC (aumentando allo stesso tempo i sussidi alle industrie dei combustibili fossili).
Gli scienziati sono stati sistematicamente sostituiti da funzionari del settore che avrebbero assicurato che il profitto privato fosse massimizzato qualunque fosse l’impatto sul pubblico. Le decisioni di Trump concordano con il giudizio del suo esperto preferito, Rush Limbaugh, a cui ha assegnato la Medaglia presidenziale della libertà. Ci insegna che la scienza è uno dei “quattro angoli dell’inganno”, insieme al mondo accademico, ai media e al governo, che “sussistono in virtù dell’inganno“.
La massima guida dell’amministrazione fu articolata in modo più eloquente dal principale generale di Franco nel 1936: “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”
Di conseguenza, gli Stati Uniti erano “sistematicamente impreparati” quando è arrivata la pandemia.
A febbraio, Trump ha detto che COVID-19 sarebbe semplicemente scomparso, che “un giorno, come un miracolo, sparirà”. Si sbagliava profondamente e quindi incolpa la Cina, anche “razzializzando” la malattia. Alcuni affermerebbero che Trump ha del sangue sulle mani a causa della sua pessima gestione di COVID-19. Quali sono le tue idee riguardo a questo?
Decine di migliaia di americani sono morti a seguito dell’impegno dedicato da Trump al suo collegio elettorale primario: quello che possiede la ricchezza estrema e potere aziendale.
La sua malevolenza è persistita dopo che la malattia ha colpito. Alcune settimane dopo la scoperta dei primi sintomi lo scorso dicembre, gli scienziati cinesi hanno identificato il virus, sequenziato il genoma e fornito le informazioni all’OMS e al mondo. I paesi dell’Asia e dell’Oceania hanno reagito immediatamente e la situazione è ampiamente sotto controllo. Altri hanno agito in modo diverso.
Trump è arrivato per ultimo. Per due mesi cruciali, i funzionari dell’intelligence e della salute degli Stati Uniti hanno cercato di catturare l’attenzione della Casa Bianca, invano.
Infine, Trump se ne è accorto – probabilmente quando il mercato azionario si è schiantato. Da allora è stato il caos.
Non sorprende che Trump e i suoi servi si siano spremuti disperatamente per trovare un capro espiatorio da incolpare per i suoi crimini contro gli americani, ignaro di quante altre persone massacrasse. Scartare e poi ritirarsi dall’OMS [Organizzazione mondiale della sanità] è un colpo sadico contro gli africani, gli yemeniti e molte altre persone povere e disperate che erano state protette dalle malattie dilaganti dall’assistenza medica dell’OMS, anche prima che il coronavirus colpisse, e che ora affrontano nuove catastrofi in aggiunta. Possono essere lasciate indietro se questo migliora le sue prospettive elettorali.
L’accusa di Trump contro l’OMS, che è troppo ridicola per essere discussa, è che sia controllata dalla Cina. Tirandosene fuori, aumenta l’influenza cinese. Ma è ingiusto criticarlo dicendo che è un folle. Il risultato sottolinea solo il fatto che non si è mai preoccupato di tutto ciò.
Parlando di responsabilità e sangue sulle proprie mani, una certa interpretazione dei diritti individuali sembra prevalere su una responsabilità sociale collettiva per molti negli Stati Uniti che non osservano le raccomandazioni dell’OMS e del CDC, incluso un palese rifiuto di indossare mascherine. Cosa ne pensi? Trump sta alimentando questa rabbia e mancanza di responsabilità nei confronti della salute e della sicurezza degli altri?
I repubblicani hanno una totale fiducia nel presidente, non importa quanto le sue azioni li danneggino. La sua immagine divina è amplificata da coloro che lo circondano, grazie alla sua campagna di successo per sbarazzarsi di tutti tranne i fedelissimi, come il secondo segretario di Stato Mike Pompeo, che sostiene che Dio potrebbe aver inviato Trump sulla Terra per salvare Israele dall’Iran.
I compagni evangelici di Pompeo, la più grande base di sostenitori di Trump, probabilmente sono d’accordo. E sentono quasi le stesse cose dal Partito repubblicano, che ha praticamente abbandonato qualsiasi briciolo di integrità e adora in modo abietto qualunque cosa faccia Trump. Lo stesso vale per la sua camera di eco dei media. Gli studi hanno dimostrato che la principale fonte di informazione per i repubblicani sono Fox News, Limbaugh e Breitbart.
In effetti, si è sviluppata una diade interessante: Trump emette alcune dichiarazioni casuali, è osannato da Sean Hannity come una scoperta rivoluzionaria e la mattina successiva Trump si rivolge a Fox News per scoprirne le opinioni.
I sondaggi dell’opinione pubblica svelano le conseguenze. Un sondaggio di Pew ad aprile, quando la responsabilità di Trump per il disastro in crescita è andata al di là di un serio dibattito, ha rivelato che l’83 percento dei repubblicani e dei sostenitori repubblicani ha giudicato la risposta di Trump allo scoppio eccellente o buona (rispetto al 18 percento dei democratici e dei sostenitori democratici).
Stanno ascoltando un presidente che ha paragonato il virus all'”influenza regolare” e che a metà aprile ha twittato le istruzioni ai suoi sostenitori per “LIBERARE LA VIRGINIA, e salvare il grande secondo emendamento. È sotto assedio!” Il secondo emendamento non ha la minima rilevanza, ma Trump sa quali pulsanti premere. Stava, chiaramente, sollecitando le sue truppe a prendere le armi, parte dei suoi più generali tentativi di incoraggiare i manifestanti armati a violare gli ordini negli stati con governatori democratici (come la Virginia), in un momento in cui c’erano quasi 50.000 morti registrate.
Uccidiamo più americani, non solo yemeniti e africani, se miglioreranno le mie prospettive elettorali. “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”
Quando escludiamo le operazioni di Astroturf (una tecnica di marketing, NdT) e la fervente lealtà della base elettorale, non è chiaro se sia rimasto qualcosa di un appello ai “diritti individuali” in qualsiasi senso.
Né è chiaro che i manifestanti prevalgono sulla responsabilità sociale. Evidentemente non la vedono così. Sarebbero sconvolti dall’idea che ciò che stanno facendo sia simile alle persone con fucili d’assalto che corrono per le strade sparando a caso, anche se il confronto è appropriato. Non pensano di mettere in pericolo nessuno. Piuttosto, stanno seguendo il loro riverito leader nel protestare contro uno sforzo della “sinistra radicale”, forse “su istruzioni della Cina”, di “distruggere i loro diritti elementari” e persino di portar via le loro armi.
Questi sono tutti ulteriori segnali del fatto che il Paese è in gravi difficoltà, e alla luce del potere degli Stati Uniti, il mondo con esso.
A parte l’incompetenza di Trump, cosa bisogna fare a livello globale per poter prevenire un’altra pandemia e cosa dobbiamo fare per prepararci meglio in futuro?
Non credo che “incompetenza” sia la parola giusta. È abbastanza competente nel perseguire i suoi obiettivi primari: arricchire i ricchi, accrescere il potere e il profitto aziendale, mantenere la sua base ferma mentre li trafigge alla schiena e concentra il potere nelle sue mani, smantellando il ramo esecutivo e intimidendo i congressisti repubblicani che accettano timidamente quasi tutto. Non ho sentito da loro nessuna critica quando Trump ha licenziato lo scienziato responsabile dello sviluppo del vaccino per aver osato mettere in discussione una delle cure ciarlatane che sta promuovendo.
Vi è un silenzio tombale da questi ranghi mentre egli porta avanti una epurazione degli ispettori generali, che impongono alcuni controlli sulla palude che ha creato a Washington, insultando anche uno dei più rispettati senatori repubblicani, l’86enne Chuck Grassley, che ha dedicato la sua lunga carriera alla creazione di questo sistema.
È un risultato impressionante.
Ciò che deve essere fatto a livello globale è seguire i consigli che gli scienziati stanno fornendo. È probabile una nuova pandemia, probabilmente peggiore di questa a causa del riscaldamento globale, che potrebbe diventare arrostimento climatico con altri quattro anni di peste di Trump.
Devono essere fatti dei passi per prepararsi, tipo quelli che erano stati raccomandati nel 2003 e che erano stati perseguiti in piccola parte fino a quando Trump ha iniziato a usare la sua palla da demolizione.
Dovrebbe esserci una cooperazione internazionale nella ricerca di coronavirus e altri potenziali pericoli, sviluppando le conoscenze scientifiche necessarie per un rapido sviluppo di vaccini e farmaci per alleviare i sintomi e implementando piani di emergenza da attuare se una pandemia colpisse ancora.
Per gli Stati Uniti in particolare, ciò significa estromettere dalla società il dogma neoliberale, che ha avuto amare conseguenze nel campo della salute (e molti altri). Il modello di business per gli ospedali, senza sprechi o capacità inutilizzata, è un invito al disastro. Più in generale, il sistema sanitario privatizzato altamente inefficiente è un onere gravoso per la società, con il doppio dei costi di altri paesi sviluppati e alcuni dei risultati più scarsi.
Un recente studio di Lancet stima che il suo costo annuale sia di quasi 500 miliardi di dollari e 68.000 morti in più. È scandaloso che gli Stati Uniti non possano salire al livello di altre società e si affidino invece al sistema di assistenza sanitaria universale più crudele e costoso: i pronto soccorso. Se riesci a trascinarti ad un pronto soccorso, puoi forse ottenere una cura, seguita da una fattura da saldare.
Lo stesso dogma neoliberista impedisce al National Institutes of Health di andare oltre la ricerca e lo sviluppo essenziali per i farmaci ed arrivare ai test e alla distribuzione, aggirando le società private e implementando le disposizioni del diritto degli Stati Uniti, costantemente ignorate, che richiedono che i farmaci prodotti con l’assistenza del governo (praticamente tutti) debbano essere disponibili al pubblico a costi ragionevoli. Gli studi più accurati su questi argomenti che conosco sono di Dean Baker, che stima enormi risparmi senza alcuna perdita di innovazione se vengono introdotte tali misure (vedi il suo libro Rigged, disponibile gratuitamente).
Questo è solo un semplice inizio. Ci sono profondi problemi sociali, culturali e istituzionali che dovrebbero essere affrontati.
Supponendo che le elezioni di novembre siano prossime, credi che Trump utilizzerà lo strumento dei brogli per rimanere al potere? Se ciò dovesse accadere, cosa prevedi in termini politici?
Trump e soci stanno già spingendo energicamente quella truffa, e non per la prima volta. Sanno di essere a capo di un partito di minoranza e devono ricorrere all’inganno e alla frode per mantenere il potere politico. E per loro è in gioco molto. Altri quattro anni consentirebbero loro di garantire che le proprie politiche di estrema destra prevarranno per una generazione, indipendentemente da ciò che la popolazione vuole.
