Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

Il capitalismo fragile

di Guglielmo Forges Davanzati 

Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità. L’agire economico viene così concepito secondo una dinamica di impulso-risposta basata su incentivi, ai quali gli agenti economici rispondono sempre calcolando. In tal senso, in questa struttura teorica, non si fa, a rigore, riferimento alla fiducia, ma al rischio.

Il libro si interroga, nella sezione introduttiva e poi nella parte conclusiva, sulla razionalità delle scelte che hanno portato Donald Trump alla Presidenza degli USA, sgombrando il campo dalla teoria del ‘pazzo al potere’. Non è, tuttavia, un testo strettamente su Trump, sugli effetti dei dazi, sulle cause delle guerre in corso o sul disordine globale attuale. La gran parte della trattazione – accessibile anche ai non addetti ai lavori – riguarda il dibattito macroeconomico fra neoclassici e keynesiani e attiene alla formazione delle aspettative, alla funzione degli investimenti e dei consumi, al commercio estero, al ruolo delle politiche fiscali e monetarie.

Togati ritiene che Trump non sia un “asteroide” e che, pure a fronte di consolidate opinioni nell’ambito dell’orientamento dominante, sia impossibile e sostanzialmente anche indesiderabile tornare alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta; delle cui storture l’attuale Presidente USA è appunto, secondo l’autore, la massima espressione. L’emergere di Trump nella scena politica statunitense viene ricondotto da Togati a una crisi di sfiducia. Su questo tema, l’autore sposta correttamente l’attenzione su uno dei fondamentali discrimen fra l’approccio neoclassico e quello keynesiano, laddove quest’ultimo – soprattutto nella tematizzazione degli animal spirits – considera le fondamentali decisioni economiche come dominate da un’incertezza radicale, per sua natura non misurabile. E, infatti, la teoria economica dominante tende a presentarsi come scienza per sua natura assiomatica.

Il tema posto da Togati, con particolare riferimento al nesso fiducia-crescita, si presta ad alcune considerazioni che richiamano il fatto che la produzione politica di sfiducia da parte di Trump sia parte di un progetto ideologico di estremizzazione delle connotazioni liberali e liberiste dell’economia e della società statunitense.

  1. Sebbene la gran parte degli economisti abbiano sostanzialmente sempre pensato che la fiducia istituzionale sia un fondamentale presupposto per il corretto funzionamento di un sistema economico, il modello di Trump sposta l’angolo visuale sulla fiducia privata – al deal – ovvero all’accordo fra privati, nel quale il più abile riesce a ottenere il massimo tornaconto. In questo schema, l’apparato delle norme formali conta sempre meno, spingendo il sistema a un grado di deregolamentazione che probabilmente non si è mai conosciuto prima. Ciò potrebbe dar conto del superamento dei dispositivi che hanno governato, negli ultimi decenni, l’ordine internazionale (si pensi, all’estremo, all’idea dell’acquisto della striscia di Gaza da impiegare per fini turistici).
  2. L’incessante delegittimazione degli organi di stampa – e la continua produzione di fake news – sembra essere funzionale a far diventare la parola del leader l’unica fonte di discernimento fra ciò che è vero e ciò che è falso.

Per quanto possa apparire paradossale, la scommessa di Trump è ripristinare in pieno l’egemonia statunitense – e far fronte alla deindustrializzazione prodotta negli anni della globalizzazione – proprio mediante il ricorso alla produzione politica di incertezza e della correlata sfiducia. Ciò sia sul piano interno, sia sul piano esterno. In politica interna, lo smantellamento del settore pubblico – descritto come sola fonte di inefficienza (si pensi al piano Schedule F) – dovrebbe servire a stimolare gli investimenti privati, a ragione dei minori costi di produzione e della minore burocrazia. Per quanto attiene alla politica internazionale, il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno – gli shock geopolitici che i conflitti producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni. Ciò per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, può spingere le imprese statunitensi a tornare in patria. A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. “friend-shoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili.

Il testo di Togati consente di cogliere un fondamentale rischio associato a questa strategia: il continuo cambiamento delle regole del gioco, attuato mediante i canali social direttamente gestiti dalla Presidenza USA, può facilmente dar luogo a un crollo degli investimenti per effetto del deterioramento degli animal spirits e, dunque, come conseguenza proprio del venir meno del patto istituzionale della fiducia.

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28/04/2026

Un’istruzione da turista

Non voglio entrare nell’annosa e ripetitiva polemica su Manzoni Sì/Manzoni No al biennio delle superiori. Per me è Manzoni Sì e le ragioni si potranno dedurre da una riflessione che vorrei svolgere a margine della discussione, non dunque su Manzoni ma sulle motivazioni addotte da Valditara contro la lettura dei Promessi sposi al biennio.

Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.

Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.

L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.

La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.

La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.

Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.

Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.

Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.

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25/04/2026

L’imperialismo: da liberista a predatorio?

La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a livello mondiale, ci obbligano ad andare oltre la descrizione dei fenomeni, le statistiche economiche, la stessa diffusa lettura geopolitica, per evidenziare la dinamica fondamentale nascosta sotto la coltre delle forme e interpretabile, dal nostro punto di vista, solo utilizzando la cassetta degli attrezzi del pensiero marxista e leninista.

L’avvento di Trump, in quanto fenomenologia “pura” della fame di profitto del capitale, porta allo scoperto la condizione reale degli USA in quanto imperialismo non più egemone ma solo dominante e, comunque, come prodotto del livello di sviluppo più avanzato raggiunto dal Modo di Produzione Capitalista dopo la fase della sua mondializzazione, cioè di quel periodo descritto a suo tempo come globalizzazione liberista.

Su questo passaggio, indubbiamente storico, vogliamo promuovere per il 9 e 10 maggio un Forum di analisi e approfondimento come Rete dei Comunisti e mettendolo, come è nostra abitudine, al servizio della indispensabile discussione collettiva che oggi chiama tutte le forze comuniste, di classe e democratiche di fronte alla crisi di un modo di produzione che sta creando i presupposti per il proprio superamento dentro una crisi dagli sviluppi, anche militari, pieni di incognite per l’umanità nel suo complesso.

Per cogliere la natura delle contraddizioni che si vanno esprimendo è necessario avere una visione storica della dinamica registrata dalla fine del ‘900 con la piena mondializzazione e la crescita prodotta dagli spiriti animali del capitalismo liberista che hanno generato, a partire dalla crisi finanziaria e del debito a cavallo degli anni ’10, la saturazione degli spazi di sviluppo e quella frammentazione del mercato che oggi si manifesta attraverso il conflitto militare ed una accentuata competizione economica.

Quello che è entrato in crisi è il ruolo egemonico degli USA, nel contesto della competizione con altri soggetti imperialisti o concorrenti – dall’Unione Europea alla Cina – con il fallimento verificatosi in Afghanistan nel tentativo di occupare il centro del continente euroasiatico per condizionare i potenziali e previsti antagonisti, quali la Cina, la Russia, il mondo islamico, con un progetto strategico basato sulla dottrina di Zbigniew Brzezinski che sosteneva tale ipotesi già dai primissimi anni Novanta. Fattore decisivo di questa dottrina era la rottura di ogni possibile relazione tra l’Europa e la Russia per disgregarle ed indebolirle entrambe, un passaggio materialmente diventato più visibile negli ultimi anni.

La sconfitta statunitense in questi anni non è avvenuta sul piano militare ma su quello economico e politico, facendo emergere i limiti della egemonia USA, attraverso i quali si intravvedono quelli generali del MPC esplosi successivamente con la seconda presidenza Trump, dove l’impossibilità della crescita ha prodotto sia la frammentazione del mercato mondiale che il ricorso alla guerra.

Siamo passati nell’arco di un ventennio dalla “impetuosa” crescita liberista a politiche di pura rapina rivolte non solo verso i paesi del sud del Mondo, come è sempre stato fatto, ma a spese di paesi anch’essi capitalisti o imperialisti, vedi la politica dei dazi.

Nel Forum “Il Giardino e la Giungla” svolto nel 2023, avevamo analizzato i limiti che si andavano manifestando e che avevano un carattere strutturale nel MPC, da quelli prodotti dall’aumento della composizione organica del capitale e della caduta del saggio di profitto a quelli della saturazione del mercato globale, da quella dell’uso illimitato della leva finanziaria fino a quello della compressione dei salari mondiali, limiti non più superabili dalla normale “fisiologia” economica capitalista e che spingono verso un salto qualitativo dell’imperialismo USA come punta avanzata dello sviluppo capitalistico mondiale.

Insomma il paese egemone che aveva trainato il blocco imperialista dominante dalla fine della seconda guerra mondiale, composto sostanzialmente dall’Euroatlantismo e supportato da Giappone, Canada, Australia, Corea del Sud, petromonarchie del Golfo etc. viene destrutturato dalla impossibilità di una crescita condivisa dei profitti producendo delle fratture interne.

In questa dinamica va collocata la contraddizione, per molti versi inaspettata, tra USA e UE che oggi procede verso un salto di qualità che avrà effetti finanziari ed economici ma anche sociali e politici. È esattamente con questo salto che oggi siamo concretamente, e non solo per via analitica, chiamati a fare i conti.

In sintesi possiamo affermare che la fase liberista è stata superata da una fase “predatoria”, oppure, come ha detto David Harvey, siamo in una fase di “accumulazione per esproprio” in cui gli ordinari meccanismi economici di valorizzazione e accumulazione a beneficio del centro imperialista principale sono superati dai meri rapporti di forza che traspaiono attraverso l’uso dello strumento militare.

Tale strumento è stato sempre usato nei momenti di crisi e di competizione con l’obiettivo di subordinare Stati e popoli agli interessi predominanti, ma comunque sempre in funzione di una potenziale crescita anche se in conflitto con gli altri paesi imperialisti. Questo è accaduto durante la fase coloniale per rafforzare e far crescere le economie dei paesi capitalisticamente più avanzati ed è accaduto in forme più estese e drammatiche nelle due guerre mondiali e successivamente nelle guerre di aggressione imperialiste.

Il MPC tende ad una crescita quantitativa “infinita” e portatrice dei rapporti sociali capitalistici ma, mai come oggi, la mondializzazione prodotta in questo inizio di secolo ha coperto tutto il Globo. Questo fattore fa emergere i limiti allo sviluppo che, in senso capitalistico, sono i limiti dell’incremento dei processi di valorizzazione e profittabilità di una dimensione del capitale finanziario mai avuta precedentemente nella Storia.

Dunque le scelte che sta facendo Trump, cioè gli USA in quanto paese oggi capitalisticamente più avanzato ma in declino, sono il riflesso dei limiti di crescita del MPC in generale che assume forme “predatorie” simili a quelle avute nell’accumulazione primitiva, ma che nascondono esiti opposti a quelli storicamente materializzati, in quanto ieri tali forme erano foriere di crescita tramite il colonialismo, oggi queste sono il sintomo della crisi di prospettiva.

