Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/11/2020

Convivere con il virus? Cina, Vietnam e Nuova Zelanda hanno deciso di non farlo

La convivenza con il virus è stata venduta come l’unica strategia possibile per riprendere la vita di prima, a costo di qualche noiosa precauzione. Sembrava una formula magica capace di tutelare contemporaneamente il diritto alla socialità, lo sblocco delle attività produttive e la salute dei cittadini. Una logica in apparenza votata al realismo.

Nella pratica, però, per citare il premier Conte, abbiamo corso “un rischio calcolato”. “Convivere con il virus significa anche convivere con un certo livello, accettabile, di rischio”, concordava l’epidemiologo Lopalco, della task force pugliese, nello stesso periodo, a metà maggio. Ma quanto era calcolato il rischio? Quanto azzardata la scommessa? “Queste sono parole che dovrebbero fare paura”, si allarmava in quei giorni Enrico Bucci, biologo alla Temple University di Philadelphia. “Le possibilità sono due: o abbiamo calcoli di rischio epidemiologico sballati, oppure il calcolo che si sta facendo e i rischi che si stanno prendendo in considerazione sono altri – e precisamente il rischio economico di fronte al rischio di perdere altre vite. Questo calcolo non è scientifico, ma politico”. Varie ricerche scientifiche consigliavano, infatti, più prudenza.

All’inizio di luglio, 239 scienziati hanno firmato una lettera inviata all’Organizzazione Mondiale della Sanità, invitando a non sottovalutare l’eventualità di un contagio tramite particelle più piccole dei droplets, aerosolizzate, in ambienti chiusi, affollati e con ventilazione inadeguata. I sospetti derivavano da alcuni focolai spiegabili solo attraverso l’ipotesi di una fluttuazione di microgoccioline a diversi metri di distanza. È il caso di un pranzo in un ristorante di Guangzhou, il 24 gennaio, quando un soggetto positivo contagiò clienti seduti anche a tavoli distanti, a causa del sistema di ventilazione inadeguato del locale, o del cluster esploso a febbraio durante una lezione di zumba in Corea del Sud, o più recentemente dei 69 casi di Covid-19 collegati a un corso di spinning in un centro fitness canadese, nonostante la capienza limitata al 50% e il rispetto delle regole di distanziamento. Ilan Schwartz, infettivologo all’Università dell’Alberta, non ha escluso che le goccioline emesse durante l’intenso sforzo fisico siano state aerosolizzate e disseminate per la stanza dal movimento delle ruote delle biciclette. Secondo gli autori di uno studio pubblicato su Science, le prove di una trasmissione aviotrasportata del virus sono ormai schiaccianti, tanto che il 5 ottobre il Cdc americano si è sbilanciato a favore di questa teoria, sopravanzando la stessa Oms. In assenza di una ventilazione esterna, come una finestra aperta, né il distanziamento né le mascherine chirurgiche sembrerebbero riparare dal contagio in un luogo chiuso nel caso in cui l’esposizione si aggirasse intorno alle due ore.

Per mesi abbiamo dunque assistito a una surreale trattativa fra governo, lobby e scienza, che di scientifico purtroppo aveva ben poco, basti pensare alle enormi incongruenze che ha fatto emergere. La misurazione della distanza fra tavoli nei ristoranti, prima individuata in due metri, poi in uno su richiesta delle regioni; la capienza dei mezzi pubblici, prima ridotta al 60%, poi riaumentata all’80%; il divieto governativo di riapertura delle discoteche, smentito di fatto dalla concessione di deroghe alle regioni per autorizzarne la ripresa; la frettolosa e indiscriminata riapertura dei confini per salvare la stagione turistica, anche verso Paesi, come il Regno Unito, che registravano ancora più di 3mila casi al giorno. La preoccupazione di venire incontro ai settori più danneggiati dalla prima ondata era giusta e legittima, ma nei fatti si è tradotta in un illusorio e fragile compromesso tra l’economia e i criteri della scienza. Quando magari invece di affidarsi come sempre al liberismo, e quindi alla riapertura più o meno indiscriminata dei mercati, misure di sostegno strutturali avrebbero portato nel lungo periodo più benefici e soprattutto li avrebbero portati in maniera più equa.