Questo è stato l’obiettivo della strategia McConnell di mettere la magistratura, dall’alto al basso, nelle mani di giovani giuristi di estrema destra che possono bloccare programmi di interesse pubblico. La perdita delle elezioni potrebbe condannare il loro progetto.
Per Trump, personalmente, le prospettive di sconfitta possono essere gravi, anche se psicologicamente è in grado di accettarlo come un normale essere umano. Potrebbe essere vulnerabile a gravi accuse legali in caso di perdita dell’immunità. E con il Partito repubblicano che si è arreso alla sua autorità, in stile nordcoreano, deve affrontare pochi ostacoli. Possiamo lasciare il resto all’immaginazione.
Mi rendo conto che questo sembra distopico, ma chi può dire che Trump, per pura brama di potere, non galvanizzerà una milizia per sostenere il suo desiderio di rimanere al potere? Qualche idea?
Non può essere escluso. Come ampiamente riconosciuto, il Paese sta affrontando una crisi costituzionale a lungo termine. Il Senato è un’istituzione radicalmente non democratica, in misura minore il collegio elettorale. Per ragioni demografiche e strutturali, una piccola minoranza di elettori suprematisti bianchi, cristiani, rurali, tradizionali, spesso bianchi, può mantenere il controllo in misura anche al di là di ciò che i democratici meridionali razzisti esercitavano prima che la “strategia meridionale” di Nixon li portasse nell’ovile repubblicano.
E questo è praticamente immutabile dall’emendamento costituzionale. Non è impossibile che nelle mani di Trump, la crisi imminente potrebbe precipitare molto rapidamente.
Noam, so che preferisci non parlare molto di te, ma a 91 anni come stai affrontando personalmente il nostro surreale momento storico sotto il COVID-19?
In termini strettamente personali, non è una grave difficoltà per me e mia moglie. Per molti altri, è una storia radicalmente diversa. Il momento è davvero surreale. Il futuro sarà modellato dal modo in cui emergeremo dalla crisi. Le forze che ne sono responsabili, responsabili per l’assalto neoliberista alla popolazione – che è stato evidentemente intensificato – non tornano indietro in silenzio.
Stanno lavorando incessantemente per garantire che ciò che emergerà sia una versione più dura e più autoritaria di ciò che avevano creato nel loro stesso interesse. Ci sono forze popolari che cercano di cogliere le attuali opportunità per invertire le catastrofi del recente passato e avanzare in un mondo molto più umano e dignitoso. E, soprattutto, affrontare le crisi molto più gravi che si profilano.
Ci riprenderemo dalla pandemia, ma a un costo terribile. Non ci riprenderemo dal continuo scioglimento delle calotte polari e dalle altre conseguenze dell’arrostimento della terra, che renderà invivibili molte delle aree del pianeta in tempi non troppo lunghi, se continuiamo nel nostro corso attuale. Altri quattro anni di malignità di Trump aumenteranno drasticamente le difficoltà nell’affrontare questa imminente catastrofe – anche se sfuggiamo alla minaccia della guerra nucleare terminale che Trump sta intensificando, smantellando il regime di controllo degli armamenti che offriva protezione e corse per sviluppare nuovi e altri pericolosi mezzi di distruzione che minano la nostra sicurezza.
Fonte
04/08/2019
Strage nazista ad El Paso. Chi urla “invasione” è complice
22 morti a El Paso, uccisi da un fanatico razzista che voleva colpire così “l’invasione” di latino americani.
Li chiamano suprematisti bianchi, attenuando così nel linguaggio l’orrore di ciò che essi sono davvero. Cioè nazifascisti che esercitano il loro razzismo compiendo stragi. Non solo negli USA, ma recentemente in Australia, e prima in Norvegia. Questi assassini sono l’ISIS bianco e cristiano, e sono prodotti puri del fascismo occidentale, in tutte le sue versioni.
Delle stragi negli USA è politicamente responsabile Donald Trump. Per la sua feroce politica e ideologia antimmigranti, dentro le quali si legittimano e muovono i suprematisti. E anche per il suo criminale rifiuto a mettere sotto controllo la vendita di armi. Grazie alla quale Patrick Crusius è potuto entrare in un super mercato con il suo bel Kalashnikov.
Ma se Trump è responsabile, non è il solo ad esserlo.
Per questo il modo giusto per mostrare solidarietà alle tante vittime innocenti del razzismo è farla finita con chi legittima i loro assassini e con chi, anche se non spara, parla come loro. Chi chiama “invasione” il dramma sociale delle migrazioni è complice ideologico e morale dell’assassino di El Paso, di coloro che lo hanno preceduto e di quelli che rischiano di seguirlo.
Basta razzismo, basta nazifascismo, comunque mascherati.
Fonte
09/04/2019
Il Diavolo veste “The old glory”
21 novembre 1620. Una data importante, ma che forse pochi ricollegano ad un avvenimento storico che ha cambiato il mondo, perfino più determinante della scoperta di Cristoforo Colombo, avvenuta quasi 150 anni prima più o meno nei paraggi. I Padri Pellegrini, i puritani inglesi imbarcatisi in Inghilterra sul Mayflower salpato dal porto di Plymouth, sbarcano e si insediano a Cape Cod, sulle coste del Massachusetts.
Così iniziò la colonizzazione e l’evangelizzazione del Nuovo Mondo ben 400 anni fa.
Quattro lunghi secoli.
Ora gli eredi di quei puritani inglesi, o meglio coloro che rappresentano il frutto dell’albero avvelenato, l’estremizzazione di quella filosofia religiosa, stanno compiendo il viaggio a ritroso.
E tornano a visitare il Vecchio Continente, soprattutto la penisola italiana.
Nostro malgrado, per andare avanti con la riflessione, dobbiamo continuare a tirare in ballo Steve Bannon.
Per chi si fosse messo all’ascolto solo ora... è l’ex chief strategist della Casa Bianca, la cui nomina fu accolta con enorme favore dall’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, ma più tardi defenestrato perché probabilmente il suo esagerato presenzialismo offuscava l’immagine di The Donald.
E’ lui il “grande” architetto che, con l’aiuto delle sue piattaforme digitali in Rete (è stato fra l’altro presidente esecutivo del sito Breitbart News, volto giovanile e radicale della alt-right americana), è stato in grado, durante la tornata elettorale del 2016, di diffondere dati e sondaggi manipolati ad arte, influenzando il voto dei cittadini americani in favore dell’attuale amministrazione. E’ lui l’uomo che viene descritto dai media come il Diavolo, titolo del primo libro a lui dedicato da Joshua Green, corrispondente di Bloomberg News ed analista politico per la CNN, edito nel nostro paese dalla Luiss University Press.
Il paragone con il più celebre degli angeli caduti magari è stato un po’ montato ad arte per questo personaggio amante della filosofia di Julius Evola e delle sue tesi sul “declino della modernità”, ma del resto quella ricerca di una terza via tra il “socialismo reale” dell’Unione Sovietica e il capitalismo degli Stati Uniti è stato pur sempre il nazionalsocialismo tedesco, che al filosofo romano sembrò il sistema più opportuno per risolvere la questione. Insomma, un “impero europeo e pagano” sotto la guida egemonica della Germania di Hitler.
Proprio di terza via, anche se con presupposti differenti, è venuto a parlare Steve Bannon nel nostro paese. Del suo satanico alter ego egli ha comunque ereditato l’arte del travestimento e l’astuzia, soprattutto lessicale, di cui si avvale per inserirsi a tutti i costi fra le pieghe della politica europea...
Ma ricostruiamo i suoi rapporti con l’universo di quella che lui chiama destra “nazional–populista” italiana, intendendo molto più verosimilmente “bianca suprematista”.
Nel settembre dello scorso anno partecipa ad Atreju 2018 ed incontra la “patriota” (così la definì) Giorgia Meloni, la seconda persona con cui formalizzerà un sodalizio politico pubblico; il primo politico di cui si era innamorato, infatti, era Matteo Salvini, il cui slogan “prima gli italiani” riecheggia il suo “America first”. Bannon vide nella Lega “una forza non solo nazionale, ma un autentico worldwide brand che diventerà il primo partito in Europa”, destinato “a dare le carte in Europarlamento”.
Ovviamente qualche tempo prima aveva già incontrato Armando Siri, tutore dell’ortodossia ideologica neo-leghista e attuale Sottosegretario di Stato presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, nonché collaboratore dal 2014 dello stesso leader della Lega, con cui ha siglato un accordo sulla riforma fiscale e sulla Flat Tax.
Il suo interesse però lo dispensa anche al M5S e al suo capo politico Luigi Di Maio; l’ex consigliere di Trump infatti ha avuto un ruolo determinante nel convincere Salvini ad allearsi con il Movimento dopo le elezioni del 4 marzo. Lo spin doctor ritiene infatti che il governo gialloverde (anche se reputa antitetiche le politiche economiche dei 5 Stelle) sia la perfetta sintesi fra nazionalismo e populismo; “una sorta di unione fra destra e sinistra”, il cui modello potrebbe essere “il perno di una grande alleanza a livello europeo con i principali partiti sovranisti che scardinerà il duopolio franco-tedesco che ha governato l’Europa negli ultimi anni e darà finalmente vita all’Europa delle Nazioni”.
Tralasceremo il rapporto, morto prima di nascere, con il gruppuscolo di Roberto Fiore e Giuliano Castellino: Forza Nuova. L'organizzazione fascista, infatti, attraverso l’Associazione stampa “non omologata” Lettera22 (quella con presidente Paolo Corsini, ovviamente, quella indipendente diretta da Guido Battiston), ha fatto sapere in una nota stampa che non parteciperà all’incontro che si svolgerà a Roma, alla Biblioteca Angelica, con “l’alter ego di Soros, un sionista, agente del Patto atlantico spedito in Italia ed in Europa solo per creare Caos”.
Il sodalizio iniziato qualche tempo addietro è bell’e finito.
Ma è scavando attentamente che spesso si trovano le ragioni di molte scelte azzardate, alcune apparentemente bizzarre. E se Bannon ha preso delle decisioni che gli hanno valso anche l’aggettivo “sciatto” (“sloppy Steve”, lo chiamò il neoeletto presidente USA), è perché ha in mente un progetto, un disegno che ha un nome: The Movement, un piano a medio termine per federare i movimenti sovranisti europei in vista del voto di maggio; un disegno molto ambizioso, quindi, che si nutre di quello che lo stesso Bannon ritiene essere un modello vincente in Europa: il matrimonio fra il populismo ed il nazionalismo, quello che in Italia al momento è incarnato dal governo gialloverde della Lega e del M5S.