Dunque gli USA non possono più svolgere una funzione di riferimento e crescita generale avuta fin dalla fine della seconda guerra mondiale per il resto dei paesi capitalisti, e tanto meno per chi è periferico, in quanto una pratica predatoria, per evidenti motivi, non può essere generalizzata se non come conflitto.

Inoltre la competizione estrema che si è andata determinando ha portato ad un estremo sviluppo delle forze produttive sotto il segno del capitale, cioè ha indebolito, frammentato, attraverso l’uso della tecnologia fino alla intelligenza artificiale, la forza contrattuale del lavoro erodendo salari e redditi, in modo più pesante quelli del lavoro subalterno e manuale ma anche di quello subordinato e mentale, generando una crisi economica e sociale e di fiducia nell’attuale sistema economico, in particolare nei centri imperialisti.

Di tutto questo vorremmo parlare nelle due giornate di lavoro non solo in termini analitici, ma anche in funzione della ripresa del movimento di classe e comunista in una Europa sempre più reazionaria e guerrafondaia.

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16/12/2025

L'oltrefascismo

di Emiliano Brancaccio

Lieto di aver contribuito al servizio di Giorgio Mottola e della redazione di Report sui “padroni del mondo” e le cosiddette “tecnodestre”. Io lo chiamo ‘oltrefascismo’. Con la sua ascesa dovremo misurarci. E.B.

“...Non semplicemente Musk ma soprattutto Thiel e tutta la galassia che al momento ruota intorno al vicepresidente Vance e che vede nell’iper-razzista Curtis Jarvin un rispettabile ideologo: li chiamano tecnodestra, qualcuno li definisce anche tecnofascisti. Senza dubbio questi grandi padroni sono spesso apertamente razzisti, sono misogini, sono nemici delle libertà sessuali, sono nazionalisti in senso neo-coloniale. Pertanto, qualche elemento tipologicamente fascista si intravede nella loro visione, nel loro modo di concepire la politica. Però c’è anche qualcosa in più. Sia pure nell’interesse prioritario del capitale, il fascismo tradizionale instaurava un rapporto di mediazione tra pubblico e privato. Questi no. Questi sono liberisti maniacali che incorporano elementi di fascismo. Sono come Hayek ed Evola, come Mises e Goebbels mischiati insieme. Umberto Eco parlava di ur-fascismo, cioè di un fascismo eterno, sempre ritornante. Ecco, io non condivido quella definizione. Direi piuttosto che questi soggetti sono prodromi di una forma di ‘oltrefascismo’, nel senso che vanno oltre. Non c’è solo la vena di razzismo, misoginia e nazionalismo coloniale che era tipica del fascismo classico. C’è anche un liberismo sfrenato, una voglia di totale libertà del capitale, ormai centralizzato nelle mani di questi grandi proprietari. A date condizioni, la natura di un tale mostro politico potrebbe rivelarsi persino più funesta del fascismo tradizionale...” (Emiliano Brancaccio, intervistato da Report del 14 dicembre 2025).

Servizio di REPORT disponibile su RaiPlay

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29/05/2025

India - Sciopero generale il 9 luglio

Lo scorso 20 maggio si è svolto in India uno sciopero nazionale contro le riforme del governo Modi e per il rafforzamento delle misure di protezione sociale in tema di lavoro, promosso dalla piattaforma sindacale Central Trade Union (CTU) – che unisce in un unico cartello diverse sigle (BMS, INTUC, AITUC, CITU, AIUTUC tra tutte) – che ha rilanciato come prossima data della mobilitazione il 9 luglio.

Lo sciopero (organizzato ogni anno dall’emanazione delle riforme in questione ma quest’anno apparentemente più partecipato) è stato l’occasione per migliaia di lavoratrici e lavoratori di scendere in piazza nelle principali città e nei maggiori centri industriali del Paese per chiedere il ritiro dei quattro codici del lavoro emanati tra il 2019 e il 2020 dal governo nazionalista di estrema destra guidato dal Primo Ministro Modi (Code on Wages, Industrial Relations Code, Occupational Safety, Health and Working Conditions Code e Social Security Code), giustamente definiti dai sindacati “pro-corporate”, cioè che favoriscono le élite imprenditoriali vicine al BJP a scapito dei lavoratori.

Sinteticamente queste riforme, sbandierate da Modi come atto di modernizzazione necessaria per attrarre investimenti e creare posti di lavoro, prevedono la flessibilizzazione dei licenziamenti, l’aumento dell’orario lavorativo, la riduzione delle tutele sulla sicurezza e la limitazione del diritto di sciopero.

Per fare solo alcuni esempi più specifici: l’Industrial Relations Code alza da cento a trecento il numero di dipendenti oltre il quale un’azienda deve chiedere permessi governativi per licenziamenti o chiusure, aumentando la precarietà e facilitando i licenziamenti, con conseguenze terribili in termini di povertà in un Paese, com’è l’India, con un debole sistema di protezione sociale.

L’Occupational Safety, Health and Working Conditions Code, invece, alza a dodici le ore lavorative giornaliere (quattro di straordinario), che in un Paese con un tasso di sindacalizzazione minimo (solo il 6% di chi lavora è oggi sindacalizzato) e con solo un ispettore del lavoro ogni 10.000 lavoratori aumenta notevolmente il lavoro non retribuito.

L’Industrial Relations Code a sua volta introduce requisiti più stringenti per organizzare scioperi (come preavvisi di 14 giorni e maggioranze del 75% dei lavoratori per proclamarli), limitando il numero di sindacati riconosciuti per azienda e centralizzando il potere nelle mani di organizzazioni vicine alle imprese (gli effetti disastrosi di questo codice sono stati evidenti nel 2022, quando un ampio movimento di lavoratori portuali fu represso brutalmente proprio perché non aderiva ai requisiti di legalità dell’Industrial Relations Code).

Il Code on Wages, che a parole proclama l’introduzione di un salario minimo nazionale, permette ai singoli Stati di fissare soglie più basse, creando disparità regionali e innescando una corsa al ribasso dei salari per attrarre più investimenti delle aziende (si consideri che il salario minimo medio in India è di circa 178 rupie/giorno (2,15€), insufficiente per sopravvivere nelle città metropolitane).

Infine, il Social Security Code esclude i lavoratori informali (circa il 93% della forza lavoro) da schemi universali, legando l’accesso a contributi individuali o ad adesioni volontarie delle aziende e lasciando senza copertura milioni di braccianti agricoli, lavoratori domestici e rider, categorie già molto esposte (oltre al fatto che l’imperante informatizzazione delle domande di welfare di fatto esclude milioni di lavoratrici e lavoratori residenti in aree rurali dall’ottenimento dei benefici della protezione sociale).

Tutto ciò si inserisce in un’agenda economica fortemente liberista e centralizzante (i quattro codici trasferiscono competenze dagli stati al governo centrale, riducendo la flessibilità degli stati nel legiferare su temi lavorativi) promossa dal governo a guida BJP dal 2014 in poi, la quale in nome della “modernizzazione” e dello “sviluppo” ha spinto per riforme strutturali che attraggano investimenti stranieri e stimolino la crescita economica riducendo la già debole protezione sociale sul lavoro (si pensi solo che l’India è passata dalla 142ª posizione nel 2014 alla 63ª nel 2020 nella classifica sull’“Ease of Doing Business”, cioè la facilità di fare business, della Banca Mondiale).

Nonostante gli altisonanti proclami di creazione di posti di lavoro – in India, dove la domanda di lavoro supera di gran lunga l’offerta (l’età media è 28 anni), la difficoltà a trovare lavoro è un problema sociale di fondamentale importanza – i dati mostrano che gran parte dei nuovi incarichi sono precari o a bassa produttività e la realtà è quella di un Paese sempre più diseguale.

Tuttavia, le massicce proteste contro le leggi agricole del 2020 (poi ritirate) già hanno dimostrato la capacità di mobilitazione della società civile e questo è anche l’auspicio per il prossimo 9 luglio. Perché solo l’organizzazione di un fronte unito di massa e la lotta pagano.

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14/05/2025

La deindustrializzazione

Nel modello neoclassico standard, il mercato del lavoro raggiunge spontaneamente un punto di equilibrio attraverso l’interazione tra domanda e offerta, senza necessità di interventi esterni. I lavoratori decidono quanto lavoro offrire in base al livello del salario reale: se il salario aumenta, cresce anche l’offerta di lavoro; se diminuisce, l’offerta si riduce. Dal lato delle imprese, all’aumentare del costo del lavoro si riduce la domanda di lavoro, e viceversa. L’intersezione tra queste due curve determina un equilibrio in cui non esiste disoccupazione involontaria: ogni lavoratore disposto a lavorare al salario di equilibrio trova occupazione.

Se, tuttavia, intervengono rigidità istituzionali – in particolare salariali – che impediscono l’aggiustamento dei prezzi dei fattori, l’equilibrio viene disturbato. In presenza di salari minimi imposti, contrattazione sindacale rigida o altre barriere alla flessibilità salariale, il salario reale può mantenersi sopra il livello di equilibrio. In questo caso, una parte della forza lavoro rimane disoccupata non per scelta, ma per effetto di un prezzo del lavoro non compatibile con la domanda delle imprese.

Questo modello, posto che abbia mai funzionate perfettamente (automaticamente), riflette una società ottocentesca, nella quale le imprese assumono (domandano lavoro) entro i limiti della produttività marginale del lavoro. Assumono finché la produttività del lavoro è maggiore o eguale al salario. Se la produttività aumenta, aumenta anche la domanda di lavoro. Un calo della produttività riduce l’incentivo ad assumere.

All’inizio del Novecento, con il Fordismo, si osserva un marcato aumento della produttività marginale del lavoro. Le imprese riescono a produrre una quantità maggiore di output con lo stesso numero di lavoratori, oppure a mantenere lo stesso livello di produzione con un numero inferiore di occupati. Questa efficienza dovrebbe tradursi in una discesa dei prezzi e in un aumento del potere d’acquisto dei salari, ristabilendo un equilibrio dinamico. Eppure, Henry Ford compie una scelta che appare controintuitiva nel quadro neoclassico: aumenta i salari e riduce l’orario di lavoro. Perché? Perché il modello T passa da un prezzo equivalente a 28.000 dollari odierni nel 1908 a meno di 5.000 nel 1925. Le strade americane si riempiono di automobili, e nel giro di pochi anni il mercato interno appare saturo. Un’ulteriore riduzione dei prezzi – e quindi un aumento del salario reale relativo – non basta più a stimolare la domanda.

Il fordismo ha raggiunto il suo limite. Si arriva al collasso del 1929.

Il salario non è solo un costo, è anche un reddito. Il lavoratore non è solo un fattore produttivo, è anche un consumatore. In questa osservazione si misura buona parte della rivoluzione keynesiana.