Vanno tuttavia riconosciute delle attenuanti al governo italiano: da un lato, come dicevamo, ha subìto la pressione asfissiante delle lobby industriali, come Confindustria e di consorterie economiche di ogni ordine e grado; dall’altro, è stato incalzato da un’opposizione che, pur di recitare il ruolo del bastian contrario, si è irresponsabilmente arroccata su posizioni antiscientifiche: invocazioni contro il distanziamento, minimizzazione degli avvertimenti di una seconda ondata, inviti a non scaricare l’app Immuni, convegni negazionisti. Tutto ciò ha prodotto la falsa rappresentazione di un conflitto inconciliabile tra salvaguardia della salute, deprezzata a “terrorismo mediatico” e garanzie economiche, delle quali Salvini e Meloni sarebbero stati, neanche a dirlo, gli unici difensori.

Consola poco che il nostro Paese sia stato celebrato nei mesi scorsi come un inatteso modello di efficienza nel contenimento dell’epidemia, in confronto a Stati in genere reputati organizzativamente superiori, ma puniti da più rapide accelerazioni del virus in questa seconda ondata. D’altronde, per fare un esempio eclatante, la Francia ha introdotto norme ancora più incoerenti delle nostre, obbligando i cittadini a indossare la mascherina all’aperto ma solo consigliandola nei luoghi pubblici al chiuso, come i cinema. Le massime autorità sanitarie olandesi, invece, si sono ostinatamente rifiutate di riconoscere l’utilità delle mascherine e ancora oggi non ritengono contagiosi i positivi asintomatici, ai quali è giusto raccomandato un autoisolamento di tre giorni dopo il tampone.

Forse, però, il punto nodale della questione non è nemmeno domandarsi se il governo poteva fare di più – e senz’altro poteva – ma se la strategia della convivenza con il virus sia davvero compatibile con la nostra conformazione di società e il nostro assetto istituzionale. Oggi la convivenza con il virus comporta il contrario di quello che avremmo sperato. Significa tagliare la nostra indispensabile dimensione sociale, la prima a essere considerata superflua dal sistema. L’errore, però, è stato anche nostro. Avremmo dovuto intuire che socialità e igiene sarebbero stati incompatibili con la gestione di un’epidemia, anche a bassa intensità. Ci siamo illusi che la convivenza con il virus rispondesse a una logica umanistica di pratico equilibrio tra diritti del singolo e doveri della collettività, mentre nella realtà è sempre e solo stata una fredda strategia economicistica, che non avrebbe esitato a sacrificare tutto ciò per cui secondo noi vale la pena vivere in nome del Pil.

D’altronde è questo il modello di società neoliberista che ci ha cresciuti, in cui viviamo e in cui siamo oggi quarantenati. Non c’è razionalità, non c’è riflessione a lungo termine, solo un calcolo di massimizzazione dei benefici nell’immediato. La nostra società #nonsiferma e non si può fermare, se non a costo di un sovvertimento totale che nessuno sembra volere, perché fa paura e insieme alla promessa di qualcosa di meglio porta con sé anche molti aspetti negativi, in primis per noi stessi, per la nostra vita di tutti i giorni, per le nostre certezze. Così scegliamo ancora una volta il male minore. “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”, si diceva. Be’, ci siamo tornati.