“Dipende tutto dall’ Italia”, ha dichiarato in un’intervista poche settimane fa, e questo dà la cifra di quello che potrebbe diventare il nostro paese in un prossimo futuro: per fare in modo che ci sia quello scambio di valori, quella “complicità” che tanto auspica Bannon, la nostra penisola dovrà diventare terreno di una “rivoluzione culturale” che lo avvicini sempre di più all’american way of life.
Lo strumento che verrà utilizzato per continuare il processo di “Americanizzazione” del nostro paese lo indagheremo fra pochissimo. Si trova nell’entroterra laziale.
Ma torniamo alla confederazione: l’ex demiurgo di Trump ha lasciato la direzione all’avvocato Mischael Mondrikamen, suo luogotenente a Bruxelles, cuore pulsante di quell’Unione Europea che il Billy Graham del populismo mondiale vorrebbe rovesciare con l’aiuto della sua creatura. La rosa degli attori va da Bolsonaro a Salvini, i più convinti insieme con Giorgia Meloni; ancora in bilico Fidesz di Viktor Orbàn, gli spagnoli di Vox e Rassemblement national di Marine Le Pen, per ora osservatori esterni. Sembrerebbe fuori Alternatve fur Deutschland, con la quale Bannon inizialmente aveva intessuto buoni rapporti e alla quale riconosceva un peso importante.
“Un po’ come l’Internazionale Socialista del secolo scorso, solo con il populismo al posto del socialismo”, dichiara Mondrikamen; dopotutto il Presidente brasiliano guida un paese di 200 milioni di persone, la sua è una potenza enorme e, sono sempre parole sue, “anche la Casa Bianca è dalla nostra”. E qui lascia intendere qualcosa di più: forse la defenestrazione attuata dall’amministrazione Trump nei confronti di Bannon è stata una mezza farsa che nasconde una qualche “pianificazione” in Europa? Potrebbe attenere allo scardinamento dell’asse franco–tedesco; ma siamo nel campo delle ipotesi, per ora.
Secondo l’avvocato Mondrikamen la storia delle fake news e della Russia dietro la perdita di voti dei popolari e dei socialisti è una balla; non ci sono i social e così via dietro l’impasse del centro-sinistra, ma la responsabilità va alle loro politiche fallimentari e alla tracotanza che hanno avuto nei confronti delle persone più deboli, che avrebbero dovuto invece rappresentare.
“Se dipendesse da me, starei molto attento a provocare Mosca (Mondrikamen non è personalmente d’accordo con le sanzioni alla Russia n.d.a.), perché non è escluso possa scoppiare una guerra. E se dovesse succedere, possiamo star certi che il terreno di battaglia sarebbe qui in Europa. Come sempre, del resto”.
Monito palesemente rivolto all’Unione Europea. E che apre a scenari che attengono ad una disamina di altro tipo, e che perciò indagheremo in altra sede.
Il progetto di Bannon è il riordino della politica europea.
Egli pare convinto che la “rivolta di destra” sia iniziata nel Vecchio Continente, dove è stata decisiva per il voto della Gran Bretagna a favore della Brexit, per poi sbarcare negli USA con l’elezione di Trump. “E’ iniziata in Europa, si è diffusa negli Stati Uniti e ora si dirige di nuovo lì da dove è venuta”.
E’ curioso come il viaggio a ritroso di secoli fa si ripresenti... ma c’è bisogno di un aggregante, un elemento che metta insieme il popolo, la gente comune.
Bannon lo scorge fra le pieghe dei suoi rapporti con gli ambienti conservatori del Vaticano, quelli ostili a Papa Bergoglio, soprattutto nelle persone dei cardinali Raymond Leo Burke e Walter Brandmuller, due dei componenti del quartetto di “dissidenti” che, durante il Sinodo sulla famiglia espressero in una lettera al Santo Padre i loro “dubia”.
Burke è stato molto “critico” anche sulla questione della pedofilia nella Chiesa, sottolineando che le radici di queste colpe risiedono “in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione”.
Nel 2016 il Cardinale Burke viene prima trasferito ad altro servizio e poi definitivamente “silurato” dal Papa.
I nomi di entrambi i Cardinali appaiono nel Comitato Internazionale del Dignitatis Humanae Institute (meglio conosciuto come DHI), rispettivamente come Presidente Onorario e consulente del board. Nel 2016 la DHI si aggiudica il bando per la concessione della Certosa di Trisulti, un abbazia nelle campagne di Collepardo, in provincia di Frosinone, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. Edificata nel 1204, monumento nazionale dal 1873, è sotto la cura e la gestione del MIBAC. L’allora ministro Franceschini fu bonariamente indotto a favorire l’Istituto proprio da Bergoglio, a sua volta sollecitato dal Segretario di Stato Vaticano Parolin, contattato per questo dal cardinal Martino.
Eccolo l’aggregante: la Certosa di Trisulti, sede distaccata della DHI, sarà destinata ad ospitare la scuola europea di sovranismo in cui insegnerà anche Steve Bannon. Gli ideali che sono alla base del programma didattico? Sono ben visibili dietro il motto che si può leggere nel sito: “defending the Judaeo-Christian foundation of western civilization through the recognition that man is made in the image and likeness of god”...
Si veicolano gli insegnamenti evangelici in difesa della tradizione giudaico-cristiana occidentale. Escludendo il Papa (comunque un conservatore peronista di destra, che si può facilmente scambiare per un progressista), gli altri attori della vicenda sono tutti molto vicini alle idee suprematiste. E’ su questi temi – noi diremmo su queste contraddizioni – che si sta consumando il conflitto nel Vaticano.
Ma a quali fondi attingerà, per usare le parole di Bannon, questa “scuola per gladiatori della cultura”? Probabilmente ricorrerà al dark money, i cosiddetti “fondi opachi” donati da una serie di gruppi fondamentalisti cristiani statunitensi, fra i quali (secondo un’attenta analisi di openDemocracy.net) anche l’ ACLJ, acronimo di “American Center for Law and Justice”, fondato nel 1990 dal telepredicatore evangelico Pat Robertson (autore di The new global order, “bibbia” di numerosi suprematisti bianchi fra cui anche l’attentatore australiano che ha fatto strage di civili in una moschea neozelandese alcuni giorni fa); o i fratelli Koch (che contribuirono a finanziare il movimento del Tea Party negli USA).
Tutti sponsor legati al controverso Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) svoltosi a Verona lo scorso fine settimana ed ufficialmente patrocinato dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, oltre che dalla stessa provincia di Verona. E il caso ha voluto che il Cardinale Parolin fosse lì anche lui a presenziare all’evento.
Quando si dice le coincidenze!
* The Old Glory è l’altro nome della bandiera Americana, meglio conosciuta come Stars And Stripes.
Fonte
Così iniziò la colonizzazione e l’evangelizzazione del Nuovo Mondo ben 400 anni fa.
Quattro lunghi secoli.
Ora gli eredi di quei puritani inglesi, o meglio coloro che rappresentano il frutto dell’albero avvelenato, l’estremizzazione di quella filosofia religiosa, stanno compiendo il viaggio a ritroso.
E tornano a visitare il Vecchio Continente, soprattutto la penisola italiana.
Nostro malgrado, per andare avanti con la riflessione, dobbiamo continuare a tirare in ballo Steve Bannon.
Per chi si fosse messo all’ascolto solo ora... è l’ex chief strategist della Casa Bianca, la cui nomina fu accolta con enorme favore dall’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, ma più tardi defenestrato perché probabilmente il suo esagerato presenzialismo offuscava l’immagine di The Donald.
E’ lui il “grande” architetto che, con l’aiuto delle sue piattaforme digitali in Rete (è stato fra l’altro presidente esecutivo del sito Breitbart News, volto giovanile e radicale della alt-right americana), è stato in grado, durante la tornata elettorale del 2016, di diffondere dati e sondaggi manipolati ad arte, influenzando il voto dei cittadini americani in favore dell’attuale amministrazione. E’ lui l’uomo che viene descritto dai media come il Diavolo, titolo del primo libro a lui dedicato da Joshua Green, corrispondente di Bloomberg News ed analista politico per la CNN, edito nel nostro paese dalla Luiss University Press.
Il paragone con il più celebre degli angeli caduti magari è stato un po’ montato ad arte per questo personaggio amante della filosofia di Julius Evola e delle sue tesi sul “declino della modernità”, ma del resto quella ricerca di una terza via tra il “socialismo reale” dell’Unione Sovietica e il capitalismo degli Stati Uniti è stato pur sempre il nazionalsocialismo tedesco, che al filosofo romano sembrò il sistema più opportuno per risolvere la questione. Insomma, un “impero europeo e pagano” sotto la guida egemonica della Germania di Hitler.
Proprio di terza via, anche se con presupposti differenti, è venuto a parlare Steve Bannon nel nostro paese. Del suo satanico alter ego egli ha comunque ereditato l’arte del travestimento e l’astuzia, soprattutto lessicale, di cui si avvale per inserirsi a tutti i costi fra le pieghe della politica europea...
Ma ricostruiamo i suoi rapporti con l’universo di quella che lui chiama destra “nazional–populista” italiana, intendendo molto più verosimilmente “bianca suprematista”.
Nel settembre dello scorso anno partecipa ad Atreju 2018 ed incontra la “patriota” (così la definì) Giorgia Meloni, la seconda persona con cui formalizzerà un sodalizio politico pubblico; il primo politico di cui si era innamorato, infatti, era Matteo Salvini, il cui slogan “prima gli italiani” riecheggia il suo “America first”. Bannon vide nella Lega “una forza non solo nazionale, ma un autentico worldwide brand che diventerà il primo partito in Europa”, destinato “a dare le carte in Europarlamento”.
Ovviamente qualche tempo prima aveva già incontrato Armando Siri, tutore dell’ortodossia ideologica neo-leghista e attuale Sottosegretario di Stato presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, nonché collaboratore dal 2014 dello stesso leader della Lega, con cui ha siglato un accordo sulla riforma fiscale e sulla Flat Tax.
Il suo interesse però lo dispensa anche al M5S e al suo capo politico Luigi Di Maio; l’ex consigliere di Trump infatti ha avuto un ruolo determinante nel convincere Salvini ad allearsi con il Movimento dopo le elezioni del 4 marzo. Lo spin doctor ritiene infatti che il governo gialloverde (anche se reputa antitetiche le politiche economiche dei 5 Stelle) sia la perfetta sintesi fra nazionalismo e populismo; “una sorta di unione fra destra e sinistra”, il cui modello potrebbe essere “il perno di una grande alleanza a livello europeo con i principali partiti sovranisti che scardinerà il duopolio franco-tedesco che ha governato l’Europa negli ultimi anni e darà finalmente vita all’Europa delle Nazioni”.