Nel modello neoclassico, il lavoratore accetta un impiego solo se il salario offerto è almeno pari al suo salario di riserva, ovvero la soglia al di sotto della quale preferisce non lavorare. Tale salario rappresenta il punto di indifferenza tra lavoro e tempo libero, secondo una logica di massimizzazione dell’utilità individuale. Se il salario si colloca al di sotto di questa soglia, il lavoratore, razionalmente, sceglie l’ozio.

È evidente che si tratta di una bufala. In un’economia capitalistica avanzata, fondata su una forte divisione del lavoro e sulla mercificazione di ogni bene e servizio – dall’acqua corrente alla gestione dei rifiuti – nessuno può permettersi di oziare senza reddito. Il soggetto sovrano e razionale, libero di scegliere l’ozio in assenza di un salario soddisfacente, è una finzione matematica. L’ozio presuppone l’esistenza di un reddito preesistente: derivante da risparmi, rendite, o sussidi pubblici. Senza alcuna fonte di reddito, il lavoratore non è libero di scegliere, ma è costretto ad accettare condizioni di lavoro anche molto sfavorevoli, abbassando di fatto il proprio salario di riserva. Dunque, la rigidità dei salari verso il basso è una finzione matematica, usata per giustificare la disoccupazione.

Se si vuole salvare la baracca, dice Keynes, bisogna far girare la macchina più lentamente. Se l’efficienza marginale del capitale scende (ovvero, se il rendimento atteso degli investimenti è troppo basso), gli imprenditori non investono più. Bisogna produrre una macchina meno efficiente, più dispendiosa, una macchina che consumi più energia. Se il pieno impiego comportasse un’efficienza marginale del capitale negativa, dice Keynes, il processo diverrebbe vantaggioso unicamente perché è allungato. Se si vogliono impiegare tutti i fattori disponibili bisogna far fare alla macchina un giro più lungo, allungando artificialmente il tragitto. Oppure, dice Keynes, si dovranno impiegare processi di produzione fisicamente inefficienti, tali da produrre la stessa quantità di prodotti, ma con un consumo maggiore di energia. Oppure si dovrà usare la macchina al livello di efficienza raggiunto, ma fargli fare più giri a vuoto, fargli produrre beni superiori a quelli richiesti, dunque inutili. Ci troviamo dunque in una situazione nella quale i processi di produzione brevi dovrebbero essere mantenuti sufficientemente scarsi da garantire che la loro efficienza, dal punto di vista della produzione fisica, bilanci lo svantaggio della grande disponibilità della loro produzione (Teoria generale, 377).

Questa è una riformulazione del concetto secondo cui, in assenza di investimenti buoni (cioè ad alta efficienza e domanda garantita), si può stimolare l’attività economica allungando artificialmente i processi produttivi. È una critica implicita al modello neoclassico secondo cui ogni investimento efficiente è automaticamente anche utile per l’economia. Se il problema è l’insufficienza della domanda effettiva, anche una produzione inutile può essere utile perché crea reddito e occupazione. Qui si chiude il cerchio: in un mondo in cui la tecnica permette di produrre troppo con troppo poco lavoro, si deve mantenere una scarsità artificiale nei processi più efficienti per non distruggere l’occupazione. È una critica radicale al modello neoclassico, che presume che la crescita tecnica sia sempre benefica.

La soluzione proposta da Keynes è la distruzione consapevole di una parte delle forze produttive impiegandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata.

Cosa sono, in fondo, tutti questi faux frais de production – ricerche di mercato, pubblicità, design, stile, gadget, obsolescenza programmata – se non strumenti scientificamente elaborati per allungare artificialmente il ciclo produttivo? Sono meccanismi destinati non ad accrescere l’utilità dei beni, ma a consumare produttività, a rallentare l’avanzamento delle forze produttive, riportandole entro i limiti imposti dai rapporti di produzione. In altri termini, sono tecniche per contenere il valore d’uso entro la cornice del valore di scambio.

Cosa sono tutte quelle tangenti che pendono sul prodotto e che vengono elargite, attraverso la réclame, ai cantanti, agli influencer, ai giornali, ai siti web e, oggi sempre di più, alla scuola, alle università, facendo apparire queste attività inutili come attività utili?

È impiego di lavoro improduttivo fatto apparire come lavoro produttivo.

Dunque, se l’obiettivo è il pieno impiego, il lavoro inutile deve diventare la base del lavoro socialmente necessario.

Qui bisogna fare una precisazione. Nel modello neoclassico la differenza tra lavoro utile e lavoro inutile non ha senso. In esso l’offerta e la domando sono in equilibrio – sono equivalenti. Non ci sono lavori utili e lavori inutili. Questa distinzione non è contemplata. Ciò che per un agente è inutile, per altro agente è utile. Ciò che per uno è scarto e rifiuto per un altro è utile come carburante. Non c’è bisogno di inventarsi lavori inutili. Non ci sono distinzioni di genere – si tratta di un modello trans-genere. Non ci sono limiti, se si esclude l’unico vero limite: l’efficienza marginale del capitale.

Quando l’efficienza si approssima al tasso di interesse o si approssima allo zero, non è più possibile investire, se non ci si vuole rimettere il capitale.

I lavoratori si adeguano, se sono in esubero chiedono meno, fino al limite del salario di riserva. E tutti sono felici e contenti. La crisi, se una crisi si innesca, è solo passeggera, dura il tempo che i fattori e gli agenti trovino un nuovo equilibrio.

Quello che nei fatti accade quando il mercato è saturo – e il mercato americano, negli anni Venti, era saturo di prodotti, c’era una macchina ogni 5 abitanti – è che i prezzi calano, ma nonostante ciò, visto che il mercato è saturo, non si compra lo stesso, allora le aziende licenziano, la domanda di lavoro si abbassa, le paghe si abbassano e si compra ancora di meno. Si innesca un moltiplicatore negativo, e succede che il PIL nominale cala del 45% e la disoccupazione arriva al 25% – come accadde negli USA durante la Grande depressione.

Un sostenitore del modello neoclassico direbbe che la crisi del 1929 fu dovuta a shock esogeni – fu generata da agenti esteri, stranieri.

Per rimetter al lavoro le forze rimaste disoccupate (volontariamente, s’intende!) è necessario un volume di investimenti così grande da comportare un’efficienza marginale del capitale negativa. Come portare questo dato in terreno positivo?

Qui interviene Keynes e dice: bisogna allungare il tempo del ciclo produttivo, renderlo più inefficiente. È l’efficienza che ci ha portati sino a qui, nel disastro: pil dimezzato e un quarto della forza lavoro ferma. Gli investimenti improduttivi – inutili – allungano artificialmente il processo di produzione riportando il sistema nelle condizione di garantire un’efficienza marginale del capitale positiva.

La caduta dell’efficienza marginale del capitale, che è il primo sintomo del verificarsi delle crisi, dice Mazzetti (Come l’acqua sul dorso dell’anatra, quaderni, 6, III, 2020), registra pertanto proprio il fenomeno di allungamento del periodo di circolazione, dovuto al fatto che una buona parte delle merci rimane invenduta. E cioè registra che il valore immesso nel processo di produzione non riesce a realizzarsi nel tempo normalmente necessario, per cause che esulano dalle condizioni tecniche della produzione. Si tratta in altre parole di distruggere consapevolmente una parte delle forze produttive del lavoro impegnandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata. È la teorizzazione della necessità di impiegare lavoro non necessario facendolo apparire come lavoro necessario. Si socializza il processo di distruzione del capitale piuttosto che socializzare il processo di produzione. O meglio, il fine del processo di socializzazione deve essere unicamente quello di ridurre il tempo di circolazione delle merci, ricorrendo a uno svuotamento della funzione di fondo del valore del denaro o ricorrendo a una vera e propria politica di investimenti pubblici, o quello di controllare i fenomeni di allungamento del ciclo al fine di renderli meno conflittuali; non deve mai consistere invece in un vero e proprio processo di pianificazione.

Fino al 1970, dice Mazzetti, questa strategia ha pagato. Distruggere la base produttiva, rendere il sistema inefficiente, ha pagato. È quello che è successo in Occidente, è quello che è successo negli Stati Uniti. La disoccupazione è diminuita e l’accumulazione è avvenuta senza le solite oscillazioni del passato. La distruzione della base industriale ha pagato.

La produzione efficiente di valori d’uso è un problema. Se ne producono troppi. Sono in eccesso. Sono di ottima qualità. Non si guastano, durano a lungo. Per salvare il valore di scambio bisogna sacrificare il valore d’uso, fornendo un mercato a quelle merci (e tra esse la forza-lavoro) che un mercato non ce l’hanno.

In Keynes, dice Mazzetti, è proprio il fatto che i valori sono beni, e cioè prodotti di lavori specifici con un particolare valore d’uso ad essere la fonte degli ostacoli all’accumulazione. Egli pertanto propone che, ogni qualvolta i rapporti sociali impediscano una soluzione più razionale, vada rimosso proprio il carattere concreto, utile del prodotto del lavoro, e gli uomini vengano impiegati (umiliati) a scavar buche e a riempirle. Per salvare il lavoro astratto deve essere sacrificato il lavoro concreto.

Perché i lavoratori non possono essere impiegati in lavoro utili?

Perché l’utilità, volendo salvare il valore di scambio, riporterebbe al periodo di Ford, e forse a un periodo precedente. L’utilità e l’efficienza accorcerebbero il ciclo, svalutando ciò che è stato già prodotto. Keynes riconosce implicitamente che il capitalismo è diventato un sistema irrazionale. Il lavoro concreto, utile, quello che soddisfa i bisogni e dà senso all’attività di chi lo eroga, costituisce un aspetto integrativo accidentale, che può essere rimosso e deve essere rimosso se si vuole realizzare il valore di scambio.

Se c’è un eccesso di laureati in biologia, lo Stato li impiega nelle scuole a insegnare scienza o li impiega nelle Regioni a compilare le tabelline dei rimborsi carburanti, anche se tutto potrebbe essere fatto automaticamente. Si tratta pur sempre di un lavoro, e si porta il pane a casa, non bisogna biasimare chi accetta un tale ripiegamento. Non c’è scelta, non c’è salario di riserva e rigidità verso il basso o altre frizioni istituzionali, si ha bisogno di un reddito e si deve lavorare, anche se ciò che si produce è inutile e non ha un senso, e le ore spese nel lavoro sembrano quelle di un carcerato: la sorveglianza, il comportamento, la forma, il cartellino, la puntualità, il rispetto.

La negazione di questa trasformazione dell’oggetto, la negazione del rapporto con l’oggetto, e nei servizi, la negazione del rapporto con il paziente, con l’utente, con lo studente, si realizza, dice Mazzetti, nonostante l’attività. Ed è anche la negazione della adeguatezza a bisogni umani. Ma se la rimozione del prodotto è concepibile e realizzabile a vantaggio del valore di scambio, questa rimozione lascia sul campo le sue macerie, i sui relitti. Se lo svuotamento del prodotto e del rapporto sono sempre possibili, ciò non significa che non si fa niente, che si sta con le mani in mano, che si aspetta. Nell’attesa ci si consuma e ci si ammala. Perché si producono lampadine che durano un battito di ciglia, quando si potrebbero produrre lampadine che durano una vita, si producono lavatrici che si devono rompere, auto che si devono rottamare, alunni che si istruiscono per lavori che non ci sono, studenti universitari che si formano per impieghi che non esistono. Come si può, in queste condizioni, credere in ciò che si fa?