La strategia della convivenza con il virus è una disfatta generale del modello occidentale. Cina, Vietnam, Taiwan, Nuova Zelanda hanno capito subito che non sarebbe stato praticabile convivere con il virus. Si sono posti l’obiettivo ambizioso di eliminarlo completamente. E ce l’hanno fatta. La Nuova Zelanda è entrata in lockdown il 25 marzo, appena varcata la soglia dei 100 casi. Terminata la quarantena non ha più riaperto i confini ai turisti, nonostante contribuissero per quasi il 6% al Pil nazionale. Inoltre, pur non vietando vacanze e viaggi all’estero, li ha fortemente sconsigliati e scoraggiati, costringendo i cittadini di rientro a due settimane di isolamento in strutture alberghiere messe a disposizione dello Stato. Le restrizioni hanno consentito di dichiarare il Paese libero dal virus l’8 di giugno e di disinnescare i contagi di importazione. Verrebbe da obiettare che è semplice controllare un’epidemia in una nazione insulare con una popolazione inferiore ai cinque milioni di persone e una scarsa densità abitativa. Ma ne sottovaluteremmo la concentrazione urbana: la sola area metropolitana di Auckland conta circa 1,7 milioni di abitanti, il che non la rende più gestibile della maggior parte delle città italiane.

Ad agosto, a distanza di centodue giorni dall’ultimo contagio, la città è entrata in un nuovo lockdown di tre settimane, dopo la rilevazione di quattro nuovi casi all’interno di una famiglia che non si era mai allontanata dal Paese. Auckland ha potuto ricongiungersi con il resto del Paese solo dopo due mesi di limitazioni negli spostamenti fra le regioni. L’origine del focolaio, estesosi a 179 persone, non è mai stata scoperta, ma la filosofia dell’eliminazione del virus ha pagato, con un dazio di appena venticinque decessi da Covid-19 dall’inizio della pandemia. La strategia è stata lodata dalla rivista Lancet, che ne ha evidenziato l’efficace sistema di tracciamento, la chiarezza comunicativa con una catena di comando ridotta all’osso (solo la premier Jacinda Arden e il direttore generale della sanità, Ashley Bloomfield, sono autorizzati a parlare al pubblico dell’epidemia), un monitoraggio attento ed elastico e le buone pratiche anticontagio (mascherine e distanziamento). I neozelandesi hanno ovviamente apprezzato tutto ciò e la premier laburista ha stravinto le elezioni del 17 ottobre, conquistando più della metà dei seggi, e, se vorrà, potrà governare da sola, senza alleanze. Già, perché nel frattempo le persone sono tornate alla vita di sempre. Il 13 giugno, al termine del lockdown, la paura del virus era già un brutto ricordo e allo stadio di Dunedin erano quasi ventimila i tifosi appiccati per assistere a una partita del campionato di rugby.

Un’altra esperienza positiva arriva dal Vietnam, Paese non insulare ma ricco di interscambi con l’epicentro della pandemia, la Cina. Alla strategia neozelandese dei confini chiusi – dolorosa per una nazione votata al turismo – ha aggiunto la tecnica del pool testing. A fine luglio, dopo aver scoperto un focolaio a Da Nang, 1,3 milioni di abitanti, il governo ha dichiarato un lockdown di due settimane nella città, accompagnandolo a test di massa sulla popolazione con un metodo di campionamento già usato in Cina. Con il pool testing, infatti, si analizzano i tamponi a gruppi, ad esempio di cinque, per risparmiare sui reagenti e velocizzare i tempi: se il gruppo è negativo si passa al successivo; se è positivo, si analizzano singolarmente i tamponi. Un successo statistico. In Vietnam sono morte appena trentacinque persone di Covid-19.

L’aspetto da sottolineare è che la strategia “umana e umanistica” dell’eliminazione del virus, adottata in Nuova Zelanda e in Vietnam, non ha presentato un conto economico più salato di quello scontato in Europa. A infrangere il dogma del falso dilemma tra salute ed economia ci ha pensato una fonte inaspettata, il Financial Times, dimostrando come i Paesi che non hanno controllato l’epidemia hanno anche avuto prestazioni economiche inferiori. Una deduzione banale, eppure rivoluzionaria, sottoscritta perfino dal Fondo Monetario Internazionale, con una nota che ha capovolto i luoghi comuni: “lockdown efficaci adottati nelle prime fasi di un’epidemia possono portare a una ripresa economica più rapida” dal momento che non solo “contengono il virus ma riducono il distanziamento sociale volontario’”, provocato dalla prudenza nella mobilità e nei consumi.