Tralasceremo il rapporto, morto prima di nascere, con il gruppuscolo di Roberto Fiore e Giuliano Castellino: Forza Nuova. L'organizzazione fascista, infatti, attraverso l’Associazione stampa “non omologata” Lettera22 (quella con presidente Paolo Corsini, ovviamente, quella indipendente diretta da Guido Battiston), ha fatto sapere in una nota stampa che non parteciperà all’incontro che si svolgerà a Roma, alla Biblioteca Angelica, con “l’alter ego di Soros, un sionista, agente del Patto atlantico spedito in Italia ed in Europa solo per creare Caos”.
Il sodalizio iniziato qualche tempo addietro è bell’e finito.
Ma è scavando attentamente che spesso si trovano le ragioni di molte scelte azzardate, alcune apparentemente bizzarre. E se Bannon ha preso delle decisioni che gli hanno valso anche l’aggettivo “sciatto” (“sloppy Steve”, lo chiamò il neoeletto presidente USA), è perché ha in mente un progetto, un disegno che ha un nome: The Movement, un piano a medio termine per federare i movimenti sovranisti europei in vista del voto di maggio; un disegno molto ambizioso, quindi, che si nutre di quello che lo stesso Bannon ritiene essere un modello vincente in Europa: il matrimonio fra il populismo ed il nazionalismo, quello che in Italia al momento è incarnato dal governo gialloverde della Lega e del M5S.
“Dipende tutto dall’ Italia”, ha dichiarato in un’intervista poche settimane fa, e questo dà la cifra di quello che potrebbe diventare il nostro paese in un prossimo futuro: per fare in modo che ci sia quello scambio di valori, quella “complicità” che tanto auspica Bannon, la nostra penisola dovrà diventare terreno di una “rivoluzione culturale” che lo avvicini sempre di più all’american way of life.
Lo strumento che verrà utilizzato per continuare il processo di “Americanizzazione” del nostro paese lo indagheremo fra pochissimo. Si trova nell’entroterra laziale.
Ma torniamo alla confederazione: l’ex demiurgo di Trump ha lasciato la direzione all’avvocato Mischael Mondrikamen, suo luogotenente a Bruxelles, cuore pulsante di quell’Unione Europea che il Billy Graham del populismo mondiale vorrebbe rovesciare con l’aiuto della sua creatura. La rosa degli attori va da Bolsonaro a Salvini, i più convinti insieme con Giorgia Meloni; ancora in bilico Fidesz di Viktor Orbàn, gli spagnoli di Vox e Rassemblement national di Marine Le Pen, per ora osservatori esterni. Sembrerebbe fuori Alternatve fur Deutschland, con la quale Bannon inizialmente aveva intessuto buoni rapporti e alla quale riconosceva un peso importante.
“Un po’ come l’Internazionale Socialista del secolo scorso, solo con il populismo al posto del socialismo”, dichiara Mondrikamen; dopotutto il Presidente brasiliano guida un paese di 200 milioni di persone, la sua è una potenza enorme e, sono sempre parole sue, “anche la Casa Bianca è dalla nostra”. E qui lascia intendere qualcosa di più: forse la defenestrazione attuata dall’amministrazione Trump nei confronti di Bannon è stata una mezza farsa che nasconde una qualche “pianificazione” in Europa? Potrebbe attenere allo scardinamento dell’asse franco–tedesco; ma siamo nel campo delle ipotesi, per ora.
Secondo l’avvocato Mondrikamen la storia delle fake news e della Russia dietro la perdita di voti dei popolari e dei socialisti è una balla; non ci sono i social e così via dietro l’impasse del centro-sinistra, ma la responsabilità va alle loro politiche fallimentari e alla tracotanza che hanno avuto nei confronti delle persone più deboli, che avrebbero dovuto invece rappresentare.
“Se dipendesse da me, starei molto attento a provocare Mosca (Mondrikamen non è personalmente d’accordo con le sanzioni alla Russia n.d.a.), perché non è escluso possa scoppiare una guerra. E se dovesse succedere, possiamo star certi che il terreno di battaglia sarebbe qui in Europa. Come sempre, del resto”.
Monito palesemente rivolto all’Unione Europea. E che apre a scenari che attengono ad una disamina di altro tipo, e che perciò indagheremo in altra sede.
Il progetto di Bannon è il riordino della politica europea.
Egli pare convinto che la “rivolta di destra” sia iniziata nel Vecchio Continente, dove è stata decisiva per il voto della Gran Bretagna a favore della Brexit, per poi sbarcare negli USA con l’elezione di Trump. “E’ iniziata in Europa, si è diffusa negli Stati Uniti e ora si dirige di nuovo lì da dove è venuta”.
E’ curioso come il viaggio a ritroso di secoli fa si ripresenti... ma c’è bisogno di un aggregante, un elemento che metta insieme il popolo, la gente comune.
Bannon lo scorge fra le pieghe dei suoi rapporti con gli ambienti conservatori del Vaticano, quelli ostili a Papa Bergoglio, soprattutto nelle persone dei cardinali Raymond Leo Burke e Walter Brandmuller, due dei componenti del quartetto di “dissidenti” che, durante il Sinodo sulla famiglia espressero in una lettera al Santo Padre i loro “dubia”.
Burke è stato molto “critico” anche sulla questione della pedofilia nella Chiesa, sottolineando che le radici di queste colpe risiedono “in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione”.
Nel 2016 il Cardinale Burke viene prima trasferito ad altro servizio e poi definitivamente “silurato” dal Papa.
I nomi di entrambi i Cardinali appaiono nel Comitato Internazionale del Dignitatis Humanae Institute (meglio conosciuto come DHI), rispettivamente come Presidente Onorario e consulente del board. Nel 2016 la DHI si aggiudica il bando per la concessione della Certosa di Trisulti, un abbazia nelle campagne di Collepardo, in provincia di Frosinone, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. Edificata nel 1204, monumento nazionale dal 1873, è sotto la cura e la gestione del MIBAC. L’allora ministro Franceschini fu bonariamente indotto a favorire l’Istituto proprio da Bergoglio, a sua volta sollecitato dal Segretario di Stato Vaticano Parolin, contattato per questo dal cardinal Martino.
Eccolo l’aggregante: la Certosa di Trisulti, sede distaccata della DHI, sarà destinata ad ospitare la scuola europea di sovranismo in cui insegnerà anche Steve Bannon. Gli ideali che sono alla base del programma didattico? Sono ben visibili dietro il motto che si può leggere nel sito: “defending the Judaeo-Christian foundation of western civilization through the recognition that man is made in the image and likeness of god”...
Si veicolano gli insegnamenti evangelici in difesa della tradizione giudaico-cristiana occidentale. Escludendo il Papa (comunque un conservatore peronista di destra, che si può facilmente scambiare per un progressista), gli altri attori della vicenda sono tutti molto vicini alle idee suprematiste. E’ su questi temi – noi diremmo su queste contraddizioni – che si sta consumando il conflitto nel Vaticano.
Ma a quali fondi attingerà, per usare le parole di Bannon, questa “scuola per gladiatori della cultura”? Probabilmente ricorrerà al dark money, i cosiddetti “fondi opachi” donati da una serie di gruppi fondamentalisti cristiani statunitensi, fra i quali (secondo un’attenta analisi di openDemocracy.net) anche l’ ACLJ, acronimo di “American Center for Law and Justice”, fondato nel 1990 dal telepredicatore evangelico Pat Robertson (autore di The new global order, “bibbia” di numerosi suprematisti bianchi fra cui anche l’attentatore australiano che ha fatto strage di civili in una moschea neozelandese alcuni giorni fa); o i fratelli Koch (che contribuirono a finanziare il movimento del Tea Party negli USA).
Tutti sponsor legati al controverso Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) svoltosi a Verona lo scorso fine settimana ed ufficialmente patrocinato dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, oltre che dalla stessa provincia di Verona. E il caso ha voluto che il Cardinale Parolin fosse lì anche lui a presenziare all’evento.
Quando si dice le coincidenze!
* The Old Glory è l’altro nome della bandiera Americana, meglio conosciuta come Stars And Stripes.
Fonte
16/03/2019
La guerra del suprematista Salvini
Siamo in un periodo di pre-guerra. Le notizie e i tentativi di analisi che produciamo ogni giorno, purtroppo, vanno piuttosto univocamente in questa direzione.
Tralasciamo per una volta i dati strutturali – quelli economici, e i tentativi di uscire dalla crisi aumentando la “competizione” globale – e prestiamo attenzione agli atteggiamenti politici e al linguaggio.
I morti ammazzati in luoghi di preghiera o di divertimento, fin qui, hanno sollevato condanne unanimi e parole di cordoglio molto simili. Abbiamo infatti vissuto per 30 anni – dalla caduta del Muro in poi – in un mondo teoricamente omogeneo, sul piano dei “valori professati”, per cui ogni omicidio doveva provocare uguale orrore, contro chiunque fosse stato commesso e chiunque fosse stato l’assassino. Figuriamoci per le stragi...
Sappiamo benissimo che questa vernice ideologica copriva una realtà molto diversa, anzi opposta, che ogni tanto veniva fuori con nazista brutalità (la “democratica” Madeleine Albright, segretario di Stato Usa con Bill Clinton, definì “accettabile” che fossero stati fatti morire mezzo milione di bambini iracheni pur di abbattere Saddam Hussein). Ma almeno la narrazione ufficiale dei governi dell’Occidente – tutti – si sforzava di diffondere il discorso per cui “tutte le morti sono eguali” e tutti gli assassini da condannare.
A Christchurch, nella civilissima e pacificissima Nuova Zelanda, lontana dal resto del mondo e mai toccata da attentati, un commando di quattro “suprematisti bianchi” – un miscuglio molto anglosassone di nazismo, ku klux klan e integralismo cristiano – ha fatto strage in due moschee cittadine, uccidendo ben 49 persone.
L’orrore è stato molto relativo, anche sui media “democratici”, e soprattutto di breve durata. Altre notizie, considerate più “intriganti” (come il mistero sulla morte di una delle “olgettine” berlusconiane, una delle poche peraltro ad aver raccontato molti dettagli agli inquirenti), hanno dopo poche ore preso il sopravvento e il primo posto.
A fare la differenza, ancora una volta, Matteo Salvini.
“L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico. Quello di estrema destra è rappresentato da nostalgici fuori dal mondo e fuori dal tempo che, stando ai servizi di informazione e sicurezza, meritano una condanna morale, come ogni episodio di violenza, ma se c’è estremismo riguardo al quale firmo la metà dei miei atti è quello di matrice islamica“.
Una strage nazista (magari una appena tentata e non riuscita, come quella di Macerata ad opera di un nazileghista “per Salvini”, peraltro ricordato come “esempio” dagli stragisti neozelandesi) meriterebbe insomma una “condanna solo morale”, ma non desta la preoccupazione del ministro dell’interno.