La frustrazione e il rifiuto del lavoro vengono anche da qui. Il rifiuto di studiare, di andare a scuola, l’insofferenza degli studenti, la frustrazione dei genitori, genitori con vite vuote – fallite – che investono su figli destinati al fallimento, vengono da qui.

L’attività, anche quando gira a vuoto e forma studenti per lavori che non esistono, non è mai neutra. L’attività, dice Mazzetti, non è mai neutra. Anche quando si distribuiscono direttamente soldi, senza la foglia di fico di un lavoro inutile, questi soldi messi in circolazione, alterano il rapporto tra ciò che è utile e ciò che è inutile.

Non fare niente, pazientare, stare a riposo, spegnersi. Solo i borghesi potevano pensare al non-lavoro – all’ozio – come situazione ottimale. Da Adam Smith in poi, fino alla funzione dell’offerta di lavoro, dice Mazzetti, il riposo figura come lo stato adeguato che si identifica con la libertà e la felicità.

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14/04/2025

Né con il liberismo né col protezionismo: un «social standard»

di Emiliano Brancaccio

Le recenti mosse di Donald Trump lo dimostrano. Il presidente americano agita l’arma dei dazi, poi la rimette in tasca, quindi la punta di nuovo sul Mondo. E in questa giostra di annunci e smentite, al limite dell’aggiotaggio, offre magnifiche occasioni di guadagno per i suoi grandi elettori, gli speculatori di Wall Street, che in pochi giorni hanno potuto comprare a poco e vendere a tanto.

Barriere sempre più alte all’esterno e mercato di liberi filibustieri all’interno: due espressioni della medesima frenesia capitalista.

Ma anche dalle nostre parti non mancano prove di un analogo intreccio. Basti notare il modo in cui il governo sta preparando la visita di Giorgia Meloni a Washington. A quanto pare, la premier si presenterà al tavolo trumpiano con due punti in agenda.

Da un lato, plaudire ai dazi americani contro il comune nemico cinese. Dall’altro lato, convincere l’Unione Europea a rinunciare alle già risibili tasse pagate dalle multinazionali Usa nel continente, e a cancellare le norme che frenano l’importazione di merci americane di scarsa qualità, spesso dannose per la salute e per l’ambiente.

Protezionismo e liberismo, ancora una volta annodati nel medesimo fazzoletto.

Ma il modo più chiaro per comprendere che la disputa tra protezionismo e liberismo è fuorviante, consiste nel notare che in realtà l’uno è storicamente concatenato all’altro. Il globalismo senza regole degli anni passati ha generato enormi squilibri commerciali, che sono oggi ben visibili nel debito record degli Stati Uniti verso il resto del mondo.

La svolta protezionista dell’America non è altro che l’estremo tentativo di rimediare a questa sua crisi debitoria. L’implicazione è chiara: il liberismo non può essere la soluzione contro il protezionismo poiché è parte del problema che lo ha generato.

Diventa a questo punto evidente l’inconsistenza del dibattito tra alfieri delle barriere agli scambi e paladini della libertà dei commerci. Protezionismo e liberismo sono solo due facce del capitale, disperate e feroci, alle prese con la grande crisi dell’ordine mondiale a guida americana.

Per chi intenda rappresentare le istanze del lavoro, dell’ambiente e della salute collettiva, il problema che allora si pone è cercare una bussola alternativa di navigazione nella tremenda tempesta globale in atto.

Una possibile soluzione consiste nel rilancio del cosiddetto social standard per la regolazione dei movimenti internazionali di merci e di capitali. L’idea non è nuova. Si tratta di una sintesi aggiornata di proposte avanzate dall’ILO (l’agenzia dell’Onu per lavoro e politiche sociali), regole presenti nei Trattati UE e clausole contenute nello statuto del Fondo monetario internazionale, che già in passato ha ricevuto l’attenzione del parlamento europeo.

Il nucleo dello standard consiste in una limitazione dei commerci con quei paesi che attuino politiche di competizione al ribasso sui salari, sulle condizioni di lavoro, sui regimi di tutela ambientale e sanitaria, rispetto a un comune obiettivo di riferimento e alla posizione da cui partono.

Così congegnato, il meccanismo può sanzionare non solo la Cina che reprime i sindacati indipendenti o la Romania che taglia il welfare per sussidiare gli investimenti delle multinazionali, ma anche la Germania che comprime il salario per unità prodotta, gli Stati Uniti che abbattono i vincoli ambientali alla produzione o l’Italia che demolisce il diritto del lavoro.

A ben vedere, il social standard rappresenta una soluzione esattamente opposta all’agenda con cui Meloni e gli altri esponenti delle destre di governo in Europa vorrebbero inaugurare la trattativa con Trump.

Per questi, lo squilibrio internazionale va affrontato con una sciagurata miscela di protezionismo liberista: un dumping a tutto campo che non risolverà la crisi mondiale e aggraverà le condizioni del lavoro, della salute e dell’ambiente.

Il mix Trump-Meloni è già sul tavolo. Sarebbe ora di unire le forze intorno a una proposta alternativa.

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26/03/2025

Europa, Unione Europea o capitalismo?

L’Europa, se si parla di civiltà, è un’astrazione concettuale, vale a dire una parola generica che rimanda a una congerie vaga di concetti. Essi, se non meglio definiti, si prestano a qualunque uso e manipolazione.

a) Il primo atto manipolatorio è ridurre la “Europa” al buono che in essa è stato prodotto, da un punto di vista materiale e culturale. È questo un ricco capitolo della storia dell’umanità, quello che spesso scordano gli antimodernisti reazionari o i generici antieuropeisti che vorrebbero tornare indietro o andare oltre senza tener conto degli aspetti progressisti di questa civiltà. Tuttavia c’è di più.

b) Il secondo atto è infatti dimenticarsi il male che in essa stessa, contraddittoriamente, è stato prodotto. Oltre alla democrazia, il nazismo; oltre al concetto di essere umano in generale, la schiavitù; accanto all’emancipazione, il colonialismo, l’imperialismo e via dicendo. In nome di diritti, umanità e pace si è bombardato, distrutto, sterminato (anzi lo si sta avallando o facendo proprio in questo momento mentre si scende in piazza per la libertà dei popoli).

c) La terza manipolazione è parlare dell’Europa come un soggetto unitario. Non solo non lo è mai stata, ma ad agire nella storia non sono stati nemmeno i singoli stati o popoli, bensì determinate classi al potere che, a vantaggio dei propri interessi, quasi mai hanno avuto scrupoli a usare le istituzioni non solo per devastare all’estero, ma sfruttare, uccidere, manipolare in casa propria le classi subalterne. In particolare, nella fase moderna della sua storia, sono i capitalisti come attori del grande capitale a imporre linee di azione di classe alla politica generale.

E veniamo a tirare le sintesi: si cerca di far credere che ora si stia sostenendo l’Europa, portatrice di valori sani, unita senza distinzioni sociali di classe: si prende a, si ignora b e di c si omette la divisione in classi in nome del “comune interesse”.

La realtà è invece un’altra. Si sostiene non il concetto ideale di Europa, ma l’Unione Europea, che non è uno stato ma un’unione monetaria che promuove capitale e impresa, che per la sua architettura istituzionale non ha effettivi centri di potere che possano gestire le dinamiche sociali ed economiche in maniera democratica, che favorisce lo sfruttamento degli stati più deboli e delle classi più disagiate al suo interno.

Così facendo essa si fa promotrice di ideali e pratiche sociali liberal/liberiste che hanno promosso libertà e uguaglianza ma praticando e teorizzando contemporaneamente sfruttamento e dominio. Infine: non è guidata dagli “europei”, ma dal grande capitale europeo, largamente subalterno a quello USA e che cerca di far buon viso a cattivo gioco a vantaggio non degli europei ma dell’assai difficile processo di valorizzazione dei loro capitali date le condizioni economicamente avverse.

Voler promuovere e rivendicare quanto di positivo è stato fatto in Europa nella sua storia millenaria non coincide, anzi stride, con il sostegno dato all’Unione Europea.

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21/08/2024

Milei elogia il modello cileno

L’8 agosto, il presidente dell’Argentina, l’esponente dell’ultradestra Javier Milei, nel corso della propria visita in Cile ha elogiato il modello economico che da decenni viene attuato nel nostro Paese.

In questo senso ha dichiarato che “per noi (Argentina) il Cile è stato un chiaro esempio di quello che si deve fare per sostenere lo sviluppo economico nel tempo. Sia per la sua sana relazione tra il pubblico e il privato che per la sua politica economica innegoziabile che è proseguita nonostante i cambiamenti di segno politico (nel Paese)” (El Mercurio; 9-8-2024). Ed ha aggiunto che “questi valori permettono al Cile di annullare il ritardo e avviarsi verso un modello di prosperità. Anche noi (Argentina) abbiamo finalmente cambiato e anche noi crediamo in questi valori” (Ibid.).

Per quanto possa essere clamoroso che questo sincero elogio venga dal presidente più all’estrema destra nel mondo in materia economica a memoria d’uomo, non dovrebbe esserlo così tanto se ricordiamo le numerose apologie che abbiamo ascoltato, da qualche tempo, da parte di rilevanti economisti, imprenditori e politici di destra – nazionali e internazionali – rispetto a quel modello. E specialmente quelle relative ai 20 anni ininterrotti di governi (1990-2010) della nominale alleanza di centro-sinistra (la Concertación de Partidos por la Democracia) che ha svolto un ruolo cruciale nella legittimazione, nel consolidamento e nell’approfondimento di questo modello imposto dalla dittatura di Pinochet. E, ancor di più, quanto realizzato dal “socialista” Ricardo Lagos dopo il suo governo tra il 2000 e il 2006.

Così abbiamo il collega di Milton Friedman nella Scuola di Economia dell’Università di Chicago, Arnold Harberger, il quale dichiarò nel 2007 di essere “stato in Colombia l’estate scorsa per partecipare a una conferenza, e chi ha parlato immediatamente prima di me è stato l’ex presidente Ricardo Lagos. Il suo discorso lo poteva aver fatto un professore di economia del grande periodo dell’Università di Chicago. Lui è economista e ha spiegato le cose con le nostre stesse parole. Il fatto che partiti politici di sinistra abbiano finalmente abbracciato le lezioni della buona scienza economica è una benedizione per il mondo” (El País, España; 14-3-2007).

E in seguito in una visita in Cile nel 2010 – alla fine del primo governo di Michelle Bachelet – disse: “Credo che ci sia stata una grande evoluzione di politica economica in Cile durante il periodo del governo militare, e una volta creata la squadra di Patricio Aylwin con Alejandro Foxley e altri, loro hanno seguito la stessa rotta dei governi precedenti, e questo che io sappia è proseguito fino ad oggi” (El Mercurio; 19-12-2010).