Ragionare con il senno di poi è facile, ma è indubbio che, con un piano antipandemico sul modello neozelandese e vietnamita, avremmo in primo luogo scongiurato i casi di importazione, ufficialmente stimati attorno al 30% del totale nel corso dell’estate, ma probabilmente sottostimati secondo le valutazioni del professor Crisanti. Va infatti tenuto conto che le trasmissioni intrafamiliari, le più numerose nelle statistiche ufficiali, derivano chiaramente dall’introduzione del virus dall’esterno fra le mura domestiche. I governi europei credevano di dover scegliere tra l’epidemia e la crisi economica: hanno scelto la prima e avranno anche la seconda.

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19/03/2019

L'islamofobia va criminalizzata come qualsiasi altro fondamentalismo

di Michele Giorgio – il Manifesto

«L’ideologia esclusivista ed estremista di ogni inclinazione disumanizza ‘l’altro’ usando malintesi e distorsioni intenzionali. È una minaccia comune che mette in pericolo le società e le comunità di tutte le fedi». Hanan Ashrawi, storica portavoce palestinese, cristiana anglicana, commenta con tono fermo il massacro nelle due moschee di Christchurch. Ashrawi sa bene quanto l’islamofobia venga usata ad arte, nel modo più strumentale e bieco, per negare i diritti del suo popolo, formato in larga maggioranza da musulmani, che pure sono sanciti dalle risoluzioni internazionali.

Ashrawi parla dopo aver appreso, da un comunicato diffuso dall’ambasciatore dell’Olp in Australia e Nuova Zelanda, che tra le vittime dell’attacco terroristico c’è almeno un palestinese. «Sfortunatamente – aggiunge – l’istigazione all’odio è stata tollerata troppo a lungo. Bigottismo e razzismo sono stati normalizzati. Non pochi personaggi politici sfruttano l’ignoranza, accendono le fiamme dell’odio e seminano il timore per una cinica convenienza politica». Invece di tollerare l’istigazione e il pregiudizio, esorta Ashrawi, «dobbiamo lavorare per promuovere la tolleranza, la dignità e l’accettazione come valori umani condivisi». Sulla stessa linea la condanna della strage da parte del presidente palestinese Mahmoud Abbas che chiede alla comunità internazionale «di mostrare tolleranza zero nei confronti dei gruppi razzisti che incitano alla violenza, all’odio razziale e alla xenofobia».

Sono state molteplici le condanne giunte dal mondo islamico e dai Paesi arabi. Su tutte svetta quella dell’università Al Azhar del Cairo, la più importante istituzione dell’Islam sunnita, per bocca di Ahmed el Tayyeb, il Grande Imam che a inizio anno è stato protagonista negli Emirati di un abbraccio con papa Francesco per sancire la fratellanza tra cristiani e musulmani e il rifiuto della violenza in nome della religione. La disamina di el Tayyeb è netta: «Il massacro di Christchurch è un chiaro indicatore delle conseguenze dei discorsi di odio e xenofobia e del diffondersi dell’islamofobia in diversi paesi europei, anche in quelli noti per la forte coesistenza tra le diverse comunità». Per questo, aggiunge, l’attacco terroristico dovrebbe costituire «un campanello d’allarme contro la tolleranza verso gruppi estremisti e razzisti». El Tayyeb chiede di criminalizzare l’islamofobia e non nasconde il disappunto per il trattamento iniziale riservato all’autore della strage di Christchurch definito da molti «estremista di destra» e non «terrorista» mentre in casi di attacchi commessi da musulmani si parla sempre di terrorismo e si prende subito di mira la religione islamica.