Perché? C’è una sola risposta logica: quei morti sono “degli altri”, gli assassini sono “dei nostri”.
La logica di guerra è tutta dentro questa distinzione.
C’è comunque qualcosa di peggio. Nella guerra propriamente detta, in linea teorica, ci si spara tra combattenti (le morti civili vengono classificate come “effetti collaterali” anche quando sono il risultato di bombardamenti sulle città). Dunque la possibilità di essere uccisi o di uccidere sta nel conto, è “la normalità” della guerra.
Nella realtà di questi tempi, invece, si spara tranquillamente sui civili della “parte avversa”.
Lo fanno i jihadisti nelle città occidentali, lo fanno i nazisti-suprematisti nelle stesse città. Cambia solo il bersaglio, non la logica (“ripulire il mondo da chi non ha la mia fede o il mio colore di pelle”).
Ci si attenderebbe dunque, da un ministro responsabile, un atteggiamento che non lascia spazio all’escalation dei giustizieri-fai-da-te o dei vendicatori autoproclamati.
Salvini fa l’opposto. Si dispiace dei morti, ma la sua preoccupazione è rivolta solo al “nemico”. Di fatto è un via libera, limitato soltanto dalla funzione istituzionale, che lo costringe a rivendicare per sé – ossia per le “forze dell’ordine” che dirige – il ruolo principale in questa guerra. Il “monopolio dell’uso della forza”.
Ma i “volenterosi” che hanno voglia di imbracciare le armi possono star tranquilli. Almeno fin quando non le usano sul serio, il ministro non chiederà alle polizie di indagare su di loro. E anche quando dovessero usarle, in qualche modo si darà da fare per far loro applicare il massimo possibile delle “attenuanti”.
Per le medaglie, bisogna attendere ancora un poco...
Ma attenzione. Non è che il portavoce leghista sia uno “fuori come un poggiolo”, un estremista arrivato lì per caso... Se guardiamo a tutta la politica dell’Occidente – in Ucraina, nei paesi baltici, all’interno delle metropoli stesse – vediamo che ovunque i “nostalgici” del reich o del fascismo sono coccolati, coltivati, foraggiati, stipendiati. E nessun capitalista “investe” solo per simpatia. Vengono “tenuti da conto”, possibilmente al guinzaglio e senza troppa libertà d’azione.
Ma se li tengono cari, che ti chiami Salvini o Minniti, Le Pen o Macron, Merkel o vattelapesca.
Fonte
Tralasciamo per una volta i dati strutturali – quelli economici, e i tentativi di uscire dalla crisi aumentando la “competizione” globale – e prestiamo attenzione agli atteggiamenti politici e al linguaggio.
I morti ammazzati in luoghi di preghiera o di divertimento, fin qui, hanno sollevato condanne unanimi e parole di cordoglio molto simili. Abbiamo infatti vissuto per 30 anni – dalla caduta del Muro in poi – in un mondo teoricamente omogeneo, sul piano dei “valori professati”, per cui ogni omicidio doveva provocare uguale orrore, contro chiunque fosse stato commesso e chiunque fosse stato l’assassino. Figuriamoci per le stragi...
Sappiamo benissimo che questa vernice ideologica copriva una realtà molto diversa, anzi opposta, che ogni tanto veniva fuori con nazista brutalità (la “democratica” Madeleine Albright, segretario di Stato Usa con Bill Clinton, definì “accettabile” che fossero stati fatti morire mezzo milione di bambini iracheni pur di abbattere Saddam Hussein). Ma almeno la narrazione ufficiale dei governi dell’Occidente – tutti – si sforzava di diffondere il discorso per cui “tutte le morti sono eguali” e tutti gli assassini da condannare.
A Christchurch, nella civilissima e pacificissima Nuova Zelanda, lontana dal resto del mondo e mai toccata da attentati, un commando di quattro “suprematisti bianchi” – un miscuglio molto anglosassone di nazismo, ku klux klan e integralismo cristiano – ha fatto strage in due moschee cittadine, uccidendo ben 49 persone.
L’orrore è stato molto relativo, anche sui media “democratici”, e soprattutto di breve durata. Altre notizie, considerate più “intriganti” (come il mistero sulla morte di una delle “olgettine” berlusconiane, una delle poche peraltro ad aver raccontato molti dettagli agli inquirenti), hanno dopo poche ore preso il sopravvento e il primo posto.
A fare la differenza, ancora una volta, Matteo Salvini.
“L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico. Quello di estrema destra è rappresentato da nostalgici fuori dal mondo e fuori dal tempo che, stando ai servizi di informazione e sicurezza, meritano una condanna morale, come ogni episodio di violenza, ma se c’è estremismo riguardo al quale firmo la metà dei miei atti è quello di matrice islamica“.
Una strage nazista (magari una appena tentata e non riuscita, come quella di Macerata ad opera di un nazileghista “per Salvini”, peraltro ricordato come “esempio” dagli stragisti neozelandesi) meriterebbe insomma una “condanna solo morale”, ma non desta la preoccupazione del ministro dell’interno.
Perché? C’è una sola risposta logica: quei morti sono “degli altri”, gli assassini sono “dei nostri”.
La logica di guerra è tutta dentro questa distinzione.
C’è comunque qualcosa di peggio. Nella guerra propriamente detta, in linea teorica, ci si spara tra combattenti (le morti civili vengono classificate come “effetti collaterali” anche quando sono il risultato di bombardamenti sulle città). Dunque la possibilità di essere uccisi o di uccidere sta nel conto, è “la normalità” della guerra.
Nella realtà di questi tempi, invece, si spara tranquillamente sui civili della “parte avversa”.
Lo fanno i jihadisti nelle città occidentali, lo fanno i nazisti-suprematisti nelle stesse città. Cambia solo il bersaglio, non la logica (“ripulire il mondo da chi non ha la mia fede o il mio colore di pelle”).
Ci si attenderebbe dunque, da un ministro responsabile, un atteggiamento che non lascia spazio all’escalation dei giustizieri-fai-da-te o dei vendicatori autoproclamati.
Salvini fa l’opposto. Si dispiace dei morti, ma la sua preoccupazione è rivolta solo al “nemico”. Di fatto è un via libera, limitato soltanto dalla funzione istituzionale, che lo costringe a rivendicare per sé – ossia per le “forze dell’ordine” che dirige – il ruolo principale in questa guerra. Il “monopolio dell’uso della forza”.
Ma i “volenterosi” che hanno voglia di imbracciare le armi possono star tranquilli. Almeno fin quando non le usano sul serio, il ministro non chiederà alle polizie di indagare su di loro. E anche quando dovessero usarle, in qualche modo si darà da fare per far loro applicare il massimo possibile delle “attenuanti”.
Per le medaglie, bisogna attendere ancora un poco...
Ma attenzione. Non è che il portavoce leghista sia uno “fuori come un poggiolo”, un estremista arrivato lì per caso... Se guardiamo a tutta la politica dell’Occidente – in Ucraina, nei paesi baltici, all’interno delle metropoli stesse – vediamo che ovunque i “nostalgici” del reich o del fascismo sono coccolati, coltivati, foraggiati, stipendiati. E nessun capitalista “investe” solo per simpatia. Vengono “tenuti da conto”, possibilmente al guinzaglio e senza troppa libertà d’azione.
Ma se li tengono cari, che ti chiami Salvini o Minniti, Le Pen o Macron, Merkel o vattelapesca.
Fonte
06/11/2018
USA - Elezioni di medio termine: la polarizzazione sociale dietro la propaganda economica
Le elezioni di “metà mandato” negli Usa che si svolgeranno martedì 6 novembre cambieranno la totalità degli eletti nel Congresso ed un terzo di quelli del Senato.
In 36 stati si svolgeranno le elezioni per determinare la carica di governatore, in alcuni di questi i candidati sostenuti da Orange Man sfideranno dei Democratici che portano avanti programmi progressisti di ampia portata, sostenuti dai “socialisti democratici”, o a cui Bernie Sanders ha dato il proprio endorsement.
Per il proprio appoggio l’ex candidato alle primarie del Partito Democratico ha posto come condito sine qua non il sostegno alla proposta dell’assistenza medica gratuita universale, una ipotesi politica che gode di un forte credito a livello popolare, anche oltre i perimetri dell’elettorato democratico (circa l’80% dei nord-americani sarebbero d’accordo), e che è stata al centro del bashing mediatico.
L’impossibilità di accesso alle cure mediche è uno dei drammi maggiormente percepiti dalla società americana odierna.
In alcuni di questi stati – come in Florida, Texas o Georgia – le elezioni dei governatori sono uno test importante, vista la polarizzazione delle posizioni politiche, e forse una anticipazione degli ipotetici futuri scenari per le elezioni presidenziali del 2020.
Oltre a Congresso, Senato e governatore statale, le elezioni riguardano una cospicua serie di cariche “minori”, comunque importanti per gli equilibri politici locali.
Donald Trump ha fortemente “personalizzato” questa tornata elettorale, facendone una specie di referendum sul proprio operato, e costringendosi già durante la fase delle primarie del Partito Repubblicano ad un tour de force per sostenere i profili dei candidati del Grand Old Party a lui più affini, per completare l’Opa sul Partito e creare le condizione per una sua possibile rielezione come presidente.
Una scommessa, quella di Trump, che potrebbe rivelarsi parecchio rischiosa, considerando che più della metà dei nord-americani secondo i sondaggi, non gradisce il suo operato, e che le sue esternazioni hanno dato vita ad una nuova ondata di attivismo che ha investito in particolare la porzione femminile della popolazione (eccezion fatta per la parte bianca non diplomata), le fasce giovanili di afro-americani (specie al Sud) e di ispano-americani, oltre ad alcuni raggruppamenti di “minoranze etniche” che rischiano di fare il proprio ingresso in alcune importanti cariche elettive.
Secondo uno studio di Public Religion Research Institute pubblicato il 29 ottobre, il 57% di donne voterebbe per il Partito Democratico, mentre il 31% per il Partito Repubblicano.
Nelle ultime settimane, la retorica di Trump si è particolarmente concentrata sulla questione immigrazione, nel solco delle politiche securitarie fino a qui propugnate che hanno trovato oppositori determinati con la campagna Abolish ICE, sull’enfasi data alle cifre dell’economia, e in ultimissima istanza ad una possibile risoluzione della “guerra commerciale” con Pechino, questione che vede il suo staff con posizioni differenti e l’alternarsi di prese di dichiarazioni contrastanti.
Chiaramente, per Trump la posta in gioca è quella di poter proseguire con le politiche intraprese finora, di cui però ha beneficiato solo il cosiddetto 1% più ricco della popolazione, nonostante la promesse di estendere le politiche di taglio fiscale alla classe media in caso di esito positivo del voto.