A sua volta, alla fine del governo di Lagos, il presidente della confederazione dei grandi imprenditori cileni, Hernán Somerville, ha dichiarato che “tutti i miei imprenditori lo amano (Lagos), sia nell’APEC (il Forum di Cooperazione Asia-Pacifico) che qui (in Cile) perché veramente hanno per lui una grandissima ammirazione per il suo livello intellettuale superiore e perché si vede largamente avvantaggiato dal fatto che il Paese venga percepito da tutti come un modello” (La Segunda; 14-10-2005). Inoltre l’importante economista e imprenditore César Barros ha definito Lagos il giorno della sua assunzione della carica come “il miglior Presidente di destra di tutti i tempi” (La Tercera; 11-3-2006). A sua volta, il dirigente della ultraconservatrice Unión Demócrata Independiente (UDI), Herman Chadwick, ha dichiarato che “il Presidente Lagos ci ha restituito l’orgoglio di essere cileni” (El Mercurio; 21-3-2006). E il noto imprenditore pinochetista Ricardo Claro ha dichiarato nel 2008 che “Lagos è l’unico politico in Cile con una visione internazionale, ed è molto aggiornato. Non trovo nessun altro nella destra o nella DC” (El Mercurio; 12-10-2008).

Inoltre, in termini più generali il politico pinochetista Hermógenes Pérez de Arce ha detto che “la destra ha visto come il modello di sviluppo economico-sociale che mettono in pratica i successivi governi concertazionisti somiglia molto di più a quello che da sempre ha promosso rispetto a quelli propri e originari della sinistra (socialismo marxista-leninista) e della DC (socialismo comunitario)” (El Mercurio; 19-3-2006). E ancora più eloquente è stato lo scienziato politico della conservatrice Renovación Nacional (RN) Oscar Godoy, che alla domanda se osservasse un disorientamento nella destra per “la capacità che ha avuto la Concertación di appropriarsi del modello economico”, rispose: “Sì. E credo che questo dovrebbe essere un motivo di grande allegria, perché è la soddisfazione che produce in un credente la conversione dell’altro. Per questo ho tanti amici nella Concertación; ai miei tempi eravamo antagonisti e vederli ora pensare come liberali, impegnati in un progetto di sviluppo di una costruzione economica liberale, mi dà molta soddisfazione” (La Nación; 16-4-2006).

Queste apologie sono proseguite nel tempo. Espressione di ciò sono – tra le altre – le parole dell’allora capogruppo dei senatori della UDI nel 2019, Ena von Baer, la quale ha assicurato che “Chile Vamos (il nome che aveva acquisito all’epoca l’alleanza dei partiti di destra) è l’erede della Concertación, perché siamo orgogliosi del Paese che la Concertación ha costruito insieme a noi” (La Tercera; 20-4-2019). Dichiarazioni che per l’allora deputato e presidente di RN, Mario Desbordes, costituivano “un’analisi molto veritiera” (Ibid.).

E oggi il governo di Gabriel Boric, nonostante le sue prese di posizione in campagna elettorale contro il modello neoliberista, è diventato un virtuale sesto governo della Concertación, consegnando i suoi ministeri chiave (a partire da quello dell’Impresa) a note figure storiche di questo blocco. E utilizzando le proprie prerogative presidenziali, Boric ha continuato a integrare il Cile in modo solitario e subordinato nella globalizzazione neoliberista. In questo senso ha proceduto a completare l’entrata del Chile nel TPP11, nonostante che Boric e il Frente Amplio (la sua coalizione) fossero, quando erano all’opposizione, completamente contrari. Inoltre ha continuato a promuovere il progetto di trattato solitario del Paese con l’Unione Europea, nonostante che in questo preciso momento anche il Mercosur stia negoziando un trattato con la UE! E l’anno passato si è espresso contro i tentativi di Lula di rimettere in piedi l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) che si è disintegrata alcuni anni fa. E sicuramente quest’ultima cosa Milei la sa...

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08/06/2024

Argentina - Il cinismo come politica di Stato

La mattina del 20 dicembre 2023 – il giorno della prima marcia contro il governo di Javier Milei indetta dai movimenti sociali argentini – gli altoparlanti dei treni che collegano la regione metropolitana con la città di Buenos Aires hanno minacciato a gran voce: “chi taglia, non viene pagato”, chi protesta non riceve il pagamento. La voce indicava un numero di telefono per denunciare i leader e i partecipanti alla manifestazione. Poche ore prima, Milei aveva annunciato il suo Decreto di Necessità e Urgenza (DNU), e la prima misura del Ministero della Sicurezza, guidato dalla Ministra Patricia Bullrich, era il suo “piano anti-picchettaggio”.
La DNU non solo prevedeva un piano economico di impoverimento, resa e saccheggio delle risorse naturali, ma chiariva anche la sua intenzione di reprimere fortemente i movimenti popolari. Se quella realtà sembrava uno scenario distopico, la realtà dei mesi successivi ha superato qualsiasi idea di come sarebbe stato il governo di Javier Milei.

La guerra ai poveri

A poco più di cinque mesi dall’inizio del suo mandato, il nuovo presidente si è affermato come il principale punto di riferimento dell’estrema destra in America Latina e, nonostante gli ostacoli, continua a riaffermare un progetto di rifondazione della società argentina basato su un libertarismo conservatore, concentrato sul reddito e pieno di odio. Egli si presenta come il Messia e, invocando le forze divine, caratterizza la sua politica macroeconomica come un compito messianico di purificazione.

In pratica, Milei proponeva di consegnare la sovranità e le risorse del paese a capitali privati con un’enorme vocazione coloniale e di abrogare qualsiasi legge o politica pubblica che conferisse una certa dignità e diritti ai settori popolari e alle classi medie.

Da quando è entrato in carica negli ultimi giorni del 2023, la povertà è passata dal 12% al 51%, con il peso argentino che si è svalutato del 118%. L’inflazione ha raggiunto il 68% in soli tre mesi.

Il cinismo dell’amministrazione non sta solo nelle cifre che mostrano la precarietà della vita, ma anche nel fatto che il nuovo governo attacca soprattutto le popolazioni più vulnerabili, andando direttamente a ciò che sostiene la vita: il cibo e la salute. Non appena è entrato in carica, Milei ha interrotto i programmi pubblici di consegna di cibo e ha sospeso la consegna di medicinali ai malati di cancro che non possono permetterseli.

Per imporre questo progetto di distruzione, il governo ha bisogno di smantellare le capacità di resistenza della società e, quindi, cerca di criminalizzare e indebolire i movimenti popolari. Con la lunga storia di organizzazione popolare dell’Argentina, il nemico pubblico di questo governo sono le organizzazioni che hanno creato cooperative per generare posti di lavoro, che hanno sostenuto più di 40.000 mense per i poveri in tutto il paese, che hanno costruito miglioramenti nei quartieri, che hanno organizzato spazi per prendersi cura della vita. E il governo sta agendo intensamente per disarmarli.

Nell’ambito dello stesso processo, il Ministero del Capitale Umano, guidato da Sandra Pettovello, ha sostituito il Lavoro Potenziato con programmi di tipo assistenziale – le imprese produttive che le organizzazioni avevano sviluppato rischiano di scomparire – e ha tolto i fondi al Programma per l’Urbanizzazione dei Quartieri Popolari che generava lavoro nelle favelas. Questi cambiamenti sono stati accompagnati da un’offensiva discorsiva, che cerca di installare l’idea che i movimenti siano mafie, guidate da leader che “fanno soldi con i poveri”.

Ma, per distruggere i movimenti sociali, è necessario eliminare tutte le politiche pubbliche popolari. Questa strategia a volte include meccanismi di guerra giudiziaria: false argomentazioni nei media, false accuse, ma nessuna indagine. Una volta che questa idea viene trasmessa dai media, questi chiudono o ritirano i finanziamenti da una politica pubblica, con la giustificazione che deve essere “verificata”.

Questo modus operandi ha raggiunto il suo estremo con l’affermazione dell’idea che “le cucine comunitarie non esistono”. Un pretesto per affamare deliberatamente il popolo, attuando un aggiustamento che porterà solo a una maggiore povertà, e che sarà possibile sostenere solo distruggendo le reti comunitarie e le organizzazioni sociali che per decenni hanno sostenuto processi territoriali di organizzazione popolare.

“Cucine popolari Non esistono”, ripetono, mentre diventano virali le immagini oscene di magazzini governativi con cinque tonnellate di cibo. Questo cinismo arriva al punto di lasciare marcire cinque tonnellate di cibo – acquistato dalla precedente amministrazione – prima di consegnarlo a chi sta morendo di fame.

E non c’è bisogno di guardare lontano per vedere la fame. Basta passeggiare per il sud di Buenos Aires, vicinissimo al Palazzo del Governo, per vedere le cucine improvvisate sui marciapiedi, come nel quartiere di Constitución, l’iniziativa dell’Unione dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP) che serve cibo a 3.500 persone. E questa è solo una delle migliaia che possono ancora essere mantenute.

Durante tutto questo tempo, i movimenti sociali hanno resistito, denunciato, portato avanti campagne di solidarietà, sono stati sottoposti a verifiche e hanno chiesto sistematicamente di essere assistiti dalle autorità. Hanno formalmente sporto denuncia penale contro il ministro Sandra Petovello per abbandono di persona. Da febbraio si sono mobilitati settimanalmente, organizzando giornate di sensibilizzazione sul problema.

Se prima organizzavano cooperative operaie, costruivano quartieri, sindacalizzavano i lavoratori nell’economia popolare, ora devono lottare soprattutto per il loro pane quotidiano. Pochi giorni fa, un giudice ha ordinato al governo di elaborare un piano per distribuire il cibo, cosa che deve ancora accadere.

Cinismo senza limiti

Pensavamo di non poterci aspettare niente di più, ma dopo lo spettacolo musicale al Luna Park, alla vigilia della Giornata della Patria, il 25 maggio, Milei ha dichiarato: “Se le persone non avessero il denaro per pagare i conti staremmo morendo nelle strade. Il giornalista che lo ha intervistato ha sostenuto: “Ma non ho i soldi per pagare le bollette”. La risposta del presidente è stata breve: “Allora dovresti essere morto, e non lo sei”.

Forse il governo non vede che la domanda di cibo nelle mense dei poveri è agli stessi livelli della pandemia, o che sta iniziando a esserci violenza nelle code alle mense dei poveri perché non c’è abbastanza cibo. E sì, forse non lo sta vedendo. Milei non ha mai messo piede in un quartiere popolare e non ha lasciato Buenos Aires per visitare un’altra provincia del paese per più di due ore. E, sì, forse è davvero un governo che fa del cinismo e della farsa una politica di Stato come mai prima d’ora.