Dura la reazione dell’Iran, paese a maggioranza sciita, che denuncia «l’ipocrisia occidentale». A puntare il dito verso Ovest è stato il capo della diplomazia, Mohammad Javad Zarif. «L’ipocrisia occidentale che difende la demonizzazione dei musulmani con il pretesto della libertà d’espressione deve cessare. L’impunità nelle democrazie occidentali per promuovere l’ipocrisia conduce a questo», ha scritto il ministro degli esteri su Twitter. Meno severo il re giordano Abdallah che si è limitato a sottolineare la gravità «di un terribile crimine compiuto dai terroristi» e a sollecitare una maggiore unità della comunità mondiale «contro l’estremismo, l’odio e il terrorismo che non conoscono religione». Da segnalare la condanna del massacro giunta dal presidente israeliano Reuven Rivlin e dal premier Benyamin Netanyahu che hanno inviato le condoglianze ai parenti delle vittime.

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16/03/2019

La guerra del suprematista Salvini

Siamo in un periodo di pre-guerra. Le notizie e i tentativi di analisi che produciamo ogni giorno, purtroppo, vanno piuttosto univocamente in questa direzione.

Tralasciamo per una volta i dati strutturali – quelli economici, e i tentativi di uscire dalla crisi aumentando la “competizione” globale – e prestiamo attenzione agli atteggiamenti politici e al linguaggio.

I morti ammazzati in luoghi di preghiera o di divertimento, fin qui, hanno sollevato condanne unanimi e parole di cordoglio molto simili. Abbiamo infatti vissuto per 30 anni – dalla caduta del Muro in poi – in un mondo teoricamente omogeneo, sul piano dei “valori professati”, per cui ogni omicidio doveva provocare uguale orrore, contro chiunque fosse stato commesso e chiunque fosse stato l’assassino. Figuriamoci per le stragi...

Sappiamo benissimo che questa vernice ideologica copriva una realtà molto diversa, anzi opposta, che ogni tanto veniva fuori con nazista brutalità (la “democratica” Madeleine Albright, segretario di Stato Usa con Bill Clinton, definì “accettabile” che fossero stati fatti morire mezzo milione di bambini iracheni pur di abbattere Saddam Hussein). Ma almeno la narrazione ufficiale dei governi dell’Occidente – tutti – si sforzava di diffondere il discorso per cui “tutte le morti sono eguali” e tutti gli assassini da condannare.

A Christchurch, nella civilissima e pacificissima Nuova Zelanda, lontana dal resto del mondo e mai toccata da attentati, un commando di quattro “suprematisti bianchi” – un miscuglio molto anglosassone di nazismo, ku klux klan e integralismo cristiano – ha fatto strage in due moschee cittadine, uccidendo ben 49 persone.

L’orrore è stato molto relativo, anche sui media “democratici”, e soprattutto di breve durata. Altre notizie, considerate più “intriganti” (come il mistero sulla morte di una delle “olgettine” berlusconiane, una delle poche peraltro ad aver raccontato molti dettagli agli inquirenti), hanno dopo poche ore preso il sopravvento e il primo posto.

A fare la differenza, ancora una volta, Matteo Salvini.

“L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico. Quello di estrema destra è rappresentato da nostalgici fuori dal mondo e fuori dal tempo che, stando ai servizi di informazione e sicurezza, meritano una condanna morale, come ogni episodio di violenza, ma se c’è estremismo riguardo al quale firmo la metà dei miei atti è quello di matrice islamica“.

Una strage nazista (magari una appena tentata e non riuscita, come quella di Macerata ad opera di un nazileghista “per Salvini”, peraltro ricordato come “esempio” dagli stragisti neozelandesi) meriterebbe insomma una “condanna solo morale”, ma non desta la preoccupazione del ministro dell’interno.