Sul piano economico, le manovre di maggior rilievo sono state il taglio delle tasse alle imprese – di cui ha beneficiato la Corporate America, cioè i grandi gruppi del capitalismo americano che hanno visto il proprio fardello fiscale abbassato dal 35% al 21% – insieme all’incremento delle spese per la Difesa, di cui si è avvantaggiato il complesso militar-industriale e il Pentagono, nel solco di un keynesismo militare mai tramontato; e la guerra commerciale a colpi di dazi, che ha avvantaggiato alcuni settori produttivi, ma ne ha penalizzati altri a causa delle contromosse adottate dalla Cina.
Le minori entrate fiscali e le maggiori spese militari hanno fatto schizzare nell’ultimo anno il deficit federale a 779 miliardi, cioè il 17% in più in un solo lustro, cui si è aggiunta una maggiore spesa per gli interessi sul debito, con il rendimento dei Treasury a dieci anni che è passato dall’1,80 al 3,14%!
È interessante notare che il taglio delle tasse – che ha portato ad un ri-acquisto dei titoli borsistici nord-americani da parte dei gruppi accolti nell’indice delle 500 imprese più grandi di Wall Street – secondo una proiezione di JP Morgan potrebbe portare la cifra dei riacquisti a 800 miliardi di dollari nel 2018, contro i 520 dell’anno precedente; un flusso di valore che ha fatto lievitare i maggiori indici borsistici dal Nasdaq, al S&P 500 al Dow Jones.
Un quarto dei beneficiari della riforma fiscale sono stati cittadini americani con un reddito annuo superiore al milione di dollari, mentre i profitti delle Corporations sono saliti in media del 16,1%, incrementando la concentrazione della ricchezza e il potere dei monopoli.
Un report di Moody’s (non proprio tacciabile di simpatie marxiste), da poco pubblicato, sostiene che il taglio alle tasse “contribuirà all’ampliamento delle disuguaglianza negli USA, esacerbando la concentrazione di reddito e ricchezza”.
Per comprendere il potere dei monopoli negli USA, citiamo un brano di un’intervista a Matt Stoller, ricercatore all’Open Markets Institute, realizzata da “Le Monde” il 1 novembre.
Un ottima inchiesta di “Libèration”, del 1° ottobre, ha messo in luce la natura ingannevole delle cifre sparate da Trump, che danno un quadro della polarizzazione sociale.
Innanzitutto, dal 1980 al 2014 i redditi della metà degli americani più poveri non sono aumentati in alcun modo.
Dal 2009 al 2015, più del 50% del totale degli aumenti reddituali hanno riguardato solo l’1% degli americani più ricchi.
La precarietà sociale, che ha caratterizzato una buona parte della working class americana degli ultimi anni, ha portato alla mancata possibilità di “finanziare” la propria pensione, costringendo a lavorare una parte sempre più rilevante della popolazione ben oltre i 65 anni, la sola fascia di popolazione in cui il tasso d’occupazione è relativamente aumentato, passando dal 15,4% del 2006 al 19,3% dieci anni dopo. E l’unica in cui appare destinato ad aumentare, secondo le previsioni del Bureau of Labor Statistics (BLS), fino al 23% nel 2026.
Altro dato; vi è una parte di “outsider” tenuti ai margini della società nord-americana, non contabilizzati dalle statistiche, una sorta di “fuoricasta” non classificati, composta da circa 23 milioni di adulti tra i 25 e i 54 anni, che molti esperti attribuiscono al fenomeno “epidemico” di consumo di oppiacei che ha travolto la società americana.
Dal 1999 al 2016, su 100.000 decessi, la causa di morte per overdose da oppiacei è passata da 2,9 a 13,3 aumentando di ben più di 6 volte tra i bianchi (da 2,8 a 17,5), quasi triplicando tra gli afro-americani e raddoppiando tra i latino-americani, come riportato da una inchiesta di “Le Monde” del 29 ottobre!
Permane uno strato di sotto-occupazione che incrementa il fenomeno dei “working poor”, soprattutto tra i lavoratori a tempo parziale spesso costretti a svolgere più occupazioni contemporaneamente per sbarcare il lunario; circa il 5% della popolazione attiva, dato che raddoppia per ciò che concerne la popolazione afro-americana e ispano-americana, riproponendo “la linea di colore” come elemento di forte differenziazione all’interno della stratificazione sociale.
Una cifra dà il quadro dell’aumento della disparità della ricchezza sul lungo periodo più di qualsiasi altra: nel 2016, il 10% degli americani più ricchi concentravano su di sé il 47% del redditi nazionali, contro il 34% del 1980.
Sono anche questi dati reali che alimentano un senso d’insicurezza complessivo in quella “classe operaia bianca” che si è tradotto in un voto pro-Trump; una classe che vede quanto il livello di vita si sia deteriorato dal dopo-guerra fino ad oggi, e “i giorni migliori” siano al tramonto, e che gli Stati Uniti “rischino di perdere la loro cultura e la loro identità” (sette su dieci la pensano in questo modo!) sull’onda di un “calo demografico” dell’“America bianca”, che secondo le previsioni nel 2050 sarà solo la metà in rapporto alle altre comunità.
E’ su questa “percepita” perdita di status che il suprematismo bianco propugnato da Orange Man ha fatto breccia, senza per altro intaccare materialmente le condizioni di impoverimento della popolazione, ma anzi aumentando ulteriormente la polarizzazione sociale complessiva e le diseguaglianze tra gruppi sociali, portando solo pochi vantaggi a quella fetta di working class bianca a cui la propria propaganda si rivolge riaffermando i valori WASP anche contro l’irrompere nel dibattito pubblico di temi da tempo banditi nella cultura politica nord-americana.
Saranno i risultati elettorali ad indicare la capacità di tenuta della narrazione di Trump e il livello d’avanzamento di una alternativa politica “non moderata”, che le candidate e i candidati più progressisti, che hanno sfidato l’establishment democratico, stanno incarnando.
Fonte
In 36 stati si svolgeranno le elezioni per determinare la carica di governatore, in alcuni di questi i candidati sostenuti da Orange Man sfideranno dei Democratici che portano avanti programmi progressisti di ampia portata, sostenuti dai “socialisti democratici”, o a cui Bernie Sanders ha dato il proprio endorsement.
Per il proprio appoggio l’ex candidato alle primarie del Partito Democratico ha posto come condito sine qua non il sostegno alla proposta dell’assistenza medica gratuita universale, una ipotesi politica che gode di un forte credito a livello popolare, anche oltre i perimetri dell’elettorato democratico (circa l’80% dei nord-americani sarebbero d’accordo), e che è stata al centro del bashing mediatico.
L’impossibilità di accesso alle cure mediche è uno dei drammi maggiormente percepiti dalla società americana odierna.
In alcuni di questi stati – come in Florida, Texas o Georgia – le elezioni dei governatori sono uno test importante, vista la polarizzazione delle posizioni politiche, e forse una anticipazione degli ipotetici futuri scenari per le elezioni presidenziali del 2020.
Oltre a Congresso, Senato e governatore statale, le elezioni riguardano una cospicua serie di cariche “minori”, comunque importanti per gli equilibri politici locali.
Donald Trump ha fortemente “personalizzato” questa tornata elettorale, facendone una specie di referendum sul proprio operato, e costringendosi già durante la fase delle primarie del Partito Repubblicano ad un tour de force per sostenere i profili dei candidati del Grand Old Party a lui più affini, per completare l’Opa sul Partito e creare le condizione per una sua possibile rielezione come presidente.
Una scommessa, quella di Trump, che potrebbe rivelarsi parecchio rischiosa, considerando che più della metà dei nord-americani secondo i sondaggi, non gradisce il suo operato, e che le sue esternazioni hanno dato vita ad una nuova ondata di attivismo che ha investito in particolare la porzione femminile della popolazione (eccezion fatta per la parte bianca non diplomata), le fasce giovanili di afro-americani (specie al Sud) e di ispano-americani, oltre ad alcuni raggruppamenti di “minoranze etniche” che rischiano di fare il proprio ingresso in alcune importanti cariche elettive.
Secondo uno studio di Public Religion Research Institute pubblicato il 29 ottobre, il 57% di donne voterebbe per il Partito Democratico, mentre il 31% per il Partito Repubblicano.
Nelle ultime settimane, la retorica di Trump si è particolarmente concentrata sulla questione immigrazione, nel solco delle politiche securitarie fino a qui propugnate che hanno trovato oppositori determinati con la campagna Abolish ICE, sull’enfasi data alle cifre dell’economia, e in ultimissima istanza ad una possibile risoluzione della “guerra commerciale” con Pechino, questione che vede il suo staff con posizioni differenti e l’alternarsi di prese di dichiarazioni contrastanti.
Chiaramente, per Trump la posta in gioca è quella di poter proseguire con le politiche intraprese finora, di cui però ha beneficiato solo il cosiddetto 1% più ricco della popolazione, nonostante la promesse di estendere le politiche di taglio fiscale alla classe media in caso di esito positivo del voto.
Sul piano economico, le manovre di maggior rilievo sono state il taglio delle tasse alle imprese – di cui ha beneficiato la Corporate America, cioè i grandi gruppi del capitalismo americano che hanno visto il proprio fardello fiscale abbassato dal 35% al 21% – insieme all’incremento delle spese per la Difesa, di cui si è avvantaggiato il complesso militar-industriale e il Pentagono, nel solco di un keynesismo militare mai tramontato; e la guerra commerciale a colpi di dazi, che ha avvantaggiato alcuni settori produttivi, ma ne ha penalizzati altri a causa delle contromosse adottate dalla Cina.
Le minori entrate fiscali e le maggiori spese militari hanno fatto schizzare nell’ultimo anno il deficit federale a 779 miliardi, cioè il 17% in più in un solo lustro, cui si è aggiunta una maggiore spesa per gli interessi sul debito, con il rendimento dei Treasury a dieci anni che è passato dall’1,80 al 3,14%!
È interessante notare che il taglio delle tasse – che ha portato ad un ri-acquisto dei titoli borsistici nord-americani da parte dei gruppi accolti nell’indice delle 500 imprese più grandi di Wall Street – secondo una proiezione di JP Morgan potrebbe portare la cifra dei riacquisti a 800 miliardi di dollari nel 2018, contro i 520 dell’anno precedente; un flusso di valore che ha fatto lievitare i maggiori indici borsistici dal Nasdaq, al S&P 500 al Dow Jones.
Un quarto dei beneficiari della riforma fiscale sono stati cittadini americani con un reddito annuo superiore al milione di dollari, mentre i profitti delle Corporations sono saliti in media del 16,1%, incrementando la concentrazione della ricchezza e il potere dei monopoli.