La sensazione quotidiana oggi in Argentina è che questo esperimento abbia una forza distruttiva irreversibile. Solo l’unità popolare e la forza dell’organizzazione comunitaria, che è senza dubbio nel DNA della memoria storica del popolo argentino, potranno lottare contro questo esperimento: la rivolta nella provincia di Misiones, che dura da più di tre settimane, o le migliaia di pagnotte che con cui l’autogestione e la solidarietà continuano a sfamare il popolo che il governo sta facendo morire di fame, lo stanno dimostrando.

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26/04/2024

Perché va sostenuta la resistenza del popolo argentino contro Milei

Bisogna essere grati all’obbrobrioso personaggio che risponde al nome di Javier Milei e che ricopre attualmente, speriamo ancora per poco, il posto di presidente dell’Argentina, per aver dimostrato senza ombra di dubbio che il neoliberismo sfrenato finisce per trasformarsi in fascismo bell’e buono.

Milei, colle sue incontenibili smanie distruttive, che lo hanno spinto a scegliere la motosega come suo strumento iconico, mi ricorda le imprese di Leatherface, il serial killer capo di una famiglia di assassini psicopatici protagonista di Non aprite quella porta, noto film horror cult statunitense del 1974.

Costui fa a pezzi con la motosega d’ordinanza tutti gli sventurati che circolano dalle sue parti per rispondere all’emarginazione sociale e culturale di cui è vittima.

Una vocazione alla violenza e al massacro che pare singolarmente in sintonia coi peggiori e senza dubbio mortiferi spiriti del capitalismo nella sua fase attuale, contrassegnata non solo dalla fase putribonda dell’imperialismo (che Lenin aveva definito a suo tempo fase suprema del capitalismo), ma anche dall’importanza centrale e strategica assunta dal complesso militare-industriale nel quadro del rafforzamento senza precedenti della finanza, dei settori ad alta tecnologia e dei monopoli in genere.

Non a caso il leader prediletto di Milei è quel Netanyahu le cui criminali pulsioni genocide, che si sono tradotte già nella morte di oltre trentacinquemila palestinesi in gran parte bambini e minacciano di trascinare il mondo intero nell’abisso della guerra nucleare, rendono un emulo indiscusso di Leatherface su scala planetaria.

L’altro elemento che ricollega le vicende di Milei a quelle narrate dal film horror di cinquanta anni fa che abbiamo ricordato è poi rappresentata dal ruolo chiave svolto dall’emarginazione sociale che nutre sentimenti distruttivi di rivalsa nei confronti del sistema che paradossalmente alimentano il sistema stesso. Infatti il successo elettorale di Milei è in gran parte dovuto alla sua capacità di intercettare i sentimenti di frustrazione sociale molto diffusi in settori giovanili e popolari che vivono le contraddizioni del capitalismo e sono rimasti delusi dalla sostanziale incapacità del peronismo e di altre forze che hanno governato l’Argentina negli ultimi anni a farsi carico delle loro problematiche, data la loro sostanziale subalternità al sistema.

Forte di questo consenso e dei difetti strategici altrui, Milei si è lanciato a testa bassa nella demolizione di qualsiasi intervento pubblico e di ogni sentimento di solidarietà umana e sociale, tentando addirittura di annientare la cultura dei diritti umani e la memoria dell’immane massacro compiuto negli Anni Settanta dalla dittatura militare, che inaugurò la prassi criminale delle sparizioni di massa, provocando la morte violenta, spesso a seguito di indicibili torture, di oltre trentamila persone.

Ma questa impresa sciagurata potrebbe rivelarsi superiore alle sue possibilità e tutti quanti dobbiamo auspicare che la parte migliore del popolo argentino riesca a porre fine a questa mostruosità antistorica che lo vorrebbe riportare a uno stato di amnesia e di totale assenza di identità.

Per questo è importante oggi sostenere con ogni mezzo la resistenza del popolo argentino a Milei: l’obbligo si impone in primo luogo a noi italiani che coll’Argentina abbiamo un fortissimo legame culturale e di sangue dato che buona parte della sua popolazione è di origine italiana.

Un’importante iniziativa in questo senso è stata il conferimento alla leader delle Madri ora Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, da sempre protagonista della lotta per la verità e giustizia sui desaparecidos, del dottorato ad honorem dell’Università Roma Tre, avvenuta mercoledì scorso 17 aprile, così come la produzione letteraria e memorialistica in merito, che ha visto di recente la pubblicazione di un importante podcast dal titolo Nieto 133 sulla famiglia Santucho che fu vittima della repressione fascista, scritto da Claudia Gatti, Riccardo Cocozza e Florencia Santucho.

La pianta della memoria va coltivata e resa sempre più rigogliosa affinché mai in futuro si possano riproporre atrocità come quelle. Parte fondamentale di un indispensabile processo pedagogico rivolto alle giovani generazioni e alla società nel suo complesso, oggi sottoposte dagli apparati ideologici del capitalismo, dalla scuola all’università, dai giornaloni alle televisioni a un vero e proprio lavaggio del cervello, una tendenziale lobotomizzazione volta a prepararci tutti a vecchi e nuovi orrori.

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04/10/2023

Liberismo e fascismo

Mentre gli studenti subivano la violenza dei manganelli di stato nelle strade di Torino, Giorgia Meloni al meeting delle regioni annunciava nuovi tagli alla sanità pubblica. Lo faceva con il linguaggio a cui da decenni ci hanno abituato i padroni, i banchieri ed i loro politici.

“Non si tratta di spendere di più“, ha detto, “ma di spendere meglio“. Una menzogna consapevole per un governo che taglia le spese sanitarie mentre aumenta quelle militari.

Sono trent’anni che la politica vive su questa menzogna, i diritti ed i servizi pubblici non ci sono non perché i soldi per finanziarli vadano agli affari, alla finanza e ai ricchi, ma perché i soldi verrebbero “sprecati”.

Sarebbe persino un fastidio noioso vedere una leader politica costruita dai mass media come “popolare”, ripetere le veline delle elité, se non fosse per la dose di fascismo quotidiano che Meloni ci aggiunge.

Buttare in mezzo alla strada i poveri senza reddito, non fare nulla per trovargli un lavoro e dire che è tutta colpa loro.

Bastonare gli studenti che protestano perché il governo ha cancellato i fondi per il diritto allo studio e alla casa.

Linciare mediaticamente un giudice che applica la Costituzione, che vieta i lager per i migranti e per tutti, e mostrare una gran voglia di tribunali speciali.

Rispondere con minacce istituzionali, faremo le leggi per farci governare, alle difficoltà e alle sconcezze politiche.

Sì, Giorgia Meloni è tanto liberista quanto fascista, un piccolo Draghi in orbace, che spera di continuare ad imbrogliare gli italiani contando sulla passività delle piazze e sul servilismo dei palazzi. E soprattutto sull’assicurazione politica sottoscritta con la NATO.

Ma, come dimostrano i giovani in piazza a Torino, la passività non dura per sempre. E allora servilismo e fedeltà atlantica possono non bastare più a nascondere la miseria del personaggio e del suo potere.

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28/12/2022

Austerità sociale e ambiguità politica

Qual è la convenienza dei ceti sociali dominanti ad assecondare un governo reazionario e conservatore come quello che si è insediato in Italia? E più in generale, perché le politiche economiche nella Ue sono espressione dei partiti di centrodestra in Europa, che hanno imposto l’austerità?

A queste domande può dare una risposta “Operazione austerità, come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo”, Einaudi 2022, un importante saggio di Clara E. Mattei, economista uscita dalla Normale di Pisa che ora insegna alla New School for Social Research di New York.

Interessante notare che il titolo originale è The Capital Order, e anche che sia uscito quest’anno per i tipi della The University of Chicago Press, quella Università che fu la culla dei famigerati “Chicago boys”.

Per quanto il titolo in italiano sia indubbiamente suggestivo e il testo tradotto da Maria Lorenza Chiesara sia chiaro e avvincente, il titolo originario – The Capital Order – dà l’esatta dimensione di ciò di cui stiamo parlando, quando abbiamo posto la prima delle domande con cui abbiamo iniziato il discorso: qual è la convenienza dei ceti sociali dominanti ad assecondare un governo reazionario e conservatore come quello che si è insediato in Italia?

Ci risponde con chiarezza l’autrice: “L’austerità fu, e rimane tutt’ora, un’astuzia.

Studiandone con occhi critici le origini e gli architetti, si può vedere che fu concepita, ed ebbe successo, come controffensiva.

È infatti un programma che serve a preservare la supremazia e l’incontestabilità del capitalismo nei periodi in cui è sottoposto a minacce politiche.

Lo fa introducendo strutture – politiche – capaci di trasferire risorse dalla maggioranza dei lavoratori alla minoranza dei risparmiatori-investitori.

Gli impatti distributivi immediati dell’austerità hanno a lungo termine l’importante funzione di esautorare la maggioranza dei cittadini e, in tal modo, di rafforzare l’accettazione generalizzata dei pilastri dell’accumulazione capitalistica – la proprietà privata dei mezzi di produzione – e le relazioni salariali – per cui si accetta quel che dice il padrone.”
(Cfr. pag. 262).

Non è proprio quello che sta facendo il governo, con la Manovra finanziaria, che sembra voler a tutti i costi essere punitiva per i ceti popolari e premiare non solo la minoranza dei più forti, ma incentivare una parte del ceto medio – attraverso la flat tax e il cuneo fiscale – per coinvolgerli nell’odio di classe verso la maggioranza dei più deboli?

Se il fascismo fu la vendetta industriale e agraria contro le lotte operaie e contadine negli anni Venti del secolo scorso, durante la grande crisi economica del terribile primo dopoguerra, l’attuale governo sembra voler chiudere i conti con le lotte operaie e studentesche del Sessantotto e dell’autunno caldo del ‘69, con le conquiste dello Stato sociale, con gli stessi diritti delle donne, dei movimenti di liberazione sessuale, contro la guerra, contro il nucleare e per la difesa dell’ambiente contro lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali.

Con la tentazione di riscrivere la storia della democrazia italiana nata dalla Resistenza, in realtà si mira a depotenziare l’art. 1 della Costituzione, laddove al significato di Repubblica fondata sul lavoro, s’intenderebbe fondata sulle imprese, cioè sul capitalismo.

Non sfugga, per esempio, che il ministero dello sviluppo economico è stato ribattezzato “delle imprese”.

Una controffensiva politica e ideologica che serva da monito autoritario ai protagonisti politici delle lotte sociali. Che comprenda l’attacco frontale a quanto sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Nel primo comma dell’art. 3 si afferma l’uguaglianza di fronte alla legge, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, tuttavia in questi anni le discriminazioni sistematiche – da atteggiamento strisciante – sono evolute via via ad elemento di propaganda politica ed elettoralistica, fino a raggiungere l’azione di governo.