Perché? C’è una sola risposta logica: quei morti sono “degli altri”, gli assassini sono “dei nostri”.

La logica di guerra è tutta dentro questa distinzione.

C’è comunque qualcosa di peggio. Nella guerra propriamente detta, in linea teorica, ci si spara tra combattenti (le morti civili vengono classificate come “effetti collaterali” anche quando sono il risultato di bombardamenti sulle città). Dunque la possibilità di essere uccisi o di uccidere sta nel conto, è “la normalità” della guerra.

Nella realtà di questi tempi, invece, si spara tranquillamente sui civili della “parte avversa”.

Lo fanno i jihadisti nelle città occidentali, lo fanno i nazisti-suprematisti nelle stesse città. Cambia solo il bersaglio, non la logica (“ripulire il mondo da chi non ha la mia fede o il mio colore di pelle”).

Ci si attenderebbe dunque, da un ministro responsabile, un atteggiamento che non lascia spazio all’escalation dei giustizieri-fai-da-te o dei vendicatori autoproclamati.

Salvini fa l’opposto. Si dispiace dei morti, ma la sua preoccupazione è rivolta solo al “nemico”. Di fatto è un via libera, limitato soltanto dalla funzione istituzionale, che lo costringe a rivendicare per sé – ossia per le “forze dell’ordine” che dirige – il ruolo principale in questa guerra. Il “monopolio dell’uso della forza”.

Ma i “volenterosi” che hanno voglia di imbracciare le armi possono star tranquilli. Almeno fin quando non le usano sul serio, il ministro non chiederà alle polizie di indagare su di loro. E anche quando dovessero usarle, in qualche modo si darà da fare per far loro applicare il massimo possibile delle “attenuanti”.

Per le medaglie, bisogna attendere ancora un poco...

Ma attenzione. Non è che il portavoce leghista sia uno “fuori come un poggiolo”, un estremista arrivato lì per caso... Se guardiamo a tutta la politica dell’Occidente – in Ucraina, nei paesi baltici, all’interno delle metropoli stesse – vediamo che ovunque i “nostalgici” del reich o del fascismo sono coccolati, coltivati, foraggiati, stipendiati. E nessun capitalista “investe” solo per simpatia. Vengono “tenuti da conto”, possibilmente al guinzaglio e senza troppa libertà d’azione.

Ma se li tengono cari, che ti chiami Salvini o Minniti, Le Pen o Macron, Merkel o vattelapesca.

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24/02/2015

La banalità del male in Iraq e Siria

di Roberto Prinzi

Almeno novanta cristiani assiri sarebbero stati rapiti stamattina dai miliziani dello Stato Islamico (Is). A rivelarlo è l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, Ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione al regime di Damasco. I rapimenti sarebbero avvenuti in due villaggi assiri situati vicino a Tel Tamr nella provincia di Hassakeh, il cui controllo è conteso tra le forze curde e gli uomini dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi. Al momento la notizia non è verificabile.

Secondo alcuni analisti, il rapimento (eventuale) di stamane potrebbe essere una risposta dei jihadisti ai recenti successi militari compiuti dalle forze curde. Le unità di protezione del popolo curde nelle loro sezioni maschili (YPG) e femminili (YPJ) da giorni provano a guadagnare terreno nelle aree vicine a Kobane e nella provincia stessa di Hasakeh. I curdi hanno già conquistato 24 villaggi e starebbero provando a prendere il controllo della cittadina di Tal Hamis (e delle zone limitrofe) situata a est dei villaggi occupati oggi dall’Is. L’offensiva curda prosegue, inoltre, anche nella provincia di Raqqa (la “capitale” siriana dello Stato Islamico) dove sono stati riconquistati 19 villaggi. Tuttavia, proprio questi successi potrebbero far temere il peggio per i cristiani rapiti che potrebbero “pagare” con la vita la vendetta degli uomini di al-Baghdadi.