Un report di Moody’s (non proprio tacciabile di simpatie marxiste), da poco pubblicato, sostiene che il taglio alle tasse “contribuirà all’ampliamento delle disuguaglianza negli USA, esacerbando la concentrazione di reddito e ricchezza”.
Per comprendere il potere dei monopoli negli USA, citiamo un brano di un’intervista a Matt Stoller, ricercatore all’Open Markets Institute, realizzata da “Le Monde” il 1 novembre.
“I monopoli sono presenti in tutti i settori, dagli occhiali all’alimentazione, passando per il mercato editoriale. Per la fornitura dell’accesso a Internet la maggior parte degli americani non ha che due scelte. Quattro compagnie aeree controllano l'80% dei biglietti aerei. La metà del mercato della birra è controllato da un gruppo di investimento brasiliano. Google e Facebook controllano il 75% della pubblicità della Rete. Potremmo proseguire all’infinito”.Dietro le cifre sul buon andamento dell’economia, in termini di salari e di occupazione, si cela poi una realtà molto diversa.
Un ottima inchiesta di “Libèration”, del 1° ottobre, ha messo in luce la natura ingannevole delle cifre sparate da Trump, che danno un quadro della polarizzazione sociale.
Innanzitutto, dal 1980 al 2014 i redditi della metà degli americani più poveri non sono aumentati in alcun modo.
Dal 2009 al 2015, più del 50% del totale degli aumenti reddituali hanno riguardato solo l’1% degli americani più ricchi.
La precarietà sociale, che ha caratterizzato una buona parte della working class americana degli ultimi anni, ha portato alla mancata possibilità di “finanziare” la propria pensione, costringendo a lavorare una parte sempre più rilevante della popolazione ben oltre i 65 anni, la sola fascia di popolazione in cui il tasso d’occupazione è relativamente aumentato, passando dal 15,4% del 2006 al 19,3% dieci anni dopo. E l’unica in cui appare destinato ad aumentare, secondo le previsioni del Bureau of Labor Statistics (BLS), fino al 23% nel 2026.
Altro dato; vi è una parte di “outsider” tenuti ai margini della società nord-americana, non contabilizzati dalle statistiche, una sorta di “fuoricasta” non classificati, composta da circa 23 milioni di adulti tra i 25 e i 54 anni, che molti esperti attribuiscono al fenomeno “epidemico” di consumo di oppiacei che ha travolto la società americana.
Dal 1999 al 2016, su 100.000 decessi, la causa di morte per overdose da oppiacei è passata da 2,9 a 13,3 aumentando di ben più di 6 volte tra i bianchi (da 2,8 a 17,5), quasi triplicando tra gli afro-americani e raddoppiando tra i latino-americani, come riportato da una inchiesta di “Le Monde” del 29 ottobre!
Permane uno strato di sotto-occupazione che incrementa il fenomeno dei “working poor”, soprattutto tra i lavoratori a tempo parziale spesso costretti a svolgere più occupazioni contemporaneamente per sbarcare il lunario; circa il 5% della popolazione attiva, dato che raddoppia per ciò che concerne la popolazione afro-americana e ispano-americana, riproponendo “la linea di colore” come elemento di forte differenziazione all’interno della stratificazione sociale.
Una cifra dà il quadro dell’aumento della disparità della ricchezza sul lungo periodo più di qualsiasi altra: nel 2016, il 10% degli americani più ricchi concentravano su di sé il 47% del redditi nazionali, contro il 34% del 1980.
Sono anche questi dati reali che alimentano un senso d’insicurezza complessivo in quella “classe operaia bianca” che si è tradotto in un voto pro-Trump; una classe che vede quanto il livello di vita si sia deteriorato dal dopo-guerra fino ad oggi, e “i giorni migliori” siano al tramonto, e che gli Stati Uniti “rischino di perdere la loro cultura e la loro identità” (sette su dieci la pensano in questo modo!) sull’onda di un “calo demografico” dell’“America bianca”, che secondo le previsioni nel 2050 sarà solo la metà in rapporto alle altre comunità.
E’ su questa “percepita” perdita di status che il suprematismo bianco propugnato da Orange Man ha fatto breccia, senza per altro intaccare materialmente le condizioni di impoverimento della popolazione, ma anzi aumentando ulteriormente la polarizzazione sociale complessiva e le diseguaglianze tra gruppi sociali, portando solo pochi vantaggi a quella fetta di working class bianca a cui la propria propaganda si rivolge riaffermando i valori WASP anche contro l’irrompere nel dibattito pubblico di temi da tempo banditi nella cultura politica nord-americana.
Saranno i risultati elettorali ad indicare la capacità di tenuta della narrazione di Trump e il livello d’avanzamento di una alternativa politica “non moderata”, che le candidate e i candidati più progressisti, che hanno sfidato l’establishment democratico, stanno incarnando.
Fonte
17/08/2017
Il leader del gruppo neo-nazista di Charlottesville era un marines statunitense
Dillon Hopper, autoproclamato “comandante” del gruppo Vanguard America con cui marciava l’attaccante James Fields, era un sergente nel corpo dei marines fino all’inizio di quest’anno.
Dillon Hopper è stato di recente pensionato come veterano delle guerre in Afghanistan e Iraq. Membri del suo gruppo suprematista bianco hanno marciato in Virginia lo scorso fine settimana.
Hopper, 29 anni, sta usando il suo ex nome, Dillon Irizarry, quando si presenta in pubblico per l’America Vanguard. Ma ha cambiato ufficialmente il suo nome a Dillon Ulysses Hopper nel novembre 2006, secondo i documenti del tribunale nel suo stato nativo, il New Mexico.
Il servizio attivo di Hopper con i marines è terminato nel gennaio di quest’anno, secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa. Da quando è tornato negli Stati Uniti ha vissuto in California e Ohio. Il suo avatar di Facebook è attualmente un’immagine dei cartoni animati, con Donald Trump che costruisce un muro.
fonte: The Guardian
Fonte
Dillon Hopper è stato di recente pensionato come veterano delle guerre in Afghanistan e Iraq. Membri del suo gruppo suprematista bianco hanno marciato in Virginia lo scorso fine settimana.
Hopper, 29 anni, sta usando il suo ex nome, Dillon Irizarry, quando si presenta in pubblico per l’America Vanguard. Ma ha cambiato ufficialmente il suo nome a Dillon Ulysses Hopper nel novembre 2006, secondo i documenti del tribunale nel suo stato nativo, il New Mexico.
Il servizio attivo di Hopper con i marines è terminato nel gennaio di quest’anno, secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa. Da quando è tornato negli Stati Uniti ha vissuto in California e Ohio. Il suo avatar di Facebook è attualmente un’immagine dei cartoni animati, con Donald Trump che costruisce un muro.
fonte: The Guardian
Fonte
14/08/2017
Charlottesville, USA. I nazisti provocano morti e feriti
E’ salito a 3 morti e 35 feriti il bilancio della giornata di iniziative ed odio razziale che ha coinvolto Charlottesville, piccolo centro urbano della Virginia a 300 chilometri da Washington. Un auto guidata dal giovane ventenne originario di Maumee in Ohio, James Alex Fields successivamente arrestato con l’accusa di omicidio volontario, è piombata in velocità contro un corteo antirazzista che contestava la manifestazione convocata da diverse associazioni di razzisti e “suprematisti” bianchi fra cui il Ku Klus Khan. L’automobile ha investito i manifestanti antirazzisti uccidendo una donna di 35 anni e investendo diverse persone. Quattordici persone sono rimaste ferite negli scontri e altri 19 sono stati feriti dalla macchina che ha investito la manifestazione antirazzista.
Alla morte della donna si è poi aggiunta quella di due agenti di polizia precipitati con un elicottero in servizio di pattugliamento aereo della cittadina dove si sono verificati numerosi scontri fra manifestanti e le forze dell’ordine. L’Fbi ha avviato un’inchiesta per “attentato ai diritti civili”.
C’è molta rabbia su come la polizia ha gestito la situazione, una rabbia che si è intensificata dopo la morte della donna investita da un’auto. Gli esperti sentiti dal Washington Post hanno affermato che la polizia è apparsa numericamente numerosa, ma mal preparata e inesperta.
“La cosa peggiore è che la gente è stata ferita, e la polizia si è fermata e non ha gestito la situazione”, ha affermato David Copper.
Cornel West, professore e scrittore di Princeton, ha dichiarato: “la polizia non ha fatto nulla in termini di protezione del popolo della comunità”, ed ha aggiunto che “se non fosse stato per gli anti-fascisti che ci proteggono dai neofascisti, saremmo stati schiacciati come scarafaggi”.
Il governatore della Virginia Terry McAuliffe ha proclamato lo stato d’emergenza a Charlottesville, allertando la guardia nazionale per la possibile richiesta di intervento in città. Ed ha puntato il dito con parole dure verso la manifestazione dei razzisti bianchi alla base degli scontri. “Andatevene: nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia. Vergognatevi. Non c’è posto per voi”, ha dichiarato il governatore McAuliffe. Il Sindaco della cittadina Michael Signer, nel dichiarare il lutto cittadino per le vittime, ha fatto appello a tutti i manifestanti a “tornare a casa”.
Molti dei manifestanti nazisti, scesi in piazza con il pretesto di impedire la rimozione di una statua al generale Lee (il comandante delle forze armate sudiste durante la guerra civile americana), hanno dichiarato di aver votato Trump e di voler dare concretezza alle aspettative maturate con l’elezione del nuovo presidente in materia di immigrazioni e relazioni con le minoranze.
Fonte
Alla morte della donna si è poi aggiunta quella di due agenti di polizia precipitati con un elicottero in servizio di pattugliamento aereo della cittadina dove si sono verificati numerosi scontri fra manifestanti e le forze dell’ordine. L’Fbi ha avviato un’inchiesta per “attentato ai diritti civili”.
C’è molta rabbia su come la polizia ha gestito la situazione, una rabbia che si è intensificata dopo la morte della donna investita da un’auto. Gli esperti sentiti dal Washington Post hanno affermato che la polizia è apparsa numericamente numerosa, ma mal preparata e inesperta.
“La cosa peggiore è che la gente è stata ferita, e la polizia si è fermata e non ha gestito la situazione”, ha affermato David Copper.
Cornel West, professore e scrittore di Princeton, ha dichiarato: “la polizia non ha fatto nulla in termini di protezione del popolo della comunità”, ed ha aggiunto che “se non fosse stato per gli anti-fascisti che ci proteggono dai neofascisti, saremmo stati schiacciati come scarafaggi”.
Il governatore della Virginia Terry McAuliffe ha proclamato lo stato d’emergenza a Charlottesville, allertando la guardia nazionale per la possibile richiesta di intervento in città. Ed ha puntato il dito con parole dure verso la manifestazione dei razzisti bianchi alla base degli scontri. “Andatevene: nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia. Vergognatevi. Non c’è posto per voi”, ha dichiarato il governatore McAuliffe. Il Sindaco della cittadina Michael Signer, nel dichiarare il lutto cittadino per le vittime, ha fatto appello a tutti i manifestanti a “tornare a casa”.