Il punto vero è che separare i diritti civili da quelli sociali è stata una trappola nella quale si è fatto cadere il senso comune, lasciando intendere che certi diritti siano un di più, l’importante è il reddito, per ricevere il quale ogni condizione di lavoro è accettabile, come fosse un dovere categorico.

Si è così depotenziato deliberatamente il significato politico del secondo comma dell’art. 3: “È compito della Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Sul punto ci sarebbe da accusare ufficialmente di vera e propria fellonia democratica tutti i governi di centrosinistra che si sono succeduti nella storia recente, per aver sposato l’idea del neoliberismo, che si è inevitabilmente accompagna al darwinismo sociale e al restringimento del perimetro della democrazia progressiva. Si è tanto parlate di “riforme” che non hanno migliorato, ma restaurato l’ordine precedente.

Il cuore del ragionamento di Clara Mattei, che rende questo suo lavoro molto importante, verte sulla continuità tra le esigenze politiche imposte dalle misure economiche liberiste che, in caso di necessità storica, non disdegnano affatto, non solo la dittatura fascista di un secolo fa, ma neppure la democrazie illiberale di oggi, purché servano allo scopo di proteggere gli interessi economici dei capitalisti.

Si può dire che liberalismo, anche prima che diventasse neoliberismo sfrenato, sia sempre stato un antagonista all’autoritarismo? Si può dire che dichiararsi liberali, in tutte le sue accezioni, sia una garanzia di coerenza con gli ideali di libertà e democrazia? No.

Non è un caso, per esempio, che a Luigi Einaudi fu offerto il ministero del Tesoro nel primo governo Mussolini. “L’offerta alla fine non si concretizzò e di fatto Einaudi non servì mai nel governo fascista, ma svolse comunque un ruolo cruciale nella costruzione del consenso all’austerità del fascismo dentro e fuori dai confini italiani.

Dopo l’assassinio del politico socialista Giacomo Matteotti nel 1924, Einaudi si oppose politicamente al fascismo; tuttavia stando ai suoi interventi sul quotidiano liberale Corriere della Sera e soprattutto ai suoi tanti articoli da corrispondente dell’Economist, il sostegno attivo che per tutti gli anni Venti egli offrì alla politica economica del fascismo non può essere negato.”
(Cfr. pag. 208).

Ecco il tema centrale di questo importante libro, cioè il costante sostegno accordato all’idea di austerità, come strumento politico – niente affatto tecnico – da parte dei campioni del liberalismo italiano.

Idee e prassi politiche le cui priorità sono state sempre proteggere l’economia di mercato dal pericolo che essa venisse messa in discussione dal protagonismo politico delle classi subalterne, che si sono opposte alla gestione delle crisi economiche prodotte dal sistema stesso, crisi da scaricare proprio sulle classi subalterne.

Come? Comprimendo i redditi, tagliando la spesa sociale, limitando i diritti.

Qui è necessario riportare un lungo, ma esplicativo passaggio del ragionamento che ci offre Clara Mattei:

“Dopo la sconfitta del fascismo alla fine della Seconda guerra mondiale, Einaudi partecipò quale principale rappresentante del Partito liberale all’Assemblea costituente del 1946 e divenne poi il primo presidente eletto della Repubblica italiana, carica che mantenne dal 1948 al 1955.

In entrambi i ruoli, rappresentò l’incarnazione di una tacita continuità istituzionale tra il mondo politico che aveva sostenuto l’ascesa della dittatura e la nuova repubblica democratica. Ancora oggi Einaudi è ammirato come una delle figure pubbliche italiane più rispettabili (…)

Oltre che all’Università di Torino, Einaudi insegnò all’Università Bocconi di Milano, rafforzandone la duratura eredità quale centro dell’economia neoclassica, tanto che la Bocconi è tutt’ora la casa madre di influenti esponenti dell’austerità.

Dopo esserne stato a lungo presidente, per esempio, l’economista Mario Monti guidò le riforme ‘lacrime e sangue’ in Italia tra il 2011 e il 2013 nel suo ruolo di primo ministro mai passato al vaglio popolare.

Poi c’è Francesco Giavazzi che ancora nel 2022 è consulente economico del ‘governo tecnico’ di Mario Draghi e che dopo la crisi finanziaria del 2009, insieme al famoso collega Alberto Alesina e ad altri cosiddetti ‘Bocconi boys’, ha consigliato a istituzioni europee e internazionali – come Ecofin, costituita dai ministri delle finanza dei tutti i Paesi membri dell’Unione Europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale – di sposare l’austerità.”
(Cfr. pag. 208).

Già, l’Europa, quella che la vulgata riterrebbe un argine al “sovranismo populista”, ma che in realtà è luogo normativo dove si pianificano e si impongono le scelte politiche e finanziarie per tenere soggiogati all’ordine capitalista le masse popolari, i lavoratori, i ceti sociali più fragili, cui imporre a tutti i costi l’economia di mercato, le sue logiche di accumulazione, di disuguaglianza, di autoritarismo.

“L’Unione Europea ha, inoltre, aperto la porta ai falchi dell’austerità consentendo loro di proporre riforme istituzionali che colpiscono direttamente al cuore i principî democratici, ovvero le barriere politiche che, soprattutto in Italia, sono state erette per marcare la differenza dal passato fascista del Paese.

Come gli economisti durante il periodo fascista, i nostri contemporanei invocano riforme elettorali che restringano la rappresentanza proporzionale (per favorire governi più forti) e riscrivono le costituzioni dei Paesi per includervi l’obbligo di pareggiare il bilancio.

L’Italia ha applicato entrambe le raccomandazione nel secondo decennio del Duemila. Quando la contestazione popolare contro l’ordine capitalistico è forte, l’unica strada per soddisfare questi obiettivi di austerità è appoggiare l’autoritarismo.”
(Cfr. pag. 289).

Se, come ci ricorda Clara Mattei in “Operazione austerità”, ciò a cui stiamo andando incontro “è un programma che serve a preservare la supremazia e l’incontestabilità del capitalismo nei periodi in cui è sottoposto a minacce politiche”; e se questa tendenza si manifesta “introducendo strutture – politiche – capaci di trasferire risorse dalla maggioranza dei lavoratori alla minoranza dei risparmiatori-investitori”, diventa necessario averne piena consapevolezza, sia nell’analisi che nell’iniziativa.

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19/11/2022

Creare miseria con la scusa dell’inflazione: il piano della BCE

Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), ossia l’istituzione continentale responsabile della politica monetaria dell’area euro, ha recentemente rilasciato una dichiarazione che potrebbe apparire paradossale. Le sue parole sono state: “Potrebbe accadere, anche se non è ancora nel nostro scenario base, che tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 ci sia una leggera recessione, ma non crediamo che sarebbe sufficiente a domare l’inflazione e quindi non possiamo semplicemente lasciare che le cose si sistemino da sole. Dobbiamo trovare il tasso di interesse che ci aiuti a raggiungere il nostro target e lo faremo, usando tutti gli strumenti disponibili nella nostra cassetta degli attrezzi e abbiamo dimostrato di poter essere creativi”.

Sono dichiarazioni che potrebbero sembrare frutto di un errore di traduzione: il capo della BCE che sembra augurarsi una recessione più profonda di quella già attualmente prevista? Non sono sufficienti i licenziamenti e l’aumento del ricorso alla cassa integrazione a causa dei costi energetici e le bollette impazzite che distruggono il potere d’acquisto delle famiglie? La caduta verticale dei salari reali di questi ultimi due anni non è sufficiente? Per i lavoratori la recessione è arrivata da un pezzo.

Eppure, non c’è niente di strano o di sorprendente. La dichiarazione di Lagarde è perfettamente coerente, da un lato, con i compiti che sono assegnati alla BCE dai trattati europei, dall’altro, con la teoria economica che informa le scelte della BCE e delle altre istituzioni dell’Unione e impregna i trattati europei. In altre parole, Lagarde ci sta apertamente dicendo che la BCE è determinata a causare la pesante recessione ritenuta necessaria, utilizzando i cosiddetti canali di trasmissione della politica monetaria.

Ma proviamo ad andare nel dettaglio. Per capire quanto detto da Lagarde, occorre in primo luogo analizzare questi “canali di trasmissione”. La Banca centrale, attraverso gli strumenti di politica monetaria che ha a disposizione, può influire sui tassi di interesse. Questi, a loro volta, hanno effetti su consumi e investimenti. Tassi di interesse più elevati tendono a scoraggiare chi prende in prestito denaro, sia a scopo di consumo sia a scopo di investimento. Ciò avviene perché il tasso di interesse costituisce il prezzo che chi prende denaro in prestito deve pagare al prestatore. Se i tassi di interesse aumentano, prendere in prestito denaro diventa più costoso. Ciò comporta che consumi e investimenti, almeno in parte, tenderanno a essere rinviati, nella speranza di condizioni creditizie più favorevoli.

Di conseguenza, quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, influenza negativamente la domanda aggregata. Ed è qui che entra in gioco la “recessione insufficiente a domare l’inflazione”. La teoria economica che soggiace all’architettura istituzionale della BCE e, più in generale, dell’Unione Europea, si basa sull’ipotesi che ciascun Paese, in virtù delle sue caratteristiche intrinseche – funzionamento del mercato del lavoro, concorrenza sul mercato dei beni – sarà caratterizzato da un particolare tasso di disoccupazione, il cosiddetto Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU), ossia quel tasso di disoccupazione che nelle favole mainstream garantisce l’assenza di spinte inflazionistiche, ovvero di pressioni all’aumento dei prezzi. Se il tasso di disoccupazione effettivo scende al di sotto di tale livello, ci sarà un aumento dell'inflazione. Al contrario, un tasso di disoccupazione più elevato farà ridurre l’inflazione.

Per queste ragioni, una banca centrale interessata a ridurre l’inflazione dovrà aumentare i tassi di interesse, generando una riduzione della domanda aggregata, dell’attività economica e dell’occupazione. In questo modo potrà tenere sotto controllo i prezzi, tramite l’azione disciplinante svolta dalla disoccupazione nei confronti dei lavoratori e dei sindacati.

Attenzione però, questo approccio non è dettato da una necessità tecnica, bensì è il frutto dei rapporti di forza contingenti e della specifica teoria economica ad essi legata, che è strutturata proprio per tutelare i profitti e scaricare il costo dell’inflazione esclusivamente sui lavoratori, nascondendo al contempo la battaglia distributiva che si cela dietro queste scelte. Ne è riprova il fatto che esistono misure molto più efficienti al fine di contenere l’inflazione, come il controllo pubblico dei prezzi.

L’obiettivo della BCE in termini d’inflazione è pari al 2%, sulla base dei trattati istitutivi dell’UE. Considerando che attualmente il tasso di inflazione nella zona euro si aggira intorno al 10%, ecco che si spiega in maniera lampante il significato dell’apparente boutade di Lagarde: la recessione prevista non è sufficiente a mazzolare i lavoratori riducendoli a miti consigli. Occorrerà una recessione più profonda e, pur di ottenerla, la BCE, per bocca di Lagarde, è più che disposta a ricorrere a tutti gli strumenti a sua disposizione, inclusi quelli più “creativi”.