Ma in Siria a destare le preoccupazioni della comunità internazionale non sono solo i miliziani jihadisti. Un rapporto della ong statunitense Human Rights Watch (HMW) ha duramente attaccato il governo siriano perché ha compiuto “centinaia di attacchi indiscriminati lo scorso anno con armi anche improvvisate come le bombe al barile”. “I raid di Damasco – continua HMW – hanno avuto un impatto devastante sui civili uccidendo e ferendo migliaia di persone”. Ma secondo Human Rights Watch a salire sul banco degli imputati è anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che “per un anno, non ha fatto nulla per fermare i raid aerei assassini di Bashar al-Asad sulle aree sotto il controllo dei ribelli” ha dichiarato Nadim Houry, vice direttore di HMW per il Medio Oriente e per il Nord Africa. Secondo l’organizzazione statunitense “la questione è se la Russia e la Cina alla fine permetteranno al Consiglio dell’Onu di imporre sanzioni per fermare l’uso delle bombe a barile”. Un resoconto, però parziale che non tiene conto dei crimini (non meno brutali) compiuti dai “ribelli”, definizione quanto mai vaga per definire la variegata e divisa opposizione al regime siriano.

La situazione umanitaria è gravissima anche nel confinante Iraq. Uno rapporto – pubblicato ieri e curato dalla Missione d’Assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI) e dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti umani – ha denunciato gli abusi commessi dai miliziani dello Stato Islamico. “Membri di diverse comunità religiose ed etniche del Paese, tra cui turkmeni, shabachi, cristiani, yazidi, sciiti, curdi e altri sono stati intenzionalmente e sistematicamente presi di mira dall’Is e da gruppi armati a essa affiliati – si legge nel documento – e sono stati oggetto di una grave violazione dei diritti [umani] in quella che appare una deliberata politica di distruzione, soppressione o espulsione di queste comunità dalle aree sotto il controllo dello Stato Islamico”. “Molte delle violazioni e degli abusi commessi dall’Is – aggiunge lo studio – possono essere considerati crimini di guerra contro l’umanità e forse anche genocidio”.

Ma se erano prevedibile le accuse allo Stato Islamico, meno scontata era la parte del rapporto in cui a essere duramente condannato è l’operato delle forze di sicurezza irachene (Isf) e dei gruppi armati ad esse alleati che hanno compiuto “uccisioni mirate, incluso quelle dei prigionieri dell’Is, rapimenti di civili e altri abusi”.

Dal punto di vista politico e militare, intanto, la Nuova Zelanda ha annunciato ieri che si unirà alla coalizione internazionale a guida statunitense contro lo Stato islamico. I soldati di Wellington non combatteranno, ha precisato il governo, ma si limiteranno ad addestrare l’esercito iracheno. Il premier John Key ha ribadito che i suoi militari (143) non saranno “in prima linea” nella battaglia contro i fondamentalisti islamici. La missione durerà due anni e dovrebbe iniziare a maggio.

La Nuova Zelanda si unisce all’Australia che ha già 600 soldati impegnati in Iraq e che, probabilmente, aumenterà il suo contingente militare a 900 unità nei prossimi mesi. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, da quando sono iniziati i raid aerei della coalizione internazionale contro l’Is in Siria (23 settembre) sono stati 1.465 gli uomini di al-Baghdadi uccisi. Più di 1.000 le vittime tra i civili. I bombardamenti della coalizione proseguono senza sosta: negli due ultimi giorni sono stati 25 gli attacchi piovuti dal cielo contro le postazioni dell’Is. Tra le aree maggiormente colpite vi sono la provincia di Hasakeh, le aree vicine a Kobane (l’ormai celebre cittadina a confine con la Turchia) e Dayr az-Zour in Siria, Mosul, Kirkuk, al-Asad, ar-Rubtah e Tal Afar in Iraq.

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