Molti dei manifestanti nazisti, scesi in piazza con il pretesto di impedire la rimozione di una statua al generale Lee (il comandante delle forze armate sudiste durante la guerra civile americana), hanno dichiarato di aver votato Trump e di voler dare concretezza alle aspettative maturate con l’elezione del nuovo presidente in materia di immigrazioni e relazioni con le minoranze.
Fonte
30/01/2017
Canada, strage in moschea a Quebec City. Razzisti in azione?
Anche il tranquillo Canada conosce ora gli attentati. Ma al contrario. Due persone hanno aperto il fuoco nella moschea di Sainte-Foy, a Quebec City, in Canada, intorno alle 8 di sera (le due di notte in Italia). In quel momento c'erano decine di fedeli – tutti uomini, secondo l'usanza che vuole i due sessi divisi – riuniti per la preghiera della sera.
Il primo bilancio parla di 6 morti e otto feriti, ricoverati in diversi ospedali della città.
Nell'attacco sono state impiegate armi da fuoco, tra cui almeno un Ak47, meglio conosciuto come Kalashnikov. Due giovani di 27 anni sono stati fermati dalla polizia, che non ha ancora comunicato i loro nomi, né la nazionalità o la religione. L'unico indizio è arrivato dal premier canadese, Justin Trudeau, che in un tweet ha definito l’assalto un «attacco terroristico contro i musulmani».
L'unico precedente episodio di intolleranza razzista riguardante la moschea è avvenuto la scorsa estate, quando ignoti hanno lasciato una testa di maiale fuori dalla porta di ingresso.
Al momento, dunque, l'unica pista credibile è quella del razzismo a sfondo religioso. Non è un ossimoro, visto che anche in Canada – come nei vicini Stati Uniti, su scala ovviamente più grande – esistono gruppi “integralisti cristiani”, in genere sette protestanti, che raggruppano suprematisti bianchi.
Nei giorni scorsi, in aperto contrasto con la linea Trump, lo stesso Trudeau aveva invitato i migranti respinti dagli Stati Uniti a dirigersi verso il Canada. L'attentato potrebbe dunque essere il tentativo violentissimo di bloccare questa politica.
Fonte
Il primo bilancio parla di 6 morti e otto feriti, ricoverati in diversi ospedali della città.
Nell'attacco sono state impiegate armi da fuoco, tra cui almeno un Ak47, meglio conosciuto come Kalashnikov. Due giovani di 27 anni sono stati fermati dalla polizia, che non ha ancora comunicato i loro nomi, né la nazionalità o la religione. L'unico indizio è arrivato dal premier canadese, Justin Trudeau, che in un tweet ha definito l’assalto un «attacco terroristico contro i musulmani».
L'unico precedente episodio di intolleranza razzista riguardante la moschea è avvenuto la scorsa estate, quando ignoti hanno lasciato una testa di maiale fuori dalla porta di ingresso.
Al momento, dunque, l'unica pista credibile è quella del razzismo a sfondo religioso. Non è un ossimoro, visto che anche in Canada – come nei vicini Stati Uniti, su scala ovviamente più grande – esistono gruppi “integralisti cristiani”, in genere sette protestanti, che raggruppano suprematisti bianchi.
Nei giorni scorsi, in aperto contrasto con la linea Trump, lo stesso Trudeau aveva invitato i migranti respinti dagli Stati Uniti a dirigersi verso il Canada. L'attentato potrebbe dunque essere il tentativo violentissimo di bloccare questa politica.
Fonte
30/11/2016
Vita dura per i nazisti del Texas
Un gruppo comunista chiamato “Guardie Rosse Austin” ha suscitato grande scalpore, nello stato americano del Texas dopo la posizione contro una manifestazione del movimento razzista "White Lives Matter", portando bandiere comuniste e fucili, con il volto coperto e mostrando cartelli con scritto lo slogan "Fai impaurire di nuovo il razzista" ("Make racist afraid again"), per parafrasare lo slogan della campagna di Donald Trump,"Make America great Again"(Rendere di nuovo grande l’America).
Si tratta di un collettivo che ha deciso di affrontare le ondate di razzismo che si sono verificati negli Stati Uniti dopo la vittoria di Donald Trump nelle ultime elezioni, convinto che sia necessario sottolineare e combattere il fascismo.
Il confronto per le strade, che non ha ancora raggiunto episodi di violenza, si è anche spostato ai social network, con commenti arrabbiati e minacce.
Al momento non si registrano incidenti, però la presenza armata nelle strade è un segno dell’escalation di tensioni sociali che si vive dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti.
Il comunicato delle Red Guards di Austin
*****
Come i fascisti stanno cercando di organizzarsi e creare una presenza fissa qui, ad Austin, i comunisti e le persone con una mente rivoluzionaria hanno aumentato gli sforzi in un’ottica antifascista. Oltre ad appellarsi all’organizzazione e all’unità antifascista tra organizzazioni già esistenti, sono riusciti a formare una coalizione di antifascisti, indispensabile e necessaria in questo particolare momento storico. Questa coalizione è servita come nesso tra antifascisti di tutte le tradizioni ideologiche (anche se la stragrande maggioranza di loro sono comunisti rivoluzionari) per unirsi in uno sforzo per evitare che il fascismo ottenga un qualunque tipo di supporto e perché eviti di riuscire ad organizzarsi. La coalizione è stato formata come una risposta diretta a una protesta pianificata da "White Lives Matter", un fronte neonazista che aveva annunciato l'intenzione di protestare nella capitale dello stato del Texas, il 19 novembre 2016. Gli antifascisti hanno immediatamente risposto, riunendo le masse di Austin in una contro-protesta unitaria contro questa dimostrazione pubblica di supremazia bianca. Questo terreno si è rivelato fruttuoso, dal momento che coloro i quali hanno cercato di soffocare i fascisti, superando la loro inferiorità numerica con centinaia di persone, hanno effettivamente circondato da tutti i lati la manifestazione neo nazista, impedendogli di essere visti, di poter parlare e annegando i loro pietosi tentativi nel raccogliere visibilità.
Questa contro protesta era legittimamente più militante e arrabbiata di quelle viste nelle ultime settimane dopo la vittoria elettorale di Trump. Dal momento che questa contro-protesta è stata organizzata dai rivoluzionari e non dai liberali, i quali, a quanto pare hanno perso forza dopo una settimana di protesta, potrebbe raggiungere anche quei settori della comunità che non sono organizzate e non sono così liberali. Organizzazioni come “Servir el Pueblo – Austin” (Servire il popolo), il Fronte Rivoluzionario Studentesco, l’Alleanza Rivoluzionaria delle persone Trans contro il Capitalismo (RATPAC), il comitato di Solidarietà con la Palestina e membri del collettivo socialista di Austin sono stati tra i contro-manifestanti più attivi e militanti.
Fin dall’inizio, gli antifascisti superavano in numero i fascisti. Chiunque si avvicinasse alla strada non poteva né vedere né sentire i suprematisti bianchi, bloccati sul marciapiede e circondati da tutti i lati dai manifestanti. Questa tattica è stata pianificata per evitare che la polizia tenesse i fascisti su un lato e i manifestanti dall’altro lato della strada dividendoli. Come la situazione si è fatta più tesa la polizia ha iniziato a mettere agenti in assetto antisommossa su e giù per l’undicesima strada, preparandosi a quello che sembrava l’inizio di un disastro totale. I manifestanti antifascisti cercavano di attirare i suprematisti fuori dalle barriere protettive della polizia. I nazisti sembravano visibilmente scossi, ed, a questo punto, i maiali a cavallo sono stati chiamati per cercare di allargare lo spazio intorno ai nazisti. Ad un certo punto, la polizia ha usato i cavalli per spingere le persone, in modo da creare spazio attorno ai nazisti e cercando di spingere i manifestanti verso un cordone poliziesco e nel farlo hanno calpestato con i cavalli alcuni manifestanti.
I fascisti se ne sono andati prima del previsto, chiedendo agli sbirri di accompagnarli e proteggerli dalle masse che intanto intonavano lo slogan “Fuck a nazi up!” Come i suprematisti si sono presentati uno ad uno con la loro scorta di maiali, i contro manifestanti si sono ammassati lungo il cordone cercando di passare la linea di sbirri in tenuta antisommossa, i quali hanno cercato di creare una barriera tra le masse arrabbiate e gli spaventati fascisti. Gli antifascisti hanno seguito per diversi isolati i fascisti e la loro scorta, rompendo i cordoni e riuscendo ad acciuffare un paio di nazisti, i quali, si sono dovuti rifugiare nel sotterraneo del campidoglio, riempito e difeso immediatamente da dipartimento di polizia di Austin che ha riempito e circondando l’edificio di porci in divisa e a cavallo per evitare il contatto e l’intonazione di altri slogan.
E nostro dovere di comunisti, e in particolare come maoisti, portare avanti la lotta contro i fascisti dopo che così tanti nostri predecessori sono morti combattendo. Noi non crediamo nella libertà di espressione dell’odio, e ci saremo sempre ad affrontare e chiudere la bocca a questi scarafaggi quando cercheranno di fare una qualche comparsa. Come maoisti, crediamo fermamente che i suprematisti bianchi debbano essere affrontati e sopraffatti da una forza più grande. Ecco perché abbiamo organizzato un’unità armata partigiana sotto il nostro comando. I militanti sono fermamente dalla parte del popolo nella sua sua lotta contro il fascismo ed esistono per garantirne la sopravvivenza. Non vogliamo più un’altra strage di Greensboro, dove il Ku Klux Klan ha ucciso dei comunisti per aver urlato “morte al Klan!” e il nostro sangue non sarà l’unico sangue che scorrerà se cercheranno di pugnalarci come fatto dal Traditional Workers Party (Twp, un partito di estrema destra, ndt) agli antifascisti in California. Combatteremo e risponderemo ogni singola volta!
(Per un’analisi teorica più profonda sul movimento fascista in aumento a Austin, Stati Uniti e nel mondo, si prega di leggere e condividere il nostro recente documento "Non cadrà a men che tu non lo colpisca: un’analisi sul crescente trend fascista negli USA”https://redguardsaustin.wordpress.com/2016/11/09/it-will-not-fall-unless-you-hit-it/)
https://redguardsaustin.wordpress.com/
https://redguardsaustin.wordpress.com/2016/11/21/a-red-guards-reflection-on-the-recent-white-lives-matter-protest/
http://redguardsla.org/
https://redguardsphiladelphia.wordpress.com/
*****
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