E non stentiamo a crederle, ripensando a ciò che fu in grado di fare la BCE in Grecia in seguito alla crisi dei debiti sovrani, innescando prima una crisi del debito pubblico – con tassi alle stelle per lo Stato, trasmessi al settore privato – e poi arrivando persino a chiudere il rubinetto della liquidità (ELA). Questo provocò inevitabilmente la limitazione dei prelievi dai Bancomat, contribuendo a terrorizzare i greci in vista del referendum sul memorandum. Tutto questo per ricordarci che le minacce di “creatività” della BCE devono essere prese estremamente sul serio.

La dichiarazione di Lagarde appare come una doppia dichiarazione di guerra ai lavoratori. Questi ultimi vedono già il loro potere d’acquisto eroso da un’inflazione dovuta a cause sostanzialmente estranee al funzionamento del mercato del lavoro. Non sono infatti i salari e la domanda i fattori alla base dell’inflazione, poiché l’aumento vertiginoso dei prezzi è dovuto da un lato agli shock nel mercato dell’energia e delle materie prime, aggravati dalla guerra tra Russia e Ucraina, dall’altro alla speculazione che ne è scaturita, con grandi aziende che hanno approfittato del conflitto  per incrementare i propri margini di profitto, come riconosciuto persino dal Financial Times.

Per giunta, sui lavoratori si abbatterà l’ulteriore scure della recessione indotta per perseguire il target della BCE. Occorre evidenziare che questa ricostruzione non è figlia del complottismo di veterocomunisti e pericolosi rivoluzionari. A dirsi preoccupato è anche l’economista David Card, insignito del Nobel per l’economia nel 2021. Un economista perfettamente inserito nel mainstream, al di sopra di ogni sospetto di essere un trinariciuto anticapitalista. In una recente intervista, ha dichiarato che recessione e perdita del potere d’acquisto sono gli unici strumenti attraverso i quali le banche centrali possono portare l’inflazione sotto controllo.

Come abbiamo detto in altre occasioni, l’architettura istituzionale e finanziaria dell’UE e della zona euro non è casuale. Obiettivo di una Banca centrale così attenta all’inflazione e così poco interessata all’occupazione, così come dei bilanci pubblici “in ordine” (si legga: ispirati alla più cieca austerità), è uno solo: tenere i lavoratori sotto il ricatto della disoccupazione, in modo tale da renderli più malleabili nella contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro. Davanti a questi continui attacchi istituzionalizzati alle condizioni di vita dei lavoratori, è utile saper riconoscere le azioni concrete che si nascondono dietro dichiarazioni più o meno oscure e le conseguenze di tali azioni sulle nostre vite quotidiane.

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26/10/2022

La Meloni presenta il programma nazionalconservatore

La/il neopresidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presentato il suo governo alla Camera con un discorso di poco più di un’ora.

Il tono deciso e gli sguardi in tralice hanno caratterizzato i tratti salienti del discorso e del programma del suo governo, un discorso sicuramente emozionato, meno imbalsamato di quello dei suoi predecessori, ma che ha indicato un programma apertamente liberista e nazionalconservatore, come prevedibile.

“Siamo nel pieno di una tempesta e gli italiani hanno affidato a noi la nave” ha messo le mani avanti il/la Presidente del Consiglio, rivendicando e giocando sapientemente l’asset di essere la prima donna alla guida di un governo nella storia di questo paese, definendo se stessa – riferendosi non casualmente alla Thatcher – come una “underdog”, una donna fuori dai pronostici.

Ha dato il benservito ai governi che l’hanno preceduta definendoli legittimi costituzionalmente ma distanti dalla gente.

La Meloni ha chiarito che terrà l’Italia ben dentro le regole dell’Unione Europea e l’alleanza nella Nato, incluso nella guerra contro la Russia, anche se ha sottolineato che la Ue non deve sembrare un consiglio d’amministrazione e che la lotta al debito pubblico non deve essere l’austerity ma la crescita economica. Quindi ha rivendicato l’Italia in una Ue fondata sulle radici giudaico-cristiane che rivendicherà l’interesse nazionale dentro un destino comune.

Gli sguardi in tralice – che rivelano nel linguaggio del corpo le questioni su cui il governo Meloni picchierà più duro – sono stati riservati ai passaggi sulla riforma costituzionale per l’introduzione del presidenzialismo (o di un semipresidenzialismo alla francese); alla fine dello Stato-tiranno che si accanisce contro le imprese; all’attacco al reddito di cittadinanza definito una sconfitta per l’Italia; alla bellezza della genitorialità che incrementi il “Pil demografico” del paese; allo sport per i giovani come alternativa agli spinelli; all’indagine sulle scelte fatte durante la pandemia di Covid; al contrasto dell’immigrazione illegale e alla mafia.

Infine, e non certo per l’importanza, la Meloni ci ha tenuto a rivendicare la propria storia politica nella destra sociale e – sguardo in tralice – l’odio per l’antifascismo militante, citando senza nominarlo il caso del giovane neofascista milanese Sergio Ramelli ucciso negli anni Settanta, ma ovviamente omettendo i giovani di sinistra uccisi dai neofascisti esattamente nello stesso periodo.

La Meloni ha preso le distanze dal fascismo delle leggi razziali (che non è affatto l’unico né il più grave crimine del ventennio fascista) e dai totalitarismi che hanno dilaniato l’Europa. Ha ricordato come la destra italiana da tempo invochi la pacificazione e la storicizzazione.

Sul piano economico la Meloni ha sostanzialmente avanzato un programma apertamente liberista, con mano libera per le imprese che non vanno vessate dallo Stato e che devono essere “lasciate libere di fare”.

Ha parlato di sovranità tecnologica (mentre ha avuto gioco facile – a causa della stupidità dell’opposizione – nello spiegare cosa significa sovranità alimentare) e di una clausola di interesse nazionale su autostrade e aeroporti contro i profittatori. Ma quando ha indicato i punti di forza del sistema industriale italiano ha rivelato il carattere pienamente subordinato “dell’italianità” che si regge sostanzialmente sulle eccellenze dei marchi nella moda, sull’agroindustria e il turismo, in sostanza un paese pienamente subalterno al ruolo affidatogli dalla divisione europea del lavoro.

Il quadro che l’intervento della Meloni restituisce è quello di un governo apertamente liberista in economia e nazionalconservatore in politica. Insomma niente rotture del perimetro disegnato dal pilota automatico euroatlantico, ma dentro una tempesta che ne scuoterà continuamente e pesantemente la navigazione.

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14/10/2022

Il liberismo accentua la crisi energetica

di Guglielmo Forges Davanzati

Il liberismo è fondato sul dogma per il quale il privato funziona sempre meglio del pubblico. La riduzione al minimo dell’intervento pubblico in economia, dunque, è considerata essenziale per conseguire obiettivi di efficienza: libero di operare in assenza di interferenze esterne, il mercato – si sostiene – crea ricchezza e la diffonde. Questa posizione, oltre a essere assai discutibile sul piano teorico, è palesemente fallimentare nei fatti. Come è mostrato, nei tempi più recenti, dalla seguente circostanza. Come ho rilevato in un precedente articolo (“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 10 settembre 2022), l’accelerazione dell’inflazione dipende soprattutto dall’incredibile aumento del prezzo del gas, e quest’ultimo, a sua volta, si è verificato soprattutto dopo l’imposizione – anche da parte nostra – delle sanzioni alla Russia.

ARERA, l’autorità di regolamentazione del mercato, a luglio scorso, ha stimato che le bollette del gas subiranno un aumento del 100 per cento a partire dal primo di ottobre. La riduzione dell’offerta di gas da parte di Gazprom è senza dubbio all’origine della situazione attuale.

L’ex Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha recentemente dichiarato che “non prevedere che lo scollamento dell’intero occidente dai rapporti commerciali con la Federazione Russa avrebbe avuto conseguenze catastrofiche anzitutto e soprattutto sui nostri standard abituali di benessere, fa pensare a una forma di miopia particolarmente grave, che ci porta a confondere completamente la realtà coi nostri desideri.”

Vi è di più. È ormai ampiamente noto che il prezzo del gas che consumiamo viene determinato nel mercato di Amsterdam, dove un numero ristretto di operatori stipula contratti di acquisto e vendita sulla base delle aspettative di guadagno. Si chiama speculazione (dal latino “specula”, ovvero vedere nel futuro) e non è né moralmente censurabile né buona, né ha un significato deteriore. La speculazione non è un evento eccezionale: è pienamente connaturata a un’economia capitalistica di mercato e ne è parte integrante. La decisione di liberalizzare quel mercato, a partire dal 2003, rientra a pieno titolo nella visione liberista della conduzione della politica economica ed è una delle cause più importanti dei nostri problemi attuali.

Si osservi che ben difficilmente l’ipotesi del cosiddetto price cap (la fissazione di un tetto massimo di prezzo all’acquisto) potrà dare gli esiti sperati in un lasso di tempo ragionevolmente breve. Ciò soprattutto a ragione del fatto, affinché il tetto al prezzo sia una misura efficace, occorre l’accordo di tutti i Paesi europei. Ed è sufficiente una breve riflessione per giungere alla conclusione che questa proposta – salutata positivamente dal pensiero economico dominante – è in radicale contraddizione con quest’ultimo, segnalando l’ipocrisia dell’esaltazione (a parole o nei libri) delle virtù del mercato (e, dunque, della libera fluttuazione dei prezzi) e invocando, di fatto, dispositivi di controllo del mercato stesso.

Per fuoruscire dalla crisi in atto, occorrerebbe innanzitutto rivalutare la produzione pubblica – soprattutto ma non solo, di energia – o almeno non esserne pregiudizialmente contrari. Per contro, ENI persegue l’obiettivo del profitto prima ancora di svolgere un servizio pubblico. È stata privatizzata definitivamente nel 1995, è quotata in Borsa e risponde prioritariamente ad azionisti privati. Il richiamo all’intervento pubblico di produzione diretta di beni e servizi è motivato anche dalla considerazione che è da almeno trent’anni (in particolare dal 1992, anno di smantellamento dell’industria pubblica, a partire da IRI) che l’Italia insiste sulla reiterazione di politiche di liberalizzazione dei mercati e di incentivo alle imprese private.

Il XXI Rapporto INPS stabilisce che, nel 2021, le agevolazioni alle imprese private in Italia sono costate al bilancio pubblico circa 20 miliardi di euro, a fronte degli 8 miliardi circa necessari per l’erogazione del reddito di cittadinanza.

Gli effetti sulla crescita economica, come è visibile a tutti, sono stati irrisori, mostrando, peraltro, tutte le ipocrisie del liberismo praticato: libero mercato nella teoria, aiuti statali nella prassi.

E soprattutto dando ragione ad Albert Einstein, che ammoniva che “è follia ripetere lo stesso errore aspettandosi risultati diversi”.

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